Henrik Ibsen (1828-1906) – La paura della lotta è il male del nostro paese. Vogliono delle rivoluzioni particolari, tutte in superficie, d’ordine soltanto politico. Quella che importa è la rivolta dello spirito umano

 

Henrik Ibsen

 

«La mia produzione poetica è il risultato dei miei stati d’animo e delle mie crisi morali. Non ho mai scritto perché avessi trovato, come suoi dirsi, un buon argomento […]». (Lettera di H. Ibsen a B. Biorson del 12 gennaio 1868)

«Noi viviamo delle briciole cadute dalla tavola della rivoluzione del secolo scorso. Questo cibo è stato masticato e rimasticato per troppo tempo. Le idee hanno bisogno di nutrimenti e stimoli nuovi. “Libertà uguaglianza fratellanza” non sono più ciò che erano al tempo della ghigliottina. Gli uomini politici si ostinano a non comprendere; per questo io li odio. Vogliono delle rivoluzioni particolari, tutte in superficie, d’ordine soltanto politico. Sono tutte sciocchezze! Quella che importa è la rivolta dello spirito umano […]». (Lettera di H. Ibsen a G. Brandes del 20 dicembre 1870)

«Per quanto riguarda il problema della libertà, esso per me si riduce ad una questione di parole. Non acconsentirò mai ad identificare la libertà con un certo numero di libertà politiche. In ciò che voi chiamate libertà io vedo solamente “delle” libertà. E quella che io chiamo lotta per la libertà non è che la continua e concreta conquista dell’idea di libertà. Colui che non vede la libertà come un bene ardentemente desiderato e crede di possederla, in verità possiede una cosa senza vita, senz’anima; perché la nozione di libertà ha questo di particolare, che essa si allarga costantemente. Se dunque uno durante la lotta si ferma e proclama di averla conquistata, nello stesso atto avrà dimostrato esattamente di averla perduta […]». (Lettera di H. Ibsen a G. Brandes del 17 febbraio 1871)

«La paura della lotta è il male del nostro paese. Si cede a poco a poco, si abbandona il terreno passo passo. Ecco perché oggi siamo nei guai. E bisognerebbe – mi pare – possedere un gusto sovrumano della rinuncia per non impadronirsi di una simile materia adatta agli epigrammi ed alla commedia satirica». (Lettera di H. Ibsen a J. H. Thoresen del 27 agosto 1872)

Henrik Ibsen

 

Maria Zambrano – La virtù della delicatezza

 

Maria Zambrano

«Le qualità o virtù alle quali alludiamo – nel senso anche della virtus latina, efficaci con forza e potere – sono l’esponente del più alto grado di civilizzazione, quelle che misurano il vero livello a cui la condizione umana è giunta.

Tale è la delicatezza.

La delicatezza è una virtù eminentemente sociale benché abbia un’estensione molto ampia e in essa vengano compresi diversi piani.

Ma quel che si scopre comune in ogni gamma della delicatezza come virtù è la sua capacità di saper trattare con altro, sia esso persona, esseri viventi o cose. E, come qualità, è un’estrema finezza che possiedono certi fiori o creature naturali e certi tessuti; quel che ci restituisce alla delicatezza come azione o come virtù sono la porcellana, i cristalli, certi oggetti fabbricati dalla mano dell’uomo.

[…] La delicatezza balza fuori là dove […] non la si aspetta e, talvolta, in luoghi che sembrano non poterla ospitare.

Ci viene incontro come un profumo leggero e penetrante nel mezzo di un vicolo sporco.

Perché la delicatezza si presenta senza quasi essere notata, come quei profumi che si avvertono poco e che in seguito restano a lungo a impregnare l’ambiente, e il cui ricordo è più vivo della loro presenza.

In effetti, la delicatezza, sia come qualità che come virtù, appartienea quella famiglia di esseri e cose la cui assenza è più intensa, più viva della presenza, sia perché se ne sente la mancanza, sia perché si ricorda.

