Francesca Pentassuglio – Eschine sembra sia stato il primo ad associare direttamente l’«eros» e la conoscenza e il primo, dunque, a sviluppare la nozione socratica di «eros» come impulso al miglioramento morale e intellettuale.

Francesca Pentasuglio - Eschine di Sfetto

Francesca Pentassuglio, Eschine di Sfetto. Tutte le testimonianze, Brepols, Thurnout 2017, p. 219.


Quarta di copertina

Di Eschine di Sfetto, come di tutti gli altri Socratici a eccezione di Platone e Senofonte, non è pervenuta alcuna opera completa. Abbiamo tuttavia testimonianza di sette dialoghi “socratici”, conservati in stato frammentario: l’Alcibiade, l’Aspasia, il Milziade, il Callia, il Telauge, l’Assioco e il Rinone.
Il presente studio sui Sokratikoi logoi di Eschine presenta una raccolta di tutte le testimonianze antiche sulla biografia e sugli scritti del Socratico, per la prima volta integralmente tradotte in italiano. Corredata da un ampio commentario storico-filologico, la raccolta include alcune nuove testimonianze che sono state aggiunte al corpus e che contribuiscono ad arricchire la comprensione dei dialoghi eschinei.          
I testi sono introdotti da uno studio di carattere storico-filosofico, volto ad approfondire la figura e la biografia di Eschine, nonché a definire il suo statuto come fonte sul pensiero di Socrate. Contestuale all’analisi dei singoli dialoghi, di cui sono ricostruiti per quanto possibile la struttura e l’argomento, è l’indagine sui principali motivi filosofici trattati, che costituiscono spesso veri e propri topoi della letteratura socratica: il ruolo della ricchezza e il valore della povertà, il rapporto tra virtù e conoscenza, la cura di sé e, soprattutto, il legame tra eros e paideia. A tal fine, una particolare attenzione è rivolta ai paralleli testuali e tematici che legano i dialoghi di Eschine alle opere di altri Socratici, analizzati mediante un’esegesi comparativa che miri a “riattivare” tutte le componenti dei dibattiti interni che attraversarono la letteratura socratica e a restituirne, in tal modo, la ricchezza e la profondità.


Sommario

Francesca Pentassuglio è attualmente Alexander von Humboldt Postdoctoral Fellow presso la Universität zu Köln. Si occupa di filo­sofia socratica, di etica antica e della ricezione di Socrate nel tardo platonismo. È autrice del volume Eschine di Sfetto. Tutte le testimonianze (Brepols, Thurnout 2017) e di diversi contributi dedicati alle fonti antiche sul pensiero socratico.




Aischines-Eschine di Sfetto, Attica (ca. 430-360 ca. a.C.)
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Matteo Vegetti – Heidegger, con il saggio «Das Ding», muovendo per cerchi concentrici, avvia la riflessione genealogica sul nichilismo europeo, e sulla sua intima complicità con il tema della tecnica.

Matteo Vegetti - Heidegger

Nonostante la sua brevità, il saggio sulla “cosa” (Das Ding) occupa una posizione cruciale nella produzione del cosiddetto “secondo Heidegger”. Qualcosa in merito lo si può già dedurre dalla circostanza che ha occasionato la stesura dei testo: si tratta di una conferenza tenuta, il 6 giugno 1950, presso l’Accademia di Belle Arti bavarese. Di fronte agli studenti dell’Accademia Heidegger voleva proporre una riflessione sul fare artistico inteso nel senso più profondo del termine, quello che rinvia in ultima istanza alla poiesis, e di qui all’accezione più fondamentale sul modo d’essere delle cose. In questa prospettiva, lo vedremo, il saggio si inserisce nella medesima linea critiea dischiusa dalla più antica questione de L’origine dell’opera d’arte (1935), e più in generale, dall’itinerario ermeneutico che risale alla Lettera sull”‘umanismo” (1947). Per altro verso però, esso appare, anche alla luce del suo stesso titolo, strettamente intrecciato con il corso del 1935/36, che aveva appunto quale oggetto La questione della cosa. Nell’insieme, è il periodo in cui Heidegger, muovendo per cerchi concentrici, avvia la riflessione genealogica sul nichilismo europeo, e sulla sua intima complicità con il tema della tecnica (La questione della tecnica, 1954). Il saggio Das Ding si colloca perciò al crocevia di un insieme di direttrici di ricerca intrecciate in un unico Denkweg, quel “cammino di pensiero” nel quale, per tentativi, si fa strada la straordinaria avventura intellettuale intrapresa da Heidegger in concomitanza con la cosiddetta “svolta”. Si tratta della lunga fase di pensiero nella quale Heidegger, rileggendo la storia della metafisica come la vicenda unitaria del progressivo oblio dell’essere, tenta in pari tempo di attingere a una verità più originaria di quella che ha preso forma, in modi sempre diversi, ma rispondenti a un piano di coerenza “destinale”, nella logica e nell’ontologia occidentale. Proprio in questo senso l’evidente complessità del testo deriva innanzitutto dal fatto di essere un “precipitato teorico”: invece di discutere le enormi questioni implicate dalla “svolta”, Heidegger sperimenta la possibilità di oltrepassare la storia del nichilismo in direzione di un nuovo inizio, di un pensiero capace di inaugurare, o quanto meno di preparare, l’avvento un nuovo rapporto tra l’uomo e la verità. Di qui procede la ragione di un’ulteriore difficoltà: tra gli scritti heideggeriani Das Ding è indubbiamente celebre per la complessità del suo linguaggio, spesso considerato “poetico”, evocativo, o ancora ermetico ed esoterico.

Ma occorre considerare che sebbene questa cifra stilistica risenta della profonda influenza della poetica di Hölderlin (cui Heidegger dedica, in questi stessi anni, alcuni dei suoi scritti più importanti), essa si giustifica in realtà in base a un’urgenza strettamente teorica: il tentativo di attingere a una nuova vicinanza all’essere, rimontando la storia di una millenaria rimozione, richiede la messa in opera di un nuovo linguaggio, la riscoperta di una parola “originaria”, cioè originariamente estranea alla grammatica del pensiero che ha dato inizio alla storia della metafisica e al portato “reificante” delle sue categorie. […]

 

Matteo Vegetti, La brocca di Heidegger, in: La questione della brocca, a cura di Andrea Pinotti, Mimesis, Milano 2007, pp. 69-85.

 


Quarta di copertina
Che cosa è una cosa? Circondati, talvolta assediati dalle cose, usiamo volentieri il termine “cosa” per parlare d’altro, dimenticando proprio quel che fa di una cosa una cosa (ad esempio, di una brocca una brocca). Quattro grandi filosofi del Novecento provano qui a ricordarcelo. Ragionando di vasi, di brocche, di manici, Simmel e Bloch, Heidegger e Adorno ci offrono quattro casi esemplari di quel ritorno alle cose stesse che è stato non solo la parola d’ordine di un movimento filosofico particolare, la fenomenologia, ma anche un complessivo orientamento del pensiero contemporaneo verso l’esperienza nella sua vivente corporeità: un’esigenza urgente di concretezza che non significa cedimento all’empirismo, ma piuttosto delicata empiria, scrupolosa dedizione agli oggetti, infaticabile svelamento dei loro infiniti strati di senso. Il lettore può sperimentare qui quattro diversi stili, profondamente affini ma anche irriducibili nelle loro peculiarità, con cui la filosofia è tornata ad accostarsi ai molteplici sensi delle cose: a partire dal senso estetico, quello che in primo luogo e originariamente ci dischiude l’oggetto in quanto cosa della percezione e dell’immaginazione, aprendoci al mondo.

Sommario
Georg Simmel, L’ansa del vaso (introduzione di Andrea Pinotti)
Ernst Bloch, Una vecchia brocca; Il rovescio delle cose (introduzione di Maurizio Guerri)
Martin Heidegger, La cosa (introduzione di Matteo Vegetti)
Theodor W. Adorno, Manico, brocca e prima esperienza (introduzione di Markus Ophälders)


Matteo Vegetti, laureato in Filosofia e in Psicologia, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università di Torino. Professore ordinario di Teorie dello spazio alla Supsi (DACD), insegna all’Accademia di Mendrisio. Ha inoltre insegnato per otto anni Estetica al Politecnico di Milano, e ha tenuto corsi all”Istituto Suor Orsola di Napoli e all’Università degli Studi dell’Insubria. Tra le sue più importanti pubblicazioni: La fine della storia (Milano 2000), Hegel e i confini dell’Occidente (Napoli 2005), Lessico socio-filosofico della città (curatela, con P. Perulli, Varese 2006), Filosofie della metropoli (curatela, Roma 2009), L’invenzione del globo (Torino 2017).


