Giovanni Di Falco, «La campagna del Caos». Storia della casa natale di Luigi Pirandello. Con una nota di Andrea Bisicchia.

La casa del Caos

Giovanni Di Falco
La campagna del Caos
Storia della casa natale di Luigi Pirandello

Con una nota introduttiva di Andrea Bisicchia

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Chi, come me, da molti anni indaga l’opera pirandelliana, ne conosce la vasta bibliografia ed i contributi di ogni tipo che riguardano la biografia dello scrittore.
Leggendo La campagna del Caos di Giovanni Di Falco, costruita su documenti demaniali e catastali assolutamente inediti, mi sono appassionato, non tanto e non solo ai natali di Pirandello che ben conosciamo, quanto alla storia di don Stefano e Caterina Ricci Gramitto che l’autore ci fa letteralmente vivere, raccontandoci tutti gli aspetti drammatici che la caratterizzano.
Così, attraverso la loro storia si possono seguire, come in un triller, gli avvenimenti di prima e di dopo che costituiscono un vero e proprio canovaccio circa la proprietà del CAOS.
Giovanni Di Falco avverte subito il lettore, dicendogli che quella casa, con la campagna circostante, non apparteneva, né agli avi materni, né a quelli paterni di Pirandello, e ricostruisce, attraverso fonti d’archivio, le vicissitudini che stavano dietro ogni diritto di enfiteusi, grazie al quale, in circostanze diverse, gli avi pirandelliani acquistavano, perdevano per debiti, e quindi riacquistavano il feudo, sempre per enfiteusi, come avviene con i fratelli don Vincenzo, canonico, e don Innocenzo, chierico, che trattano personalmente col barone Salvatore Ricci.
La storia del feudo, di cui il CAOS faceva parte, risale addirittura all’anno milleseicento. La bibliografia su questo argomento, appartiene ai libri di storia patria, come La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia di De Spucches, o come Della Sicilia nobile del marchese di Villabianca. Grazie a questi incunaboli, veniamo a conoscenza degli atti di concessione, dei patti che gli enfiteuti dovevano osservare, degli atti notarili, degli atti di dismissione, dei passaggi di proprietà.
Come si può intuire, si tratta di una materia, forse, troppo specialistica, se non la trovassimo diluita nelle novelle, nei romanzi e nei testi teatrali.
Scopriremo che il CAOS non solo si trovava nel Feudo del Sonnaro, ma era anche nel casamento di Mangial’uomini, come si può ricavare dalla novella Male di luna, ambientata «in quel pezzo di terra lontano» dove il protagonista Batà, sposo non amato da Sidora, «non si sapeva come vivesse; stava sempre solo, come una bestia in compagnia delle sue bestie, due mule, un’asina e il cane di guardia; e certo aveva un’aria truce e a volte da insensato». Batà soffriva il male di luna, e quando ne veniva colpito, latrava, ululava come un lupo.
Pirandello ambienta molte sue novelle nella campagna circostante di Girgenti; il CAOS era una specie di sole, attorno al quale, giravano i pianeti delle altre contrade. Pirandello vi nacque dopo il matrimonio di Stefano e Caterina, avvenuto il 28 novembre 1863; Giovanni Di Falco pubblica il contratto nuziale quasi interamente e grazie al quale veniamo a conoscenza della dote di 3825 lire, data dallo zio canonico a Caterina, figlia orfana di Giovanni Battista, ed appartenente ad una famiglia di tradizione cattolica.
Le fonti di Di Falco non vogliono essere certo, né di carattere letterario, né drammaturgico, ma proprio perché diverse, gli permettono di accedere, in maniera originale e trasversale al mondo pirandelliano per ricostruire una specie di DNA anche attraverso alberi genealogici non facilmente inquadrabili. È come se il lettore venisse proiettato in un passato che diventerà futuro nelle opere di Pirandello dove, spesso, le cronache archivistiche si frammezzavano con un presente rivisitato dalla fantasia inesauribile dello scrittore.
Possiamo così spiegarci, vista l’educazione religiosa della madre ed il suo accentuato cattolicesimo, il rapporto che Pirandello ebbe con la fede e che ritroviamo, in maniera tormentata, in novelle come, Il Tabernacolo (1903), Dono della Vergine Maria (1899), La fede (1922) o, ancora nella Sagra del Signore della Nave (1925) e nella Storia dell’Angelo Centuno dei Giganti della montagna (1936); per non parlare del tema del sacerdozio, presente in Lazzaro.
Giovanni Di Falco, spulciando sempre negli archivi della cattedrale di Girgenti, ci dà dei ritratti compositi, sia di don Vincenzo Gramitto, morto a 36 anni in odore di santità, che di don Innocenzo a cui rimase in possesso la tenuta del CAOS nel 1849, entrambi fratelli di Giovanni Battista, avvocato, che partecipò ai moti del 1860, dei quali Pirandello si ricorderà ne I vecchi e i giovani, il romanzo che, pur concentrando l’azione tra il 1892-93, attraversa gran parte della storia della famiglia pirandelliana che, da parte di madre, risulta abbastanza numerosa. Gli echi del loro garibaldinismo entrano anche a far parte della novellistica, così come lo sarà l’epidemia di colera che si abbatterà su tutta la Sicilia nel 1867, proprio durante l’anno di nascita di Pirandello, un anno drammatico, non solo per la malattia, ma anche per le traversie che non risparmieranno il padre, sempre in giro con i suoi commerci, e che lo videro colpito di colera, di cui, per fortuna, riuscì a guarire.
Di Falco tralascia le cose note, per attardarsi su quelle meno conosciute; così ci racconta anche dell’eclisse totale di sole, avvenuta nel 1870 e della quale si ritrova testimonianza nelle Memorie storiche agrigentine, di Giuseppe Picone. Ad osservare l’eclissi, erano venuti ad Agrigento (allora Girgenti) il Principe di Lampedusa e l’ex gesuita padre Perrone.
Metà del volume, però, è dedicata al CAOS durante gli anni di infanzia di Luigi, secondo di cinque figli, anni alquanto controversi, anche per la tenuta, dato che il canone enfiteutico non veniva pagato da oltre cinque anni, mettendo a rischio il possesso della casa. Nel 1870, l’Usciere Gatto si recò nella tenuta del CAOS per redigere gli atti e restituirla agli antichi proprietari. Di Falco ricostruisce anche gli atti del verbale, abbastanza lungo e, come si può intuire, molto burocratico, essendo minuzioso nei particolari. Il nuovo canone di 443,57 lire doveva essere pagato entro il 31 agosto 1870, se si intendeva mantenere il possesso del piccolo feudo.
I genitori di Luigi attraversavano, in quegli anni, momenti di grande difficoltà; il terreno di Comitini, gabellato ad uso di zolfara a Libertino Salvo, non rendeva un granché, esso costituiva, per metà, la dote di Caterina; mentre gli affari del padre Stefano subirono un crollo finanziario dopo il fallimento della ditta Genuardi. Furono sequestrati i beni, mentre Stefano dovette patire una spiacevole condanna che causò i turbamenti di Caterina, tanto che il matrimonio visse momenti di crisi, con scenate ricorrenti che turbavano il giovane Luigi.
La campagna del CAOS divenne pertanto il teatro di questa crisi. Pirandello ne risentì anche durante gli studi avvenuti tra Palermo, Roma e Bonn. I dissesti del padre e le vicende giudiziarie si protrarranno persino dopo le nozze con Antonietta Portolano, ma ormai Pirandello era divenuto una celebrità; il CAOS rimarrà nel suo cuore, tanto che vi ritornerà per esservi sepolto.
Di Falco ci accompagna, con una scrittura semplice e gradevole, lungo il viaggio, trattando la biografia con i suoi mezzi, che, come abbiamo detto, attingono a documenti poco noti o addirittura inediti, restituendoci il CAOS non solo come spazio fisico, ma come spazio della mente del grande narratore e drammaturgo.

