Gabriella Putignano (a cura di) – Cantautorato & Filosofia. Un (In)Canto possibile. Contributi di: Stefano Daniele, Corrado De Benedittis, Gianluca Gatti, Federico Limongelli, Francesco Malizia, Raffaele Pellegrino, Giacomo Pisani, Gabriella Putignano.

Cantautorato_Filosofia

Editrice Petite Plaisance, 2017, p. 160, euro 12

Gabriella Putignano (a cura di)

Cantautorato & Filosofia.

Un (In)Canto possibile

Contributi di:
Stefano Daniele, Corrado De Benedittis, Gianluca Gatti, Federico Limongelli, Francesco Malizia, Raffaele Pellegrino, Giacomo Pisani, Gabriella Putignano.

[Vedi in basso i titoli]


Prefazione

«…la musica […] è un’arte che rivela…»1

Il seguente libro raccoglie gli atti di un ciclo di incontri, a cura della sottoscritta, in cui s’è cercato di far emergere un virtuoso circolo erme­neutico fra il cantautorato italiano, di vecchia e nuova generazione, e il mondo della filosofia.
L’idea era quella di mostrare quanto la musica d’autore, nella quale note sublimi si sposano con l’incanto di parole poetiche, fosse in grado di squarciare domande, veicolare idee, aprire arcobaleni di senso. Un pensiero di Rachel Bespaloff (1895-1949), filosofa-musicista del secolo scorso2, ci ha in particolare guidato su questa via, un pensiero secondo cui la musica può sì degradare in vacuo starnazzamento, in rumore stordente, ma nella sua autentica accezione essa è «arte che rivela»3. Vi sono, infatti, impressi nel suo “cuore” un pathos rivelatorio e una capacità formativa tali da richiamarci a noi stessi, da ricordarci chi siamo o chi vorremmo diventare.
Il thaumazein così provocato permette – a nostro giudizio – non solo di addentrarci dentro sentieri teoretici, ma di comprendere – ça va sans dire – anche l’importanza di filosofare con lo splendore di tutti i linguaggi4 e di non trincerarsi nell’autoreferenzialità di un sapere stantio.
Forti di queste premesse, abbiamo dato avvio al nostro progetto, radi­cato in primis su un’idea ‘omnicratica’5 del pensare, cioè su un bisogno di condivisione corale, simmetrico di riflessioni e di entusiasmi. In secondo luogo, si è pensato di suddividere l’intera iniziativa in due parti: nella prima l’attenzione è stata rivolta a cantautori più legati alla generazione degli anni Settanta; nella seconda a cantanti o a gruppi musicali, più o meno giovani6, del tempo presente.7 L’intenzione era di confutare, in tal modo, una vulgata corrente, che vuole la musica odierna solo e soltanto come qualcosa di insulso e di vuoto.8
Nella prima parte è senza dubbio emerso l’impegno etico della can­zone d’autore, nonché la sua critica corrosiva a taluni meccanismi sociali. Abbiamo dunque preso le mosse dalla Scuola di Bologna: da Guccini e dalla sua visione crepuscolare dell’esistenza, e da Lolli e dalla sua acuta denuncia contro la ‘sclerocardia’ contemporanea. Siam poi passati a con­frontarci con la discografia di De André e di Gaber: l’uno considerato alla luce della sua interpretazione della Buona Novella, l’altro quale cantore dell’odierna “civiltà delle macerie” e di una nuova, “eidetica”, coscienza.
Altrettanto densi i temi affrontati nella seconda parte, ove il punto di partenza è stato il ‘misticismo aperto’ dei Baustelle, la loro tensione morale congiunta ad uno sguardo disincanto sul mondo della vita; ab­biamo proseguito con i Bluvertigo e lo studio del nesso ʻpensare-direʼ e con Il Teatro degli Orrori, tra inquieta ricerca di senso e veemente accusa al lavoro alienato. L’intervento conclusivo ha suggellato il percorso fatto assieme, poiché – a partire dai testi di Federico Fiumani – si è trattato il problema del riconoscimento/riconoscenza.
I papers qui riportati costituiscono, pertanto, la fedele trasposizione dei contributi tenuti oralmente, ma nel contempo sono arricchiti da schede didattiche finali che evidenziano come siffatto lavoro possa benissimo concretizzarsi in classe, nella convinzione – già in precedenza delineata – dell’importanza di un filosofare plurale e di un insegnamento differente rispetto ad una piatta trasmissione di nozioni. Sono, così, da noi (per la maggior parte docenti liceali) offerti una serie di percorsi interdisciplinari da inserire o nella consueta programmazione curricolare o in ricerche di approfondimento.9
Ci sembra, comunque, di poter cogliere un essenziale fil rouge fra tutte le relazioni, un’esortazione comune, da Guccini a Fiumani, ad esprimere la propria unicità di persona e a far risplendere il coraggio della libertà. Ed è esattamente questo l’augurio che ci piace lasciare al nostro lettore: non perdere mai, nonostante i “grandi freddi” contemporanei, il brivido del rendersi inizio10, il fremito della possibilità quale sigillo dell’umano esistere.

