Stephan Enter – La vita è un fiammifero che viene sfregato ma la cui fiamma va usata al più presto per accendere qualcos’altro, perché se aspetti si spegne ed è troppo tardi.

Stephan Enter

 

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S. Enter, La presa

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«La vita è un fiammifero che viene sfregato ma la cui fiamma va usata al più presto per accendere qualcos’altro, perché se aspetti si spegne ed è troppo tardi».

S. Enter

“Felici così non lo saremo mai più” è la frase che da vent’anni risuona nell’orecchio di Paul. All’università formava con Vincent, Martin e Lotte un inseparabile quartetto di amici e appassionati alpinisti, ma dopo una scalata sulle isole Lofoten le loro strade si sono improvvisamente divise. Solo oggi, in un’assolata mattina d’estate, alla stazione di Bruxelles, ha inizio il viaggio che li porterà a rivedersi. Ma più l’incontro si avvicina, più la tensione sale, e la memoria torna su quelle vette sospese tra il mare e il cielo, quando il mondo era ancora fatto di sogni e possibilità senza fine, quando Vincent era troppo preso dalle sue sfide per dare ascolto al cuore, Martin non aveva altri desideri che il riscatto sociale, e Lotte era un presuntuoso maschiaccio, ma così affascinante, così inafferrabile. Fino a quell’irrecuperabile attimo in cui il caso o l’urgenza della vita li ha chiamati a una scelta che ha segnato il loro destino. E solo ora, mentre il puzzle di quei giorni si ricompone, rivelando a ognuno le proprie colpe, debolezze, illusioni verso l’amicizia, l’amore, la felicità, si fa strada la domanda: Ma è davvero questa la vita che volevo vivere? Con un raffinato romanzo psicologico che segue il ritmo del pensiero in un crescendo d’intensità, sullo sfondo di una natura estatica che sembra prendersi gioco di ogni ambizione umana, Enter racconta il rischio di vivere, la vertigine della libertà di scelta, quella presa che continua a sfuggire nella scalata del destino, e il potere unico del ricordo di rendere eterno un attimo, di fermare l’inesorabile clessidra del tempo.

 


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Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910) – In una società dove esiste, sotto qualunque forma, lo sfruttamento o la violenza, il denaro non può assolutamente rappresentare il lavoro. La semplicità è la principale condizione della bellezza morale.

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Lev Tolstoj, Denaro falso.
Introduzione di Dario Pontuale, Saggio di Leone Ginzburg,
Ianieri Edizioni, 2016.

***

«La semplicità è la principale condizione
della bellezza morale».
In una società dove esiste, sotto qualunque forma,
lo sfruttamento o la violenza,
il denaro non può assolutamente rappresentare il lavoro.

***

«– Si può impegnare l’orologio e si può fare anche dimeglio – disse Màchin strizzando un occhio.
– Come di meglio?
– È molto semplice.
Màchin prese la cedola.
– Si mette un uno davanti al 2,50 e diventa 12,50» (p. 51)-

Risvolto di copertina

Quale strumento di corruzione può essere il denaro?
Tolstoj nel racconto/pamphlet Denaro Falso, composto non prima del 1904 e pubblicato postumo nel 1911, segue il passaggio di mano in mano di una cedola falsificata e della scia corruttrice che lascia dietro di sé. Il “pagherò”, come un morbo, appesta e infetta coloro che incontra al suo passaggio, segnandone il disfacimento morale e fisico. Ma nella seconda parte del racconto trova posto anche il sogno utopico agognato dal genio letterario russo, il sogno di un mondo primitivo basato su baratto e scambio, un mondo che può rinunciare all’uso della moneta. Un sogno che ha animato il pensiero filosofico e la vita quotidiana dell’autore di Guerra e Pace.

 

Nell’immagine in evidenza: Il’ja Efimovič Repin, Ritratto di Lev Tolstoj, 1887.


Altre traduzioni in lingua italiana

  • «Denaro falso». In: Come perisce l’amore : racconti; prima versione integrale e fedele della duchessa di Andria, Torino: Slavia, 1931
  • «La cedola falsa». In: Romanzi brevi e racconti; a cura di Giuseppe Donnini, Roma: G. Casini, 1951
  • «Il cupone falso». In: Lev Tolstoj, Racconti; a cura di Agostino Villa, Vol. III, Torino : Einaudi, 1955
  • I cosacchi; La cedola falsa; Trad. di Agostino Villa, Milano: Club degli editori, 1974
  • «La cedola falsa»; traduzione di Margherita Crepax. In: Tutti i racconti, a cura di Igor Sibaldi.
  • Denaro falso: 1903-1905; traduzione della Duchessa d’Andria, Milano: Linea d’ombra, 1990.

