Salvatore Antonio Bravo – L’epoca del PILinguaggio. Il depotenziamento del linguaggio è attuato dalla globalizzazione capitalistica, nel suo allontanamento dalla persona e dalla comunità.

Bravo Salvatore 04

271 ISBN

L’epoca del PILinguaggio

indicepresentazioneautoresintesi

Salvatore Antonio Bravo, L’epoca del PILinguaggio.

ISBN 978-88-7588-191-7, 2017, pp. 96, formato 130×200 mm., Euro 12 – Collana “Divergenze” [59]. In copertina: Kumi Yamashita, Light and Shadow.

Il depotenziamento del linguaggio è attuato dalla globalizzazione capitalistica, nel suo allontanamento dalla persona e dalla comunità. L’epoca attuale destina ricchezza materiale ai pochi e povertà linguistica ai molti: povertà lessicale, manomissione dei significati delle parole, riduzione della parola a funzione calcolante, aggressione culturale imperialistica alle lingue nazionali. La povertà lessicale non è semplicemente una forma di regressione culturale legittimata dalla cultura del fare, della didattica breve, del problem solving, ma trova la sua ragion d’essere nel liberismo globale, per il quale ogni riflessione eccedente i bisogni dell’economia è già un limite per le logiche mercantili. La lingua deve tracciare il suo senso nella sola produttività, nell’immediatezza della sua spendibilità, dev’essere funzione dell’illimitatezza della valorizzazione. Ogni linguaggio non immediatamente spendibile è stigmatizzato come inutile. Diviene così funzione, calcolo per previsioni consumistiche, diventa la pietra di confine conficcata nella terra dei consumi oltre la quale vi è il nulla. Novello Crono, il capitale divora – con i figli – le parole, al fine di colonizzare ogni comunità e renderle atomizzate e dominabili. La comunità politica è sostituita dal modello azienda, ed ha il suo centro nella competizione.

La neolingua si struttura nell’atomizzazione dei pensieri, delle frasi, che si articolano in modo da perdersi nell’emozione dell’immediato della compravendita delle pseudo relazioni virtuali. Il nichilismo di massa è alimentato e vive attraverso l’incompetenza linguistica che derealizza la realtà in monconi fonetici. Il riduzionismo politico filosofico si sostanzializza attraverso un linguaggio la cui articolazione logica arretra per lasciare spazio unicamente alla naturalizzazione del solo presente.



Salvatore Antonio Bravo

Potere e alienazione in Foucault

238 ISBN

indicepresentazioneautoresintesi

Gli scritti di Foucault testimoniano un’attenzione rara alla vita che scorre ai margini: folli, mendicanti, prostitute, omosessuali, oziosi popolano molti dei suoi saggi, in particolare Storia della follia e Sorvegliare e punire.

Vi è uno spostamento della prospettiva attraverso cui leggere il potere; tradizionalmente il potere risiede in una figura (ad es. il sovrano), una classe, un’istituzione. L’analisi tradizionale del potere individua il soggetto attivo depositario del potere, si pensi al Principe di Macchiavelli, ed un soggetto che ne subisce l’azione: il suddito.

Il potere è studiato mediante la ‘posizione della rana’, affermazione del filosofo. Il potere è analizzato da Foucault nel suo costituirsi, non dal vertice ma dalle forze interagenti dal basso il cui effetto è il potere.

 


Salvatore Antonio Bravo

Foucault e la razionalità debole

 

250 ISBN

indicepresentazioneautoresintesi

 

Il modello di razionalità è parte integrante della prassi di una comunità, la riflessione su di esso è necessaria per un’operazione “archeologica” di consapevolezza, ovvero le strutture cognitive sono segnate nella lingua come nei modelli di comprensione. La pastorale dell’incontro, tanto in voga riesce solo parzialmente a portare nuova vita nell’atto del pensare, tale operazione dev’essere completata con un’analisi-riflessione dei fondamenti del pensiero. L’interrogativo a cui dovremmo rispondere è il perché tanto sapere critico abbia prodotto risultati tanto parziali, finanche a volte reazionari.


 

 

Salvatore Antonio Bravo

L’ultimo uomo

 

257 ISBN

indicepresentazioneautoresintesi

 

L’opera di Nietzsche è spesso associata al superuomo dannunziano o all’oltreuomo di Vattimo, letture che rischiano d’essere limitate e strumentali. Col presente saggio si vuole riattualizzare una figura lasciata di sfondo e che poco è stata evocata nella storia della filosofia: l’ultimo uomo. La produzione filosofica su Nietzsche è stata sterminata, ma titoli che trattino specificatamente dell’uomo più inquietante sono pressochè assenti.

La consapevolezza dell’importanza dell’ultimo uomo per decodificare un pensatore così complesso è stata rilevata da Costanzo Preve, che ha spostato l’asse interpretativo dell’opera nietzscheana dal superuomo all’ultimo uomo. Nella letteratura come nella filosofia il superuomo ha trovato una facile spendibilità ed accoglienza in un secolo segnato da un autentico delirio di grandezza imperialistico e genetico.  Ne è conseguito il dibattito sull’identità del superuomo ed il suo successo mediatico è stato rafforzato dal facile accostamento al nazionalsocialismo ed ai fascismi in generale.

Inoltre l’operazione per ‘ritrovare’ il Nietzsche autentico è stata complessa (vedasi traduzione e la ricostruzione filologica di Colli e Montinari); pertanto, nel tentativo di dare autenticità interpretativa al superuomo, notevole ne è stata la fama ed il successo che ne è conseguito. Quest’operazione ha comportato un ridimensionamento di molti e più interessanti aspetti del filosofo.

