Alessandro Barile – Il verso della storia. Discutendo del libro di Sante Notarnicola, «La nostalgia e la memoria».

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La nostalgia e la memoria

Sante_Notarnicola

A Sante,
alla sua capacità di esser stato,
e di essere,
ad un tempo,
fragile e misteriosa
cristalide,
come gioventù
ricca di speranze,
di possibili metamorfosi,
matrice di trasformazioni
– condizione della realizzazione –
e farfalla
che col suo diafano
e lieve battito d’ali
punteggia
la trama
di Iride.
———————– C. F.

Scritte durante gli anni di detenzione, molti dei quali passati in carceri di massima sicurezza, queste poesie sono state composte in condizioni di prigionia particolarmente pesanti, dove è ancora più difficile coltivare un pensiero, un affetto. Attraverso questa forma letteraria, Notarnicola ha inteso coltivare tutto ciò che gli è stato sottratto: gli affetti e i sentimenti più intimi, come il ricordo dei compagni caduti. Le poesie sono anche il mezzo che ha per rompere l’isolamento, sono una voce, un grido, un urlo che spazza via il muro di cinta della prigione. Poesie che esprimono rabbia e delusione, ma anche tenacia e sicurezza delle proprie convinzioni politiche. Sono uno strumento che è stato un motivo di resistenza, sono la memoria di una vita che ha avuto il carcere come momento centrale, come terreno di lotta, di scontro e di maturazione.

Sante Notarnicola (Castellaneta, 1938), emigrato con la madre e i fratelli a Torino, trascorre l’infanzia in collegio. Il contatto con la realtà operaia torinese lo porta alla presa di coscienza politica e alle prime esperienze di militanza nella FGCI e poi nel PCI. Allontanatosi dal Partito, si avvicina alla banda Cavallero con cui nel 1959 inizia una serie di rapine. Il 25 settembre 1967 a Milano, durante l’ultimo colpo della banda, c’è un conflitto a fuoco con la polizia: Sante riesce a scappare, ma viene catturato alcuni giorni dopo. Condannato all’ergastolo, in carcere inizia a studiare e scrivere racconti e poesie, che confluiranno ne L’evasione impossibile (1972), primo di una serie di libri di grande successo.


Alessandro Barile

Il verso della storia

Discutendo del libro di Sante Notarnicola, «La nostalgia e la memoria».



«Imprigionati qui, noi viviamo, sapete … ».
Così Sante Notarnicola dal carcere di Palmi, settembre 1983. Eppure, nel paese venato di ecclesiastico perbenismo, c’è ancora chi non ha accesso all’ipocrisia del perdono. Gli «irriducibili» li chiamano. Ne abbiamo confermequotidiane. A Milano uno scontro tra tifosi porta all’arresto di alcuni di questi. Chi parla viene rilasciato, chi decide di non tradire rimane in carcere (stessi capi d’imputazione). Ancora: il giorno dopo gli allori nazional-popolari tributati a De Andrè, ecco la cattura di Battisti a rinfocolare il coro vendicativo: «È finita la pacchia» gridano gli stessi che, fino a poche ore prima, avevano «un solco lungo il viso come una specie di sorriso».

Ma se fino a qualche anno fa anche questi dannati potevano vedersi riconosciuto un incerto «diritto di parola», quantomeno autoprodotto, oggi gli spazi si assottigliano, e insieme alle narrazioni contrapposte viene meno la comprensione della storia italiana. A uscire dal coro, letteralmente, rimangono in pochi coraggiosi. Tra i quali la casa editrice Pgreco. Dopo aver ripubblicato e aggiornato la biografia di Pasquale Abatangelo (Correvo pensando ad Anna), ecco rieditare le poesie di Sante Notarnicola, La nostalgia e la memoria. Poesie scritte in carcere tra i primi anni Settanta e la fine degli anni Ottanta. Cosa si può dire di nuovo e di attuale oggi? Sono, queste di Sante, “storie del carcere”, luogo che oggi viene associato all’idea del «pentimento» e della «rieducazione», e che prima costituiva un fronte di lotta. Uno dei tanti. Dentro al carcere Sante e quelli come Sante trovarono una forma più alta di emancipazione, al tempo stesso individuale e collettiva.

Come ricorda nella prefazione lo stesso Sante, «il carcere, in pochi anni, si era trasformato in scuola per rivoluzionari». Erano, le carceri degli anni Settanta – e in particolare il circuito degli “speciali” – veri luoghi di tortura, certificata oggi da fior di sentenze. A dispetto dunque della narrazione edificante dello Stato che sconfisse il terrorismo con gli strumenti della democrazia.
Ma sarebbe un errore inseguire il filo di questi ragionamenti. Porterebbero comunque a un vicolo cieco, a criticare cioè lo Stato attraverso gli argomenti del potere. Quello che invece può essere colto di un’esperienza così particolare e, però, generale, è altro. Per dirne una: che la storia, per quanto tragica, non è solo patita, ma può essere affrontata senza remore reverenziali. Anche quelli come Sante possono divenirne protagonisti, e così fecero. Senza per questo sottacerne i limiti, le responsabilità: non si tratta, oggi, di essere tifosi, quanto saperne ricavare aspetti più prossimi alla verità. Come infatti coglie pienamente l’autore nella sua prefazione:

«Questa generazione, certamente la più generosa dalla Resistenza in poi, non ha conti da rendere. Agli opportunisti, ai parolai, questa generazione dice: noi ciabbiamo provato. E coloro che vorranno provarci ancora dovranno necessariamente ripartire da questa storia».

Non occorre essere comunisti, reduci o nostalgici per ammetterlo. Primo Levi, nel 1979, ne riconobbe il valore letterario e umano:

«Le tue poesie sono belle, quasi tutte: alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che, nel loro insieme, costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè, che è poeta solo chi ha sofferto o soffre, e che perciò la poesia costa cara. L’altra, quella non sofferta, di cui ho piene le tasche, è gratis».

Ancora, e per concludere: chi domani vorrà nuovamente salire la scala già salita dalla generazione di Sante Notarnicola, per questi problemi dovrà passare. Messi in forma lirica, in questo caso, e inevitabilmente: troppo l’orrore per farne freddo racconto (e pure sempre Sante ce ne ha lasciato testimonianza, nella sua Evasione impossibile). Come che sia, a leggere questi versi con quelli scritti in altre epoche e da altre generazioni di rivoluzionari, ne scopriremmo la notevole somiglianza. Un’affinità non solo di temi, ma anche di parole, di sensazioni e sentimenti. Segno che la storia lascia dietro di sé tracce che vanno raccolte e valorizzate più che rimosse. Non è cosa da potersi fare da soli però. È un processo collettivo, perciò possibile solo dentro nuovi cicli di lotte, nuove mobilitazioni. Nell’attesa, tramandiamo almeno il valore della memoria.

ALESSANDRO BARILE

Recensione già pubblicata su«Le Monde diplomatique. il manifesto», febbraio 2019, p. 23.


L'anima e il muro
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Sante Notarnicola
L’anima e il muro


Introduzione e cura
di Daniele Orlandi
disegni di Marco Perroni

pp.192 € 18,00

ISBN 978-88-96487-29-7

dalla quarta di copertina

Questa scelta antologica di poesie scritte durante un trentennio diventa l’occasione per una particolare scansione della storia d’Italia, perché questi versi oscillano, lenti o vorticosi, tra l’anima e il muro di tante prigioni. Corredato di un ampio saggio introduttivo e di note che ne inquadrano la mole di rimandi alla cronaca e alla cultura di quegli anni che l’autore riversa sulla pagina, L’anima e il muro, duellanti senza pace, ne raccoglie i momenti principali. Sante Notarnicola ha attraversato il Novecento italiano da ribelle: operaio, bandito, carcerato. I tre tempi della sua vicenda biografica sono scanditi dalla poesia, una vera e propria autobiografia in versi, contemporanea a quella generazione che ingaggiò una guerra senza esclusione di colpi con lo Stato lunga circa un ventennio. In disaccordo con la linea attendista del Pci negli anni Cinquanta, rompe con il Partito e seguendo un progetto di guerriglia diviene rapinatore con la famigerata Banda Cavallero. Arrestato nel 1967 e condannato all’ergastolo, prosegue e insieme inizia la sua vera attività politica. Da allora, la Storia d’Italia s’incaricherà di fargli visita nelle varie patrie galere del suo lungo soggiorno. Notarnicola la accoglierà a suo modo: animando il movimento per i diritti dei detenuti sul finire degli anni Sessanta; conoscendo e confrontandosi con lo stato maggiore della lotta armata, dalle Br ai Nap a Prima Linea, tentando l’evasione e sperimentando sulla pelle il regime di articolo 90 nelle carceri speciali. Dopo vent’anni, otto mesi e un giorno si riaffaccerà alla vita esterna fino alla lenta estinzione della pena. Poesie di lotta e inni rivoluzionari, gridi muti di rabbia e squarci di lirismo nati in un contesto, come la carcerazione politica, dove la speranza della libertà è una quotidiana collettiva eucarestia o non è.

