Emily Dickinson (1830-1886) – Ti racconto quello che vedo. Il Paesaggio dello Spirito ha bisogno di polmoni.

Emily Dickinson Paesaggio dei polmoni

«Oggi il vento soffia allegramente e le Ghiandaie abbaiano come Terrier Azzurri.
Ti racconto quello che vedo.
Il Paesaggio dello Spirito ha bisogno di polmoni, ma non della Lingua».

Emiliy Dickinson, Lettera a Mrs. J. G. Holland, inizio marzo 1866, traduzione di G. Ierolli.

Emily Dickinson – Un’anima al cospetto di se stessa
Emily Dickinson (1830-1886) – La parola comincia a vivere soltanto quando vien detta.
Emiliy Dickinson (1830-1886) – Ciò che è lontano e ciò che è vicino
Emily Dickinson (1830-1866) – Semi che germogliano nel buio
Emily Dickinson (1830-1866)  – Dedicata agli esseri umani in fuga dalla mente dell’uomo
Emily Dickinson (1830-1866) – Distilla un senso sorprendente da ordinari significati
Emily Dickinson (1830-1886) – La bellezza e la verità sono una cosa sola. Bellezza è verità, verità è bellezza.
Emiliy Dickinson (1830-1886) – Molta follia è saggezza divina, per chi è in grado di capire. Molta saggezza, pura follia. Ma è la maggioranza in questo, in tutto, che prevale. Conformati: sarai sano di mente. Obietta: sarai pazzo da legare, immediatamente pericoloso e presto incatenato.
Emiliy Dickinson (1830-1886) – Questo era un poeta: distilla straordinari sensi da significati ordinari e Essenze così immense dalle specie familiari che davanti alla porta perirono e ci meravigliamo che non fummo noi ad afferrarle, prima.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Fernanda Mazzoli – Il romanzo di Georges Perec «Les choses» è di una attualità sconcertante. I libri, quando cercano con onestà intellettuale la verità, dicono molto di più di quel che dicono i loro autori.

Georges Perec, Les choses

Il romanzo di Georges Perec Les choses,[1] pubblicato nel 1965, realizza un singolare paradosso: tanto è esiguo il volumetto, tanto esso pesa. Pesa di lunghe liste di oggetti, mobili, cibi, vestiti, aggeggi di ogni sorta che riempiono il vuoto in cui si dipana l’esistenza dei due protagonisti, Jerôme e Sylvie. Lo spazio della narrazione è disegnato da questo succedersi di pieni e di vuoti: pieno di cose e di desideri, vuoto di vita e di storia.
A partire dalla stessa vicenda narrata che avrebbe destato l’invidia di Flaubert per la sua semplicità, la sua banalità, la sua quotidianità, condizioni ottimali perché l’autore riesca a fare “un livre sur rien” (“un libro sul nulla”).
Una vita come tante, quella dei due protagonisti, senza éclat e senza infamia: un’origine sociale modesta, studi frettolosi e poco convinti, ma sufficienti per farne dei semi-colti con qualche aspirazione culturale e molte ambizioni, lavori precari in un settore di terziario avanzato (le ricerche di mercato, la pubblicità) che se non garantisce sempre, nell’immediato, un reddito soddisfacente avvia a un futuro di promettenti carriere, una cerchia di amici che gravita nello stesso ambiente professionale, un tentativo fallito di dare una svolta ad un’esistenza che ristagna con un trasferimento nella Tunisia da poco indipendente, la scelta di tornare in Francia e di accettare un lavoro fisso e ben remunerato a Bordeaux.
Nessuna azione degna di nota, nessuna passione travolgente: il ménage di Jerôme e Sylvie si installa ben presto sulle vie discretamente oliate della routine quotidiana; ad unirli è una complicità cameratesca, una condivisione di gusti ed aspirazioni e a dividerli qualche volta le momentanee difficoltà economiche.
Romanzo-non romanzo abitato da antieroi, nel solco di un ripensamento radicale del genere, sulla scia del nouveau roman? C’è molto altro in questo libriccino e non solo perché Les choses si distanziano da quest’ultimo per la linearità della narrazione e la persistenza dei personaggi, ancora dotati di stato civile e caratterizzazione se non psicologica almeno affettiva e “ideale”, ma in ragione, innanzitutto, del sottotitolo: une histoire des années soixante (una storia degli anni ‘60).
La non-storia di questa coppia è, insomma, profondamente radicata in un periodo ben preciso nel quale i molteplici possibili della storia sembrano avere imboccato una impasse che ha, però, tutta l’apparenza di un viale scintillante di luci e vetrine, di insegne allettanti di cinema e ristoranti. È nella società dei consumi di massa che Jerôme e Sylvie muovono i loro passi, e in modo letterale: le loro avventure sono quelle di cavalieri erranti del consumo, spinti a percorrere le vie di una capitale scrigno di tutte le ricchezze del mondo, alla ricerca degli oggetti dei loro sogni.

«Le loro prime uscite fuori dal mondo studentesco, le loro prime incursioni in questo universo dei magazzini di lusso che non avrebbero tardato a divenire la loro Terra Promessa furono […] particolarmente rivelatrici».

È un vero percorso iniziatico tra i templi del consumismo, da cui traggono una nuova conoscenza di se stessi che ruota intorno al riconoscimento di bisogni inediti, crescenti e spesso fuori della loro portata.

«Fecero a Parigi, in quegli anni, interminabili passeggiate. Si fermarono davanti ad ogni antiquario. Visitarono i grandi magazzini, per ore intere, stupiti, ed anche spaventati, ma senza ancora osare dirselo, senza ancora osare guardare in faccia questa specie di accanimento pietoso che sarebbe divenuto il loro destino, la loro ragione di essere, la loro parola d’ordine, stupiti e già quasi sommersi dall’ampiezza dei loro bisogni, dalla ricchezza esibita, dall’abbondanza offerta».

Non solo: la loro intera esistenza sembra trovare una direzione ed un senso proprio in questa abbondanza scoperta giorno dopo giorno e che si offre ai loro sguardi, modella i loro desideri e si rivela inesauribile, ponendo sempre un poco più in alto l’asticella della soddisfazione.

«Di stazione in stazione, antiquari, librai, commercianti di dischi, menù di ristoranti, agenzie di viaggio, camiciai, sarti, fabbricanti di formaggio, di scarpe e di dolciumi, salumerie di lusso, cartolai, i loro itinerari componevano il loro vero universo: là poggiavano le loro ambizioni, le loro speranze. Là era la vita vera, la vita che volevano conoscere, che volevano vivere: era per quei salmoni, per quei tappeti, per quei cristalli, che, venticinque anni prima, un’impiegata ed una parrucchiera li avevano messi al mondo».