L’ultimo uomo, come rileva Costanzo Preve, con la sua forza simbolica critica e dirompente verso il sistema ne è una testimonianza.

Si è cercato quindi di focalizzare l’azione di ricerca su questa figura inquietante al fine di coglierne la validità interpretativa rispetto all’attualità. L’ultimo uomo ci proietta nella mediocre quotidianità dell’integralismo capitalistico esprimibile con le parole di Musil («il vuoto dinamismo dei giorni»). Il vuoto produttivo e calcolante è la forma e la sostanza dell’ultimo uomo. La sostanza che per sua natura è pienezza ontologica si alligna nel vuoto del nichilismo disperato e ripetitivo.


Salvatore Antonio Bravo – Una morale per M. Foucault?
Salvatore Bravo – Aldo Capitini e la omnicrazia. L’apertura è sentire la compresenza dell’altro, sentire la propria vita fluire nell’altro, lasciarlo essere, amarlo per quello che è, liberarlo dalla paura del potere, della mercificazione.
Salvatore Bravo – L’abitudine alla mera sopravvivenza diviene abitudine a subire. Ma possiamo scoprire, con il pensiero filosofico, che “oltre”, defatalizzando l’esistente, c’è la buona vita.
Salvatore Bravo – La filosofia è nella domanda di chi ha deciso di guardare il dolore del mondo. Responsabilità della filosofia è il riposizionarsi epistemico per mostrare la realtà della caverna e rimettere in azione la storia.

 

 


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Giacomo Pezzano – «Koinè»: Il vero punto filosofico da scavare è che cosa si voglia intendere con “progettualità”

Giacomo Pezzano

Koinè


Una rivista ha bisogno di tempo per nascere e per crescere. Ha bisogno soprattutto di un particolare complesso di elementi spirituali, culturali, sociali nel cui seno l’idea stessa possa germinare e trovare alimento per il suo sviluppo.


Koinè, Periodico culturale, Anno XXIII, NN° 1-4, Gennaio-Dicembre 2016, Reg. Trib. di Pistoia n° 2/93 del 16/2/93. Direttore responsabile: Carmine Fiorillo.

Direttori: Luca GrecchiDiego Fusaro

 

Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo,
che dunque vogliano pure pensare da sé.

Karl Marx

Giacomo Pezzano

Il vero punto filosofico da scavare è
che cosa si voglia intendere con “progettualità”

 

«Provo allora ad andare avanti rispondendo a Luca, che intanto ringrazio per aver letto ciò che ho scritto, cosa mai scontata. Parto dal suo 3), che poi è anche collegato a un punto di 1). Davvero la conditio sine qua non è costruire un macroedificio? Come ho già detto, credo che spetti a chi sostiene che ciò possa o vada fatto di “tenere botta”. Soprattutto perché Luca ha un modo di intendere il macroedificio che è peculiare, quindi il macroedificio che io a oggi posso avere in mente (posto che sarò in grado di farlo o ne avrò la possibilità) potrebbe già essere non un macroedificio nella sua prospettiva.
E vado allora direttamente a 1). Ci si scontra proprio con il cuore della faccenda: si può avere uno stesso fine? E che cosa significa? Dubito anche io che i filosofi in quanto filosofi possano condividere un problema e un fine. Infatti è per questo che sono molto recalcitrante a entrare filosoficamente (sottolineo) in un tema come quello della progettualità, perché è già impostato a partire da una specifica cornice concettuale (quella di Luca, in questo caso), e come prima cosa richiederebbe proprio di discutere la progettualità stessa. Perché è proprio il perno (Costanzo avrebbe detto l’intuizione olistica di fondo) di tutto il discorso di Luca, ciò che Luca non spiega mai perché è proprio ciò che lo spinge a pensare.
Ma io è proprio quel perno lì che trovo non convincente, o perlomeno non accettabile senza essere tematizzato. E so bene che non è un lavoro che Luca può fare, perché un filosofo dice quel che dice, non può anche spiegare perché lo dice, cosa che in genere fa un altro filosofo di lui dopo di lui. Il che – sia chiaro – è proprio un modo per prendere filosoficamente Luca sul serio, riconoscendogli la specificità di un problema posto e affrontato.
In realtà credo che quanto ho appena scritto è troppo condensato per risultare davvero chiaro. E potrebbe sembrare un modo per dire “inutile avendo un problema diverso dire qualcosa su un altro problema”, ossia sulle specifiche posizioni di Luca. E potrebbe essere – ripeto – tacciato di essere un semplice “trucco ideologico”, tanto che Luca appunto dice che io sono protagonista di un’antipatia ermeneutica di origine storico-sociale. A dire: tu sei solo un figlio inconsapevole del tuo tempo.
Passo allora a 2), che è appunto l’ingresso più diretto in ciò che dice Luca.
…» [… Leggi tutto il saggio aprendo il PDF qui sotto]

Giacomo Pezzano

Giacomo Pezzano,
Il vero punto filosofico da scavare è
che cosa si voglia intendere con “progettualità”



Gli altri interventi
Luca Grecchi, Sulla progettualità
Alessandro Monchietto,
Quale progettualità? A partire da alcune considerazioni di Luca Grecchi
Claudio Lucchini – La progettualità comunista tra utopia concreta e necessità di funzionamento quotidiano.
Antonio Fiocco, Difendere in tutti i modi la progettualità.
Alessandro Pallassini – Note marginali per la progettazione di un comunismo della finitezza a partire da Spinoza.
Luca Grecchi – Perché la progettualità?
Claudio Lucchini – Annotazioni sulla progettabilità del bene etico-sociale e sulla determinatezza materiale-naturale dell’uomo
Giacomo Pezzano / Luca Grecchi – «Commenti» [Commento all’articolo di Luca Grecchi, Sulla progettualità – Commento all’articolo di Luca Grecchi, Perché la progettualità?]
Luca Grecchi – «Commenti» [Nel merito dei commenti di Giacomo Pezzano]
Lorenzo Dorato – «Koinè»: La progettualità come necessaria riflessione sui destini collettivi e sociali.