Sante Notarnicola (Castellaneta 1938), «operaio, comunista, rapinatore di banche, carcerato, scrittore, poeta». Nel 1972 ha pubblicato con Feltrinelli la sua semibiografia L’evasione impossibile (ristampata da Odradek a partire dal 1997). È autore di tre raccolte poetiche: Con quest’anima inquieta (Senza Galere, 1979), La nostalgia e la memoria (Giuseppe Maj, 1986) e l’ibrido Materiale interessante (Edizioni della Battaglia, 1997). Alcuni suoi versi compaiono nel volume collettivo Mutenye. Un luogo dello spirito (Odradek, 2001).


L'evasione impossibile, Feltrinelli, 1972

L’evasione impossibile, Feltrinelli, 1972

L'evasione impossibile
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Sante Notarnicola
L’EVASIONE IMPOSSIBILE

Con un’introduzione di Pio Baldelli e un’intervista all’autore

II edizione 2005 Con una prefazione di Erri de Luca

L’evasione impossibile ha attraversato con grande forza il ciclo di movimenti tra il ’68 e il ’77. Libro di culto per la generazione degli anni ’70, ormai introvabile, aggiunge all’interesse per le autobiografie esemplari quello dell’analisi distaccata nei confronti di nodi impresentabili – e quindi rimossi – per la sinistra; come la violenza e il carcere.
E’ il racconto della nascita e del percorso di quel gruppo che attraversò i fugaci onori della cronaca alla fine degli anni ’60 come “banda Cavallero” una banda di rapinatori di banche, nata per autofinanziare un’improbabile rivoluzione, e che aveva mantenuto per anni la propria salvaguardia evitando qualsiasi rapporto con la malavita. Un’anomalia che ne fece allora una leggenda.
Piero Cavallero, Sante Notarnicola, Adriano Rovoletto, I’ex partigiano Danilo Crepaldi sono invece fino in fondo figli del “popolo comunista” torinese, delle “boite” e delle officine della ricostruzione industriale del dopoguerra.
La grande forza emotiva non fa velo alla capacità di comunicare con lucidità e distacco il quadro storico-sociale che fa da sfondo alla trasformazione del Pci, alla nascita della sinistra extraparlamentare e poi delle organizzazioni guerrigliere.
Furono fortunati e abili nel riuscire a operare per tanti anni; furono sfortunatissimi nell’essere arrestati proprio un attimo prima che il ’68 facesse la sua apparizione, dando nuova linfa e nuove idee alla trasformazione radicale dell’esistente. Anche se c’è da dubitare che questi uomini – esclusi ormai da anni dal confronto con le realtà di base – sarebbero stati in grado di maturare un rapporto proficuo con un movimento tanto diverso da quello che si potevano attendere o sperare.
La condizione di prigionieri, paradossalmente, favorì invece questo incontro. E furono i gruppi extraparlamentari (non senza contraddizioni) a riconoscere in questa banda dei “compagni di strada” provenienti dalla generazione “perduta”: quella che era stata troppo giovane per fare la Resistenza, e troppo vecchia per attendere un nuovo ciclo radicale di lotte.

L’intervista al Sante di oggi, in appendice, chiude il cerchio di una vita spesa senza rimpianti alla ricerca di una rivoluzione che non ha vinto. Un capitolo della lunga “guerra civile” italiana, visto dall’ interno dei gruppi sociali che in modi diversi, ma più di tanti altri, hanno pagato sulla propria pelle il prezzo della “normalizzazione” del conflitto: la classe operaia torinese e i detenuti. In tempi di pensiero debole, l’unica ricaduta positiva è probabilmente il rinnovato interesse per le “vite”, per la memoria, per le testimonianze.
Quella di Sante Notarnicola è una coscienza estesa e possente, che sviluppa ed elabora una minuziosa e basilare critica della politica e della rappresentanza, perché il carcere, come luogo della intensificazione delle espenenze, dell’elaborazione collettiva, risulta un momento estremo di analisi della politica e di conoscenza dello Stato.


La Farfalla

Sante Notarnicola

La farfalla

Versi rubati

a cura di Daniele Orlandi.

In copertina: Marco Perroni, Prison, 2015.

Editrice Petite Plaisance

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Dalla Introduzione di Daniele Orlandi:

In un precedente libro di poesie che ebbi l’onore di curare, l’intento non era quello di raccontare in un’ottica cronistico-giudiziaria la storia di Sante Notarnicola (Castellaneta, 15 dicembre 1938) “bandito” o, in una dimensione politica, quella del rivoluzionario (ammesso che per il potere le due definizioni possano andare disgiunte). Non era nemmeno quello di fare critica letteraria. Rappresentava semmai il tentativo di scovare le maglie più larghe in cui i tre aspetti potessero collegarsi per fornire, in una prospettiva storica, un ritratto di Sante il più possibile vicino al vero. Per questa storia, quindi, che prima o poi il lettore ricercherà vanamente in queste pagine, non si può che rimandare a quella sintesi… [continua a leggere].

Daniele Orlandi, Introduzione
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Salvatore A. Bravo – La laicità all’epoca dell’integralismo laicista. Si può resistere alla mutazione antropologica messa in atto dal capitale assoluto in nome dell’aziendalizzazione della vita, della parola, delle relazioni.

Salvatore A. Bravo

La laicità all’epoca dell’integralismo laicista

 

 

 

Pifferaio-Magico-Vetrata

La normalizzazione laicista
La secolarizzazione del capitale non ha fondato la laicità, ma una nuova forma invasiva e infiltrante di clericalismo: i nuovi chierici non sono identificabili in una casta, in una lobby, sono trasversali, sono l’asse diffuso del nuovo “potere capitale” disciplinare e penetrante. Il circo mediatico laicista si struttura in modo sempre pervasivo: accademici, economisti, burocrati dell’economia, politici dal credo-pensiero unico, tutti nichilisti sempre pronti al trasformismo, sono la struttura ed il veicolo che inibisce ogni spazio plurale, lo riduce ad un’operazione di marketing, a plusvalore, ad un’operazione di perenne sussunzione. Il linguaggio dell’aziendalizzazione, della compravendita, l’inglese organico alla globalizzazione estendono le loro maglie d’acciaio: la rete informativa in nome del capitale trova nelle istituzioni pubbliche fiancheggiatori che diffondono il linguaggio e la lingua del mercato. Si osanna l’inclusione mediante la normalizzazione delle prestazioni: per essere normali ed inclusivi si fa appello sempre ai diritti individuali. Si forma all’orientamento accondiscendente, ovvero ad adattarsi alle esigenze del mercato, mentre i servizi pubblici, i servizi alla persona – vera precondizione di ogni democrazia – sono curvati sulla privatizzazione, sui bilanci. Il pubblico con i suoi servizi non rappresenta l’alterità rispetto al privato, ma nel pubblico l’organizzazione lavorativa ed i fini sono i medesimi del privato: pertanto la laicità scompare, si eclissa nel gioco ideologico della propaganda.

Gli oratores del circo mediatico laicista
La laicità non è semplice laicismo anticlericale. L’integralismo attuale trova nella religione una contraddizione, per cui i clerici mediatici e disinibiti abbondano in notizie sui crimini della chiesa, mentre tacciono dei crimini che quotidianamente avvengono in nome del capitalismo assoluto, in primis i crimini ambientali, i migranti ridotti in stato di schiavitù effettiva, i popoli declassati a plebe in competizione.

