Walter Tevis, «Solo il mimo canta al limitare del bosco», Mimimumfax, 2015. Ecco le accuse mosse dal tribunale dei robot: «Coabitazione, lettura e insegnamento della lettura».

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Walter Tevis

Solo il mimo canta al limitare del bosco

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Una storia che ha elementi del Mondo nuovo di Aldous Huxley, di Superman e di Star Wars.
Los Angeles Times Book Review

Siamo nel 2467 e da diverse generazioni sono i robot a prendere ogni decisione, mentre un individualismo esasperato regola la vita dell’uomo: la famiglia è abolita, la coabitazione vietata e ognuno assume quotidianamente un mix di psicofarmaci e antidepressivi. I suicidi sono in aumento, non nascono più bambini e la popolazione mondiale sta avviandosi all’estinzione. Simbolo e guardiano dello status quo è Spofforth, androide di ultima generazione che agogna un suicidio che gli è però impedito gli dalla sua programmazione. A lui si contrapporranno Paul Bentley, un professore universitario che, riscoperta casualmente la lettura dimenticata da tempo, grazie ai libri apprende l’esistenza di un passato e la possibilità di un cambiamento, e Mary Lou, che sin da piccola ha rifiutato di assumere droghe pur di tenere gli occhi aperti sulla realtà. Tevis si muove dall’incrocio di queste tre vite creando una distopia postmoderna sulle inquietudini dell’uomo, dove la tecnologia senza controllo si trasforma da risorsa a pericolo.

Prefazione di Goffredo Fofi. Con una nota di Jonathan Lethem.

Leggi la prefazione di Goffredo Fofi

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Le recensioni della stampa

Stefano Gallerani – Alias – Il manifesto
Una distopia ambientata nell’era dei robot.

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Fabio Deotto – Wired.it
La storia di Tevis è talmente forte da sopportare la pressione degli anni.

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Gian Paolo Serino – Il Giornale
Forse il miglior romanzo di Tevis.

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Chiara Guarducci, «La neve in cambio» [Lucifero, La Carogna, Camera ardente].

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Chiara Guarducci, La neve in cambio

Fenditura nella neve di Sandra Nistri

[Lucifero, La Carogna, Camera ardente].

ISBN 88-87296-89-8, 2001, pp. 80, formato 110×170 mm., Euro  5,16 – Collana di teatro, “Antigone” [5].
In copertina: Fenditura nella neve. Foto di Sandra Nistri.

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Chiara Guarducci vive a Firenze . Il suo rapporto con la parola è prima di tutto poetico ed è, infatti, dalla poesia e nella poesia che arriva al teatro. Suoi versi sono apparsi sulla rivista “Plurale” (1994) e la pubblicazione della sua opera prima, Fino a dimenticare (Firenze, Gazebo, 1999) è avvenuta in coincidenza con la messa in scena della sua prima pièce teatrale, Lucifero, nell’ambito della “Rassegna dei giovani autori” organizzata nel marzo del 1999 dal Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino.
Attraverso la scelta di figure estreme nella loro funzione simbolica come l’Angelo caduto, oggetto di proiezioni e di ostracismi, totem e tabù della cultura occidentale, l’Autrice esplora le potenzialità visive e sonore della parola, affidando il testo ad una voce sola, inchiodata e persa al centro della gabbia teatrale.

La carogna, presentata al pubblico nell’aprile 2000, prosegue questa ricerca intorno ai simboli, guardandoli dalla parte dei luoghi comuni, delle “frasi fatte” e reiterate in cui quotidianamente precipita l’esperienza dell’amore e dell’abbandono. La carne narrante è quella della carogna, il resto vivissimo di una festa tradita, la piaga che rimane aperta alla fine di una storia, abbondante, generosa solitudine dannata a ripercorrere la giostra dei suoi stessi segni con sarcasmo ed incanto.

Conclude questa “trilogia” Camera ardente, andata in scena nel febbraio 2001 ed interpretata da Silvia Guidi, attrice cui la Guarducci si sente legata dalla medesima urgenza artistica: scrivere i lampi, gli umori della mente, entrare nel magma: «A noi interessano i ‘mostri’, cioè coloro che ‘mostrano’: più che personaggi cose viventi, masse di energia, onnipotenza infantile e abbandono».

Lucifero caduto in disgrazia era ancora tutto sporco di cielo, la carogna, avanzo dolorante di una storia d’amore, era carne viva, scossa da gioia e angosce, da una fame di vita che la sfiniva.

Con Camera ardente nasce il morto, l’ultima creatura, quella che ha più bisogno di amore. La camera ardente è un letto disfatto, un rigirarsi dentro visioni, cantilene, stati tra la veglia e il sonno. Il congedo è difficile, il morto è terrorizzato, rivuole tutto indietro, deve superare l’orrore della scena madre, questo vedersi sdraiato in un luogo squallido coi fiori, lasciato lì. Per questo sogna, magari balla o vola, magari fa festa, chissà come avverrà la sua scomparsa.