Gabriella Putignano

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1 R. Bespaloff, Su Heidegger, trad. it. di L. Sanò, Bollati Boringhieri, Torino 2010, p. 25. Corsivo nostro.

2 Rachel Bespaloff è stata una filosofa ebrea di origini ucraine, acuta studiosa di diversi pensatori, fra cui Heidegger, Šestov, Kierkegaard; diplomatasi, nel 1914, in pianoforte al Conservatorio di Ginevra, occuperà la cattedra di musica all’Opéra di Parigi. Nell’estate del 1941 – a causa del contestuale quadro internazionale – si trasferirà negli Usa, ove morirà suicida nel 1949.

3 Ibidem. Corsivo nostro. Vale la pena riportare l’intero passaggio, che peraltro evidenzia quanto la musica sia in stretta correlazione con la nostra vita affettiva: «La buona e la cattiva musica, indifferentemente, fanno entrambe appello alla nostra vita affettiva: ciò che importa è che la prima la utilizza «nel modo della conversione», mentre la seconda «nel modo della diversione». […] La musica è […] un’arte che rivela, oppure un rumore che stordisce.»

4 Altri logoi, oltre a quello musicale, sono l’artistico, il filmico/cinematografico, il poetico, etc.

5 Adoperiamo questa espressione nel senso dato da Aldo Capitini (1899-1968), cioè come ʻpotere di tuttiʼ, lotta contro un pensiero autoritario e catechetico, a favore di uno pro­manante “dal basso”.

6 Cantanti come Capovilla e Fiumani non possono anagraficamente essere considerati giovani, ma la loro musica appartiene senz’altro ad una generazione successiva a quella sessantottina, vicina a quella attuale.

7 Un limite è stato aver considerato cantanti di solo sesso maschile, ma cercheremo di rimediare con un altro ciclo di incontri.

8 Certamente oggigiorno assistiamo ad una decisa diffusione della musica di consumo, caratterizzata da ritornelli fatui e melensi. Si veda su questo M. Bonanno, La musica è finita. Quello che resta della canzone d’autore, Stampa Alternativa, Viterbo 2015. Tuttavia ciò che non condividiamo di siffatta impostazione è l’assolutizzazione compiuta, incapace così di considerare voci interessanti e degne d’ascolto. Per esempio sul piano italiano, oltre ai cantanti da noi analizzati nella seconda parte, si potrebbero annoverare fra gli/le artisti/e, più o meno giovani, meritevoli di attenzione: Niccolò Fabi, Brunori Sas, Ales­sio Lega, i Tiromancino, Pacifico, Elisa, Cristina Donà, Noemi, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, i Virginiana Miller, Max Gazzè, Pippo Pollina, i Têtes de Bois, i Non voglio che Clara, etc.