Costanzo Preve così definisce gli oratores del circo laicista:

«L’attuale “laicismo”, sotto la veste di una semplice neutralità dello “spazio pubblico”, riprende gli aspetti peggiori delle riduzioni illuministiche e positivistiche della religione. Le ragioni di questo, però, devono essere cercate al livello marxiano della struttura, e non della semplice sovrastruttura. Il clero (oratores) è stato per quasi mille e cinquecento anni essenziale per la riproduzione della società tripartita feudale, in quanto anello di collegamento ideologico fra la classe feudale-signorile dominante (bellatores) e l’insieme delle classi dominate (laboratores). Oggi però non è più così. Oggi il clero di collegamento è costituito da tre settori distinti ed interconnessi del tutto post-religiosi, il ceto politico professionale di intermediazione, il circo mediatico di simulazione e di manipolazione, ed infine il clero universitario di gestione della divisione del lavoro intellettuale, che viene ricomposto ex post dalla riproduzione della sintesi sociale capitalistica unificata».[1]

La parola laico deriva laico deriva dal gr. laïkós ovvero “del popolo”; popolo è da intendersi come luogo immanente nel quale le differenze entrano in tensione per trovare la sintesi. In quest’ultima, le posizioni non sono superate o trascese in formule astratte, ma sono sublimate in concrete determinazioni sempre riformabili. La laicità non è da intendersi, in modo semplicistico ed ideologico, in opposizione al clericalismo delle chiese. La cultura laica non ammette forme di sussunzione. La laicità è cultura dell’incontro senza obblighi, dal quale non si esce che modificati con l’attività della prassi, della parola e del dialogo. Laicità non è ateismo, rinuncia alla verità, per cui il soggetto è lasciato in solitudine alla mercé del mercato o delle forze economiche, laicità è ricerca collettiva di un fondamento comune, della verità. Non vi è comunità senza la ricerca dei processi di riconoscimento ed autoriconoscimento, che formano al senso del limite mediante la parola che – liberata dalle pastoie del calcolo, della razionalità strumentale – consente di riconoscersi nella verità senza dogmi. Laico è il popolo nell’incontro dialogico: ciò presuppone la teoretica del limite e della comunità. Nello spazio liberato dalla verità amministrata da una parte contro le altre, vi è la consapevolezza che il limite necessita della comunità, per completare, per definire, per attivare orizzonti di possibilità sul fondamento del riconoscimento della condizione umana.

La laicità non è ateismo
La Laicità è divenuta sinonimo di ateismo, poiché in tal modo è funzionale alla logica della mercificazione: in nome della laicismo ogni limite al mercato è ideologicamente tacciato di autoritarismo. La laicità è stata svuotata del suo senso, per essere il piano liscio nel quale le merci devono scorrere, i desideri incontrollati devono essere soddisfatti. La struttura economica della globalizzazione ha nel laicismo nichilista la sua sovrastruttura. Ogni discussione sugli effetti ambientali, etici, culturali è neutralizzata con accuse di controriformismo o di integralismo. Prassi e laicità, invece, sono speculari. La prassi (dal gr. πρᾶξις «azione, modo di agire») – in quanto trasformazione dei comportamenti – è laica, perché riguarda tutti, necessita della parola significante di ciascuno. La parola laica soprattutto sospende i dogmi correnti per ripensarli, essa è rigenerazione collettiva, spazio pubblico nel quale il privato ritrova la sua concretezza nella relazione. È il tempo strappato alla cronologia per essere tempo cairologico (καιρός), tempo qualitativo, in cui è possibile conoscersi e conoscere. I corpi medi sono la sostanza istituzionale e giuridica della laicità, in essi la parola ritrova la sua profondità, la politica governa l’economia. Nei corpi medi – partiti, sindacati, associazioni – la laicità ha la sua espressione massima, perché in essi si pensa e si discute, per vagliare criticamente l’operato politico: per cui sono i luoghi dove l’economia è posta al giudizio della politica, dove si progettano alternative.

La Costituzione italiana è fondata sulla laicità
La Costituzione italiana è fondata sulla laicità: essa è l’effetto consapevole dell’esperienza del nazifascismo nel quale la volontà e l’autonomia della persona è stata negata. L’integralismo è trasceso mediante la cultura laica, la quale è disponibilità all’ascolto. Non vi è competenza più ardua e difficile dell’ascolto dell’altro, ma non vi è altro modo per umanizzarsi, per diventare persona e non il suo mero simulacro. L’a priori della democrazia, per sua natura plurale e laica senza relativismo, è la scuola. Non è un caso che la Costituzione consente l’istruzione privata, ma senza oneri per lo Stato, poiché la scuola pubblica è in una posizione etica superiore rispetto alla scuola privata e confessionale, in quanto permette la formazione all’incontro, fa della dialettica della mediazione il fondamento del vivere civile. Rodotà evidenzia che nel 1964 si tentò di finanziare la scuola privata, ma tale manovra fu contrastata e cadde il governo. Era stridente l’incostituzionalità del finanziamento con i dettami della Costituzione:

«Le cronache di quegli anni sono piene di episodi significativi, alcuni dei quali politicamente rilevanti. Il 25 giugno 1964 il primo governo di centro-sinistra, presieduto da Aldo Moro, viene costretto a dimettersi dopo essere stato battuto, per 7 voti, in una votazione sul finanziamento di 149 milioni alla scuola privata, che il ministro socialista del Bilancio e della Programmazione economica, Antonio Giolitti, aveva ritenuto in contrasto con l’articolo 33 della Costituzione, dove si stabilisce appunto che “enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza onere per lo Stato”».[2]

Democrazia censitaria e laicità
L’attuale finanziamento alle scuole private (il primo finanziamento fu attuato nel 2000 da un governo di centrosinistra) è sicuramente la spia lapalissiana dell’arretramento della cultura laica a favore della democrazia censitaria atea e laicista. Le scuole private sono state finanziate dai governi nominalmente di sinistra in connubio con la finanza. Si voleva, per erodere voti alle destre, far dimenticare agli elettori di essere stati comunisti: ciò ha portato a picconare il fondamento della democrazia. In assenza di fondamenti e progetti la politica svende gli ideali più alti per calcoli elettorali immediati. L’aggressione alla scuola pubblica, è attacco frontale alla democrazia, perché in essa si diventa cittadini e non sudditi del mercato o di qualsiasi altra ipostasi:

«La scuola pubblica è un luogo dove si entra per formarsi attraverso la conoscenza, il confronto, il coltivare lo spirito critico. Ed è nella natura sua, come dell’intero processo democratico, che ciò significhi esposizione di tutti e di ciascuno al mondo ricco e molteplice delle informazioni e delle idee. La scuola è tramite tra le culture, che solo così possono riconoscersi e sfuggire alle trappole del multiculturalismo identitario, dove la cultura dell’altro è vista come minaccia e si rinuncia a priori alla sua comprensione e condivisione». [3]

 

La scuola laica come organo costituzionale
Calamandrei definisce la scuola organo costituzionale, essa è il substrato della democrazia e della cittadinanza. La scuola è esercizio della parola, di contenuti, è sospensione dei dogmi. La scuola non insegue il mondo, ma lo pensa, lo rigenera per dargli vita. Come l’anima di Plotino è la luce che filtra nell’aria, essa insegna a vedere con gli occhi dell’anima. Non è il luogo del selfie, ma di dibattito, impegno, e disciplina, perché non vi è parola di senso se non è attraversata dal libero ordine delle idee. In essa si dovrebbe imparare a pensare criticamente:

«Con questa intuizione felice, Pietro Calamandrei parlò della scuola come “organo costituzionale”. E quella intuizione è stata confermata via via che diveniva sempre più evidente il nesso tra scuola e democrazia: l’istruzione è un diritto fondativo del modo d’essere cittadini, dunque una precondizione della democrazia; la scuola è il luogo dove ci si forma, si acquisisce sapere critico. Se, invece, si imbocca la strada della pura competitività aziendale, e si offre un incentivo economico alla creazione di scuole separate, dove ciascuno rinsalda la propria appartenenza (religiosa, etnica, ideologica, localista…), si contraddice proprio questo programma democratico e la scuola perde definitivamente la possibilità d’essere il momento in cui si avvia la costruzione dell’uguaglianza, del riconoscimento degli altri. Si frantuma in mille ghetti, luoghi di incubazione dei futuri conflitti. Tradisce la funzione che, più di prima, dovrebbe avere in società inevitabilmente pluralistiche, quella di rappresentare uno dei luoghi essenziali di unificazione e confronto. La scuola è sicuramente uno dei luoghi che ci portano a ripensare la nozione di laicità, che deve essere arricchita, sviluppando i motivi che la fondano, che sono insieme, la negazione del confessionalismo, il rifiuto dell’intolleranza. Il riconoscimento delle minoranze. Se la scuola, come altri luoghi del “pubblico”, non rende possibile il confronto, allora nella società rischiano di affermarsi con prepotenza le forme di una separazione non più benefica occasione offerta a ciascuno di conservare la propria identità, ma fonte di pericolosa contrapposizione. E allora: scuole confessionali armate l’una contro l’altra, famiglie o comunità religiose il cui integralismo non è più bilanciato da uno spazio pubblico dove si incontra l’altro».[4]

 

L’integralismo dell’aziendalizzazione
La laicità della scuola, della democrazia è oggi minacciata dall’aziendalizzazione, la quale non è un semplice o diverso modo di gestire la scuola, ma una forma mentis che deve penetrare in tutte le persone che popolano la scuola. Il fine è la rimozione di ogni valore universale per formare all’interesse privato, alla competizione, al conteggio. Gli alunni devono imparare l’opportunismo imprenditoriale, a fare del risultato l’unico fine del loro tempo. La formazione alla cittadinanza, alla maturità emotiva e razionale sono sepolte sotto i conteggi (crediti, debiti, offerta formativa, invalsi) e l’insegnamento al fare, poietico (dal gr. ποιητικός, der. di ποίησις: v. poiesi, fare, produrre) e dunque scisso dalla prassi. Nessuna formazione al bene comune. Le classi stesse in quanto luogo di comunità devono essere smantellate in nome della flessibilità didattica ed emotiva. Il senso della comunità è sostituito dall’integralismo del risultato, dalla categoria della quantità che deve sostituire la categoria della qualità e della relazione, senza le quali non vi è che la violenza del privato e dell’individualismo, per cui tutto è merce, dalla formazione alla salute.

