Cesare Pianciola – Il colloquio di Costanzo Preve con Norberto Bobbio

Cesare Pianciola. Norberto Bobbio - COstanzo Preve

Cesare Pianciola

Il colloquio di Costanzo Preve con Norberto Bobbio

Vorrei chiarire qualche aspetto del rapporto tra Bobbio e Costanzo Preve (1943-2013), con il quale ho avuto un legame di lunga data, che a tratti si è incrinato ma che si è sempre riannodato e mantenuto fino alla fine[1].

Preve, per molti decenni docente in un liceo torinese e filosofo marxiano autore di molti libri tradotti in varie lingue, fu impegnato politicamente nella sinistra, dal PCI a Lotta Continua a Democrazia proletaria. Negli ultimi decenni reagì alla cosiddetta “crisi del marxismo” con il programma di ricostruire una filosofia di ispirazione marxiana che si congedasse non solo dai marxismi – rimanendo però legato all’ontologia dell’essere sociale di Lukács e anche ad alcune nozioni di Althusser – ma anche dalla sinistra, nel senso che si sentiva del tutto alieno dagli schieramenti politico-ideologici tradizionali (dal 1992 non votava più alle elezioni politiche). Così – nonostante i riconoscimenti italiani e internazionali[2] – finì di trovarsi a Torino in un progressivo isolamento di cui spesso si lamentava, benché avesse un folto gruppo di giovani amici e di allievi affezionati, alcuni dei quali hanno raccolto saggi sul suo pensiero per riproporlo e svolgerne alcuni motivi dopo la sua scomparsa[3]. I suoi libri furono pubblicati da piccole case editrici (soprattutto, prima dall’editore Vangelista di Milano, poi dalla CRT di Pistoia, diventata in seguito Petite Plaisance), ma nel 2004 uno dei suoi libri più elaborati uscì presso Bollati Boringhieri: Marx inattuale. Eredità e prospettiva. Dopo la morte prematura del coordinatore editoriale Alfredo Salsano (1939-2004), che nel 2003 gli aveva anche affidato la introduzione della ristampa del saggio di Günther Anders L’uomo è antiquato, la casa editrice torinese non accettò le altre proposte di Preve.
Negli ultimi anni Costanzo non perdeva occasione per ribadire la sua estraneità rispetto all’ambiente politico-culturale della sinistra torinese, sia quella di matrice operaista e movimentista, sia quella che si rifaceva al riformismo liberaldemocratico (ed è noto che a Torino tra i due filoni ci sono state varie mescolanze).
Ma ce l’aveva più con gli allievi che con il maestro. Il suo rapporto con Bobbio era stato coinvolgente e profondo e ci fu una autentica amicizia tra i due, testimoniata anche dal fatto che Bobbio si faceva dare del tu da un interlocutore di oltre trent’anni più giovane.
Preve racconta che conobbe Bobbio e ne fu affascinato nell’anno accademico 1962-63 quando seguì un suo seminario sulla pace e la guerra. Allora Preve era iscritto alla Facoltà di giurisprudenza; poi cambiò facoltà e andò a studiare all’estero, a Parigi, a Berlino, ad Atene.
Tornato a Torino – a laurearsi in storia sotto la guida di Alessandro Galante Garrone per poi insegnare storia e filosofia nei licei – frequentò regolarmente Bobbio dalla metà degli anni Settanta e collaborò attivamente al Seminario Etica e politica iniziato nel 1980 presso il Centro studi Piero Gobetti, che fu per molti anni un luogo di discussione molto vivo con Bobbio, coordinato da Pietro Polito e Marco Revelli. Ebbe inoltre con il filosofo un importante scambio su Marx e il marxismo uscito su «Teoria politica» nel 1992-93, a proposito del libro Il filo di Arianna. Quindici lezioni di filosofia marxista (Vangelista editore, Milano 1990). La recensione di Bobbio e il carteggio che ne seguì furono poi riportati integralmente da Preve in Le contraddizioni di Norberto Bobbio (CRT, Pistoia 2004)[4], che però non mi pare tra i suoi libri migliori, sembrando spesso indeciso tra l’affetto e l’apprezzamento dei meriti di Bobbio, e la volontà di rimarcare la presa di distanza teorico-politica. Da notare il sottotitolo Per una critica del bobbianesimo cerimoniale. All’indomani della morte del filosofo, Preve era irritato per le celebrazioni che gli facevano temere una monumentalizzazione acritica. Quindi voleva esprimere francamente nel libro i punti di contatto e di dissenso.
Bobbio stimava molto Preve, riconosceva la sua competenza su Marx e la sua padronanza della sterminata letteratura marxista in varie lingue (in effetti le appendici dei suoi libri che contengono bibliografie ragionate sono una miniera di informazioni e di giudizi spesso acuti). Gli piaceva anche il suo modo netto e chiaro di porre le questioni. Questo modo apparteneva anche a Bobbio, che però non approvava le intemperanze verbali di Preve, spesso condite da veri e propri improperi nei confronti degli avversari – e anche dei vicini – in cui il maestro torinese vedeva un vizio storico dei marxisti. C’era una profonda differenza di atteggiamento: Preve era portato alle esagerazioni “estremistiche”, ai paradossi, all’uso delle maiuscole; Bobbio all’accumulo delle distinzioni, delle domande e dei dubbi, alla comprensione delle ragioni dell’avversario, all’uso delle minuscole. Bobbio comunque non insisteva sugli eccessi polemici che appartengono allo stile di Preve, da cui pensava che non bisognasse lasciarsi distrarre, se si vuole venire in chiaro dei consensi e dei dissensi.
Sul piano del metodo, Preve apprezzava di Bobbio quella che definiva «l’etica della comunicazione» rivolta non già alla persuasione retorica ma alla determinazione pubblica di antinomie e di problemi che in questo modo vengono chiariti, ciò che Preve chiamava il socratismo di Bobbio. Ma anche sulla chiarezza bobbiana Preve aveva delle riserve e sottolineava che questa ha un prezzo, perché il metodo dicotomico di Bobbio si basava, a suo avviso, su un approccio aprioristico-trascendentale di tipo kantiano e sulla costruzione di modelli idealtipici che con difficoltà si applicano poi alla realtà storico-sociale.
Sul piano dei contenuti, Preve dichiarava di accettare pienamente la lezione di Bobbio sul nesso inscindibile tra libertà formali e sostanziali (anche se poi accumulava i se e i ma sulle “libertà formali” e diceva di preferire la Cuba castrista e la Cina autoritaria rispetto alle ipocrite liberaldemocrazie occidentali).
Respingeva soprattutto quello che chiamava il «bobbianesimo forte», e in particolare tre tesi:

  1. a) La dicotomia fra destra e sinistra.
    Secondo Preve, la dicotomia proposta da Bobbio nel fortunato libretto del 1994 ha un significato empirico-storico ma non un significato teorico. Marx, che era indubbiamente di sinistra, è il pensatore della libera individualità e non dell’eguaglianza, e dunque non rientra negli schemi di Bobbio; Heidegger, indubbiamente di destra, fa capire il capitalismo più di Engels, indubbiamente di sinistra, e via dicendo. Al di là dei paradossi, la dicotomia è inutilizzabile se quello che conta è l’anticapitalismo radicale. Questo in fondo è il metro che interessava Preve, il quale dava per defunta la sinistra ed era disposto anche a dialogare con i settori anticapitalistici della destra e a pubblicare alcuni libri presso case editrici di estrema destra, adducendo la ragione che lui era un libero filosofo e l’unica condizione che poneva era di non subire alcuna censura. Era inutile ricordargli che il contesto qualifica almeno in parte il discorso e che le convergenze con un certo anticapitalismo di destra sembrava giustificare la polemica di chi vedeva confluire gli “opposti estremismi”. Il comunitarismo di cui si faceva teorico era però lontano da quello dei gruppuscoli della destra anti-imperialista. In Verità e Relativismo. Religione, scienza, filosofia e politica nell’epoca della globalizzazione (Alpina, Torino 2006) e nell’Elogio del comunitarismo (Controcorrente, Napoli 2006) nel complesso Preve sosteneva un comunitarismo contrario all’individualismo liberal-liberistico ma anche alle alternative organicistiche e anti-universalistiche tipiche della destra[5].
  2. b) Il contrasto tra laicismo e religione.
    Preve proclamava “la bancarotta” del pensiero laico e razionalistico di derivazione illuministica e dichiarava più religiosa la società capitalistica di quella medievale perché permeata dalla «credenza nella insuperabilità destinale del modo di produzione capitalistico e nella fatalità delle leggi della sua riproduzione» (p. 128). Difendeva il significato della religione come sentimento della dipendenza degli individui dalla natura e dalla cooperazione comunitaria, e in ultima analisi come espressione in forma simbolica del legame sociale, contro i laicismi, visti come portatori di individualismo nichilistico. Bobbio ribadiva le ragioni della laicità sul piano dello Stato laico, su quello etico e sul «contrasto mai spento tra ragione e fede» in filosofia: «Se c’è un’epoca in cui il dibattito fra una visione laica e una visione religiosa della vita non accenna a spegnersi, è, caro Costanzo, proprio la nostra» (p. 136).
  3. c) Il pacifismo.
    Secondo Preve, il pacifismo istituzionale di Bobbio aveva mostrato la corda nella giustificazione nel 1991 della prima guerra del Golfo e nel 1999 di quella del Kosovo. Bobbio aveva sostenuto a più riprese che nella situazione atomica non possono più esserci guerre “giuste” perché è in gioco la distruzione dell’umanità, ma – dice Preve – «quando la guerra ridiventò possibile, perché diretta contro stati privi di armi atomiche (Irak nel 1991 e Jugoslavia nel 1999) la giudicò anche “giusta”» (p. 96). «Bobbio non è un pensatore pacifista» (p. 147), e se cerca teoricamente le vie della pace, in realtà interiorizza un punto di vista geopolitico imperialistico occidentale. Le argomentazioni più compiute e risentite sul tema sono espresse in un libro a cui Preve teneva molto e il cui titolo ossimorico già dice qualcosa sui contenuti: Il Bombardamento Etico. Saggio sull’Interventismo Umanitario, sull’Embargo Terapeutico e sulla Menzogna evidente (CRT, Pistoia 2000).