Curriculum Vitae di Matteo Vegetti

Interventi su YouTube

Deglobalizzare o accettare la sfida della complessità? Intervista a Matteo Vegetti a cura di Paolo Bartolini.
Matteo Vegetti presenta “L’invenzione del globo”

FILOSOFIA DA COVID”: il professor Matteo Vegetti commenta le posizioni espresse da Giorgio Agamben sulla gestione dell’emergenza prodottasi a seguito della diffusione del coronavirus SARS-CoV-2

Emidio Spinelli, Matteo Vegetti: SUPPLICI (Eschilo) / MIGRAZIONI E PROBLEMI DI ACCOGLIENZA
M.Vegetti, G.Della Morte, G. Marramao, M.Ricciardi, M.Bonazzi: L’INVENZIONE DEL GLOBO
Matteo Vegetti. Le neo-plebi e lo spazio post-metropolitano
M. Vegetti – Comunicare in tempo di emergenza

Identità e territorio – Fisionomie lariane
Conferenza a cura di Matteo Vegetti

Sono onorato del vostro invito a inaugurare il ciclo di studi inerente alla città di Como. Si tratta tra l’altro, a mio avviso, di un’iniziativa necessaria, poiché si inserisce con tempismo in un momento particolare della storia della città. Un momento difficile che investe la “vocazione” di Como, la sua identità urbana e forse la sua stessa collocazione in un contesto territoriale ed economico in rapida trasformazione. Occorre provare ad avere una chiara consapevolezza di questo passaggio critico. Si tratta a mio avviso di ripensare il senso, e dunque l’identità del territorio [… clicca qui per continuare a leggere]


Un tuffo …

… tra alcuni dei  libri di Matteo Vegetti …


La fine della storia. Saggio sul pensiero di Alexandre Kojève, Jaca Book, 1999


Hegel e i confini dell’Occidente.
La fenomenologia nelle interpretazioni di Heidegger, Marcuse, Löwith, Kojeve, Schmitt,
Bibliopolis, 2005

Questo libro ricostruisce un momento cruciale della filosofia europea: il ritorno a Hegel, negli anni ’30, come paradigma per pensare la svolta che inaugura il mondo contemporaneo.
In questa prospettiva La Fenomenologia dello spirito rivela un’inquietante ambiguità: da un lato sembra compiere la storia della metafisica avviata da Aristotele; dall’altro preannuncia i segni della sua dissoluzione, l’emergenza di un’istanza teorica che eccede la sfera riflessiva del sapere, rinviando agli scenari “anti-idealistici” aperti da Nietzsche, Marx, Heidegger.
Le categorie di “movimento”, “forza”, “vita” si configurano allora come i vettori della crisi che investe i fondamenti ontologici della realtà, ponendo Hegel in dissidio con se stesso e con l’intera tradizione che nella mediazione del sapere assoluto avrebbe dovuto trovare conclusione autocosciente.
Rintracciare questa soglia significa rimettere in questione il pensiero della fine della storia nei suoi stessi effetti, ovvero nelle forme dell’ontologia, dell’antropologia e della politica.
L’elaborazione di questi temi viene qui condotta in discussione critica con quattro figure ermeneutiche strettamente intrecciate tra loro: Heidegger, Löwith, Kojève e Schmitt. Ne deriva un’apertura genealogica sui confini storici e concettuali dell’occidente.


Il libro La città. Note per un lessico socio-filosofico, a cura di Paolo Perulli e Matteo Vegetti con prefazione di Massimo Cacciari, edito dall’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana nel 2004, ha vinto l’Annerkennungspreis del concorso ZIPBau Award 2006. Il concorso premia ogni anno esercitazioni universitarie di tema architettonico, urbanistico e sociologico.

La pubblicazione raccoglie alcuni testi d’esame elaborati dagli studenti dell’Accademia di architettura per il corso La città. Storie, struttura, filosofia dell’anno accademico 2002-3 tenuto a due voci da Paolo Perulli e Massimo Cacciari. Scopo del corso era quello di favorire una discussione complessiva circa il significato filosofico e sociologico delle città alla luce delle profonde trasformazioni che ne hanno mutato la morfologia e il concetto.

Gli studenti (ormai diplomati) hanno scelto uno dei termini discussi durante le lezioni per sviluppare poi autonomamente una propria ricerca. Nei loro interventi hanno prestato particolare attenzione alle metamorfosi della città e alla sua espansione, alla relazione con il sacro, al fenomeno del nomadismo, ai luoghi di confine, al caos, all’informazione e alla comunicazione che nella città si sviluppano. L’esercitazione ha così permesso di comporre una sorta di “lessico della città”.


Filosofie della metropoli. Spazio, potere, architettura nel pensiero del Novecento (a cura di), Carocci, 2009, 2013

Che cos’è la città? Questa domanda risuona in Europa quando, dalle travolgenti trasformazioni della modernità, emergono i contorni inquietanti e misteriosi della metropoli. Per rispondere alla sua sfida i principali autori discussi in questo libro – Weber, Spengler, Simmel, Benjamin, Kracauer, Jünger, Foucault, Deleuze, Derrida – sondano un campo di analisi rimosso dalla filosofia politica classica, che ha scelto lo Stato come suo oggetto privilegiato. Del resto, proprio quando la metropoli sembra realizzare il destino dell’Occidente, lo sfaldamento dei criteri politici e sociali della modernità pone una nuova questione: come interpretare il ruolo e il senso della città nel contesto geopolitico della globalizzazione? Ripensare l’avvento e le trasformazioni della metropoli diventa allora una mossa necessaria per riconoscere il presente e prefigurare il futuro.


L’invenzione del globo. Spazio, potere, comunicazione nell’epoca dell’aria, Einaudi, 2017

Risvolto di copertina
Sviluppando la riflessione di Carl Schmitt circa il potere degli elementi (terra, mare, fuoco, aria), Vegetti indica nell’avvento della spazialità aerea l’esordio di una seconda fase globale, che attraverso l’aviazione, le onde elettromagnetiche, i sistemi della telecomunicazione satellitare, i viaggi spaziali e la tecnologia informatica ha plasmato un nuovo spazio e una nuova coscienza spaziale. L’autore studia in chiave genealogica gli effetti riconducibili a questa profonda transizione storica: effetti di ordine politico e sociale, ma anche antropologici, dato che la metamorfosi dello spazio esige un riorientamento complessivo del rapporto tra il soggetto e il mondo cui appartiene. In questa prospettiva il volume interroga la crisi della statualità, ovvero del nomos della terra quale la modernità l’ha conosciuto, e la nascita di un nuovo ordine globale ancora in cerca di se stesso.


Indice
Introduzione. I. L’unità del mondo. Leviathan, Behemoth, Ziz. II. One World: l’impero dell’aria. III. Planetarizzazioni della Terra. IV. Mondi globali. La terra e i flussi. – Appendici. – Note. Indice dei nomi.


Paul Gauguin (1848-1903), “Brocca a forma di testa, Autoritratto” / “Jug in the Form of a Head, Self-portrait”, 1889, Porcellana dura vetrificata in verde oliva, grigio e rosso / Stoneware glazed in olive green, gray and red, Altezza / Height 19.3 cm, Museum of Decorative Art, Copenhagen.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Un percorso veritativo per uscire dal pessimismo heideggeriano del consumo dell’Essere e dal suo uso ideologico in funzione antiumanistica. Il presente invoca un cambiamento di rotta.

Costanzo Preve e Heidegger

Salvatore Bravo

Un percorso veritativo per uscire dal pessimismo del consumo dell’Essere
e dal suo uso ideologico in funzione antiumanistica.
Il presente invoca un cambiamento di rotta.

G. Klimt, Morte e Vita.

Interpretazione adattiva
L’interpretazione di Heidegger di Costanzo Preve decostruisce l’uso antimetafisico e “la trasmissione” adattiva al capitalismo assoluto del filosofo di Meßkirch. Heidegger è decodificato, e presentato dalle Accademie e dal circo mediatico, come l’autore del requiem alla metafisica, pertanto non resta che il nichilismo e il trionfo degli enti. La critica di Heidegger alla società inautentica del capitale si arena nello svelamento, nella verità che resta inattingibile (ἀλήθεια), quindi sono gli enti a regnare. L’inautentico non è trascendibile, al presente non vi è alternativa, è negata la temporalità politico-progettuale per devenire gestione economico-amministrativa dell’eterno presente. Heidegger da critico del trionfo della tecnica e della categoria della quantità nel suo imperio e dominio assoluto è trasformato in filosofo organico al potere.

