Armando Petrucci (1932-2018) – Le scritture ultime. Ideologia della morte e strategie dello scrivere nella tradizione occidentale. pratiche scrittorie e prodotti scritti adoperati dagli uomini per ricordare in modo pubblico i defunti.

Armando Petrucci 01


In questo libro non si vuole prendere in esame la sconfinata letteratura dedicata dalle diverse culture umane al tema della morte. Si vuole invece designare il complesso di pratiche scrittorie e di prodotti scritti adoperati dagli uomini per ricordare in modo pubblico i defunti. La ricostruzione di questo tipo di attività e dei suoi molteplici prodotti è sembrata particolarmente adatta per capire a quali fini e per quali categorie sociali queste pratiche sono state messe in atto, in quali modi esse si sono sviluppate, come si sono alternate nel tempo, chi hanno coinvolto e interessato, quale spazio hanno occupato e quale peso hanno avuto nelle culture scritte appartenenti alla tradizione occidentale.
È ben noto quanto, nella costituzione della cultura umana, abbiano avuto importanza, sin dai tempi pio remoti, i modi, gli strumenti, le cerimonie di quella che Jean-Paul Vernant ha felicemente definito la «politica della morte che ogni gruppo sociale per affermarsi coi suoi tratti specifici, per durare nel tempo nelle sue strutture e nei suoi orientamenti, deve instaurare e gestire con continuità secondo regole che gli sono proprie.

[…]

«I cedri verdeggianti sovra le sepolture, effigiati dalla spada in simulacri d’uomo, sorgono da lontano custodi della memoria d’egregi mortali; e a’ tronchi corrosi dalle stagioni sorrentrano ruvidi marmi, ove nel busto informe dell’eroe sono scolpite imitazioni di fiere e di piante, a ciascheduna delle quali e alle loro combinazioni sono consegnate piu serie d’idee che tramandano il nome di lui, le conquiste, le leggi date alla patria, il culto istituito agli iddii, gli avvenimenti, le epoche, le sentenze e l’apoteosi che l’associò al coro de’ beati: cosi prime are degl’immortali furono i sepolcri».

Sono parole di Ugo Foscolo, che in un discorso del 1809 (tre anni dopo la composizione de I Sepolcri) cos’ raffigurava retoricamente a sé e agli altri i modi e le forme delle più antiche sepolture. Oggi il quadro che possiamo farci delle prime fasi di questa attività tipicamente umana è più preciso e più articolato.
Oggi sappiamo che molte diecine di migliaia di anni fa, fra il 70.000 e il 35.000 a.C., l’uomo di Neanderthal, spinto da pulsioni di natura religiosa e da timori reverenziali, cominciò a seppellire alcuni almeno dei suoi morti in fosse contigue, a volte aggiungendovi offerte e doni; che più tardi, nel corso del paleolitico superiore (fra il 35.000 e l’8.500 a. C.) le consuetudini funerarie si fecero più frequenti e complesse e che a volte le sepolture vennero segnalate con pietra o ocra rossa, che servì anche a colorare alcuni cadaveri.
Che tutto ciò rappresentò un avanzamento enorme delle capacità di ragionamento e di astrazione dell’uomo, che evidentemente proprio allora cominciò a munirsi di strategie di controllo e di esorcizzazione del più terribile evento che lo colpiva direttamente nella struttura familiare cui apparteneva e che minacciava la sua stessa proiezione vitale. Che in questa lontanissima epoca furono poste le basi di pratiche funerarie che poi durarono anche nei pochi millenni della nostra sroria meglio conosciuta. Che le culture dei neanderthaliani e degli «homines sapientes’ sapientes» loro succeduti ‘si erano già posti i problemi fondamentali della inviolabilità, della durabilità e del ricordo dei depositi funerari e che avevano anche trovato ad essi alcune risposte, certamente inadeguate e fragili, ma entro certi limiti tutte funzionali e razionali. Soprattutto che essi erano riusciti ad organizzare un rapporto con la morte secondo il quale i defunti continuavano una qualche forma di vita in un mondo a sé, diverso da quello dei vivi; e che ad essi andava riservato un territorio delimitato, che permettesse loro di restare separati dal mondo dei viventi, senza intrusioni destabilizzanti; e che occorreva mantenerli nel loro mondo, sia provvedendo con offerte ai loro bisogni, sia impedendo loro di uscire dai luoghi riservati con recinzioni e coperture non soltanto simboliche.
Tutto ciò fini per comportare anche pratiche di segnalazione del luogo dei morti mediante cumuli di pietre, grosse pietre singole, recinzioni visibili e cosi via; mentre l’eventuale ricordo delle singole sepolture, cioè dei singoli defunti, restava probabilmente affidato alla memoria ed alla trasmissione orale delle relative informazioni all’interno di ciascuno dei gruppi interessati.
Quando, nel corso del neolitico, si passò da un sistema di fosse più o meno organizzato a veri e propri sistemi di tombe, allora il problema della segnalazione dei depositi funerari, in funzione sia della separazione dei morti dai vivi, che delle pratiche di offerte dei vivi ai morti, si pose in modi più concreti e complessi. In questo periodo, com’è noto, si passò a un sistema di produzione basato sull’agricoltura e sull’allevamento, si formarono i primi aggregati urbani, la società si articolò in classi e in categorie differenti per rango e funzioni. Ed è proprio allora, fra neolitico ed età del bronzo, che, in civiltà fra loro diverse e in diverse regioni d’Europa, d’Asia e d’Africa, si adottarono sistemi di segnalazione di alcune tombe (non di tutte) con alti tumuli di terra e pietre, si costruirono le tombe a dolmen per interi clan familiari e utili per più generazioni, si realizzarono infine a Micene le grandi tombe circolari a tholos per i re. In questi casi la volontà di segnalare il luogo dei morti si uni alla volontà di distinguere il luogo di alcuni morti da quello di altri; e dunque il messaggio contenuto nella segnalazione divenne più complesso e rivolto alla società nella sua interezza, non più soltanto ai pochi interessati diretti, appartenenti alla medesima famiglia, al medesimo nucleo e gestori del medesimo spazio funerario.

Armando Petrucci, Le scritture ultime. Ideologia della morte e strategie dello scrivere nella tradizione occidentale, Einaudi, Torino 1995, p. XIV e pp. 4-5.