La loro idea di felicità è legata strettamente al possesso delle cose, di cui vorrebbero godere con l’impazienza della giovinezza e quel fondo di innocenza che continuano a serbare e che li spinge ad ambire ad assaporare tutta la ricchezza del mondo come se essa si offrisse naturalmente ai loro appetiti ed aprisse loro le porte ad una vita piena ed armoniosa, dove tutto non è che «luxe, calme et volupté».[2]
Ben presto inciampano, però, in un ostacolo formidabile che impedisce loro di bere dalla coppa dell’abbondanza e di stringere fra le mani la felicità: il denaro, il denaro che manca, che non è mai abbastanza, che si dilegua appena guadagnato, perché possono contare soltanto sui redditi incerti di un lavoro che vogliono precario per non compromettere con un’occupazione stabile una libertà che ogni giorno appare più illusoria. Georges Perec commenterà più tardi, rovesciando il proverbio “chose promise, chose due” (“ogni promessa è debito”) che nella società capitalista “choses promises ne sont pas choses dues”.
In questo senso, Les choses non rappresentano una condanna della società dei consumi, come ha sottolineato l’autore stesso: sia perché, fedele alla lezione di Flaubert, Perec vuole conservare una certa distanza rispetto all’oggetto della narrazione, sia perché, intendendo scrivere una storia che dia conto di quegli anni, non può fare a meno di constatare che esiste «fra le cose del mondo moderno e la felicità un rapporto obbligato».
Il fatto è che questa promessa di possesso rimane solo un possibile: fallimento e frustrazione sono dietro l’angolo, la sua realizzazione mobilita energie smisurate e finisce per consumare il godimento che viene sempre differito, subordinato al raggiungimento di un bene ancora più grande. Infatti, tutto intorno alla giovane coppia è disposto in modo tale da instillare nei loro cervelli «a colpi di slogan, di locandine pubblicitarie, di neon, di vetrine illuminate, che erano sempre un poco più in basso nella scala».
Di modesta estrazione sociale, ma non poveri, sempre a pochi passi dalla riuscita e ad altrettanti dal fallimento, sono affascinati dal lusso e dal confort dei grandi borghesi, cui tradizione familiare e disponibilità economica conferiscono quella sicurezza, quell’eleganza e quella leggerezza che suscita le loro invidie ed alimenta le loro fantasticherie.
Sognano invece di agire, si immergono con voluttà e perseveranza in un sogno galleggiante nel gran mare dell’abbondanza. Sognano le spiagge alla moda, la cucina esotica, le scarpe esclusive, i musei e i pub di Londra, i ristorantini caratteristici, i maglioni di cashmire, le valigie ultimo grido.
Ed un grande, luminoso appartamento, con i suoi mobili e i suoi accessori immaginati e pregustati nei minimi dettagli. Non è casuale che il saggio di Baudrillard Le système des objets[3] (nato come tesi di dottorato discussa nel 1966 davanti ad una commissione di cui facevano parte Barthes, Bourdieu e Lefebvre) che si propone di investigare le modalità con cui le persone entrano in relazione con gli oggetti nella società dei consumi di massa, con particolare riferimento all’arredamento e al mobilio, dedichi un capitolo centrale alla coppia Jérôme et Sylvie e alla loro relazione con le cose che li circondano.
Né è casuale che il romanzo si apra su una lunga descrizione, attenta ad ogni particolare – stanze, mobili, arredi, caratterizzati con precisione quanto a forma, colore, dimensioni, materiale, collocazione – dell’appartamento sognato dai due protagonisti. Il sogno, nel suo minuzioso e lento dipanarsi, cui l’uso esclusivo del modo verbale del condizionale conferisce un ritmo quasi ipnotico, sposta poco per volta l’attenzione dagli oggetti alle fortunate persone chiamate a condividere con loro gli spazi.
Ed ecco che «la vita, là, sarebbe facile, sarebbe semplice. Tutti gli obblighi, tutti i problemi che implica la vita materiale troverebbero una soluzione naturale». Le fastidiose incombenze domestiche sarebbero sbrigate da personale di servizio, a loro resterebbe il godimento di una lunga, calma giornata ove ogni azione – pasti, lavoro, lettura, uscite con gli amici – si inserirebbe armoniosamente in un quadro spazioso, luminoso, elegante, creato apposta per loro. Nulla sembrerebbe impossibile, né alcuna cattiva passione – rancore, amarezza, invidia – turberebbe il loro equilibrio.

«In effetti, i loro mezzi e i loro desideri si accorderebbero, sotto tutti gli aspetti, sempre. Chiamerebbero questo equilibrio felicità e saprebbero, con la loro libertà, la loro saggezza, la loro cultura, preservarlo, scoprirlo ad ogni momento della loro vita comune».

In realtà, i due abitano un appartamentino di trentacinque metri quadri di cui trascurano la manutenzione e la sistemazione di cui avrebbe bisogno per trasformarsi in un interno accogliente, funzionale e non privo di fascino. O tutto o niente: senza autentica presa sulla realtà, essi scelgono di abbandonarsi alla dismisura dei loro desideri, cui fa da contrappunto l’esiguità delle loro azioni reali. Si lasciano modellare con compiacenza da sogni di lusso e ricchezza e rinunciano a dirigere la propria vita, ad assumersi la responsabilità e la fatica di un progetto razionale, scambiando per libertà questa rinuncia.
Eppure, il tempo lavora per loro e finirà per condurli alla decisione che muterà per sempre l’esistenza della coppia. Dopo una deludente esperienza di lavoro in una città tunisina, in cui si consuma nel volgere di qualche giorno ogni loro illusione esotica, al rientro a Parigi finiscono per accettare, come già hanno fatto tutti i loro amici, ciò che si erano ripromessi di evitare: quell’impiego stabile e ben remunerato che aprirà loro la possibilità di nuotare sul serio nel mare dell’abbondanza. Non sarà veramente la fortuna favolosa dei loro sogni.

«Non diverranno Presidenti e Amministratori delegati. Non maneggeranno che i milioni degli altri. Gliene lasceranno alcune briciole, per lo standing, per le camicie di seta, per i guanti in pecari color fumo. Si presenteranno bene. Saranno ben alloggiati, ben nutriti, ben vestiti. Non avranno nulla da rimpiangere. […] Avranno le stanze immense e vuote, luminose, i disimpegni spaziosi, i muri in vetro, le viste assicurate. Avranno le ceramiche, i coperti d’argento, le tovaglie ricamate, le ricche rilegature in cuoio rosso. Non avranno ancora trent’anni. Avranno la vita davanti a loro».

Per traghettare i suoi eroi nel loro nuovo mondo di classe media realizzata, Georges Perec passa dal condizionale al futuro, un futuro che sembra consumarsi mano a mano che il treno che li porta a Bordeaux – dove assumeranno la direzione di un’agenzia di pubblicità – si allontana dalla capitale ed essi, quasi senza accorgersene, prendono congedo dalla giovinezza per approdare ad una maturità abbastanza prevedibile e forse deludente. Con un biglietto di prima classe in tasca, a loro agio negli abiti leggeri, confortevolmente installati alla tavola di un pretenzioso vagone-ristorante, l’impeccabile coperto sembrerà «il preludio di un festino sontuoso. Ma il pasto che serviranno loro sarà francamente insipido».
La conclusione rapida e stringente, una delle rare occasioni in cui l’autore tradisce la sua presenza, suggella con un cenno quasi divertito un destino. Uno spazio bianco e poi una citazione da Marx che ricorda come il mezzo faccia parte della verità, tanto quanto il risultato, ciò che richiede che la ricerca della verità sia essa stessa vera. È al suo stesso lavoro che Perec pensa, al suo tentativo di restituire la verità di un’epoca, o, piuttosto, alla confusa ricerca della felicità da parte dei due protagonisti, probabilmente avviata ad arenarsi nelle sabbie della disillusione?[4]
Certo è che Les choses questo paesaggio degli anni ‘60, in cui il punto di vista è dato dal rapporto stregato tra uomini e cose, riescono a comporlo, se non in tutta la sua complessità, sicuramente in quelli che sono i suoi elementi di punta, ciò che ne costituisce la specificità e la novità. D’altronde, quel paesaggio Perec lo conosceva bene, aveva all’epoca più o meno l’età dei suoi personaggi e non mancano nel libro gli spunti autobiografici. Ed il suo sguardo penetrante e chiaroveggente ha saputo individuare e cogliere nel suo tempo ciò che non era affatto transitorio, ma un modo di vita e di relazione al mondo che, nato sul terreno del boom economico del secondo dopoguerra, era destinato a germogliare con travolgente vigore fino a modellare la vita sociale e la psicologia individuale ben oltre quegli anni.
Rapporto stregato con le cose, si sottolineava: esse esercitano un moderno incantesimo su Jérôme e Sylvie, protagonisti del romanzo solo per semplicità espositiva, in quanto sono le cose stesse le autentiche protagoniste, sono esse ad invadere e strutturare lo spazio della narrazione, ad orientare l’esistenza della coppia, a calamitare i loro pensieri. Le cose non rinviano più a chi le possiede, non aiutano a comprenderne lo statuto sociale o la sfaccettatura psicologica, si fondano su se stesse, acquisiscono una potente individualità, tendono a sganciarsi dall’universo utilitario, dalla dimensione strumentale che dovrebbe essere di loro pertinenza, così come da quella simbolica.

Diventano segni, osserverà Baudrillard, esterni alla relazione con il possessore o ad una situazione vissuta. Ed ecco compiersi la logica formale della merce, già analizzata da Marx.

