René Char (1907-1988) – Résistance n’est qu’espérance. Speranza indomabile di un umanesimo cosciente dei suoi doveri, discreto sulle sue virtù, desideroso di riservare l’inaccessibile campo libero alla fantasia dei suoi soli, e deciso a pagarne il prezzo. Les mots qui vont surgir savent de nous de choses que nous ignorons d’eux.

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«Les mots qui vont surgir savent de nous
de choses que nous ignorons d’eux».

René Char

Fernanda Mazzoli

René Char e la sua poesia in Feuillets d’Hypnos

 


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Résistance n’est qu’espérance. Espérance indomptable
d’un humanisme conscient de ses devoirs, discret sur ses vertus,
désirant réserver l’inaccessible champ libre à la fantaisie de ses soleils,
et décidé à payer le prix pour cela.

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Negli anni della Resistenza all’occupazione tedesca il poeta René Char divenne il Capitano Alexandre, comandante del Servizio d’azione Paracadutistico del settore della Durance, in Provenza, ma quando riusciva a trovare il tempo per scrivere era Hypnos, il dio del sonno, fratello di Thanatos.

 

René Char nel 1940

René Char nel 1940.

Nel 1946, le note scritte in un taccuino nascosto in una cavità della parete della sua stanza al Quartier Generale di Céreste e fortunosamente scampate alla distruzione furono pubblicate con il titolo di Feuillets d’Hypnos (Fogli di Ipnos): 237 frammenti, talora di disarmante oscurità, talaltra di accecante bagliore, sempre tesi sulla linea aspra, quasi sul punto di spezzarsi, di una lingua dura e folgorante, scevra di compiacimento, una lama acuminata per rompere la scorza della parola.

Les feuillets d’Hypnos

Feuillets d’Hypnos

Note scritte «nella tensione, nella collera, nella paura, nell’emulazione, nel disgusto, nell’astuzia, nel raccoglimento furtivo, nell’illusione dell’avvenire, nell’amicizia, nell’amore» – come ricorda lo stesso Char –, segnate dalla contingenza, mai chiuse su di essa, incalzate dall’urgenza dell’azione, ma capaci di incrociare la corrente sotterranea e resistente «des infinis visages du vivant» (degli infiniti volti del vivente) che scorre sotto la glaciazione dell’orrore quotidiano, nella «Francia delle caverne» che soffrì, sperò e lottò nel lungo inverno della guerra.

Char nel 1941.

Char nel 1941.

Un inverno che Hypnos afferra e riveste di granito, forte di un potere metamorfico che muta il primo in sonno e il secondo in fuoco. Morte apparente sotto cui si conserva il fiume carsico della vita, fiamma che preserva la luce nella grande tenebra abbattutasi sul mondo e riscalda quel soffio vitale minacciato di estinzione.

scritta

Potere conservante e vivificante della parola «affectée par l’événement» (intaccata dall’evento), parola che appare nella sua nudità e lacerazione, «un frammento di meteora staccatosi da un cielo sconosciuto», secondo l’illuminante immagine di Maurice Blanchot.[1] Dare a questa parola la possibilità di essere detta è un atto di violenza su se stessi; la fiammella di Hypnos è esposta alla bufera e alla tentazione dell’abbandono, si spegne e si riaccende senza sosta, finalmente incalzata dalla sua stessa necessità.

«Je me fais violence pour conserver, malgré mon humeur, ma voix d’encre. Aussi est-ce d’une plume à bec de bélier, sans cesse éteinte, sans cesse rallumée, ramassée, tendue et d’une haleine , que j’écris ceci, que j’oublie cela. Automate de la vanité? Sincèrement, non. Nécessité de contrôler l’évidence, de la faire créature».

(«Mi faccio violenza per conservare, malgrado il mio umore, la mia voce d’inchiostro. Così, è con una penna a testa d’ariete, continuamente spenta, continuamente riaccesa, raccolta, tesa e d’un sol fiato che scrivo questo, che dimentico quello. Automa della vanità? Sinceramente no. Necessità di controllare l’evidenza, di farla creatura» – frammento[2] 194).

La parola poetica di Char, che rifiuta la facilità e la felicità del verso e della rima, è parola in movimento, che ha appreso a muoversi rapida, furtiva ed efficace nel segreto dei boschi, custodisce gli uomini che di notte escono, attenti ad evitare le imboscate del nemico, altrettanto pronti ad attaccarlo. Così, essa incalza l’oscurità, il freddo e il silenzio del terrore, li attraversa a rischio di negarsi e perdersi per sempre («Comment m’entendez-vous? Je parle de si loin …» – «Come potete sentirmi? Parlo da così lontano …» – fr. 88) e disegna lo spazio del controterrore. Valli inghiottite dalla nebbia, fruscìo di foglie, passi felpati di animali che si muovono «sur l’écorce tendre de la nuit» («sulla tenera scorza della notte»), un filo d’erba che accarezza un volto, il fulgore della luna che suggerisce un incendio sempre differito, un minuscolo e sconosciuto domani, l’ombra vicina di un compagno rannicchiato che pensa che la sua cintura sta per cedere – fr. 141): di tanta densità e di tanta leggerezza, vasi comunicanti nell’incessante fluire della vita, è fatto lo spazio rimasto aperto alla libertà e alla fraternità.

Fraternità dove l’uomo finisce per riconoscere se stesso nel vincolo d’amicizia che lo lega agli altri uomini di cui condivide ragioni, dolore, paura, speranza, furori e fiducia; fraternità che è anche intima fedeltà al respiro misterioso della vita universale, alle notti che avvolgono e proteggono il maquis, [3] al silenzio del mattino, al profumo dei fiori, all’erba dove cantano i grilli, alle stelle del mese di maggio, alla neve che attende la neve, sul limite di aria e terra, ai mandorli sobri e agli ulivi sognatori, sentinelle sul ventaglio del crepuscolo (- fr. 82). E fratello è il popolo dei prati, dalla fragile bellezza che non finisce di incantare e di imporsi : il topo di campagna e la talpa «sombres enfants perdus dans la chimère de l’herbe»cupi bambini persi nella chimera dell’erba»), l’orbettino «fils du verre» («figlio del vetro»), la cavalletta «qui claque et compte son linge» («che sbatte e fa la conta del bucato»), l’ebbra farfalla e le formiche rese saggie dalla grande distesa verde e sopra di loro «les météores hirondelles» («meteore rondini») – fr. 175.