La pienezza della vita ed il suo significato prende forma solo nello spazio pubblico che insegna a trascendere il confine dell’io chiuso per accogliere il noi: in questo movimento si acquisisce il senso del pubblico. L’imperativo kantiano è perversamente rovesciato “tutto è un mezzo per il fine”. L’individualismo proprietario ed acquisitivo deve neutralizzare ogni prassi del bene comune, l’aggressione e la svalutazione delle discipline classiche è funzionale al rovesciamento del bene comune in nome dell’individualismo proprietario:

«L’esistenza di beni comuni costituisce la base necessaria per i rapporti solidali tra le persone. L’accesso a questi bene in situazioni di eguaglianza è condizione della stessa cittadinanza. Se la salute finisce di essere un diritto e diviene una merce da comprare sul mercato, sì che avrò tanta salute quanta me ne consentiranno le risorse finanziarie, avremo cittadini di prima e seconda categoria con una rinascita della cittadinanza “censitaria”, legata al reddito. Se s’impoverisce l’offerta di scuola pubblica, con l’argomento di rendere ciascuno libero di scegliere la propria scuola grazie a un “buono scuola”, si rischia concretamente la chiusura nel proprio ghetto di ciascun gruppo etnico, linguistico, religioso, con la fine della scuola come luogo pubblico confronto dove la conoscenza reciproca favorisce l’accettazione dell’altro». [5]

 

Dignità e laicità
Il laicismo anticomunitario del capitale offende la dignità delle persone, perno della Costituzione, articolo tre:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali».

La cultura laica agisce per emancipare le persone, per renderle libere di essere e di esserci nella comunità. La scuola è il fondamento della laicità, poiché la scuola dell’obbligo agisce per rimuovere gli ostacoli che impediscono il passaggio dalla potenza all’atto della virtù-personalità di ciascuno. Ogni forma di costrizione autoritaria, di condizionamento che determina le scelte è dunque rigettata come violenza.
La scuola è aperta a tutti in quanto laboratorio laico dell’emancipazione comunitaria di ciascuno, così l’articolo trentaquattro:

«La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso».

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La dignità è il riconoscimento nelle istituzioni della condizione concreta di ciascuno, pertanto la persona è rispettata nella sua dignità solo se si favorisce la sua personale formazione partendo dalla sua materiale condizione:

«La dignità come sfaccettatura dell’esistenza. Si coglie così un’altra radice culturale del riferimento alla dignità, che consiste nello spostamento d’attenzione dalla soggettività astratta alla concretezza della persona, immersa nel fluire dei rapporti reali. Qui la dignità conosce le insidie delle disuguaglianze di fatto, delle differenze di potere che incidono sulla libertà delle scelte. Ma incontra pure una persona “costituzionalizzata”, dove s’intrecciano garanzie di libertà e difese della persona “contro se stessa”. La definizione della dignità si concretizza in un quadro in cui la persona si vede riconosciuta piena autonomia di decisione, tuttavia con un limite rappresentato dalla previsione di situazioni di indisponibilità». [6]

Laicità è ascolto ed autonomia culturale: solo la scuola, per dettato costituzionale, è il luogo dove i futuri cittadini imparano la difficile pratica della resistenza alle pressioni del potere, dei pari, delle istituzioni. La cultura laica è emancipazione non solo dalle condizioni materiali che limitano la cittadinanza, ma specialmente dai pregiudizi, dalle visuali ideologiche che rappresentano la parte per il tutto, spacciando per verità gli interessi di classe, per cui l’emancipazione all’interno del discorso laico è generativa come l’amore nel Simposio. L’emancipazione rimette in discussione i modi di produzione come le sovrastrutture, ha un effetto incontrollabile sugli equilibri sociali; l’inclusione è invece l’espressione del controllo disciplinare e del biopotere. La posizione laicista predilige la scuola dell’inclusione a cui è associato “il successo formativo”. Ancora una volta il linguaggio dello spettacolo e del mercato feconda la pedagogia dell’inclusione, eufemismo per riaffermare vincoli indiscutibili e modi di produzione sacralizzati. L’inclusione deve assimilare ciò che sfugge ai parametri del capitale, in modo che non possano determinarsi alternative, tale operazione pedagogica e sociale è messa in atto ammantandola con un linguaggio mellifluo, facendo appello ai vincoli di solidarietà coercitiva. La medicalizzazione del disagio è il volto disciplinare dell’inclusione, in tal modo ogni autonomia divergente è minata all’origine. Vi è dignità solo nell’emancipazione, perché essa favorisce lo sviluppo delle personalità in modo libero e dialogico.

Conclusione:  la scuola come luogo di resistenza
L’autonomia necessita di contenuti, di modelli del passato e del presente. Il nuovo che avanza ed invoca la modernizzazione, le riforme, ha il volto truce della reazione contro la quale gli operatori scolastici hanno il compito di smascherare i linguaggi ingannevoli, i nichilismi ideologici dietro i quali non vi sono che manipolazione e mercificazione, benché siano rappresentati come libertà. La scuola deve accompagnare la consapevolezza dei futuri cittadini a riconoscere i pressanti condizionamenti che mortificano l’istituzione e le loro scelte. La comunità scolastica deve impedire che la scuola diventi luogo dove si insegna una sottomissione silenziosa. La scuola oggi è la ghiandola pineale della democrazia, il luogo dove resistere alla mutazione antropologica in atto in nome dell’aziendalizzazione della vita, della parola, delle relazioni. Nessun dio ci può salvare, la salvezza può avvenire solo dal basso, a cominciare dal lavoro quotidiano nelle classi come in qualsiasi posto di lavoro, in attesa, ciò che è sempre possibile, che nuove forze sociali possano catalizzarsi per un nuovo inizio.

 

Salvatore A. Bravo

 

 

[1] Costanzo Preve, Elementi di Politicamente Corretto. Studio preliminare su di un fenomeno ideologico destinato a diventare in futuro sempre più invasivo e importante, Petite Plaisance, Pistoia, pag. 2.

[2] Stefano Rodotà, Perché laico, Laterza, Bari 2009, pag. 13.

[3] Ibidem, pag. 153.

[4] Ibidem, pag. 63.

[5] Ibidem, pag. 172.

[6] Ibidem, pag. 138.


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Emiliy Dickinson (1830-1886) – Molta follia è saggezza divina, per chi è in grado di capire. Molta saggezza, pura follia. Ma è la maggioranza in questo, in tutto, che prevale. Conformati: sarai sano di mente. Obietta: sarai pazzo da legare, immediatamente pericoloso e presto incatenato.

 

Silenzi

Much Madness is divinest Sense –
To a discerning Eye –
Much Sense – the starkest Madness –
‘Tis the Majority
In this, as All, prevail –
Assent – and you are sane –
Demur – you’re straightway dangerous –
And handled with a Chain –

*
***
*

Molta follia è saggezza divina –
per chi è in grado di capire –
Molta saggezza – pura follia –
Ma è la maggioranza
in questo, in tutto, che prevale –
Conformati: sarai sano di mente –
Obietta: sarai pazzo da legare –
immediatamente pericoloso e presto incatenato.

(1862)

 

Emily Dikinson, Molta follia è saggezza divina, in Id., Silenzi, tr. di Barbara Lanati, Feltrinelli, 2015, pp. 62-63.


Emily Dickinson – Un’anima al cospetto di se stessa

Emily Dickinson (1830-1886) – La parola comincia a vivere soltanto quando vien detta.

Emiliy Dickinson (1830-1886) – Ciò che è lontano e ciò che è vicino

Emily Dickinson (1830-1866) – Semi che germogliano nel buio

Emily Dickinson (1830-1866)  – Dedicata agli esseri umani in fuga dalla mente dell’uomo

Emily Dickinson (1830-1866) – Distilla un senso sorprendente da ordinari significati

Emily Dickinson (1830-1886) – La bellezza e la verità sono una cosa sola. Bellezza è verità, verità è bellezza.


