Pierre Hadot (1922–2010) – La riflessione filosofica è motivata e diretta dalla scelta di un modo di vita. “Teoretico” non si oppone a “pratico”. Il “teoretico” esige una filosofia praticata, vissuta, attiva, apportatrice di felicità.

Pierre Hadot 001
Che cos'è la filosofia antica?

Che cos’è la filosofia antica?

Che cos’è la Filosofia?

di Salvatore A. Bravo

L’addomesticamento funzionale della Filosofia

Il capitalismo è il regno dell’astratto, trasforma ogni attività vitale in mezzo e non in fine, con l’effetto schizoide di dividere, parcellizzare, strumentalizzare. La Filosofia è anch’essa minacciata, si insegna Filosofia, la si usa, per carriere accademiche. Spesso nel circolo mediatico è solo passerella per gratificare narcisismi primari. La parola bella e ad effetto, la imperante citatologia, la riduce ad ente morto, ad orpello da salotto. Il rischio è che le giovani generazioni la intendano unicamente nella forma astratta, utile per rafforzare le capacità logiche, o come preistoria della scienza.
La società dell’astratto, è il regno dell’omogeneità: ogni ente, come ogni campo di ricerca deve rispondere a funzioni, essere organica al capitale. L’omogeneità omologante è l’epifenomeno della corrente fredda del plusvalore. La passione triste dell’utile astrae e sottrae fino a ridurre ogni manifestazione dello spirito a forma cava senza determinazione e concetto. La Filosofia come forma trasmissiva, senza alcun intento o fine educativo, è la neutralizzazione della stessa, l’anestesia del pensiero.
La Filosofia è prassi, ovvero trasformazione attiva e consapevole di se stessi e della comunità, cura di sé e della comunità. Il fondamento di essa riposa in una scelta, nella passione durevole alla resistenza propositiva. Il pensiero filosofico affonda le sue determinazioni nella carne, in un riorientamento gestaltico grazie al quale il filosofo decide la libertà di esserci contro il potere. Il pensiero, l’adesione ad una corrente filosofica è l’effetto della testimonianza individuale ed irripetibile, ad un modello di vita che si disegna nella carne e che si eleva verso l’universale: filosofare è pensare questa elevazione, senza la quale non vi è che logorroica sequela di parole ripiegate su se stesse. Il filosofo è bimondano appartiene a due mondi: a se stesso ed alla comunità, fa dono di sé alla comunità perché è autentico. Senza autenticità, senza il disporsi ad una verità personale – e nel contempo oggettiva perché pensata – non vi è che il freddo adeguarsi al mondo, al suo chiasso che astrae, distrae ed aliena. Il filosofo vive dentro di sé, stende il confine tra sé ed il mondo, non per isolarsi, o per iattanza, ma per riconfigurare il concetto, per formarlo, dopo non sarà più lo stesso, nel processo di autocoscienza avrà messo in atto un avanzamento.
La Filosofia è “il proprio tempo pensato”, affermava Hegel. Il filosofo è bimondano perché pensa il mondo, lo concettualizza, e tale attività implica un doppio movimento: ritirarsi dal mondo con i suoi stimoli, per rinascere a nuova vita e donarsi, con la semplice testimonianza, con la coerenza tra parola e comportamento. La Filosofia testimonia, in tal modo, che la vita è al plurale, contro ogni cinico riduzionismo nichilista.

 

La Filosofia come atopos

Hadot nelle sue ricerche ha posto attenzione sui processi genetici di formazione della Filosofia. Il filosofo è atopos, è stravagante, non ha collocazione spaziale e temporale convenzionale, si pone in un’ottica nuova, ha il coraggio del “no”, ascolta fortemente la passione del pensiero.

«I suoi concittadini non possono percepire il suo invito a rimettere in discussione tutti i loro valori, tutti i loro modi di agire, a prendere cura di se stessi, se non come un taglio radicale con la vita quotidiana, con le abitudini e le convenzioni della vita di tutti i giorni, con il mondo che è loro familiare. E inoltre, l’esortazione a prendere cura di se stessi non è forse un invito a distaccarsi dalla città, invito che viene da un uomo che sembra lui stesso essere un po’ fuori dal mondo, atopos, ossia sconcertante, non catalogabile, inquietante? Socrate non verrebbe ad essere così il prototipo dell’immagine, tanto diffusa e altrettanto falsa, del filosofo che fugge le difficoltà della vita per rifugiarsi nella sua buona coscienza».[1]

Il filosofo è atopos, ma non fugge dalla città, il suo ritirarsi in sé è l’inizio della catabasi, della discesa tra i concittadini, nella comunità, per condividere un percorso, senza obblighi, cerca amici con cui dividere il dono del pensiero per moltiplicarlo. Non è un caso che la sophia è un “saper fare”, è un ridisporsi per praticare la buona vita, non è un fatale destino l’eccedenza della sofferenza, essa è una condizione scelta solo in apparenza, è la doxa che si materializza in un’esistenza esposta alla tirannia dei sensi come dei dicitur mediatici.

 

La saggezza come mancanza

La sophia inizia con una mancanza, con una lucida constatazione di una privazione, ovvero la saggezza, la pratica di vita, insegna la necessità di una vita saggia, in cui si possa discernere l’autentico dall’inautentico nel rispetto della natura umana. Il metron ed il katechon, la misura ed il limite sono un ideale verso cui tendere, la saggezza è dunque un’assenza e nel contempo una presenza da completare, da ridefinire.

«Ancora una volta si può riconoscere nelle sembianze di Eros non soltanto il filosofo, ma Socrate che, in apparenza, proprio come gli stolti non sapeva niente, ma che al tempo stesso era cosciente di non sapere niente: e dunque era diverso dagli stolti per il fatto di essere cosciente del suo non-sapere, tuttavia desiderando di sapere, anche se, come ho detto, la sua raffigurazione del sapere era profondamente diversa dalla raffigurazione tradizionale. Socrate, il filosofo, è dunque Eros: privato della saggezza, della bellezza, del bene, egli desidera, ama la saggezza, la bellezza, il bene. Egli è Eros e dunque è Desiderio, non un desiderio passivo e nostalgico, ma un desiderio impetuoso, degno di quel “pericoloso cacciatore” che è Eros. In apparenza, non vi è nulla di più semplice e di più naturale di questa posizione intermedia del filosofo: a metà strada tra il sapere e l’ignoranza. Si potrebbe supporre che gli sarà sufficiente praticare la sua attività di filosofo per superare definitivamente l’ignoranza e raggiungere la saggezza. Ma le cose sono alquanto più complesse».[2]

 Il filosofo accoglie la difficoltà della scelta, e la sua prassi, deliberare rettamente secondo virtù, aretè, esige il confronto con la propria medietà, ovvero desiderare la saggezza, in quanto l’assenza di essa, del suo totale possesso, invita ad un orizzonte di ricerca e confronto. Il demone socratico è l’ascolto del logos: non vi è attività più difficile che l’ascolto della parole, del pensiero che si concentra per concettualizzare e deliberare. La sophia con il daimon, e con i propri demoni che confliggono con il logos. L’autodominio è ideale deliberativo ed in quanto tale libero.

«Con il Simposio, l’etimologia della parola philosophia, “amore, desiderio di saggezza”», diventa il programma stesso della filosofia. Si può dire che con il Socrate del Simposio la filosofia assuma, definitivamente nella storia, una colorazione ironica e tragica. Ironica, perché il vero filosofo è colui che sa di non sapere, che sa di non essere saggio e che dunque non è né saggio né non-saggio, che non si sente al suo posto né nel mondo degli stolti, né nel mondo dei saggi, né totalmente nel mondo degli uomini, né totalmente in quello degli dei; che è dunque un non catalogabile, un senza fissa dimora, come Eros e come Socrate. Tragica, perché quest’essere bizzarro è torturato, straziato dal desiderio di raggiungere la saggezza che gli sfugge e che ama».[3]

 

La Filosofia come pratica olistica

Filosofare è confrontarsi con se stessi, trasformare la parola in carne viva, fare del logos una divinità a cui ci si dedica, che vuole dedizione ed attenzione, in cammino delle quali un passo in avanti è stato svolto nella caverna o nella gabbia d’acciaio, ma quel passo è il senso di una vita, è la verità di noi stessi, separa l’inautentico dall’inautentico. Filosofare è una pratica olistica, distante dalle contraddizioni del nostro oggi: il teoretico non è scisso dalla pratica. Per teoretico si intende la buona vita, essa è il vivere per attività conoscitive per se stesse. Lo scandalo oggi è la sospensione dell’utile: il sistema salterebbe senza l’abitudine all’utile. La libertà è gioia, se non dipende dall’utile, o dai risultati, ma è attività vissuta risponde al profondo di sé, per cui il chiasso del mondo diviene secondario. La teoretica implica la pratica, poiché il sapere teoretico dev’essere vissuto, la gioia è nel rendere comunitario ciò che umanizza.