Andrea Bisicchia

Casa natale di Luigi Pirandello

La sorprendente pace del Caos – Recensioni su Casa …

 

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Cees Nooteboom, «Tumbas. Tombe di poeti e pensatori», Iperborea, 2015: «Le tombe sono ambigue: custodiscono qualcosa e non custodiscono niente»

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«Chi giace nella tomba di un poeta? […] In ogni caso non il poeta, questo è sicuto. Il poeta è morto, altrimenti non avrebbe una tomba. Ma chi è morto non si trova più da nessuna parte, nemmeno nella propria tomba. Le tombe sono ambigue: custodiscono qualcosa e non custodiscono niente».

 

 

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Cees Nooteboom, Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, Iperborea, 2015.

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«La maggior parte dei morti tace. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare.» Perché comunicano a ognuno qualcosa di personale e accompagnano diversi momenti della nostra vita, innescando con noi un dialogo intimo al di sopra dello spazio e del tempo. Per questo Cees Nooteboom, nel corso di trent’anni di viaggi per il mondo e attraverso i cieli della letteratura, ha visitato le tombe dei grandi scrittori e filosofi che lo hanno segnato, raccogliendo quello che, dietro una lapide di marmo, un monumento bizzarro, un’epigrafe toccante o l’incanto di un’atmosfera, hanno ancora da raccontare. Dal famoso Père-Lachaise di Proust e Oscar Wilde alla pittoresca collina sopra Napoli che ospita Leopardi, dalla cima del monte Vaea, nelle isole Samoa, dove è sepolto R.L. Stevenson, a Joyce e Nabokov in Svizzera. Calvino a Castiglione della Pescaia, Melville in un angolo sperduto del Bronx, e Kawabata nel suo Giappone; Keats e Shelley accanto a Gregory Corso nel romantico Cimitero Acattolico di Roma; Brecht a due passi da Hegel a Berlino est; Brodskij insieme a Pound nell’isola veneziana di San Michele, e il Montparnasse di Baudelaire, Beckett e Sartre, a cui ha scelto di unirsi anche Susan Sontag. Ogni tomba è un lampo sul mondo dello scrittore che la occupa, rievocando una poesia, un frammento di vita o di libro, ispirando folgoranti riflessioni e inattesi collegamenti, in un appassionante pellegrinaggio indietro e avanti nella storia della letteratura e del pensiero, che con Nooteboom diventa una meditazione poetica sull’uomo, il tempo e l’arte. Mentre a ogni pagina cresce il desiderio di andare a leggere e rileggere le opere dei suoi cari immortali.

 

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Walter Tevis, «Solo il mimo canta al limitare del bosco», Mimimumfax, 2015. Ecco le accuse mosse dal tribunale dei robot: «Coabitazione, lettura e insegnamento della lettura».

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Walter Tevis

Solo il mimo canta al limitare del bosco

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Una storia che ha elementi del Mondo nuovo di Aldous Huxley, di Superman e di Star Wars.
Los Angeles Times Book Review

Siamo nel 2467 e da diverse generazioni sono i robot a prendere ogni decisione, mentre un individualismo esasperato regola la vita dell’uomo: la famiglia è abolita, la coabitazione vietata e ognuno assume quotidianamente un mix di psicofarmaci e antidepressivi. I suicidi sono in aumento, non nascono più bambini e la popolazione mondiale sta avviandosi all’estinzione. Simbolo e guardiano dello status quo è Spofforth, androide di ultima generazione che agogna un suicidio che gli è però impedito gli dalla sua programmazione. A lui si contrapporranno Paul Bentley, un professore universitario che, riscoperta casualmente la lettura dimenticata da tempo, grazie ai libri apprende l’esistenza di un passato e la possibilità di un cambiamento, e Mary Lou, che sin da piccola ha rifiutato di assumere droghe pur di tenere gli occhi aperti sulla realtà. Tevis si muove dall’incrocio di queste tre vite creando una distopia postmoderna sulle inquietudini dell’uomo, dove la tecnologia senza controllo si trasforma da risorsa a pericolo.