«Á tous les repas pris en commun, nous invitons la liberté à s’asseoir. La place demeure vide mais le couvert reste mis». («Ad ogni pasto preso in comune, invitiamo la libertà a sedersi. Il posto rimane vuoto, ma la tavola resta apparecchiata» – fr. 131).

 

Ralentir Traveaux 01

Ralentir Traveaux

La grande assente è, in realtà, l’autentica presenza in quello spazio allestito dall’azione di uomini che ne mantengono viva l’incerta, eppur pervicace fiammella. Qui, nel bel mezzo della rovina e del sangue versato, germogliano una nuova innocenza e un sentimento di assoluta appartenenza che fa di uomini costretti alla fuga e alla clandestinità alberi ben piantati nel loro suolo, benché «ma maison soit de nulle part» («la mia casa sia di nessun luogo» – fr. 206). Così, Robert G., ucciso in un’imboscata, conosce questa metamorfosi: per Réné Char, di cui fu il miglior compagno d’armi, è un essere meraviglioso, un albero del tempo precedente l’invenzione dell’ascia, un uomo che «portait ses quarante-cinq ans verticalement, tel un arbre de la liberté» («portava i suoi quarantacinque anni verticalmente, come un albero della libertà» – fr. 157).

L’azione che persevera, la parola che non si spegne conservano quel che resta di umanità e di vita e lo traghettano attraverso il lungo inverno che non è già più tale, perché Hypnos si è fatto fuoco e gli uomini sono fioriti in alberi e il poeta è sceso dalla stratosfera del Verbo, per «se lover dans de nouvelles larmes et pousser plus avant dans son ordre» («rannicchiarsi in nuove lacrime e spingere più avanti nel suo ordine» – fr. 19). Finiti gli incantesimi oscuri e anestetizzanti del Verbo, l’ordine perseguito è «d’une sobrieté de pierre» («di una sobrietà di pietra» – fr. 95), ha il volto della collera che non alza la voce (- fr. 92), raccoglie tesori sparsi (- fr. 97), come i maquisards (partigiani) di Cérestes raccolgono i viveri e le munizioni lasciate cadere dagli aerei nella base clandestina creata dal capitano Alexandre sulle Alpi della Provenza natale.

Ralentir Travaux

Ralentir Travaux

Parola di resistenza che è parola di speranza («Résistance n’est qu’espérance» – fr. 168), germogliata nel e dal terreno del combattimento di cui ha sposato l’asprezza, la radicalità e il segreto dell’efficacia, essa non vuole imbalsamarsi in canto di circostanza, rifugge dall’intento celebrativo, non aspira al palcoscenico imbandierato del pathos resistenziale.

Nel 1945, quando decide di mettere mano al quaderno ritrovato per aggiungere, tagliare, modificare, René Char scrive a un amico che sta lavorando a qualcosa di nuovo, «rien du genre papier résistant, cocardier, récital» («niente del genere foglio resistente, militarista, récital»). Eppure, nessuna voce poetica – e la Francia di quegli anni ne conobbe tante, e altissime – riesce come questa, scampata per un caso fortunato alla distruzione, votata al silenzio, [4] oscura ai limiti dell’enigmatico a fondare una pratica di scrittura resistente. La partecipazione di Char al movimento surrealista lo predisponeva sicuramente a considerare poesia ed azione come «vasi comunicanti», ma altri poeti resistenti erano passati attraverso la stessa esperienza surrealista, eppure privilegiarono soluzioni espressive e formali molto diverse.
La scelta di una poesia-non poesia che procede per frammenti, aforismi, illuminazioni porta in sé un tratto di essenzialità, una capacità di raggiungere con precisione il proprio oggetto e di allargarne la percezione che una struttura del discorso più rigida e articolata rischia di comprimere, virando verso il lirico o il narrativo. Questo elemento non basta, tuttavia, a risolvere la contraddizione tra la laconicità dell’espressione e la ricchezza dell’esperienza. È, piuttosto, «la pensée du neutre»[5] («il pensiero del neutro») che agisce in questo senso.
Molti studiosi hanno messo in rilievo la frequenza e l’importanza di parole ed espressioni neutre, o vicine al neutro, nella lingua poetica di Char; per restare ai Feuillets d’Hypnos, basti qui sottolineare parole come «le vivant», «le réel», «le familier», l’uso frequente del pronome impersonale «on» e di locuzioni verbali impersonali, la ricorrenza del soggetto «homme» e di soggetti astratti, l’incidenza di frasi infinitive e nominali.[6]

Fureur et mystère

Fureur et mystère

Che René Char, affermato poeta surrealista, abbia lasciato il posto a Hypnos, dio del sonno, va in questa direzione: segnale di volontà di spossessamento della parola, ma anche rivendicazione di uno stato sospeso tra la morte e la vita, un grande spazio bianco, cui corrisponde nella pagina il piccolo spazio bianco tra un frammento e l’altro.