«Nel linguaggio moderno “teorico” si oppone a “pratico” in quanto astratto, speculativo, in contrapposizione a ciò che ha a che fare con l’azione e la concretezza. Sarà dunque lecito, in questa prospettiva, contrapporre un discorso filosofico puramente teorico a una vita filosofica praticata e vissuta. Ma Aristotele stesso non utilizza che la parola “teoretico”, e la utilizza per indicare da una parte il modo di conoscenza che ha come scopo il sapere per il sapere e non un fine esterno a se stesso e, dall’ altra parte, il modo di vita che consiste nel consacrare la vita a questo modo di conoscenza. In quest’ultimo senso, “teoretico” non si oppone a “pratico”; in altre parole, “teoretico” può essere applicato a una filosofia praticata, vissuta, attiva, apportatrice di felicità».[4]

La Filosofia è dunque una pratica, l’adesione ad una scuola sottintende un ridisporsi gestaltico, la scelta concettuale è l’effetto della prassi, del deliberare. Lo studio della Filosofia come sequenza di concetti, nasconde l’essenziale: essa è riposizionamento ed attività nella carne, la concettualizzazione è complementare a tale pratica, il cui fine è formare un habitus ed operare la prassi.

«Penso che sarebbe anche utile precisare in breve la rappresentazione che io stesso mi faccio della filosofia. Ammetto senz’altro che, nell’antichità come ai giorni nostri, la filosofia sia un’attività teorica e “concettualizzante”. Ma penso anche che, nell’antichità, è la scelta compiuta dal filosofo riguardo a un modo di vita a condizionare e determinare le tendenze fondamentali del suo discorso filosofico, e credo, infine, che questo sia valido per tutte le filosofie. Non intendo naturalmente dire che la filosofia sia determinata da una scelta cieca ed arbitraria, ma intendo piuttosto che ci sia un primato della ragione pratica sulla ragione teorica: la riflessione filosofica è motivata e diretta da “ciò che interessa la ragione”, come dice Kant, ovvero dalla scelta di un modo di vita».[5]

 

La Filosofia come pratica dell’inutile concreto

Sono così svelati i pregiudizi con cui si cerca di rimuovere la sua presenza, quando liberata dalle liturgie del clero orante, afferma il diritto alla verità, al fondamento. La Filosofia, si afferma, è astratta ed inutile. Nulla di più menzognero. La Filosofia è concretezza, in quanto riporta l’unità dive vige la divisione, la genealogia dove i processi sono naturalmente ipostatizzati, e specialmente ricongiunge il teoretico con la prassi. In quanto tale, ha un valore etico di per se stessa. Il logos del teoretico con la prassi è un invito, mai un obbligo per la comunità. Se l’uditore non vuole collaborare, è recalcitrante all’ascolto, il Filosofo devia il suo cammino per altri ascolti ed ascoltatori.

«Nell’ordine teoretico non è sufficiente ascoltare un discorso, e nemmeno essere in grado di ripeterlo a memoria, per sapere, vale a dire per accedere alla verità e alla realtà. Prima di tutto, per capire il discorso sarà necessario che chi ascolta abbia già una certa l’esperienza delle cose trattate, una qualche familiarità con l’argomento».[6]

Il logos non è espresso solo con le parole, ma specialmente con la pratica di vita, come già detto, per cui l’esempio è la paideia fattasi carne, e dunque ricerca, etica sociale, ed educazione si ricongiungono per fare della Filosofia una possibilità necessaria della natura umana, senza la quale l’umanità – indebolita dal caos degli stimoli e dai falsi miti – compare e scompare dalla scena della vita e della Storia come semplice attrice che recita un copione scritto da altri.

«Il maestro dovrà dunque prepararsi a subire degli scacchi, tentare e ritentare di correggere il comportamento del discepolo compatendo le sue difficoltà. Per fare ciò è necessario, però, che il discepolo non esiti ad ammettere le proprie difficoltà e i propri errori, e che parli con libertà assoluta. Si vede, dunque, come la tradizione epicurea riconosca il valore terapeutico della parola. Il maestro, da parte sua, dovrà ascoltare con simpatia, senza irrisione né malevolenza. In risposta alla “confessione” del discepolo, il maestro dovrà anch’egli parlare liberamente per ammonire il discepolo, facendogli capire lo scopo effettivo dei rimproveri che gli ha rivolto. Epicuro, nota Filodemo, non aveva esitato a rimproverare vivamente il suo discepolo Apollonide in una lettera a quest’ultimo indirizzata. Occorre che l’ammonimento sia sereno, senza mancare di benevolenza. Si noterà che Filodemo aggiunge anche che il filosofo non deve temere di rivolgere rimproveri agli uomini politici».[7]

L’ostilità verso la Filosofia, il suo addomesticamento mediatico, celano il timore di una posizione etica all’interno di un contesto globale, che ha fatto dell’indifferenza ed del cinismo il paradigma di una libertà quantitativa, senza qualità. Necessitiamo di strutture di pensiero, e non solo di PIL. Ma urge fare chiarezza su cosa sia la Filosofia, affinché la speranza del logos possa riportare nella «gabbia d’acciaio» del disincanto una deviazione, un clinamen significativo.

Salvatore A. Bravo

[1] Pierre Hadot, Che cos’è la filosofia antica?, Einaudi, Torino 2010, p. 38.

[2] Ibidem, pp. 46-47.

[3] Ibidem, p. 48.

[4] Ibidem, pp. 79-80.

[5] Ibidem, p. 260.

[6] Ibidem, p. 87.

[7] Ibidem, p. 206.


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Maria Rita Prette – «La guerra che fingiamo non ci sia». Il capitalismo, meglio se bianco e ricco, può impunemente compiere atti di guerra: sono semplicemente crimini e se guardiamo fra le pieghe della nostra sonnolenta coscienza potremmo scoprire di esserci anche noi fra quei criminali.

Maria Rita Prette–Renato Curcio

La guerra che fingiamo non ci sia

Maria Rita Prette

La guerra che fingiamo non ci sia

Sensibili alle foglie, 2018

 

Sommario

INTRODUZIONE

UN EVENTO QUALSIASI

LA SCOMPARSA DEI CORPI
I soldati potenziati
I Kamikaze
La spettacolarizzazione dei corpi

LA PRIVATIZZAZIONE DELLA GUERRA
I contractors

L’ITALIA IN GUERRA
La NATO e gli I USA in Italia

PALESTINA DOCET

ARMI LECITE E NON LECITE:
DIPENDE DA CHI LE USA
Armi chimiche
Le armi, merci per eccellenza
Armi leggere
Armi pesanti

ARMI NUCLEARI
L’uranio impoverito

LA GUERRA VIRTUALE
I Caccia F-35
I Droni armati
I Droni sul campo di battaglia

“LA GUERRA STA ARRIVANDO”

LA GUERRA CIBERNETICA
Guerre stellari

LA PROPAGANDA
La cultura della guerra

L’OPINIONE PUBBLICA

 

 

Introduzione

Quando il nemico diventa un mero materiale pericoloso
e lo si elimina da lontano, guardandolo morire sullo
schermo dal caldo bozzolo di una safe zone [zona sicura]
climatizzata, la guerra asimmetrica si radicalizza fino a
diventare unilaterale. Perché certo, si muore ancora, ma
da una parte sola. Grégoire Chamayou

***

Il progresso dell’Occidente non sarebbe stato possibile
senza la schiavitù, il genocidio e il colonialismo. Kelinfe Andrews

 