Prefazione di Goffredo Fofi. Con una nota di Jonathan Lethem.

Leggi la prefazione di Goffredo Fofi

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Le recensioni della stampa

Stefano Gallerani – Alias – Il manifesto
Una distopia ambientata nell’era dei robot.

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Fabio Deotto – Wired.it
La storia di Tevis è talmente forte da sopportare la pressione degli anni.

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Gian Paolo Serino – Il Giornale
Forse il miglior romanzo di Tevis.

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Nina Nikolaevna Berberova (1901-1993) – «Il giunco mormorante»: C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla

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«Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale, o, dal punto di vista della polizia, l’una lecita e l’altra illecita. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all’altra, e queste ore hanno una loro continuità.

Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la «linea generale» dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s’è mai incontrato con se stesso, e c’è qualcosa di malinconico in questo pensiero. Mi fanno pena le persone che sono sole unicamente nella stanza da bagno, e in nessun altro tempo e luogo.

L’Inquisizione oppure lo stato totalitario, sia detto per inciso, non possono assolutamente tollerare questa seconda vita che sfugge a qualunque tipo di controllo, e sanno quello che fanno quando organizzano la vita dell’uomo impedendogli ogni solitudine, eccetto quella della stanza da bagno. Nelle caserme e nelle prigioni, del resto, spesso non c’è neanche questa solitudine.

In questa no man’s land, dove l’uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità, o ascoltare musica in modo anch’esso inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza. Forse in questa no man’s land gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi, o provano una nuova scriminatura sulla testa calva, oppure sfogliano una rivista illustrata con immagini di belle donne seminude e muscolosi lottatori – non lo so, e non lo voglio sapere. Da bambini e persino da giovani (come probabilmente anche da vecchi) non sempre avvertiamo il bisogno di quest’altra vita. Ma non bisogna credere che quest’altra vita, questa no man’s land, sia la festa e tutto il resto i giorni feriali. Non per questa via passa la distinzione: solo per quella del mistero assoluto e della libertà assoluta».

Nina Nikolaevna Berberova, Il giunco mormorante, Adelphi, 1988, pp. 36-38.

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Bertolt Brecht (1898-1956) – Gli amanti costruiscano il loro amore conferendogli alcunché di storico, come se contassero su una storiografia. L’attimo non vada perduto

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«Io non parlo dei piaceri carnali, anche se in proposito ci sarebbe molto da dire, né dell’innamoramento, su cui c’è meno da dire. Con questi due fenomeni il mondo tirerebbe avanti, ma l’amore deve essere considerato separatamente […]. Esso modifica l’amante e l’amato, che sia in meglio o in peggio. Già dall’esterno gli amanti appaiono […] come produttori di un ordine elevato. Essi rivelano la passione e l’irrefrenabilità, sono molli senza esser deboli, sono sempre in cerca di atti cortesi che potrebbero compiere (nella forma compiuta dell’amore non soltanto verso l’amato). Essi costruiscono il loro amore conferendogli alcunché di storico, come se contassero su una storiografia. Per loro la differenza tra nessun errore e un solo errore – una differenza che il mondo può tranquillamente ignorare – è enorme. Se fanno del loro amore qualche cosa di straordinario, lo devono solo a se stessi, se falliscono possono tanto poco scusarsi con gli errori dell’amato quanto, ad esempio, i capi del popolo con gli errori del popolo.
Gli impegni che si assumono sono impegni verso se stessi; nessuno potrebbe giungere alla severità cui essi giungono di fronte alle trasgressioni degli impegni. È essenziale per l’amore […] che gli amanti prendano sul serio molte cose che altri trattano alla leggera, gli infimi contatti, le sfumature meno avvertibili. I migliori riescono a armonizzare pienamente il loro amore con altre attività produttive; allora la loro cortesia diventa universale, il loro spirito inventivo diventa utile a molti, ed essi favoriscono tutto ciò che è produttivo.

[…]

Me-ti disse a Lai-tu: “Ti ho visto accendere il fuoco. Se non ti conoscessi, mi sarei certo offeso. Avevi l’aria di qualcuno che è costretto ad accendere il fuoco, e siccome ero presente soltanto io, dovevo supporre di essere io quello sfruttatore”. Lei disse: “Volevo scaldare la stanza il più presto possibile”. Me-ti disse sorridendo: “Quel che volevi, io lo so. Ma tu lo sai? Tu volevi che io, il tuo ospite, me ne stessi a mio agio, al calduccio; si doveva fare alla svelta, perché si potesse cominciare a conversare; io dovevo amarti; il legno doveva cominciare a bruciare; l’acqua del tè doveva bollire. Ma di tutto questo riuscì appunto solo il fuoco. Lattimo andò perduto. Si fece alla svelta, ma la conversazione dovette aspettare; l’acqua del tè bollì, ma il tè non fu pronto; ogni cosa fu fatta per l’altra, ma nessuna per se stessa. E quante cose si sarebbero potute esprimere nell’accendere il fuoco! Vi è dentro un antico costume, l’ospitalità è qualche cosa di bello. I gesti con cui la bella legna viene accesa possono essere belli e suscitare amore; l’attimo può essere sfruttato, e non ritorna. Un pittore che avesse voluto dipingerti mentre accendevi il fuoco al tuo maestro avrebbe avuto ben poco da dipingere. Non c’era gioia in questo modo di accendere il fuoco, era solo schiavitù”».