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Gabriella Putignano – «Flash di poesia, dipinti di versi». Poesie nomadi che attraversano i binari di distacchi e ferite aperte, che sembrano – per dirla con De André – «scordarsi le rotaie verso casa», che patiscono l’erosione del senso e l’asfissia del capitale, ma che nel contempo ci regalano la luce del mare, il bisogno dell’amicizia e della prossimità.

Gabriella Putignano 001

Coperta 322

Gabriella Putignano

Flash di poesia, dipinti di versi

Prefazione di Raffaele Pellegrino
Postfazione di Francesco Malizia

ISBN 978-88-7588-213-6, 2019, pp. 88, Euro 10

indicepresentazione –  autoresintesi

 

Poesie nomadi che attraversano i binari di distacchi e ferite aperte, che sembrano – per dirla con De André – «scordarsi le rotaie verso casa», che patiscono l’erosione del senso e l’asfissia del capitale, ma che nel contempo ci regalano la luce del mare, il bisogno dell’amicizia e della prossimità.

Ogni poesia, accompagnata da un personale scatto fotografico o dall’immagine di un dipinto, costituisce la tela compiuta di questo lavoro dell’Autrice Gabriella Putignano.

Io voglio il lampo immenso della vita,
lo stupore dell’alba,
la libertà del mare,
lo spruzzo d’una comune felicità.

***
*
***

Gabriella Putignano (Bari, 1987), laureata in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Bari, è stata borsista di formazione presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli e, dal 2013, è docente di Filosofia e Storia nei Licei. Ha insegnato in provincia di Potenza: a Rotonda, Melfi e Palazzo San Gervasio; immessa in ruolo nel 2018, attualmente insegna presso l’Istituto Superiore “Gian Tommaso Giordani” di Monte Sant’Angelo (FG). Tra le sue pubblicazioni: L’esistenza al bivio. La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter (Stamen, Roma 2015), Quel che resta di Raoul Vaneigem (Petite Plaisance, Pistoia 2016) nonché numerosi articoli su rivista e saggi brevi in volumi collettanei, nei quali ha trattato il pensiero di Giuseppe Rensi, Aldo Capitini, Albert Camus, Henrik Ibsen, Mark Fisher, Franco “Bifo” Berardi, Arthur Schopenhauer. Ha, inoltre, curato i libri Cantautorato & Filosofia. Un (In)Canto possibile (Petite Plaisance, Pistoia 2017) e Filosofare dal basso (Sentieri Meridiani, Foggia 2015).

 

 

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*
***

Sommario

Prefazione di Raffaele Pellegrino

La sconfitta di Parmenide

Vita nomade (I)

Vita nomade (II)

Vita nomade (III)

Vita nomade (IV)

Nebbia

Angst

Capitale (dis)umano

Fear of missing out

I Bambini Gesù

Una Yamaha per conquilina

Tra il blu e il viola

Come una torta millefoglie

Vorrei essere come te

L’esistenza si scopre

Il rovescio dei fatti

Un tempo della vita, un tempo per la vita

Il rientro

Socrate e Gesù di Nazareth

O Capitini! Mio Capitini!

New York

A Claudio

Mentre la vita correva là fuori

Ti ricordi di Heiner Müller?

Oltre me, oltre noi

Granelli di etica

Splash!

Un urlo strozzato

Nella bocca dei poteri

Gratitudine e riconoscenza

Fame di cuore

Spudoratamente divini

Preghiera laica

Sulla spiaggia di Philía

Epilogo a margine

 

Postfazione di Francesco Malizia


 

249 ISBN

Gabriella Putignano

Quel che resta di Raul Vaneigem

ISBN 978-88-7588-167-2, 2016, pp. 64, Euro 8

indicepresentazioneautoresintesi

 

Gabriella Putignano – Quel che resta di Raoul Vaneigem

 


Gabriella Putignano – In Carlo Michelstaedter c’è una potente richiesta di parresìa, una autentica serietà teoretica ed esistenziale, l’esortazione ad una purissima coerenza etica


278 ISBN

indicepresentazioneautoresintesi

Gabriella Putignano (a cura di) – Cantautorato & Filosofia. Un (In)Canto possibile. Contributi di: Stefano Daniele, Corrado De Benedittis, Gianluca Gatti, Federico Limongelli, Francesco Malizia, Raffaele Pellegrino, Giacomo Pisani, Gabriella Putignano.

 


 

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Francesco Petrarca (1304-1374) – Gloria effimera è cercar fama solo nel barbaglio delle parole: il mio lettore, almeno finché legge, voglio che sia con me. Non voglio che apprenda senza fatica ciò che senza fatica non ho scritto.

Francesco Petrarca 016

petrarca francescoAVVERTENZA PER IL LETTORE

«Io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi a me solo, non alle nozze della figlia o alla notte con l’amante e alle insidie del nemico o al processo o alla casa o al podere o al tesoro; e, almeno finché legge, voglio che sia con me.
Se è preoccupato dai suoi affari, differisca la lettura; quando si avvicinerà ad essa, getti lontano da sé il peso degli affari e la cura del patrimonio …
Non voglio che apprenda senza fatica ciò che senza fatica non ho scritto».

Francesco Petrarca, Familiarium rerum libri (Ai familiari), XIII, 5, 23.


lettaiposteri

«Io non tengo in conto il modo in cui mi sono espresso,
purché abbia vissuto bene:
gloria effimera è cercar fama solo nel barbaglio delle parole».

Francesco Petrarca, Epistoia ai Posteri, c. 1351

Barbaglio

Freccia rossa  Lettere senili – Liber Liber


 

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Peter Handke –«Canto alla durata». Restando fedele a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante, impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni, sentirò poi forse del tutto inatteso il brivido della durata.

Peter Handke 001

Canto alla durata

Canto alla durata

Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più
importante,
impedendo in tal maniera che si
cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata.

 

Peter Handke, Canto alla durata. Traduzione e postfazione di Hans Kitzmüller, Einaudi 2016.

Leggi l’estratto


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Gianmaria Testa (1958-2016) – Povero tempo nostro e poveri questi giorni di magra umanità che passa i giorni e li sfinisce, lascia che torni il vento e con il vento la tempesta, e dentro al vento la stagione di quando tutto appassirà per chi bestemmia le parole.

Gianmaria Testa 01

Cover_Prezioso-gianmaria-testa

Gianmaria Testa, Cover di Prezioso.

 

Povero Tempo nostro

GT01

Povero tempo nostro
povere fatiche
povera la Terra intera
che tutte intere le patisce
povero tempo nostro
e poveri questi giorni
di magra umanità
che passa i giorni e li sfinisce

 

GT02

 

lascia che torni il vento
e con il vento la tempesta
e fa che non sia per sempre
questo tempo che ci resta

GT03

lascia che torni il vento
e dentro al vento la stagione
di quando tutto appassirà
per chi bestemmia le parole

GT04

lascia che torni il vento
e con il vento la tempesta
e fa che non sia per sempre
il poco tempo che ci resta

GT05

lascia che torni il vento
e dentro al vento la stagione
di quando tutto appassirà
per chi bestemmia le parole

GT06

che tutto appassirà
a chi bestemmia le parole

 

Gianmaria Testa, Povero tempo nostro

*****
***
*

Quasi due anni dopo la morte arriva un disco di inediti di Gianmaria Testa, ‘Prezioso‘. Pensate fra le mura della casa di Castiglione Falletto o di Alba per album futuri o per altri artisti, undici nuove canzoni registrate per lo più in forma di appunti sonori per voce e chitarra, formano un racconto che si mescola a un commiato pieno di affetto.

Paola Farinetti, moglie di Gianmaria, e Roberto Barillari, ingegnere del suono, presentano questo materiale proprio come se stessimo assistendo, accanto a Gianmaria Testa, alla gestazione di un nuovo disco, come se fossimo testimoni e compagni di un lavoro meticoloso, quotidiano, intimo. A partire dal brano che apre il disco, ‘Povero tempo nostro’ i registi Silvia Luzi e Luca Bellino, autori, tra le altre cose, di ‘Il Cratere’, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2017 con grande successo, nonché molto legati a Gianmaria, hanno realizzato un cortometraggio girato al cosiddetto “cimitero delle barche” di Fiumicino che illustra, in immagini e secondo il loro linguaggio artistico, il senso della canzone.


