Salvatore A. Bravo – Ma che genere di uomini è questo? Quod genus hoc hominum? Quale barbara patria permette un’usanza simile? Quaeve hunc tam barbara morem permittit patria? Ci negano il rifugio dell’arena; muovono guerra impedendoci di scendere a terra e di fermarci sulla spiaggia. L’impegno civile è resistenza antropologica.

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Salvatore Bravo

La domanda e la barbarie

L’impegno civile è resistenza antropologica

Ma che genere di uomini è questo? Quale barbara patria
permette un’usanza simile? Ci negano il rifugio dell’arena;
muovono guerra impedendoci di scendere a terra e di fermarci
sulla spiaggia. Se disprezzate il genere umano e le armi degli uomini,
temete almeno gli Dei memori del bene e del male.

Quod genus hoc hominum? Quaeve hunc tam barbara morem
permittit patria? Hospitio prohibemur harenae
bella cient, primaque vetant consistere terra.
Si genus humanum et mortalia temnitis arma
at sperate deos memores fandi atque nefandi.

Virgilio, Eneide, I, 539-543.

 

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I versi di Virgilio sono la dimostrazione palese che la letteratura – così come la filosofia – coniuga la temporalità contingente con l’eterno. La domanda che pone Virgilio è una verità con cui ogni popolo – ed ogni persona, di ogni epoca – deve confrontarsi. La domanda è la premessa, senza la quale ogni processo del vivere civile e solidale è impossibile. Ogni domanda necessita di una risposta, ma tra la domanda e la risposta deve esserci la mediazione della ragione. Ma se la domanda posta ha una risposta liquida, veloce, precostituita dai media del sistema, come nell’epoca attuale, con la risposta cade il valore della domanda.

Assistiamo ad una migrazione epocale che vuole domande profonde e complesse sulla responsabilità internazionale dello sradicamento di interi popoli, sulla diaspora globale. È in atto una mutazione antropologica. E dinanzi a tutto questo non circolano che risposte e domande ideologiche, semplicistiche e meramente esemplificatorie, con il fine di impedire la comprensione della realtà e l’assunzione di responsabilità, utilizzando il fenomeno migratorio nella piccola arena politica di casa sotto il controllo delle istituzioni economiche. La barbarie, di cui Virgilio tratta nei sui versi, è tra di noi, ed ha il volto violento della propaganda nichilistica di regime, la quale abbonda in immagini, ma non spiega le cause dell’accadere dei fenomeni migratori, ed utilizza la paura della migrazione come nuovo collante sociale. Il migrante che fugge dalle terre che l’Occidente ha devastato è il nemico, l’invasore da fermare. Ecco il sistema ideologico, il dispositivo ideologico con cui si congela la prassi dei popoli.

 

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Prassi e poietica

La domanda, con la sua profondità, mette in moto nel soggetto la pratica della libertà, apre il varco ad un campo di ricerca e di osservazione. Con la domanda anche l’apparato sensoriale si ridispone su nuove rappresentazioni, le riconfigura secondo nuove modalità. La domanda è già prassi (dal gr. πρᾶξις «azione, modo di agire», der. di πράσσω «fare»), il verbo prássein in greco significa operare, agire, camminare, attraversare; fa riferimento all’agire del commerciante greco, alla sua scaltrezza. Il termine ha assunto gradualmente un significato più profondo, ovvero la prassi è anche e specialmente la trasformazione di sé, del proprio carattere. Nell’Eutidemo Platone afferma che la filosofia è l’uso della filosofia per l’essere umano. La teoria si coniuga con la prassi, l’una implica l’altra. L’attività poietica (dal gr. ποιητικός, der. di ποίησις) invece si limita alla produzione e trasformazione di soli beni esterni. Dinanzi a simili tragedie, ormai quotidiane, non vi sono grandi domande e mancano risposte. La migrazione riempie, con le sue tragiche immagini, ogni spazio mediatico, ma tutto accade nella voluta banalità. Non vi sono dibattiti, ma slogan: le parti politiche si dividono i meriti dei respingimenti, ma ogni comprensione argomentata del fenomeno è assente. L’abitudine all’attività poietica è divenuta la forma con cui i poteri economici gestiscono le parole dei sudditi dell’economia, i quali vivono in uno stato quotidiano di sussunzione reale.