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Nella prefazione all’edizione tedesca delle Poesie di Char, uscita nel 1959, Albert Camus scrisse: «Ritengo che René Char sia il nostro maggiore poeta vivente e che Fureur et mystère sia ciò che la poesia francese ci ha dato di più sorprendente dopo Les Illuminations e Alcools. […] In effetti la novità di Char è strepitosa. Egli è senza dubbio passato per il surrealismo, ma prestandosi e non donandosi, per il tempo necessario ad accorgersi che i suoi passi erano più sicuri quando camminava da solo. Dalla pubblicazione di Seuls demeurent, una manciata di poesie è bastata comunque a sollevare sulla nostra poesia un vento libero e vergine. Dopo tanti anni in cui i nostri poeti, votati anzitutto alla fabbricazione di “ninnoli di vacuità”, non avevano fatto altro che lasciare il liuto per prendere la tromba e la poesia diventava una salubre sgobbata. […] L’uomo e l’artista, che camminano con lo stesso passo, si sono immersi ieri nella lotta contro il totalitarismo hitleriano, e oggi nella denuncia dei nichilismi contrari e complici che dilaniano il nostro mondo. […] Poeta della rivolta e della libertà, egli non ha mai accettato il compiacimento, né ha confuso, secondo la sua espressione, la rivolta con l’umore. […] Senza averlo voluto, e soltanto per non aver rifiutato niente dei suoi tempi, Char, allora, fa molto di più che esprimere la nostra realtà attuale: egli è anche il poeta dei nostri giorni avvenire. Benché solitario, egli riunisce, accomuna e, all’ammirazione che suscita, si mescola quel grande calore fraterno nel quale l’umanità produce i suoi frutti migliori. Siamone certi, è ad opere come questa che noi potremo ormai fare ricorso e chiedere chiaroveggenza».


Albert Camus e Renè Char

Albert Camus e Renè Char.

Per quanto un’analisi lessicale sia utile per orientare il lettore, il neutro, come sottolinea Maurice Blanchot che ad esso ha votato una ricerca incessante ed appassionata, non ha a che vedere solo con il vocabolario. É piuttosto riconducibile alla domanda, altrove espressa da Char,[7] su «Comment vivre sans inconnu devant soi?» («Come vivere senza ignoto davanti a sé?»), dove l’«inconnu» non può essere ricondotto semplicemente a ciò che non è ancora conosciuto e nemmeno ad oggetto di conoscenza per intuizione o per fusione mistica. Estraneo a ciò che è visibile come all’invisibile, non si presta ad essere rivelato, ma solo indicato nella sua irriducibile alterità ed è solo una parola che rinunci al potere di afferrare, di com-prendere che può accoglierlo e mantenerlo tale, lasciarlo, cioè, ignoto.[8]

Tale sarebbe la parola di René Char, Hypnos nelle brevi, inquiete notti del maquis dove, insieme a un pugno di uomini, tiene accesa davanti a sé un’esile fiamma e una voce. Voce che si vuole anonima, nella rinuncia ad essere espressione di un io lirico e profetico di un poeta che, sulla scia di Hugo, indichi al popolo la strada da seguire per affrancarsi dalle tenebre ed affacciarsi su un radioso avvenire.

«Ce carnet pourrait n’avoir appartenu à personne tant le sens de la vie d’un homme est sous-jacent à ses pérégrinations» («Questo taccuino potrebbe non essere appartenuto a nessuno tanto il senso della vita di un uomo è soggiacente alle sue peregrinazioni»), avverte Char nella nota introduttiva all’edizione del 1946. Questa voce impersonale, perseverante nella discontinuità, urgente e impaziente, disposta ad accogliere l’ignoto e a rispettarlo, capace di interrogare il reale con la forza della metafora, dell’apostrofe, dell’aforisma, parla dalla notte illuminata dai lanci, dal folto della macchia, dal deserto della guerra, da una casa che non è una casa, dal fondo dell’angoscia di ciascuno e diventa voce di condivisione.René char par Brassai

Le circostanze – collettive ed individuali – hanno fatto d’Hypnos «le conservateur» («il custode») e il responsabile di questa parola, ma «la suite appartient aux hommes» («il seguito appartiene agli uomini»), scrive il capitano Alexandre, ritornato René Char, in introduzione al taccuino ritrovato che diventerà libro. Appartiene «à l’homme réqualifié» («all’uomo riqualificato»), invocato da René Char, all’uomo che decide liberamente di assumersi la responsabilità e il rischio di questa parola e della comunicazione che essa istituisce. Parola di rottura, proiettile che incide, scheggia e frantuma la crosta dura delle cose, essa finisce per allargare lo spazio destinato all’uomo, con l’ambizione di restituirgli intera la sua umanità.

«Dans nos ténébres, il n’y a pas une place pour la Beauté. Toute la place est pour la Beauté». («Nelle nostre tenebre, non c’è un posto per la Bellezza. Tutto il posto è per la Bellezza» – fr. 237, l’ultimo). Separata dal corpo frammentario delle 237 «propositions» (termine che Char preferiva a quello di «aforismi»), La rose de chêne (La rosa di quercia) chiude i Feuillets con un’apostrofe alla Bellezza, compagna dell’uomo nella sua lotta per avere la meglio sul destino per mezzo della speranza.

«Chacune des lettres qui composent ton nom, ô Beauté, au tableau d’honneur des supplices, épouse la plane simplicité du soleil,s’inscrit dans la phrase géante qui barre le ciel, et s’associe à l’homme acharné à tromper son destin avec son contraire indomptable: l’espérance». («Ciascuna delle lettere che compongono il tuo nome, Bellezza, nel posto d’onore dei supplizi, sposa la piana semplicità del sole, s’iscrive nella frase gigante che chiude il cielo, e s’associa all’uomo impegnato con accanimento ad ingannare il suo destino con il suo indomabile contrario: la speranza»).

Il destino, in quegli anni, aveva il volto della barbarie nazista, ma, oltre la congiuntura storica, è dimensione di un antagonismo che non conosce riposo e che vede l’uomo combattere innnanzitutto con l’arma della speranza che tiene aperta la porta al possibile. Non la speranza che piange disfatta del celebre sonetto di Baudelaire, [9] ma «l’espérance indomptable», resistenza e perseveranza di parola e azione, nata sul terreno «d’un humanisme conscient de ses devoirs, discret sur ses vertus, désirant réserver l’inaccessible champ libre à la fantaisie de ses soleils, et décidé à payer le prix pour cela» («di un umanesimo cosciente dei suoi doveri, discreto sulle sue virtù, desideroso di riservare l’inaccessibile campo libero alla fantasia dei suoi soli, e deciso a pagarne il prezzo»). Resistenza è fatta di speranza, ma vive di perseveranza e di responsabilità che lega la voce di Hypnos alla voce misteriosa, che non ha centro né origine, ma ovunque risuona, di tutto ciò che vive: uomini, animali, alberi, montagne, astri.