 

Bertolt Brecht, Me-Ti. Libro delle svolte, Einaudi, 1975, pp. 176-178.

Me-Ti

Bartolomeo Bellanova – Riflessioni sul saggio di Etienne De La Boetie : “Discorso sulla servitù volontaria”

Etienne De La Boetie

Etienne De La Boetie

Riflessione di Bartolomeo Bellanova sul celebre “Discorso sulla servitù volontaria” scritto dal giovane Etienne De La Boetie probabilmente nel 1552-1553

Etienne De La Boetie nasce a Sarlat il primo novembre 1530. Si laurea in giurisprudenza all’Università di Orleans e nel 1554 ottiene la carica di consigliere al Parlamento di Bordeaux dove incontrerà poi Michel De Montaigne, anch’egli eletto nello stesso parlamento, con il quale sorge un forte legame di amicizia. Siamo nella Francia di Caterina dei Medici (reggente al trono per il piccolo Carlo IX), afflitta dalle lotte di religione tra cattolici e ugonotti, che culmina con la violenta repressione di questi ultimi. Nel 1560 viene conferito a La Boite l’incarico segreto di tentare una riconciliazione religiosa che ottiene discreti risultati. Muore il 18 agosto 1563 all’età di 33 anni dopo una fulminea malattia, tra le braccia dell’amico Montaigne, affidandogli il compito di pubblicare le sue opere. Montaigne assolve il desiderio dell’amico per le poesie e le traduzioni di Senofonte e Plutarco, ma non per le opere di carattere politico, compreso il Discorso sulla servitù volontaria. Era successo un caso di “pirateria editoriale”: il testo inedito era venuto in mano ad alcuni ugonotti che, nella loro feroce polemica contro la monarchia, non esitarono a inserire alcuni passaggi dello stesso dove si descrive lo strapotere del tiranno e la condizione miserevole dei sudditi, in un loro pamphlet anonimo fatto circolare nel 1574. Due anni più tardi il testo integrale viene pubblicato con il titolo di “Cont’un” (“Contro uno”) all’interno di una raccolta di vari scritti anti monarchici a cura del calvinista ginevrino Goulard. Da allora ad oggi in varie occasioni durante periodi rivoluzionari lo scritto di La Boetie ricompare con interpretazioni più o meno partigiane; non sfugge soprattutto all’attenzione dei primi comunisti che si rifanno all’esperienza di Babeuf, ma è il socialismo cristiano francese, quello che solitamente viene chiamato utopistico, che fa di La Boetie uno dei suoi diretti antecedenti, così come avverrà all’inizio del novecento con la lucida analisi di Landauer che ne esplora profondità ancora irrisolte.

Quello che segue è il flusso di emozioni, pensieri e poesie sgorgato in modo naturale dalla lettura e dall’attualizzazione dello scritto di La Boetie.

******

Lo stato di natura dell’uomo è essere libero, viene prima di fare il bene o il male, lo precede: è la nostra condizione originaria. Siamo stati creati tutti fratelli in quanto della stessa specie, perché potessimo riconoscerci: bipedi pensanti con una testa, due occhi da cui tracima l’anima, due mani.

La natura non ha previsto il ruolo di servo, sottoposto e sottomesso: le differenze di forza e ingegno avrebbero dovuto compensarci le vite, non sopraffarci l’un l’altro con l’accanimento che nemmeno la peggior fiera può immaginare.

La lingua parlata è stata creata per aiutare la comprensione: un’unica lingua per un’unica specie. Poi secolo dopo secolo, impero dopo impero, ecco le regole, le caste, gli intoccabili, i servi della gleba, gli schiavi, le etnie. Nasce il potere, piovra che si legittima scomodando il Divino, mille tentacoli che s’allungano e circondano la vita dei semplici, la stritolano. E a ogni rivoluzione i tentacoli falciati via rinascono come Medusa.

Che evoluzione involuta! Fino ad oggi anno di disgrazia 2015 d.c. : tablet, p.c., connessione, banda larga, fame, pianto, raccapriccio, silenzio!

Siria: bambini di occhi d’ulivo, dormono la morte, silenzio!

Lampedusa: bambini di occhi di ebano galleggiano la morte, silenzio!

Dimezzati

Viviamo dimezzati dai mezzi amori
dai mezzi lavori, dai mezzi politici,
dalle mezze parole.
Abbiamo dimenticato l’altra metà
in qualche fondo di bottiglia,
in qualche tubo di scappamento,
tra due pagine incollate dagli acari
dei ricordi ancestrali.
Allora deglutiamo confetti amari
d’indifferenza, di abitudine, di solitudine,
ignavia spalmata sulle palpebre,
per non vedere.
Noi che siamo fatti per baciare la luna piena
sulle guance d’argento.
Noi con la forza di arpionare il sole
a un lenzuolo di cielo.
E poi avvolgerlo addosso e vivere,
bollore di sangue e terra vivere,
bollore di sangue e sperma, nascere.
Non avevamo padroni, noi,
generali, banchieri, sacerdoti, cerimonieri,
solo fratelli e sorelle.
Mani nelle mani a benedire ogni giorno il Creatore.
Ora ci pesa anche spostare un granello d’indignazione.
Un granello ognuno fanno sette miliardi di granelli.
Si rovescerebbe il globo superbo:
sopra il sud e giù il nord.
Cos’è questa spianata che ci contiene tutti,
ci nutre, ci allatta, ci prosciuga,
c’inonda, ci maledice ?
E’ un pianoforte a coda con sette miliardi di tasti
bianchi e di tasti neri.
Quante note diverse, quante corde intime
se suonassero insieme!
Sarebbe meno triste la nostra breve scampagnata
su questa terra.
Si potrebbe danzare sotto la pioggia dei fiori di pesco.