Siamo in guerra ma facciamo finta di non saperlo. Su di noi non cadono bombe. La contraerea delle postazioni militari italiane non è attiva, non dobbiamo correre nei rifugi durante il giorno o nelle notti in cui dal cielo non piovono stelle. Ma siamo in guerra. Ci siamo da così tanto tempo e con così tanta indifferenza da non rendercene neanche più conto.
Alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e all’esaurimento della Guerra Fredda non ha fatto seguito una conferenza di pace, come era accaduto alla fine di ogni conflitto tra Stati negli ultimi secoli. Un accordo che formalizzasse un nuovo ordine internazionale, e stabilisse nuove regole, prendendo atto del passaggio epocale segnato dalla cessazione del conflitto Est-Ovest. Il nuovo ordine è stato stabilito da nuovi Regolamenti del tutto interni agli organi istituzionali deputati alla Difesa[1] e dall’esercizio della forza, vale a dire dall’inizio di questa guerra che fingiamo non ci sia. Una guerra che si combatte su diversi piani, non soltanto propriamente militari, ma sarà attraverso questi ultimi che cercheremo di far emergere i non-detti (anche politici) che la sottendono.
Quando nel 1991 trentasei Paesi si coalizzarono per andare a bombardare l’Iraq e assicurarsi in quel modo il controllo dei ricchi giacimenti di petrolio situati in quel territorio, fu subito chiaro che era iniziata una nuova epoca. Milioni di persone scesero in piazza e manifestarono il loro dissenso verso una guerra decisa dagli Stati Uniti e dagli europei, benedetta dal Consiglio di sicurezza dell’Onu,[2] che ha portato morte e devastazione agli iracheni e ricchezze smisurate ai petrolieri e alle multinazionali che nel 2003 sono tornate sui loro passi per finire il lavoro iniziato allora. Lì si è sancito con chiarezza che gli equilibri mondiali sono questione di rapporti di forza, e dunque, che quei milioni di persone, allo stato, non significavano proprio niente e potevano manifestare come e quanto volevano: le decisioni sulle sorti dei (loro) Paesi erano del tutto indipendenti dai loro voleri.
Inaugurando un’epoca di guerre ormai gestite, anche pubblicamente, come necessarie alla difesa degli interessi dei Paesi a guida occidentale. D’altra parte nel rapporto del Nuovo modello di Difesa italiano, pubblicato nell’ottobre 1991 si poteva leggere:

«[…] I rischi per le nazioni occidentali, tra cui in particolare l’Italia, il cui sviluppo economico dipende sensibilmente dalla disponibilità degli approvvigionamenti energetici, risultano palesi e rilevanti. Allo stato attuale, il Medio Oriente, e, in misura minore, alcuni Paesi del litorale nord-africano rivestono una valenza strategica particolare per la presenza delle materie prime energetiche necessarie alle economie dei Paesi industrializzati, la cui carenza o indisponibilità costituirebbe elemento di grave turbativa degli equilibri strategici in fieri. […] Le misure da adottare […] devono prevedere anche l’eventualità di interventi politico-militari tendenti alla gestione internazionale delle crisi, nonché azioni […] intese ad assicurare la tutela degli interessi vitali, delle fonti energetiche, delle linee di rifornimento, e la salvaguardia dei beni e delle comunità nazionali operanti in quei Paesi».[3]

Guerre necessarie, dunque, al sistema in vigore, e alla sua continuità. Un sistema che ha caratteristiche neo-coloniali, razziste,[4] ma soprattutto capitalistiche, e mette quindi al centro i suoi profitti (economici e di potere), per realizzare i quali ricorre all’uso della violenza.
I rapporti di forza sono, da allora, sbilanciati in maniera sproporzionata a favore delle borghesie bianche, ricche, del Nord del mondo, che devasta e depreda il Sud, suo malgrado dotato di materie prime.
Anche i cittadini più cinici – che possono attribuire un valore superiore alla loro vita, rispetto a quella di milioni di altri umani, e possono ritenere che il loro benessere economico vada conquistato anche compiendo stragi – si rendono conto che queste guerre portano nelle loro tasche soltanto briciole, persino un po’ ammuffite, mentre le imprese che producono armi e le multinazionali petrolifere intascano miliardi che verranno investiti non per il loro benessere (lo stato sociale non esiste più da alcuni decenni) ma per generare altro profitto e riprodurre altre guerre.
Anche i cittadini più spaventati dalla vastità del mondo e della sua straordinaria varietà – che possono aver paura della loro ombra e chiedono allo Stato di garantire loro più “sicurezza” – si rendono conto che questa nuova guerra non conosce confini, non ha regole, e si riverbera anche su quel suolo che ritengono di loro proprietà. Un riverbero grigio, come un riflesso indistinto intravisto attraverso un vetro rigato di pioggia, quando non è possibile identificare con chiarezza ciò che si vede. Si vedono attentati nelle città europee, atti di quella che è stata dichiarata, in nome degli “occidentali”, “guerra al fondamentalismo islamico”, quando non “guerra all’Islam” tout court, o “guerra al terrorismo”. Che a compiere questi atti siano fondamentalisti islamici, terroristi, gruppi ideologizzati o al soldo di qualche potenza, uno dei cinque milioni di orfani lasciati in Iraq oppure i servizi segreti di qualche Paese,[5] il risultato non cambia: è quella la guerra che è stata dichiarata e che si vuole alimentare, per giustificarla quando ancora ce ne fosse bisogno.
Al test del 1991 in Iraq, infatti, hanno fatto seguito centinaia di migliaia di altre vittime, in carne ed ossa e anche simboliche, nella ex-Iugoslavia, in Libia, nei pressi di casa nostra e con la nostra attiva partecipazione. Vittime non bianche,[6] che quindi interessano poco ai cittadini europei, non suscitano né empatia né solidarietà.
Vittime di quella che è stata variamente nominata, di volta in volta, con diversi ossimori (guerra umanitaria, imposizione della pace, missione militare di pace) o con locuzioni incongruenti (operazioni di polizia internazionale), e nell’arco di pochi anni si è attestata sull’espressione “guerra al terrorismo”. Il passaggio di paradigma è epocale: se nel Novecento la guerra di classe, la resistenza, la rivoluzione e la controrivoluzione avevano un nesso stretto con i rapporti di forza in campo e un immaginario sociale che le comprendeva, oggi anche i movimenti di resistenza, di opposizione – siano essi interni ai loro Paesi, siano rivolti al dominio occidentale – sono definiti tout court terrorismo. La controrivoluzione si è trasformata in antiterrorismo. Un passaggio non di poco conto, dal momento che la controrivoluzione prevedeva la costruzione del consenso nella società, mentre l’antiterrorismo prevede soltanto l’annientamento dell’altro.
Nel frattempo le spese militari mondiali sono salite, nel 2017, a 1739 miliardi di dollari, di cui il 52% a carico dei Paesi membri della Nato. L’Italia ha una spesa militare superiore ai sessanta milioni di euro al giorno; una media di ventiquattro miliardi e due milioni di euro all’anno,[7] che non comprende le opere di adeguamento delle basi Nato e statunitensi sul nostro territorio, e alla quale quindi vanno sommate altre vertiginose cifre.[8]
Ciascuno di questi spiccioli va a ferire, invalidare, uccidere qualche corpo in carne ed ossa in diverse parti del mondo, dal momento che l’Italia, al luglio 2017, era già impegnata in trentuno missioni, dislocate in ventuno Paesi (tra i quali l’Afghanistan, il Kosovo, la Somalia, il Mali, Israele, la Lettonia, la Bulgaria, il Libano, la Libia).[9] Con il 2018 la presenza militare italiana si è ulteriormente allargata in Africa. Il caffé, il cacao e il cotone, per non parlare dell’oro, i diamanti, l’uranio, il coltan, il petrolio, il manganese, il rame, sono risorse preziose, ma si trovano, geograficamente, in quella terra. Rapinarle è una pratica a cui l’Europa è avvezza da secoli. Perciò i soldati italiani sono andati, a nome dei cittadini, a «riportare la speranza nelle aree del globo particolarmente martoriate».[10]
Sono andati, pur tra molte difficoltà di carattere internazionale, i primi cinquanta in Niger, dove, tra l’altro, la presenza delle multinazionali è minacciata dal movimento armato dei “Niger Delta Avengers” che dal 2016 attacca le infrastrutture petrolifere rivendicando una redistribuzione dei proventi.[11] Sono andati, insomma, a «sconfiggere il traffico di esseri umani e il terrorismo»,[12] ma anche a «difendere i nostri interessi nazionali».[13] Altri sono in Tunisia e a rafforzare i contingenti in Libia.
Qui non si può né si vuole dare conto di dati e dettagli, soltanto sollecitare l’immaginario e invitare chi lo desideri ad approfondire. Si vuole invece portare l’attenzione su come l’istituzione della guerra sia cambiata profondamente nel corso degli ultimi decenni, come siano cambiati i suoi strumenti e come, da un lato privatizzandosi e dall’altro virtualizzandosi, sia potuta entrare nella nostra quotidianità travestita da misuradi sicurezza.
Ci si chiede, infatti, se siamo in guerra. Si dirà che se lo fossimo veramente dovremmo accorgercene. Faremmo fatica a trovare alcuni generi di prima necessità. Il nostro giardino non sarebbe protetto dal prossimo raid. Potremmo non svegliarci più una mattina, la nostra casa polverizzata e i nostri brandelli da qualche parte, polverizzati anch’essi. I nostri parenti e amici, a seconda della zona in cui vivono, potrebbero lasciarci poco alla volta, qualcuno magari sopravvivrebbe invalidato da ferite gravi, qualche altro morirebbe nel giro di pochi anni per effetto dell’uranio impoverito che ormai da tempo usiamo nella costruzione delle nostre armi, più che “convenzionali”.
Se fossimo veramente in guerra, non avremmo bisogno di diete né del laser per spianare le rughe. Evidentemente questa scia di morti che lasciamo sul nostro cammino ogni giorno, ormai da quasi una trentina d’anni, non può essere chiamata guerra.
In effetti, è probabilmente qualcosa di diverso, che ha a che fare con paradigmi che non conosciamo e che perciò non rimandano, nel nostro immaginario, alle carneficine di cui siamo responsabili. Non abbiamo parametri sui quali misurare gli atti dei governi, quelli che i cittadini eleggono e che dunque li rappresentano, e operano in loro nome. Tutti i parametri azzerati ad uno: un Paese capitalista, meglio se bianco e ricco, può fare quello che vuole. Il resto viene di conseguenza.
Ma una delle conseguenze dirette è quella di affamare intere popolazioni, destabilizzare i territori in cui si interviene, rompendone gli equilibri e fomentando i conflitti interni. Da qui, la migrazione di quei sopravvissuti alle stragi che intraprendono lunghi viaggi attraverso deserti che provvedono a decimarne il numero e che quando giungono alle soglie dell’Occidente trovano ad attenderli carcerieri e sfruttatori, pagati per non farli arrivare alla loro destinazione. Chi riesce a prendere il mare troverà solo porti chiusi, e quella piccolissima parte che arriverà a destinazione finirà nel mercato schiavistico del lavoro, retto da regole non scritte, dove la sua vita varrà meno di un centesimo. Si capisce bene dunque come non sia questione di essere pacifisti o guerrafondai.
È questione del punto di vista da cui si guardano le cose. Chiamare guerra l’aggressione armata di eserciti forti e ricchi contro le popolazioni di altri Paesi, meno armati e meno potenti, chiamare guerra gli interventi aerei che scaricano tonnellate di bombe su territori che resteranno devastati per i secoli a venire sembra, in effetti, un po’ forzato. Forse dovremmo cominciare a chiamarli semplicemente crimini e cercare di capire chi li sta commettendo e perché. Da qualche parte, fra le pieghe della nostra sonnolenta coscienza, potremmo scoprire di esserci anche noi, fra quei criminali.