 

Chiara Guarducci | byebabysuite

chiara guarducci | Un’altra Donna. L’impudenza dello sguardo.

chiara guarducci – YouTube

Intervista MakeCulture a Chiara Guarducci – YouTube

TEATRO PUCCINI – Alessia Innocenti / Bye Baby Suite

Bye Baby Suite – YouTube

Alessia Innocenti

Bye Baby Suite. A 50 anni da Marilyn | Recensioni

Teatro Mancinelli Orvieto: BYE BABY SUITE

Evento Bye Baby Suite @RIVA – Riva Lofts Florence

“Bye Baby Suite”: 40 minuti in camera con Alessia “Marylin”

Bye Baby suite – L’ultima notte di Marylin Monroe – Rumor(s)

Ristorante La Veranda Pistoia: Bye Baby Suite : 40 minuti in …

 

Le farfalle volano

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Gallese Vittorio, Guerra Michele, «Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze», 2015

 

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Gallese Vittorio, Guerra Michele,
Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze,
Raffaello Cordina Editore, 2015, pp. 318

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Il Libro

Perché i film ci appaiono così reali mentre sono così scopertamente artificiali? Perché, pur restando fermi nelle nostre poltrone, abbiamo la sensazione di muoverci e orientarci nello spazio virtuale dello schermo? Un neuroscienziato e un teorico del cinema analizzano alcuni grandi capolavori (Notorious, Persona, Shining, Il silenzio degli innocenti) a partire dal tipo di coinvolgimento che questi film esercitano sul corpo degli spettatori e dalle forme di simulazione prodotte dai movimenti della macchina da presa e dal montaggio. Le analisi sono sostenute da esperimenti neuroscientifici e sono ispirate dalla scoperta dei neuroni specchio e dalla teoria della “simulazione incarnata”. L’obiettivo è comprendere i molteplici meccanismi di risonanza che costituiscono uno dei grandi segreti dell’arte cinematografica e riflettere sul potere delle immagini in movimento, che in forme sempre più nuove e pervasive fanno parte della nostra vita di tutti i giorni.

Gli autori

Vittorio Gallese ha fatto parte del gruppo che nel 1992 ha individuato i “neuroni specchio”, la scoperta italiana più citata nella letteratura internazionale. Insegna Fisiologia all’Università degli studi di Parma.

Michele Guerra insegna Teorie del cinema all’Università degli studi di Parma. Da alcuni anni si occupa delle relazioni tra cinema e neuroscienze cognitive.

 

 

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Daniela Marcheschi – Leopardi e l’umorismo, 2010

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Daniela Marcheschi

Leopardi e l’Umorismo

ISBN 88-7588-042-5, 2010, pp. 80, formato 105×155 mm., Euro 10.

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Sono raccolti qui due scritti su Giacomo Leopardi: Leopardi e l’Umorismo (2008) e Giacomo Leopardi oggi (1993). Nel primo, a partire dal progetto fallito del giornale «Lo Spettatore Fiorentino», la Marcheschi mette originalmente in risalto le fonti classiche e moderne   cui attinse l’umorismo di Leopardi, le problematiche formali, i rapporti con le opere e con la riflessione dello Zibaldone, a sottolineare la dimensione di agonismo etico ed intellettuale attribuita dal poeta al «ridere» e al «ridicolo».
Da questo punto di vista non solo è illuminata in modo nuovo la scelta dei testi inclusi da Leopardi nelle sue Crestomazie, ma è spiegato anche perché proprio le aperture europee, il magistero critico e il pessimismo attivo del recanatese contrassegnarono dopo il 1848 la tradizione comico-umoristica e le scritture più significative del «giornalismo umoristico», in particolare di Carlo Lorenzini/Collodi.
Giacomo Leopardi oggi – prefazione a un’edizione tascabile del 1993 delle Operette morali (Roma, Mancosu) – è il richiamo critico appassionato e ancora attuale, rivolto ai poeti contemporanei, a fare i conti con la complessità dell’opera leopardiana.

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Daniela Marcheschi si dedica da anni agli studi sull’umorismo. Membro del Comitato Scientifico del progetto internazionale Estudos sobre o Humor/Studi sull’Umorismo/ Studies on Humour, che coinvolge più di quaranta istituzioni in tutto il mondo, si è occupata fra gli altri di Giovannino Guareschi e dell’Umorismo di Luigi Pirandello (Mondadori Oscar, 2010).