Per ascoltare la musica e la poesia di Gianmaria Testa

Gianmaria Testa nel 2013

Gianmaria Testa nel 2013

Gianmaria Testa, Povero Tempo Nostro

L’Automobile – Paolo Fresu & Gianmaria Testa (live)

Gianmaria Testa – ‘Na stella

Gianmaria Testa – Come l’America

Gianmaria Testa Forse qualcuno domani

Gianmaria Testa – Hotel Supramonte

Gianmaria Testa, DENTRO LA TASCA DI UN QUALUNQUE MATTINO

Le traiettorie delle mongolfiere – Gianmaria Testa

Gianmaria Testa – Il valzer di un giorno

Gianmaria Testa-Lasciami Andare (Nuovo 2011)

Gianmaria Testa – Lele (ottobre 2011)

Gianmaria Testa “Ritals”

Gianmaria Testa – Gli amanti di Roma

Per Accompagnarti – Gianmaria Testa

Gianmaria Testa – Il passo e l’incanto

Gianmaria Testa – Come di pioggia

Gianmaria Testa & Gabriele Mirabassi – Polvere di gesso

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G. Testa, Il sentiero e altre filastrocche

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Gianmaria Testa

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Valerio Berruti

Gianmaria Testa, Il sentiero e altre filastrocche. Disegni di Valerio Berruti.

 

A Riotorto c’è una via così piccolina e stretta
che ci passano soltanto gatti e bimbi in bicicletta
tutti gli altri stanno fuori, morti di curiosità
che vorrebbero sapere quella strada dove va…

La sensibilità di Gianmaria Testa indaga l’assurdo di questo nostro mondo con lo sguardo puro dei bambini. Le figure di Valerio Berruti rappresentano con straordinaria delicatezza lo stupore dei più piccoli.

Tre preziose filastrocche senza età.
data pubblicazione: 1 ottobre 2015
Libri illustrati, pagine: 32. isbn: 9788861459014

Editore Gallucci

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René Char (1907-1988) – Résistance n’est qu’espérance. Speranza indomabile di un umanesimo cosciente dei suoi doveri, discreto sulle sue virtù, desideroso di riservare l’inaccessibile campo libero alla fantasia dei suoi soli, e deciso a pagarne il prezzo. Les mots qui vont surgir savent de nous de choses que nous ignorons d’eux.

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«Les mots qui vont surgir savent de nous
de choses que nous ignorons d’eux».

René Char

Fernanda Mazzoli

René Char e la sua poesia in Feuillets d’Hypnos

 


Il testo completo di 10 pagine scaricabile in PDF

 


 

 

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Résistance n’est qu’espérance. Espérance indomptable
d’un humanisme conscient de ses devoirs, discret sur ses vertus,
désirant réserver l’inaccessible champ libre à la fantaisie de ses soleils,
et décidé à payer le prix pour cela.

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Negli anni della Resistenza all’occupazione tedesca il poeta René Char divenne il Capitano Alexandre, comandante del Servizio d’azione Paracadutistico del settore della Durance, in Provenza, ma quando riusciva a trovare il tempo per scrivere era Hypnos, il dio del sonno, fratello di Thanatos.

 

René Char nel 1940

René Char nel 1940.

Nel 1946, le note scritte in un taccuino nascosto in una cavità della parete della sua stanza al Quartier Generale di Céreste e fortunosamente scampate alla distruzione furono pubblicate con il titolo di Feuillets d’Hypnos (Fogli di Ipnos): 237 frammenti, talora di disarmante oscurità, talaltra di accecante bagliore, sempre tesi sulla linea aspra, quasi sul punto di spezzarsi, di una lingua dura e folgorante, scevra di compiacimento, una lama acuminata per rompere la scorza della parola.

Les feuillets d’Hypnos

Feuillets d’Hypnos

Note scritte «nella tensione, nella collera, nella paura, nell’emulazione, nel disgusto, nell’astuzia, nel raccoglimento furtivo, nell’illusione dell’avvenire, nell’amicizia, nell’amore» – come ricorda lo stesso Char –, segnate dalla contingenza, mai chiuse su di essa, incalzate dall’urgenza dell’azione, ma capaci di incrociare la corrente sotterranea e resistente «des infinis visages du vivant» (degli infiniti volti del vivente) che scorre sotto la glaciazione dell’orrore quotidiano, nella «Francia delle caverne» che soffrì, sperò e lottò nel lungo inverno della guerra.

Char nel 1941.

Char nel 1941.

Un inverno che Hypnos afferra e riveste di granito, forte di un potere metamorfico che muta il primo in sonno e il secondo in fuoco. Morte apparente sotto cui si conserva il fiume carsico della vita, fiamma che preserva la luce nella grande tenebra abbattutasi sul mondo e riscalda quel soffio vitale minacciato di estinzione.

scritta

Potere conservante e vivificante della parola «affectée par l’événement» (intaccata dall’evento), parola che appare nella sua nudità e lacerazione, «un frammento di meteora staccatosi da un cielo sconosciuto», secondo l’illuminante immagine di Maurice Blanchot.[1] Dare a questa parola la possibilità di essere detta è un atto di violenza su se stessi; la fiammella di Hypnos è esposta alla bufera e alla tentazione dell’abbandono, si spegne e si riaccende senza sosta, finalmente incalzata dalla sua stessa necessità.

«Je me fais violence pour conserver, malgré mon humeur, ma voix d’encre. Aussi est-ce d’une plume à bec de bélier, sans cesse éteinte, sans cesse rallumée, ramassée, tendue et d’une haleine , que j’écris ceci, que j’oublie cela. Automate de la vanité? Sincèrement, non. Nécessité de contrôler l’évidence, de la faire créature».

(«Mi faccio violenza per conservare, malgrado il mio umore, la mia voce d’inchiostro. Così, è con una penna a testa d’ariete, continuamente spenta, continuamente riaccesa, raccolta, tesa e d’un sol fiato che scrivo questo, che dimentico quello. Automa della vanità? Sinceramente no. Necessità di controllare l’evidenza, di farla creatura» – frammento[2] 194).

La parola poetica di Char, che rifiuta la facilità e la felicità del verso e della rima, è parola in movimento, che ha appreso a muoversi rapida, furtiva ed efficace nel segreto dei boschi, custodisce gli uomini che di notte escono, attenti ad evitare le imboscate del nemico, altrettanto pronti ad attaccarlo. Così, essa incalza l’oscurità, il freddo e il silenzio del terrore, li attraversa a rischio di negarsi e perdersi per sempre («Comment m’entendez-vous? Je parle de si loin …» – «Come potete sentirmi? Parlo da così lontano …» – fr. 88) e disegna lo spazio del controterrore. Valli inghiottite dalla nebbia, fruscìo di foglie, passi felpati di animali che si muovono «sur l’écorce tendre de la nuit» («sulla tenera scorza della notte»), un filo d’erba che accarezza un volto, il fulgore della luna che suggerisce un incendio sempre differito, un minuscolo e sconosciuto domani, l’ombra vicina di un compagno rannicchiato che pensa che la sua cintura sta per cedere – fr. 141): di tanta densità e di tanta leggerezza, vasi comunicanti nell’incessante fluire della vita, è fatto lo spazio rimasto aperto alla libertà e alla fraternità.

Fraternità dove l’uomo finisce per riconoscere se stesso nel vincolo d’amicizia che lo lega agli altri uomini di cui condivide ragioni, dolore, paura, speranza, furori e fiducia; fraternità che è anche intima fedeltà al respiro misterioso della vita universale, alle notti che avvolgono e proteggono il maquis, [3] al silenzio del mattino, al profumo dei fiori, all’erba dove cantano i grilli, alle stelle del mese di maggio, alla neve che attende la neve, sul limite di aria e terra, ai mandorli sobri e agli ulivi sognatori, sentinelle sul ventaglio del crepuscolo (- fr. 82). E fratello è il popolo dei prati, dalla fragile bellezza che non finisce di incantare e di imporsi : il topo di campagna e la talpa «sombres enfants perdus dans la chimère de l’herbe»cupi bambini persi nella chimera dell’erba»), l’orbettino «fils du verre» («figlio del vetro»), la cavalletta «qui claque et compte son linge» («che sbatte e fa la conta del bucato»), l’ebbra farfalla e le formiche rese saggie dalla grande distesa verde e sopra di loro «les météores hirondelles» («meteore rondini») – fr. 175.

«Á tous les repas pris en commun, nous invitons la liberté à s’asseoir. La place demeure vide mais le couvert reste mis». («Ad ogni pasto preso in comune, invitiamo la libertà a sedersi. Il posto rimane vuoto, ma la tavola resta apparecchiata» – fr. 131).

 

Ralentir Traveaux 01

Ralentir Traveaux

La grande assente è, in realtà, l’autentica presenza in quello spazio allestito dall’azione di uomini che ne mantengono viva l’incerta, eppur pervicace fiammella. Qui, nel bel mezzo della rovina e del sangue versato, germogliano una nuova innocenza e un sentimento di assoluta appartenenza che fa di uomini costretti alla fuga e alla clandestinità alberi ben piantati nel loro suolo, benché «ma maison soit de nulle part» («la mia casa sia di nessun luogo» – fr. 206). Così, Robert G., ucciso in un’imboscata, conosce questa metamorfosi: per Réné Char, di cui fu il miglior compagno d’armi, è un essere meraviglioso, un albero del tempo precedente l’invenzione dell’ascia, un uomo che «portait ses quarante-cinq ans verticalement, tel un arbre de la liberté» («portava i suoi quarantacinque anni verticalmente, come un albero della libertà» – fr. 157).