——

I frammenti citati sono tratti da Feuillets d’Hypnos in Réné Char, Fureur et mystère, Gallimard, Paris, 1967 e da me tradotti. L’opera di Char è stata tradotta in italiano da grandi poeti come Giorgio Caproni (per Feltrinelli) e Vittorio Sereni (per Einaudi).

 

Fernanda Mazzoli

 

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*****
***
*

[1] M. Blanchot, L’entretien infini, Gallimard, Paris, 1969, p. 452.

[2] Da ora, a lato della citazione comparirà solamente il numero corrispondente all’ordine cronologico del frammento.

[3] Letteralmente “macchia”, “boscaglia”, il termine ha finito per indicare la Resistenza sul territorio francese.

[4] Char, che aveva esordito nel 1930 con Ralentir travaux, scritto in collaborazione con Breton e Eluard, si rifiutò fermamente di pubblicare alcunché durante il periodo dell’occupazione.

[5] M. Blanchot, L’entretien infini, op. cit., p. 439.

[6] M.-F. Delecroix, in R. Char, Les feuillets d’Hypnos, Gallimard, Paris, 2007, pp. 111-112.

[7] Cfr. Le poème pulverisé in R. Char, Fureur et mystère, Gallimard, Paris, 1967.

[8] M. Blanchot, L’entretien infini, op. cit., pp. 439-446.

[9] Cfr. C. Baudelaire, Spleen in Les fleurs du mal.


Albert Camus , René Char- Correspondance (1946-1959)

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En trente-trois morceaux suivi de Sur la Poésie, Le Bâton de rosier, Loin de nos cendres et de Sous ma casquette amarante (entretiens)

En trente-trois morceaux

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Paul Celan , René Char-Correspondance (1954-1968)

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Feuillets d'Hypnos

Feuillets d’Hypnos

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Vasilij Vasil’evič Kandinskij (1866 -1944) – Si può osservare la strada stando dietro il vetro della finestra. Oppure si apre la porta: si esce dall’isolamento; ci si immerge in questa entità, vi si diventa attivi e si partecipa a questo pulsare della vita con tutti i propri sensi.

Si può osservare la strada stando dietro il vetro della finestra. Oppure si apre la porta: si esce dall'isolamento; ci si immerge in questa entità, vi si diventa attivi e si partecipa a questo pulsare della vita con tutti i propri sensi.
Punto linea superficie

Punto linea superficie

 

 

L’artista deve formare non solo l’occhio,
ma anche la sua anima.
V. V. Kandinskij

L’arte oltrepassa i limiti
nei quali il tempo vorrebbe comprimerla,
e indica il contenuto del futuro.
V. V. Kandinskij

 

«Ogni fenomeno può essere vissuto in due diverse maniere. Queste due maniere non sono arbitrarie, ma legate ai fenomeni – esse vengono derivate dalla natura dei fenomeni, da due loro proprietà:

Esterno- Interno.

 

Si può osservare la strada stando dietro il vetro della finestra: i rumori ne vengono attutiti, i movimenti diventano fantomatici e la strada stessa appare, auraverso il vetro trasparente, ma saldo e duro, come una entità separata, che pulsi in un “al di là”.

Oppure si apre la porta: si esce dall’isolamento; ci si immerge in questa entità, vi si diventa attivi e si partecipa a questo pulsare della vita con tutti i propri sensi.

[…]

L’opera d’arte si rispecchia sulla superficie della coscienza. Essa sta al di là e si dilegua dalla superficie, senza lasciar traccia, appena scomparso lo stimolo. Anche in questo caso c’è una specie di vetro trasparente, ma saldo e duro, che rende impossibile il diretto rapporto interno. Anche qui abbiamo la possibilità di entrare nell’opera, di divenirne parte attiva e di vivere con tutti i sensi la sua pulsazione».

Vasilij Vasil’evič Kandinskij, Punto Linea Superficie, Adelphi, Milano 1968, pp. 7-8.

 


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Margherita Guidacci (1921-1992) – Chi ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo.

Margherita Guidacci 011
M. Guidacci, Le poesie

M. Guidacci, Le poesie

[…]  se uno
ha veramente a cuore la sapienza,
non la ricerchi in vani giri,
come di chi volesse raccogliere le foglie
cadute da una pianta e già disperse dal vento,
sperando di rimetterle sul ramo.
La sapienza è una pianta che rinasce
solo dalla radice, una e molteplice.
Chi vuol vederla frondeggiare alla luce
discenda nel profondo, là dove opera il dio,
segua il germoglio nel suo cammino verticale
e avrà del retto desiderio il retto
adempimento: dovunque egli sia
non gli occorre altro viaggio.

Margherita Guidacci, Le poesie, a cura di Maura Del Serra, Le Lettere, Firenze 1999, p. 420. Ora in: Margherita Guidacci, Sibille, a cura di Ilaria Rabatti, Petite Plaisance, Pistoia 2019.


Margherita Guidacci (1921-1992) – Il nostro mondo.

Margherita Guidacci, Margherita Pieracci Harvell – «Specularmente. Lettere, studi, recensioni». A cura di Ilaria Rabatti

Margherita Guidacci (1921-1992) – Voi, guardie e doganieri, perché non chiedete il passaporto al tordo e al colombaccio? Si faccia dunque un bando rigoroso perché ogni uccello resti confinato nel proprio cielo territoriale. Fino a quel giorno anch’io, con tutti gli uomini, rifiuterò le frontiere.


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Paul Celan (1920-1970) – Toposforschung? Certamente! Ma nella luce di ciò che deve essere ricercato: nella luce dell’U-topia. E l’uomo? E la creatura? In questa luce. Quali problemi! Quali esigenze! È tempo di cambiare.