A volte ci domandiamo in cosa consista il fenomeno, suscitato da un certo tipo di bellezza e di valore morale, il quale fa sì che, quando questi sono ormai passati, ci lascino, anche come sensazione, un’impressione più viva e più forte di quando la loro presenza era immediata.

Certi profumi, certe sfumature di colore in una rosa, certe tinte di un tramonto, certi sorrisi, certi profili, certe mani appena viste, certe silhouettes appena intraviste, certe parole dette con lievità, una musica appena differente dal brusio della brezza.

E, nell’ordine, morale certe insinuazioni che, lontano dall’essere finite nell’oblio, sono rimaste senza essere colte dalla nostra coscienza a causa della loro lievità o della loro morbidezza.

Questo non indica forse che la delicatezza è un frutto ultimo dello spirito umano e, proprio per questo, un frutto indelebile?

La delicatezza, veramente, là dove appare, è imperitura. Si manifesta già all’alba della cultura: vasi, diademi, bracciali, fermagli d’oro o d’altri metalli dell’Età dei metalli escono un giorno alla luce, risplendendo prima ancora che per la lucentezza dell’oro per pienezza della delicatezza con cui furono lavorati. E alcuni monumenti del Neolitico ci impauriscono, ci intimidiscono, perché uniscono il ritmo sottile e delicato alla maestà della prima architettura.

Non si può ottenere la delicatezza in azioni, in parole, in opere se non attraverso la coniugazione dell’udito, della vista e del tatto. Vengono alla mente di per sé metafore tali come quella di “una persona che ha tatto”, “d’udito fine”, «da vista acuta» e altre ancora.

L’udito è senza dubbio il senso primario, protagonista della delicatezza. Perché l’udito ci porta non solo brusii e suoni ma anche il senso dellorientamento e dell’equilibrio.

E la delicatezza è un ultimo, sottilissimo equilibrio; a volte la delicatezza consiste nell’arrestarsi in tempo.

La vista dà la misura in senso proprio; il tatto, questa conoscenza immediata e diretta delle cose, apporta il fondamento materiale della delicatezza, così come la vista e l’udito la sua forma.

Ma con tutto quel che potremmo continuare a dire circa la delicatezza, il suo mistero resterà sempre affiorante.

Infine, si è sempre detto che la delicatezza è un segreto; un segreto come quello di alcuni giardini chiusi dai quali sale in alto solo il profumo».

María Zambrano

Dicembre 1965

Karl Marx – La natura non produce denaro

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«La natura non produce denaro allo stesso modo che non produce banchieri o un cirsi dei cambi […].
L’oro e l’argento non sono per natura denaro, ma il denaro è per natura oro e argento».

Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniniti, Roma, 1957, pp. 137 sgg.

Louisa May Alcott (1832-1888)

Louisa May Alcott

Louisa May Alcott

Natale non sarà Natale senza regali“, borbottò Jo, stesa sul tappeto.
“Che cosa tremenda esser poveri!”, sospirò Meg, lanciando un’occhiata al suo vecchio vestito.
“Non è giusto, secondo me, che certe ragazze abbiano un sacco di belle cose e altre nulla”, aggiunse la piccola Amy, tirando su col naso con aria offesa.
“Abbiamo papà e mamma, e abbiamo noi stesse”, disse Beth, col tono di chi s’accontenta, dal suo cantuccio.
I quattro giovani visi, illuminati dalla vampa del caminetto, s’accesero alle consolanti parole, ma tornarono a oscurarsi quando Jo aggiunse tristemente: “Papà non l’abbiamo e non l’avremo per un bel pezzo”. Non disse “forse mai più”, ma ognuna, in cuor suo, lo pensò, andando con la mente al padre lontano sui campi di battaglia.”

[Louisa May Alcott, Piccole donne, traduzione di Gianni Pilone Colombo, Rizzoli.]