Costanzo Preve, invece, interpreta Heidegger quale filosofo che legge la storia della metafisica capovolgendo la ricostruzione hegeliana: per Hegel la storia della metafisica è il progressivo svelamento della verità nella storia, per Heidegger vi è il progressivo rivelarsi della metafisica come abbandono dell’Essere e della verità. Il comunismo reale e il capitalismo sono il momento apicale del disvelamento che invoca una svolta, un ritorno sui «sentieri interrotti»:

«La connotazione heideggeriana della lunga storia del pensiero filosofico occidentale come storia universale delle avventure della metafisica, e solo nella metafisica, rappresenta la prosecuzione tematica e metodologica della concezione hegeliana della storia della filosofia non come disordinata filastrocca di opinioni casuali, ma come manifestazione storica di oggettività logiche ed ontologiche. Una simile opinione può sembrare bizzarra, se si pensa che ciò che in Hegel appare come problema un progredire temporale della consapevolezza teorica, appare in modo rovesciato in Heidegger come progressivo allontanamento da una situazione originaria migliore, e non peggiore».[1]

 

L’Essere consumato
L’Essere non si è consumato, come vorrebbero i paladini del nichilismo del capitale. Non può consumarsi l’Essere, perché la verità-fondamento è altro rispetto agli enti. Si applica volutamente la categoria del consumo all’Essere per poter escludere dalla visuale la verità e sostituirla con gli enti. Se l’Essere si è consumato nella storia come qualsiasi merce, non resta che il nulla, pertanto gli enti non incontrano limite e senso alcuno. La tecnica abita l’essere umano che agisce manipolando ”ente tra gli enti”. Con il consumo dell’Essere la storia si ritira, perché ogni progetto politico necessita di un fondamento veritativo:

«La consumazione della lunga storia occidentale in tecnica planetaria non è ovviamente una consumazione dell’Essere in quanto tale, per il fatto che la metafisica non potrebbe mai “consumare” l’orizzonte trascendentale dell’Essere stesso. Ciò che viene “consumata”, piuttosto, è la lunga serie di illusioni storiche legate all’assolutizzazione indebita degli enti via via assolutizzati».[2]

 

La “diagnosi” di Heidegger è inserita all’interno di categorie estranee alla filosofia: ottimismo/pessimismo. Heidegger sarebbe un pessimista. Il pessimismo consolida il capitalismo assoluto con la sua “filosofica disperazione”. Ogni critica che riporti il calco della disperazione e del pessimismo è un mezzo per confermare il presente. La filosofia, in quanto prassi veritativa, dovrebbe usare la categoria di vero/falso, per cui l’analisi heideggeriana svela il trionfo del falso e dell’antiumanesimo col dominio degli enti sull’umano, e indica la necessità di un cambiamento di rotta. Essa invoca e ci invoca alla ricerca della verità, ad uscire dal falso per andare incontro alla radura (Lichtung), ad orientarci verso la verità. La radura è l’immagine di uno spazio improvviso nel bosco nel quale la verità si svela in un abbaglio, la si intravede, ma non si lascia catturare, perché essa non è un ente, ma il fondamento degli stessi. La radura è una forma di “riorientamento gestaltico” per uscire dalla trappola dell’assolutizzazione degli enti e della manipolazione:

“Ma la nozione heideggeriana di Tecnica non è assolutamente avvicinabile in termini di pessimismo verso le possibilità immediate di trasformazione positiva delle cose. Si tratta di una diagnosi storica di un evento della storia dell’Essere, e le diagnosi si interrogano in base alla dicotomia vero/falso, e non in base alla dicotomia ottimismo/pessimismo».[3]

 

Compensazioni narcisistiche
L’imperio degli enti e della crematistica conducono ed inducono alla vita inautentica, essa è segnata dall’inautenticità. In assenza di un fondamento veritativo, le esistenze sono preda del caos e dell’economicismo. Il pensiero è solo calcolo quantitativo acquisitivo; pertanto l’omologazione genera forme parossistiche di identità narcisistiche, prede dell’onnipotenza mediatica dietro cui si cela il nulla: il narcisismo compensa il vuoto quotidiano:

«Mano a mano che il mondo sociale esterno non appare più come la realizzazione voluta di un cosciente progetto umano, ma come la risultante imprevedibile di meccanismi anonimi incontrollabili, il soggetto per conservare la sua identità, sia pure largamente illusoria deve autopotenziarsi e “centralizzare” il senso delle cose su se stesso e la sua attività di creazione semantica dei significati vitali».[4]

 

Prassi contro l’Evento
Costanzo Preve condivide la critica e l’appello alla verità di Heidegger, ma non può seguirne il sentiero che porta all’Evento (Ereignis). L’Evento è improvviso, viene a noi, se si abbandona il calcolo e il fare tecnico; implica l’attesa destinale. Costanzo Preve, invece, fonda il suo Umanesimo comunitario rielaborando filosofi della prassi e della responsabilità dell’agire (Aristotele, Marx, Hegel). La natura generica dell’essere umano (Gattungswesen) consente in circostanze storiche determinate di scegliere per progettare nuovi modi di vivere sul fondamento comunitario della natura umana. Nella relazione comunità individuo, vi è la prassi della verità, poiché il soggetto umano pensante sviluppa, discerne e valuta le sue potenzialità sul fondamento della verità. La politica diviene, in tal maniera, prassi e consapevolezza condivisa del limite: le libere individualità possono attualizzarsi solo nel limite. Sono i soggetti che “calcolano” con il logos la presenza ed il senso degli enti. Il soggetto umano diviene l’autore della sua storia senza titanismi:

«La comprensione di questo punto è teoricamente decisiva. Se infatti si parla di “essenza umana generica” (Gattungswesen), ciò significa che Marx pensava che l’essenza umana generica esistesse, e fosse addirittura la verità dell’uomo, più o meno come nel pensiero greco classico l’anima umana (psyché) era considerata il fondamento della verità. Per Marx, dunque, l’essenza umana generica è la verità dell’uomo. La piena comprensione di questo punto permette di escludere qualsiasi interpretazione di Marx di tipo “storicistico assoluto” in chiave di “relativismo temporale”. Se l’essenza umana generica fosse infatti soltanto l’insieme dei rapporti sociali di produzione (come Marx confusamente e contraddittoriamente fa capire in altri passi sparsi della sua opera mai rivista e tantomeno risistemata), se ne avrebbe la conseguenza che essa non esiste, e si avrebbero tante essenze umane generiche quante sono e sono state le formazioni economico – sociali umane (e cioè migliaia), il che equivale appunto a dire che essa non esiste. Lo storicismo – relativismo, ovviamente, è sempre una forma di nichilismo. Se allora io rifiuto ogni interpretazione storicistico – relativistica di Marx (la presunta essenza umana è al 100% l’insieme storicamente determinato e sempre mutevole dei rapporti sociali di produzione e di classe), devo tener ferma la posizione per cui dicendo “essenza umana generica” (Gattungswesen) Marx intendeva alludere a qualcosa di logicamente ed ontologicamente reale, e non ad una sorta di sociologismo eracliteo. Ed io penso allora che se si tiene ferma questa interpretazione si coglie il nucleo metafisico profondo del pensiero di Marx, che in caso contrario resta un evanescente fantasma».[5]

 

Impegno comune
Costanzo Preve ha aperto un campo d’azione storico, in cui tutti siamo chiamati all’impegno per uscire dalla reificazione del mercato: il primo passo è sostituire nel giudizio la categoria ottimismo/pessimismo, con vero/falso. Solo la visione argomentata e logica della verità può essere elemento motivante per uscire dall’anomia del pessimismo indotto e dalla trappola del falso:

«Accettare tale ontologia significa rifiutare l’inevitabilità del passaggio al socialismo o al comunismo in quanto l’essere sociale, a differenza della natura, ha la possibilità di scegliere e quindi non ci può essere alcuna ineluttabilità nelle trasformazioni sociali, la scelta è sempre fondamentalmente non deterministica. Questa rinuncia è gigantesca e non mi stupisce che i comunisti l’abbiano ignorata quando Lukács era in vita e poi l’hanno completamente rifiutata. Egli chiedeva al movimento comunista una conversione totale e cioè la rinuncia al presupposto religioso che il comunismo è qualcosa di ineluttabile che nasce dalle ceneri della società capitalistica e che è possibile prevedere come se si trattasse di una legge di natura. Egli ha impostato giustamente il problema anche se poi è rimasto a metà strada; non perché fosse vile ma perché era un uomo totalmente inserito nella Terza Internazionale, diceva di sé di esser un vecchio cominternista. Se devo parlare di un mio profilo filosofico posso dire che secondo me la via individuata da Lukács era giusta, ma che bisogna andare avanti, ammettendo, per esempio che, mentre la teoria della storia di Marx è strutturalista, la filosofia in cui Marx incorpora questa teoria è idealista[6]”.