L’azione che persevera, la parola che non si spegne conservano quel che resta di umanità e di vita e lo traghettano attraverso il lungo inverno che non è già più tale, perché Hypnos si è fatto fuoco e gli uomini sono fioriti in alberi e il poeta è sceso dalla stratosfera del Verbo, per «se lover dans de nouvelles larmes et pousser plus avant dans son ordre» («rannicchiarsi in nuove lacrime e spingere più avanti nel suo ordine» – fr. 19). Finiti gli incantesimi oscuri e anestetizzanti del Verbo, l’ordine perseguito è «d’une sobrieté de pierre» («di una sobrietà di pietra» – fr. 95), ha il volto della collera che non alza la voce (- fr. 92), raccoglie tesori sparsi (- fr. 97), come i maquisards (partigiani) di Cérestes raccolgono i viveri e le munizioni lasciate cadere dagli aerei nella base clandestina creata dal capitano Alexandre sulle Alpi della Provenza natale.

Ralentir Travaux

Ralentir Travaux

Parola di resistenza che è parola di speranza («Résistance n’est qu’espérance» – fr. 168), germogliata nel e dal terreno del combattimento di cui ha sposato l’asprezza, la radicalità e il segreto dell’efficacia, essa non vuole imbalsamarsi in canto di circostanza, rifugge dall’intento celebrativo, non aspira al palcoscenico imbandierato del pathos resistenziale.

Nel 1945, quando decide di mettere mano al quaderno ritrovato per aggiungere, tagliare, modificare, René Char scrive a un amico che sta lavorando a qualcosa di nuovo, «rien du genre papier résistant, cocardier, récital» («niente del genere foglio resistente, militarista, récital»). Eppure, nessuna voce poetica – e la Francia di quegli anni ne conobbe tante, e altissime – riesce come questa, scampata per un caso fortunato alla distruzione, votata al silenzio, [4] oscura ai limiti dell’enigmatico a fondare una pratica di scrittura resistente. La partecipazione di Char al movimento surrealista lo predisponeva sicuramente a considerare poesia ed azione come «vasi comunicanti», ma altri poeti resistenti erano passati attraverso la stessa esperienza surrealista, eppure privilegiarono soluzioni espressive e formali molto diverse.
La scelta di una poesia-non poesia che procede per frammenti, aforismi, illuminazioni porta in sé un tratto di essenzialità, una capacità di raggiungere con precisione il proprio oggetto e di allargarne la percezione che una struttura del discorso più rigida e articolata rischia di comprimere, virando verso il lirico o il narrativo. Questo elemento non basta, tuttavia, a risolvere la contraddizione tra la laconicità dell’espressione e la ricchezza dell’esperienza. È, piuttosto, «la pensée du neutre»[5] («il pensiero del neutro») che agisce in questo senso.
Molti studiosi hanno messo in rilievo la frequenza e l’importanza di parole ed espressioni neutre, o vicine al neutro, nella lingua poetica di Char; per restare ai Feuillets d’Hypnos, basti qui sottolineare parole come «le vivant», «le réel», «le familier», l’uso frequente del pronome impersonale «on» e di locuzioni verbali impersonali, la ricorrenza del soggetto «homme» e di soggetti astratti, l’incidenza di frasi infinitive e nominali.[6]

Fureur et mystère

Fureur et mystère

Che René Char, affermato poeta surrealista, abbia lasciato il posto a Hypnos, dio del sonno, va in questa direzione: segnale di volontà di spossessamento della parola, ma anche rivendicazione di uno stato sospeso tra la morte e la vita, un grande spazio bianco, cui corrisponde nella pagina il piccolo spazio bianco tra un frammento e l’altro.

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Nella prefazione all’edizione tedesca delle Poesie di Char, uscita nel 1959, Albert Camus scrisse: «Ritengo che René Char sia il nostro maggiore poeta vivente e che Fureur et mystère sia ciò che la poesia francese ci ha dato di più sorprendente dopo Les Illuminations e Alcools. […] In effetti la novità di Char è strepitosa. Egli è senza dubbio passato per il surrealismo, ma prestandosi e non donandosi, per il tempo necessario ad accorgersi che i suoi passi erano più sicuri quando camminava da solo. Dalla pubblicazione di Seuls demeurent, una manciata di poesie è bastata comunque a sollevare sulla nostra poesia un vento libero e vergine. Dopo tanti anni in cui i nostri poeti, votati anzitutto alla fabbricazione di “ninnoli di vacuità”, non avevano fatto altro che lasciare il liuto per prendere la tromba e la poesia diventava una salubre sgobbata. […] L’uomo e l’artista, che camminano con lo stesso passo, si sono immersi ieri nella lotta contro il totalitarismo hitleriano, e oggi nella denuncia dei nichilismi contrari e complici che dilaniano il nostro mondo. […] Poeta della rivolta e della libertà, egli non ha mai accettato il compiacimento, né ha confuso, secondo la sua espressione, la rivolta con l’umore. […] Senza averlo voluto, e soltanto per non aver rifiutato niente dei suoi tempi, Char, allora, fa molto di più che esprimere la nostra realtà attuale: egli è anche il poeta dei nostri giorni avvenire. Benché solitario, egli riunisce, accomuna e, all’ammirazione che suscita, si mescola quel grande calore fraterno nel quale l’umanità produce i suoi frutti migliori. Siamone certi, è ad opere come questa che noi potremo ormai fare ricorso e chiedere chiaroveggenza».


Albert Camus e Renè Char

Albert Camus e Renè Char.

Per quanto un’analisi lessicale sia utile per orientare il lettore, il neutro, come sottolinea Maurice Blanchot che ad esso ha votato una ricerca incessante ed appassionata, non ha a che vedere solo con il vocabolario. É piuttosto riconducibile alla domanda, altrove espressa da Char,[7] su «Comment vivre sans inconnu devant soi?» («Come vivere senza ignoto davanti a sé?»), dove l’«inconnu» non può essere ricondotto semplicemente a ciò che non è ancora conosciuto e nemmeno ad oggetto di conoscenza per intuizione o per fusione mistica. Estraneo a ciò che è visibile come all’invisibile, non si presta ad essere rivelato, ma solo indicato nella sua irriducibile alterità ed è solo una parola che rinunci al potere di afferrare, di com-prendere che può accoglierlo e mantenerlo tale, lasciarlo, cioè, ignoto.[8]

Tale sarebbe la parola di René Char, Hypnos nelle brevi, inquiete notti del maquis dove, insieme a un pugno di uomini, tiene accesa davanti a sé un’esile fiamma e una voce. Voce che si vuole anonima, nella rinuncia ad essere espressione di un io lirico e profetico di un poeta che, sulla scia di Hugo, indichi al popolo la strada da seguire per affrancarsi dalle tenebre ed affacciarsi su un radioso avvenire.

«Ce carnet pourrait n’avoir appartenu à personne tant le sens de la vie d’un homme est sous-jacent à ses pérégrinations» («Questo taccuino potrebbe non essere appartenuto a nessuno tanto il senso della vita di un uomo è soggiacente alle sue peregrinazioni»), avverte Char nella nota introduttiva all’edizione del 1946. Questa voce impersonale, perseverante nella discontinuità, urgente e impaziente, disposta ad accogliere l’ignoto e a rispettarlo, capace di interrogare il reale con la forza della metafora, dell’apostrofe, dell’aforisma, parla dalla notte illuminata dai lanci, dal folto della macchia, dal deserto della guerra, da una casa che non è una casa, dal fondo dell’angoscia di ciascuno e diventa voce di condivisione.René char par Brassai

Le circostanze – collettive ed individuali – hanno fatto d’Hypnos «le conservateur» («il custode») e il responsabile di questa parola, ma «la suite appartient aux hommes» («il seguito appartiene agli uomini»), scrive il capitano Alexandre, ritornato René Char, in introduzione al taccuino ritrovato che diventerà libro. Appartiene «à l’homme réqualifié» («all’uomo riqualificato»), invocato da René Char, all’uomo che decide liberamente di assumersi la responsabilità e il rischio di questa parola e della comunicazione che essa istituisce. Parola di rottura, proiettile che incide, scheggia e frantuma la crosta dura delle cose, essa finisce per allargare lo spazio destinato all’uomo, con l’ambizione di restituirgli intera la sua umanità.