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Lorenzo Dorato – «Koinè»: La progettualità come necessaria riflessione sui destini collettivi e sociali.

Lorenzo Dorato

Koinè


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Lorenzo Dorato

La progettualità come necessaria riflessione
sui destini collettivi e sociali

 

«Ho letto con attenzione le pagine scritte da Luca Grecchi sul tema della progettualità come elemento necessario di una prospettiva filosofica e politica profonda. Ho poi letto a seguire la risposta di Alessandro Monchietto e la nuova replica articolata di Luca. Ho avuto anche il piacere di leggere tutti gli altri interventi e ringrazio tutti per il loro prezioso contributo. Molti interventi hanno fortemente sollecitato il mio interesse e la mia riflessione.  Reputo infatti la questione trattata della massima importanza per almeno due motivi.
In primo luogo perché la progettualità è l’assente per eccellenza nella gran parte delle visioni antagoniste oggi egemoni nell’ultraminoritario panorama delle idee e delle proposte politiche di opposizione al sistema di relazioni sociali dominante. Un vuoto che, come avrò modo di argomentare, ha comportato gravi conseguenze sulla capacità delle proposte antagoniste di ritagliarsi uno spazio sociale di esistenza.
In secondo luogo la questione trattata è decisiva perché un chiarimento sul significato, sui confini e sui contenuti della progettualità è la condizione necessaria per poter camminare insieme, in modo proficuo e sensato, su un percorso serio di ricerca e proposta filosofica e  politica non accontentandosi di condividere una pur sincera, ma generica opposizione al capitalismo.
Le righe che seguono, e che cercherò di rendere più brevi possibili compatibilmente con il fine della chiarezza e dell’esaustività, cercheranno di seguire il duplice binario aperto da Luca Grecchi  nel primo intervento in modo implicito e poi esplicitato da Alessandro e nuovamente seguito dagli altri interventi: la natura umana e la verità come premessa filosofica e la conoscibilità, i contenuti e i limiti della progettualità filosofico-politica.
Premetto subito che, per via della mia formazione non strettamente filosofica, fatico a seguire il dibattito sul terreno della ricostruzione del pensiero filosofico dei grandi autori classici. Cercherò quindi di evitare di impegalarmi nella “corretta” interpretazione del concetto di verità in Hegel o in Platone e Aristotele, e procederò, con un linguaggio meno filosofico alla radice del concetto per come lo intendo cercando di apportare anche utili esempi. Sia chiaro che questo “abbassamento” o meglio “semplificazione” del piano dialogico non vuole sottointendere una presunta inutilità del dibattito filologico o dell’ispirazione filosofica legata a sistemi di pensiero che la storia della filosofia ci insegna. È solo il mio personale modo di procedere dovuto principalmente ai limiti della mia formazione, ma anche ad una esigenza di immediatezza del confronto che sento impellente …» [… Leggi tutto il saggio aprendo il PDF qui sotto]

Lorenzo Dorato

Lorenzo Dorato,
La progettualità come necessaria riflessione sui destini collettivi e sociali

 



Gli altri interventi
Luca Grecchi, Sulla progettualità
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Quale progettualità? A partire da alcune considerazioni di Luca Grecchi
Claudio Lucchini – La progettualità comunista tra utopia concreta e necessità di funzionamento quotidiano.
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Luca Grecchi – Perché la progettualità?
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«Commenti»

 

 

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Giacomo Pezzano:

Commento all’articolo di Luca Grecchi, Sulla progettualità
19-08-2016

Sono stato sollecitato da Alessandro Monchietto a leggere il confronto sul tema della progettualità e magari a intervenire, e seppur in ritardo, eccomi.
Mi permetto di dire alcune, poche, pochissime, cose. Forse provocatorie e irritanti, ma che soprattutto cercano di andare al nucleo della questione senza preclusioni, timori o pregiudizi. Ossia: il tema al centro dello scambio Grecchi-Monchietto è quello del rapporto tra natura umana e progettazione. Quello mi interessa qui e ora…

Giacomo Pezzano:

Commento all’articolo di Luca Grecchi, Perché la progettualità?
05-09-2016

Mi permetto di ricommentare. Dicendo tre cose, di cui una è una proposta.
La prima è che IMO la funzione e la natura di un blog sono proprio quella di consentire una discussione per commenti e non la stesura di saggi più o meno autoreferenziali o più o meno articolati e argomentati. Per questo continuo a credere che un confronto anche apparentemente meno strutturato, ma più diretto e su punti più piccoli, attraverso dei commenti possa avere senso. Anche perché, alla fine, se ci pensate, progettare insieme significa proprio questo: non ciascuno il proprio macroedificio e poi si vede se e come sono vicini ecc., ma insieme pezzetto per pezzetto. Questa prima cosa è poi alla base della terza…

Luca Grecchi:

Nel merito dei commenti di Giacomo Pezzano
Caro Giacomo,
innanzitutto grazie dei tuoi interventi, che so essere fatti in spirito amichevole e dialettico. Per essere breve, come richiede lo strumento del blog (che non è proprio il mio come sai, per cui mi sa che anche stavolta “andrò lungo”…), mi limito ai soli tre punti che menzioni…