«Come i bisogni, i sentimenti, la cultura, il sapere, tutte le forze proprie dell’uomo sono integrate come merci nell’ordine di produzione, si materializzano in forza produttiva per essere vendute, oggi tutti i desideri, i progetti, le esigenze, tutte le passioni e tutte le relazioni si astraggono (o si materializzano) in segni e in oggetti per essere comperate e consumate».[5]

Baudrillard trova la storia di Jérôme e Sylvie davvero esemplare: la finalità oggettiva della coppia diventa il consumo di oggetti e proprio di quegli oggetti domestici tradizionalmente simbolo della relazione. Anzi, questi oggetti-segni perdono tale ruolo e descrivono piuttosto il vuoto della relazione, ancor prima di sostituirsi ad essa. La relazione è destinata a consumarsi negli oggetti, ad abolirvisi in quanto relazione vissuta. Il potere degli oggetti di riempire il vuoto si rivela un’illusione, perché essi sono presenti essenzialmente come idea ed è la loro idea sola ad essere consumata.
Infatti, le cose che si affollano nelle pagine di questo singolare romanzo-non romanzo sono, innanzitutto, immaginate in estatici sogni ad occhi aperti, ammirate dietro seducenti vetrine o sulle pagine di riviste alla moda, piuttosto che comperate, usate, amate. È, insomma, il rutilante, inesauribile, sempre uguale e sempre diverso spettacolo delle merci che si offre agli sguardi concupiscenti ed ammaliati della coppia e del lettore. È alle immagini delle cose che Jérôme e Sylvie votano il loro culto, più che agli oggetti stessi: in questo senso, Baudrillard evoca «una logica idealista del consumo», tanto estranea alla soddisfazione del bisogno quanto al principio di realtà, un processo sistematico che nasce da un’esigenza delusa di totalità.
Proprio in quegli anni, Guy Debord individua nel feticismo delle merci spinto al parossismo il carattere saliente del capitalismo avanzato e nella società dello spettacolo l’espressione compiuta della mercificazione della vita moderna. L’occupazione totale della vita sociale da parte dell’economico «conduce ad uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire, da cui ogni “avere” effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima».[6] Persa l’unità sul piano del reale, a causa della frammentazione sociale susseguente al dominio indiscusso di un settore – l’economia – su tutti gli altri, resta lo spettacolo che realizza sul piano delle immagini la ricomposizione dell’unità perduta. Il flusso delle immagini – immagini scelte e costruite da altri – diviene il perno della relazione dell’individuo con il mondo, al punto da sostituirsi alla realtà, mentre la visione dello spettacolo è un surrogato della vita che manca.

«Più egli [il consumatore-spettatore; N.D.A.] contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio».[7]

Non si potrebbe dare definizione più calzante della storia della giovane coppia del romanzo di Georges Perec, costruito sullo stridente contrasto tra l’enormità dei desideri indotti e dei sogni di accumulazione e la pochezza delle azioni messe in atto e condotte a termine per realizzare gli obiettivi agognati. I due psicosociologi (mestiere in voga in quegli anni e consistente nell’intervistare le persone sui soggetti più svariati per indagini di mercato) non sanno, infatti, comprendere la propria vita, né cosa veramente vogliono, al punto da rinviare anno dopo anno l’accettazione del rapporto ineludibile fra denaro e accesso al regno dell’abbondanza. Sognano di improbabili eredità o di miracolosi ritrovamenti di ingenti somme , quando non di spericolate rapine. In fondo, sono tipi simpatici, Jérôme e Sylvie: nessuna arroganza o sicumera, nessuna brutalità o perfidia da arrivisti, sembrano sensibili e alla mano, amano restare a letto sino a tardi a leggere romanzi gialli e di fantascienza e adorano le commedie americane. Prede indifese della società dei consumi nel suo momento di affermazione inziale, quando, rinforzata dal compromesso fordista fra capitale e lavoro, la sua brillante superficie non mostrava ancora le vistose crepe attuali, non sono talmente sprovveduti, tuttavia, da non percepire talora come disperatamente vuoti i loro valori, desideri e ambizioni. È, infatti, ai tesori del mondo intero che essi aspirano confusamente: i prodotti dei fertili campi e il bestiame delle ricche fattorie, i mari pescosi e le fabbriche immense, le vette innevate solcate dalle sciovie e le foreste dove camminare senza mai fermarsi, le camere confortevoli e discrete fatte per l’amore e le pianure percorse da cavalli sfrenati.

«Ma queste immagini scintillanti, tutte queste immagini che arrivavano in folla, che si precipitavano davanti a loro, che scorrevano in un fiotto irregolare, inesauribile, queste immagini di vertigine, di velocità, di luce, di trionfo, sembrava loro per prima cosa che si incatenassero con una sorprendente necessità, secondo un’armonia senza limiti, come se, davanti ai loro occhi meravigliati, si fosse innalzato improvvisamente un paesaggio finito, una totalità spettacolare e trionfale, un’immagine completa del mondo, un’organizzazione coerente che essi potevano finalmente comprendere, decifrare».

Il fatto è che, nel tempo storico in cui essi vivono, questa totalità si offre loro sotto la forma frammentaria e sviata di merce, di un oceano di merci, negando se stessa in quanto totalità. Eppure, questo tempo storico non è poi così piatto ed omogeneo, né esclusivamente dedito al culto mercantilistico: sono gli anni della guerra d’Algeria, con le sue pesanti ricadute sulla società francese. Tuttavia, è proprio il rapporto con questo evento – che avrebbe potuto imprimere una svolta alle loro vite, costituire il punto di non ritorno, orientarli verso una nuova consapevolezza del loro essere sociale – a confermarli nella loro routine desiderante. Studenti di vaghe simpatie gauchistes, hanno partecipato alle proteste contro l’inizio della guerra, per finire, più tardi, per condividere il disprezzo venato di superiorità verso la politica esibito dall’ambiente della pubblicità in cui lavorano, ambiente che si richiama, comunque, ad un generico progressismo. Nondimeno, il conflitto algerino per quasi due anni li ha «protetti da se stessi»: i gravi avvenimenti che segnarono in Francia il biennio 1961-1962 (il putsch di Algeri e i morti nella stazione della metropolitana di Chambronne, le violenze quotidiane) li hanno costretti a mettere in secondo piano le usuali preoccupazioni rispetto al loro avvenire e alle loro possibilità di riuscita. E a prendere posizione, per quanto in modo sporadico e superficiale, al limite del ridicolo per le immagini ingigantite dei pericoli che la partecipazione alle attività di un Comitato antifascista di quartiere avrebbe potuto loro procurare. Nessuna azione significativa, qualche volantinaggio e qualche manifestazione, senza eccessivo coinvolgimento, con la speranza di fare qualcosa di necessario per se stessi, prima ancora che per la causa, ma con la consapevolezza di fondo che la loro vera vita è altrove.
La Storia li sfiora, fa loro intuire le sue potenzialità, anche in rapporto alle loro esistenze individuali, ma essi vi passano a lato, ancora una volta catturati «dalle trappole affascinanti della felicità», prigionieri del loro universo. Rimpiangono di non avere vissuto gli eventi capitali del secolo, di non avere avuto vent’anni all’epoca della guerra di Spagna o della Resistenza, ma ancora una volta si appagano di immagini di un passato glorioso, dietro le quali giustificare le loro tiepide condotte nel presente.
D’altronde, il loro disincanto matura nel confronto con tutti quegli uomini che si sono battuti e continuano a battersi per il pane e a cui vanno le loro istintive simpatie: infatti, come ci si può battere – si chiedono con nascente cinismo – per dei divani Chesterfield? Al massimo, si sfidano i pericoli della viabilità parigina per arrivare sino ai mitici (ed interdetti al loro portafoglio) negozi in cui essi sono esposti …
Appiattiti sul presente, divorati da desideri la cui enormità e proliferazione ingenera una passività di fondo, incapaci di un progetto esistenziale coerente, alla soglia dei trent’anni Jérôme et Sylvie entrano nella vita adulta, lasciandosi alle spalle ogni tentazione bohème e prendendo posto alla tavola apparecchiata per loro dal tempo, dalle circostanze, dalle esigenze produttive della Francia delle Trente glorieuses.