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Daniela Marcheschi

Per Giuseppe Pontiggia, con i suoi primi scritti sul “verri”

ISBN 88-87296-97-9, 2000, pp. 160, formato 130×200 mm., E 10,33

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Charles Spencer Chaplin (1889-1977) – «La mia autobiografia», Mondadori

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« Con un fischietto? Con una filosofia? Chaplin ha fatto quel che ha fatto lavorando con un fischietto; ma dentro il fischietto c’era anche una filosofia. Di ceppo ebraico, cittadino di Kennington Road, Londra, Chaplin nasce nel 1889 da un “magnifico” attore-amatore, sempre ubriaco e in bolletta, e da una geniale soubrettina per un mucchio di ragioni (non ultima la denutrizione) predisposta alla debolezza di nervi e alla follia. La prima volta che Charlie mette piede sul palcoscenico ha cinque anni. Canta e mima (Tutti quanti conoscono Jack Jones). Così incomincia, tra un crampo (da fame) e una capriola, la storia di un ragazzo, poi uomo, poi grand’uomo, che tiene sempre sulla corda un ometto da tre soldi, piccolo-borghese fallito, a suo modo inappuntabile, che però ha scelto di vivere aiutando a vivere monelli, fioraie cieche, vagabondi, sfruttati, perdigiorno, aspiranti-suicidi, ecc. E’ Charlot: Don Chisciotte in sedicesimo, senza nessun Sancio Panza che lo tiri per le maniche e che, invece di trovarsi addosso la Spagna dei mulini a vento, si trova addosso l’America dei grattacieli, dei piedipiatti, dei magnati del petrolio e dello stagno. I suoi gusti? Non gli piace, per esempio, Shakespeare (eppure gli ha insegnato un mucchio di cose): gli preferisce forse Schopenhauer; tuttavia con uno sgambetto si ritrova a credere nella felicità, nella vitalità, nella gioia di vivere. Può mettersi a piangere davanti a u fiore e scrollare le spalle davanti a una catastrofe. Ama le donne, ma è felicissimo quando riesce a far scivolare un gelato nella scollatura di una matrona. Può tener prediche per ore (ed è un predicatore di razza), ma poi fa finire tutto in una risata. Eccetera. E’ Charlot? E’ Chaplin? Distinguere quel che c’è di Charlot in Chaplin e di Chaplin in Charlot è assurdo. L’America e il mondo, li conquistano tutti e due. Il comico cinematografico (ma con dentro lame e lame di tragico) lo inventano tutti e due. La sfida, ai benpensanti da un lato e al potere dall’altro, la lanciano tutti e due. Quando si tratta di presentarsi davanti alla commissione per le attività antiamericane in tempi di feroce maccartismo, sono ancora insieme (anche se l’America ufficiale non lo intuisce). Poi lascia gli Stati Uniti e si ritira in Svizzera. Da allora – salvo le notizie di Un re a New York – non ne sappiamo più nulla. È anche questo nulla che la sua Autobiografia viene a popolare di cose, fatti, notizie. Chaplin non è più “Sua Maestà il Bambino” (la definizione è di S.M.Ejzenstein); è venuto per lui il momento della riflessione e della confessione. L’ Autobiografia è, in fondo, l’opera che ci si aspettava da lui dopo Luci della ribalta. Tutt’altro che una filippica, tutt’altro che un quaderno di doléances, c’è dentro quel che aspettavamo di sapere da almeno vent’anni. Le sue idee anzitutto e il senso di tutto il suo lavoro, i suoi scontri e incontri, le sue donne (mogli e no, compresi i cosiddetti scandali), i suoi nemici, i suoi amici, le sue avventure in un’America divorata dalla propria crescita, i suoi affetti. E infine una ricchissima galleria di personaggi: uomini politici, comici del tempo eroico del cinema americano, registi, eccetera: dall’ormai leggendario Mack Sennett a Gandhi, da Einstein a Roosvelt, da Krusciov a Stravinskij… E sempre con quell’aria di lotta contro i guasti della morte nella vita che è la punta di diamante di tutto ciò che chiamiamo chapliniano».

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(dalla nota editoriale presente ai risvolti di questa edizione)

Charles Spencer Chaplin, La mia autobiografia, traduzione di Vincenzo Mantovani, Mondadori, 1964.

Franco Lorenzoni, «I bambini pensano grande», Sellerio, 2014: «Tra le tante culture che ci sono al mondo, io credo che esista anche la cultura infantile»

I bambini pensano grande

 

Tra le tante culture che ci sono al mondo, io credo che esista anche la cultura infantile. Una cultura per sua natura provvisoria, perché riguarda il nostro incontrare e pensare il mondo nei primi anni, ma che in qualche modo sopravvive in parti profonde di noi tutta la vita.
È una cultura preziosa, perché vicina all’origine delle cose e capace di continuo stupore.
I bambini scambiano il dettaglio con il tutto, credono all’incredibile, non soggiacciono al principio di non contraddizione e, soprattutto, si sentono sconfinati, con le emozioni positive e negative che questo comporta.