Bisogna riprendere il percorso veritativo per uscire dal pessimismo del consumo dell’Essere e dal suo uso ideologico in funzione antiumanistica. I tempi per il riorientamento non sono profetizzabili, ma il presente invoca un cambiamento di rotta non più procrastinabile. Non ci sono sentieri sicuri su cui inerpicarsi, ma dinanzi a noi sono compresenti più sentieri. Sta a noi “scegliere” quale attraversare: la storia è il luogo della scelta contro il fatalismo messianico e pessimistico.

Salvatore Bravo


[1] Costanzo Preve, Hegel Marx Heidegger, Petite Plaisance, Pistoia, pag. 52.

[2] Ibidem, pag. 54.

[3] Ibidem, pag. 57.

[4] Ibidem, pag. 58.

[5] Costanzo Preve, Marx e Nietzsche, Petite Plaisance, Pistoia, pag. 16.

[6] Costanzo Preve, Apriamo i sigilli, Intervista a cura di Franco Romanò, Petite Plaisance, 2010, pag. 8.




M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Democrito (460 – 370 a.C. circa) – La parola è l’ombra dell’azione. Sono falsi e ipocriti coloro che fanno tutto a parole e nulla con i fatti. Si devono emulare le opere e le azioni virtuose, non i discorsi sulla virtù.

Democrito parole e opere

Democrito (460 – 370 a.C. circa) – Si deve essere veraci, non loquaci. Chi si compiace nel contraddire e chiacchiera molto non ha attitudine ad apprendere ciò che è necessario. Né arte né scienza si può conseguire da chi non apprende.
Democrito (460 – 370 a.C. circa) – Bisogna difendere nei limiti delle proprie forze coloro che patiscono ingiustizia, e non lasciar correre: giacché un tale atteggiamento è giusto e coraggioso, l’atteggiamento contrario è ingiusto e vile.
Democrito (460 a.C. – 370 a.C.) – Ogni paese della terra è aperto all’uomo saggio: perché la patria dell’anima virtuosa è l’intero universo.
Democrito (460– 370 a.C.) – La tranquillità dell’animo nasce dalla misura e dalla armonia di vita.
Democrito (460 – 370 a.C. circa) – I ragazzi abbandonati a se stessi non apprenderebbero né il leggere e scrivere né la musica né il vero fondamento della virtù, il senso dell’onore. L’istruzione produce le belle azioni imponendoci sforzi, mentre le azioni basse vengono da sé senza fatica.

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Salvatore Bravo – Diceva Danilo Dolci: «Chi si spaventa quando sente dire “Rivoluzione” forse non ha capito». Per i partigiani di oggi la Rivoluzione è cura e responsabilità verso il presente ed il futuro, è scoprire la verità senza la quale nessun movimento di profonda trasformazione è possibile.

Danilo Dolci 01

Una nuova stella gialla
Lunedì 8 marzo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno reso pubblico la prima guida per le persone vaccinate. Si afferma che i vaccinati potranno togliere le mascherina e tornare alla normalità senza distanziamento. I non vaccinati dovranno conservare mascherina e rispettare il perenne distanziamento. La ragione scientifica non è chiara. Normalmente chi non è vaccinato non è un pericolo per i vaccinati. La documentazione scientifica insegna che i virus mutano a causa dei vaccini, pertanto le varianti saranno il prodotto della campagna vaccinale, a cui le multinazionali del farmaco risponderanno con vaccini da “inoculare” nel mercato. Il nuovo ciclo produttivo con il biopotere conseguente è, ormai, lapalissiano. Nel ciclo produttivo medicale vi è un’eccedenza rispetto al lucro che bisogna far emergere, vi è un disegno politico che ammicca al passato e vuole riprodurre nuove logiche di dominio con il consenso dei nuovi sudditi. Definire gli spazi ed i reticolati per la categoria dei non vaccinati ed aggiungere ad essi lo stigma del segno (mascherina) di riconoscimento con pubblico disprezzo è la riproduzione di una tragica verità storica che l’Europa ha già conosciuto: la stella gialla per gli ebrei. Il biopotere inventa nuove categorie su cui esercitare il potere e scaricare la pubblica aggressività. Si può immaginare che qualora ciò fosse attuato i non vaccinati potrebbero diventare la causa di ogni male da utilizzare in ogni frangente di crisi. Le contraddizioni sociali hanno trovato un colpevole su cui scaricare la causa di ogni male. Si ottiene, dunque, un doppio risultato: si costringe i resistenti ad entrare nel mercato del farmaco “liberamente”, e nel contempo gli ultimi resistenti sono oggetto di una marginalità socialmente codificata. Il potere diviene dominio e saggia la sua onnipotenza verificando la passività degli stessi. Questi ultimi dopo decenni di individualismo supportato da una formazione specialistica sono incapaci di decodificare le derive in atto, pertanto il potere ritiene di poter procedere dopo i pass ed i treni per i soli vaccinati per un ultimo salto verso una nuova forma di segregazione, la quale non necessita, al momento, di confini o reticolati geograficamente codificati e strutturati, ma il confino è più insidioso e violento, forse, in quanto è interno. La logica della gradualità nell’introdurre provvedimenti di esclusione è stata ampiamente utilizzata in tutti i regimi definiti “totalitari”. Si immagini una persona non vaccinata perennemente con la mascherina e distanziata oggetto degli sguardi di disapprovazione ed isolata. Si mette in atto un meccanismo di distruzione dell’altrui vita e personalità pur lasciandolo in vita. La sua parola è nulla, la sua identità sociale semicancellata, colpevolizzata con ragioni pseudoscientifica a cui religiosamente i nuovi sudditi credono. In un’epoca di precarietà ed emigrazione, chiunque non voglia vaccinarsi è costretto ad essere, inoltre, separato dai suoi affetti ed isolato nella nuova realtà, in cui è costretto a vivere. La violenza si moltiplica e la si coglie solo se si passa da ordini astratti ad un sapere concreto e materiale.

Partigiani della contemporaneità
La nuova inquisizione è tra di noi ed ha l’aspetto modernissimo della medicina non più al servizio della persona, ma del mercato. La colpa di coloro che potrebbero portare la nuova stella gialla, non sul petto, ma sul volto è aver messo in discussione le verità del mercato delle multinazionali del farmaco. La nuova colpa non è di tipo etico, ma inceppare il consumo, osare non essere massa, ma assumere una posizione personale senza nuocere a nessuno.
Si festeggia e si ricorda ogni anno la fine dei totalitarismi, ma è solo propaganda, perché si vuole orientare lo sguardo nel passato, in modo che non si colgano le derive totalitarie nel presente con le indebite pressioni per anestetizzare il senso critico. I nuovi partigiani, di cui abbiamo necessità, sono coloro che si battono per rendere evidenti le dinamiche in corso con le sue conseguenze. Si osannano i partigiani del passato per presentare il tempo odierno come “il migliore dei mondi possibili”, necessitiamo di partigiani che svelino la verità dell’esattezza dei mercati e delle scienze destrutturando criticamente i miti annessi. I nuovi partigiani hanno il dovere di informare e comunicare con ogni mezzo i pericoli in corso. Essere partigiani, oggi, è più difficile che in passato, poiché il partigiano, come suggerisce la parola, deve schierarsi, scegliere, separarsi dall’informe per dare il suo contributo civile per trasformare il dominio gerarchico in potere di tutti, ovvero in sana e comunitaria partecipazione. Il partigiano ha il compito di ricucire le divisioni e le fratture orizzontali che la verticalizzazione del dominio produce con i “nuovi saperi” finalizzati all’atomocrazia depressiva ed aggressiva.