Storia degli anni sessanta, recita il sottotitolo, ma di un’attualità sconcertante, attraversato da una chiaroveggenza che solo la letteratura può avere, il romanzo non si limita a tratteggiare un brillante quadro di un mondo alle prese con l’affermazione dei consumi di massa, ma individua in un processo spinto all’estremo di reificazione i tratti precipui di una nuova antropologia delle società a capitalismo avanzato. La semplicità narrativa, una certa impersonalità di scrittura e la pacatezza del tono, appena increspata qui e là da una vena di divertita ironia, che molto devono al flaubertiano souci d’exactitude sottolineano questa dimensione molto meglio di quanto avrebbero fatto gli accenti dell’apostrofe accorata o della veemente denuncia politica. Arrivano con indubbia efficacia a inoculare una salutare dose di dubbio nello sguardo che il lettore, portato ad identificarsi con i due protagonisti in virtù della loro medietà, proietta sulla quotidianità della sua stessa esistenza. Non solo: Les choses continuano a interrogare, senza concessioni e compiacimento, la coscienza di chiunque voglia esercitare – nella riflessione filosofica, nella prassi politica, nelle scelte di vita – un punto di vista anticapitalista, costringendolo a ripensare con serietà e senza infingimenti il suo stesso rapporto con la forma merce. Non si intende certo arruolare d’ufficio Georges Perec nel campo di coloro che mettono in discussione l’attuale modo di produzione e i rapporti sociali ad esso legati, dimenticando o nascondendo che a più riprese lo scrittore si è detto convinto non esserci alternativa alla società dei consumi di massa. Capita, tuttavia, che i libri, quando cercano con onestà intellettuale la verità, dicano molto di più di quel che dicono i loro autori.

 

Fernanda Mazzoli

 

Tutte le traduzioni dai testi in francese sono di Fernanda Mazzoli.

[1] G. Perec, Les Choses, Julliard, 1965, Paris.

[2] Cfr. il celebre sonetto di Charles Baudelaire, Invitation au voyage in Les fleurs du mal.

[3] J. Baudrillard, Le système des objets, Gallimard, 1968, Paris.

[4] Che il finale resti, comunque, aperto lo conferma Perec, commentando in un’intervista che lui per primo non sa se la loro sia stata una scelta felice o infelice: cfr. S.Henderson, Etude sur Les choses. Georges Perec, Ellipses, 2007, Paris, p. 41.

[5] J. Baudrillard, Le système des objets, op. cit., p. 278.

[6] G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, 1997, Milano, p. 57.

[7] Ibidem, p. 63.

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Fernanda Mazzoli – Leggendo il libro di Giancarlo Paciello «Elogio sì, ma di quale democrazia?».
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Fernanda Mazzoli – Ripensare la scuola per mantenere aperta, all’interno dell’istituzione scolastica, quella dimensione “utopica” così intimamente legata all’idea stessa di educazione, idea che comporta una tensione intrinseca verso “un altrove” che nulla ha a che vedere con l’adattamento al presente.
Fernanda Mazzoli – Jules Vallès (1832-1885), Jules l’«insurgé», aveva scelto di essere un réfractaire e tale rimase per tutto il corso della sua vita. Prima, durante e dopo la Comune di Parigi.
Fernanda Mazzoli – Un libro per chiunque avverta la necessità di aprirsi una strada fra le brume del presente e voglia farlo con onestà e coraggio intellettuali e morali. È di un pensiero forte che necessitiamo.
Fernanda Mazzoli – La poesia di Xu Lizhi nella fabbrica globale del capitalismo assoluto. La gioventù chinata sulle macchine muore prima del suo tempo. Senza il tempo per esprimersi, il sentimento si sgretola in polvere.
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M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Italo Calvino (1923-1985) – Cavalcanti si libera d’un salto “sì come colui che leggerissimo era”. L’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostra che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi appartiene al regno della morte.

Italo Calvino_La leggerezza

Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse:
– Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;
e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano,
sì come colui che leggerissimo era,
prese un salto e fussi gittato dall’altra parte,
e sviluppatosi da loro se n’andò.

G. Boccaccio, Decameron, VI, 9

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Lezioni americane

Lezioni americane

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« Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili »
(da Italo Calvino, Lezioni americane, 1988)

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«[…] la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.

Non potrei illustrare meglio questa idea che con una novella del Decameron (Vi, 9) dove appare il poeta fiorentino Guido Cavalcanti. Boccaccio ci presenta Cavalcanti come un austero filosofo che passeggia meditando tra i sepolcri di marmo davanti a una chiesa. La jeunesse dorée fiorentina cavalcava per la città in brigate che passavano da una festa all’altra, sempre cercando occasioni d’ampliare il loro giro di scambievoli inviti. Cavalcanti non era popolare tra loro, perché, benché fosse ricco ed elegante, non accettava mai di far baldoria con loro e perché la sua misteriosa filosofia era sospettata d’empietà:

Ora avvenne un giorno che, essendo Guido partito d’Orto San Michele e venutosene per lo Corso degli Adimari infino a San Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino, essendo arche grandi di marmo, che oggi sono in Santa Reparata, e molte altre dintorno a San Giovanni, e egli essendo tralle colonne del porfido che vi sono e quelle arche e la porta di San Giovanni, che serrata era, messer Betto con sua brigata a caval venendo su per la piazza di Santa Reparata, vedendo Guido là tra quelle sepolture, dissero: “Andiamo a dargli briga”; e spronati i cavalli, a guisa d’uno assalto sollazzevole gli furono, quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra e cominciarongli a dire: “Guido, tu rifiuti d’esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu avrai trovato che Idio non sia, che avrai fatto?”. A’ quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace”; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.

Ciò che qui ci interessa non è tanto la battuta attribuita a Cavalcanti, (che si può interpretare considerando che il preteso “epicureismo” del poeta era in realtà averroismo, per cui l’anima individuale fa parte dell’intelletto universale: le tombe sono casa vostra e non mia in quanto la morte corporea è vinta da chi s’innalza alla contemplazione universale attraverso la speculazione dell’intelletto). Ciò che ci colpisce è l’immagine visuale che Boccaccio evoca: Cavalcanti che si libera d’un salto “sì come colui che leggerissimo era”. Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite. Vorrei che conservaste quest’immagine nella mente, ora che vi parlerò di Cavalcanti poeta della leggerezza».

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, 1988.

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Giovanni Boccaccio
Decameron, Sesta Giornata, Novella Nona: Guido Cavalcanti dice con un motto onestamente villania a certi cavalier fiorentini li quali soprappresso l’aveano.

Sentendo la reina che Emilia della sua novella s'era diliberata e che ad altri non restava a dir che a lei, se non a colui che per privilegio aveva il dir da sezzo, così a dir cominciò: Quantunque, leggiadre donne, oggi mi sieno da voi state tolte da due in su delle novelle delle quali io m'avea pensato di doverne una dire, nondimeno me n'è pure una rimasa da raccontare, nella conclusione della quale si contiene un sì fatto motto, che forse non ci se n'è alcuno di tanto sentimento contato. Dovete adunque sapere che né tempi passati furono nella nostra città assai belle e laudevoli usanze, delle quali oggi niuna ve n'è rimasa, mercé dell'avarizia che in quella con le ricchezze è cresciuta, la quale tutte l'ha discacciate. Tra le quali n'era una cotale, che in diversi luoghi per Firenze si ragunavano insieme i gentili uomini delle contrade e facevano lor brigate di certo numero, guardando di mettervi tali che comportar potessono acconciamente le spese, e oggi l'uno, doman l'altro, e così per ordine tutti mettevan tavola, ciascuno il suo dì, a tutta la brigata; e in quella spesse volte onoravano e gentili uomini forestieri, quando ve ne capitavano, e ancora de'cittadini; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l'anno, e insieme i dì più notabili cavalcavano per la città, e talora armeggiavano, e massimamente per le feste principali o quando alcuna lieta novella di vittoria o d'altro fosse venuta nella città. Tra le quali brigate n'era una di messer Betto Brunelleschi, nella quale messer Betto è compagni s'eran molto ingegnati di tirare Guido di messer Cavalcante de'Cavalcanti, e non senza cagione; per ciò che, oltre a quello che egli fu un de'migliori loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale (delle quali cose poco la brigata curava, sì fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uomo molto, e ogni cosa che far volle e a gentile uom pertenente, seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, e a chiedere a lingua sapeva onorare cui nell'animo gli capeva che il valesse. Ma a messer Betto non era mai potuto venir fatto d'averlo, e credeva egli co'suoi compagni che ciò avvenisse per ciò che Guido alcuna volta speculando molto astratto dagli uomini diveniva. E per ciò che egli alquanto tenea della oppinione degli epicuri, si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse. Ora avvenne un giorno che, essendo Guido partito d'Orto San Michele e venutosene per lo corso degli Adimari infino a San Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino, essendo quelle arche grandi di marmo, che oggi sono in Santa Reparata, e molte altre dintorno a San Giovanni, ed egli essendo tra le colonne del porfido che vi sono e quelle arche e la porta di San Giovanni, che serrata era, messer Betto con sua brigata a caval venendo su per la piazza di Santa Reparata, veggendo Guido là tra quelle sepolture, dissero: - Andiamo a dargli briga -; e spronati i cavalli a guisa d'uno assalto sollazzevole gli furono, quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra, e cominciarongli a dire:- Guido tu rifiuti d'esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu arai trovato che Iddio non sia, che avrai fatto? A' quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: - Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace - ; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall'altra parte, e sviluppatosi da loro se n'andò. Costoro rimaser tutti guatando l'un l'altro, e cominciarono a dire che egli era uno smemorato e che quello che egli aveva risposto non veniva a dir nulla, con ciò fosse cosa che quivi dove erano non avevano essi a far più che tutti gli altri cittadini, né Guido meno che alcun di loro. Alli quali messer Betto rivolto disse: - Gli smemorati siete voi, se voi non l'avete inteso. Egli ci ha detta onestamente in poche parole la maggior villania del mondo; per ciò che, se voi riguardate bene, queste arche sono le case de' morti, per ciò che in esse si pongono e dimorano i morti; le quali egli dice che sono nostra casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e non litterati siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati, peggio che uomini morti, e per ciò, qui essendo, noi siamo a casa nostra. Allora ciascuno intese quello che Guido aveva voluto dire e vergognossi né mai più gli diedero briga, e tennero per innanzi messer Betto sottile e intendente cavaliere.