Risvolto di copertina

Una storia che corre tra le testimonianze figurative dei morti in Occidente, attraverso 1’esame delle pratiche scrittorie e di quanto è stato prodotto per ricordare in modo pubblico i defunti, nelle civiltà mediterranee, in Europa, nell’ America settentrionale. Un racconto che segue un itinerario di millenni, a partire dagli inizi, dalla preistoria, e procede tra geografie e vicende svariatissime avendo come protagonisti epigrafi, sculture, monumenti, iscrizioni, graffiti, segnali ma anche quanto è stato messo in atto, via via, per riprendere e sottolineare nel tempo il bisogno di indicare e di testimoniare la presenza dei morti. Lo aveva anticipato Viollet-Le-Duc, sintetizzando al massimo: è possibile intendere la storia dell’umanità attraverso l’esame delle tombe. È questo il filo rosso del libro di Petrucci.

Storia non già «della morte» ma «dei morti », di uomini per i quali altri uomini hanno elaborato e scritto il ricordo. Di conseguenza, storia di ciò che è stata chiamata la« politica della morte», le figure e le regole con cui ogni gruppo sociale vuole sia riconosciuto e fatto valere nel tempo quanto gli appare caratterizzare meglio i propri tratti specifici, le strutture e gli orientamenti. Petrucci tesse il suo racconto, procedendo fra diseguaglianze e discontinuità, indagando su chi di questa strategia di identità è stato autore o protagonista, sul come le svariate «politiche» si sono alternate nel tempo, chi hanno coinvolto, quale spazio hanno occupato e quale peso hanno avuto entro le culture scritte della tradizione occidentale.

Accanto a questi aspetti, che possiamo definire di organizzazione collettiva, i personaggi, i protagonisti della nostra storia. Intanto chi progetta i modi dello scritto in memoria, ne fornisce i formulari e i modelli, guida le esecuzioni formali, fonda tradizioni formali e figurative sempre più vincolanti: – per il sacerdote, l’intellettuale, il politico, – una figura decisiva quanto dai tratti incerti. Quindi il pubblico, per il quale è innalzato il monumento o redatto lo scritto: è a lui che l’uno e l’altro vogliono sia noto un ricordo o un avvenimento. Infine il corpo stesso del defunto, lontano o vicino al luogo in cui ne compare la memoria, prossimo o rimosso dal territorio dei viventi.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Anna Beltrametti – Philosophical Fear and Tragic Fear: The Memory of Theatre in Plato’s Images and Aristotle’s Theory

Anna Beltrametti - Springer


L’indice del saggio

 

Introduction

The Fear of Tyrants and the Paradox of Tyrants

Fear, Speeches, and Theatre: Aristotelian Stimuli and Anaesthetics

Oresteia: Fear and Authority, Vengeance and Surveillance

The Sophoclean Diptych of Oedipus: Fear, Transgression, Guilt, and Innocence

From Theatre to Philosophy, and Back. Ancient and Modern Fears. Conclusions

References


The aim of the series Studies in the History of Philosophy of Mind is to foster historical research into the nature of thinking and the workings of the mind. The volumes address topics of intellectual history that would nowadays fall into different disciplines like philosophy of mind, philosophical psychology, artificial intelligence, cognitive science, etc. The monographs and collections of articles in the series are historically reliable as well as congenial to the contemporary reader. They provide original insights into central contemporary problems by looking at them in historical contexts, addressing issues like consciousness, representation and intentionality, mind and body, the self and the emotions. In this way, the books open up new perspectives for research on these topics.
This book series is indexed in SCOPUS.
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Sommario

Anna Beltrametti – C’è anche un pensiero delle donne? Le donne del teatro greco sono laboratori di utopia infiniti. Sono talmente forti in questa loro energia utopica di un mondo da rifondare, da rinnovare, di un mondo possibile, che è la filosofia stessa ad attingere al loro pensiero.
Anna Beltrametti – Il punto più alto che Platone tocca nelle riflessioni sulla paura è proprio il reciproco implicarsi di potere personale e paura. Paura che l’uomo di potere riesce ad incutere ai suoi governati, ma anche paura provata dall’uomo di potere nei confronti di chi è migliore di lui, come pure della paura che ha di tutta la schiera di manutengoli che, dopo averlo lusingato, vogliono essere lusingati e pretendono lusinghe.
Anna Beltrametti – Scritti per onorare la memoria di Diego Lanza e Mario Vegetti
Anna Beltrametti – Populismo: da oggi alla scena originaria, comica e nera di Aristofane. Per contendersi il favore del Popolo, trasformato da soggetto politico in oggetto (in merce), i contendenti si rivelano per quello che sono: strumenti, burattini di un’élite che li manovra e li usa senza apparire.
Anna Beltrametti – «La letteratura greca. Tempi e luoghi, occasioni e forme». L’intento è di contrastare periodizzazioni secche, di mostrare come le forme si modifichino o si conservino non solo nel tempo o in funzione delle occasioni a cui rispondono, ma anche in relazione ai luoghi segnati da cerimonie e rituali specifici, da consuetudini culturali precise.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Ignacio Marcio Cid – La psicoterapia filosófica de Epicuro

Ignacio MARCIO CID 01

Ignacio Marcio Cid

La psicoterapia filosófica de Epicuro

Peter Lang GmbH, Internationaler Verlag der Wissenschaften, Berlin 2000

 