Quale oscuro male, quale malevolo incantesimo può aver cancellato così profondamente nella memoria degli uomini l’attaccamento vitale alla propria libertà? Perché l’uomo ha rinunciato alla propria libertà? Non certo per la superiorità fisica o cerebrale di chi ha iniziato a rivendicare il potere che, mangia come noi, piange e ride come noi e non è dotato di un cervello geniale. Nemmeno possono essere solo la viltà e la codardia a ordinare questa rinuncia. Che vita sarà mai questa, sottoposta agli altrui capricci e perversioni?

Dilemma irrisolto! Per qualcuno potrebbe essere la ricerca di sicurezza e protezione che fa abdicare parte della propria libertà a favore di chi può assicurare una minima percezione di stabilità, quando invece l’instabilità è la nostra compagna inseparabile di ogni giorno.

L’assuefazione a servire ci pervade fin dalla nascita: chi non conosce lo stato originario non può rimpiangerlo, chi non ha memoria della libertà vera nei suo geni trova normale la cattività.

Sardine

Sardine a migliaia
stretti stretti boccheggiamo
nei gusci di latta,
nei cubi di cemento,
protetti, avvolti, uccisi un po’ per giorno.

Risaliamo come scimmie due metri di stelo verde e turgido.
Nuotiamo a bocca aperta nel getto fucsia del giacinto di marzo.
Beviamo le scie odorose, mangiamo i petali piovuti.

Sull’attenti immobili scacciamo i pensieri,
sull’attenti dritti sotterriamo le fantasie coi tacchi.

Dalle squame trasudiamo invidia e ansia,
trucco secco dagli occhi.
Abortisce il bulbo del giacinto di marzo.

Tutti in fila, codici a barre in fronte.
Sette miliardi siamo arrivati stipati al capolinea.

La trottola gira, clacson, strepiti, grida e urla.
Non abbiamo udito il manovratore rauco:
ultima corsa e i regali sono esauriti.

Il tiranno per comandare ha bisogno di servi sciocchi che si illudano di godere di una briciola del suo potere, altrimenti come potrebbe spadroneggiare le vite di milioni di persone? Sono i moderni vassalli, valvassini e valvassori; è la moderna piramide di trasmissione del potere che olia gli ingranaggi con le illusioni del soldo, con paccottiglia di vario genere. Sappiamo bene che siamo golosi di inutili vanità!

I dominatori sono diventati sempre più furbi e subdoli: ci illudono, sanno rabbonire, sanno farsi sentire indispensabili, finanche farsi amare, ma, prima o poi, ci stritolano con il nostro ebete consenso.

E se un giorno smettessimo di servire il tiranno, di non attribuirgli più valore, di ignorare ogni sua leccornia, ogni suo richiamo mellifluo che ci schiavizza?

Pensa se un giorno si svuotassero gli uffici, le fabbriche, le banche tutte insieme e non circolasse moneta e capitale di preda. Pensa se lo stesso giorno si cancellassero i confini delle nazioni e si potesse camminare insieme sulla terra. Cadrebbe di sicuro il gigante dai piedi d’argilla, tutte le carte in mano al potere precipiterebbero come in un enorme effetto domino.

“Il lavoro rende liberi” – “Arbeit macht frei” sta scritto col ferro e col sangue di milioni d’innocenti sulla lugubre entrata di Auschwitz , che dal 1943 fu anche campo di lavoro, non solo di sterminio. Umorismo mortuario, fradicio e nero. Ma chi ci ha inculcato che contestare questa verità è una bestemmia? Sono gli stessi tiranni che necessitano di milioni di flessibili strumenti di produzione e di consumo per tramandare il loro potere. I Dominatori sono riusciti a realizzare un incantesimo perfetto nella nostra società: sono passati dall’arma della repressione a quella della collaborazione entusiastica. Fin dalla scuola veniamo formati per realizzarci attraverso il lavoro che diventa fine per realizzare false libertà. E’ più facile dominare con le rose piuttosto che coi manganelli! Così lo sciame s’adegua nei comportamenti e negli stili di vita per far crescere le ricchezze dei potenti, sorridendo anche. Il tempo non lavorato va ridotto al minimo, è inutile, è tempo perso! E allora tutti nella centrifuga a cercare un lavoro, a mantenere un lavoro, a sopravvivere a un lavoro. Che utopia meravigliosa: essere padroni del nostro tempo, prezioso, leggero che si potrebbe donare liberamente agli altri o contemplare da solo come dentro a una limonaia fiorita, in silenzio assoluto. E’ il tempo dell’amore che dimentica l’ansia da prestazione da catena di montaggio, il tempo dell’affettività sapiente. Ma nella stanza di controllo dei nostri destini sanno che non ci possono far oziare troppo a lungo.  L’ozio diventerebbe non tanto padre dei vizi, ma padre dei dubbi. Chi ha troppo tempo per pensare si fa domande inopportune e può costituire un cattivo esempio per la truppa che deve produrre a testa bassa. Anche nel Terzo Reich se non eri produttivo eri inutile. Dove ha fallito Hitler sta vincendo il capitale finanziario senza baffetti e occhi esaltati, ma con il nostro pieno aiuto tacito e beota.