 

Riassumendo, Preve sottolineava l’estraneità di Bobbio alla sostanza del pensiero di Marx (pur molto studiato e considerato un classico imprescindibile della modernità), e difendeva il proprio progetto di una filosofia ispirata a quello che riteneva il Marx più autentico e vivo:
Se qualcuno mi chiedesse qual è a mio avviso, sulla base di quasi quarant’anni di studi marxiani, la filosofia di Marx – scriveva –, risponderei così: un’antropologia filosofica iscritta in una filosofia della storia. Più esattamente, un’antropologia filosofica della libera individualità sociale iscritta in una filosofia dialettica ed emancipativa della storia. Non un rovesciamento di Hegel, ma una concretizzazione comunista di Hegel[6].
Questa rifondazione filosofica doveva abbandonare come inutile e dannoso gran parte del bagaglio storico marxista, riconnettere Marx alla filosofia greca e all’idealismo tedesco, e mettere al centro la nozione dell’uomo come essere sociale, insieme al grande tema dell’alienazione.
Quanto a Bobbio, il suo atteggiamento critico, analitico, empiristico, non gli impediva di salvare in Marx, contro le frettolose liquidazioni post-89, almeno due tesi fondamentali: il primato del potere economico su quello politico e ideologico, e la previsione della mercificazione sempre più pervasiva e universale. Di questo discusse a lungo con Sylos Labini tra il 1991 e il 1994. Fuori luogo mi appare l’accusa di Preve a Bobbio di avere trascurato la critica al capitalismo come riduzione di ogni aspetto della vita umana alla forma di merce. Anzi, questa critica – secondo Bobbio – è proprio uno degli aspetti da salvare della eredità teorica di Marx. Sylos Labini concedeva a Bobbio che la mercificazione era un punto decisivo e che già Adam Smith aveva detto cose profetiche sul consumismo, ma in una lettera del 7 gennaio 1994[7], Bobbio insisteva:

per me la riduzione di ogni cosa a merce, […] è l’inevitabile risvolto dell’esaltazione del mercato […] come unico rapporto buono, e quindi da incoraggiare tra gli uomini, per cui tutto si può comprare e vendere, e dunque il sesso, gli organi del corpo, i voti, la coscienza, purché ci sia un libero compratore e un libero venditore, è qualcosa di ben più grave del consumismo.

 

Tenendo presenti le obiezioni di Bobbio e rendendole pubbliche, Sylos modificava in bozze il libro uscito da Laterza nel 1994 Carlo Marx: è tempo di un bilancio.
Bobbio volgeva ripetutamente ai marxisti due inviti: a) il richiamo alla realtà dei fatti e alle “repliche della storia”, contro il dottrinarismo e l’instancabile esegesi dei testi dei fondatori della dottrina; b) la richiesta di confrontarsi con i risultati e i metodi delle scienze economiche, giuridiche, politiche e sociali contemporanee. Bobbio non amava le dispute, spesso scolastiche, «che dilettano i filosofi e sono oscure ai profani» e chiedeva: «non sarebbe più saggio, come fanno del resto gli economisti e i sociologi che si richiamano al marxismo, utilizzare l’opera di Marx per quel che è ancora utilizzabile, allo scopo di ricavarne strumenti concettuali adatti all’analisi della società contemporanea?»[8]. In certo senso era quello che Preve cercava di fare: non si trincerava dietro alle citazioni filologiche e si domandava quali aspetti di Marx si erano dimostrati errati alla prova di un colossale fallimento storico (per esempio, respingeva l’idea marxiana della classe operaia come soggetto storico capace di effettuare la transizione verso un modo di produzione alternativo al capitalismo).
Se andiamo al fondo del loro dissenso, in Bobbio e in Preve c’era una concezione diversa, prima ancora che del marxismo, della filosofia. Bobbio attribuiva alla filosofia «un compito critico, di revisione e di controllo, piuttosto che direttivo e di illuminazione globale»[9], compito che riteneva più modesto ma più utile. Invece, per Preve occorreva «una ispirazione metafisica della prassi politica» (p. 28), come c’era stata in Fichte, in Hegel, in Gentile. Proprio quella ispirazione idealistica che Bobbio pensava fosse da evitare come fonte di pericolose mistificazioni, o almeno di logomachie inconcludenti.
Bobbio in una lettera a Preve della fine del 1992 trovava «eccentrico» il suo marxismo e il suo ritorno a un Marx tanto inedito quanto troppo liberamente interpretato come filosofo della libera individualità. Ma gli ricordava che nella traduzione inglese del Profilo ideologico del Novecento aveva citato Preve come prova che con la rovina del comunismo storico il marxismo critico non era morto e rimaneva «come una riflessione, amara ma non rassegnata, su una grande sconfitta e come una sfida ai vincitori»[10]. Una posizione a cui Bobbio, pur nella distanza, guardava con rispetto.

 

Cesare Pianciola

 

[1]    Riprendo in parte un mio intervento all’incontro organizzato all’Università di Torino dal prof. Enrico Pasini, il 13 novembre 2014, a un anno dalla scomparsa di Preve.

[2]    Ricordiamo l’introduzione di André Tosel a C. Preve, Storia critica del marxismo. Dalla nascita di Karl Marx alla dissoluzione del comunismo storico novecentesco (1818-1991), Edizioni Città del Sole, Napoli 2007, e l’ampio spazio dedicatogli da Cristina Corradi nella Storia dei marxismi in Italia, Manifestolibri, Roma 2005.