Este libro versa sobre el sentido psicoterapéutico, de gran actualidad, que impregna todo el programa filosófico epicúreo. Estudia y recupera una función aplicada (curativa o sanadora) que ha sido omitida o sólo parcialmente abordada. Analiza, primeramente, los principios constitutivos y regulatorios que penetran la totalidad existente, la φύσις. Asumidos el antinihilismo axiomático, el pluralismo, el materialismo atómico, el movimiento y el clinamen como fundamento de libertad en un universo mecánico, presenta el proceso generativo de los compuestos, que atañen a toda entidad pluriatómica, se interesa por el ser humano, agregado singular, así como por el estatuto ontológico de su cuerpo psicofísico, carne y mente. La ψυχή recibe una atención especial por cuanto, primero, en ella se manifiesta la racionalidad humana y segundo posee formantes que la acomunan con las divinidades epicúreas. Estos dioses devienen objeto de estudio porque, insertos en la continuidad natural, ofrecen una regula uitae ejemplar para la felicidad plena, placentera y libre. Al propio tiempo permiten atisbar la curación o sanación que necesita el hombre. El estudio muestra, en efecto, que ésta no se halla en la eternización de un alma extracorpórea, sino en la supresión del dolor y del miedo. La ética, que aquí es considerada más bien práctica calmante, recibe una lectura eminentemente médica, para cuya recta comprensión se abordan, preliminarmente, los lazos históricos entre filosofía y medicina racional helena. Presentado el vínculo antedicho, el análisis pormenorizado del λόγος y sus derivados en Epicuro contribuye, como requisito, a evidenciar la importancia de la razón, que todo relaciona, la correlación y la analogía tanto en la naturaleza como en el ser humano; permite, además, calibrar la importancia de la palabra plena y significativa en la filosofía del Jardín. Por último, la psicoterapia ocupa el último tramo de la investigación: se expone el doloroso diagnóstico epicúreo pero también se aborda el despliegue medicinal que Epicuro y sus seguidores disponen felizmente. Entre las herramientas psicoterapéuticas, pueden mencionarse la integración racional y vital en la φύσις, la meditación, la confesión, el examen de conciencia, la detención de pensamientos obsesivos e invasivos, la risoterapia, la autogestión emocional de corte cognitivo, así como la socialización amorosa en forma de comunidad, compañía y amistad. Todas estas intervenciones persiguen, como objetivo nuclear, el restablecimiento de quienes sufren el carne o en la mente, doloridos y angustiados. Esa recuperación del bienestar pasa por la ἀναλγησία, que comprende una tanatología frente al malentendido humano de la finitud; incluye igualmente un arte del deseo natural y necesario, o sea, un manejo estratégico- instrumental y prudencial de las capacidades sensoperceptivas y reflexivas humanas, de forma que las aspiraciones no generen frustración o vanas esperanzas. El empeño estudioso finaliza con el estudio del último ingrediente de la terapia epicúrea: el amor al placer, la φιληδονία, acompañada de una discusión que procura esclarecer, contra los tópicos y las lecturas in malam partem, su enraizamiento en el todo natural, su fondo virtuoso, además de la importancia final de la activa paz de espíritu, el gozo catastemático.

***

This book deals with the psychotherapeutic factor that permeates the whole Epicurean philosophical program. It is the aim of this study to research and to rehabilitate its healing function. Since the Garden’s philosophy is a very systematic one, the question about the natural reality, φύσις, had to be addressed firstly. Anti-nihilism, materialism, eternal atoms, infinite void, perpetual movement, clinamen and the plurality worlds are key notions of the axiomatic and scientific Epicurus’ physics. Once we had gained clarity about those core concepts, the central role of human beings in the system was to be discussed. As natural, yet exceptional, atomic compounds, men and women do have flesh and soul and are, therefore, completely mortal. Nevertheless, they possess numerous qualities, originating in their ψυχή, which render them unique : freedom, rationality and even a material community with the gods. According to Epicurus, there is a fourth element constituting the souls of both people and deities, so that a physical continuity and material formation are preserved through the entire nature. Gods are studied from a naturalistic physiologic perspective and at the very same time they act exemplary and, freed from any providential, governing tasks, they provide a regula uitae in order to achieve a pleasant, authentic happiness. In fact, this research tries to demonstrate that complete curation is not to be linked to an eternal extra-corporeal soul, but arises from the removal of pain and fear, aponia and ataraxia. These two are the paramount pleasures, far distant from a gross hedonism. Ethics are, then, presented as a soothing practice, having a nuclear medical purpose. Taking this into account, it was necessary to explore the historical connections between philosophy and rational Hellenic medicine before Epicurus. After that, multiple therapeutic forms conceived or applied by the Samian philosopher were analyzed. The λόγος proved to be the unifying element among them and involved not only human reason but also analogy. Epicurus’ diagnose is very sad: we are in pain. To reverse that, he presented exercises such as meditation, confession, self-examination, laugh therapy, emotional intelligence, intrusive thoughts control, companionship, solidarity and friendship. There are still two additional therapies completing the above mentioned: an Epicurean thanatology, because we miss the point when considering (im)mortality and forget about sensation as the ground of any life; and an ars desidrandi, because we should accept only natural and necessary desires, instead of chasing whimsy dreams with vain hopes. All this will help us regain our primal bodily and mental health and happiness, our essential, frugal and glad wellbeing. By means of prudence and reflection, governing our body and cultivating our mind we will liberate ourselves and taste a durable, profound, stable joy, comparable to that of the gods.




M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Ignacio Marcio Cid – Note e riflessioni sul libro di Enrico Berti, «Scritti su Heidegger»