9 Quasi tutti i percorsi didattici presentati sono rivolti ad una quinta classe, ma ciò non esclude affatto che si possa (e si debba) lavorare in questa maniera anche in una terza o in quarta classe. Nel prosieguo della lettura apparirà, inoltre, evidente un’ulteriore differenza fra la prima e la seconda parte: nella prima i collegamenti con la filosofia sono varie volte espliciti, diretti e posti dai cantautori stessi, nella seconda questo non sempre avviene espressamente. Nondimeno tale differenza non ha per noi un’importanza rile­vante, poiché la pretesa maggiore che ci proponevamo con le suddette schede didattiche era mostrare la possibilità di insegnare determinati temi filosofici prendendo spunto dal brano di una canzone.

10 Utilizziamo questa parola nel precipuo senso arendtiano.


I contributi

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Giacomo Pisani,

La verità come possibilità. Guccini e la narrazione dell’immanenza


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lolli

Gabriella Putignano,

Claudio Lolli: “vivere forte” contro “il grande freddo” della sclerocardia


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Gianluca Gatti,

Umana famiglia. La buona novella di Faber


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Corrado De Benedittis,

Giorgio Gaber, cantautore di una nuova coscienza


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Federico Limongelli,

Baustelle, i mistici dei nostri giorni?


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Stefano Daniele,

Nulla e Comprensione. Lo Zero dei Bluvertigo attraverso i Presocratici


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Raffaele Pellegrino,

Il Teatro degli Orrori sul palco del mondo contemporaneo: alterità, violenza, solitudine


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Federico Fiumani

Francesco Malizia,

Federico Fiumani, tra esperienza del noi e dinamica del riconoscimento

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Arnold Schönberg (1874-1961) – Tendiamo al futuro: ci dev’essere nel nostro futuro una perfezione sovrana. Uno dei compiti più nobili della teoria è di risvegliare l’amore per il passato e di aprire, nello stesso tempo, lo sguardo verso il futuro.

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Manuale di armonia, I

Manuale di armonia, I

Manuale di armonia, II

Manuale di armonia, II

«Credo […] che il nuovo sia quanto di buono e di bello noi bramiamo involontariamente e irresistibilmente con il nostro essere più interiore, così come tendiamo al futuro: ci dev’essere nel nostro futuro una perfezione sovrana, a noi ancora ignota, dal momento che tutto il nostro essere associa ad essa le sue speranze. Forse questo futuro è uno stadio d’evoluzione superiore del nostro genere in cui si adempie quello struggimento che oggi non ci dà pace […]: il futuro reca con sé il nuovo, e per questo il nuovo è per noi così spesso e a ragione identico al bello ed al buono».

Arnold Schönberg, Manuale di armonia, Il Saggiatore, 1963, voI. II, p.302

 

«L’impulso più nobile, quello della conoscenza, ci impone il dovere della ricerca; e una erronea dottrina che sia frutto di una onesta ricerca sta sempre più in alto della sicurezza contemplativa di chi la rinnega, perché crede di sapere senza aver cercato di persona. È addirittura nostro dovere meditare continuamente sulle cause misteriose di ogni risultato artistico, senza mai stancarci di cominciare da principio, sempre osservando e sempre cercando un nostro ordine […].
Uno dei compiti più nobili della teoria è di risvegliare l’amore per il passato e di aprire, nello stesso tempo, lo sguardo verso il futuro: in tal modo essa può essere storica, stabilendo legami tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che presumibilmente sarà. Lo storico può svolgere un compito fecondo quando presenta non delle date ma una concezione della storia, e quando non si limita ad enumerare, ma si adopera a leggere nel passato il futuro. […]
Abbiamo il diritto e l’obbligo di dubitare, ma farsi indipendenti dall’istinto è difficile quanto pericoloso, perché accanto alle cose giuste e sbagliate, accanto alle esperienze e alle osservazioni dei nostri padri, accanto a ciò che noi dobbiamo alla loro e alla nostra tradizione, abbiamo forse nell’istinto una capacità in divenire, che è la conoscenza del futuro; e forse ne possediamo anche altre, di cui l’uomo acquisterà un giorno coscienza, e che oggi può al massimo presentire e intravedere senza poterle però mettere in azione».

Arnold Schönberg, Manuale di armonia, Il Saggiatore, 1980.