Italo Calvino (1923-1985) – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiano stando insieme.
Italo Calvino (1923-1985) – La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stesso.
Italo Calvino (1923-1985) – Cavalcanti si libera d’un salto “sì come colui che leggerissimo era”. L’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostra che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi appartiene al regno della morte.
Italo Calvino (1923-1985) – Leggere significa affrontare qualcosa che sta proprio cominciando a esistere.
Italo Calvino (1923-1985) – … il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento …
Italo Calvino (1923-1985) – Questo è il significato vero della lotta: Una spinta di riscatto umano da tutte le nostre umiliazioni. Questo il nostro lavoro politico: utilizzare anche la nostra miseria umana per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.
Italo Calvino (1923-1985) – Classici sono quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

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M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Titos Patrikios – Abbiamo la grande responsabilità di donare la parola come atto che può cambiare la vita nostra e le vite degli altri. Sono le parole a stanarci dalle nostre presunte certezze, ad aprire strade dentro di noi.

Titos Patrikios 01

«La parola esprime tutto. Le cose reali e quelle immaginarie, le materiali e le ideali. A volte le gonfia, a volte le rimpicciolisce. Comunque, alla fine, le salva. Tutte, la vita e la morte, l’amore e l’odio, il razionalismo e la passione, la società e l’individuo, l’economia e la politica, i nuovi interrogativi e le risposte antiquate, la ricerca della verità e la sopravvivenza della menzogna, la rivolta e la sottomissione, la libertà e la schiavitù: tutto ciò che sostiene la parola, e ciò che la mina, solo essa lo esprime.
E noi, che produciamo parole, abbiamo la grande responsabilità della parola. La responsabilità di donarla come atto che può cambiare la vita nostra, le vite degli altri: sono le parole a trovarci, loro a stanarci dalle nostre presunte certezze, loro ad aprire strade dentro di noi».

La poesia ti trova si  intitola un poemetto della sua più recente produzione.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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María Zambrano (1904-1991) – Sogno e destino della pittura. Dal sogno la pittura ha la sua nascita. Perché essa è nata nelle caverne. I sogni hanno bisogno di salvarsi. E un sogno salvato è un sogno visibile.

María Zambrano sogno e pittura 01

[…] Continua a fare una strana impressione – soprattutto a partire da determinate fratture storiche – il fatto che la pittura, che è la più sensuale delle arti, sia anche la più metafisica. Per il colore, naturalmente, ma non solo per esso, in quanto una scultura colorata, ad esempio, non fa che guadagnare, anziché in sensualità, in distanza. Nella scultura, il colore è ornamento liturgico che la trasforma o la rende simile a un’icona, a volte persino a una stella, a qualcosa del firmamento terrestre […]. Perché i corpi della scultura stanno sempre lontano, e il colore non fa che allontanarli di più, qualificando la loro lontananza, determinando lo spazio dal quale ci si rendono visibili. […]
La strana impressione prodotta all’arte della pittura si fa più profonda quando si scopre che ciò che viene dipinto e la pittura non sono propriamente oggetto adeguato della visione. […] Che il segreto, l’intimo motivo del dipingere, non è mai stato il solo desiderio di vedere. C’è, nella pittura, nel quadro, per ultimato, realizzato, che esso sia, uno star sempre facendosi. Come se l’opera della pittura fosse, rispetto alla scultura, meno separata dall’azione che l’ha prodotta. Come se ciò che viene dipinto fosse meno indipendente, meno oggettivo, in minor grado o in grado diverso «oggetto ideale». […]
La pittura è evento, un intimo evento che si manifesta, chiaro, in forme e figure, quali che siano, rappresentative o no, «figurative» o no. […] La pittura non pone, come la scultura, il problema della partecipazione, perché si dà immediatamente, come ciò che avviene, e solo dopo può e deve accadere che da tale evento si tragga o si esprima un tanto di contemplazione, segno della maturità e del compimento dell’evento dipinto e della pittura stessa.
Un evento nell’intimità, un mistero. Un sogno; un sogno che abbraccerebbe la pittura tutta.
La pittura nasce, com’è noto, nelle caverne per afferrare magicamente qualcosa che fugge e prende il largo, le anime dei viventi oggetto di desiderio. Fosse per la caccia o per qualche altra forma di appropriazione la smania che assillava quei «pittori» – quella società, meglio –, si trattava di strappare l’anima a quegli esseri e di tenerla lì, né viva né morta: viva, ma separata e catturata.
L’anima, che è l’«essere» per chi non ha ancora fatto filosofia, e per chi sogna. Stare davanti alle pitture delle caverne è sognare, stare sognando, lo stesso che davanti alle Meninas di Veláquez.
Un sogno, la pittura; un sogno semplicemente, no. Un sogno realizzato, ossia un sogno che è entrato nella realtà, forse per la sua verità, perché non tutti i sogni possono, nemmeno attraverso la pittura, entrare a formar parte della realtà, di quella strana realtà che è l’arte.
Dal sogno la pittura ha la sua nascita. Perché essa è nata nelle caverne, nella notte perenne illuminata dal bagliore disuguale del fuoco, materia leggera come quella dei sogni, aderente alla nuda roccia – resistenza a sua volta della materia originaria del pianeta, suo primo e perenne fondale. Per ospitare la sua nascita, fu necessario che si aprisse il vuoto, il viscere oscuro della terra, o che un alto muro si alzasse: una parete liscia, il fondo. Senza di esso, non ci sarà pittura; per ridotta che sia la sua superficie, per affidata alla superficie che essa sia, la pittura sarà sempre percepita come aderente a un muro, a un fondo, se non rinchiusa in una caverna. Custodita in essa, come un segreto colto di sorpresa o come un mistero che si lascia vedere.
Non contraddicono l’intima legge della pittura le pitture sigillate, difese, scoperte nelle tombe dell’antico Egitto. Esse, al contrario, ci fanno sentire che sono l’intimo nucleo, il cuore, della pittura. E che l’aspetto secondario è dipingere qualcosa perché sia visto, perché qualsiasi occhio lo veda. Cosa, questa, che si deve a quel processo di laicizzazione del sacro che necessariamente è venuto portando tutti i segreti, tutto il segreto, sotto gli occhi di tutti gli uomini, almeno in potenza.