Ignacio MARCIO CID - Enrico Berti

Scritti su Heidegger

indicepresentazioneautoresintesi




Ignacio Marcio Cid – La psicoterapia filosófica de Epicuro

Este Libro versa sobre el sentido psicoterapéutico, de gran actualidad, que impregna todo el programa filosófico epicúreo. Estudia y recupera una función aplicada (curativa o sanadora) que ha sido omitida o sólo parcialmente abordada. Analiza, primeramente, los principios constitutivos y regulatorios que penetran la totalidad existente, la φύσις. Asumidos el antinihilismo axiomático, el pluralismo, el materialismo atómico, el movimiento y el clinamen como fundamento de libertad en un universo mecánico, presenta el proceso generativo de los compuestos, que atañen a toda entidad pluriatómica, se interesa por el ser humano, agregado singular, así como por el estatuto ontológico de su cuerpo psicofísico, carne y mente. La ψυχή recibe una atención especial por cuanto, primero, en ella se manifiesta la racionalidad humana y segundo posee formantes que la acomunan con las divinidades epicúreas. Estos dioses devienen objeto de estudio porque, insertos en la continuidad natural, ofrecen una regula uitae ejemplar para la felicidad plena, placentera y libre. Al propio tiempo permiten atisbar la curación o sanación que necesita el hombre. El estudio muestra, en efecto, que ésta no se halla en la eternización de un alma extracorpórea, sino en la supresión del dolor y del miedo. La ética, que aquí es considerada más bien práctica calmante, recibe una lectura eminentemente médica, para cuya recta comprensión se abordan, preliminarmente, los lazos históricos entre filosofía y medicina racional helena. Presentado el vínculo antedicho, el análisis pormenorizado del λόγος y sus derivados en Epicuro contribuye, como requisito, a evidenciar la importancia de la razón, que todo relaciona, la correlación y la analogía tanto en la naturaleza como en el ser humano; permite, además, calibrar la importancia de la palabra plena y significativa en la filosofía del Jardín. Por último, la psicoterapia ocupa el último tramo de la investigación: se expone el doloroso diagnóstico epicúreo pero también se aborda el despliegue medicinal que Epicuro y sus seguidores disponen felizmente. Entre las herramientas psicoterapéuticas, pueden mencionarse la integración racional y vital en la φύσις, la meditación, la confesión, el examen de conciencia, la detención de pensamientos obsesivos e invasivos, la risoterapia, la autogestión emocional de corte cognitivo, así como la socialización amorosa en forma de comunidad, compañía y amistad. Todas estas intervenciones persiguen, como objetivo nuclear, el restablecimiento de quienes sufren el carne o en la mente, doloridos y angustiados. Esa recuperación del bienestar pasa por la ἀναλγησία, que comprende una tanatología frente al malentendido humano de la finitud; incluye igualmente un arte del deseo natural y necesario, o sea, un manejo estratégico- instrumental y prudencial de las capacidades sensoperceptivas y reflexivas humanas, de forma que las aspiraciones no generen frustración o vanas esperanzas. El empeño estudioso finaliza con el estudio del último ingrediente de la terapia epicúrea: el amor al placer, la φιληδονία, acompañada de una discusión que procura esclarecer, contra los tópicos y las lecturas in malam partem, su enraizamiento en el todo natural, su fondo virtuoso, además de la importancia final de la activa paz de espíritu, el gozo catastemático.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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J. W.  von Goethe (1749-1832) – Perché sono effimera, Zeus? Così domandò la Bellezza. È solo l’effimero a farti bella, il dio rispose.

Johann Wolfgang Goethe - Lagnanza della Bellezza

 

Klage der Schönheit

Warum bin ich vergänglich? o Zeus! so fragte die Schönheit.

Macht dich doch, sagte der Gott, nur das Vergängliche schön.

 

Lagnanza della Bellezza

Perché sono effimera, Zeus? Così domandò la Bellezza.

È solo l’effimero a farti bella, il dio rispose.

 

J. W. von Goethe, Klage der Schönheit (Lagnanza della Bellezza), Xenien (Xenie) [1796], In Id., Tutte le poesie, Volume II, Tomo I, edizione diretta da Roberto Fertonani, con la collaborazione di Enrico Ganni,  Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994, pp. 624-625.


Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Non si può chiedere al fisico di essere filosofo; ma ci si può attendere da esso che abbia sufficiente formazione filosofica
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Qualunque sogno tu possa sognare, comincia ora.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questa è l’ultima conclusione della saggezza: la libertà come la vita si merita soltanto chi ogni giorno la dovrà conquistare.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ma le notti Amore mi vuole intento a opere diverse: vedo con occhio che sente, sento con mano che vede.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Nell’uomo vi è una scintilla più alta, la quale, se non riceve nutrimento, se non è ravvivata, viene coperta dalle ceneri della necessità e dell’indifferenza quotidiana.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ciascun momento, ciascun attimo è di un valore infinito. Noi esistiamo proprio per rendere eterno ciò che è passeggero.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Per non rinunciare alla nostra personalità, molte cose che sono in nostro sicuro possesso interiore non dobbiamo esteriorizzarle.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – La mente deve essere addestrata, calzata e stretta in stivali spagnoli, perché s’incammini con prudenza sulle vie del pensiero, e non sfavilli come un fuoco fatuo.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questo cuore è sempre costante, turgido come il più giovanile fiore. Io non voglio perderti mai! L’amore rende l’amore più forte. La vita è l’amore, e lo spirito è la vita della vita.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Chi è nell’errore vuol supplire con violenza a ciò che gli manca in verità e forza.
J. W. Goethe (1749-1832) – Possiamo e dobbiamo godere delle vere forze attive della vita terrena. Quanto più siamo aperti a questi godimenti, tanto più ci sentiamo felici. Se non vi partecipiamo, si manifesta la più grande malattia: considerare la vita come un peso nauseante.
J. W.  von Goethe (1749-1832) – Non c’è segno esteriore di cortesia che non abbia una profonda base morale. C’è una cortesia del cuore che è vicina all’amore.
J. W.  von Goethe (1749-1832) – Quando ci poniamo di fronte all’antichità e la contemppliamo con serietà nell’intento di formarci su di essa, abbiamo il senso come di essere solo allora diventati veramente uomini.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Thomas Isidore Noël Sankara (1949-1987) – Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio d’inventare l’avvenire. Noi dobbiamo osare inventare l’avvenire.

Thomas Sankara 01

L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che vengono con dei cannoni a conquistare un territorio, imperialismo è più spesso ciò che si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di comandare tutta l’umanità.

Thomas Sankara


Per ottenere un cambiamento radicale
bisogna avere il coraggio d’inventare l’avvenire.
Noi dobbiamo osare inventare l’avvenire.

Thomas Sankara


Salvatore Bravo

Il Che Guevara africano

Thomas Isidore Noël Sankara (Yako, 21 dicembre 1949 – Ouagadougou, 15 ottobre 1987) è stato Presidente del Burkina Faso dal 1983 al 1987, anno in cui fu assassinato durante un colpo di Stato sostenuto dalla Francia e dagli Stati Uniti. Sankara affermava che le idee non muoiono, che si possono ammazzare coloro che le professano, ma le idee sopravvivono. Sankara non è stato un santo, ma è stato comunque un martire, perché in nome del popolo e delle idee ha sacrificato la sua vita, ha lasciato una traccia su cui abbiamo il dovere di pensare e costruire un modello altro rispetto all’attuale. Aveva ben chiaro che la politica deve gestire l’economia, e che senza tale dialettica non si hanno che oligarchie che dominano e riducono repubbliche e democrazie a pura attività procedurale. Il suo discorso sul debito all’Organizzazione per l’Unità Africana del 29 luglio 1987 ci parla ancora, perché esplicita una verità che vale per i paesi africani, ma anche per i paesi occidentali. Il colonialismo non è terminato, ma ha cambiato forma, anzi è diventato più subdolo. Per dominare uno Stato non necessariamente si devono utilizzare i cingolati: uno Stato può essere dominato con i prestiti. Questi ultimi sono il mezzo con cui la finanza controlla l’economia e la politica, interviene in esse, ne determina le finalità. I nemici dell’Africa non sono i precari diffusi in ogni nazione, ma le oligarchie globali che cannibalizzano i popoli con prestiti che determinano forme di dipendenza e ingerenza distruttive:

 

Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo.Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici anzi dovremmo invece dire «assassini tecnici». Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei «finanziatori». Un termine che si impiega ogni giorno come se ci fossero degli uomini che solo «sbadigliando» possono creare lo sviluppo degli altri [gioco di parole in francese sbadigliatore/finanziatore, bâillement/bailleurs de fonds]. Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquant’anni, sessant’anni anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per cinquant’anni e più. Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Signor presidente, abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia intervenuta qui. Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri.[1]

 

L’internazionale delle patrie può essere un argine a tale strategia di dominio neocoloniale. Non a caso Sankara cambiò il nome al proprio Stato appena insediatosi, da Alto Volta Burkina Faso, il primo era un nome dato dai colonialisti francesi, in cui il popolo non poteva identificarsi, il secondo è un nome che fa riferimento alla storia e alle tradizione del suo Stato.

Autonomia
Il Burkina Faso (Paese degli uomini integri) è un progetto di riconquista della sovranità popolare, in modo che il popolo sia agente attivo del suo sviluppo e non certo “plebe” che vive degli aiuti alimentari internazionali. Non praticò l’autarchia, ma l’autonomia dello Stato dalla dipendenza alimentare e delle merci. Tutto ciò che poteva essere prodotto in Burkina Faso andava favorito, in modo da consolidare lo Stato e formare una diffusa classe media. Cercò di fermare la desertificazione piantando 10 mln di alberi. La politica patria doveva rispondere alle esigenze della popolazione, senza contrapporsi agli altri popoli. Tale transizione verso un’effettiva indipendenza fu sostenuta con un processo di alfabetizzazione, circa il 70% della popolazione fu alfabetizzata durante i pochi anni della sua presidenza. Il popolo doveva diventare consapevole che la crisi è un mezzo per passivizzare il popolo, chiuderlo in uno stato di minorità permanente. La crisi economica dev’essere compresa nel suo significato politico, essa non è un evento fatale o naturale, essa è causata dalle oligarchie, pertanto comprenderla significa porre le condizioni per defatalizzare il destino degli Stati:

Quando ci parlano di crisi economica, dimenticano di dirci che la crisi non è venuta all’improvviso. La crisi è sempre esistita e si aggraverà ogni volta che le masse popolari diventeranno più coscienti dei loro diritti di fronte allo sfruttatore. Oggi c’è crisi perché le masse rifiutano che le ricchezze siano concentrate nelle mani di pochi individui. C’è crisi perché pochi individui depositano nelle banche estere delle somme colossali che basterebbero a sviluppare l’Africa intera. C’è crisi perché di fronte a queste ricchezze individuali che hanno nomi e cognomi, le masse popolari si rifiutano di vivere nei ghetti e nei bassi fondi. C’è crisi perché i popoli rifiutano dappertutto di essere dentro una Soweto di fronte a Johannesburg. C’è quindi lotta, e l’esacerbazione di questa lotta preoccupa chi ha il potere finanziario.[2]

 

Si esce dalla crisi con l’autonomia della patria, che pone le condizioni per i diritti sociali e l’emancipazione. Il popolo è un’unità complessa, per cui tutti i suoi componenti devono partecipare alla vita politica. Lottò contro le discriminazioni, e per la pari dignità delle donne. Non volle pagare i debiti dello Stato per liberarsi dalla dipendenza economica che assoggetta i popoli, e consente alle logiche gerarchiche di perpetuarsi. Il ciclo debito-pagamento è funzionale a lasciare gli equilibri del potere stabili, e a neutralizzare la consapevolezza dei popoli. La dipendenza sviluppa nei popoli uno stato di prostrazione psicologica di cui i poteri approfittano per dominarli perennemente, per cui cancellare i debiti indotti da politiche neocoloniali e oligarchiche è il primo passo per rendere autonomi uno Stato e ridare dignità ai popoli:

Del resto le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune. Quindi il club di Addis Abeba dovrà dire agli uni e agli altri che il debito non sarà pagato. Quando diciamo che il debito non sarà pagato non vuol dire che siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola. Noi pensiamo di non avere la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero non c’è la stessa morale. La Bibbia, il Corano, non possono servire nello stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato. C’è bisogno che ci siano due edizioni della Bibbia e due edizioni del Corano. Non possiamo accettare che ci parlino di dignità. Non possiamo accettare che ci parlino di merito per quelli che pagano e perdita di fiducia per quelli che non dovessero pagare. Noi dobbiamo dire al contrario che oggi è normale si preferisca riconoscere come i più grandi ladri siano i più ricchi. Un povero, quando ruba, non commette che un peccatucolo per sopravvivere e per necessità. I ricchi, sono quelli che rubano al fisco, alle dogane. Sono quelli che sfruttano il popolo. Signor presidente, non è quindi provocazione o spettacolo. Dico solo ciò che ognuno di noi pensa e vorrebbe. Chi non vorrebbe qui che il debito fosse semplicemente cancellato? Quelli che non lo vogliono possono subito uscire, prendere il loro aereo e andare dritti alla Banca Mondiale a pagare! Non vorrei poi che si prendesse la proposta del Burkina Faso come fatta da «giovani», senza maturità e esperienza. Non vorrei neanche che si pensasse che solo i rivoluzionari parlano in questo modo. Vorrei semplicemente che si ammettesse che è una cosa oggettiva, un fatto dovuto.[3]

 