Cinquanta centesimi

Cinquanta centesimi al pezzo è la paga.
Cantine, gabbie, puzzo di gatti in amore, coriandolo a mestoli, ciotole di riso scotto e una distesa ordinata di macchine per cucire.
Aghi fini trivellano il cotone, mille punti, mille punture di cavallette, non c’è sosta nel ronzio uniforme, non c’è riposo sotto ai neon.
Madre e figlia in batteria si sfuggono gli occhi, sguardi a terra sui pedali consunti ad evitar domande senza risposte.
La madre sfiorata da un passato a pelo d’acqua ferma di una risaia, col destino misero, su una terra stabile da millenni.
La figlia elettrizzata da luminarie, draghi portentosi di luci e grattacieli lontani, grattasogni vicini che sembrano raggiungibili.
Poi entrambe dentro a quelle mura straniere insieme alle altre, in fila, tacere e produrre.
Solo venti euro la tovaglia color panna, coi cuori panna e i nodi d’amore panna e dodici degni tovaglioli. A centinaia, uguali, replicanti, accatastate in cento negozi uguali e replicanti in altrettanti anonimi centri commerciali dalla parte giusta del mondo.
Il padrone spia dal retro bottega l’assalto al regalo natalizio e benedice il mercato e l’ordine costituito, i droni, i dittatori da operetta e quelli da macello, gli spioni, le trivelle e i bordelli, i generali e i colonnelli, i nuovi miliardari e gli utili zimbelli, tutti insieme a zittire, sopire e annullare le voci stonate nella parte sbagliata del mondo.
“Mamma, mamma è un vero affare a soli venti euro!. C’è scritto made in Vietnam, cosa vuol dire?”
E la donna arrossita: “zitta, zitta è la peggior bestemmia che tuo padre mastica ogni giorno, è il suo incubo, l’inferno delle sue notti, da quando hanno chiuso la fabbrica e l’hanno riaperta laggiù! Per questo Natale, solo tovaglioli di carta con la stella cometa”.

Con i secoli, oltre ad aver perso il significato profondo di libertà, abbiamo associato il concetto stesso di libertà alla lotta per il dominio. Ma perché la libertà non può essere pensata e vissuta se non con riferimento al dominio, come se non esistesse alternativa a un potere che viene soppiantato da un altro? Troppo spesso “rivoluzione” è diventato sinonimo di tradimento, di nuova oppressione, quante illusioni di nuove società violentate nella storia del novecento da nuova oppressione.

Fucilatemi

Paziente attendo il mio turno.
Fucilatemi sul fianco sinistro,
il costato dell’indignazione,
dei sì, sì, no, no.

Ci sono venuti a prendere a uno a uno
gli aguzzini albini e senza volto.
Ci sono venuti a prendere mentre
sbriciolavo il colore delle pupille tue
nelle mie.

A un becero che bolliva bava d’intolleranza
abbiamo crivellato il cuore
con una scarica di parole calibro poetico,
colpa gravissima !

A un banchiere che leccava franchi svizzeri
abbiamo sciolto il portafoglio imbottito
con soffi di fantasia a novanta gradi
colpa imperdonabile!

Fucilatemi sul fianco destro,
il costato della passione,
del lenzuolo pelle di pesca
che ci avvolge sotto la luna.

L’ho vista ieri sera,
aveva i baffi di Salvador Dalì,
ci guardava corrucciata e faceta
e tu inspiravi il mio calore
a ogni respiro.

Se vorranno fucilarmi di schiena
digli che vuoi vedere ancora
i miei occhi accesi di luce.

La questione non è tanto far scoppiare la rivolta, ma prima riflettere sul non senso dell’attuale condizione di cattività : la libertà politica non si conquista senza una vera e profonda liberazione interiore.

L’osteria

Hai il viso spazioso per affettare meglio la tramontana e una folta lana di barba bianca che arrotonda la tua saggezza.

 Le tue pupille dilatate annaspano dentro a un bicchiere di rosso alla ricerca dell’isola che non c’è e le tue parole di lambrusco sciolgono presto la cortina di fritto che ci divideva, seduti da parti opposte al tuo tavolo preferito.

 E allora mi porti con le tue mani callose dentro a cento battaglie combattute con la generosità muta delle tue spalle larghe. Ogni volta ti battevano le tempie a inseguire la rivoluzione come la sottana delle tua donna nei campi di girasole e ogni volta non la raggiungevi, la rivoluzione, e mentre giacevi con lei sotto agli steli possenti ridevi e piangevi per quel dolore subdolo che lievitava.

 Poi ti ritrovavi con i soliti tre compari ingrigiti a ipnotizzare la delusione dentro alle spire ipnotiche di qualche sigaretta.

Ma avevi davanti a te un prato verde a perdicuore e attendevi la prossima sottana coi primi tremori delle dita ingiallite di tabacco.

 Ora in questo confessionale pagano ti liberi delle illusioni tue e dei peccati diabolici di tanti finti compagni che ti hanno assalito i sonni e io insieme a te, padre mai visto prima ma intimamente mio, mi sento marziano su una terra violata. Nei crateri dell’indifferenza, della protervia, dell’eccesso e della meschinità scaviamo a mani nude cercando un senso, inseguiti dalle campane a morto della resa.

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Le poesie fanno parte della raccolta A perdicuore versi scomposti e liberati, Arte&Muse Editore, ottobre 2015 – www.artemuse.it

Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) – AMORE E POSSESSO. L’amore non fa soffrire. Quello che fa soffrire è l’istinto della proprietà, che è il contrario dell’amore

Antoine-DeSaintExupery

L’amore vero non fa soffrire.

Perché esso è puro dono e non si attende nulla in cambio, dunque non può essere deluso. Solo l’amore del possesso e della proprietà fanno soffrire, perché puoi essere danneggiato in quello che possiedi, ma non certamente in quello che doni gratuitamente..

     Non confondere l’amore col delirio del possesso, che causa le sofferenze più atroci. Perché contrariamente a quanto comunemente si pensa, l’amore non fa soffrire. Quello che fa soffrire è l’istinto della proprietà, che è il contrario dell’amore. Perché se amo Dio me ne vado a piedi sulla strada zoppicando per portarlo agli altri uomini. Non riduco Dio in schiavitù. Io mi nutro di tutto ciò che egli concede agli altri. In tal modo si riconosce chi ama veramente dal fatto che egli non può essere danneggiato.

 […] L’amore vero non attende nulla.