Maria Rita Prette

Note

[1] Si vedano, per “Il nuovo concetto strategico dell’Alleanza”, scritto il 7 novembre 1991 a Roma: Manlio Dinucci, L’arte della guerra, Zambon, 2015; per il Ministero della difesa italiano anche: Leonardo Brogioni, Angelo Miotto, Matteo Scanni, L’Italia chiamò. Uranio impoverito: i soldati denunciano, Edizioni Ambiente, 2009.

[2] Il Consiglio di sicurezza che il 30 novembre 1990 votò la risoluzione 678, relativa all’uso della forza contro l’Iraq, era composto da: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica, Canada, Colombia, Costa d’ Avorio, Etiopia, Finlandia, Malaysia, Romania e Zaire, che votarono sì; Yemen e Cuba che votarono no, e la Cina, che si astenne.

[3] Ministero della Difesa italiano, “Modello Difesa/Lineamenti di sviluppo delle FF.AA. negli anni ’90”, rapporto pubblicato nell’ottobre 1991, in: Manlio Dinucci, L’arte della guerra, Zambon, 2015. Si vedano anche dichiarazioni più recenti: «Il 15 gennaio 2018 il ministro della Difesa, parlando alle commissioni riunite Difesa ed Esteri di Senato e Camera ha presentato il progetto del governo spiegando che si è deciso di “rimodulare l’impegno nelle aree di crisi geograficamente più vicine e che hanno impatti più immediati rispetto ai nostri interessi strategici” e in questo senso il Sahel, ha aggiunto, rappresenta “una regione di preminente valore strategico per l’Italia”». Repubblica Tv, 15 gennaio 2018.

[4] Il tema del razzismo richiede lavori e approfondimenti specifici. Sensibili alle foglie gli ha dedicato attenzione con diverse pubblicazioni: Nicoletta Poidimani, Difendere la ‘razza’, 2009; Alessandro Bono, Da sud a nord, 2009; Renato Curcio, Razzismo e indifferenza, 2010; Michele Bonmassar, Razza e diritto, 2012; Vania Mancini, Dannate esclusioni, 2014; Adriana Benvenuto, La voce delle donne, 2015; Andrea Pizzorno, Clandestino italiano, 2016; Houria Bouteldja, I bianchi, gli ebrei e noi, 2017, oltre a un numero consistente di lavori sull’immigrazione. Lo si richiama qui soltanto per portare l’attenzione sul fatto che gli aggrediti dagli eserciti occidentali (arabi, africani, asiatici, mediorientali, slavi) sono accomunati dal fatto di non appartenere alla categoria politica della “razza bianca”.

[5] Sono reperibili fonti e documentazioni su alcuni (fino al 2015) degli attentati compiuti su suolo europeo e sulla loro ambigua matrice nei capitoli “La guerra globale al terrorismo” e “Guerre coperte” in: Manlio Dinucci, L’arte della guerra, op. cit.

[6] Si fa riferimento qui a quel concetto di razza creato, costruito e nutrito dagli interessi delle borghesie europee e poi atlantiche, con lo scopo di costruire una divisione all’interno delle classi più fragili, e utilizzarlo per dominare. “Bianco” non si riferisce quindi al colore della pelle tout court, ma designa una categoria politica e sociale. Si veda in proposito Houria Bouteldja, I Bianchi, gli Ebrei e noi, op. cit.

[7] Sipri, Istituto di ricerca internazionale di pace di Stoccolma; dati diffusi il 2 maggio 2018 e poi pubblicati: Sipri yearbook 2018. Armaments, Disarmament and International Security, Oxford University Press, luglio 2018.

[8] Scrive Manlio Dinucci su il manifesto del 4 dicembre 2017: «All’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) parte il progetto di oltre sessanta milioni di euro a carico dell’Italia per la costruzione di infrastrutture per trenta caccia Usa F-35, acquistati dall’Italia, e per sessanta bombe nucleari B61-12. […] A Vicenza vengono spesi otto milioni di euro, a carico dell’Italia, per la riqualificazione delle caserme Ederle e Del Din. […] A Largo Patria (Napoli) il nuovo quartier generale della Nato, costato circa 200 milioni di euro, di cui circa un quarto a spese dell’Italia, comporta ulteriori costi […] di dieci milioni di euro per la nuova viabilità intorno al quartier generale Nato». A solo titolo di esempio.

[9] Fonte: Ministero della Difesa.

[10] http://www.esercito.difesa.it/Operazioni/Operazioni_oltremare

[11] https://www.rivistaeuropae.eu/esteri/sicurezza-2/nigeriale-rivendicazioni-dei-niger-delta-avengers/

[12] L’allora Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, in: Il Messaggero, 24 dicembre 2017.

[13] Idem.


Altri libri di Maria Rita Prette
Bambini in Palestina

Bambini in Palestina

Questo lavoro nasce dall’incontro con 119 disegni di bambini tra i sei e i dodici anni che vivono a Betlemme, città della Palestina, in Cisgiordania, uno dei Territori occupati da Israele. Disegni che, per le loro caratteristiche, così dissimili da quelle dei loro coetanei che vivono nelle nostre città, ci hanno indotto a cercare dati e informazioni sul contesto nel quale sono stati tracciati. Guidati dalle loro rappresentazioni, abbiamo incontrato le informazioni che accompagnano, in questo album, 40 dei 119 disegni dell’omonima mostra. Un piccolo strumento per accostare una realtà che, per la sua collocazione geografica e storica è sovraccarica di tensioni. I disegni di questi bimbi, portandoci nel vivo di queste tensioni, riescono a comunicare in profondità la loro estrema condizione di reclusione e sofferenza. Lo sguardo di un bambino è sempre, infatti, prima di ogni altra cosa, lo sguardo di un umano che ha visto, ha sentito, ha toccato, prima della politica, prima dell’ideologia, prima di ogni appartenenza. E’ dunque uno sguardo capace di vedere e far vedere. Proponiamo i disegni di questi bambini quali documenti di un’esperienza umana che va guardata anche “con i loro occhi”, accogliendo l’urgenza della loro comunicazione, che è nello stesso tempo una risorsa  di sopravvivenza e una domanda di attenzione.