[…]

Un sogno, un certo tipo di sogno, un proposito; un sogno messaggero, o un sogno in cui si compie o si cerca di far compiere un destino. Orazione, voto, pegno, promessa, impegno. La materia fluida della speranza e dell’amore, a volte anche del semplice desiderio, ricevuta nella ferma, resistente materia della volontà che resiste al tempo, del volere che oltrepassa il tempo e sogna, a sua volta, di annullarlo.
La pittura, pertanto, sarà come un istante vivo, vivente, di tempo tra due sogni: quello dal quale nasce e l’altro, quello della tenace volontà di raffigurare, di raffigurarsi, in tutti i tempi, passando attraverso di essi.
Questo, è vero, lo si potrebbe dire in sostanza di tutte la arti: che tutte, compresa quella della parola, si danno tra questi due sogni e li realizzano col poco tempo che portano con sé – li realizzano relativamente.
Nell’arte della pittura, però, questa condizione si mostra con maggiore proprietà, perché il suo contenuto sono fantasmi, fantasmi come quelli dei sogni. Appare, cioè, che essa è il sogno stesso che alla fine si è aperto l’alveo più adeguato al proprio fluire. Che ha trovato il corpo, appena meno impalpabile del proprio corpo fantasmatico, che gli consente di entrare a far parte del reale.
I sogni, infatti, una certa specie, hanno bisogno di salvarsi. E un sogno salvato è un sogno visibile, sì, tanto più se ciò è conseguenza del suo essere entrato nel mondo della realtà, che è quello del tempo; del suo essere stato salvato a opera del tempo. Perché il tempo è salvatore.

Roma, 1960

María Zambrano, Sogno e destino della pittura, in María Zambrano, Dire luce. Scritti sulla pittura, a cura di C.armen Del Valle, Rizzoli, Milano 2013, pp. 103-109.

Maria Zambrano – La virtù della delicatezza
Maria Zambrano (1904-1991) – Il silenzio che accoglie la parola assoluta del pensiero umano diventa il dialogo silenzioso dell’anima con se stessa.
Maria Zambrano (1904-1991) – Saper guardare un’icona significa liberarne l’essenza, portarla alla nostra vita
María Zambrano (1904-1991 – Il punto dolente della cultura moderna è la sua mancanza di trasformazione della conoscenza pura in conoscenza attiva, che possa alimentare la vita dell’uomo di ciò che necessita.
María Zambrano (1904-1991) – L’amore è l’elemento della trascendenza umana. Originariamente fecondo, quindi, se persiste, creatore di luce, di vita, di coscienza. È l’amore a illuminare la nascita della coscienza.
María Zambrano (1904-1991) – La vita ha bisogno di rivelarsi, di esprimersi: se la ragione si allontana troppo, la lascia sola, se assume i suoi caratteri, la soffoca.
María Zambrano (1904-1991) – Vivere come figli è qualcosa di specificatamente umano; solo l’uomo si sente vivere a partire dalle sue origini e a queste si rivolge con rispetto. Se è così, non dovremmo temere che, smettendo di essere figli, smetteremo anche di essere uomini?
María Zambrano (1904-1991) – La cosa più umiliante per un essere umano è sentirsi portato, trascinato, senza possibilità di scelta, senza poter prendere alcuna decisione.
María Zambrano (1904-1991) – La violenza vuole, mentre la meraviglia non vuole nulla, le è estraneo e perfino nemico tutto quanto non persegue il suo inestinguibile stupore estatico.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Li Zhi, detto Zhowu (卓吾. 1527–1602) – Ride, la gente colma d’ignoranza, Di chi per i suoi libri arde d’amore … il vero amante è chi li sfoglia … coloro che si danno allo studio cercano di scoprire in se stessi il fondo della vita e della morte.

Li Zhi 01
Ride, la gente colma d’ignoranza,
Di chi per i suoi libri arde d’amore
… il vero amante è chi li sfoglia …
Li Zhi
«Tutti coloro che si danno allo studio
cercano di scoprire in se stessi il fondo della vita e della morte».

Li Zhi, A Book to Burn (& A Book to Keep),  è un’opera filosofica del pensatore e storico Li Zhi, una critica alle norme sociali, filosofiche e culturali del suo tempo.

Li Zhi, detto Zhowu, 卓吾.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Giorgio Riolo – Leonardo Sciascia e la letteratura come smascheramento del mondo e delle trame del potere

Leonardo Sciascia - Giorgio Riolo
Giorgio Riolo

Leonardo Sciascia e la letteratura
come smascheramento del mondo
e delle trame del potere

Non è solo un anniversario (essendo nato a Racalmuto il 8 gennaio 1921) a muoverci e a ricordare Leonardo Sciascia. Ci sono letterati e intellettuali che hanno una presenza permanente, che ci accompagnano e ci aiutano a decifrare la nostra Italia, e, in senso lato, il mondo, in ogni dimensione, politica, culturale e antropologica. Ricordo qui solo Sciascia e Pasolini, soprattutto anche per il loro piglio profetico. Ma molti altri e molte altre potremmo ricordare.
La letteratura nella concezione di questi intellettuali possiede una carica totalizzante, conoscitiva e oppositiva, critica e costruttiva al medesimo tempo, che, più passa il tempo e più la realtà contemporanea diventa così degenerata, così povera di figure intellettuali di tal fatta, più ne sentiamo il bisogno, più emerge la sua importanza.
Qui, in questo breve intervento, si indicano alcuni punti, alcuni passaggi, e alcune opere sue, solo come esempi da cui poter trarre l’importanza di questa letteratura e di questo genere di intellettuali, veri, autentici.

I.

Le parrocchie di Regalpetra è il luogo d’origine di tutti i temi, di tutti i contenuti di pensiero e narrativi di Sciascia. Sono i temi che egli svilupperà e articolerà in varie opere fino alla morte avvenuta nel 1989.

Apparsa nel 1956, a partire dal primo nucleo delle Cronache scolastiche scritte nel 1954, in essa si concentrano le grandi questioni che contrassegnano la “eterna sconfitta della ragione” e quindi la scaturigine del necessario nuovo illuminismo, della chiamata civile e d’impegno dello scrittore, quale novello philosophe della grande tradizione illuministica. Il potere e le sue trame, le imposture e le congiure ordite da esso, la mafia, il rapporto organico, consunstanziale, di mafia e politica, la Democrazia cristiana, l’uso delle istituzioni e dell’apparato pubblico ai fini clientelari, mafiosi e politici. La Chiesa, gerarchie in primo luogo, ma anche i preti tipici del Sud e della Sicilia, collusa con il potere, mafioso e politico. L’Italia come luogo d’elezione dello “spagnolismo” (Sciascia e prima l’amato Manzoni, come fustigatori di questa modalità di servilismo, di esibizione barocca e teatrale del potere, dell’essere “forti con i deboli e deboli con i forti” ecc.), della doppiezza e dell’ipocrisia, in politica e nella vita sociale, della mancata Riforma protestante, del mancato 1789 ecc.

Nella bella e densa Prefazione della riedizione del 1967 presso Laterza (assieme a Morte dell’Inquisitore) l’autore spiega bene il retroterra culturale di tutto ciò e la sua visione della missione del letterato. Esplicita bene l’origine dell’opera, dalle Cronache scolastiche, appunto, ai vari capitoli che compongono questa preziosa e concentrata antologia, a mo’ di requisitoria critica, storica, sociologica, politica, antropologica.
Ma esplicita bene anche la sua professione di fede nella forma stilistica di questo impegno. L’inconfondibile stile sciasciano, la sua prosa secca, concisa, scarna, profondamente antiretorica, fatta di frasi brevi, con il sapiente e proprio uso delle parole. Mai ridondante, aderente alla “cosa”, ai fatti, ma che risulta nondimeno di grande godimento estetico. Il suo non preoccuparsi del “corso delle teorie estetiche”, ma di “seguire piuttosto l’evoluzione del romanzo poliziesco”. E molti suoi celebri romanzi, di forte e denso contenuto storico, politico, sociologico, culturale ecc. sono, formalmente, esemplati sul romanzo poliziesco, Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il Consiglio d’Egitto, Il contesto, Todo modo, ecc.

Le parrocchie sono composte di vari capitoli e costituiscono un documento di prim’ordine per conoscere la realtà meridionale, nello specifico, siciliana. La composizione sociale e le culture e le subculture delle feroci e incolte classi possidenti, nel capitolo Il Circolo della Concordia, il ruolo dei partiti e del clientelismo politico, il voto di scambio e le relative truffe elettorali nel capitolo Diario elettorale.
Il capitolo centrale delle Cronache scolastiche (Sciascia era maestro di scuola elementare a Racalmuto, Regalpetra nel titolo) costituisce un documento sociologico importante della condizione della scuola, della povertà e del lavoro minorile, della scuola cosiddetta di classe, del bisogno di un’altra didattica e di un altro sapere che veramente potessero contribuire all’emancipazione di quei ragazzi poveri, affamati, subalterni. Tutto ciò detto dieci anni prima del documento del rivolgimento copernicano della concezione della scuola e del sapere, la fondamentale Lettera a una professoressa di Don Milani e della Scuola di Barbiana del 1967.