[3]    Si vedano i saggi raccolti da A, Monchietto e G, Pezzano in Invito allo straniamento. Vol. 1: Costanzo Preve filosofo e, a cura del solo Monchietto: Invito allo straniamento. Vol. 2: Costanzo Preve marxiano, Pistoia, Petite Plaisance, 2014 e 2016. Numerose interviste a Costanzo Preve condotte da Diego Fusaro si trovano su YouTube.

[4]    Le successive indicazioni di pagina tra parentesi si riferiscono a questo libro.

[5]    Non voglio con ciò minimizzare il suo contributo perfettamente consapevole a un’area politica “nazionalitaria” che ci tenne a riaffermare anche negli ultimi anni, per esempio quando nel 2012 ribadì la sua stima per il teorico della destra sociale Alain de Benoist e dichiarò che se fosse stato in Francia avrebbe votato per Marine Le Pen, della quale lodava vari punti del libro Pour que vive la France, pur con la precisazione: «Sottolineo per chiarezza che la mia dichiarazione “scandalosa” […] non comporta in alcun modo la condivisione del razzismo e della xenofobia anti-immigrati, con le quali la Le Pen si deve e si dovrà inevitabilmente confrontare sul piano elettorale». Nello stesso articolo si congedava definitivamente dal proprio passato: « In Italia ho goduto della consuetudine con alcuni pensatori più anziani (Norberto Bobbio, Ludovico Geymonat, Cesare Cases, Franco Fortini, fra gli altri), ma essi sono stati per me un esempio umano, non certo filosofico» (C. Preve, Se fossi francese, 18/04/2012, in https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=43120%20Costanzo%20Preve). Su questa deriva della sua posizione “ni droite ni gauche” eravamo veramente molto distanti.

[6]    C. Preve, Un secolo di marxismo. Idee e ideologie, CRT, Pistoia 2003, p. 101.

[7]    Corrispondenza con Sylos Labini in Archivio Bobbio presso Centro studi Piero Gobetti di Torino.

[8]    N. Bobbio, Quale socialismo? Discussione di un’alternativa, Einaudi, Torino 1976, p. 25.

[9]    N. Bobbio, Né con Marx né contro Marx, a cura di C. Violi, Editori Riuniti, Roma 1997, p. 202 (nel contesto di una critica alla confluenza di Marx e Husserl propugnata da Enzo Paci) .

[10]   Ibidem, p. 240, e C, Preve, Le contraddizioni di Norberto Bobbio, cit., p. 137.

Un tuffo …

… tra alcune pubblicazioni di Cesare Pianciola …

Cesare Pianciola, Kosik e Sartre, «Quaderni piacentini», anno IV, n. 2, 1965dicembre-1965


Il pensiero di Karl Marx, Loescher, 1971


Filosofia e politica nel pensiero Francese del dopoguerra, Loescher, 1979


Piero Gobetti. Biografia per immagini, Gribaudo, 2001


Piero Gobetti. Opera critica, Edizioni di storia e letteratura, 2013


N. Bobbio, Scritti su Marx. Dialettica, stato, società civile.
Testi inediti a cura e con una introduzione di Cesare Pianciola e Franco Sbarberi, Donzelli, 2014


Raniero Panzieri, Centro di Documentazione di Pistoia, 2014


Esistenza, ragione, storia. Pietro Chiodi (1915-1970), Petite Plaisance, 2017 (con Giuseppe Cambiano)

Pietro Chiodi (1915-1970), filosofo esistenzialista che negli anni Sessanta insegnò Filosofia della storia all’Università di Torino, è ricordato soprattutto per la sua attività di studioso e traduttore di Heidegger che ha ricreato per i lettori italiani il vocabolario filosofico del pensatore tedesco. Non meno importanti i suoi saggi su Kant e le traduzioni della ‘Critica della ragion pura’ e degli ‘Scritti morali’. Questo libro, curato da due tra i suoi primi allievi, contiene contributi sull’opera filosofica e sui confronti teorici in cui si è impegnato (con Abbagnano e Paci, con Sartre, con i marxisti), ma anche saggi sulla drammatica vicenda resistenziale consegnata a ‘Banditi’ – il diario partigiano che Fortini considerò “quasi un capolavoro” -, sul rapporto di profonda amicizia e di influenze reciproche con B. Fenoglio, sul suo interesse poco noto per le arti figurative. In appendice un inedito su socialismo e libertà, a proposito di ‘Riforme e rivoluzione’ di A. Giolitti, e una testimonianza della sua compagna, Aida Ribero, sulla coerenza tra filosofia e vita. Chiude il volume una completa bibliografia degli scritti di e su Chiodi.


La guerra d’Algeria e il «manifesto dei 121», Edizioni dell’Asino, 2017

Nel 1960 un gruppo di intellettuali sottoscrive il “manifesto dei 121”, che denuncia la brutale repressione e l’uso sistematico della tortura praticata dall’esercito francese in Algeria, e solidarizza con l’insubordinazione alle gerarchie militari e con il sostegno alla causa della indipendenza algerina. È un episodio della storia politica e culturale del Novecento da rimeditare nella sua complessità. Chiude il libro la testimonianza di Louisette Ighilahriz, algerina militante all’epoca nel Fronte di liberazione nazionale.