L’amore vero e la preghiera vera non attendono nulla in cambio: semplicemente sono aperture sull’infinito, nel dono e nel colloquio..

[…] L’amore vero inizia là dove non attendi più nulla in cambio. E se l’esercizio della preghiera si rivela così importante per insegnare all’uomo  l’amore degli uomini, ciò avviene soprattutto perché essa non ottiene risposta.

 

L’amore interessato è disgustoso

Non è amore la ricerca della preda o la pretesa di essere ascoltati e ricompensati. Nulla ha il potere invece di disonorare o di deludere l’amore vero..

    Il vostro amore è basato sull’odio, poiché fate della donna o dell’uomo i vostri schiavi considerandoli dei beni di cui solo voi dovete godere e cominciate a odiare, come i cani quando girano attorno al truogolo, chiunque adocchia il vostro pasto. Voi chiamate amore questo pasto da egoista. Appena l’amore vi è concesso, di questo dono spontaneo, come nelle false amicizie, fate una servitù e una schiavitù, e dal momento in cui siete amati cominciate a scoprirvi danneggiati e a infliggere agli altri, per meglio asservirli, il triste spettacolo della vostra sofferenza. Voi soffrite veramente ed è proprio questa sofferenza che mi disgusta. Per quale motivo secondo voi dovrei ammirarla? […]

L’amicizia io la riconosco dal fatto che non può essere delusa e riconosco l’amore vero dal fatto che non può essere oltraggiato. Se qualcuno viene a dirti: “Ripudia quella donna perché ti disonora..”, ascoltalo con indulgenza, ma non mutare il tuo comportamento, poiché chi ha il potere di disonorarti? E se qualcuno viene a dirti: “Ripudiala, tanto tutte le tue cure sono inutili..”, ascoltalo con indulgenza, ma non mutare il tuo comportamento, poiché un giorno hai fatto la tua scelta. Se ti possono rubare ciò che ricevi, chi ha il potere di rubarti quello che offri? E se qualcun altro viene a dirti: “Qui hai dei debiti. Qui non ne hai. Qui si riconoscono i tuoi meriti. Qui sono beffeggiati”, tappati le orecchie per non sentire simili calcoli. A tutti costoro dovrai rispondere: “Amarmi significa anzitutto collaborare con me”.

 Amore e collaborazione.

Non bisogna confondere l’amore con la schiavitù del cuore. L’amore che prega è bello, ma l’amore che supplica è degno di un servo. Se il tuo amore urta in qualcosa di assoluto come il dover superare l’impenetrabile muro di un monastero o dell’esilio, allora ringrazia Dio se quella donna ricambia il tuo amore, anche se in apparenza è sorda e cieca. Poiché c’è una lampada accesa per te nel mondo. Non importa se non puoi servirtene. Chi muore nel deserto possiede una casa lontana che lo rende ricco anche se lui muore. Se io plasmo delle anime nobili e scelgo la più perfetta per murarla nel silenzio, nessuno apparentemente riceve qualcosa da lei. Eppure quest’anima nobilita tutto il mio impero. Chiunque passa in lontananza si prostra. E sorgono i segni rivelatori e i miracoli. Perciò se qualcuno ti ama, anche se inutilmente, e tu ricambi il suo amore, allora camminerai nella luce. Perché se esiste la divinità, è grande la preghiera cui risponde soltanto il silenzio. E se il tuo amore è accettato e qualcuno apre le sue braccia, allora prega Dio di salvare questo amore dalla morte, poiché io temo per i cuori appagati.

Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella.

Consuelo de Saint ExupéryConsuelo de Saint Exupéry.

Henrik Ibsen (1828-1906) – La paura della lotta è il male del nostro paese. Vogliono delle rivoluzioni particolari, tutte in superficie, d’ordine soltanto politico. Quella che importa è la rivolta dello spirito umano

 

Henrik Ibsen

 

«La mia produzione poetica è il risultato dei miei stati d’animo e delle mie crisi morali. Non ho mai scritto perché avessi trovato, come suoi dirsi, un buon argomento […]». (Lettera di H. Ibsen a B. Biorson del 12 gennaio 1868)

«Noi viviamo delle briciole cadute dalla tavola della rivoluzione del secolo scorso. Questo cibo è stato masticato e rimasticato per troppo tempo. Le idee hanno bisogno di nutrimenti e stimoli nuovi. “Libertà uguaglianza fratellanza” non sono più ciò che erano al tempo della ghigliottina. Gli uomini politici si ostinano a non comprendere; per questo io li odio. Vogliono delle rivoluzioni particolari, tutte in superficie, d’ordine soltanto politico. Sono tutte sciocchezze! Quella che importa è la rivolta dello spirito umano […]». (Lettera di H. Ibsen a G. Brandes del 20 dicembre 1870)

«Per quanto riguarda il problema della libertà, esso per me si riduce ad una questione di parole. Non acconsentirò mai ad identificare la libertà con un certo numero di libertà politiche. In ciò che voi chiamate libertà io vedo solamente “delle” libertà. E quella che io chiamo lotta per la libertà non è che la continua e concreta conquista dell’idea di libertà. Colui che non vede la libertà come un bene ardentemente desiderato e crede di possederla, in verità possiede una cosa senza vita, senz’anima; perché la nozione di libertà ha questo di particolare, che essa si allarga costantemente. Se dunque uno durante la lotta si ferma e proclama di averla conquistata, nello stesso atto avrà dimostrato esattamente di averla perduta […]». (Lettera di H. Ibsen a G. Brandes del 17 febbraio 1871)

«La paura della lotta è il male del nostro paese. Si cede a poco a poco, si abbandona il terreno passo passo. Ecco perché oggi siamo nei guai. E bisognerebbe – mi pare – possedere un gusto sovrumano della rinuncia per non impadronirsi di una simile materia adatta agli epigrammi ed alla commedia satirica». (Lettera di H. Ibsen a J. H. Thoresen del 27 agosto 1872)