[… Leggi tutti li Commenti aprendo il PDF qui sotto]

Commenti
(G. Pezzano-L. Grecchi)

 

 



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Claudio Lucchini – Annotazioni sulla progettabilità del bene etico-sociale e sulla determinatezza materiale-naturale dell’uomo

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e sulla determinatezza materiale-naturale dell’uomo

 

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La corretta puntualizzazione ontologica degli interventi trasformativi della prassi umana diretti a realizzare modalità disalienate di vita sociale e forme di ricambio organico con l’ambiente naturale circostante rispettosi degli equilibri ecologici, sembra essere un compito assai rilevante al fine di chiarire l’essenza, le possibilità concrete, i limiti di un agire storico-sociale che voglia concepirsi ed attuarsi non come incessante tendere ad un illimitato e vuoto trascendimento del dato verso un orizzonte di libertà e giustizia mai raggiunto, ma, al contrario, come fondazione di una quotidianità funzionante radicalmente democratizzata, mediamente foriera di riconoscimenti umanizzanti e non estranianti, sebbene al di fuori di qualsiasi automatismo riproduttivo o provvidenzialismo secolarizzato.
Una tale impresa – qui molto schematicamente abbozzata in alcune sue essenziali componenti teoriche – non può in alcun modo prescindere da un’adeguata tematizzazione del rapporto che connette la dimensione sociale e la dimensione naturale del vivere umano, facendo della seconda l’ambito entro cui soltanto la prima – come del resto qualsiasi altra cosa, a patto di rifiutare soluzioni pesantemente metafisiche – può svilupparsi e vivere secondo un’indubbia specificità, che tuttavia mai, lo ribadiamo, può sospendere il nesso con la totalità materiale della natura. È ovvio che, seguendo questa impostazione, si porrà seriamente in discussione l’idea che debba essere posta una radicale discontinuità tra oggettività naturale data e oggettivazioni realizzate dal lavorio storico della prassi sociale in tutte le sue forme, cercando di mostrare in quale senso questa relazione debba venir intesa, sia rispetto alla dimensione connessa al ricambio tra società e natura, sia in relazione al modellamento pratico-politico delle forme delle relazioni sociali e personali, alla possibilità di una loro valutazione etico-sociale processualmente universalizzabile e alla delineazione collettiva di un nuovo modello di società innervato di contenuti oggettivamente e universalmente liberatori.
Uno dei testi storicamente decisivi, nell’ambito del pensiero marxista, per comprendere in qual maniera venga argomentata la sussunzione della struttura “oggettiva” dei fatti naturali nella prassi umana, in particolare nella prassi universalizzatasi con l’affermarsi del modo capitalistico di produzione, è la celebre opera di György Lukács Storia e coscienza di classe – uscita nel 1923, lo stesso anno di pubblicazione di un altro famoso libro che gli è affine, Marxismo e filosofia di Karl Korsch –, dal filosofo ungherese successivamente ripudiata nei suoi presupposti teorici, come si avrà modo di constatare accennando alla tarda, grandiosa Ontologia dell’essere sociale (pubblicata postuma nel 1976).
[… Leggi tutto l’intervento aprendo il PDF qui sotto]

 

Claudio Lucchini,
Annotazioni sulla progettabilità del bene etico-sociale e sulla determinatezza materiale-naturale dell’uomo

 

 

 



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Luca Grecchi – Perché la progettualità?

Perché la progettualità?

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Perché la progettualità?

 