Il critico e il pittore. Gobetti, Casorati e la sua scuola, Aras Edizioni, 2018

Felice Casorati (1883-1963) ci ha lasciato di Piero Gobetti (1901- 1926) un ritratto penetrante e idealizzato dipinto per la fondazione del Centro studi a lui intitolato. La critica d’arte, nella multiforme attività di Gobetti, fu seria e impegnativa. Tra i pittori contemporanei che apprezzò (Carrà, De Chirico, Soffici…), la figura centrale è Casorati, su cui scrisse e pubblicò nelle sue edizioni una monografia nel 1923. Il pittore era legato al suo critico da una «amicizia tenace completa perfetta», come la definì alla morte del giovane antifascista. Gobetti fu anche il primo a mettere in rilievo l’importanza della scuola di Casorati ai suoi inizi, vedendovi «una cosa completamente nuova, lontana da ogni sistematicità di accademia». Piero e Ada erano intimi delle sorelle Marchesini: Maria, Dadi e Nella, che fu la prima allieva del maestro. I saggi qui raccolti esplorano diversi aspetti di una vicenda che parte da Gobetti e si dipana in un tessuto culturale da cui è possibile trarre nuovi echi.


Marxismo. Tradizioni di pensiero, il Mulino, 2019

A partire dagli autori fondativi, le diverse correnti di pensiero vengono caratterizzate attraverso l’esposizione dei loro temi portanti e delle figure in cui si sono concretati. Indice del volume: Premessa. – I. Dal marxismo a Marx. – II. Dall’opposizione al potere. – III. Marxismi occidentali. – IV. Lavoro e valore tra economia, filosofia e sociologia. – V. Un’eredità politica contrastata. – VI. Complicazioni: nazione, genere, ambiente. – Bibliografia. – Indice dei nomi.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

Petite Plaisance – Pubblicazioni recenti

E-Books gratuiti

Gianluca Giachery – Recensione a «Esistenza, ragione, storia. Pietro Chiodi (1915-1970)». La radicalità etica e l’attualità della riflessione del filosofo e comandante partigiano.

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269 ISBN

indicepresentazioneautoresintesi

Giuseppe Cambiano, Cesare Pianciola (a cura di), Esistenza, ragione, storia. Pietro Chiodi (1915-1970), Pistoia, Editrice Petite Plaisance. 2017, pp. 160, ISBN 978-88-7588-195-5, euro 15,00.

«Tutti tacquero. Max riprese: – Conosci il tedesco? – Lo so leggere ma non saprei parlarlo. – Che libri leggi in tedesco? – Sto leggendo Heidegger. – Max si rivolse all’agente della Gestapo dicendo: – Dev’essere uno scrittore comunista. Vero? – L’altro guardò l’ufficiale italiano dicendo: Ja, ja –. Questi annuì col capo».

Si tratta dell’interrogatorio subito da Pietro Chiodi, filosofo e comandante partigiano (1915 -1970), nella caserma di Bra il 22 agosto del 1944, dopo la sua cattura, e riportato in Banditi, una delle testimonianze sulla guerra partigiana più rilevanti della nostra letteratura, in anni in cui sia la storia che la letteratura (non solo quelle insegnate nelle scuole) hanno perso gran parte del loro potenziale, appunto, educativo e progettuale. Ancora un’altra annotazione di Chiodi, tratta sempre da Banditi:

«Carcere di Bra, 22 agosto 1944:
– Come ti chiami?
– Chiodi Pietro.
– Che mestiere facevi?
– Il professore.
– Quanti anni hai?.
– Ventinove».