Henrik Ibsen

 

Cesare Pavese – Ritorno all’uomo: la carne e il sangue da cui nascono i libri. Una cosa si salva sull’orrorre: l’apertura dell’uomo verso l’uomo

Cesare Pavese

Da anni tendiamo l’orecchio alle nuove parole. Da anni percepiamo i sussulti e i balbettii delle creature nuove e coglianmo in noi stessi e nelle voci soffocate di questo nostro paese come un tepido fiato di nascite. Ma pochi libri italiani ci riuscì di leggere nelle giornate chiassose dell’èra fascista, in quella assurda vita disoccupata e contratta che citoccò condurre allora, e più che libri conoscemmo uomini, conoscemmo la carne e il sangue da cui nascono i libri. Nei nostri sforzi per comprendere e per vivere ci sorressero voci straniere: ciascuno di noi frequentò e amò d’amore la letteratura di un popolo, di una società lontana, e ne parlò, ne tradusse, se ne fece una patria ideale. Tutto ciò in linguaggio fascista si chiamava esterofilia. I più miti ci accusavano di vanità esibizionistica e di fatuo esotismo, i più austeri dicevano che noi cercavamo nei gusti e nei modelli d’oltreoceano e d’oltralpe uno sfogo alla nostra indisciplina sessuale e sociale. Naturalmente non potevano ammettere che noi cercassimo in America, in Russia, in Cina e chi sa dove, un calore umano che l’Italia ufficiale non ci dava. Meno ancora, che cercassimo sempplicemente snoi stessi. Invece fu proprio così.
Laggiù noi cercammo e trovammo noi stessi. Dalle pagine dure e bizzarre di quei romanzi, dalle immagini di quei film venne a noi la prima certezza che il disordine, lo steso violento, l’inquietudine della nostra adolescenza e di tutta la società che ci avvolgeva, potevano risolversi e placarsi in uno stile, in un ordine nuovo, potevano e dovevano trasfigurarsi in una nuova leggenda dell’uomo. Questa leggenda, questa classicità la presentimmo sotto la scorza dura di un costume e di un linguaggio non facili, non sempre accessibili; ma a poco a poco imparammo a cercarla, a supporla, a indovinarla in ogni nostro incontro umano.
Noi adesso sappiamo in che senso ci tocca lavorare. I cenni dispersi che negli anni bui raccoglievamo dalla vove di un amico, da una lettura, da qualche gioia e da molto dolore, si sono ora composti in un chiaro discorso e in una certa promessa. E il discorso è questo, che noi non andremo verso il popolo. Perché già siamo popolo e tutto il resto è inesistente.
Andremo se mai verso l’uomo. Perché questo è l’ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell’uomo – di noi e degli altri.
La nuova leggenda, il nuovo stile sta tutto qui. E con questo la nostra felicità.
Proporsi di andare verso il popolo è in sostanza confessare una cattiva coscienza. Ora, noi abbiamo molti rimorsi ma non quello di aver mai dimenticato di che carne siamo fatti. Sappiamo che in quello strato sociale che si suole chiamare popolo la risata è più schietta, la sofferenza più viva, la parola più sincera. E di questo teniamo conto. Ma che altro significa ciò se non che nel popolo la solitudine è già vinta – o sulla strada di esser vinta? Allo stesso modo, nei romanzi, nelle poesie e nei film che ci rivelarono a noi stessi in un vicino passato, l’uomo era più schietto, più vivo e più sincero che in tutto quanto si faceva a casa nostra. Ma non per questo noi ci confessiamo inferiori o diversamente costituiti dagli uomini che fanno quei romanzi e quei film. Come per costoto, per noi il compito è scoprire, celebrare l’uomo di là dalla solitudine, di là da tutte le solitudini dell’orgoglio e del senso.
Questi anni di angoscia e di sangue ci hanno insegnato che l’angoscia e il sangue non sono la fine di tutto. Una cosa si salva sull’orrorre, ed è l’apertura dell’uomo verso l’uomo. Di questo siamo ben sicuri perché mai l’uomo è stato meno solo che in questi tempi di solitudine paurosa. Ci furono giorni che bastò lo sgardo, l’ammicco di uno sconosciuto per farci trasalire e trattenerci dal precipizio. Sapevamo e sappiamo che dappertutto, dentro gli occhi più ignari o più torvi, cova una carità, un’innocenza che sta in noi condividere.
Molte barriere, molte stupide muraglie sono cadute in questi giorni. Anche per noi, che già da tempo ubbidivamo all’inconscia supplica di ogni presenza umana, fu uno stupore sentirci investire, sommergere da tanta ricchezza. Davvero l’uomo, in quanto ha di più vivo, si è svelato, e adesso attende che noialtri, cui tocca, sappiamo comprendere e parlare.
Parlare. Le parole sono il nostro mestiere. Lo diciamo senza ombra di timidezza o di ironia. Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro. Sentiamo tutti di vivere in un tempo in cui bisogna riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l’uomo le creava per servirsene. E ci accade che proprio per questo, perché servono all’uomo, le nuove parole ci commuovano e afferrino come nessuna delle delle voci più pompose del mondo che muore, come una preghiera o un bollettino di guerra.
Il nostro compito è difficile ma vivo. È anche il solo che abbia un senso e una speranza. Sono uomini quelli che attendono le nostre parole, poveri uomini come noialtri quando scordiamo che la vita è comunione. Ci ascolteranno con durezza e con fiducia, pronti a incarnare le parole che diremo. Deluderli sarebbe tradirli, sarebbe tradire anche il nostro passato».
Cesare Pavese, Ritorno all’uomo; articolo pubblicato sul L’Unità di Torino, 20 maggio 1945.
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