 

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La categoria della quantità

La gestione della migrazione mostra in modo palese ed indiscutibile la logica sottesa all’Occidente nichilistico. L’unico imperativo a cui si obbedisce è la poietica e la quantità. La migrazione accade come un fenomeno naturale con le sue leggi inviolabili ed inalterabili, ed è normalmente accettato, lo si deve allo sviluppo ipertrofico dell’uomo poietico: la valutazione di ogni fenomeno avviene solo attraverso la categoria della quantità, per cui si quantificano i numeri dei respingimenti o dell’accoglienza; taluni quantificano l’effetto del lavoro dei migranti sulle casse dello Stato. Si occulta il problema, si riduce la vita a quantità, che – come affermava Hegel nella Scienza della logica – è solo qualità tolta, e dunque quantità, che pone tutto sullo stesso piano orizzontale dell’irrilevanza. L’astrattezza della quantità è il mezzo con cui la violenza nichilistica si rafforza in modo capillare. La quantità senza qualità, i migranti ridotti a puri numeri senza vita, senza “umana” sofferenza. Le loro vite denunciano gli effetti della mobilitazione economica della globalizzazione, sono i veicoli attraverso cui giunge a noi la tragedia di interi popoli e gli effetti delle pratiche economiche dell’occidente. La loro riduzione a irrilevanza, a quantità, è l’espressione massima del nichilismo, già Hegel affermava che l’indeterminazione coincide con il puro nulla:

«Il puro essere e il puro nulla son dunque lo stesso. Il vero non è né l’essere né il nulla, ma che l’essere non passa, ma è passato, nel nulla e il nulla nell’essere. In pari tempo però il vero non è la loro indifferenza, la loro indistinzione, ma è anzi ch’essi non son lo stesso, ch’essi sono assolutamente diversi, ma insieme inseparati e inseparabili, e che immediatamente ciascuno di essi sparisce nel suo opposto».[1]

La riduzione a numero fa in modo che la tragedia continui, la quantità è il luogo del nulla, degli esseri umani senza volto, senza differenze, senza storia, sono pura biologia e come tale sono niente, e quindi quantificabili. L’Occidente prono alla religione della quantità-merce non sa e non vuole distinguere tra merce e persona. Non ha metodo ed anima per capire: Hegel e Marx ci hanno insegnato l’approccio olistico processuale per capire fenomeni sociali e storici nella loro unicità qualitativa. L’Occidente si rassicura utilizzando l’esattezza dello scientismo, per non assumersi la responsabilità della prassi e della tragedia. Dobbiamo di nuovo utilizzare i metodi che Hegel e Marx ci hanno lasciato in eredità.

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L’impotenza

L’accettazione passiva della tragedia della migrazione, come del precariato, ha il suo fondamento anche nel senso di impotenza generalizzata che è entrata nelle nostre esistenze. La globalizzazione si è coniugata con la crisi della rappresentanza politica, la quale riduce – in nome del principio di realtà – ogni problema a semplice elenco di provvedimenti finanziari rappresentati come oggettivi ed indiscutibili. Tanto più l’impotenza si rafforza, quanto più i fenomeni sociali ci appaiono complessi e distanti, per cui gli esseri umani di buona volontà, percepiscono solo la loro inutilità. Bauman ha colto questo aspetto della crisi attuale, dell’impotenza globale che raggela ogni azione pensata. Anche qui è necessaria una domanda: l’impotenza esige il coraggio della domanda per poter diradare le sue nebbie e rimettere in cammino la storia, che sembra, fatalmente congelata nel tragico:

«Non esistono strumenti adeguatamente globali per un’azione eticamente motivata e globalmente informata. In assenza di strumenti adatti a un’azione efficace, sembriamo tutti, ognuno di noi individualmente e tutti gli individui insieme, scaraventati nel ruolo di spettatori e costretti a sostenerlo per un tempo insopportabilmente lungo. Un impegno costante e a lungo termine per un’azione collettiva volta a intervenire alle radici della miseria umana, causata dal nuovo vuoto etico globale appare ora come un sogno confuso. Tuttavia, solo questo tipo di impegno merita di essere chiamato “momento politico par excellence”, come suggerisce Boltanski: “un atto che trasforma lo spettatore in attore”. Nulla di inferiore a questo impegno può funzionare […]».[2]

Essere spettatori è una condizione, ma non un destino. La condizione attuale non è senza uscita. Solo con l’uscita dal ruolo di spettatore e del consumo è possibile ridare senso e consistenza qualitativa alle istituzioni che come gusci vuoti sopravvivono alla società dello spettacolo. L’impegno civile è resistenza antropologica come affermava Massimo Bontempelli: non siamo chiamati ad atti di eroismo, ma al microimpegno quotidiano che può nella sua azione istituzionale e comunitaria porre le condizioni per un nuovo agere/inizio. Si deve uscire dalla giaculatoria dell’olocausto, come evento unico ed irripetibile, per trasformare l’olocausto del passato in esperienza collettiva per discernere gli olocausti che accadono intorno a noi.

Salvatore A. Bravo

[1] Hegel, Scienza della logica, volume I, Laterza, Bari 1925, pag. 74.

[2] Bauman, Il Secolo degli Spettatori, EDB Lampi, Bologna 2015, pag. 39.

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23 Rapporto sulle migrazioni 2017


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