La prima parte di Denaro falso è stata utilizzata da Robert Bresson per il suo ultimo film, L’Argent (1983). L’azione è stata trasposta dalla Russia zarista del XIX secolo alla Francia del XX secolo. Yvon Targe, il protagonista del film di Bresson, è stato creato dall’unione di Ivàn Mirònov e Stjepàn Pelaghèjuskin; a differenza che nel racconto di Tolstoj, nel film di Bresson non c’è redenzione.



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Cloe Curcio – La cosa straordinaria dei personaggi è la loro capacità di vivere indipendentemente dal loro autore, intessendo legami con centinaia di altre persone, i lettori, e riuscendo così talvolta a lasciare un segno nelle sabbie del tempo.

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Siamo tutti storie

Logo-Adobe-Acrobat-300x293Siamo tutti storie.

Presentazione del libro
Di carta e inchiostro

 

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Di carta e inchiostro

Cloe Curcio, Di carta e inchiostro


Personaggi dell’immaginario e società

L’immaginario collettivo ospita personaggi letterari, sia mitologici, leggendari, sia realmente esistiti. Essi ci offrono suggestioni, riflessioni, ci aiutano a crescere e costruire le nostre identità, influenzando la nostra vita. Mentre guardiamo un film, leggiamo un libro o un fumetto, incontriamo dei personaggi che stimolano le nostre riflessioni. Quando ci immergiamo totalmente in una storia di carta e inchiostro, e ne “facciamo esperienza”, ci confrontiamo con parti di noi stessi che nella vita reale non riconosciamo. I personaggi, questi grandi mediatori tra autori e lettori, autrici e lettrici, ci mettono in relazione con culture di Paesi diversi e lontani, con le vicende di altre epoche storiche, formandoci e talvolta anche spiegandoci complessi sistemi filosofici. Questo libro, presentando la vita dei personaggi a partire dal rapporto con i loro autori fino a quello vivificante con i lettori, è un divertito omaggio alle Letterature e alla fantasia. Attraverso citazioni appartenenti tanto al panorama classico quanto a quello contemporaneo, mira a suscitare una riflessione su un tema che, in un modo o nell’altro, tocca tutti.

La storia di Personaggio 1 e Personaggio 2, scritta come testo teatrale e ambientata nella sala d’attesa delle Lande dell’immaginario, introduce i capitoli.

“Della sostanza dei sogni”
I personaggi sono figure particolari, a volte esuberanti e comunicative. Rappresentano un “ponte” tra autore e lettore, necessitano di entrambi per poter vivere.
La loro nascita è un mistero, compaiono dal nulla, emergendo dall’Oceano delle Letterature, plasmandosi nell’Immaginario e conquistandosi un posto nel cuore del loro scrittore. Chiedono di essere ascoltati, raccontati, vivificati. Ci offrono mille prospettive diverse, si propongono come risorse nella nostra quotidianità, aiutandoci ad affrontare momenti difficili, diventando dei “modelli” comportamentali.
La cosa straordinaria dei personaggi è la loro capacità di vivere indipendentemente dal loro autore, intessendo legami con centinaia di altre persone, i lettori, e riuscendo così talvolta a lasciare un segno nelle sabbie del tempo.
«Chi nasce personaggio, chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna, non ha mica bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho Panza! Mi dica lei chi era don Abbondio! Eppure vivono eterni perché – vivi germi – ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire per l’eternità» – Luigi Pirandello, La tragedia di un personaggio.
Dedico questa riflessione a tutti i miei amati protagonisti, in particolare a Senna (“L’ambasciatrice dei draghi”), Queith (“La domatrice del fuoco”) e Jean (“La sacerdotessa del tempo”) e a tutti i personaggi presenti, passati e futuri.

 

L’autrice
Mi chiamo Cloe Curcio, sono nata nel settembre 1996 nei pressi di Roma e sono cresciuta tra i libri. Ho sempre amato scrivere e ho pubblicato il mio primo libro durante la Terza Media. Ho frequentato il liceo linguistico, fedelmente accompagnata dai miei amati personaggi che mi hanno sussurrato storie e avventure da narrrare durante questi cinque anni di studio intenso. Adoro i gatti e sono una lettrice incallita di tutti i generi, anche se prediligo i Fantasy e gli Storici. Tra i miei autori preferiti ci sono Terry Brooks, J.K.Rowling, Cassandra Clare, Veronica Roth, Suzanne Collins ma anche Rosemary Sutcliff, Victor Hugo e, di tutt'altro genere, Shakespeare, Blake e Heine. Mi fermo qui, perché elencarli tutti richiederebbe troppo spazio e tempo. I miei libri sono tutti ambientati in universi fantastici, a carattere un po' medievale, e hanno prevalentemente delle ragazze come protagoniste. Ho avuto la fortuna di conoscere già ben tre mondi, il primo dei quali ispirato alla serie animata di "La leggenda di Aang" e al relativo film. Spero di tornare presto sulla Mezzaluna e di poter conoscere più a fondo le misteriose Terre Libere, in cui sono correntemente immersa. Fino ad ora ho pubblicato sotto pseudonimo, per evitare che l'aver scritto queste storie diventasse un elemento di attrito in classe o compromettesse in qualche modo la mia esperienza scolastica, magari determinando preferenze o ostilità. La scelta di "Jessie James" risulta da una ballata cantata da Bruce Springsteen, dedicata a un bandito americano, Jesse James appunto, la cui storia mi ha colpita molto. Era considerato il "Robin Hood americano" e nessuno riusciva a catturarlo. Un giorno, però, un suo compagno, il vigliacco Robert Ford, decise di farla finita: gli sparò alla schiena mentre Jesse, disarmato, appendeva un quadro alla parete di casa sua. Mi è sembrato bello volgere il suo nome al femminile e fargli così un omaggio.