La Rivoluzione di Danilo Dolci
Danilo Dolci ((28 giugno 1924 Sesana, Slovenia – 30 dicembre 1997)) dimenticato dalla cultura ufficiale, ci ha donato nei suoi innumerevoli scritti e poesie la necessaria differenza tra dominio e potere: il primo è gerarchizzato e si fonda sulla logica della trasmissione dei comandi e dei saperi senza mediazione razionale e comunitaria, mentre il secondo appartiene a tutti. Il potere è possibilità diffusa e comunitaria che ha come principio primo la comunicazione maieutica, ovvero il mettere in comune, in modo che ciascuno possa trasformare in atto le proprie potenzialità nella vita comunitaria, la quale è prassi politica, poiché in essa si decide della vita di ciascuno senza escludere nessuno. La vera Rivoluzione auspicata da Danilo dolci è la demassificazione mediante lo sviluppo delle personalità in un clima di positiva dialettica sociale che non esclude il conflitto, il quale è capace di segnare positivamente la vita interiore di ogni cittadino. Il conflitto dialettico è il fondamento della comunicazione maieutica, poiché il confronto implica una tensione che conduce verso l’universale concreto e partecipato. In un momento fosco e dubbio per la nostra democrazia ricordare un “partigiano” come Danilo Dolci può essere occasione per riflettere sul senso della politica sepolta da scandali e violenze:

Rivoluzione è cura del presente, responsabilità verso il presente ed il futuro, aprirsi a dimensioni che pongano in tensione realtà apparentemente separate. Rivoluzione è scoprire la verità senza la quale nessun movimento di profonda trasformazione può esserci. Ogni partigiano lavora per la Rivoluzione anche quando la storia sembra fare pericolosi giri di boa e tornare indietro. Siamo tutti implicati nella Storia, la quale è di tutti. L’esperienza partigiana ha visto la partecipazione di persone appartenenti a realtà ideologiche diverse, perché quando il pericolo è vicino, la salvezza necessita della partecipazione di tutti, ognuno ha il suo compito per impedire nuove regressioni sociali.

Salvatore Bravo

 

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Copertine e schede editoriali (371-380) – Aldo Lo Schiavo, Silvia Gastaldi, Fulvia de Luise, Mario Vegetti, Diego Lanza, Gherardo Ugolini, Giusto Picone, Livio Rossetti, Costanzo Preve, Mauro Serra, Claudio Lucchini, Salvatore A. Bravo, Margherita Guidacci, Ilaria Rabatti.

371-380

http://www.petiteplaisance.it/libri/371-380/378/int378.html371
Silvia Gastaldi, Fulvia de Luise w Mario Vegetti / Diego Lanza v Gherardo Ugolini, Giusto Picone, In ricordo di una amicizia filosofica. ISBN 978–88–7588-282-2, 2021, pp. 120, formato 140×210 mm, Euro 13 – Collana “Il giogo” [128]. In copertina: Raffaello Sanzio, Autoritratto con un amico, Parigi, Museo del Louvre, 1518-1520 circa.

372
Costanzo Preve, Hegel Marx Heidegger. Un percorso nella filosofia contemporanea. II Edizione.
ISBN 978-88-7588-284-6, 2021, pp. 96, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [72]. In copertina: Elaborazione creativa dell’opera di Eduardo Chillida, Elogio del Horizonte, Gijón (1990).

373
Aldo Lo Schiavo, Il contributo della tragedia attica al razionalismo antico.
ISBN 978–88–7588-286-0, 2021, pp. 96, formato 140×210 mm, Euro 10 – Collana “Il giogo” [129].
In copertina: Epigrafe scolpita sulla pietra, Teatro antico della Acropoli di Atene.

374
Livio Rossetti, Strategie macro-retoriche. Prefazione di Mauro Serra.
ISBN 978–88–7588-280-8, 2021, pp. 192, formato 130×200 mm, Euro 16 – Collana “Il giogo” [130].
In copertina: Joan Mirò, Il mio Alfabeto, 1972.

375
Costanzo Preve, Destra e Sinistra. La natura inservibile di due categorie tradizionali. Seconda Edizione.
ISBN 978-88-7588-288-4, 2021, pp. 112, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [73]. In copertina: Disegno di M. Vulcanescu.

376
Costanzo Preve, Marxismo Filosofia Verità. Seconda Edizione.
ISBN 978-88-7588-290-7, 2021, pp. 112, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [74]. In copertina: Gustav Klimt, Nuda Veritas, olio su tela, 1899, Österreichisches Theatermuseum, Vienna. In quarta: G. Klimt, Nuda Veritas, tavola pubblicata nel 1898 sulla rivista viennese “Ver Sacrum”.

377
Claudio Lucchini, La scuola della merce e le esigenze della libera individualità.
ISBN 978-88-7588-292-1, 2021, pp. 80, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Il giogo” [131]. In copertina: Andy Warhol, Campbell’s Soup Cans, 1962 e Henri Matisse, La Danse, 1910.

378
Salvatore A. Bravo, Pilocchio. Storia di un Pinocchio dei nostri giorni.
ISBN 978-88-7588-294-5, 2021, pp. 128, formato 140×210 mm., Euro 15 – Collana “Divergenze” [75]. In copertina: Antonio de Curtis, Totò nel quadro «Pinocchio e Lucignolo», Rivista teatrale Volumineide, 1942.

379
Aldo Lo Schiavo, Filosofia del mito greco. In Appendice: Themis, la dea del giusto consiglio.
ISBN 978–88–7588-296-9, 2021, pp. 80, formato 140×210 mm, Euro 10 – Collana “Il giogo” [132].
In copertina: Themis di Ramnunte, dal tempio di Nemesi (ca. 300 a.C.), Museo Archeologico Nazionale di Atene. In quarta: Charites (grazie), rilievo votivo, periodo arcaico. Glyptothek, Monaco di Baviera, Germania.

380
Margherita Guidacci, Lato di ponente. A cura di Ilaria Rabatti.
ISBN 978–88–7588-267-9, 2021, pp. 112, formato 140×210 mm, Euro 13 – Collana “Egeria” [20].
In copertina: Giorgione, La vecchia, 1506 circa, part. Gallerie dell’Accademia, Venezia.



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Silvia Gastaldi – Instaurare nell’anima la medietà è un compito difficile, poiché comporta un vero e proprio “raddrizzamento” delle tendenze naturali.

Silvia Gastaldi 04

«Instaurare nell’anima la medietà è un compito difficile, poiché comporta un vero e proprio “raddrizzamento” di quelle tendenze naturali. All’inclinazione verso il piacere occorre contrapporre una spinta di segno contrario, uno sforzo che viene paragonato a coloro che tentano di far diventare diritti i legni sorti».

Silvia Gastaldi, Le immagini della virtù. Le strategie metaforiche nelle Etiche di Aristotele, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994, p. 89.


Silvia Gastaldi, Una rivoluzione negli studi di antichistica
Silvia Gastaldi – L’uomo assennato rispetta sempre la corretta gerarchia tra il corpo e l’anima, e cura pertanto l’armonia del proprio fisico solo in funzione della symphonia che deve instaurarsi nella psyche. Il saggio è il vero musico perché sa realizzare l’accordo musicale più perfetto, quello interiore.
Silvia Gastaldi, Fulvia de Luise, Gherardo Ugolini, Giusto Picone – ** MARIO VEGETTI e DIEGO LANZA **, In ricordo di una amicizia filosofica.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Emily Dickinson (1830-1866) – Ha una sua solitudine lo spazio, solitudine il mare e solitudine la morte. eppure tutte queste son folla in confronto a quel punto più profondo, segretezza polare, che è un’anima a cospetto di se stessa – infinità finita.

Emiliy Dickinson - La solitudine

Forse sarei più sola
senza la mia solitudine


Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima a cospetto di se stessa –
infinità finita.

Emily Dickinson
(Traduzione di Margherita Guidacci)

****

There is a solitude of space

There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself –
Finite infinity

Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997.