Arnold Schönberg, Autoritratto, 1910

A. Schônberg, Autoritratto, 1910

CPG5XE Schoenberg, Arnold 13.9.1874 - 13.6.1951, Austrian composer, half length, writing, at the blackboard, writing notes, male, man,

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Trattato di Armonia

Trattato di Armonia

Funzioni strutturali dell'armonia

Funzioni strutturali dell’armonia



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Petr Ilic Cajkovskij (1840-1893) – Solo una musica concepita come rivelazione dell’anima, solo una musica scaturita dal tormento dell’artista può toccare gli esseri umani. Chi non crea per intimo impulso, ma mira all’effetto calcolato con l’intenzione di piacere al pubblico, non è artista autentico.

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Uno dei diari del compositore, quello del 1887, dove egli annotava una quantità di fatti intimi.

Uno dei diari del compositore, quello del 1887, dove egli annotava una quantità di fatti intimi.

«Lei mi domanda, cara amica, se io conosco l’amore terreno. […] Credo che la mia musica dia una risposta a questa domanda. […] Non sono del suo parere su di un punto, quello che la musica non sia capace di rendere la forza universale dell’amore. Al contrario, la musica soltanto può farlo. Lei dice che questo può avvenire soltanto attraverso le parole. Oh no! […] Laddove esse vengono a mancare subentra in tutta la sua pienezza linguaggio più eloquente: la musica. Anche il discorso ritmico, ossia la poesia, con la quale i poeti glorificano l’amore, non è altro che un addentrarsi nel dominio riservato alla musica. Non appena le parole prendono forma di poesia, non sono più soltanto tali, si sono già trasformate in musica. La miglior prova che le poesie in glorificazione dell’amore sono assai più musica che semplici parole la trovo nel fatto che, molto spesso, molte poesie non hanno un senso immediatamente afferrabile […]. Invece, al contrario di quanto sembrerebbe, versi di quel genere non soltanto hanno un significato, ma racchiudono pensieri profondi, di natura però puramente musicale. […] L’aggiunta di parole alla musica è non di rado nociva. Esse la appesantiscono, la fanno scendere dalle sue sublimi altezze. Ecco una sensazione che ho avvertito spesso, con estrema chiarezza, fino a pensare che questa sia la ragione per cui composizioni puramente strumentali mi sono riuscite meglio di quelle vocali.

[…] Non creda a coloro che cercano di convincerla che il processo della creazione musicale non è altro che arido lavoro d’intelletto. Può colpire e commuovere unicamente quella musica che è stata colta nel profondo di un’anima d’artista, toccata dall’illuminazione. Senza dubbio, perfino i più grandi geni musicali hanno creato talora senza ispirazione. L’illuminazione è un’ospite che non compare al primo appello e tuttavia è necessario continuare a lavorare. Un vero artista non può restare con la mano in mano col pretesto che non si sente ben disposto. Se si volesse attendere la disposizione favorevole e non si facesse il tentativo di vincersi, si sarebbe sommersi dal/a pigrizia e dall’apatia …
[…] Mi stimo felice di non aver seguito l’esempio di molti compositori russi che non hanno né fiducia in se stessi né costanza, e che, alla minima difficoltà, sono pronti a cedere e a darsi per vinti.
È questa la ragione per cui, nonostante il grande ingegno, producono così poco e restano impantanati nel dilettantismo. […] Solo una musica concepita come rivelazione dell’anima, solo una musica scaturita dal tormento dell’ artista può toccare gli esseri umani».

Petr Ilic Cajkovskij, Lettera a Nadjeshda Filarestovna, 6 marzo. 1878

«Quando per la prima volta mi trovai di fronte a Tolstoj, provai un incredibile senso di panico. Mi sembrava che a questo grande conoscitore di cuori bastasse gettare uno sguardo su di me per penetrare fino ai più reconditi meandri della mia anima. Al suo occhio, credevo, non poteva rimanere celata neppur la più piccola debolezza della mia indole, per modo che risultava inutile cercar di mostrarglisi soltanto dal lato migliore. In realtà le cose andarono in modo tutto diverso. Il sommo fra tutti i conoscitori d’uomini, si rivelò un essere molto semplice, molto affabile, al quale non importava assolutamente nulla di mettere in evidenza davanti a chicchessia quell’onniscienza che tanto paventavo … evidentemente non vedeva in me un oggetto delle sue indagini, ma voleva unicamente discorrere un poco di musica con me. […] Tolstoj mi aprì gli occhi su molte cose. Mi convinse che chi non crea per intimo impulso, ma mira all’effetto calcolato con l’intenzione di piacere al pubblico, non è artista autentico».