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Mag4 e Mag6

Mag4 e Mag6

Questo libro propone i materiali di una ricerca avviata da Sensibili alle foglie nel mondo delle MAG (Mutua Auto Gestione), sigla che designa un’esperienza di finanza critica precedente e contigua alla nascita di Banca Etica. Due i suoi obiettivi: informare sull’esistenza del “mondo Mag” quanti ancora non lo conoscono, aprire una riflessione sulla qualità e problematicità di questa esperienza, guardando a fondo nelle due cooperative con le quali si è sviluppata la ricerca: Mag4 di Torino e Mag6 di Reggio Emila. Il lavoro intende aprire una discussione e un approfondimento intorno a due aree tematiche sulle quali ci si è confrontati nel corso della ricerca: il denaro e le relazioni, che hanno consentito di guardare anche alle implicazioni dell’ideologia e del potere. Le aree tematiche vengono percorse dal filo d’Arianna che ha intessuto il lavoro fatto sin qui: lo scarto tra l’enunciato e la pratica. Questa “problematizzazione” è infatti fondamentale affinché lo sguardo su di sé (e che si rimanda all’esterno) non si chiuda dentro uno schema, mortificando la ricchezza esperienziale e ci preme venga accolta non come una critica al mondo Mag, ma come un metodo di lavoro, un contributo “dall’esterno” a guardare all’interno, sospendendo il giudizio, per meglio comprendere l’esperienza di cui si sta parlando o che si sta vivendo. Infine, una domanda: se l’esperienza Mag non fosse mai nata, non sarebbero il mondo finanziario ed economico, ma dunque anche la società attuale, semplicemente appiattiti sull’unico dio rimasto a questa civiltà?

 

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La socioanalisi narrativa

La socioanalisi narrativa

Questo libro illustra la socioanalisi narrativa nei suoi fondamenti. Esso si articola in tre parti. Nella prima sono esposti i territori entro i quali la socioanalisi opera e le principali nozioni cui ricorre. Sono esaminati i gruppi sociali e le dinamiche che ne regolano all’interno l’obbedienza, l’autorizzazione e la responsabilità personale. Sono presentati i concetti di organizzazione e di istituzione, mostrando i processi mediante i quali esse si propongono alla società – con particolare attenzione all’istituzione del carcere, usata qui come analizzatore – e i dispositivi che ne regolano la riproduzione. Nella seconda si esamina la questione identitaria, decisiva per connettere la dimensione singolare dell’individuo con quella più ampia, collettiva e sociale. In particolare viene portata l’attenzione sulla dissociazione identitaria come risposta normale alle tensioni e sofferenze che l’adattamento alle relazioni gruppali, istituzionali e organizzative, comporta. La terza parte, utilizzando gli strumenti forniti nelle prime due, espone la genesi e le modalità di intervento della socioanalisi narrativa. Al fine di contestualizzarla in correnti sociali più ampie, si propone un capitolo sulla narrazione come modalità di conoscenza e uno sulla socioanalisi come metodo di intervento sociale, prima di esporre le tecniche e i riferimenti propri dei cantieri di socioanalisi narrativa.

 

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41bis. Il carcere di cui non si parla

41bis. Il carcere di cui non si parla

 

Gli anni nei quali è stato scritto il testo dell’art. 41 bis dell’Ordina-mento penitenziario sono quelli di confine tra l’“emergenza terrorismo” e l’“emergenza mafia, criminalità organizzata”.  Non si vuole qui dare giudizi sui fenomeni sociali e politici richiamati. Si vuole invece portare l’attenzione sugli interrogativi suscitati dalle misure “emergenziali” adottate in relazione ad essi, in un Paese che si definisce democratico e che disattende la propria Legge fondamentale.  In questo libro percorriamo la storia recente del carcere e dei suoi dispositivi punitivi, seguendo la traccia delle emergenze che di volta in volta ne hanno determinato – o pretestuosamente consentito – l’evoluzione.  Prendendo l’esperienza armata degli anni settanta come analizzatore, si presenta la nascita del 41 bis e del corollario di articoli di legge che, dal 1986 ad oggi, sono in uso per privare di ogni diritto quei detenuti dei quali si vuole, con la forza, cancellare l’identità per sostituirla con un’altra.

 

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Il carcere speciale

Il carcere speciale

 

L’esperienza degli inquisiti per banda armata dentro il carcere speciale, le loro  lotte, le risposte alla detenzione e l’apporto teorico alla discussione sul carcere e   sulle sue trasformazioni dal 1969 al 1989. 186 documenti d’epoca, presentati in ordine cronologico, danno vita ad una narrazione che attraversa i cambiamenti della prigionia nelle diverse fasi, le dinamiche interne alle formazioni armate e le politiche statali relative al carcere.   Dal 1990 ad oggi sono proposti inoltre 26 documenti atti a mostrare l’evoluzione degli istituti che hanno regolato la vita in carcere negli ultimi 16 anni, non soltanto per i detenuti politici.

 

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Tortura. Una pratica indicibile

Tortura. Una pratica indicibile

Questo libro porta l’attenzione sulla tortura come pratica politica attraverso la quale anche gli Stati democratici, Italia compresa, esercitano il loro potere affermando il monopolio della violenza nella loro relazione con i cittadini. Una rapida ricognizione degli eventi di tortura accertati in Italia in diversi contesti (fra i quali quelli sui militanti di formazioni armate negli anni ottanta, sui detenuti per associazione mafiosa nel 1992, sui manifestanti contro il G8 a Genova all’inizio del nuovo millennio) fa emergere come il ricorso a questa pratica sia diventato possibile, accettabile, ordinario. Sono alcuni soggetti sociali, ritenuti torturabili senza suscitare indignazione – dopo essere stati de-umanizzati con alcune etichette (terrorista, mafioso, criminale, tossico, clandestino, camorrista…) – a divenire di volta in volta bersaglio di questa violenza specifica che soltanto agenti addestrati e autorizzati possono esercitare. L’istituzione di corpi speciali in patria come la partecipazione alle aggressioni belliche all’estero consentirà agli Stati di diritto di spettacolarizzare in questo modo il loro potere e garantirlo, esattamente come facevano i sovrani di un tempo e come fanno le dittature nostre contemporanee.

 


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Houria Bouteldja – Giancarlo Paciello, legge il libro «I bianchi, gli ebrei e noi». L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja.

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Giancarlo Paciello

L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja

Giancarlo Paciello invita alla lettura del libro di Houria Bouteldja,

I bianchi, gli ebrei e noi

Verso una politica dell’amore rivoluzionario

Sensibili alle foglie, 2017

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Prefazione all’edizione italiana di Maria Rita Prette

Postfazione all’edizione italiana di Marilina Rachel Veca

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Giancarlo Paciello legge il libro «I bianchi, gli ebrei e noi».
L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja

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I bianchi, gli ebrei e noi

I bianchi, gli ebrei e noi

 

Les Blancs, les Juifs et nous.

Les Blancs, les Juifs et nous.

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Houria Bouteldja

Houria Bouteldja

 

 

Per mesi ho cercato di dar corpo alle sensazioni, alle forti impressioni e alle riflessioni suscitate da questo libro di Houria Bouteldja, di una potenza espressiva che non mi era mai capitato di incontrare! Poi, il sottotitolo, la dedica “Au nom de l’amour revolutionnaire” sul mio libro e la quarta di copertina mi hanno orientato.
Per me l’amore è Gesù di Nazareth e rivoluzionario (lo si usi come sostantivo o come aggettivo), è sempre Lenin. E qualche volta mi sono anche attardato a fantasticare su di un loro ipotetico incontro e a pensare a quale “discorso della montagna” ne sarebbe potuto seguire. Penso che quanto sostiene, con provocatoria determinazione, questa giovane e bella immigrata di seconda generazione, di origine algerina, vi avrebbe trovato un posto adeguato. E non ho alcuna intenzione di essere blasfemo!
Avevo pensato, in passato, di partire dal “fardello dell’uomo bianco” emblema della colonizzazione, ma non sarà così: di questo “fardello” rimarrà soltanto il colore della pelle di chi lo “porta” e un paio di ironiche vignette che lo sputtanano.

Una rappresentazione satirica del “fardello dell’uomo bianco”.

Una rappresentazione satirica del “fardello dell’uomo bianco”.

 

L’Uomo bianco ha cominciato molto presto a caricarsi del suo fardello.

L’Uomo bianco ha cominciato molto presto a caricarsi del suo fardello.

 

 

Ho già detto delle due prime ragioni che mi hanno orientato in questa decisione.
Resta la quarta di copertina:

«Perché scrivo questo libro? Perché condivido l’angoscia di Gramsci: “Il vecchio mondo è morto. Il nuovo è di là da venire ed è in questo chiaro-scuro che sorgono i mostri”. Il mostro fascista, nato dalle viscere della modernità occidentale. Da qui la mia domanda: che cosa offrire ai Bianchi in cambio del loro declino e delle guerre che questo annuncia? Una sola risposta: la pace. Un solo mezzo: l’amore rivoluzionario».