Emily Dickinson – Un’anima al cospetto di se stessa
Emily Dickinson (1830-1886) – La parola comincia a vivere soltanto quando vien detta.
Emiliy Dickinson (1830-1886) – Ciò che è lontano e ciò che è vicino
Emily Dickinson (1830-1866) – Semi che germogliano nel buio
Emily Dickinson (1830-1866)  – Dedicata agli esseri umani in fuga dalla mente dell’uomo
Emily Dickinson (1830-1866) – Distilla un senso sorprendente da ordinari significati
Emily Dickinson (1830-1886) – La bellezza e la verità sono una cosa sola. Bellezza è verità, verità è bellezza.
Emiliy Dickinson (1830-1886) – Molta follia è saggezza divina, per chi è in grado di capire. Molta saggezza, pura follia. Ma è la maggioranza in questo, in tutto, che prevale. Conformati: sarai sano di mente. Obietta: sarai pazzo da legare, immediatamente pericoloso e presto incatenato.
Emiliy Dickinson (1830-1886) – Questo era un poeta: distilla straordinari sensi da significati ordinari e Essenze così immense dalle specie familiari che davanti alla porta perirono e ci meravigliamo che non fummo noi ad afferrarle, prima.
Emily Dickinson (1830-1866) – La Bellezza non ha causa, esiste. Inseguila e sparisce. Non inseguirla e appare.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Vittorio Morfino – Utopia e critica immanente di fronte al capitalismo: il polo di una conoscenza non fine a se stessa, ma capace di aprire degli orizzonti di azione, e il polo di una politica che non sia un mero manovrare nel quadro esistente, ma che a partire da esso sappia guardare oltre, valorizzando le forze che in esso sono già date.

Vittorio Morfino 01

Vittorio Morfino, Prefazione a: Il “futuro impedito”: utopia e critica di fronte al capitalismo, a cura di Chiara Angela De Cosmo; con prefazione di Vittorio Morfino; con contributi di Fabrizio Arcuri, Matteo Corsi, Chiara Angela De Cosmo, Raffaele Grandoni, Nicola Lorenzetti, Sebastiano Taccola Edizioni ETS, 2018, pp. 5-12.

Il “futuro impedito”, termine blochiano, non è semplicemente l’immagine di una dimensione temporale che trova degli ostacoli o l’espressione di un’aspirazione che non si è potuta attualizzare. Si tratta, piuttosto, di una nuova prospettiva attraverso cui guardare al passato. Il passato non è «residuo in via di sparizione», ma contraddizione ancora vivente che può agire in senso trasformativo sul reale. Interrogarsi sul concetto di utopia non significa identificare configurazioni del nuovo ma individuare le contraddizioni materiali del presente per lasciar emergere la novità in un senso negativo. Gli interventi di questo volume sono tentativi di critica immanente della società presente facendo leva sulle sue tendenze profonde e radicali.



Un tuffo …

… tra alcuni dei  libri di Vittorio Morfino …

… prima in galleria

e, a seguire, libro per libro …



Vittorio Morfino è docente a contratto di Storia della filosofia presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. È autore di Substantia sive Organismus (Milano 1997), Sulla violenza. Una lettura di Hegel (Como-Pavia 2000) e Il tempo e l’occasione. L’incontro Spinoza Machiavelli (Milano 2002) oltre che di alcuni saggi pubblicati su riviste italiane e straniere, ha curato Spinoza ‘contra’ Leibniz (Milano 1998), Il problema della sostanza nel Seicento (Milano 2002) e, con Luca Pinzolo, i saggi Sul materialismo aleatorio di Louis Althusser (Milano 2000). È redattore delle riviste «Oltrecorrente» e «Quaderni materialisti».


Soggettività e trasformazione. Prospettive marxiane,
a cura di Luca Basso, Giorgio Cesarale, Vittorio Morfino, Manifestolibri, 2021.

Nato da un convegno internazionale tenutosi nel 2018, bicentenario della nascita di Marx, questo libro raccoglie i contributi dei maggiori studiosi che, sullo scenario globale, hanno proposto negli ultimi anni interpretazioni innovative e attuali della riflessione marxiana. I saggi raccolti nel volume affrontano, da differenti punti di vista, tutte le più importanti questioni che riguardano l’interpretazione del pensiero di Marx e la sua attualità: dalla critica dell’economia politica alle trasformazioni del lavoro, dal concetto di popolo ai rapporti tra marxismo e femminismo. Nel complesso i testi contribuiscono a delineare una lettura molto articolata del pensiero marxiano capace di metterlo in relazione con il tempo presente.


The Layers of History and the Politics in Gramsci. In D. Cadeddu (a cura di),
A Companion to Antonio Gramsci . Essays on History and Theories of History, Politics and Historiography,
Brill, Leide, 2020

A Companion to Antonio Gramsci some of the most important Italian scholars of Antonio Gramsci’s thought combine their efforts to present an insightful and original intellectual portrait of one of the 20th century’s most influential Marxist thinkers. Thematically organized into five parts, the volume focuses on the Sardinian’s most important contributions. The first section offers readers a biographical sketch of Gramsci’s life and work, the second presents his theories of history, the third and fourth examine his contributions to political theory, and the last deals with Gramsci’s legacy and enduring influence.

Contributors include: Alberto Burgio, Davide Cadeddu, Giuseppe Cospito, Angelo d’Orsi, Michele Filippini, Guido Liguori, Marcello Montanari, Vittorio Morfino, Stefano Petrucciani, Michele Prospero, Leonardo Rapone, Giuseppe Vacca, and Marzio Zanantoni.


Althusser e il materialismo storico, surdeterminazione, non contemporaneità e apparati,
in Marx nei margini. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale
(a cura d i Miguel Mellino e Andrea Ruben Pomella), Alegre, 2020.

Colonialismo, imperialismo e razzismo sono stati al centro della riflessione marxista sin dagli inizi. Nonostante ciò il marxismo tradizionale è una costellazione teorico-politica genealogicamente occidentale ed eurocentrica, la cui bianchezza non sta tanto nel colore della pelle dei suoi pensatori ma nella tendenza ad assolutizzare le circostanze storico-geografiche occidentali dello sviluppo del capitalismo, trascurando la materialità culturale ed economica del colonialismo e del razzismo, letti come tipologie di sfruttamento particolari e non costitutive. L’obiettivo è «decolonizzare il marxismo» reinterpretando l’analisi classica in funzione delle diverse contingenze globali e dell’irruzione di soggetti storici imprevisti rispetto alla tradizionale classe operaia. Per eliminare le pieghe bianche del marxismo gli autori guardano al contributo di studiosi che, senza rinnegarlo, se ne collocano nei margini e lo spingono a fare i conti con alcune rigidità partendo dai suoi limiti riguardo la questione razziale e di genere. Oggetto dei saggi raccolti sono pensatori non occidentali come Aimé Césaire, Gayatri Spivak, C.L.R. James, Huey P. Newton e il Black Panther Party, Claudia Jones, Amílcar Cabral, José Carlos Mariátegui, o europei come Raymond Williams e Louis Althusser mai affrontati prima nei loro contributi a una distensione anticoloniale del marxismo. Un incontro tra il pensiero anticoloniale non occidentale e il marxismo classico europeo che ne libera tutte le potenzialità teoriche emancipative.


La temporalità plurale tra Bloch, Gramsci e Althusser, in Marx e la critica del presente (A cura di M. Gatto), Atti del convegno “Marx e la critica del presente (1818-2018)”, Roma, 27-29 novembre 2018, Rosemberg e Sellier, 2020.


V. Morfino e S. Pippa, Reading Althusser, again,
in REVISTA DE FILOSOFIA DE LA UNIVERSIDAD DE COSTA RICA, 58(152), 11-14, 2020.


Pippa Stefano, Morfino Vittorio,
Althusser entre Spinoza et Lacan,
Publications of Centre Culturel International de Cerisy, 2020.


Cultura del terrore, Franco De Masi, Aldo Giannuli, Vittorio Morfino, Mimesis, 2017

Gli atti di terrorismo, che colpiscono crudelmente molti cittadini inermi di ogni parte del mondo, impressionano spesso per quella che appare come una mancanza di logica: che responsabilità avranno mai i passeggeri in un aeroporto o in una stazione di autobus per atti che altri compiono, spesso a loro totale insaputa, in altre parti del mondo e in scenari completamente diversi? Lo sforzo degli autori del libro è quello di indagare appunto ciò che, prima facie, appare inspiegabile. Che cosa fa sì che emerga progressivamente nella mente di molti individui, e nella mentalità dei loro gruppi di riferimento, la fantasia di una distruttività che non individua nemmeno più un oggetto meglio definito, ma solo un grumo di elementi indefiniti e comunque ostili? L’idea freudiana che le rappresentazioni inconsce non si formino a caso, ma che seguano percorsi piuttosto rigidi, potrebbe essere vista come l’idea base di questo volume; si cerca in effetti nelle sue pagine di mettere in rilievo come il terrorismo sia il frutto di una cultura del terrore che ha molti padri, quasi tutti pronti a disconoscerlo come creatura propria. La storia dei rapporti politici, sociali, culturali e psicologici tra popolazioni dominate, nell’epoca del colonialismo classico, e paesi dominanti, ha non solo lasciato resti importanti, ma anche prodotto ulteriori fatti e relazioni che hanno aumentato a dismisura il magma di risentimento, odio, senso di emarginazione e desideri di rivalsa che paiono oggi dominare il mondo intero.