 

Petr Ilic Cajkovskij, Diari, 1876-1877.

 

 

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Robert Schumann (1810-1856) – Consigli ai giovani musicisti: «Suonate sempre con l’anima. Fate del “Clavicembalo ben temperato” di Bach il vostro pane quotidiano. Le leggi della morale sono anche le leggi dell’arte. Nulla di grande si può compiere senza entusiasmo. Non si è mai finito di imparare …».

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L’ Album per la gioventù (titolo originale tedesco: Album für die Jugend), op. 68, è una raccolta di brani musicali semplici composti da Robert Schumann nel 1848 per le sue tre figlie. Questo album è composto da 43 pezzi facili divisi tra “per i più piccoli” e “per i più grandi“. Egli, a proposito di questi pezzi, scriveva così a Clara, sua moglie: «Queste cose che ti stupiranno, cose folli e qualche volta solenni, scritte ridendo e piangendo».

Sul frontespizio dell’Album Schumann scrive i suoi consigli ai giovani musicisti:

«Suonate sempre con l’anima».
«Fate del Clavicembalo ben temperato di Bach il vostro pane quotidiano».
«Le leggi della morale sono anche le leggi dell’arte».
«Nulla di grande si può compiere senza entusiasmo».
«Non si è mai finito di imparare …».

 

 

Robert Schumann, Album per la gioventù op. 68, revisione di Carlo Zecchi, Curci, 1989, Milano.

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The Best of Schumann

 


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Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) – In un’opera le parole sono scritte unicamente in funzione della musica.

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Il teatro di Mozart

Il teatro di Mozart

«In un’opera la poesia deve essere assolutamente la figlia ubbidiente della musica. […] Tanto più un’opera deve piacere se l’impianto del testo è stato elaborato bene; ma le parole sono scritte unicamente in funzione della musica, senza mettere qua e là, per amore di qualche miserabile rima (le rime che, per Dio, si dica quel che si vuole, non contribuiscono affatto al valore di una rappresentazione teatrale, ma in compenso possono danneggiarla), parole o intere strofe che rovinano tutto il disegno del compositore; […] L’ideale sarebbe che si incontrassero un buon compositore, che capisce il teatro ed è egli stesso in grado di combinar qualcosa, e un bravo poeta, come dire una vera fenice».

Wolfgang Amadeus Mozart, in S. Kunze, Il teatro di Mozart, Marsilio, Venezia, 1990, p. 220.

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Il teatro di Mozart

Il teatro musicale di Mozart rappresenta nel suo insieme uno dei capitoli più straordinari ed esaltanti della storia della cultura europea: esempio massimo di creatività musicale, di senso scenico e inventiva teatrale, sintesi di una civiltà e di un’ epoca. Il libro di Stefan Kunze, massimo studioso contemporaneo del Mozart operistico, traccia una mappa definitiva di questo “Luogo sacro” della passione musicale. Il lettore può disporre di tutte le informazioni necessarie per entrare nell’universo teatrale mozartiano, di uno strumento preciso di consultazione, di una guida alla lettura e all’ascolto, di un insieme di calibrati giudizi interpretativi e di acute messe a punto critiche.


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Hans Werner Henze (1926-2012) – Le ideologie non servono alla musica. Sono anzi nemiche della creazione. Gli artisti hanno il dovere di tenere gli occhi aperti sulla loro epoca.

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«Le ideologie non servono alla musica.

Sono anzi nemiche della creazione.

Gli artisti hanno il dovere

di tenere gli occhi aperti sulla loro epoca».