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Sconfinati e sconfinanti, perché bambine e bambini hanno un modo di rapportarsi ai confini molto diverso dal nostro. I confini tra mondo esterno e mondo interno, tra ciò che è vivo e ciò che non è vivo, tra percepire e immaginare non conoscono frontiere armate e passaporti, come per noi adulti.
I bambini attraversano continuamente questi confini e uniscono e mescolano mondi diversi, perché si mettono continuamente in gioco e credono nei giochi che fanno. I bambini, infatti, sanno credere e non credere a una cosa al tempo stesso, come avviene per anni con la storia di Babbo Natale.
Questa sospensione di incredulità è importante, perché è alla base di ogni arte e di ogni possibilità di godere dell’arte. Nella sospensione dell’incredulità, inoltre, sta la radice della possibilità di incontrare ed aprirci ad altri mondi ed anche la tensione, ancor più importante, a non accontentarci di come va il mondo.
Credo che non dovremmo dimenticare mai che di questa sospensione i bambini sono i nostri maestri.
Maestri troppe volte inascoltati.

Franco Lorenzoni, I bambini pensano grande, Sellerio, 2014.

Franco Lorenzoni

 

Franco Lorenzoni – “I bambini pensano grande…” – YouTube

Maura Del Serra, «Teatro», 2015, pp. 864

Maura Del Serra, Teatro

 

Petite Plaisance è lieta di annunciare l’uscita del volume
«TEATRO»
di Maura Del Serra

Mercoledì 25 novembre 2015

I 23 testi inclusi nel volume – scritti dal 1985 al 2015 – sono preceduti dall’Introduzione di Antonio Calenda e accompagnati da un’Appendice contenente le Introduzioni che comparivano nelle singole edizioni. Il prezzo di copertina del libro (864 pagine) è di Euro 35,00.
I primi 100 lettori che faranno richiesta del volume direttamente all’editrice  (info@petiteplaisance.it) al momento dell’uscita del libro lo riceveranno al loro recapito al prezzo speciale di Euro 28,00.

Il teatro di Maura Del Serra, qui riunito nella molteplice complessità del suo arco cronologico trentennale, abbraccia una pluralità di forme sceniche, ora corali ora dialogiche ora monologanti, che spaziano con incisiva e vivace profondità dall’“affresco” epocale alla fulminea microcellula drammatica e a forme singolari di teatro-danza sempre sorrette da un inventivo simbolismo di luci, colori, voci fuoriscena e suggestioni scenografiche. L’organon di questa scrittura – in versi e in prosa – fonde il nitore visionario con un senso vivace e concreto del phatos quotidiano, spesso nutrito da uno humour tipicamente affidato a personaggi “terrestri” fino al farsesco, secondo la tradizione della commedia antica. Il teatro decisamente anti-minimalista della Del Serra mostra infatti il suo grato debito creativo verso i classici della tradizione drammaturgica e poetico-letteraria europea, dai tragici e lirici greci al barocco inglese e ispanico, al decandentismo e alle avanguardie artistiche del Novecento.
I suoi personaggi, a vario titolo esemplari fino all’archetipo, sono scolpiti e dominati da una solitudine “eroica” non astratta bensì coerentemente testimoniale, tormentati e salvati dalla grandezza antistorica e metastorica del loro dono “eretico” che si oppone geneticamente alla forza oppressiva del potere nelle sue varie espressioni, da quelle canoniche politico-sociali a quelle suasive dell’intelletto, fino a quelle della “sapienza senza nome” della vita. Ed è perciò sempre agonico il rapporto fra la certezza di una verità ultima e inattingibile e l’illusione soggettiva, mediante l’utopia salvifica affidata all’ardore dei protagonisti. Motore e forma privilegiata di queste compresenze è l’eros generatore e multiforme, espresso in tutte le sue pulsioni, dall’amicizia alle polarità maschili e femminili, fino ad una complessa androginia psicologica e spirituale.
In questa straordinaria galleria evocativa di presenze, che spaziano dall’ellenismo alla contemporaneità al futuro, le voci interiori dell’autrice si incarnano di volta in volta, come la poesia ed ogni arte, per “sognare la verità del mondo”.

Maura Del Serra, poetessa, drammaturga, traduttrice e critico letterario, ha riunito la sua opera poetica nei volumi: L’opera del vento e Tentativi di certezza, Venezia, Marsilio, 2006 e 2010. Ha tradotto dal latino, tedesco, inglese, francese e spagnolo e ha dedicato monografie e saggi critici a numerosi scrittori italiani ed europei.