Tempora multa. Il governo del tempo, Mimesis, 2013.

Il titolo del libro riprende un verso di Lucrezio, «in uno tempore, tempora multa latent», in un istante si celano una pluralità di tempi. I saggi in esso contenuti si propongono di rileggere la tradizione marxista in una prospettiva nuova, privilegiando non il tempo unico del cammino della storia, ma le temporalità plurali che si intrecciano in ogni congiuntura storica data, o, meglio ancora, la costituiscono. Da Rousseau a Marx, da Bloch ad Althusser, da Gramsci ai Postcolonial, la tradizione marxista è così ‘spazzolata a contropelo’. I saggi qui raccolti, esito di un seminario tenutosi nell’Università degli Studi di Milano-Bicocca tra il 2009 e il 2011, pur non proponendo una risposta univoca alla questione, delimitano tuttavia con chiarezza un campo problematico: si è voluto affermare con essi una netta presa di distanza tanto dalla questione della molteplicità irrelata e indifferente dei tempi della chiacchiera postmoderna, quanto dalle temporalità multiple dello stream of consciousness, delle filosofie dell’esperienza. La temporalità plurale oggetto di questi studi è la temporalità reale e immaginaria della vita delle masse, la cui conoscenza è la premessa necessaria di una rinnovata politica di emancipazione.

Introduzione, di Vittorio Morfino, Augusto Illuminati, Il tempo della volonté, Luca Basso, Rivoluzione francese e temporalità del soggetto collettivo: tra Sieyès e Marx, Massimiliano Tomba, I tempi storici della lunga accumulazione capitalistica, Stefano Bracaletti, Per una analisi della temporalità nel Capitale, Vittorio Morfino, Sul non contemporaneo: Marx, Bloch, Althusser, Mauro Farnesi Camellone, Ernst Bloch e il tempo della comunità, Peter D. Thomas, Gramsci e le temporalità plurali, Fabio Frosini, Spazio e potere alla luce della teoria dell’egemonia, Luca Pinzolo, I germi della storia antica. L’anacronismo polemico di Pier Paolo Pasolini, Nicola Marcucci, Tempi moderni. Temporalità e sociologia tra modernità multiple e critica post-coloniale.


Spinoza e il non contemporaneo, Ombre Corte, 2009.


Il tempo della moltitudine. Materialismo e politica prima e dopo Spinoza, Manifestolibri, 2005.

Assumendo come punto di riferimento il pensiero di Spinoza, “grande anomalia del moderno”, il volume ne rintraccia genealogie, presupposti e influenze, ricostruendo una corrente “sotterranea” dell’immanenza che va da Lucrezio a Machiavelli, da Marx a Darwin, da Althusser a Simondon, attraverso incursioni storico-filosofiche che scompaginano le fila delle grandi ricostruzioni onnicomprensive. Nel modo di concepire l’immanenza emergono infatti alternative radicali, che investono figure decisive come temporalità, relazione, contingenza, libertà, violenza: la corrente spinozista viene messa a confronto con la grande tradizione tedesca e i suoi modelli teo-teleologici.


Incursioni spinoziste. Causa, tempo, relazione, Mimesis, 2002.

«Le pagine di Morfino, attraverso una discussione storica dei temi fondamentali della modernità, dove campeggia Spinoza, ma sono gran parte dei filosofi moderni ad essere chiamati al simposio, dicono quali sono le regole corrette per pensare chi siamo, che cosa immaginiamo di essere, che cosa possiamo essere, come dobbiamo raccontarci senza cadere prigionieri di retoriche sublimi o di euforiche emancipazioni nella fiera del nulla. L’autore è un giovane filosofo che giustamente (nel momento della legge nello spettacolo) ha il pudore teoretico di far parlare l’analisi di temi fondamentali della storia della filosofia per giungere a un punto dove l’analisi stessa si trasforma in un pensiero positivo che assume la contingenza e la conoscenza delle reti plurali e relazionali delle contigenze materiali, come statuto del nostro essere: essere finiti senza infinito, temporali senza eterno». (Dalla Prefazione di Fulvio Papi).


Sulla violenza. Una lettura di Hegel, Ibis, 2000.


Substantia sive organismus. Immagine e funzione teorica di Spinoza negli scritti jenesi di Hegel,
Guerini e Associati, 1997.



Vittorio Morfino in Accademia.EU


Lista completa delle pubblicazioni di Vittorio Morfino


Youtube



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Salvatore Bravo – La «SuperLega» Calcio impone i «nuovi gladiatori» come modello mercantile del capitalismo assoluto. Liberare il gioco dalla competizione distruttiva è un imperativo etico e sociale.

Superlega - Gladiatori

Salvatore Bravo

La «SuperLega» Calcio impone i «nuovi gladiatori»
come modello mercantile del capitalismo assoluto.

Liberare il gioco dalla competizione distruttiva è un imperativo etico e sociale

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Nuovi gladiatori
Il capitalismo assoluto è in perenne azione distruttrice, divora ed assimila, non ammette perdite, deve riempire ogni spazio materiale ed immateriale con la forza del plusvalore. La logica che lo muove è intrinseca ad esso: il guadagno. Il capitalismo è ancipite: libero da ogni vincolo e nel contempo costretto la seguire la sua stessa legge, si muove per necessità, non conosce contraddizione, è forza assimilatrice che non ha altra prospettiva che la propria legge. La violenza del capitale cela la sua debolezza nella sua stessa libertà-necessità. L’assenza del senso del limite, il porsi secondo una modalità “a-dialettica”, lo conduce gradualmente a scollarsi dalla realtà, a vivere in una realtà astratta ed astorica. Il capitalismo assoluto vive in un tempo mitico, benché agisca nel solo orizzonte mondano, fino a diventarne il dio che, mentre si espande, regna nella malinconia delle passioni tristi.
Il costituirsi della Superlega sportiva con l’istituzione di un campionato europeo è un altro salto verso la competizione totale, verso il plusvalore senza limiti e confini. Lo sport diviene “realtà mitica” sganciata da ogni senso ultimo e verità per rafforzare ancor di più il proprio ruolo di oppio dei popoli con cui saccheggiare i magri guadagni dei sudditi da stordire con un nuovo torneo. La cui finalità è certo quella di compensare le perdite dovute al Covid 19. Il campionato europeo presuppone la “dequalificazione” dei campionati nazionali. Il cosmopolitismo sportivo diviene un altro tassello per “educare” all’estraneità al territorio, per formare a pensare in modo “europeo”, ovvero a competere, trasformando giocatori e squadre in gladiatori. Lo sport, il calcio i particolare – già fortemente inquinato dalle logiche crematistiche – scompare definitivamente nel suo valore ludico, sociale e comunicativo dietro i colpi dei nuovi gladiatori che – in nome della visibilità mondiale – saranno disponibili ad una lotta assai poco sportiva. Lo sport è il nuovo laboratorio dove si allenano i nuovi gladiatori: la violenza è resa istituzionale. Attraverso lo sport dei gladiatori si offre alle nuove generazioni un violento modello mercantile a cui dover far riferimento nel quotidiano, si diseduca all’agire comunitario mediante il gioco (che per sua natura è duale). Le nuove generazioni guarderanno ai nuovi gladiatori ammirandoli, e trasformando il regressivo desiderio di apparire nel narcisismo generalizzato della violenza. Ecco allora che lo sport capitalistico si concretizza nella pratica del nichilismo, in cui includere tutti. Si noti il grande successo del calcio femminile che ripete le medesime logiche dello sport azienda prodotto per il mercato, nel silenzio di ogni componente femminile.