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Hans Werner Henze

 

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Glen Gould (1932-82) – L’arte non diventerà un’ancella del processo scientifico, e sarà capace di esprimere come l’impulso estetico sia privo di età, cioè libero dalle obbedienze che i tempi gli dettano.

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L'ala del turbine intelligente

L’ala del turbine intelligente

«L’arte non diventerà un’ancella del processo scientifico. Prenderà in prestito i suoi mezzi tecnici ma resterà indipendente dai suoi fini. Quel tipo di comunicazione che è l’arte rimarrà come sempre indefinibile. Tenterà ancora di parlare delle cose, di fornire immagini che nessuna misurazione scientifica può verificare. Ma la suprema ironia è forse che, prendendo a prestito dal mondo scientifico ciò di cui ha bisogno, lungi dal confermare le concezioni accumulatorie dell’informazione scientifica, l’arte sarà capace di esprimere come l’impulso estetico sia privo di età; cioè libero dalle obbedienze che i tempi gli dettano, libero dall’obbedienza che abbiamo permesso alla storia di dettarci».

Glenn Gould, scritt9 fra il 15)60 e il 1964, è stato pubblicato per la prima volta in francese
in G. Gou/d, « Ecrits», a cura di Bruno Monsaingeon, voI. II. «Contrepoint à la ligne», Fayard, Paris 1985, pp. 287-300. L’originale inglese, «Forgery and Imitation in the Creative
Process», è stato pubblicato, su iniziativa di Jean-Jacques Nattiez, in «Glenn Gou/d», II (195)6), n. I , pp . 4-9.

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No, non sono un eccentrico

 

 


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Nicola Capogreco – L’arte ci parla di ciò che è stato, di ciò che avrebbe potuto essere, ma anche di ciò che potrebbe essere per la soggettività umana.

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«L’arte non è un’esperienza della trascendenza, ma non è neanche un libero gioco della fantasia. Più esattamente, l’arte ci parla di ciò che manca […] di ciò che l’uomo ha “innescato” nella storia, ma che lì ha dimenticato o non ha saputo completare […]. L’arte ci parla di ciò che è stato, di ciò che avrebbe potuto essere, ma anche di ciò che potrebbe essere per la soggettività umana».

N. Capogreco, Simbolo, mito e memoria nella comunicazione musicale, Tesi di laurea, Università di Bologna [1990, p. 5r].

 

Cfr., anche, Arte e razionalità nella “nuova musica” di Amold Schonberg, in M. Bristiger, N. Capogreco e G. Reda (a cura di), Il pensiero musicale degli anni Venti e Trenta (Atti del Convegno di Arcavacata di Rende, 1-4 aprile 1993), Centro editoriale librario, Università degli studi della Calabria, Rende, 1996, pp. 183-93.

 


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Sigmund Freud (1856-1939) – Per la musica sono quasi incapace di godimento. Una disposizione razionalistica o forse analitica si oppone in me a ch’io mi lasci commuovere senza sapere perché e da cosa.

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«Siamo assolutamente pronti a riconoscere che un “sentimento oceanico esiste in molte persone, e propendiamo a ricondurlo a una prima fase del sentimento dell’Io».