Indice

Introduzione di Antonio Calenda
Nota cronologica ragionata

La fonte ardente. Due atti per Simone Weil
L’albero delle parole
La Fenice
La Minima
Andrej Rubljòv
Il figlio
Lo Spettro della Rosa
Specchio doppio. Favola drammatica
Agnodice. Commedia drammatica
Guerra di sogni. Mito futuribile
Stanze. Versi per la danza
Trasparenze. Versi per la danza
Sensi. Versi per la danza
Kass
Dialogo di Natura e Anima
Trasumanar. L’atto di Pasolini
Isole. Poema scenico
Eraclito
Scintilla d’Africa
Specchi. Cellula drammatica
La vita accanto
Isadora
La Torre di Iperione. Hölderlin e gli altri

Appendice

Mario Luzi: Introduzione a La fonte ardente
Daniela Belliti: Introduzione a La fonte ardente
Nino Sammarco: Introduzione a L’albero delle parole
Mario Luzi: Introduzione a La Fenice
Daniela Marcheschi: Introduzione a La Minima
Ugo Ronfani: Introduzione a Andrej Rubljòv
Giovanni Antonucci: Introduzione a Agnodice
Giovanni Antonucci: Introduzione a Guerra di sogni
Misha Van Hoecke: Nota a Stanze
Ugo Ronfani: Introduzione a Isole
Jacopo Manna: Introduzione a Eraclito
Marco Beck: Introduzione a Scintilla d’Africa
Cristina Pezzoli: Nota di regia a La vita accanto

Maura Del Serra

L'opera del vento

Tentativi di certezza

Maura Del Serra – Wikipedia

Pagine di Maura Del Serra

ANTOLOGIA POETICA

Maura Del Serra, aforismi

Parole in coincidenza 8: Maura Del Serra tradotta da Dominique Sorrente

Maura Del Serra e Cristina Campo

Maura Del Serra, “Tentativi di certezza. Poesie 1999-2009”

Silvio Ramat: L’opera del vento, di Maura del Serra

Carmine Fiorillo – Un messaggio nella “Bottiglia”. Un viaggio possibile verso «Il necessario fondamento umanistico del “comunismo”»

Il necessario fondamento umanistico del "comunismo"

«Chi vuol fare una ricerca conveniente sulla Costituzione migliore,
deve precisare dapprima quale è il modo di vita più desiderabile.
Se questo rimane sconosciuto, di necessità rimane sconosciuta anche la Costituzione migliore».
Aristotele, Politica, VII, 1,1323 a, 1-4

 

 

«[…] quello che fin dall’inizio distingue il peggiore architetto dalla migliore delle api,
è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di averla costruita nella cera […].
Egli non opera soltanto un mutamento di forma dell’elemento naturale;
egli contemporaneamente realizza in questo il propriofine, di cui ha coscienza».
K. Marx, Il Capitale

 

«Vous êtes embarqué», direbbe Pascal. La metafora del viaggio, e dell’imbarco, include l’idea che vivere significhi anche essere già in mare aperto [Homme libre,toujours tu chériras la mer! (Uomo libero, sempre avrai caro il mare!); Baudelaire, Fiori del male]; in mare dove, oltre a salvezza e rovina, non si prospettano altre soluzioni, altre riserve.

Affidiamo dunque Il necessario fondamento umanistico del “comunismo”  ad una Bottiglia lanciata in questo mare aperto di internet.

Se trovate questa Bottiglia, potreste fare come Lord Glenarvan, che (ne I figli del Capitano Grant, di Giulio Verne) si decise a «spezzare il collo della preziosa bottiglia» dopo aver osservato che «il contenuto è più prezioso del contenente ed è preferibile sacrificare questo a quello». «Sui frammenti di carta mezzo distrutti dall’acqua marina, erano visibili soltanto poche parole […]» (ididem): ed ecco Lord Glenarvan, John Mangles, lady Elena intenti a decifrarne il senso … e partire alla ricerca dell’autore del messaggio.

La metafora del messaggio nella Bottiglia potrebbe fornire alcuni spunti di riflessione:

1) Testimonia la particolare situazione vissuta dall’autore del messaggio. Questi chiede aiuto per superare una situazione di difficoltà, evidenziando la propria fragilità e la propria dipendenza dagli altri.

2) L’autore del messaggio compie un atto di fiducia: immagina che chi trovi il messaggio nella Bottiglia possa prendere in carico il contenuto del messaggio e, andando alla ricerca dell’autore pur senza conoscerlo (proprio in quanto ri-conosce la propria umanità nei contenuti espressi dall’autore del messaggio), dimostri di aver saputo misurarsi con la fragilità che si esprime nell’idea stessa di naufrago (e dunque con la propria realtà di naufrago in altra latitudine) non disconoscendo il valore e il senso del messaggio.

3) L’autore del messaggio, nell’affidarlo alla Bottiglia (e al mare), non si pone alcuna scadenza temporale. Sa che il suo messaggio potrà essere trovato anche dopo la sua morte. L’immagine di chi affida un Messaggio alle acque del mare rimanda infatti ad un senso ben più profondo della pura e semplice richiesta di aiuto. Del resto, il messaggio in sé costituisce una comunicazione di più ampio respiro pur conservando il carattere di una richiesta di aiuto.