Sport e comunità
Lo sport ha la sua verità, e solo comprendendone i fondamenti è possibile capirne la perversione cui addiviene. Lo sport non è solo tempo ludico, in cui si comunica con la corporeità vissuta, ma è anche educazione all’armonia del corpo e della mente. Nello sport vive in modo concreto la natura comunitaria umana che si forma, anche, mediante la pratica sportiva. Platone nelle Leggi ne descrive il valore educativo. Lo sport come la musica insegna a “sincronizzarsi” con l’altro, a liberarsi dall’individualismo per preparare alla condivisione ed alla collaborazione. Lo sport diviene propedeutico a vivere in comunità:

«Le lezioni possono essere divisi in due tipi: gli esercizi che riguardano il corpo, e la musica, che aggiorna l’anima. Ci sono due tipi di lezioni che riguardano il corpo: lotta e balli. Ci sono due tipi di danza: liberi e nobili, e ciò che si propone è la forma fisica, l’ agilità, e la bellezza esercitando le varie parti del corpo, quando è praticato con vigore e con una fermezza graziosa e quando la forza e la salute vengono meno, non deve essere omessa poiché questi insegnamenti sono utili per tutti gli scopi. Quando si raggiunge questo punto nella nostra legislazione dovremmo pagare sia gli alunni che i loro insegnanti perché questi ultimi dovrebbero impartire queste lezioni con delicatezza, e gli alunni riceverle con gratitudine».[1]

 

Lo sport del nostro tempo è invece divenuto esercizio all’atomocrazia. Non solo l’orizzonte dell’utile (guadagno) scaccia ogni socialità, ma specialmente rende il corpo un feticcio da esporre, e non più comunicazione vissuta. Lo sport è, così, tempo del corpo da esporre nello spettacolo dell’arena, e fonda la “società” dell’invidia e dell’ossessione per la bellezza vincente.

 

Logos motorio
Lo sport riesce ad essere di tutti e per tutti a condizione di rispettare la legge della medietà, comune alla medicina ed alla filosofia. Galeno descrive le qualità dei giochi con la palla. Il clima di gioia che sostanzia gli esercizi permettono non solo lo sviluppo armonico del corpo, ma anche rinforzano il senso critico. La tensione positiva porterà i contendenti a gioire del risultato finale, in quanto lo scontro fisico è stato un incontro che ha giovato a tutti. Lo sport diviene “logos motorio”, ovvero i partecipanti imparano con la dialettica del gioco a verificare e sviluppare la propria intelligenza e la propria socialità:

«In primo luogo è la sua convenienza. Se si pensa a quanto tempo è necessario per le attrezzature per la caccia, si sa che nessun politico o artigiano possa partecipare a tali sport, quindi c’è bisogno di un uomo ricco con un sacco di attrezzature e tempo libero. Ma anche l’uomo più povero può giocare a palla, perché non richiede reti, né armi, né cavalli, né cani da caccia, ma solo una palla. Non interferisce con altre attività di un uomo e non lo induce a trascurare nessuna di loro. E cosa c’è di più conveniente di un gioco in cui tutti, non importa la sua condizione o di carriera, può partecipare? Troverete anche che è il miglior esercizio completo. Per gli altri esercizi troverete che uno è violento, un altro dolce; uno che esercita la parte superiore del corpo, o una parte del corpo come i fianchi o la testa o le mani o petto, invece che tutto il corpo. Nessuno mantiene tutte le parti del corpo ugualmente in movimento; nessuno ha un ritmo che può essere accelerato rallentato di nuovo. Solo l’esercizio con la palla raggiunge tutto questo. Quando i giocatori si allineano su lati opposti e si esercitano per ottenere la palla, allora è un esercizio violento, infatti così la testa e il collo sono esercitati, ed i lati e il petto e lo stomaco sono esercitati dagli abbracci e spintoni rimorchiatori. In questo gioco i fianchi e le gambe sono allungate tese violentemente, poiché forniscono una base per tale sforzo. La combinazione di correre avanti, indietro, e saltando di lato non è un piccolo esercizio per le gambe; se a dire il vero, questo è l’unico esercizio che mette tutte le parti della gamba in movimento. C’è lo sforzo da un insieme di tendini e muscoli nella corsa in avanti, su un altro insieme corsa all’indietro, e su un altro nel salto. Così come il gioco con la palla è un buon esercizio per le gambe, è ancora meglio per le braccia, perché è consuetudine di prendere la palla in ogni sorta di posizione. La varietà di posizioni peserà su diversi muscoli in diversa misura, e diverso tempo. E’ importante anche l’occhio se si pensa a come il giocatore non può prendere la palla se non ha giudicato il suo volo con precisione. Il giocatore inoltre affina le sue capacità critiche attraverso la pianificazione come prendere la palla e come strappare la palla, se gli capita di essere nel mezzo. La rivalità terminerà nel piacere, promuoverà la salute del corpo e l’intelligenza nella mente. Questo è un vantaggio importante se un esercizio può aiutare il corpo e la mente verso lo spigolo che è insito in ciascuno. Si può facilmente capire che giocare a palla aiuti le due più importanti manovre che uno Stato affida ai suoi generali: attaccare al momento giusto è necessario per difendere il bottino già accumulato e la lungimiranza del piano del nemico. La maggior parte degli esercizi producono gli effetti opposti, rendendo la mente lenta, assonnata, e noioso. La vittoria in guerra non appartiene coloro che possono scappare il più veloce, ma chi è in grado di prevalere in incontri ravvicinati. Gli Spartani non erano diventati i più potenti perché potevano correre più veloce, ma perché hanno avuto il coraggio di resistere e combattere. Sono particolarmente favorevole all’esercizio fisico che promuove la salute sufficiente per il corpo, lo sviluppo armonico delle sue parti, è necessario per lo spirito. Tutti questo si ritrova nell’esercizio con la palla. Si può beneficiare la mente in ogni modo, ed esercitare tutte le parti del corpo allo stesso modo. Esso contribuisce alla salute e alla moderazione delle condizioni fisiche, perché non causa né una corpulenza eccessiva né una magrezza smodata. E ‘adatto per azioni che richiedono resistenza e anche per coloro che esigono la velocità. Così la forma più faticosa della sfera di gioco non è in alcun modo inferiore ad altri esercizi».[2]

 

La Superlega è la pratica del solipsismo, strumentalizza i nuovi gladiatori globali che offrono al mercato delle aziende sportive il loro corpo, i loro muscoli, la loro capacità di ammaliare il pubblico in nome del successo finanziario. Il pubblico è solo fonte di reddito, massa informe che passivamente assiste alla morte dello sport, mentre ne è invaso, poiché gli incontri sportivi ed i campionati si moltiplicano consentendo solo a coloro che accedono ai canali a pagamento di “partecipare” alla bulimia competitiva. Il sistema fiorisce sulla divisione, ed ogni separazione ha una irta barriera innalzata con la forza del denaro, come sempre fattosi privilegio. La verità del neoliberismo è tra di noi, non è un destino, ma una “decisione umana troppo umana” con cui ci dobbiamo confrontare per capire ed emanciparci.

 

Gioco e crescita umana
La generale regressione etica e creativa usa i suoi cingolati in ogni aspetto della vita. Un’umanità a cui si sottrae il tempo del gioco, è privata della sua capacità divergente e critica, in quanto il gioco è fonte di conoscenza ed è relazione libera da ogni finalità produttiva: in tal modo la persona si confronta con ogni aspetto della propria personalità. Il gioco contribuisce all’umanesimo integrale senza il quale si cade negli automatismi acritici:

«Punto di partenza deve essere il concetto di una quasi infantile disposizione al gioco che si esterna in tante forme ludiche; in azioni cioè legate a regole e sottratte alla vita ordinaria, azioni nelle quali si possono sviluppare bisogni innati di ritmo, di alternazione, di gradazione antitetica, e d’armonia. […] Ogni essenza mistica e magica, ogni ente eroico musico, logico e plastico cerca forma ed espressione in un nobile gioco. La cultura comincia non come gioco o da gioco ma in gioco».[3]

 

Liberare il gioco dalla competizione distruttiva è un imperativo etico, poiché il riduzionismo capitalistico – con la competizione – sottrae il gioco e lo sport al loro significato e valore educativo. I processi di distruzione fatalmente innescati travolgeranno anche i competitori, ma è necessario elaborare una nuova visione del mondo con la quale attraversare l’era dei gladiatori con le sue tragedie.

Salvatore Bravo

[1] Platone, Leggi, 794 d – 796 d ca.
[2] Galeno, On Exercise with the Small Ball, in S. G. Miller, Areté: Greek Sports from Ancient Sources, University of California Press, 2004, pp.121-124
[3] J. Huizinga, Homo Ludens, Einaudi, Torino 2002, p. 88.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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