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Il mio intervento Sulla progettualità, scritto di apertura di questo nuovo formato “in progress” della rivista Koinè, ha dato finora luogo, dopo circa due mesi, ad alcune reazioni poco argomentate, e ad alcune risposte argomentate. Cercherò, in questa sede, di dare conto di entrambe, convinto come sono del necessario carattere dialettico della filosofia; e convinto come sono, da sempre, che solo buone ragioni ed un atteggiamento costruttivo possono consentire ai giovani di chiarirsi le idee fuori dai desueti luoghi comuni, e di agire poi, con la propria testa, per modificare il mondo nella maniera migliore.
Comincerò facendo un passo indietro, a volte utile, come si sa, per farne poi due avanti. Il passo indietro riguarda alcune reazioni di “terrore” suscitate dalla prospettiva della progettualità (oltre che dalla idea che chi partecipa ad un dibattito, non importa se su una rivista o altrove, possa confrontarsi anche in modo serrato, per valutare se vi è o meno una convergenza verso una certa tesi). Non entro ovviamente nei casi specifici, perché è più interessante, in filosofia, il carattere generale di queste obiezioni, che incontrano peraltro oggi un consenso diffuso. L’unico modo per rispondere, come sempre, è argomentare, ed in particolare chiarire perché è necessario parlare di “progettualità”, anziché dedicarsi ai tanti temi che la filosofia offre; occupazioni “non indegne” – come direbbe Platone nella Lettera VII –, che garantiscono peraltro migliore accoglienza accademica e sociale, ma che a mio avviso non tengono conto della gravità della situazione in cui viviamo.
Ebbene: premesso che continuo anche io con i vari lavori scientifici2, per vari motivi necessari, ritengo che nella vita, in generale, sia indispensabile dare un ordine di priorità alle cose, dalle più importanti alle meno importanti. Nel mondo ci sono parecchie centinaia di milioni di persone che non dispongono di cibo, acqua, medicine; decine di milioni di bambini nel sud del mondo che conducono una vita infernale; anche in Occidente il degrado materiale cresce, ma cresce ancora di più la pochezza spirituale, l’indifferenza verso le altre persone, la conflittualità; il pianeta è inoltre progressivamente avvelenato dalla brama di profitto, da parte di un capitale incurante di ciò che accade per effetto delle proprie produzioni. Questo solo per limitarmi all’essenziale nel descrivere uno stato di cose sicuramente noto, ma spesso non conosciuto nelle sue cause (senza conoscere le quali, però, non si capisce granché). Ora: poiché questi fenomeni non erano presenti, o comunque non in queste dimensioni, nei secoli passati, in cui vigevano differenti modi di produzione, la causa più probabile di questi fenomeni mi pare essere – data anche la sua struttura di funzionamento – il modo di produzione capitalistico. Mi pare infatti che la generalizzata estensione al globo di modalità proprietarie privatistiche (in cui cioè i proprietari dei mezzi della produzione sociale privano tutti gli altri di quei mezzi e dei relativi prodotti), modalità distributive mercificate (in cui tutto è merce, ossia strumento da utilizzare, comprese la natura e le persone), e modalità sociali che pongono il denaro come supremo criterio di valore, producano proprio quello che ho qui sinteticamente descritto: diseguaglianze, ingiustizie, indifferenza, conflitti, inquinamento, alienazione.
Che fare? I filosofi, solitamente, si tengono alla larga da queste tematiche. Qualcuno se ne occupa di passaggio, come alcuni maitres à penser molto noti, i quali effettuano anche dure critiche al sistema, arrivando perfino a dire che si dovrebbe ragionare sulle alternative al capitalismo. Tuttavia, quando poi qualcuno cerca effettivamente di ragionare su queste alternative, ossia di mostrare come potrebbe essere – basandosi su una determinata concezione della natura umana: l’uomo del resto, come ogni ente, ha alcune determinate caratteristiche costitutive – un modo di produzione sociale per essere migliore, ecco che scatta l’accusa di “ideologia”, di “terrore”, di “giacobinismo”. Ora: per comprendere il motivo per cui persone intelligenti che vivono, consapevoli, in un modo di produzione massimamente distruttivo e pianificatore come quello capitalistico – che pianifica perfino i singoli movimenti dei lavoratori nella produzione, le reazioni psicologiche delle masse ai messaggi consumistici, addirittura le probabilità di subire conseguenze penali in tempi limitati producendo beni dannosi per la salute pubblica – sono “terrorizzate” di fronte alla proposta di delineare un differente modo di produzione, occorre appunto entrare nella psicologia collettiva del modo di produzione stesso, che produce in massa strutture della personalità ad esso funzionali. Faccio però notare che, più che il “terrore” verso un evento improbabile e comunque molto in là dal venire, mi sembra che queste persone esplicitino, con le loro parole, una mal celata repulsione verso chi fa filosofia come la faceva Platone nella Repubblica, o Aristotele nella Politica quando parlava dello «Stato ideale»: verso coloro, insomma, che fanno filosofia occupandosi in primis dei problemi più importanti; ed occupandosene per cercare di risolverli. In questo modo, infatti, costoro vedono chiaramente sminuito il loro modo consueto di approcciarsi alla filosofia (che è in alcuni casi accademico-iperspecialistico, ed in altri casi ludico-passatempistico): questo, non altro, produce in loro ostilità. Purtroppo, anziché reagire interrogandosi – atteggiamento propriamente filosofico –, costoro reagiscono arrabbiandosi, un po’ come i bambini piccoli si arrabbiano coi genitori quando questi gli dicono che è finita l’ora di giocare, ed occorre andare a fare il bagnetto. Ovviamente, scrivo queste cose non per fare arrabbiare ulteriormente queste persone, ma solo per farle riflettere, anche se probabilmente otterrò l’effetto opposto.
Per quanto mi riguarda – dato che significativamente le reazioni più stizzite si sono indirizzate verso il mio scritto: dirò poi perché –, penso di avere mostrato, in molti libri ed in università, che mi occupo di progettualità perché lo ritengo necessario, specie nella attuale situazione. Dopo infatti avere identificato nelle strutture costitutive dell’attuale modo di produzione sociale la causa prima della maggior parte della infelicità del nostro tempo, non posso ritenere sufficiente occuparmi di temi filosofici marginali o “di attualità”; anche quando me ne occupo peraltro, come negli articoli su quotidiani on line e riviste, lo faccio sempre, come sa chi mi legge, solo per mettere qualche semino affinché altri dopo di me riescano poi a cambiare il mondo per il meglio.  È una questione di responsabilità e di priorità. Come sa chi ha un bambino piccolo – torno su questa metafora a me particolarmente cara –, è interessante valutare di quale colore dipingere le pareti della sua cameretta, o con quali ninnenanne farlo addormentare, ma la priorità è che il bambino sia nutrito, accudito ed amato. Ecco: chi non si occupa delle cause prime per cui centinaia di milioni di persone vivono ogni giorno in maniera miserevole, a mio avviso non dà le giuste priorità alle cose, e pertanto non è responsabile, nel senso che non ha di che rispondere ai gravi problemi che distruggono l’esistenza di molti suoi simili. Detto questo, come ovvio, ciascuno può occuparsi di ciò che desidera; tuttavia, per rispetto, eviti di screditare chi si occupa di temi importanti tirando fuori la solfa desueta del “totalitarismo”, che non si può davvero più sentire. Se qualcuno vuole teorizzare che la progettualità conduce inevitabilmente al totalitarismo, strutturi sul piano teoretico i nessi di questo legame; prenda però anche sul serio le conseguenze di ciò che afferma, ossia che è meglio accettare “a prescindere” il modo di produzione in cui si vive anziché progettare, e soprattutto non si dimentichi di argomentare per quale motivo non sarebbe totalitario il capitalismo, che pure pianifica ogni cosa per il massimo profitto incurante dell’uomo e della natura. La richiesta di argomentazione teoretica non è uno strumento di tortura, ma il solo modo accettabile, da sempre, di fare filosofia.
Detto questo passo alle cose più importanti, ossia appunto ai contenuti teoretici. Il mio testo è stato infatti seguito da un saggio di Alessandro Monchietto, su cui tornerò lungamente, e da due saggi, uno di Claudio Lucchini e l’altro di Alessandro Pallassini, su cui invece non mi soffermerò molto. Non mi ci soffermerò in quanto il saggio di Lucchini ripropone, ottimamente, le tesi di Marx (oltre che di alcuni altri autori) sulla progettualità, argomentando in sostanza la necessità di proseguire il discorso da me iniziato, e rendendolo anzi più concreto; il saggio di Pallassini fa la stessa cosa prendendo come riferimento Spinoza. Anche il più breve testo di Antonio Fiocco si pone chiaramente in continuità con le tesi da me avanzate. Il saggio di Alessandro Monchietto, invece, avanza diverse interessanti critiche al discorso progettuale che ho tentato di svolgere, per cui ritengo doveroso analizzarlo. [… Leggi tutto l’intervento aprendo il PDF qui sotto]