Filosofo impegnato, allievo di Abbagnano, fraterno amico di Leonardo Cocito (il geniale professore di letteratura del Liceo di Alba, antifascista e impiccato dai nazi-fascisti), professore e Maestro di Beppe Fenoglio, primo traduttore italiano di Heidegger (la sua traduzione di Esse e Tempo rimane, tutt’ora, ineguagliata), fine studioso di Kant ma anche dell’esistenzialismo di matrice sartreana, Pietro Chiodi è una di quelle figure di intellettuale che poco si adatta a qualsiasi etichetta specialistica. Piuttosto, pur nell’approfondimento di alcune tematiche di carattere squisitamente filosofico-teoretico, egli non ha mai perso di vista la dimensione dell’impegno politico-culturale nella società, trasformando lo studio e l’insegnamento in materia viva, nel pieno rigore del pensiero critico kantiano.
La dimensione dell’impegno, l’amore per il dibattito, il polemos e la discussione, oltreché una appassionata dedizione alla ricerca, allo studio e all’analisi dei testi filosofici caratterizza la figura complessiva del filosofo di Corteno Golgi, nel volume curato da Giuseppe Cambiano e Cesare Pianciola. Volume che, oltre a contenere saggi di studiosi che si soffermano sulle differenti direzioni del pensiero di Chiodi, ci consegna una preziosa testimonianza di Aida Ribero, compagna del filosofo, e un saggio dello stesso Chiodi, del 1957, dal titolo “Alcune riflessioni a proposito dello scritto di Antonio Giolitti, Riforme e rivoluzione, a voler ribadire la sua costante attenzione al tema dell’impegno civile.
Chiodi è stato anche un instancabile traduttore di opere filosofiche: dalla Critica della ragion pura agli Scritti morali di Kant, a testi di Heidegger, Jaspers, Löwith, Carnap, Weber, Tatarchiewicz. Tutto ciò a dimostrare – come viene evidenziato nel saggio di Gianluca Garelli, Filosofia e traduzione in Pietro Chiodi – che, per il filosofo, il confronto diretto con il testo costituiva un vero e proprio lavoro intellettuale di comprensione e di esplicazione ermeneutica.
È Cambiano a delineare un profilo attento e critico di Chiodi, ripercorrendo i temi centrali (tutti uniti da un rigore teoretico) della sua ricerca: dall’influenza e dialogo continuo con Abbagnano (grande ed esemplare figura di riferimento della scuola filosofica torinese), fino agli studi centrali dedicati ad Heidegger, in un confronto serrato con la fenomenologia husserliana; dal “rirorno a Kant” (Chiodi aveva dedicato la propria tesi di laurea – andata dispersa – al filosofo di Königsberg), agli studi su Sartre e il tema dell’alienazione, per immergersi, poi, nel “dibattito sull’esistenzialismo” che, tra la metà degli anni ‘50 e gli anni ‘70, coinvolse personaggi eminenti del panorama culturale e filosofico italiano, tra cui Anronio Banfi, Remo Cantoni, Enzo Paci, Abbagnano e lo stesso Chiodi.
Come Abbagnano, scrive Cambiano, anche Chiodi cerca l’anti-Hegel, e lo trova in Heidegger. «Per Chiodi, come del resto per Abbagnano, Hegel rimarrà sempre l’eroe negativo. Per valutare gli aspetti positivi o i limiti di qualsiasi filosofia il confronto con Hegel apparirà sempre determinante. Ciò vale anche per il pensiero di Heidegger» (p. 9).
L’Heidegger di Essere e Tempo costituisce per Chiodi un punto di apertura e, contemporaneamente, di differenziazione rispetto alla Lebensphilosophie, poiché restituisce al Dasein la centralità dell’esistenza, quindi, al suo carattere fondamentalmente ontologico. Tuttavia, rileva Chiodi, assolutizzando la struttura stessa del Dasein, Heidegger non può che fallire nel progetto iniziale di Essere Tempo, avvitandosi continuamente nel tentativo di esplicare le forme attraverso cui si rivela lo stesso Dasein. Per questo, nonostante l’attenzione a quella prima, fondamentale opera heideggeriana, Chiodi dedicherà negli anni ‘50 saggi penetranti sul pensiero del “secondo Heidegger”, in quel percorso che da Sentieri interrotti (Holzwege) , tradotto dallo stesso Chiodi, porta a definire la “Svolta” (Kehre) heideggeriana. Si tratta, tuttavia, effettivamente di una “svolta”? È il problema posto da Chiodi.
Lo studio di Heidegger è strettamente connesso all’emergere del confronto di Chiodi con l’esistenzialismo e, in particolare, con Sartre. A questa tematica, Pianciola dedica un saggio accurato e approfondito, che ripercorre la genesi dell’attenzione da parte di Chiodi al pensiero sartreano. Per Chiodi, scrive Pianciola, «Sartre ha avuto il merito di aver tentato un incontro tra esistezialismo e marxismo come critica della ragione dialettica, cioè come analisi delle condizioni di un uso valido e non mistificato dei concetti marxistici di prassi, dialettica, alienazione» (p. 72). In tal senso, come per Heidegger e per altri pensatori, Chiodi propone sempre una disamina attenta e critica dell’opera del filosofo francese, rilevando, nella scrittura filosofica sartreana, alcune cesure che contraddistinguono il passaggio da L’essere e il nulla alla Critica della ragione dialettica. Pianciola sottolinea come, da un lato, per Chiodi la categoria di “progetto” viene ripresa ne L’essere e il nulla da Heidegger in una prospettiva coscienzialista, mentre nella Critica della ragione dialettica, «il progetto è prassi in situazione» (p. 73); d’altro canto, la categoria stessa di relazione assume una duplice valenza nelle due opere: nella prima viene ripreso il Mit-Sein heideggeriano come costitutivo dell’essere, mentre nella Critica la reciprocità diviene la «struttura formale originaria dell’esistenza» (ivi). È evidente, in questo caso, la trasformazione del pensiero sartreano in direzione di una maggiore attenzione alle dinamiche dei gruppi (il “collettivo”), in quanto espressione delle modalità politiche del soggetto di agire nella società, per prendere consapevolezza della propria condizione di sfruttamento e alienazione.
Tra prassi, dunque, alienazione e permanenza del primato della coscienza nel pensiero sartreano, Chiodi, rifacendosi a Kierkegaard, fa emergere la categoria della «possibilità», proprio perché, secondo il filosofo, non è possibile scardinare completamente il negativo che rimane costantemente come un’ombra nella radicalità dei processi umani. Qui, per Chiodi, rileva ancora Pianciola, si chiarifica e puntualizza il ruolo della filosofia (e del filosofo): «La filosofia delinea campi di significati, di valori, di possibilità, deve indicare ciò che minaccia l’umanità dell’uomo, invitare all’azione per combattere le condizioni che lo degradano» (p. 78). Una direzione, questa, decisa e trasparente anche nei confronti dei limiti dello stesso ruolo euristico della filosofia, che fa emergere la radicalità etica e l’attualità della riflessione di Pietro Chiodi.