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Toposforschung? [La ricerca del topos?]
Certamente! Ma nella luce di ciò
che deve essere ricercato:
nella luce dell’U-topia.
E l’uomo? E la creatura?
In questa luce.
Quali problemi! Quali esigenze!
È tempo di cambiare.

 

Paul Celan, Der Meridian. Rede anlässlich der Verleihung des Georg-Büchner-Preises, in ID., Ausgewählte Gedichte, hrsg. von B. Allemann, Frankfurt a.M. 1975, pp. 145-146.


Paul Celan (1920-1970) – La poesia è dono per chi sta all’erta. Ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per rendermi conto di dove mi trovavo e verso dove ero trascinato, per progettarmi la realtà […] perché la realtà vuole essere cercata e conquistata.

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Paul Celan (1920-1970) – La poesia è dono per chi sta all’erta. Ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per rendermi conto di dove mi trovavo e verso dove ero trascinato, per progettarmi la realtà […] perché la realtà vuole essere cercata e conquistata.

Paul Celan 001
“Quest’avventarsi contro i limiti del linguaggio è l’etica”.
Ludwig Wittgenstein
***
Le poesie, sono altresì dei doni – doni per chi sta all’erta. Doni che implicano destino.
Paul Celan
***
La poesia non è alcun luogo concreto sulla carta geografica
dell’immaginario e della mente dell’uomo.
Essa è, piuttosto, come un meridiano:
una linea ad un tempo verissima e inesistente
che indica una direzione attraverso molti territori.
Paul Celan

La verità della poesia. «Il meridiano» e altre poesie

«Ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per rendermi conto di dove mi trovavo e verso dove ero trascinato, per progettarmi la realtà […] perché la realtà vuole essere cercata e conquistata».

 

Paul Celan, La verità della poesia. «Il meridiano» e altre poesie, Einaudi, 2008.

A Paul Celan, nel 1960, viene conferito il Premio Büchner. In quella occasione tiene un discorso dal titolo “II meridiano”, qui raccolto insieme a tutti gli scritti in prosa. Celan si prova a dire il significato della poesia, e trova questa immagine: poesia non è alcun luogo concreto sulla carta geografica dell’immaginario e della mente dell’uomo. Essa è, piuttosto, come un meridiano: una linea ad un tempo verissima e inesistente che indica una direzione attraverso molti territori. Su questa linea a ciascuno è data la possibilità di tracciare il proprio cammino verso quel sapere e quel sentire che appaiono sempre più lontani da chi è assediato dalla civiltà del rumore e del fatuo, e in essa si perde.

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Margherita Guidacci (1921-1992) – Voi, guardie e doganieri, perché non chiedete il passaporto al tordo e al colombaccio? Si faccia dunque un bando rigoroso perché ogni uccello resti confinato nel proprio cielo territoriale. Fino a quel giorno anch’io, con tutti gli uomini, rifiuterò le frontiere.

Margherita Guidacci 010

 

Toto-2

PROTESTA ALLA FRONTIERA

Voi, guardie e doganieri, perché non chiedete

il passaporto al tordo e al colombaccio?

E perché non aprite le valigie del vento,

piene di semi non dichiarati?

*

Perché soltanto su di noi si esercita

la vostra vigilanza?

Protesto contro questo trattamento diverso:

reclamo l’uguaglianza.

*

Si faccia dunque un bando rigoroso

e lo si attacchi alle grondaie e agli alberi

perché ogni uccello resti confinato

nel proprio cielo territoriale.

*

E s’impedisca al fiore di affidare il suo polline

a brezze contrabbandiere!

Fino a quel giorno anch’io, con tutti gli uomini,

rifiuterò le frontiere.

***

Margherita Guidacci,
Protesta alla frontiera,

in Le poesie, Le Lettere, Firenze 1999, p. 253.

 

Guidacci, Le Poesie

 


234 ISBN

Margherita Guidacci

Il pregiudizio lirico. Consigli a un giovane poeta

indiceautoresintesi

 

 


di Margherita Guidacci,

a cura di Ilaria Rabatti,

vedi anche:

Il pregiudizio lirico. Consigli a un giovane poeta

La voce dell’acqua

Prose e interviste

l fuoco e la rosa.
I Quattro Quartetti di Eliot e Studi su Eliot

 

 


Margherita Guidacci (1921-1992) – Il nostro mondo.
Margherita Guidacci, Margherita Pieracci Harvell – «Specularmente. Lettere, studi, recensioni». A cura di Ilaria Rabatti

 


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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

Pier Paolo Pasolini 51
Pasolini e Totò

Pasolini e Totò

Il fascismo degli antifascisti

Il fascismo degli antifascisti

L’Italia sta marcendo in un benessere che è

egoismo,

stupidità,

incultura,

pettegolezzo,

moralismo,

coazione,

conformismo:

prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è,

ora,

il fascismo.

Pier Paolo Pasolini

 

Pier-Paolo-Pasolini


Pier Paolo Pasolini – Amo la vita

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Marilyn. Quella bellezza l’avevi addosso umilmente

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Il potere di oggi manipola i corpi in un modo orribile. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, con valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Nel teatro la parola vive di una doppia gloria, mai essa è così glorificata.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – La società dei consumi ha profondamente trasformato i giovani. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irreggimentazione scenografica, ma di una irreggimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Questa ‘civiltà dei consumi’ è una civiltà dittatoriale.

 


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Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questo cuore è sempre costante, turgido come il più giovanile fiore. Io non voglio perderti mai! L’amore rende l’amore più forte. La vita è l’amore, e lo spirito è la vita della vita.

Johann Wolfgang Goethe09
Goethe, Tutte le poesie

Goethe, Tutte le poesie

La vita della vita

***

L’amore rende l’amore più forte.
La vita è l’amore, e lo spirito è la vita della vita.

 

HATEM

Riccioli, tenetemi prigioniero
nell’ovale del bel volto!
Amate serpi brune, io non possiedo
niente per contraccambiare questo dono.