La mia non sarà una recensione.
Sarà un va’ e vieni nel primo capitolo dal titolo “Fucilate Sartre”, mostro sacro dell’anticolonialismo in Francia.
In questo capitolo, l’autrice motiva a più riprese le ragioni che l’hanno spinta a scrivere il libro e analizza allo stesso tempo le figure di Jean-Paul Sartre e di Jean Genet, entrambi sostenitori della lotta del popolo algerino, ma che partono da punti di vista assai diversi. Secondo la scrittrice, Sartre non riesce ad andare oltre quello che Wallerstein definisce universalismo occidentale contrapponendolo ad un universalismo universale, patrimonio invece di Genet.
Questa almeno la mia interpretazione, dal momento che Houria non si sogna nemmeno di nominarlo Wallerstein e si serve invece di una espressività di tale forza da poter fare a meno anche di importanti categorizzazioni.
Sostanzialmente, il giudizio negativo su Sartre è dovuto alla sua posizione nei confronti del sionismo, difeso dallo scrittore francese sempre e comunque.
Cominciamo con Sartre.
Il capitolo inizia con un:

«Fucilate Sartre! Il filosofo francese prende posizione in favore dell’indipendenza dell’Algeria. Si attira le ire di migliaia di vecchi combattenti sui Champs Élysées il 3 ottobre 1960. […] Sartre, la cui prima indignazione, confida, è stata scoprire a quattordici anni che le colonie erano “una competenza di Stato” e una “attività assolutamente disonorevole”. E aggiunge: “La libertà che mi costituisce come uomo costituisce il colonialismo come abiezione”. In materia di colonialismo e di razzismo, fedele alla sua coscienza di adolescente, egli non si smentirà quasi mai. Lo troveremo mobilitato contro il “cancro” dell’apartheid, contro il regime segregazionista degli Stati Uniti, a sostegno della rivoluzione cubana e del Vietnam. Si dichiarerà anche porteur de valises del FLN [Fronte Nazionale di Liberazione algerino].

J.-P. Sartre, Ebrei

J.-P. Sartre, Ebrei

 

L'antisemitismo

L’antisemitismo

[…] Sartre non si è mai preteso pacifista. Lo dimostra anche nel 1972 in occasione dei giochi olimpici di Monaco. […] Per lui, l’attentato di Settembre nero, che è costato la vita a undici membri dell’équipe israeliana, è “perfettamente riuscito”, stante che la questione palestinese era stata posta davanti a milioni di telespettatori in tutto il mondo “più tragicamente di quanto sia mai stato fatto all’Onu, dove i palestinesi non sono rappresentati”.
Il sangue di Sartre è sgorgato. Non faccio fatica a immaginare la sua lacerazione quando egli ha preso posizione a favore del Settembre nero. Egli si è mutilato l’anima. Ma il colpo non è stato fatale. Sartre è sopravvissuto. L’uomo della prefazione a I dannati della terra non ha concluso la sua opera: uccidere il Bianco.
[…] Al di là della sua simpatia per i colonizzati e la loro legittima violenza, per lui, niente potrà detronizzare la legittimità dell’esistenza di Israele. Nel 1948, egli prende posizione per la creazione dello Stato ebraico e difende la pace sionista, per “uno stato indipendente, libero e pacifico”. Sull’esempio di Simone De Beauvoir, è favorevole all’immigrazione degli Ebrei in Palestina.

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“Bisogna dare delle armi agli Ebrei; ecco il compito immediato delle Nazioni unite”, proclama. Non possiamo disinteressarci della causa ebraica a meno che non accettiamo di essere noi stessi degli assassini. Ed egli prosegue: “Non c’è un problema ebraico. C’è un problema internazionale. Io ritengo che il dovere degli Ariani sia aiutare gli Ebrei. Il problema interessa tutta l’umanità. Sì, è un problema umano”.
Nel 1949 dirà: “Bisogna rallegrarsi che uno Stato israeliano autonomo giunga a legittimare le speranze e le lotte degli Ebrei del mondo intero. […] la formazione dello Stato palestinese (ebraico in Palestina! Nota mia) deve essere considerata come uno degli eventi più importanti della nostra epoca, uno dei soli che permettono oggi di conservare la speranza”.
La speranza di chi?
Colui che proclamava: “È l’antisemitismo che fa gli Ebrei”, ecco che estende il progetto antisemita sotto la forma sionista e partecipa alla costruzione della più grande prigione per Ebrei. Ansioso di seppellire Auschwitz e salvare l’anima dell’uomo bianco, egli scava la tomba degli Ebrei. Il Palestinese era lì per caso. Egli lo strangola.
La buona coscienza bianca di Sartre … è quella che gli impedisce di completare la sua opera: liquidare il Bianco. […] Si risolve con la sconfitta o con la morte dell’oppressore, anche se Ebreo, [questo è] il passo che Sartre non ha saputo compiere. E lì il suo fallimento. Il Bianco resiste.
[…] La sua fedeltà al progetto sionista, benché contrariato dagli eccessi di Israele, resta intatta.

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Frantz Fanon

Les damnés de la terre

Les damnés de la terre

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I dannati della terra

Josie Fanon, vedova di Franz Fanon, gli rimprovera di essersi associato ai “clamori isterici della sinistra francese” e chiederà a François Maspero di togliere la prefazione di Sartre alle ulteriori edizioni de I dannati della terra.
“Non c’è più nulla in comune tra Sartre e noi, tra Sartre e Fanon. Sartre, che sognava nel 1961 di unirsi a quelli che fanno la storia dell’uomo è passato dall’altra parte, Nel campo degli assassini. Il campo di quelli che uccidono in Vietnam, in Medio-Oriente, in Africa, in America Latina”.

No, Sartre non è Genet. Josie Fanon lo sapeva.
Nel 1975 non ha forse protestato con Mitterrand, Mendès France e Malraux – ammirevole trio – contro la risoluzione dell’Onu che, giustamente, assimila il sionismo al razzismo. Sporchi Arabi! La loro ostinazione a negare l’esistenza d’Israele ritarda “l’evoluzione del Medio Oriente verso il socialismo” … e allontana le prospettive di una pace che allevierebbe l’angoscia esistenziale sartriana e la sua coscienza infelice.
Nel 1976 il suo auspicio sarà esaudito. Il presidente egiziano Sadat andrà a raccogliersi davanti al memoriale dei martiri dell’olocausto nazista. Lo stesso anno, si vedrà premiato con il titolo di dottore honoris causa dell’università di Gerusalemme all’ambasciata d’Israele.
Sartre morirà anticolonialista e sionista. Morirà Bianco.

[…] Siamo, malgrado tutto, in diritto di pensare che la sua bianchità lo abbia condizionato. Sartre non ha saputo tradire radicalmente la sua razza».

E Genet?
Sartre «non ha saputo essere Genet … che si è rallegrato della sconfitta francese nel 1940 contro i tedeschi, e in seguito a Saigon e in Algeria. Della loro disfatta a Dien Bien Phu. […] La Francia resistente non era forse anche quella che andava a diffondere il terrore a Sétif e Guelma, un certo 8 maggio 1945, poi nel Madagascar poi nel Camerun?
[…] Certo, c’è il conflitto di classe, ma c’è anche il conflitto di razza.
Ciò che mi piace di Genet è che a lui non importa di Hitler. E paradossalmente, riesce, ai miei occhi, a essere l’amico radicale delle due grandi vittime storiche dell’ordine bianco: gli ebrei e i colonizzati. Non vi è alcuna traccia di filantropia in lui. Né in favore degli ebrei, delle Pantere Nere o dei palestinesi.

 

Jean Genet a sostegno dei Black Panthers

Jean Genet a sostegno dei Black Panthers.

 

J. Genet, The Blacks

J. Genet, The Blacks.

Ma una collera sorda contro l’ingiustizia che è stata loro fatta dalla sua propria razza.

Non ha forse accolto la soppressione della pena di morte in Francia con un’indifferenza cinica quando il decoro ordinava una devota emozione e celebrava questo nuovo passo verso la civilizzazione? La posizione di Genet cade come una mannaia sulla testa dell’uomo bianco: “Finché la Francia non farà questa politica che chiamiamo Nord-Sud, fintanto che essa non si preoccuperà dei lavoratori immigrati o delle ex colonie, la politica francese non m’interesserà affatto. Che si taglino o no delle teste a degli uomini bianchi, non mi interessa un granché”.

Quattro ore a Chatila

Quattro ore a Chatila.