Armi e plebeizzazione dei popoli
La vendita delle armi da parte di paesi democratici e non è uno dei mezzi più efficaci per dominare i popoli, in particolare i popoli africani, con le armi si sostiene l’odio tribale, con le armi la violenza diventa la normalità che inibisce la crescita economica e civile. Un popolo che ha paura non è mai libero, le armi diffondono insicurezza, inducono ad invocare i governi “forti” per difendere la vita. Le armi non sono semplici merci, ma un mezzo per soggiogare i popoli africani con le divisioni e le guerre intestine sostenute dalle multinazionali delle armi:

E vorrei terminare dicendo che ogni volta che un paese africano compra un’arma è contro un africano. Non contro un europeo, non contro un asiatico. È contro un africano. Perciò dobbiamo, anche sulla scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi. Sono militare e porto un’arma. Ma signor presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo. Altri hanno nascosto le armi che pure portano. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa, perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare, o almeno prendere la tecnologia e la scienza in ogni luogo dove si trovano .Signor presidente, facciamo in modo di realizzare questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito. Facciamo in modo che a partire da Addis Abeba decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra paesi deboli e poveri. I manganelli e i macete che compriamo sono inutili. Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo.Il Burkina Faso è venuto a mostrare qui la cotonnade, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. La mia delegazione ed io stesso siamo vestiti dai nostri tessitori, dai nostri contadini. Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. Non faccio una sfilata di moda ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. È il solo modo di vivere liberi e degni. La ringrazio Signor presidente. Patria o morte, vinceremo![4]

 

Quando Thomas Sankara fu ucciso possedeva solo una casa col mutuo ancora da pagare e il suo conto in banca era appena attivo. Nei pochi anni della sua presidenza ha ottenuto risultati sorprendenti:

 

  • Vaccinati 2.500.000 bambini contro morbillo, febbre gialla, rosolia e febbre tifoide. L’Unicef stesso si complimentò con il governo.
  • Creati Posti di salute primaria in tutti i villaggi del paese.
  • Aumentato il tasso di alfabetizzazione.
  • Realizzati 258 bacini d’acqua.
  • Scavati 1.000 pozzi e avviate 302 trivellazioni.
  • Stoccati 4 milioni di metri cubi contro 8,7 milioni di metri cubi di volume d’acqua.
  • Realizzate 334 scuole, 284 dispensari-maternità, 78 farmacie, 25 magazzini di alimentazione e 3.000 alloggi.
  • Creati l’Unione delle donne del Burkina (UFB), l’Unione nazionale degli anziani del Burkina (UNAB), l’Unione dei contadini del Burkina (UPB) e ovviamente i Comitati di difesa della rivoluzione (CDR), che seppur inizialmente registrarono alcuni casi di insurrezione divennero ben presto la colonna portante della vita sociale.
  • Avviati programmi di trasporto pubblico (autobus).
  • Combattuti il taglio abusivo degli alberi, gli incendi del sottobosco e la divagazione degli animali.
  • Costruiti campi sportivi in quasi tutti i 7.000 villaggi del Burkina Faso.
  • Soppressa la Capitazione e abbassate le tasse scolastiche da 10.000 a 4.000 franchi per la scuola primaria e da 85.000 a 45.000 per quella secondaria.
  • Create unità e infrastrutture di trasformazione, stoccaggio e smaltimento di prodotti con una costruzione all’aeroporto per impostare un sistema di vasi comunicanti attraverso l’utilizzo di parte di residui agricoli per l’alimentazione.[5]

 

L’impossibile è possibile.

Coloro che invocano come unica soluzione per gli Stati africani l’emigrazione – che dissangua l’Africa delle sue energie migliori per compensare la denatalità dell’Occidente e favorire la precarizzazione generalizzata –, lavorano comunque per le oligarchie, talvolta con le migliori intenzioni, altre in modo palesemente complice.

Salvatore Bravo

***

[1] Discorso di Sankara sul debito all’Organizzazione per l’Unità Africana del 29 luglio 1987.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Fonte Wickipedia


Alessandro Aruffo, Sankara. Un rivoluzionario africano, Massari, 2007


Carlo Batà, L’Africa di Thomas Sankara, Achab, 2003.


Giuliano Cangiano, Sostiene Sankara. Racconti disegnati di felicità rivoluzionarie, Becco Giallo, 2014


Marinella Correggia (a cura di), Thomas Sankara, il presidente ribelle, Manifestolibri, 1997


Thomas Sankara Speaks. The Burkina Faso Revolution, 1983-87, by Thomas Sankara, Pathfinder Press, 1988


Thomas Sankara, I discorsi e le idee (a cura di Marinella Correggia, introduzione di Paul Sankara), Sankara, 2006.


Valentina Biletta, Una foglia, una storia. Vita di Thomas Sankara, Ediarco, 2005.


Vittorio Martinelli (con Sofia Massai), La voce nel deserto (prefazione di Jean-Léonard Touadi), Zona, 2009


We Are the Heirs of the World’s Revolutions. Speeches from the Burkina Faso Revolution 1983-87, by Thomas Sankara, Pathfinder Press, 2007


Women’s Liberation and the African Freedom Struggle, by Thomas Sankara, Pathfinder Press, 1990


Thomas Sankara : La mia rivoluzione si chiamava felicità.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Vladimir V. Majakovskij (1893-1930) – L’amore è la vita, è la cosa principale. Dall’amore si dispiegano i versi, e le azioni, e tutto il resto. L’amore è il cuore di tutte le cose. Se il cuore interrompe il suo lavoro, anche tutto il resto si atrofizza, diventa superfluo, inutile.