Solo questo cuore è sempre costante,
turgido come il più giovanile fiore;
sotto la neve e la nebbia calante
ti offre un Etna il suo furore.

Come l’aurora, tu fai arrossire
l’austera parete di quelle cime,
e ancora una volta Hatem sente
alito di primavera e vampe estive.

Qui coppiere, ancora da bere!
Questa coppa a lei offro!
Se troverà un mucchietto di cenere,
dirà: per me tra le fiamme è morto.

 

Suleika

Io non voglio perderti mai!
L’amore rende l’amore più forte.
Voglia tu ornare i miei giovani anni
con l’impeto della passione.
Ah, come lusinga l’impulso del cuore
chi loda il mio poeta:
perché la vita è l’amore,
e lo spirito è la vita della vita.

********************************

HATEM

Locken! haltet mich gefangen
In dem Kreise des Gesichts!
Euch geliebten braunen Schlangen
Zu erwiedern hab’ ich nichts.

Nur dies Herz es ist von Dauer,
Schwillt in jugendlichstem Flor;
Unter Schnee und Nebelschauer
Rast ein Aerna dir hervor.

Du beschämst wie Morgenräthe
Jener Gipfel ernste Wand,
Und noch einmal fühlet Hatem
Frühlingshauch und Sommerbrand.

Schenke her! Noch eine Flasche!
Diesen Becher bring ich Ihr!
Findet sie ein Häufchen Asche,
Sagt sie: der verbrannte mir.

 

Suleika

Nimmer will ich dich verlieren!
Liebe giebt der Liebe Kraft.
Magst du meine Jugend zieren
Mir gewaltiger Leidenschaft.
Ach! wie schmeichelt’s meinem Triebe,
Wenn man meinen Dichter preist:
Denn das Leben ist die Liebe,
Und des Lebens Leben Geist.

Johann Wolfgang von Goethe, Tutte le poesie, voll. 3, vol. III, Mondadori, Milano 1997, pp. 248-249.


Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Non si può chiedere al fisico di essere filosofo; ma ci si può attendere da esso che abbia sufficiente formazione filosofica
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Qualunque sogno tu possa sognare, comincia ora.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questa è l’ultima conclusione della saggezza: la libertà come la vita si merita soltanto chi ogni giorno la dovrà conquistare.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ma le notti Amore mi vuole intento a opere diverse: vedo con occhio che sente, sento con mano che vede.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Nell’uomo vi è una scintilla più alta, la quale, se non riceve nutrimento, se non è ravvivata, viene coperta dalle ceneri della necessità e dell’indifferenza quotidiana.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ciascun momento, ciascun attimo è di un valore infinito. Noi esistiamo proprio per rendere eterno ciò che è passeggero.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Per non rinunciare alla nostra personalità, molte cose che sono in nostro sicuro possesso interiore non dobbiamo esteriorizzarle.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – La mente deve essere addestrata, calzata e stretta in stivali spagnoli, perché s’incammini con prudenza sulle vie del pensiero, e non sfavilli come un fuoco fatuo.

 

 


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Francisco G. de Quevedo y Villegas (1580-1645) – Un’anima che ha avuto un dio per carcere, vene che a tanto fuoco han dato umore, midollo che è gloriosamente arso, il corpo lasceranno, non l’ardore; anche in cenere, avranno un sentimento; saran cenere, ma cenere innamorata.

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Sonetti amorosi e morali

Amore costante al di là della morte

Gli occhi miei potrà chiudere l’estrema
ombra che a me verrà col bianco giorno;
e l’anima slegar dal suo soggiorno
un’ora, dei miei affanni più sollecita;
ma non da questa parte della sponda
lascerà la memoria dove ardeva:
nuotar sa la mia fiamma in gelida onda
e andar contro la legge più severa.
Un’anima che ha avuto un dio per carcere,
vene che a tanto fuoco han dato umore,
midollo che è gloriosamente arso,
il corpo lasceranno, non l’ardore;
anche in cenere, avranno un sentimento;
saran cenere, ma cenere innamorata.
*******
******
****
**
*
Amor constante más allá de la muerte
Cerrar podrá mis ojos la postrera
Sobra que me llevare el blanco día,
y podrá desatar esta alma mía hora
a su afán ansioso lisonjera;
mas no, de esotra parte, en la ribera,
dejará la memoria, en donde ardía:
nadar sabe mi llama la agua fría,
y perder el respeto a ley severa.
Alma a quien todo un dios prisíon ha sido,
venas que humor a tanto fuego han dado,
medullas que han gloriosamente ardito,
su cuerpo dejarán, no su cuidado;
serán ceniza, mas tendrá sentido;
polvo serán, mas polvo enamorado.
                                                  Francisco De Quevedo

 

Francisco De Quevedo, Sonetti amorosi e morali, Einaudi, Torino 1971.

 


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Charles Péguy (1873-1914) – «Il denaro è tutto, domina tutto nel mondo moderno». L’indifferenza è la riduzione di tutto a denaro. La dimenticanza consiste nell’incapacità di vivere la cultura come parte integrante dell’esistenza, come impegno quotidiano. Ecco il mondo delle persone che non credono più a niente.

Charles Péguy 001

Lui è qui. Pagine scelte, Rizzoli, 2009

Lui è qui. Pagine scelte

Il mondo delle persone che non credono più a niente

a cura di Salvatore Bravo

SONO NELLA STANZA ACCANTO

 

 

L’amore non svanisce mai.
La morte non è niente, io sono solo andato nella stanza accanto.
Io sono io.
Voi siete voi.
Ciò che ero per voi lo sono sempre.
Datemi il nome che mi avete sempre dato.
Parlatemi come mi avete sempre parlato.   