 

Luca Grecchi,
Perché la progettualità

 

 

 



Gli altri interventi

Luca Grecchi, Sulla progettualità
Alessandro Monchietto,
Quale progettualità? A partire da alcune considerazioni di Luca Grecchi
Claudio Lucchini – La progettualità comunista tra utopia concreta e necessità di funzionamento quotidiano.
Antonio Fiocco, Difendere in tutti i modi la progettualità.
Alessandro Pallassini – Note marginali per la progettazione di un comunismo della finitezza a partire da Spinoza.

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Alessandro Pallassini – Note marginali per la progettazione di un comunismo della finitezza a partire da Spinoza.

Quale progettualità?

Una rivista ha bisogno di tempo per nascere e per crescere. Ha bisogno soprattutto di un particolare complesso di elementi spirituali, culturali, sociali nel cui seno l’idea stessa possa germinare e trovare alimento per il suo sviluppo.


Koinè, Periodico culturale, Anno XXIII, NN° 1-4, Gennaio-Dicembre 2016, Reg. Trib. di Pistoia n° 2/93 del 16/2/93. Direttore responsabile: Carmine Fiorillo.

Direttori: Luca GrecchiDiego Fusaro

 

Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo,
che dunque vogliano pure pensare da sé.

Karl Marx

 

Alessandro Pallassini

Note marginali
per la progettazione di un comunismo della finitezza
a partire da Spinoza

***

Ordo et connexio rerum
idem est ac
ordo et connexio idearum

 

Ringrazio Luca Grecchi e Carmine Fiorillo che mi hanno dato la possibilità di intervenire su un tema su cui li seguo da tempo e che mi interessa molto. Debbo precisare, però, che essendo un neofita della rivista – per quanto ne conosca alcuni pregevoli numeri – e dei suoi dibattiti interni cercherò di argomentare alcune tesi che non so quanto possano essere strettamente coeve al dibattito che si sta sviluppando, ma che tuttavia credo possano ricoprire un certo interesse per lo stesso. Sebbene l’analisi parta da lontano ed abbia un taglio incentrato principalmente, soprattutto nella prima parte, sulla filosofia di Spinoza, crediamo tuttavia che questa scelta non solo non sia in contrasto con la tematica proposta dalla rivista, bensì costituisca una modalità di approccio che, esplicitando i propri fondamenti filosofici, contribuisca al dibattito circa la natura umana e la pianificazione, che nel nostro caso chiamiamo programmazione e tendiamo a declinare secondo due direttrici, ovvero, anticipando quanto andremo a dire nei paragrafi successivi, come programmazione attuale e come possibile programmazione\progettazione futura.
Mi concentrerò su quello che, riprendendo le analisi di A. Tosel, chiamo comunismo della finitezza, ovvero su una prospettiva di programmazione sociale che tenga insieme una base ontologica fondata sul riconoscimento della finitezza umana, una base etica che faccia sistema con l’ontologia e una sfera politica che funga da dispositivo immanente per la progettualità umana, declinata secondo la sua dimensione alienata – propria dell’attuale fase storica – e secondo una prospettiva di liberazione per il futuro e conforme a natura\concetto umano.
Tuttavia, parlare dei temi che vengono proposti è particolarmente difficile e come tutte le imprese che riguardano l’intero e non una sua singola parte portano con sé il rischio che ci si perda nell’argomentazione. Proprio per questo motivo, cercherò di trattare il tema per progressive camere di compensazione, argomentando dal più generale al più particolare e tornando nel finale sulla prospettiva futura.
Affronterò, pertanto, la discussione di sguìncio, proponendo alcuni temi di ordine essenzialmente spinoziano circa la condizione ontologica degli esseri umani, il rapporto tra ontologia, etica e politica, la programmazione sociale – declinata sia come dispositivo pedagogico oppressivo, sia come progettualità futura – e l’idea di comunismo della finitezza ed infine alcune note tra il presente ed il futuro a mo’ di conclusione estremamente provvisoria.
Nello specifico, il primo paragrafo è dedicato al concetto di produttività anonima della Sostanza e di naturalità umana, mentre il secondo paragrafo, seguendo la medesima linea, cercherà di concentrarsi sul rapporto tra finitezza umana e Sostanza\Natura, sull’idea di natura umana e su quella di etica come modalità non scissa dall’ontologia e dalla politica.
I paragrafi tre e quattro, in qualche forma, propongono una fenomenizzazione – non una fenomenologia – delle strutture portanti della società e dei suoi dispositivi.
Infine, l’ultimo paragrafo riprenderà, in forma ontologica, una prospettiva comunista, declinandola secondo quello che, a partire dalle analisi di A. Tosel, chiamiamo comunismo della finitezza. Le conclusioni tireranno le fila di questo processo, nella prospettiva di una progettazione futura. [… Leggi tutto nel PDF allegato]