Vladimir V. Majakovskij 01

LETTERA-DIARIO

 

  1. VM-LB [1-27 febbraio 1923, Mosca]

Licika, solicello!
Oggi è l’1 febbraio. E da un mese che ho deciso di cominciare a scrivere questa lettera. Sono traseorsi 35 giorni. Per lo meno 500 ore d’ininterrotta meditazione!
Scrivo perché non sono più nella condizione di pensare a queste cose (mi si confonde la testa, se non parlo), perché penso: «Tutto è chiaro», tanto adesso (relativamente, s’intende) che in passato; perché ho semplicemente paura di provare troppa gioia al momento del nostro incontro e che tu possa ricevere, o più precisamente che io ti possa affibbiare il mio solito stracciume di sempre condito con un po’ di gioia e d’arguzia. Scrivo questa lettera con estrema serietà. La scriverò soltanto di mattina, quando la mente è fresca e non sono ancora comparse le mie stanchezze, le mie cattiverie e irritazioni serali.
In ogni caso lascerò dei margini, di modo che, se mi viene in mente qualcos’altro, mi sia possibile annotarlo.
In questa lettera farò ogni sforzo per sfuggire a qualsiasi «emozione» o «condizione».
Questa lettera parlerà soltanto di quello che avrò verificato con sicurezza, di ciò che ho pensato in questi mesi, parlerà solo di fatti (1 febbraio). […]
Tu dovrai assolutamente leggere questa lettera, e pensare a me per un attimo almeno. Io sono così infinitamente lieto che tu esista, di tutto quelle che è tuo, anche se non è in diretta relazione con me, che non voglio credere che non t’importi nulla di me. […]
La mia decisione di non recar danno alla tua esistenza con nulla, nemmeno con un soffio, è sostanziale. […]
E adesso parliamo di quello che ho creato:

 

Ti amo? (5/II 23)

Io ti amo, ti amo nonostante tutto e grazie a tutto, ti ho amato, ti amo e ti amerò, sia tu dura con me o gentile, mia o di un altro. Comunque ti amero. Amen. […]
Di nuovo parliamo del mio amore. Della famigerata attività. Per me nell’amore si esaurisce forse tutto? Tutto, solo in un altro modo. L’amore è la vita, è la cosa principale. Dall’amore si dispiegano i versi, e le azioni, e tutto il resto. L’amore è il cuore di tutte le cose. Se il cuore interrompe il suo lavoro, anche tutto il resto si atrofizza, diventa superfluo, inutile. Ma se funziona, non può non manifestarsi in ogni cosa. Senza di te (non senza di te «nella lontananza», interiormente senza di te) io cesso di agire. È stato sempre così, lo è anche adesso. […].

 

Vladimir V. Majakovskij, Lettera a Lili Brik del 1-27 febbraio 1923, in V.V. Majakovskij L. Lu. Brik, L’amore è il cuore di tutte le cose. Lettere 1915-1930, a cura di Bengt Jangfeldt. Trad. di Serena Prima, Mondadori, Milano 1985, pp. 159-167.



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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J. W. Goethe (1749-1832) – Quando invero si opera cercando l’effetto e basandosi sull’effetto, non si crede mai d’averlo reso abbastanza percettibile.

Johann Wolfgang von Goethe - Effetto

Quando invero si opera cercando l’effetto

e basandosi sull’effetto,

non si crede mai d’averlo reso abbastanza percettibile.

J. W. Goethe, Viaggio in Italia [1816/1817], 17 maggio 1787, tr. di Emilio Castellani, Garzanti, Milano 1997, p. 358.


Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Non si può chiedere al fisico di essere filosofo; ma ci si può attendere da esso che abbia sufficiente formazione filosofica
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Qualunque sogno tu possa sognare, comincia ora.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questa è l’ultima conclusione della saggezza: la libertà come la vita si merita soltanto chi ogni giorno la dovrà conquistare.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ma le notti Amore mi vuole intento a opere diverse: vedo con occhio che sente, sento con mano che vede.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Nell’uomo vi è una scintilla più alta, la quale, se non riceve nutrimento, se non è ravvivata, viene coperta dalle ceneri della necessità e dell’indifferenza quotidiana.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ciascun momento, ciascun attimo è di un valore infinito. Noi esistiamo proprio per rendere eterno ciò che è passeggero.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Per non rinunciare alla nostra personalità, molte cose che sono in nostro sicuro possesso interiore non dobbiamo esteriorizzarle.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – La mente deve essere addestrata, calzata e stretta in stivali spagnoli, perché s’incammini con prudenza sulle vie del pensiero, e non sfavilli come un fuoco fatuo.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questo cuore è sempre costante, turgido come il più giovanile fiore. Io non voglio perderti mai! L’amore rende l’amore più forte. La vita è l’amore, e lo spirito è la vita della vita.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Chi è nell’errore vuol supplire con violenza a ciò che gli manca in verità e forza.
J. W. Goethe (1749-1832) – Possiamo e dobbiamo godere delle vere forze attive della vita terrena. Quanto più siamo aperti a questi godimenti, tanto più ci sentiamo felici. Se non vi partecipiamo, si manifesta la più grande malattia: considerare la vita come un peso nauseante.
W. von Goethe (1749-1832) – Non c’è segno esteriore di cortesia che non abbia una profonda base morale. C’è una cortesia del cuore che è vicina all’amore.

 

W. Goethe (1749-1832) – Quando ci poniamo di fronte all’antichità e la contemppliamo con serietà nell’intento di formarci su di essa, abbiamo il senso come di essere solo allora diventati veramente uomini.


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Emily Dickinson (1830-1866) – La Bellezza non ha causa, esiste. Inseguila e sparisce. Non inseguirla e appare.

Emiliy Dickinson - La Bellezza

La Bellezza non ha causa – esiste

Inseguila e sparisce – Non inseguirla e appare.

*

Emily Dickinson, in Pochi amano veramente. Aforismi in versi e in prosa,
a cura di Silvio Raffo, De Piante Editore, Milano 2021.

 

Emily Dickinson in una foto del 1850.

Emily Dickinson – Un’anima al cospetto di se stessa
Emily Dickinson (1830-1886) – La parola comincia a vivere soltanto quando vien detta.
Emiliy Dickinson (1830-1886) – Ciò che è lontano e ciò che è vicino
Emily Dickinson (1830-1866) – Semi che germogliano nel buio
Emily Dickinson (1830-1866)  – Dedicata agli esseri umani in fuga dalla mente dell’uomo
Emily Dickinson (1830-1866) – Distilla un senso sorprendente da ordinari significati
Emily Dickinson (1830-1886) – La bellezza e la verità sono una cosa sola. Bellezza è verità, verità è bellezza.
Emiliy Dickinson (1830-1886) – Molta follia è saggezza divina, per chi è in grado di capire. Molta saggezza, pura follia. Ma è la maggioranza in questo, in tutto, che prevale. Conformati: sarai sano di mente. Obietta: sarai pazzo da legare, immediatamente pericoloso e presto incatenato.
Emiliy Dickinson (1830-1886) – Questo era un poeta: distilla straordinari sensi da significati ordinari e Essenze così immense dalle specie familiari che davanti alla porta perirono e ci meravigliamo che non fummo noi ad afferrarle, prima.