Non usate un tono diverso.
Non abbiate un’aria solenne o triste.
Continuate a ridere di ciò che ci faceva ridere insieme.
Sorridete, pensate a me, pregate per me.
Che il mio nome sia pronunciato in casa come lo è sempre stato,
senza alcuna enfasi, senza alcuna ombra di tristezza.
La vita ha il significato di sempre.
Il filo non si è spezzato.
Perchè dovrei essere fuori dai vostri pensieri?
Semplicemente perchè sono fuori dalla vostra vista?
Io non sono lontano,
sono solo dall’altro lato del cammino.

 

 

Charles Péguy

 

 

Charles Peguy in un dipinto di Jean-Pierre Laurens

Charles Peguy in un dipinto di Jean-Pierre Laurens

 

 

L’indifferenza è la riduzione di tutto a denaro.

La dimenticanza consiste nell’incapacità di vivere la cultura come parte integrante dell’esistenza, come impegno quotidiano.

Il logorio del nichilismo economico sfregia l’umanità.

 Péguy racconta e denuncia il deserto crematistico che avanza.

Péguy denuncia il denaro come unica legge sociale riconosciuta.

La resistenza deve elaborare nuovi modelli di lotta mediati dalla lucida lettura della condizione attuale.

Charles Péguy (1873-1914) testimonia l’irriducibilità dei pensatori ad ogni tassonomia. Ha vissuto sulla soglia, sempre sul limitare, non ha mai voluto essere parte organica di un sistema, di un partito, di un’ideologia. Libertario per formazione e natura fino all’anarchia, la sua giovane vita ha attraversato la stagione del dubbio per giungere ad una spiritualità libera. La fede di Péguy non ha nulla di clericale, vi ha aderito dopo un lungo viaggio interiore. Homo viator e viandante, Peguy nella sua opera e nella sua vita ha posto il problema ontologico. Ogni soluzione facile o individualistica gli è sempre apparsa come negazione della natura umana la quale è espressa in modo completo solo nella relazione. La trinità e la relazione che ne è consustanziale ha nella comunità il suo riflesso speculare. La conversione è stata una scelta radicale in nome di un insopprimibile bisogno ontologico di relazione che si concretizza in senso orizzontale e verticale. L’essere umano reca con sé un’insoddisfazione ontologica, una mancanza d’essere che mentre lo tormenta e lo chiama alla soluzione del problema lo umanizza, lo trasforma gradualmente in un essere sempre più completo, in cui l’esistenza con la sua apertura all’essere, è il passaggio obbligato per trascendere ogni individualismo materialistico. La sua biografia è intessuta di solitudine, lotta e ripensamenti. Se una vita degna di essere vissuta è una vita dedicata alla ricerca la sua lo è stata pienamente. Visse da straniero, da pellegrino nella sua comunità, o meglio da esiliato. Constatava che ogni ideologia o istituzione è logorata da un grande male: l’indifferenza. Il male che ha incontrato, e che noi anche più fortemente viviamo, è l’assoluta dimenticanza dell’altro come di ogni grande tradizione storica e filosofica. La dimenticanza consiste nell’incapacità di vivere la cultura come parte integrante dell’esistenza, come impegno quotidiano. Il nichilismo invece è il trionfo della ragione strumentale: tutto è mezzo per l’affermazione di sé, e specialmente per ottenere denaro in nome di un narcisismo primario. L’irrilevanza, come direbbe Costanzo Preve, è la pratica del nichilismo. Péguy si confrontò con tale pratica. L’indifferenza è la riduzione di tutto a denaro. Il nichilismo contemporaneo ha perso la nobiltà del nichilismo filosofico o letterario tradizionale per divenire indifferenza verso prossimo, strumentalizzazione di ogni ente in vista del plusvalore. L’aspetto che gli mordeva era constatare quotidianamente in ogni ambito, la presenza pervasiva di tale logica che reifica ogni relazione compresa la duale relazione che ciascun essere umano ha con se stesso. Il logorio del nichilismo economico sfregia l’umanità al punto da indurla alla dimenticanza del prossimo come della tradizione in cui si è radicati. La persona con il suo mistero è sostituita dall’individuo, atomo calcolante. L’essere umano come algoritmo. La relazione e la comunità non consistono semplicemente in relazioni concrete da vivere nello spazio e nel tempo che condividiamo con gli altri, ma anche con l’invisibile regno dei pensatori e dell’umanità che ci hanno preceduti. L’indifferenza nichilistica si allarga nello spazio e nel tempo fino a ridurre l’essere umano a semplice presenza spaziale. L’indifferenza della contemporaneità è un’inquietante presenza assolutamente nuova, mai apparsa nella storia. Indifferenza in odore di mutazione antropologica:

«Subito dopo di noi comincia il mondo che noi abbiamo chiamato e continueremo a chiamare il mondo moderno. Il mondo che fa il furbo. Il mondo delle persone intelligenti, progredite, scaltrite, delle persone che la sanno lunga, alle quali non si può darla ad intendere. Il mondo di quelli che non hanno più niente da imparare. Di quelli che fanno i furbi. Che non si fanno imbrogliare, che non sono degli stupidi. Come noi. Vale a dire: il mondo delle persone che non credono più a niente, neppure all’ateismo, che non si danno, non si sacrificano mai. Precisamente: il mondo di quelli che non hanno una mistica. E se ne vantano. Non bisogna ingannarsi, e non è il caso di rallegrarsi né da una parte né dall’altra. […] La medesima incredulità, l’identica incredulità colpisce gli idoli e Dio, colpisce insieme i falsi dei e il vero Dio, gli dei antichi e il Dio nuovo, i vecchi dei e il Dio dei cristiani. La medesima sterilità inaridisce la città e la cristianità. La città degli uomini e la città di Dio. E questa è la sterilità moderna. Nessuno dunque si rallegri della disgrazia che colpisce il nemico, l’avversario, il vicino. Perché la stessa disgrazia, la stessa sterilità colpisce lui pure. Come mille volte ho ripetuto nei miei Cahiers, anche quando non erano ancora letti, la questione non è fra Repubblica e Monarchia, fra Repubblica e Regalità, soprattutto considerandole come forme politiche, come due forme politiche opposte, non è neppure fra il vecchio  e il nuovo regime francese, ma è nel fatto che il mondo moderno si oppone non solo al vecchio regime francese, ma ad ogni cultura precedente, ad ogni regime precedente, a ogni società precedente, alla cultura insomma e alla società. È infatti la prima volta nella storia        del mondo che un mondo intero vive e prospera, sembra prosperare contro ogni cultura».[1]