 S. Freud, Disagio della civiltà [1929, trad.it. in Opere , vol. X, p. 564].
«Intendo dire questo: se si eseguono un paio di battute e qualcuno, come avviene nel Don Giovanni, dice “E’ dalle Nozze di Figaro di Mozart”, tutt’in una volta fluttuano in me ricordi, dei quali però, un attimo dopo, niente di isolato può giungere alla coscienza. La frase significativa serve da punto di irruzione, a partire dal quale viene posto contemporaneamente in eccitazione tutto un complesso. Potrebbe non succedere diversamente nel pensiero inconscio».
S. Freud, L’interpretazione dei sogni, 1900. Trad.it. in Opere, vol. III, p. 455.
«Premetto che in fatto d’arte non sono un intenditore, ma un profano. Ho notato spesso che il contenuto di un’opera d’arte esercita su di me un’attrazione più forte che non le sue qualità formali e tecniche, alle quali invece l’artista attribuisce un valore primario. Per molte manifestazioni e per più d’un effetto che l’arte produce mi manca invero l’esatta comprensione […].
Le opere d’arte esercitano tuttavia una forte influenza su di me, specialmente la letteratura e le arti plastiche su di me, più raramente la pittura. Sono stato indotto perciò a indugiare a lungo di fronte ad esse quando mi se ne è presentato l’occasione, con l’intento di capirle a modo mio, cioè di rendermi conto per qual via producano i loro effetti. Nel caso in cui ciò non mi riesce, come per esempio per la musica, sono quasi incapace di godimento. Una disposizione razionalistica o forse analitica si oppone in me a ch’io mi lasci commuovere senza sapere perché e da cosa.
La mia attenzione è caduta così sul fatto, apparentemente paradossale, che proprio alcune delle creazioni artistiche più meravigliose e travolgenti sono rimaste oscure alla nostra comprensione. Le ammiriamo, ci sentiamo sopraffatti dalla loro grandezza, ma non s appiamo dire che cosa rappresentano». [1913]

Sigmund Freud, Der Moses des Michelangelo, in Gesammelte Schriften, voI. X, Internationaler psychoanalytischer Verlag, Leipzig 1924, pp. 257-86 (trad . it. Il Mosé di Michelangelo, in Id., Opere complete, Bollati Boringhieri, Torino 1975, voi. VII, p. 299).


Angelo Villa, Pink Freud. Psicoanalis della cansone d'autore da Bob Dylan a Van De sfroos, Mimesis

Angelo Villa, Pink Freud. Psicoanalis della cansone d’autore da Bob Dylan a Van De sfroos, Mimesis


Gabriele Scaramuzza, Hegel e la musica


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François Hartog – Col canto e con l’arco Ulisse ritrova la propria identità, la coincidenza di sé con se stesso, trasformandosi, per una volta, in aedo davanti al popolo dei Feaci.

François Hartog
Memoria di Ulisse

Memoria di Ulisse

 

Omero Racconta:

«Quando ebbe alzato e osservato in ogni sua parte il grande arco, come un uomo esperto di cetra e di canto, che senza sforzo tende la corda intorno al bischero nuovo, attaccando ai due estremi il budello ritorto di pecora, così, senza sforzo, Odisseo tese il grande arco. Prese e saggiò con la destra la corda: essa cantò pienamente, con voce simile a rondine»

 (Odissea, XXI, 405-411).

Presso i Feaci, «uomini dei limiti», che beneficiano del particolare status di essere vicini agli dèi e di aver conservato alcuni tratti dell’età dell’oro, ma di essere al tempo stesso mortali tra i mortali, Odisseo, rifiutandosi di gareggiare nel tiro con l’arco, spiegava ad Alcinoo:

«Con gli uomini del tempo passato non voglio contendere, o con Eracle o con Eurito di Ecalia, i quali sfidavano anche gli immortali nell’arco. Perciò il grande Eurito morì presto e non arrivò alla vecchiaia nelle case: lo uccise Apollo adirato perché lo sfidava a tirare con l’arco» (Odissea , VIII, 223-28).

Odisseo conosceva bene quell’arco, perché egli stesso, partito per Troia, lo aveva fatto custodire nella stanza più remota, l’ultima, del palazzo di Itaca: vi teneva i tesori del re, bronzo, oro e ferro lavorato con molta fatica; v’erano l’arco flessibile e la faretra portasaette con molte frecce funeste: glieli donò un suo ospite che lo incontrò a Lacedemone, Ifito figlio di Eurito, simile agli immortali (Odissea, XXI, 9-14).

Nella società degli «ultimi» uomini»,

«che ignorano la violenza e la guerra, dove non esistono né eroi né kleos e dove, secondo Alcinoo, la morte di tanti guerrieri davanti a Troia è stata mandata dagli dèi agli uomini solo per fornire argomenti ai canti degli uomini che verranno […] Odisseo prova la dolorosa esperienza della non-coincidenza di sé con se stesso, […] l’esperienza dell’alterità radicale, rimettendo in discussione le frontiere, e attraverso la confusione delle categorie che separano gli uomini, le bestie, gli dèi»

François Hartog, Memoria di Ulisse. Racconti sulla frontiera nell’antica Grecia, trad. di Antonia Tadini, Einaudi.