 

Perché “fare una democrazia nel Paese che è stato nominato Métropole, è in effetti fare ancora una democrazia contro i Paesi neri o arabi”.
C’è come un’estetica in questa indifferenza verso Hitler. Essa è una rivelazione. Bisogna essere poeti per raggiungere questa grazia? L’alacrità compulsiva delle principali forme politiche a fare del dirigente nazista un accidente della storia europea e a ridurre Vichy e tutte le forme di collaborazione a delle semplici parentesi non poteva ingannare “l’angelo di Reims”. Ho detto “indifferenza”. Non empatia, non collusione. Poteva coprire di ingiurie Hitler e risparmiare la Francia che s’era mostrata così “carogna in Indocina e in Algeria e in Madagascar”?
Egli descrive come “eccitante” il suo sentimento davanti alla sconfitta francese di fronte a Hitler. Ci si poteva bellamente rallegrare della fine del nazismo mentre si era accomodanti sulla sua genesi colonialista e sul proseguimento del progetto imperialista sotto altre forme? Si potevano isolare impunemente gli atti nazisti dal resto della storia dei crimini e genocidi occidentali? Si aveva il diritto morale di scagionare le imprese francesi, inglesi e statunitensi per accollare tutta la responsabilità all’impresa tedesca?
Le parole di Césaire tornano a galla: “Il nazismo è una forma di colonizzazione dell’uomo bianco sull’uomo bianco, uno choc di ritorno per gli europei colonizzatori: una civiltà che giustifica la colonizzazione […] chiama il suo Hitler, voglio dire il suo castigo”. In effetti, Hitler, scrive Césaire, ha “applicato all’Europa dei procedimenti colonialisti afferenti, fino a quel momento, solo agli arabi d’Algeria, ai servi dell’India e ai negri d’Africa”.
Ciò che mi piace anche di Genet è che egli non prova alcun sentimento ossequioso nei nostri confronti. Ma sa discernere la proposta invisibile fatta ai Bianchi dai militanti radicali della causa nera, della causa palestinese, della causa del Terzo mondo.
Egli sa che tutti gli indigeni che si ergono contro l’uomo bianco gli offrono, simultaneamente, l’occasione di salvarsi. Egli intuisce che dietro la resistenza radicale di Malcom X c’è la sua propria salvezza. Genet lo sa e ogni volta che un indigeno gli ha offerto questa opportunità, l’ha afferrata.
È per questo che, dall’oltretomba, Malcom X ama Genet. Tra questi due uomini la parola “pace” ha un senso; un senso irrigato dall’amore rivoluzionario. Ma Malcom X non può amare Genet senza prima di tutto amare i suoi. È il suo lascito a tutti i non-Bianchi del mondo. Grazie a lui, sono un’ereditiera. Innanzitutto, bisogna amarci […]».

***

Non posso che sentirmi empaticamente unito a tutti i colonizzati, io che da sempre mi sento empaticamente unito al popolo palestinese! E non perderò occasione di abbracciare Houria non appena se ne presenterà l’occasione.

Passiamo ora alla parte del primo capitolo in cui l’indigena chiarisce cosa l’ha spinta a scrivere questo libro. Questa parte mi ha coinvolto ancora di più sul piano emotivo.

***

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«Perché scrivo questo libro? Senza dubbio per farmi perdonare le mie prime codardie di questa odiosa condizione di indigena. La volta in cui, liceale, in cammino per un viaggio scolastico a New-York, ho chiesto ai miei genitori che mi stavano accompagnando all’aeroporto di non farsi vedere dai professori e dai miei compagni di classe perché “gli altri genitori non accompagnano i loro figli”. Una frottola bella e buona. Mi vergognavo di loro. Avevano l’aria troppo povera e troppo da immigrati, con le loro teste arabe, fieri di vedermi prendere il volo verso il paese dello zio Sam. Non protestarono. Si nascosero e io pensai ingenuamente che avessero creduto alle mie bugie. Me ne rendo conto solo oggi che essi mi accompagnarono nella menzogna. Mi sostennero senza battere ciglio per permettermi di andare più lontano di loro.
E poi, aver vergogna di sé, da noi, è come una seconda pelle. “Gli arabi, la seconda razza dopo i rospi”, diceva mio padre. Una frase che aveva senz’altro sentito su un cantiere edile e che aveva fatto sua per convinzione di colonizzato. All’aeroporto, non si era tirato indietro. Poi, è stato portato via da un cancro dovuto all’amianto. Un cancro da operaio. Sì, devo farmi perdonare da lui.

Perché scrivo questo libro? Perché non sono innocente. Vivo in Francia. Vivo in Occidente. Sono bianca. Niente può assolvermi. Detesto la buona coscienza bianca. La maledico. Essa siede a sinistra della destra, nel cuore della socialdemocrazia. È lì che ha regnato a lungo, raggiante e risplendente. Oggi, è sciupata, logora. I suoi vecchi demoni l’afferrano e le maschere cadono. Ma respira ancora: Grazie a Dio, non è riuscita a conquistare il mio territorio. Io non cerco alcuna scappatoia. Certo, l’appuntamento con il grande Sud mi spaventa, ma mi arrendo. Non fuggo lo sguardo dei sans papíer, e non distolgo il mio dai morti di fame, dai “clandestini” che si arenano sulle nostre rive, morti o vivi.
Io preferisco sputare il rospo: sono una criminale. Ma estremamente sofisticata. Non ho sangue sulle mani. Sarebbe troppo volgare. Alcuna giustizia al mondo mi trascinerà davanti ai tribunali. Il mio crimine io lo subappalto. Tra il mio crimine e me c’è una bomba. Io sono detentrice del fuoco nucleare. La mia bomba minaccia il mondo dei meteci e protegge i miei interessi. Tra il mio crimine e me, c’è anzitutto la distanza geografica e poi la distanza geopolitica. Ma ci sono anche le grandi istanze internazionali, l’Onu, il Fmi, la Nato, le multinazionali, il sistema bancario. Tra il mio crimine e me ci sono le istanze nazionali: la democrazia, lo Stato di diritto, la Repubblica, le elezioni. Tra il mio crimine e me, ci sono delle belle idee: i diritti dell’uomo, l’universalismo, la libertà, l’umanesimo, la laicità, la memoria della Shoah, il femminismo, il marxismo, il terzomondismo. E anche i porteurs de valises [del FLN]. Essi sono in cima all’eroismo bianco. Io li rispetto, tuttavia. Mi piacerebbe rispettarli di più, ma sono già ostaggi della buona coscienza. Gli sfruttatori della sinistra bianca.
Tra il mio crimine e me c’è il rinnovamento e la metamorfosi delle grandi idee nel caso in cui l’”anima bella” dovesse scadere: il commercio equo, l’ecologia, il commercio bio. Tra il mio crimine e me, c’è il sudore e il salario di mio padre, gli assegni familiari, le ferie, i diritti sindacali, le vacanze scolastiche, le colonie estive, l’acqua calda, il riscaldamento, i trasporti, il mio passaporto… Io sono separata dalla mia vittima – e dal mio crimine – da una distanza insormontabile. Questa distanza si estende. I check point dell’Europa si sono spostati verso il sud. Cinquant’anni dopo l’indipendenza, è il Maghreb che doma i suoi cittadini e i Neri dell’Africa. Volevo dire “i miei fratelli africani”. Ma non oso più, dopo aver confessato il mio crimine. Addio Bandung.
Succede a volte che la distanza tra me e il mio crimine si accorci. Delle bombe esplodono nella metropolitana. Delle torri sono abbattute da aerei e crollano come dei castelli di carta. I giornalisti di una celebre redazione sono decimati. Ma, immediatamente, la buona coscienza fa il suo dovere. “Siamo tutti Americani”, “Siamo tutti Charlie”. È il grido di cuore dei democratici. L’unione sacra. Loro sono tutti americani. Loro sono tutti Charlie. Loro sono tutti Bianchi.
Se fossi giudicata per il mio crimine non punterei sulla virtù offesa. Ma invocherei le circostanze attenuanti. Non sono del tutto bianca. Sono blanchie (sbiancata, ma anche scagionata). Sono qui perché sono stata gettata fuori dalla Storia.

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Sono qui perché i Bianchi erano a casa mia e lì continuano a stare. Cosa sono io? Un’indigena della Repubblica.

 

Prima di tutto, sono una vittima. La mia umanità l’ho persa.

 

Nel 1492, poi di nuovo nel 1830 (anno della conquista francese dell’Algeria).

 

Victor Adam, Conquest and Civilisation, allegoria dell'invasione francese, 5 luglio 1830

Victor Adam, Conquest and Civilisation, allegoria dell’invasione francese in Algeria, 5 luglio 1830.