Mi permetto segnalare con questa metafora, tra le edizioni della Associazione culturale Petite Plaisance,l’uscita del libro Il necessario fondamento umanistico del “comunismo”, scritto insieme all’amico Luca Grecchi. Questo libro, come si legge nella quarta di copettina, cerca di mostrare che una buona progettualità teorica del comunismo è necessaria, data la grave condizione di sofferenza materiale e spirituale prodotta dal modo di produzione capitalistico. Tale progettualità, per essere buona, necessita però di un fondamento filosofico, ossia di una buona conoscenza della natura umana. In assenza di questo fondamento, il “comunismo” si trasforma in mera istanza oppositiva, smarrendo le proprie profonde radici culturali (orientali, greche, cristiane, medievali: non solo moderne). Solo invece recuperando una solida fondazione filosofica, nonché la consapevolezza della propria costante presenza nella storia umana, il “comunismo” potrà tornare ad essere pensato nella maniera corretta, ovvero come un modo di produzione sociale ideale in cui vivere, in quanto conforme alla natura comunitaria dell’uomo.

Chi lo desideri ne potrà leggere l’Introduzione (http://www.petiteplaisance.it/libri/151-200/198/int198.html), ai link indicati, e consultarne l’Indice.

È un invito a vivere e a confrontarsi in conformità a buoni progetti, razionali e morali, e di ampio respiro. Anche progettandolo, possiamo offrire ai nostri figli e agli uomini che verranno, un mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Pur se non riusciremo a veder compiutamente realizzato ciò che abbiamo progettato e tentato di realizzare ne avremo comunque vissuto e respirato l’essenza. È proprio questo respiro, questo πνεύμα, il lascito più importante, spirito comune a tutti gli uomini, che può trasmettersi inciso nel più imperituro dei materiali scrittorî, come insostituibile viatico sia per chi ha concluso il proprio viaggio sia per chi è e sarà ancora per la via.
L’Associazione Petite Plaisance e gli autori auspicano la più ampia interlocuzione sui temi proposti alla considerazione critica.

Carmine Fiorillo


A. L. Care – Si rende necessario essere vulnerabili per essere capaci di nutrire e di lasciarsi nutrire di amore

Health and Human Flourishing

«Se è vero che la qualità della nostra esistenza è messa a rischio dalla nostra vulnerabilità, allo stesso tempo si rende necessario essere vulnerabili, poiché il nostro poter fiorire è intimamente connesso alla vulnerabilità. Essere aperti, recettivi, flessibili e teneri, essere emozionalmente capaci di investire nelle relazioni o impegnati a sostenerle, essere capaci di nutrire e di lasciarsi nutrire di amore sono qualità necessarie a realizzare alcuni dei più importanti beni per la vita».

A. L. Care, “Vulnerability, agency, and human flourishing”, in  Health and Human Flourishing, Washington, 2006, p. 35.

Umberto Fava – Il quadrifoglio di Medea. Racconti. La mia tetralogia dal Po all’Acheronte

Copertina Il quadrifoglio di Medea

indicepresentazioneautoresintesi

Umberto Fava, Il quadrifoglio di Medea. Racconti. La mia tetralogia dal Po all’Acheronte.

ISBN 978-88-7588-125-2, 2014, pp. 128, formato 140×210 mm., Euro 12 – Collana Egeria [17]. In copertina: Pietra dal profilo antropomorfo raccolta sulla montagna di Itaca. Fotografia di Massimo Bersani.

Se vuoi acquistare il libro clicca

qui

http://www.petiteplaisance.it/libri/201-220/216/int216.html

Le confessioni di un vecchio amanuense

Ci sono dei momenti in cui mi vien voglia di scrivere qualcosa del tipo La morte di un commesso viaggiatore raccontata da Arthur Miller, rivoltandola – un mestiere vale l’altro – ne La morte di un vecchio amanuense. Insomma, la storia di una sconfitta, di un fallimento.

Più che la parola morte, mi costa usare la parola vecchio. Ma sempre meglio vecchio che anziano. Vecchio mi fa venire in mente Re Lear, il Sior Todaro Brontolon, il servo Firs del Giardino dei ciliegi. Anziano chiama il ricovero e la badante.

Come ci si sente essere arrivati a 70 anni suonati e finire come Willy Loman alla deriva? Che bello arrivare a 70 anni e passa e accorgersi di ritrovarsi alla fine come al punto di partenza. Magari è vero come scrive Eliot nei suoi Quartetti che finire è iniziare. Ma io non ho più tempo per ricominciare, non ho più 16 anni.

Sì, non ci si sente al massimo scoprirsi dei Nessuno, di cui «non c’è libraio che ne conosca l’esistenza», per rubare un’efficace espressione di Margherita Guidacci.

La cosa per la verità non dovrebbe inquietarmi: da molti anni ho fatto col mio orgoglio un giuramento, da molto tempo ho qui davanti a me sullo scrittoio, scritte nero su bianco, le parole di Cesare Pavese che ho scelto come mio stile di vita: «[…] e soprattutto il coraggio di starsene soli come se gli altri non esistessero».

Ma ero ingenuo. Sapevo di non dovermi fare illusioni, neppure una. Tranne quella di riuscire a vivere senza illusioni.