È l’opera che mostra la stupefacente continuità della storia italiana, il passaggio, quasi indolore al Sud (ma anche nel resto d’Italia) dal fascismo al cosiddetto antifascismo, il trasformismo molecolare e politico (i tanti fascisti, monarchici, liberali ecc. poi confluiti nel vero attrattore di tutto ciò, luogo della confluenza, la Democrazia Cristiana, vero Moloch onnicomprensivo, onnivoro). E quindi il ruolo della Chiesa e dei preti, collusi con la mafia, con il potere, con la Dc ecc. Chiesa e preti di allora, oggi al Sud e in Sicilia spesso in prima fila contro mafia, ‘ndrangheta, camorra ecc.
E poi, a mo’ di pionieristica inchiesta e denuncia della condizione dei lavoratori, la descrizione della vita dei salinari, operai delle miniere di salgemma, degli zolfatari, dei braccianti agricoli, delle malattie cosiddette “professionali”, dei salari da fame. Insomma le Parrocchie costituiscono il compendio enciclopedico delle malefatte del potere al Sud e nella Sicilia, dello Stato e della Chiesa collusi, della condizione e della rassegnazione e del fatalismo delle classi subalterne, della insipienza e della ferocia delle classi dominanti.

II.

Seguendo e denunciando l’eterna “sconfitta della ragione” (e relativa sconfitta della giustizia sociale e politica), nel 1971 Sciascia sentì il bisogno di imprimere una svolta alla sua attività di scrittore, di intellettuale, di polemista. La parabola della sconfitta della ragione parte dalle Parrocchie del 1956 fino alla Recitazione della controversia liparitana, dedicata a A.D. (Alexander Dubček) del 1969, attraverso, tra gli altri, i notissimi romanzi polizieschi Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, sulle condizioni sociali e politiche della Sicilia, sul rapporto mafia e politica, sul malgoverno Dc ecc. Il discorso ruotava sì attorno alla Sicilia, ma ormai occorreva un discorso universale, sull’Italia e sul mondo. Poiché la Sicilia era, ed è, metafora dell’Italia e del mondo.

Le imposture e le trame del potere occorreva descriverle e smascherarle nei suoi luoghi d’elezione. Ed è la politica nazionale, anche se la finzione letteraria ci porta a un paese apparentemente latinoamericano. Un paese “dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava”.

È Il contesto, uscito alla fine del 1971. “Una parodia”, come recita il titolo. Ma in realtà “un apologo sul potere nel mondo”. Potere e politica che sempre più vengono a configurarsi come “mafiosi”, oscuri, apparentemente indecifrabili. Una dinamica autonoma di varie uccisioni di magistrati a opera dell’ex farmacista Cres intercetta un’altra dinamica parallela di complotto vero e proprio, una vera e propria “strategia della tensione”, a opera del partito al governo e dei suoi apparati per perpetuare e consolidare vieppiù il proprio potere. Senonché il diligente ispettore Rogas che ha scoperto il complotto e che vuole rivelarlo ad Amar, segretario del partito d’opposizione, il Partito Rivoluzionario Internazionale, viene ucciso assieme ad Amar. L’intellettuale Cusan, al quale Rogas aveva rivelato tutto e che aveva consigliato all’ispettore di riferire al segretario del suo partito, scopre con orrore, parlando con il vicesegretario del PRI, che questo epilogo è quello voluto anche dal partito di opposizione, sedicente “rivoluzionario”. “- Siamo realisti, signor Cusan. Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione -. E aggiunse – Non in questo momento”.
Nel racconto, a un certo punto, ci si imbatte nella aperta confessione del Ministro dell’Interno secondo il quale il proprio partito ha malgovernato per trent’anni il paese e che si malgovernerebbe meglio, assieme, se a sedere nella propria poltrona ci fosse il segretario del partito di opposizione.
La polemica divampò subito. Venendo all’Italia, e con qualche forzatura da parte di Sciascia, ma le forzature servono in letteratura e nel pensiero a meglio intendere l’assunto che si vuole far valere. L’apologo mostrava chiaramente come Dc e Pci tendessero, nell’apparente e/o reale scontro, a essere collusi. Partito al governo e partito all’opposizione che svolgono un gioco delle parti. E la sinistra extraparlamentare variamente utilizzata dai servizi e dalle forze repressive per i propri fini, sempre al fine del consolidamento del potere. Intellettuali ed esponenti del Pci reagirono e attaccarono frontalmente Sciascia e così Giovanni Raboni sui Quaderni piacentini, diciamo dal versante extraparlamentare.

Profeticamente Sciascia anticipava i tempi e i dilemmi del compromesso storico, dove il dialogo comunisti-cattolici non solo avveniva al vertice, tra partiti, Pci-Dc, e non alla base, ma dove in realtà non esisteva la base dal lato Dc poiché “non esistevano le masse cattoliche”. Anticipava i tempi e i dilemmi dei posteriori governi di unità nazionale, dell’uso eterodiretto dei gruppi clandestini, sempre soggetti a essere infiltrati e in qualche modo manovrati dai servizi e dagli apparati dello Stato.
Il lato della Democrazia Cristiana e del suo retroterra profondo, l’eterna ipocrisia, l’eterno “spagnolismo” e l’eterna doppiezza della Chiesa cattolica, in un paese dove occorreva parlare piuttosto di “cattolici” e non di “cristiani”, Sciascia lo affrontò con il romanzo Todo Modo, apparso alla fine del 1974. È la resa dei conti finale con il sistema di potere democristiano. “Giallo metafisico”, “sottile metafora degli ultimi trent’anni di potere democristiano” lo definì acutamente Pasolini nella sua recensione del romanzo. È un giallo senza soluzione. “Giallo metafisico” poiché dei tre omicidi commessi in quel albergo, durante il soggiorno per gli esercizi spirituali, solo quello di don Gaetano si potrebbe ascrivere al pittore.
Un famoso e ricco pittore laico si trova a pernottare in un albergo dove annualmente si ritrovano i classici notabili democristiani per compiervi gli “esercizi spirituali”. Ministri, deputati, amministratori di aziende di stato, direttori di giornali ecc., con tanto di mogli e di amanti al seguito, compiono questo dovere formale sotto la guida di don Gaetano, prete colto, intelligente, sottile, luciferino. Un prete esplicito nei serrati e acuti colloqui con il pittore nel mostrare l’arcano della Chiesa, e quindi della Democrazia Cristiana. Il titolo “Todo modo” viene da un precetto di Ignazio di Loyola. “Con ogni mezzo, per cercare la volontà divina”. Con ogni mezzo, anche l’assassinio. Così come intimamente hanno pensato e giustificato il loro operato molti alti dirigenti Dc nella reale storia italiana del secondo dopoguerra.

Il romanzo offre il retroterra per comprendere ancor più l’altra opera di Sciascia del 1978. L’affaire Moro dimostrò definitivamente come un letterato della finezza intellettuale del nostro possa comprendere immediatamente quale dramma celasse la vicenda di Moro. Vittima egli stesso del sistema di potere del quale fu uno dei maggiori artefici. Anche con l’uso di un linguaggio alieno rispetto ai canoni della ragione e della verità, ma ampiamente comprensibile entro la visione barocca della doppiezza, dell’allusione, del dire e non dire, del linguaggio del potere fine a se stesso.
Sciascia aveva replicato, negli interventi polemici dopo l’uscita de Il contesto, a un furioso Scalfari che egli non aveva il dono della prudenza e dell’opportunità. Nel paese per eccellenza del trasformismo e dell’opportunismo. Così come dimostrò nei fatti quando si provò a svolgere attività politica diretta, sempre come indipendente, prima al Consiglio Comunale di Palermo e poi alla Camera dei deputati. Nei due casi Sciascia denunciò come il vero potere non risiedesse nei luoghi deputati, appunto i consigli e i parlamenti. Come disse allora “il potere è sempre altrove”.
Oltre il teatrino della democrazia rappresentativa, della competizione elettorale, dell’attività pubblica e palese, del visibile. Il “segreto”, l’invisibile essendo la vera chiave per capire come si svolge la politica, come si esercita il potere. La mafia, la politica svolgono la loro attività vera dietro le quinte, nei gruppi ristretti, nelle massonerie, nelle consorterie, nelle combutte, nei salotti, nei circoli ecc. E lì si compie il misfatto. Il potere per il potere. Esponenti di governo ed esponenti di opposizione. Destra, sinistra, centro oggi nel grande frullatore della “circolazione delle élite”, nell’epoca del trionfo del neoliberismo e della degenerazione finale del senso della politica e del fare politica.
Oggi questo è chiaramente visibile, a una mente lucida e non obnubilata da pregiudizi di parte. Allora, in Sciascia, era visione profetica. Proprio perché “scrittore di cose” e non “scrittore di parole”. Proprio perché “scrittore di opposizione”, come fu Pasolini. E dobbiamo alla sua mente lucida e alla sua prosa tersa, affilata, essenziale, insomma alla “letteratura come verità”, da lui tenacemente perseguita, questa visione, questo dono prezioso per noi, ancora oggi.