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Margherita Guidacci (1921-1992) – Lato di ponente.

Margherita Guidacci - Lato di ponente xx

Margherita Guidacci

Lato di ponente

A cura di Ilaria Rabatti

ISBN 978–88–7588-267-9, 2021, pp. 112, Euro 13

indicepresentazioneautoresintesi

Quarta di copertina

Prezioso recupero, nell’anno in cui ricorre il centenario della nascita, Lato di ponente raccoglie pensieri e riflessioni di Margherita Guidacci, quasi tutti inediti fino ad oggi. Un libro difficile da definire per la stessa autrice, con il ritmo della poesia e la concretezza della prosa, intessuto di citazioni che sono per lei voci dialoganti: Qohélet, Agostino, Pascal, Donne, Dickinson, Leopardi, Rilke, Kafka, Valéry, Eliot. Una miniera nascosta, un diario-taccuino di lavoro in cui sono registrati i segni di una profonda crisi. La scrittura resta comunque limpida e ferma, e, come sempre nei libri della Guidacci, ha il dono grande della semplicità sia che si rapprenda in una forma essenziale da frammento presocratico (o da quartetto eliotiano), sia che si distenda in composizioni di più ampio respiro meditativo. Assemblato di fretta – presentendo ormai vicina la fine del proprio viaggio umano – senza il consueto lavoro di revisione e montaggio dei testi, Lato di ponente rivela una evidente natura composita, che viene ad attenuarsi però sul piano tematico, nella costante ripresa e indagine di alcuni motivi-chiave (primo, tra tutti, il tema del tempo) che legano i pensieri in una totalità profondamente coerente, aprendo nuove, interessanti prospettive d’indagine anche sulla sua opera poetica.

 


Introduzione di Ilaria Rabatti

Dentro uno specchio rotto

Ti si rompe lo specchio e dell’universo che conteneva
non rimane che una macchia nera, frastagliata sul muro.
M. Guidacci

Il primo atto di coraggio che si può chiedere a se stessi
è di vedere onestamente, fino in fondo,
senza chiudere gli occhi,
fino a qual punto si ha paura.
M. Guidacci

… il problema di ritrovarsi è più profondo
e infinitamente più generale
di quello (analogo) che si presenta nella relatività fisica.
P. Valéry

«Nel vano d’una finestra», dentro una stanza silente, immagino Margherita che in un labirinto d’angoscia cerca di ritrovare i tratti del suo volto riflessi nell’opacità di un vetro. Se fra tutti i suoi libri dovessi sceglierne uno, forse sceglierei proprio questo, il libro-fantasma con lucida pena tenuto dentro per tutta la vita. Una miniera nascosta, vibrante di umana inquietudine, un diario-taccuino di lavoro in cui è registrato di tutto: intuizioni, smarrimenti, lacerti poetici, sogni, meditazioni, severe autoanalisi e disarmanti confessioni. «Certamente un libro del nadir», difficile da definire anche per l’autrice, che introduce e conduce a quella che Margherita Pieracci Harwell chiama la «trilogia dell’amarezza»:2 Un cammino incerto (1970), Neurosuite (1970) e Terra senza orologi (1973).

Con il ritmo della poesia e la concretezza della prosa, Lato di ponente è anche un libro filosofico, intessuto di citazioni che sono per lei voci dialoganti; continua a leggere ….


Altri libri

di Margherita  Guidacci

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Prose e interviste

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La voce dell’acqua

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Specularmente

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Sibille. Seguito da Come ho scritto “Sibille”

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Ilaria Rabatti

Tra poesia e profezia: Il buio e lo splendore
L’ultima fase della poesia di Margherita Guidacci

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Margherita Guidacci (1921-1992) – Il nostro mondo.
Margherita Guidacci, Margherita Pieracci Harvell – «Specularmente. Lettere, studi, recensioni». A cura di Ilaria Rabatti

Margherita Guidacci (1921-1992) – Voi, guardie e doganieri, perché non chiedete il passaporto al tordo e al colombaccio? Si faccia dunque un bando rigoroso perché ogni uccello resti confinato nel proprio cielo territoriale. Fino a quel giorno anch’io, con tutti gli uomini, rifiuterò le frontiere.

Margherita Guidacci (1921-1992) – Il nostro mondo è meccanocentrico. La macchina è la nostra fede, è il totem della nostra èra. Il nostro dovere è rifiutare l’acquiescenza. Chiunque sente gridare dentro di sé una coscienza umana violentata, deve esternare, forte, questo grido.
Margherita Guidacci (1921-1992) – Chi ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo.
Margherita Guidacci (1921-1992) – «Sibille». Per tutto il tempo in cui rimasi in compagnia delle Sibille, le sentii sempre come delle presenze oggettive. erano per me delle persone reali, in carne ed ossa.
Margherita Guidacci (1921-1992) – Chi ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in questi vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo …
Margherita Guidacci (1921-1992) – Sono i pazzi quelli che hanno ragione, in una società disumana e soffocante come la nostra. Si impazzisce perché si ha l’impressione che il mondo non sappia che farsene dell’anima né delle sue facoltà più importanti, come ad esempio l’immaginazione.
Margherita Guidacci (1921-1992) – Le Poesie. A cura di Maura Del Serra. Cronologia, bibliografia e note di Ilaria Rabatti. «Meglio scrivere un libro importante nel deserto che diventare celebri per equivoco».

Ilaria Rabatti – «La casa di carta», di Carlos María Domínguez. Una biblioteca è una porta nel tempo … Non basta una vita…
Ilaria Rabatti – Un libro di John Berger: «Da A a X. Lettere di una storia»
Ilaria Rabatti – Tra poesia e profezia: Il buio e lo splendore, l’ultima fase della poesia di Margherita Guidacci
Ilaria Rabatti – «Al fuoco della carità». Introduzione al libro di Margherita Guidacci, «Il fuoco e la rosa. I “Quattro Quartetti” di Eliot e Studi su Eliot»
Ilaria Rabatti – «Ricrescite», il libro di Sergio Nelli. Prezioso, straordinario incontro con una voce poetica che ha la forza – “contro le fiatate del vuoto” – di far respirare i muri e di muovere desideri.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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