Sì, solo lo sono, ma non sono stoico abbastanza. Chi non è fatto di ferro ne esce tramortito. Gli scrittori sono come la mafia, e come la mafia si ammazzano fra loro. Avrei dovuto saperlo quando ho preso la prima volta in mano, da ragazzo, la penna. Anche di questo però dovrei infischiarmene, dal momento che io non sono uno scrittore, ma uno che scrive. Insomma un amanuense.

Sì, io non sono né stoico né coraggioso. Almeno non coraggioso abbastanza per far la fine di Willy Loman. In compenso sono orgoglioso. Ma di che orgoglioso? D’essere un uomo fuori gioco, fuori scena, fuori tutto, un autore dietro le quinte?

Orgoglioso che in scena ci sono almeno i miei personaggi.

Vi piace Wagner? Per me è un grande ammaliatore. Ebbene, io mi sento, con sconfinato orgoglio, un piccolo Wagner. Nell’epoca delle romanze, dei duetti e degli acuti, lui suonava altra musica, infischiandosene degli acuti, dei duetti e delle romanze. Nell’epoca delle crisi di coppia, della coppia che scoppia, della coppia che non è più una coppia, degli amoretti e degli amorazzi, delle mille sfumature della volgarità, delle mille storielle borghesi da salotto o da tinello, delle sdolcinature sentimentali sentite e risentite un milione di volte in tutte le salse, insomma dell’imperativo categorico di essere alla moda o sparire, io non sparisco e orchestro alla Wagner altre melodie, cerco il nuovo e l’originale, strade non battute, guardo ai grandi del passato, ai maestri di sempre.

E nell’epoca delle trilogie, scrivo la mia Tetralogia di racconti, come Wagner compose la sua Tetralogia dell’Anello del Nibelungo che dedicò a Schopenhauer, che a sua volta compose Sulla quadruplice radice del principio di ragione sufficiente. Ed Eliot compose in poesia i Quattro quartetti e Vivaldi in musica Le quattro stagioni e Beethoven in piena sordità gli estremi cinque Quartetti per archi, per i quali Proust parlò di «fascino inebriante» e «divino mistero» e «non tutte note adatte a orecchie umane».

Che anche le cose che scrivo io non sembrino adatte ad orecchie umane? Potrebbe darsi. Dico allora che, volendo, le mie cose si potrebbero anche intitolare Dialoghi tra sordi – tra me e gli altri – come lo sono stati a suo tempo gli ultimi Quartetti per archi di Beethoven. Solo che ora non saprei dire chi è più sordo, se io e Beethoven o gli altri.

Ora dico solo che non c’è il tre senza il quattro. Sul quadrifoglio che la mia Medea tiene fra le labbra, il quadrifoglio che ha raccolto fra l’erba della riva del Po, sulle quattro foglioline sono scritti (ci vuole occhio per vederli, come ci vuole occhio per vedere la nave Argo navigare su queste acque), ecco su ciascuna delle quattro foglioline è scritto un titolo della mia tetralogia, Presso un fiume stranier, Senza titolo, Bella ciao e Prima del diluvio. È su questa antica terra Ausonia che è venuto su un quadrifoglio così, che racconta storie come l’aedo Omero.

Sono moltissimi, i più, quelli che oggi non si sono accorti che la nostra epoca è quella in cui i morti sorreggono i vivi. I morti, sì, gli uomini antichi come Omero, le loro parole, le loro opere, le loro idee, i loro sogni.

A me piace essere inattuale come Socrate e come Nietzsche, che appunto si divertì a scrivere le sue quattro (anche lui con la sua “tetralogia”) Considerazioni inattuali.

Mi piace essere solo ed essere fuori dal mio tempo come lo fu Wagner al suo tempo. Non mi piace essere moderno, se il moderno dura cinque minuti.

Mi piace essere estraneo a questa mia città, anche se pago cara questa mia ostinata estraneità.

In Germania lo chiamavano Deutsche Misere, il Destino Tedesco; Thomas Mann si definiva «disperatamente tedesco»; Arthur Rimbaud parlava di «disgusto dell’Europa»; Paul Celan soffriva di «solitudine ebraica».

Avessero provato Mann, Rimbaud, Celan il destino, la disgrazia, la disperazione, il disgusto, la solitudine d’essere piacentino. Di Piacenza si muore come si muore di cancro.

Piacenza sul Po non è una grossa città. È più grossolana che grossa. E amara. Allora per addolcirmi la bocca penso alla dolcezza della Petite Plaisance sull’oceano, quella di Marguerite Yourcenar là sulla sperduta isola di Mount Désert, là nel lontano Maine, nel grande Nord degli Stati Uniti. Petite Plaisance si chiamava la sua casa fra la costa dell’America e la distesa dell’Atlantico.