Alessandro Pallassini,

Note marginali per la progettazione
di un comunismo della finitezza
a partire da Spinoza

 



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Luca Grecchi, Sulla progettualità
Alessandro Monchietto,
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Antonio Fiocco

Difendere in tutti i modi la progettualità

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Volendo rendere manifesta – senza equivoci e fin dal principio – la mia posizione, affermo di essere a favore di un deciso primato della progettualità sulla pratica immediata, o, estendendo il tema, della teoria sulla prassi. Questo, sia per ragioni filosofiche, che si riassumono nell’articolo di Luca Grecchi Il primato della teoria sulla prassi: una riflessione per la politica (24 giugno 2015) e apparso in rete, sia per l’evidenza dell’attuale strapotere capitalistico, che occupa con protervia l’intero spazio sociale e che, quanto a rapporti di forza, non ammette più concessioni ai suoi schiavi salariati e/o stipendiati.

Se proprio vogliamo parlare di prassi concreta, ebbene ci troviamo nella stessa tragica situazione di uno Spartaco con il destino di doversi ribellare allo schiavismo proprio nel momento di massima fioritura storica del modo di produzione schiavistico, e dunque senza prospettive immediate (ma … il suo esempio rifulge da tanti secoli).

Si può anche dire, con Max Horkheimer, usando l’espressione di Massimo Bontempelli nel suo primo manuale di filosofia (Il senso dell’essere nelle culture occidentali), a proposito delle ragioni della nascita della scuola di Francoforte, che «il compito di una teoria critica è in un certo senso surrogatorio della prassi politica rivoluzionaria, in quanto consiste nel tener vivi entro lo spazio della speculazione filosofica, nel corso di un’epoca storica di durata imprecisata, quegli ideali marxisti di integrale liberazione dell’uomo che non risultano in tale epoca politicamente agibili». Non si poteva dire meglio e certo – mutatis mutandis – la situazione europea dei terribili anni Trenta del Novecento ha attinenza, quanto a totalitarismo, con l’epoca che stiamo attualmente subendo. [… Leggi tutto nel PDF allegato]

 

Antonio Fiocco,
Difendere in tutti i modi la progettualità


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Claudio Lucchini

La progettualità comunista tra utopia concreta
e necessità di funzionamento quotidiano

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Sia pur in termini generali e sganciata da un’illustrazione particolareggiata di come dovrebbe articolarsi il funzionamento quotidiano di una società comunista, la prefigurazione concretamente utopica, cioè realmente attuabile sulla base di determinate condizioni sociali complessive, di modi di vita e di lavoro trascendenti l’orizzonte storico delle estraniazioni classiste e capitalistiche, è parte integrante ineludibile del pensiero marx-engelsiano, che perderebbe anzi, senza di essa, una propria decisiva componente.
Non è certo un caso che, dopo aver minuziosamente citato il celebre brano marxiano dei Grundrisse relativo alle fondamentali forme storiche occidentali dei legami sociali interumani colti nella loro valenza assiologica rispetto alla formazione della personalità individuale, brano in cui si teorizzano al contempo le condizioni indispensabili al sorgere della libera individualità integrale comunista, Costanzo Preve commenti con piena ragione:

«A mio avviso, questa è la più importante citazione filosofica che si possa fare spigolando nelle pagine di Marx. Nessuna altra citazione le è pari, neppure quella del giovane Marx sulla «alienazione». Qui Marx compendia la sua filosofia della storia, senza la quale le migliaia di pagine sulla crisi capitalistica, sui profitti e sui prezzi, sulle classi ecc. sono assolutamente mute e prive di qualsiasi espressività. Il fatto è che Marx aveva deciso di respingere la conoscenza filosofica […], ma era nello stesso tempo una persona intelligente, acuta e sensibile, e allora la filosofia non poteva fare a meno di tornare comunque nel processo della sua elaborazione di pensiero. Questa citazione ne è la prova indiscutibile, di fronte a cui cadono tutte le mura althusseriane erette in difesa di una impossibile considerazione “scientifica” del tutto depurata dalla filosofia». [… Leggi tutto nel PDF allegato]

 

Claudio Lucchini
La progettualità comunista tra utopia concreta
e necessità di funzionamento quotidiano



Luca Grecchi, Sulla progettualità

Alessandro Monchietto,
Quale progettualità? A partire da alcune considerazioni di Luca Grecchi


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Luca Grecchi – Sulla progettualità

Quale progettualità?

Una rivista ha bisogno di tempo per nascere e per crescere. Ha bisogno soprattutto di un particolare complesso di elementi spirituali, culturali, sociali nel cui seno l’idea stessa possa germinare e trovare alimento per il suo sviluppo.


Koinè, Periodico culturale, Anno XXIII, NN° 1-4, Gennaio-Dicembre 2016, Reg. Trib. di Pistoia n° 2/93 del 16/2/93. Direttore responsabile: Carmine Fiorillo.

Direttori: Luca GrecchiDiego Fusaro

 

Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo,
che dunque vogliano pure pensare da sé.