III.

Sciascia non è stato un semplice letterato, è stata una delle poche coscienze critiche che la storia italiana abbia avuto (nel dopoguerra, assieme a Pasolini, come si diceva sopra) e come tale ha svolto il suo dovere civile e politico. I suoi romanzi, i suoi scritti su vari argomenti storici, letterari, culturali rappresentano le pietre miliari di questo impegno. Ma il suo acume critico, investigativo quasi, di reperimento e di inchiesta, a partire da pochi dati, da pochi documenti, mostrano come spesso un letterato veda più in là dello storico (Morte dell’Inquisitore, per fare un solo esempio). Veda più in là del filosofo e dello storico della scienza (La scomparsa di Majorana). Veda più in là del critico e dello storico della letteratura (le varie raccolte di saggi La corda pazza, Fatti diversi di storia letteraria e civile, Pirandello e la Sicilia, per non elencare altro). Veda più in là di giornalisti, politici, storici (L’affaire Moro).
A ogni pie’ sospinto Sciascia ha onorato il suo assunto iniziale. Il suo voler essere erede, e quale erede!, della battaglia culturale illuministica di emancipazione umana. Buon epigono di Voltaire, di Diderot. La penna dello scrittore può essere un’arma, se usata bene, una spada al servizio della ragione e quindi lo scrivere non è ornamento, orpello culturalistico, buono per i salotti e per le amene conversazioni dei suoi frequentatori. La battaglia culturale è cosa seria, al pari della battaglia sociale e politica. Nessuna gerarchia è tollerata (e ricordiamoci in tal senso le vicende di Vittorini, Pavese, Calvino ecc.). E se la ragione è eternamente sconfitta, tuttavia è possibile contrastare le trame e le congiure del potere. E le collusioni di chi dovrebbe opporsi fieramente a ciò, e da qui i suoi molti dissapori, e financo scontri, anche violenti da ambo le parti, con il Pci, per esempio.

In Nero su nero, sorta di diario intellettuale, a un certo punto Sciascia cerca una definizione di letteratura e non trova di meglio che la lapidaria definizione: la letteratura è verità.

E Sciascia, come il Calvino delle Lezioni americane, si ritrova a concepire la letteratura come luogo del potenziamento delle capacità conoscitive, del “sistema di sistemi”, della possibile visione di una totalità, aperta, mai conchiusa, sempre multilaterale e multidimensionale, che nessuna scienza o arte particolare possiede o può dare.

Ripeto, tutto ciò entro una concezione formale e stilistica che personalmente considero tra le più efficaci e affascinanti, che ci aiuta a riconciliarci con il mondo. Anche se “molto offeso” è questo mondo. Mondo che Sciascia ci ha aiutati a decifrare, a cogliere, a smascherare. Ripeto, senza veli, senza orpelli, nella sua nuda e impietosa crudezza. Soprattutto per le tante vittime del potere, dell’arroganza, dell’ingiustizia.

Giorgio Riolo

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Adonis, Alī Ahmad Sa’īd Isbir – L’uomo è conoscenza e “conoscenza reciproca”. L’io, in quanto conoscenza, non si può comprendere se non a partire dall’esplorazione dell’altro in quanto conoscenza.

Adonis, Alī Ahmad Sa'īd Isbir 01

Se la conoscenza in generale richiede una sorta di distacco, la conoscenza dell’altro richiede invece che ci si ponga in comunicazione con lui, cioè che si stabilisca una reciproca e profonda empatia. Perché l’uomo, su questo piano, è conoscenza e “conoscenza reciproca”. Mi riferisco ad un verso del Corano che, nonostante sia così antico, arriva a far luce sulla modernità. La conoscenza è un’azione di distacco e comunicazione al tempo stesso; significa vedere l’io al di fuori delle correnti, soprattutto di quelle ideologiche, convivere con l’altro all’interno del suo stesso percorso mentale: la lingua, la creatività, e la sua vita quotidiana. L’io in quanto conoscenza, non si può comprendere se non a partire dall’esplorazione dell’altro in quanto conoscenza. In tal senso, l’altro è uno dei volti dell’io, una sua possibilità ancora inespressa, una forma della sua entità.

Adonis, La musica della balena azzurra. La cultura araba, l’Islam, l’Occidente, traduzione di Fawzi Al Delmi, Guanda, 2005.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Madame de Staël (1766-1817) – Non c’è nulla di più dolente che l’istante che succede all’emozione; il vuoto ch’essa lascia dietro di sé è sofferenza più grande ancora che la privazione stessa dell’oggetto la cui attesa vi teneva in tensione.

Madame de Staël 01
Manuscrits déguisés. Dix années d’exil, Portaparole, 2017

«Non c’è nulla di più dolente che l’istante che succede all’emozione; il vuoto ch’essa lascia dietro di sé è sofferenza più grande ancora che la privazione stessa dell’oggetto la cui attesa vi teneva in tensione».

Madame de Staël (Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein, meglio nota con il nome di Madame de Staël), Manuscrits déguisés. Dix années d’exil, Portaparole, 2017.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Roberto Andreotti – Esiste un altro modello di rappresentazione nel quale la memoria è concepita come corredo funzionale in grado di interferire nel profondo con il nostro vissuto, con il nostro modo di concepire e organizzare il mondo hic et nunc.

Roberto Andreotti 01

«Esiste un altro modello di rappresentazione, assai più articolato e prospettico, nel quale la memoria è concepita come corredo funzionale in grado di interferire nel profondo con il nostro vissuto, con il nostro modo di concepire e organizzare il mondo hic et nunc. In questa seconda cornice gli antichi paiono balzare fuori dalla vetrina delle cose morte e sepolte per diventare di fatto nostri contemporanei. Saperi, testi, immagini, istituti, comportamenti – ma anche il lunghissimo dossier delle loro edizioni, cioè delle loro successive interpretazioni – configurano una sorta di codice antropologico, la cui formulazione non è mai definitiva e il cui significato dipende anche dal modo in cui esso viene riorganizzato, interattivamente, all’interno delle reti contemporanee: codice aperto, quasi in divenire. (Resta esemplare, in questo senso, l’insegnamento di Eric R. Dodds, la cui ricerca dell’«irrazionale greco», alla fine degli anni Quaranta, nacque sotto la spinta di una forte motivazione contemporanea: un approccio che definiremmo appunto antropologico, non necessariamente paradigmatico, o agonistico – come anni dopo ricorderà anche l’allievo Bernard Williams, opponendosi con tutte le sue forze al luogo comune dei greci come stadio primitivo dell’evoluzionismo occidentale.)».

Roberto Andreotti, Ritorni di Fiamma. Augusto, Virgilio, Ovidio e altri classici, Rizzoli, 2009.

Roberto Andreotti

Nato a La Spezia nel 1959, vive e lavora a Roma. Studioso di letteratura latina e greca, è stato allievo di Maurizio Bettini. È uno degli editor di “Alias”, il supplemento culturale de “Il manifesto”.  Ha scritto Classici elettrici. Da Omero al tardo-antico (Rizzoli 2006), Resistenza del classico (BUR Rizzoli 2009) e Ritorni di fiamma. Augusto, Virgilio, Ovidio e altri classici (BUR Rizzoli 2009).

Classici elettrici. Da Omero al tardoantico, Rizzoli, 2006
Almanacco Bur 2010. Resistenza del classico, Rizzoli, 2009

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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