 

14 giugno 1830, inizia la colonizzazione dell'Algeria

14 giugno 1830, inizia la colonizzazione dell’Algeria

 


Episodio della conquista francese dell'Algeria in una stampa dell'epoca   Episodio della conquista francese dell’Algeria in una stampa dell’epoca. La scritta in basso recita:
Le Colonel Lucien de Montagnac: «Pour chasser les idées qui m’assiègent parfois, je fais couper des têtes, non pas des tete d’artichauts, mais bien des têtes d’homme» (Il Colonnello Lucien de Montagnac: «Per scacciare le idee che a volte mi assalgono, ho tagliato teste, non teste di carciofi, ma teste di uomini»).


 

E tutta la mia vita l’ho passata a riconquistarla. Non tutti i periodi sono di eguale crudeltà dal mio punto di vista, ma la mia sofferenza è infinita. Dopo aver visto la ferocia bianca abbattersi su di me, so che mai più mi ritroverò. La mia integrità è perduta per me stessa e per l’umanità, per sempre: io sono una bastarda. Non ho altro che una coscienza che risveglia i miei ricordi del 1492. Una memoria trasmessa di generazione in generazione, che resiste all’industria della menzogna. Grazie a lei, io so con la certezza della fede e una gioia intensa che gli “Indiani” erano “i buoni”.
È vero, la mia bomba protegge i miei interessi di indigena aristocratica, ma in effetti non ne sono che una beneficiaria occasionale. Non sono la principale destinataria, (a loro non importa), e i miei genitori. immigrati lo erano ancora meno. Sono nello strato più basso dei profittatori. Sopra di me, ci sono i profittatori bianchi. Il popolo bianco, proprietario. della Francia: proletari, funzionari, classe media. I miei oppressori. Essi sono i piccoli azionisti della vasta impresa di spogliazione del mondo. Al di sopra, c’è la classe dei grandi possidenti, dei capitalisti, dei grandi finanzieri che hanno saputo negoziare con le classi subalterne bianche, in cambio della loro complicità, una migliore ripartizione delle ricchezze della gigantesca rapina e la partecipazione – molto limitata – ai processi decisionali politici che definiscono fieramente “democrazia”. Hanno interesse a crederci. Per questo essa è una divinità per loro. Ma la loro coscienza è stanca. Cerca maggiori comodità.
Dormire in pace è essenziale. E svegliarsi fieri del proprio genio è ancora meglio. L’inferno sono gli altri. Bisognava inventare l’umanesimo ed è stato inventato.
E poi, il Sud, lo conosco, ne sono parte. I miei genitori lo hanno portato con sé venendo a vivere in Francia. Essi vi sono restati e io mi ci sono aggrappata e non l’ho mai lasciato. Si è installato nella mia testa e ha giurato di non uscirne mai. E anche di torturarmi. Tanto meglio. Senza di lui, non sarei che una parvenue.
Ma è lì, e mi osserva con i suoi grandi occhi.
[…]

 

Sadri Khiari

Sadri Khiari.

Da qui la mia domanda: che cosa offrire ai Bianchi in cambio del loro declino e delle guerre che questo annuncia? Una sola risposta: la pace. Un solo mezzo: l’amore rivoluzionario.
Le linee che ne conseguono non sono che un ennesimo tentativo – sicuramente disperato – di suscitare questa speranza. In realtà, solo la mia spaventosa vanità mi permette di crederci. Una vanità che condivido con Sadri Khiari, un altro mite sognatore, che ha scritto: “Poiché è il partner indispensabile degli indigeni, la sinistra è il loro primo avversario”. Deve finire.

La contre-révolution coloniale en France

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“Fucilate Sartre!” Non sono i nostalgici dell’Algeria francese a proclamarlo. Sono io, l’indigena».

 


… Ho continuato la lettura del libro di Houria insieme al mio amico Carmine …

…. voi potete farlo ugualmente ordinando il libro a Sensibili alle foglie.

Ecco il Sommario

Prefazione di Maria Rita Prette

Ringraziamenti
Avvertenza
Fucilate Sartre!
Voi, i Bianchi!
Voi, gli Ebrei!
Noi, le donne indigene
Noi, gli Indigeni
Allahu Akbar!

Postfazione di Marilina Rachel Veca

 


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Claude Lévi-Strauss (1908–2009) – Lo scienziato non è l’uomo che fornisce le vere risposte, è quello che pone le vere domande.

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Il crudo e il cotto

Il crudo e il cotto

«Lo scienziato non è l’uomo che fornisce le vere risposte,

è quello che pone le vere domande».

 

Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, il Saggiatore, Milano 2008.

 

Quarta di copertina

Per Claude Lévi-Strauss, le qualità sensibili – crudo e cotto, fresco e putrido, bagnato e bruciato – possiedono, al pari del linguaggio, una logica, linee di sviluppo e regole. Sono segni che costituiscono sistemi simbolici e rivelano la struttura di una società. Così, partendo dallo studio di un mito indigeno del Brasile, l’autore individua nel fuoco un elemento di mediazione fra uomo e natura, fino a stabilire un’equazione fra “cotto” e “socializzato”. Questo metodo di analisi trova nella musica il suo esempio migliore: i miti, infatti, vengono trattati in sequenza e nelle loro relazioni reciproche come i movimenti di una sinfonia.


Claude Lévi-Strauss (1908–2009) – La specie umana non può appropriarsi del nostro pianeta come se fosse una cosa e per comportarvisi senza pudore e senza discrezione.

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Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questo cuore è sempre costante, turgido come il più giovanile fiore. Io non voglio perderti mai! L’amore rende l’amore più forte. La vita è l’amore, e lo spirito è la vita della vita.

Johann Wolfgang Goethe09
Goethe, Tutte le poesie

Goethe, Tutte le poesie

La vita della vita

***

L’amore rende l’amore più forte.
La vita è l’amore, e lo spirito è la vita della vita.

 

HATEM

Riccioli, tenetemi prigioniero
nell’ovale del bel volto!
Amate serpi brune, io non possiedo
niente per contraccambiare questo dono.

Solo questo cuore è sempre costante,
turgido come il più giovanile fiore;
sotto la neve e la nebbia calante
ti offre un Etna il suo furore.

Come l’aurora, tu fai arrossire
l’austera parete di quelle cime,
e ancora una volta Hatem sente
alito di primavera e vampe estive.

Qui coppiere, ancora da bere!
Questa coppa a lei offro!
Se troverà un mucchietto di cenere,
dirà: per me tra le fiamme è morto.

 

Suleika

Io non voglio perderti mai!
L’amore rende l’amore più forte.
Voglia tu ornare i miei giovani anni
con l’impeto della passione.
Ah, come lusinga l’impulso del cuore
chi loda il mio poeta:
perché la vita è l’amore,
e lo spirito è la vita della vita.

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HATEM

Locken! haltet mich gefangen
In dem Kreise des Gesichts!
Euch geliebten braunen Schlangen
Zu erwiedern hab’ ich nichts.

Nur dies Herz es ist von Dauer,
Schwillt in jugendlichstem Flor;
Unter Schnee und Nebelschauer
Rast ein Aerna dir hervor.

Du beschämst wie Morgenräthe
Jener Gipfel ernste Wand,
Und noch einmal fühlet Hatem
Frühlingshauch und Sommerbrand.

Schenke her! Noch eine Flasche!
Diesen Becher bring ich Ihr!
Findet sie ein Häufchen Asche,
Sagt sie: der verbrannte mir.

 

Suleika

Nimmer will ich dich verlieren!
Liebe giebt der Liebe Kraft.
Magst du meine Jugend zieren
Mir gewaltiger Leidenschaft.
Ach! wie schmeichelt’s meinem Triebe,
Wenn man meinen Dichter preist:
Denn das Leben ist die Liebe,
Und des Lebens Leben Geist.

Johann Wolfgang von Goethe, Tutte le poesie, voll. 3, vol. III, Mondadori, Milano 1997, pp. 248-249.


Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Non si può chiedere al fisico di essere filosofo; ma ci si può attendere da esso che abbia sufficiente formazione filosofica
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Qualunque sogno tu possa sognare, comincia ora.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questa è l’ultima conclusione della saggezza: la libertà come la vita si merita soltanto chi ogni giorno la dovrà conquistare.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ma le notti Amore mi vuole intento a opere diverse: vedo con occhio che sente, sento con mano che vede.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Nell’uomo vi è una scintilla più alta, la quale, se non riceve nutrimento, se non è ravvivata, viene coperta dalle ceneri della necessità e dell’indifferenza quotidiana.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ciascun momento, ciascun attimo è di un valore infinito. Noi esistiamo proprio per rendere eterno ciò che è passeggero.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Per non rinunciare alla nostra personalità, molte cose che sono in nostro sicuro possesso interiore non dobbiamo esteriorizzarle.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – La mente deve essere addestrata, calzata e stretta in stivali spagnoli, perché s’incammini con prudenza sulle vie del pensiero, e non sfavilli come un fuoco fatuo.

 

 


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