Gianluca Giachery

 


Testo già pubblicato su “Paideutika”. Quaderni di formazione e cultura, 27, Nuova serie, Anno XIV, 2018.


logo paideutika

Cosa vuol dire Paideutika?

Letteralmente essa è la menzione al plurale dell’aggettivo verbale derivato dal greco paideuo (istruisco, educo, formo), da cui anche paideia (educazione, cultura, istruzione, conoscenza). cui Paideutika nomina tutto ciò che ha a che fare con la formazione dell’uomo.
Così Paideutika intende sviluppare una critica serrata delle pratiche di assoggettamento formativo a partire esattamente dal nesso formazione/cultura. E di farlo nel segno di una tradizione fenomenologica che, con accentuata attenzione esistenziale, non potrà che immergersi nelle infinite forme della vita di cultura – dalla filosofia alle scienze umane, dall’arte alla letteratura, dalle scienze sociali e politiche a quelle dell’educazione – per rivendicare, oggi, l’urgenza di un pensiero radicale. Un pensiero capace di reagire, con metodo decostruttivo, alla confortevole e levigata illibertà che sempre si annida nelle formule retoriche ed edificanti del pedagogismo corrente.


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Gianluca Giachery

Indignazione morale e profezia pedagogica. L'ultimo Horkheimer

Indignazione morale e profezia pedagogica. L’ultimo Horkheimer

Ripercorrendo in modo sistematico lo sfondo storico-culturale della formazione di Horkheimer, questo lavoro propone una lettura articolata e puntuale della sua complessa biografia intellettuale, dalle prime opere fino alle elaborazioni della piena maturità. Studioso attento dei rapporti problematici tra teoria e prassi, tra agire individuale e collettivo, Horkheimer non è stato soltanto uno degli esponenti più fecondi della Scuola di Francoforte: egli ha saputo anche incarnare esemplarmente la responsabilità pedagogica di chi, da intellettuale, fa emergere le contraddizioni della conformazione culturale e della subordinazione passiva al sistema sociale. Le sue riflessioni interrogano l’agire educativo attraverso la critica costante del rapporto tra cultura e società. La sua eredità culturale costituisce il frutto maturo dell’indignazione intellettuale. Per questo la sua è una “profezia pedagogica” di straordinario rigore etico e morale, che costringe a fare i conti, problematicamente, con le aporie del ruolo sociale ed educativo dell’uomo di cultura.

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Idioti reietti delinquenti. Pedagogia, medicina e diritto tra Otto e Novecento

Idioti reietti delinquenti. Pedagogia, medicina e diritto tra Otto e Novecento

Tra Otto e Novecento medicina, diritto e pedagogia dispongono la scena che determina la classificazione delle patologie di cui sono affetti i bambini e gli adolescenti. Per cui medici, pedagogisti e giuristi fanno emergere, tramite l’intreccio delle loro analisi, specifiche figure sociali quali il bambino folle, il degenerato morale, il delinquente, l’anormale o il criminale. In questa costruzione, normalità e anormalità, sano e patologico, degenerazione e carattere vengono continuamente in contatto come polarità similari di campi differenti, che definiscono la natura stessa del processo di esclusione e di inclusione sociale di tali figure devianti. Declinato in questo modo e su documenti originali, il lavoro si propone di individuare, nella rappresentazione complessa degli avvenimenti storici, non solo i personaggi e gli attori, ma le relazioni profonde tra saperi e discipline che hanno fatto emergere, nella nostra modernità, l’evidenza sociale, politica e culturale di coloro che sono considerati marginali, idioti e reietti.

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Il discorso eretico. Michel Foucault e la formazione delle soggettività

Il discorso eretico. Michel Foucault e la formazione delle soggettività

A trent’anni dalla sua scomparsa, Michel Foucault è universalmente riconosciuto come l’intellettuale che ha saputo modificare le metodologie della ricerca in ambito storico, sociale, culturale e filosofico. Il suo pensiero rivela continuamente la novità di un’indagine che scopre in nuovi archivi la complessità dei rapporti sociali tra gli individui, le istituzioni e i poteri.



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Giuseppe Cambiano, Cesare Pianciola – Esistenza, ragione, storia. Pietro Chiodi (1915-1970)

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Coperta 269

Giuseppe CambianoCesare Pianciola (a cura di), Esistenza, ragione, storia. Pietro Chiodi (1915-1970). Hanno inoltre collaborato a questo volume: Gianluca Garelli, Pino Marchetti, Andrea Mecacci, Gabriele Pedullà, Cesare Pianciola, Aida Ribero, Francesco Remotti.

ISBN 978-88-7588-195-5, 2017, pp. 160, formato 140×210 mm., Euro 15 – Collana “Il giogo” [73]. In copertina: foto di Pietro Chiodi, di Aldo Agnelli, Alba (Archivio Aida Ribero).