Karl Marx

 

Con questo testo inizia, per questo numero,
una nuova modalità di costruzione in progress della rivista Koinè.
Il tema è quello della progettualità.
Chi vuole partecipare, può inviare il proprio elaborato.
I testi più significativi saranno prima raccolti su queste pagine
e poi pubblicati anche in volume cartaceo.
Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo,
che dunque vogliano pure pensare da sé.

Karl Marx

a tutto campo

Luca Grecchi

Sulla progettualità

Nel maggio 2016 si è svolta, a Bologna, una informale riunione della redazione della rivista Koinè, di cui sono direttore dal 2003, ma che ha una storia assai più lunga, e direi meritoria, sin dalla originaria direzione di Carmine Fiorillo che data al 1993 (con la collaborazione, fra gli altri, degli amici scomparsi Massimo Bontempelli e Costanzo Preve). Per motivi famigliari non ho potuto partecipare quel giorno. Avevo però proposto due possibili temi di discussione, sui quali lavorare per la redazione del prossimo numero, distinguendosi Koinè – rispetto ad altre riviste analoghe – per la sua base filosofica progettuale, e per il non accontentarsi della mera critica politico-culturale dell’esistente.

I temi possibili erano i seguenti:
La riflessione sui motivi per i quali, nonostante la natura razionale e morale dell’uomo, si assiste da secoli alla diffusione globale della poco razionale e morale crematistica in ogni parte del pianeta.
La riflessione su come dovrebbe essere un modo di produzione sociale per essere migliore; chi, infatti, critica l’esistente senza avere un progetto ideale inerente le strutture socio-economiche fondamentali (forme della proprietà, della produzione e della distribuzione), produce culturalmente, ed anche politicamente, ben poca cosa.

Convinto che questa linea generale fosse condivisa da tutti i partecipanti – più volte è stato sostenuto che “l’unica critica seria che si può fare è quella che prende in considerazione il sistema tutto nelle sue strutture fondamentali”, il che richiede la necessità di pensare a strutture fondamentali alternative: la critica del resto, anche etimologicamente, richiede una scelta, una decisione, ma si può realmente decidere solo fra almeno due alternative determinate –, ho tuttavia verificato che così non è, e che vi sono alcune differenze rilevanti su questo tema all’interno di Koinè. Poiché queste differenze sono comunque buone differenze, nel senso che riguardano contenuti effettivamente problematici che si possono sviluppare in direzioni diverse, ho ritenuto opportuno elaborare in queste pagine un discorso più generale, che prescinde dall’episodio concreto dell’incontro di Bologna (che di questa analisi è solo il contingente cominciamento). Prima di farlo, farò comunque alcune precisazioni, per sbrogliare il campo da due possibili malintesi:

La critica, specie se radicale, è aristotelicamente sempre benvenuta: senza dialettica, non vi è filosofia. Per questo spero che a queste pagine ne seguano altre di risposta.

Il confronto fra posizioni filosofiche non compromette mai, se essa è reale, l’amicizia fra le persone che lo pongono in essere; il “conflittismo”, in cui certa sinistra critica si è dilaniata per anni su piccoli dettagli lontanissimi dal vedere la luce, è sicuramente bandito da questo dialogo. [Leggi tutto]

Può dunque a mio avviso – salvo smentite –
ritenersi che un modo di produzione sociale
volto a favorire la comunità umana,
debba avere almeno queste tre determinazioni:

assenza di proprietà privata dei mezzi della produzione sociale
(non ovviamente dei prodotti necessari alla quotidianità);

assenza di mercato
(le persone potranno fare e scambiare ciò che vogliono, ma in forme comunitarie);

assenza di denaro
in ogni società storicamente esistita questo strumento
non è mai riuscito a mantenersi al rango di mezzo di pagamento,
divenendo presto riserva di valore per l’accumulazione).

Luca Grecchi, Sulla progettualità



Aristotele: la rivoluzione è nel progetto.
La «critica» rinvia alla «decisione»
di delineare un progetto di modo di produzione alternativo.
Se non conosciamo il fine da raggiungere,
dove tiriamo la freccia, ossia dove orientiamo le nostre energie, come organizziamo i nostri strumenti?

Chi non progetta
ciò che può essere progettabile,
lo avrà fatto diventare,
col proprio non progettarlo,
qualcosa di irrealizzabile,
e a cui non porta più nessuna strada.

***

Luca Grecchi,
Aristotele: La rivoluzione è nel progetto

***

S O M M A R I O


La scelta del soggetto e la scelta del titolo

Il messaggio aristotelico non è “conservatore”

“Rivoluzione“ e “progetto“ versus “ribellione”

Aristotele può essere considerato pensatore progettuale e rivoluzionario

Aristotele non è accostabile al “ribellismo” dei vari maîtres à penser
Il suo pensiero punta a costruire una vita buona per tutti

Aristotele sostenne che la crematistica conduce ad una vita innaturale

Che cosa è il “bene” per Aristotele? E il “bene comune”?

Per Aristotele, insomma, serve una sorta di rivoluzione
delle modalità socio-economiche dominanti

Platone ed Aristotele andavano all’essenziale. Oggi non lo si fa più

Oggi si mercifica e si include anche la critica ribellistica.
Non si accetta quella fondata sulla natura umana: progettuale

Come dovrebbe essere un modo di produzione sociale per essere migliore?

Capire come le cose devono essere, non solo come le cose sono
La kallipolis aristotelica.
Chi vive senza un fine e senza un progetto, conduce davvero una ben misera esistenza

Non basta il ribellismo.
La critica, anche etimologicamente, rinvia alla decisione

Chi vuole fare filosofia deve ragionare sull’intero. Ogni modo di produzione è storico

Preparare su solide fondamenta quanto meno il progetto

 


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