Provate a ripetere più volte, cinque, dieci volte, adagio, Petite Plaisance, e ad un certo punto vi sembrerà un frusciare d’acqua, sembrerà di sentire scorrere – su queste due scorrevoli parole – l’onda del mare, la risacca scivolare e sciogliersi sulla riva.

La corrente del mio Po a Piacenza che, indifferente a queste rive, va verso il mare non potrebbe, con la monotonia della sua unica nota, un interminabile doooo…, un’infinita nota che è anche più lunga di quel lunghissimo accordo in mi bemolle maggiore che dagli archi passa ai corni e poi all’orchestra e che introduce L’oro del Reno che introduce a sua volta la wagneriana Tetralogia, ecco quel monocorde dooooo… del mio Po non potrebbe mai ispirare nessun musicista.

Invece la Piccola Piacenza della Yourcenar ha ispirato l’editrice di Pistoia che ha adottato il suo nome. Un nome e un disegno, quello della cicogna di Karen Blixen.

Talvolta si vede, tra il Po, l’Adda e la Trebbia, volare la cicogna. Forse è la cicogna della Blixen di passo su queste campagne e sopra questi campanili. Non porta bambini, ma libri. Insomma, in un modo o nell’altro porta la vita. Meglio dell’Araba Fenice. Che vada fino alla costa del Maine, alla casa solitaria della Yourcenar? Impossibile? Ci sono arrivati i Vichinghi volando sulle navi. Ci possono arrivare le cicogne solcando i cieli. E poi… Chi non spera quello che non sembra sperabile… dice Eraclito. No, chi non spera l’insperabile non potrà mai scoprirne la realtà né vedere realizzati i suoi sogni né trovare Mount Désert.

Ho troppi grilli e fantasie per la testa? Ho letto troppi libri come Don Chisciotte? Mi son bevuto il cervello bevendo le tante frottole dei poeti? Leggere un buon libro è come bere una buona grappa. Entrambi possono dare alla testa. Per questo non solo nella Biblioteca d’Alessandria e sulla Opernplatz di Berlino hanno fatto falò di libri. Anche gli amici di Don Chisciotte l’hanno fatto. Sì, c’è chi pensa di rinsavire gli uomini facendo così. Il matto può anche rinsavire, ma il sognatore?

Ma ci sono casi disperati come il mio. Perché? Ho letto troppi libri? No, più che altro ho letto – al di fuori degli strepiti e dei clamori della città – molti alberi, molti monti, molti cieli, molte nubi. Il mondo non finirà finché ci saranno uomini che leggeranno libri fra le cui pagine di carta passa il soffio dell’aria e del cielo. E per profumarli ancora più di vita, metto fra le pagine come segnalibri una foglia di noce staccata dal ramo, una penna di gazza caduta dal cielo.

Passato da lettore ad autore, mi sono sentito in certo qual modo storico fuori tempo del mio tempo, raccontando storie e fantasmi, paure e sogni della mia epoca, il mito e la vita.

Dov’è la favola, dov’è il mito, dov’è il simbolo, dov’è la realtà?

Con questa progressione di sferzanti domande Pavese assaliva un amico scrittore che gli aveva mandato un romanzo in lettura.

Se queste domande Pavese le facesse ora a me, risponderei con la sconfinata superbia di prima: sono qua, in queste mie 110 pagine.

Si narra che una volta il poeta John Keats ad una cena con amici alzando il calice per un brindisi inaspettatamente disse: «Sia maledetta la memoria di Newton».

Gli amici ammutolirono. Perché maledetto il povero Newton? Perché, spiegò Keats, con la sua scoperta della rifrazione della luce nel prisma gli aveva rubato l’incanto dell’arcobaleno. Allora tutti d’accordo nel maledire Newton.

Cosa dovrei dire io, allora, di chi mi ha rubato l’incanto della Luna, quegli astronauti che coi loro mostruosi scarponacci di ferro hanno lasciato segni sulla sua delicata pelle. Io innamorato deluso della Luna, la quale è invece tutta persa dietro a bel Endimione. Lei, chiara e irraggiungibile, anche se mi appare – nell’ultimo dei racconti della mia Tetralogia – in fondo al mio bicchiere d’ubriaco, bella e stretta nella sua alta cintura da dea, a cui non posso neanche dire: “Ciao, Luna. Ci vediamo stasera al solito posto”.

Sogno d’amore col pianoforte di Liszt o Sonata al chiaro di Luna col piano di Beethoven, Quadrifoglio o Tetralogia, Commedia o Tragedia, Quartetti o Poemetti, come vi piace. Per me è una sfida alle convenzioni e ai conformismi e alle mode e alle pigrizie di chi si crede mio contemporaneo, ma non lo è. Dato che io, a differenza d’altri, voglio essere contemporaneo non dell’effimero e della moda, ma del duraturo. Di gente giovane quanto meno come Omero. O come la Luna quando c’è la luna nuova.

Dal Po all’Acheronte, che è quasi come dire da me ad Omero, da qui all’eternità.

Umberto Fava

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