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Banditi

Sartre and Marxism

L'esistenzialismo

L'esistenzialismo di Heidegger

Il pensiero di Immanuel Kant

I. Kant

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Hanno collaborato a questo volume

Giuseppe Cambiano (Torino, 1941)

dopo la laurea in Filosofia, sotto la guida di Nicola Abbagnano, nel 1965 presso l’Università di Torino, ha lavorato con Chiodi come assistente presso la cattedra di Filosofia della Storia. Ha insegnato Storia della filosofia e poi Storia della filosofia antica, all’Università di Torino dal 1975 al 2002 e dal 2003 al 2011 presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, di cui è ora professore emerito. È socio nazionale dell’Accademia delle Scienze di Torino e dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Tra le sue pubblicazioni: Platone e le tecniche, Laterza, 1991; Storia della filosofia antica, Laterza, 2009; Perché leggere i classici. Interpretazione e scrittura, il Mulino, 2010, Come nave in tempesta. Il governo della città in Platone e Aristotele, Laterza, 2016.

Gianluca Garelli (Torino, 1969)

ha studiato a Torino, Bologna, Heidelberg e Berlino; è professore associato presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. Si è occupato principalmente di filosofia classica tedesca e sua ricezione nel pensiero contem­poraneo; storia dell’estetica; ermeneutica filosofica; teoria del tragico. È autore fra l’altro di traduzioni italiane di scritti di Peter Szondi (Saggio sul tragico, 1996), Hegel (La fenomenologia dello spirito, 2008) e Kant (Lezioni di enciclopedia filosofica, 2002; Antropologia dal punto di vista pragmatico, 2010). L’ultimo libro che ha pubblicato è La questione della bellezza. Dialettica e storia di un’idea filosofica (Einaudi, 2016).

Pino Marchetti (Pontoglio, 1955) insegna filosofia e storia al Liceo “Veronica Gambara” di Brescia. Ha curato Pietro Chiodi. Bibliografia per la mostra documentaria presso la Biblioteca Queriniana di Brescia (2015) e P. Chiodi, Lettere (1955-1970), Corteno Golgi 2015.

Andrea Mecacci (Roma, 1972) è professore associato di Estetica presso l’Università degli Studi di Firenze. L’estetizzazione della contemporaneità, le sue declinazioni teoriche e operative e l’analisi di alcune categorie (il pop, il kitsch) compongono l’orizzonte delle sue ricerche attuali. Tra le sue pubblicazioni: Introduzione a Andy Warhol (Laterza, 2008); L’estetica del pop (Donzelli, 2011); Estetica e design (il Mulino, 2012); Il kitsch (il Mulino, 2014).

Gabriele Pedullà (Roma, 1972) insegna Letteratura italiana presso l’università di Roma 3 ed è stato visiting professor a Stanford e UCLA. Ha pubblicato monografie su Beppe Fenoglio (La strada più lunga, Donzelli, 2001), sul cinema e le altre arti (In piena luce, Bompiani, 2008) e su Machiavelli (Machiavelli in tumulto, Bulzoni, 2011). Ha curato: Aa. Vv., Racconti della Resistenza (Einaudi, 2005); Aa. Vv., Parole al potere. Discorsi politici italiani (Bur. 2011); Niccolò Machiavelli, Il principe (Donzelli. 2011); Beppe Fenoglio, Il libro di Johnny (Einaudi. 2015) e, assieme a Sergio Luzzatto, l’Atlante della letteratura italiana (Einaudi. 2010-12). Presso Einaudi ha pubblicato anche i racconti Lo spagnolo senza sforzo (2009) e il romanzo Lame (2017). Collabora con il supplemento culturale della domenica del «Sole 24 Ore».

Cesare Pianciola (Torino, 1939) è stato assistente presso la cattedra di Filosofia della storia dell’Università di Torino, docente di storia e filosofia nella Secondaria superiore fino al 1994 e di Analisi di testi filosofici dal 2001 al 2008 presso la S.I.S. di Torino. Fa parte del comitato editoriale de «L’Indice dei libri del mese» e del consiglio direttivo del Centro studi Piero Gobetti (al quale ha dedicato vari saggi, tra cui Piero Gobetti. Biografia per immagini, Gribaudo, 2001). Ha pubblicato lavori su Hannah Arendt, sulla filosofia contemporanea italiana e francese, su Marx e il marxismo. Con Franco Sbarberi ha curato e introdotto la raccolta di inediti di N. Bobbio, Scritti su Marx. Dialettica, stato, società civile, Donzelli, 2014.

Aida Ribero (Buenos Aires, 1935) è stata insegnante; ha fondato il Telefono Rosa e il Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di Torino. Ha organizzato mostre sulla storia del percorso di libertà delle donne del secolo scorso e scritto saggi sul femminismo (tra cui Una questione di libertà. Il femminismo degli anni settanta, Rosenberg & Sellier, 1999). Ha curato Glossario-Lessico della differenza, Regione Piemonte, Torino, 2007, e Procreare la vita filosofare la morte. Maternità e femminismo, Il Poligrafo, 2011.

Francesco Remotti (Pozzolo Formigaro, 1943) si è laureato con Chiodi con una tesi su Lévi-Strauss (su cui ha pubblicato Lévi-Strauss. Struttura e storia, Einaudi, 1972). È stato professore ordinario di Antropo­logia culturale, insegnando anche Etnologia dell’Africa, ed è professore emerito dell’Università di Torino. Dal 2002 è socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino. Tra i suoi ultimi libri: Fare umanità. I drammi dell’antropo-poiesi, Laterza, 2013; Per un’antropologia inattuale, Elèuthera, 2014.


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