Nikos Kazantzakis – Con Zorba il greco: la naturalezza creativa, che si rinnova ogni mattino

 

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«Zorba aveva lo sguardo primitivo che agguanta fulmineo dall’alto il suo nutrimento; aveva la naturalezza creativa, che si rinnova ogni mattino, con cui guardare incessantemente alle cose come se fosse la prima volta e che restituisce la verginità ai secolari elementi quotidiani – vento, mare, fuoco, donna, pane: la sicurezza della mano, la freschezza del cuore, l’ardire virile di beffarsi della propria anima, come se avesse dentro di sé una forza superiore all’anima stessa; e infine la risata limpida e selvaggia che scaturiva da una sorgente profonda, più profonda delle viscere dell’uomo, e che nei momenti cruciali esplodeva liberatoria dal vecchio petto di Zorba; esplodeva ed era capace di demolire, e demoliva tutte le barriere – morale, religione, patria – che le persone sventurate e impaurite erigevano per sfangarsela senza troppi danni nella propria misera vita. […] Certamente il cuore dell’uomo è una fossa chiusa colma di sangue, e quando si apre corrono ad abbeverarsi e a riprendere vita tutte le inconsolabili ombre assetate, che sempre si affollano intorno a noi e oscurano l’aria. Corrono a bere il sangue del nostro cuotre, perché sanno che altra resurrezione non esiste. E davanti a tutti corre oggi Zorba a grandi falcate, e scansa le altre ombre […] Diamogli dunque sangue perché riprenda vita. Facciamo tutto quanto è in noi perché riviva […] l’anima più grande, il corpo più saldo, il grido più libero che io abbia mai conosciuto in vita mia».

                                                                       Nikos Kazantzakis, Zorba il greco, Crocetti.

Zorba – Sirtaki Originale
https://www.youtube.com/watch?v=zpOAnWEyzt8
Zorbas Syrtaki

https://www.youtube.com/watch?v=4UV6HVMRmdk

Zorba il greco – Ballo di Zorba (The Greek) Sirtaki, Alexis Zorbas – Mikis Theodorakis
https://www.youtube.com/watch?v=foQ7TqHeNJM
Mikis Theodorakis & Anthony Quinn – Munich, 1995
https://www.youtube.com/watch?v=0jXiQs091As
Zorba The Greek Ballet – Ankara State Opera and Ballet – Irek Mukhammedov – Zorba
https://www.youtube.com/watch?v=9HFQXbpxhhc&index=4&list=RDJXWfJrvB8Fw&spfreload=1

Wilhelm von Humboldt (1767-1835) – Il grande principio è l’assoluta e essenziale importanza dello sviluppo umano nella sua più ricca diversità

Wilhelm von Humboldt di fronte alla Humboldt University a Berlino

Wilhelm von Humboldt di fronte alla Humboldt University a Berlino.

  • […] il fine dell’uomo, o ciò che è prescritto dai dettati eterni o immutabili della ragione, non suggerito da desideri vaghi e passeggeri, è il piú elevato e armonioso sviluppo dei suoi poteri in un’unità completa e coerente […] [lo scopo] a cui ciascun essere umano deve costantemente tendere i suoi sforzi, e su cui debbono sempre concentrarsi coloro che cercano di esercitare un influsso sui propri simili, è l’individualità del potere e dello sviluppo […] [ciò richiede] la libertà, e la varietà delle situazioni […] [nascono] il vigore individuale e la molteplice diversità […] originalità. (da I limiti dell’attività dello Stato, pp. 75-6; citato e ritradotto in J. S. Mill, Saggio sulla libertà, traduzione di Stefano Magistretti, Il Saggiatore, Milano, 1981, p. 86)
  • Il grande principio, cui direttamente convergono tutti gli argomenti sviluppati in queste pagine, è l’assoluta e essenziale importanza dello sviluppo umano nella sua più ricca diversità. (da I limiti dell’attività dello Stato, 1974)

 

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