 

Lodato Demodoco «al di sopra di tutti i mortali: o ti ha istruito la Musa, figlia di Zeus, o Apollo» (Odissea, VIII, 487-88), e avendogli chiesto di cantare il progetto del cavallo di legno ch’egli stesso aveva portato sull’acropoli di Troia, Odisseo piange nella sala delle danze e dei canti che procurano gioia, all’ascolto delle proprie imprese celebrate alla terza persona, e ritrova la propria identità, la coincidenza di sé con se stesso, solo trasformandosi, per una volta, in aedo della propria gloria, lodato a sua volta da Alcinoo: «Hai esposto con arte, come un aedo, il racconto, le tristi sventure di tutti gli Argivi e le tue» (Odissea, XI, 368-69). Il racconto o il canto svolgono la medesima funzione dell’arco: giunto a Itaca, per mezzo dell’arco di Eurito, di Ifito e infine suo, Odisseo ritrova la propria identità e la manifesta anche a tutti altri.

Risvolto di copertina

Al principio c’è Ulisse, l’uomo-frontiera, colui che ha visto tutto fino ai confini dei confini, il viaggiatore errante fra cultura e barbarie, fra i mondi degli dèi, degli animali e degli uomini. Ma altri poi lo seguono, forti del suo esempio, viaggiatori veri o fittizi, che ci conducono in Grecia, a Roma, in parti lontane del mondo. Tuttavia nessuno di loro sembra interessarsi veramente alle “saggezze straniere” considerate nel loro proprio contesto, nella loro vera essenza, nella lingua che le esprime. Il loro viaggio è sempre sulla falsariga di quello dell’Odissea. Un ritorno all’isola natia, un compiacimento del Medesimo, in fondo un disconoscimento dell’Altro. Compiacersi, ritornare, Hartog legge cosí l’avventura di Ulisse, che testimonia in una sola volta l’aprirsi e il richiudersi della civiltà greca. Eppure viaggio dopo viaggio, racconto dopo racconto, i Greci si interrogano sulla propria identità. Raccontando l’altro, facendogli visita, scoprendo il sapere egizio o assistendo al trionfo di Roma, i Greci si confermano o dubitano di sé, pur restando i padroni del gioco. Ambasciatori di certezze, ma anche propagatori di dubbi, questi viaggiatori rappresentano l’inquietudine di una identità oscillante e condividono la ricerca di una piú profonda conoscenza di sé attraverso l’interminabile confronto con l’altro e gli altri.

«In queste pagine si parlerà di antropologia e di storia della Grecia antica, o meglio di una storia culturale di lunga durata, che prende come punti di riferimento ed elegge a guide alcune figure di “viaggiatori”. Cominciando dal primo e piú famoso: Ulisse, l’eroe che “a lungo errò [¿] di molti uomini le città vide e conobbe la mente”. Altri lo seguiranno, richiamandosi a lui, viaggiatori veri o fittizi, portandoci in Egitto, nel cuore della Grecia, a Roma, o in giro per il mondo. Ulisse è colui che ha visto, che sa perché ha visto, e ci indica immediatamente un rapporto con il mondo che è al centro della civiltà greca: il privilegio dell’occhio come modo della conoscenza. Vedere, il vedere in se stesso, e sapere, sono “tutt’uno”. “Infatti noi preferiamo, per cosí dire, la vista a tutte le altre sensazioni, dice Aristotele. “E il motivo sta nel fatto che questa sensazione, piú di ogni altra, ci fa acquistare conoscenza e ci presenta con immediatezza una molteplicità di differenze”».

François Hartog


Immagine in evicenza: Ulisse alla corte di Alcinoo è un dipinto a olio su tela (350×580 cm) del pittore italiano Francesco Hayez, realizzato tra il 1814 e il 1816 e conservato al museo nazionale di Capodimonte, a Napoli.


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