Il mondo dei furbi, degli scaltri è il mondo in cui la linea tra amici e nemici, tra militanti di ideologie diverse vien meno, poiché la sostanza nichilistica è comune a tutti. Possiamo intendere la soluzione di Péguy: l’indifferenza, il fanatismo del denaro alberga ovunque, per cui la lotta va praticata contro il sistema in generale. Dinanzi ad un fenomeno assoluto come il nichilismo economico, è necessario trovare nuove forme di lotta. Le lotte tradizionali appaiono inadeguate, perché l’inverno dello spirito alberga ovunque, per cui i singoli soggetti devono prendere atto della condizione storica e condurre una lotta titanica. Peguy non lotta solo non adeguandosi al sistema del denaro, ma lontano dalle logiche crematistiche pubbliche ed accademiche, racconta e denuncia il deserto crematistico che avanza. Le sue opere sono come messaggi in bottiglia, si spera che altri accolgano le parole per farne carne e sangue per la resistenza attiva. Il denaro sostanza del mondo separa senza appello. I ricchi ed i poveri paiono appartenere a mondi assolutamente diversi, più nulla li unisce perché ciò che conta è possedere denaro o non possederlo. Ricchi e poveri si confrontano senza possibilità di compromesso. L’umanità è misurata sul denaro. Gli esseri umani sono così resi stranieri gli uni agli altri:

«Nel mondo moderno, come ho dimostrato tante volte in questi stessi cahiers, non esiste, non regge, non conta alcun potere accanto al potere del denaro, non esiste, non regge, non conta alcuna distinzione in confronto all’abisso che separa i ricchi e i poveri, e queste due classi, malgrado le apparenze e malgrado il gergo politico e i paroloni di solidarietà, si ignorano come mai nel passato si sono ignorate. In modo infinitamente diverso, infinitamente più grave s’ignorano e misconoscono. Sotto le apparenze del gergo politico parlamentare c’è un abisso fra di esse, un abisso di ignoranza e di incomprensione, un abisso di non comunicazione. L’ultimo dei servi apparteneva alla stessa cristianità del re. Oggi non c’è più città. Il mondo ricco e il mondo povero vivono, mostrano di vivere, come due masse, come due strati orizzontali separati da un vuoto, da un abisso di incomunicazione. Il denaro è tutto, domina tutto nel mondo moderno, a tal punto, così completamente, così totalmente, che la separazione sociale orizzontale fra ricchi e poveri è divenuta infinitamente più grave, più radicale, più assoluta della separazione verticale di razza fra ebrei e cristiani. La durezza del mondo moderno riguardo ai poveri, contro i poveri, è divenuta così totale, così spaventosa, così empia sia riguardo agli uni che riguardo agli altri, sia contro gli uni che contro gli altri».[2]

Péguy irrompe nella contemporaneità, malgrado la rimozione dell’autore, denunciando l’attacco antropologico che il nichilismo economicistico sta operando: il denaro come unica legge sociale riconosciuta. Dinanzi alla normalizzazione della nientificazione sono necessarie nuove forme di lotta, nuove strategie. Gli intellettuali, come gli uomini di buona volontà, sono chiamati ad elaborare nuove dialettiche organiche alle mutazioni in opera, prima che l’irrimediabile si realizzi. La condizione attuale è l’umanità ridotta a massa: Péguy palesa che la lotta è tra masse disposte in senso orizzontale, ovvero è il denaro nella sua presenza o assenza a determinare la posizione delle masse divise lungo l’orizzonte specifico del denaro. Quindi tutti non credono più a niente, ogni nucleo della massa ambisce al possesso del denaro. Non vi sono differenze ideologiche. La lotta deve tener conto della mutazione avvenuta, nessuno crede a più a nulla, tutti vogliono ed esigono gli stessi obiettivi. Solo in tal modo è possibile comprendere le motivazioni per cui si tollera l’intollerabile ovvero: corruzione, violenza, collasso delle istituzioni e smantellamento dei diritti sociali. La condizione di “plebe” non è identificabile con una particolare fascia sociale, ma è trasversale. La plebe è l’assenza di consapevolezza assoluta, è l’orizzonte che si restringe ad una banconota, per cui, si è disponibili a sacrificare se stessi, la propria comunità, la propria storia, il paesaggio, in nome di una banconota in più. La plebe è l’intera popolazione, perché ha perso la coscienza di sé. La resistenza deve elaborare nuovi modelli di lotta mediati dalla lucida lettura della condizione attuale. È necessario prendere atto che stiamo assistendo ad una “Rivoluzione copernicana”, stiamo vivendo una nuova fase del nichilismo, in quanto in assenza di differenze, non è possibile distinguere, discernere l’evento storico in cui siamo. Il nichilismo come quotidiano, normalità, non è il nichilismo tradizionale che fungeva da critica sociale, ma la tragedia che nel tempo vissuto di ciascuno prende forma senza riuscire a capirla, ad identificarla. Non si può iniziale la trasformazione dalla presa d’atto dell’ospite inquietante, il nichilismo, ma che non inquieta, anzi è difeso in nome di una libertà assoluta e violenta. In ogni istituzione, luogo e canale comunicativo risuonano le nuove parole d’ordine: competizione e PIL. A tali parole non vi è risposta, o meglio, ci si adatta senza mediazione, a prescindere dalla posizione che si occupa nella catena produttiva. Ricominciare a pensare tali parole è il primo dovere di ogni resistenza al deserto che avanza.

Salvatore Bravo

[1] Charles Péguy, Lui è qui, Rizzoli, Milano, 1997, pag. 96.

[2] Ibidem, pp. 102-103.

 

 



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