«Dans nos ténébres, il n’y a pas une place pour la Beauté. Toute la place est pour la Beauté». («Nelle nostre tenebre, non c’è un posto per la Bellezza. Tutto il posto è per la Bellezza» – fr. 237, l’ultimo). Separata dal corpo frammentario delle 237 «propositions» (termine che Char preferiva a quello di «aforismi»), La rose de chêne (La rosa di quercia) chiude i Feuillets con un’apostrofe alla Bellezza, compagna dell’uomo nella sua lotta per avere la meglio sul destino per mezzo della speranza.

«Chacune des lettres qui composent ton nom, ô Beauté, au tableau d’honneur des supplices, épouse la plane simplicité du soleil,s’inscrit dans la phrase géante qui barre le ciel, et s’associe à l’homme acharné à tromper son destin avec son contraire indomptable: l’espérance». («Ciascuna delle lettere che compongono il tuo nome, Bellezza, nel posto d’onore dei supplizi, sposa la piana semplicità del sole, s’iscrive nella frase gigante che chiude il cielo, e s’associa all’uomo impegnato con accanimento ad ingannare il suo destino con il suo indomabile contrario: la speranza»).

Il destino, in quegli anni, aveva il volto della barbarie nazista, ma, oltre la congiuntura storica, è dimensione di un antagonismo che non conosce riposo e che vede l’uomo combattere innnanzitutto con l’arma della speranza che tiene aperta la porta al possibile. Non la speranza che piange disfatta del celebre sonetto di Baudelaire, [9] ma «l’espérance indomptable», resistenza e perseveranza di parola e azione, nata sul terreno «d’un humanisme conscient de ses devoirs, discret sur ses vertus, désirant réserver l’inaccessible champ libre à la fantaisie de ses soleils, et décidé à payer le prix pour cela» («di un umanesimo cosciente dei suoi doveri, discreto sulle sue virtù, desideroso di riservare l’inaccessibile campo libero alla fantasia dei suoi soli, e deciso a pagarne il prezzo»). Resistenza è fatta di speranza, ma vive di perseveranza e di responsabilità che lega la voce di Hypnos alla voce misteriosa, che non ha centro né origine, ma ovunque risuona, di tutto ciò che vive: uomini, animali, alberi, montagne, astri.

——

I frammenti citati sono tratti da Feuillets d’Hypnos in Réné Char, Fureur et mystère, Gallimard, Paris, 1967 e da me tradotti. L’opera di Char è stata tradotta in italiano da grandi poeti come Giorgio Caproni (per Feltrinelli) e Vittorio Sereni (per Einaudi).

 

Fernanda Mazzoli

 

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Il testo completo di 10 pagine scaricabile in PDF

 


 

 

 

 

*****
***
*

[1] M. Blanchot, L’entretien infini, Gallimard, Paris, 1969, p. 452.

[2] Da ora, a lato della citazione comparirà solamente il numero corrispondente all’ordine cronologico del frammento.

[3] Letteralmente “macchia”, “boscaglia”, il termine ha finito per indicare la Resistenza sul territorio francese.

[4] Char, che aveva esordito nel 1930 con Ralentir travaux, scritto in collaborazione con Breton e Eluard, si rifiutò fermamente di pubblicare alcunché durante il periodo dell’occupazione.

[5] M. Blanchot, L’entretien infini, op. cit., p. 439.

[6] M.-F. Delecroix, in R. Char, Les feuillets d’Hypnos, Gallimard, Paris, 2007, pp. 111-112.

[7] Cfr. Le poème pulverisé in R. Char, Fureur et mystère, Gallimard, Paris, 1967.

[8] M. Blanchot, L’entretien infini, op. cit., pp. 439-446.

[9] Cfr. C. Baudelaire, Spleen in Les fleurs du mal.


Albert Camus , René Char- Correspondance (1946-1959)

Albert Camus , René Char, Correspondance (1946-1959)

En trente-trois morceaux suivi de Sur la Poésie, Le Bâton de rosier, Loin de nos cendres et de Sous ma casquette amarante (entretiens)

En trente-trois morceaux

Le Maråtåeau sans maître suivi de Moulin premier

Le Marteau sans maitre

Le Visage nuptial suivi de Retour amont

Le Visage nuptial suivi de Retour amont

Lettera amorosa suivi de Guirlande terrestre

Lettera amorosa suivi de Guirlande terrestre

Paul Celan , René Char-Correspondance (1954-1968)

Paul Celan , René Char-Correspondance (1954-1968)

Poèmes Choisis et lus par l'auteur

Poèmes Choisis et lus par l’auteur

Raúl Gustavo Aguirre , René Char- Correspondance (1952-1983)

Raúl Gustavo Aguirre , René Char- Correspondance (1952-1983)

René Char , Zao Wou-ki-Effilage du sac de jute Suivi de Lettres en chemin

René Char , Zao Wou-ki-Effilage du sac de jute Suivi de Lettres en chemin

A. Camus, La Postérité du soleil-Photographies d'Henriette Grindat. Itinéraire de René Char

A. Camus, La Postérité du soleil-Photographies d’Henriette Grindat. Itinéraire de René Char

Commune présence

Commune présence

Feuillets d'Hypnos

Feuillets d’Hypnos

Poèmes en archipel

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Vasilij Vasil’evič Kandinskij (1866 -1944) – Si può osservare la strada stando dietro il vetro della finestra. Oppure si apre la porta: si esce dall’isolamento; ci si immerge in questa entità, vi si diventa attivi e si partecipa a questo pulsare della vita con tutti i propri sensi.

Si può osservare la strada stando dietro il vetro della finestra. Oppure si apre la porta: si esce dall'isolamento; ci si immerge in questa entità, vi si diventa attivi e si partecipa a questo pulsare della vita con tutti i propri sensi.

Punto linea superficie

Punto linea superficie

 

 

L’artista deve formare non solo l’occhio,
ma anche la sua anima.
V. V. Kandinskij

L’arte oltrepassa i limiti
nei quali il tempo vorrebbe comprimerla,
e indica il contenuto del futuro.
V. V. Kandinskij

 

«Ogni fenomeno può essere vissuto in due diverse maniere. Queste due maniere non sono arbitrarie, ma legate ai fenomeni – esse vengono derivate dalla natura dei fenomeni, da due loro proprietà:

Esterno- Interno.

 

Si può osservare la strada stando dietro il vetro della finestra: i rumori ne vengono attutiti, i movimenti diventano fantomatici e la strada stessa appare, auraverso il vetro trasparente, ma saldo e duro, come una entità separata, che pulsi in un “al di là”.

Oppure si apre la porta: si esce dall’isolamento; ci si immerge in questa entità, vi si diventa attivi e si partecipa a questo pulsare della vita con tutti i propri sensi.

[…]

L’opera d’arte si rispecchia sulla superficie della coscienza. Essa sta al di là e si dilegua dalla superficie, senza lasciar traccia, appena scomparso lo stimolo. Anche in questo caso c’è una specie di vetro trasparente, ma saldo e duro, che rende impossibile il diretto rapporto interno. Anche qui abbiamo la possibilità di entrare nell’opera, di divenirne parte attiva e di vivere con tutti i sensi la sua pulsazione».

Vasilij Vasil’evič Kandinskij, Punto Linea Superficie, Adelphi, Milano 1968, pp. 7-8.

 


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Margherita Guidacci (1921-1992) – Chi ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo.

Margherita Guidacci 011

M. Guidacci, Le poesie

M. Guidacci, Le poesie

[…]  se uno
ha veramente a cuore la sapienza,
non la ricerchi in vani giri,
come di chi volesse raccogliere le foglie
cadute da una pianta e già disperse dal vento,
sperando di rimetterle sul ramo.
La sapienza è una pianta che rinasce
solo dalla radice, una e molteplice.
Chi vuol vederla frondeggiare alla luce
discenda nel profondo, là dove opera il dio,
segua il germoglio nel suo cammino verticale
e avrà del retto desiderio il retto
adempimento: dovunque egli sia
non gli occorre altro viaggio.

Margherita Guidacci, Le poesie, a cura di Maura Del Serra, Le Lettere, Firenze 1999, p. 420. Ora in: Margherita Guidacci, Sibille, a cura di Ilaria Rabatti, Petite Plaisance, Pistoia 2019.


Margherita Guidacci (1921-1992) – Il nostro mondo.

Margherita Guidacci, Margherita Pieracci Harvell – «Specularmente. Lettere, studi, recensioni». A cura di Ilaria Rabatti

Margherita Guidacci (1921-1992) – Voi, guardie e doganieri, perché non chiedete il passaporto al tordo e al colombaccio? Si faccia dunque un bando rigoroso perché ogni uccello resti confinato nel proprio cielo territoriale. Fino a quel giorno anch’io, con tutti gli uomini, rifiuterò le frontiere.


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