***

Il Sito Cloe Curcio

Il Sito Cloe Curcio, L’oceano delle letterature

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Altri suoi libri



Il mondo della mezzaluna

Il mondo della Mezzaluna

La Mezzaluna è una grande Isola dalla spiccata forma astrale, divisa in quattro regni. Ci sono le Lande Ghiacciate a nord, luoghi impervi e freddi, tra i cui alti e silenti pini si aggirano gli Spettri e i loro "animaletti da compagnia"; c'è il Vergant a ovest, un deserto in cui nessuno osa avventurarsi, le cui popolazioni sono pressoché sconosciute; c'è l'Impero, una delle principali potenze in gioco, con la sua bianca capitale Achernar; c'è la Punta Meridionale, prospera e bizzarra, nella cui Cintura Verde si nascondono creature incantate e figure fuori dal comune. Accanto alla Mezzaluna, ad est, si estende un arcipelago immenso, costituito da miriadi di Isole, una più pericolosa e infida dell'altra. Un tempo casa degli incantatori, vennero devastate dalle Guerre Magiche e portano tuttora il segno della magia. Vi abitano creature come i Row, immensi gabbiani che vengono cavalcati dagli esseri umani, ci sono luoghi oscuri come l'ormai abbandonata città di Draken Dur, ma anche santuari dedicati alle stelle e Fonti baciate dagli spiriti elementali. Ho scoperto questo complicato universo insieme ai miei protagonisti, esplorandone anfratti e regioni lontane, ma anche immergendomi nella vita di mondo ad Achernar e aggirandomi per il palazzo di Castel Primavera. Ho navigato con una canoa tra le Isole, mi sono affacciata agli stessi luoghi con occhi diversi, al fianco di svariati eroi ed eroine.


 

L'ambasciatrice dei draghi

L’ambasciatrice dei draghi

Nella Mezzaluna, una terra in cui regna l’equilibrio tra natura e magia, gli anni si susseguono in un tempo di pace e serenità. L’Impero prospera sotto la guida di un saggio re, Valence il Grande. I maghi, chiusi nella loro Fortezza, ordiscono trame e complotti, in un gioco di ombre impossibile da arrestare. Quando il Libro viene rubato e una Creatura evocata, l’apparente armonia si spezza, sprofondando l’Impero nel terrore. Stretto tra la minaccia dei draghi da Est e di una misteriosa forza militare da Nord, il regno lancia una disperata richiesta d’aiuto. Cora, giovane contadina coinvolta nel cataclisma che scuote l’Impero, si trova a dover compiere difficili scelte. Senna, maga della Fortezza, dovrà misurarsi con il proprio lato oscuro e con la storia, colma di ombra e dolore, dei suoi simili. Nuvole di guerra si addensano, mentre tra scontri e incontri le due donne percorrono le loro vie, muovendo incerte verso il loro destino. Irrisolti e fantasmi del passato le inseguono, costringendole a confrontarsi con loro stesse.


La domatrice del fuoco

La domatrice del fuoco

Le Isole sono luoghi misteriosi che conservano la memoria degli antichi scontri magici. Quando Merissa risveglia una Creatura sopita da millenni, la sua vecchia vita va in pezzi. Costretta a fuggire e a cercare aiuto presso gli incantatori, si trova catapultata in un viaggio sulla distante e leggendaria Mezzaluna, alla disperata ricerca di un talismano che possa fermare l’avanzata del Fiore della Notte. Al suo fianco si schiereranno amici improbabili, ognuno con un passato pronto a schiacciarlo, con un futuro incerto all’orizzonte. Samidra invece è una domatrice dell’Acqua costretta a fuggire dai maghi e dai poteri della Mezzaluna a causa del suo dono. Quando fallisce nel compito affidatole dalla sua migliore amica, un’incantatrice indipendente e scostante, si trova proiettata in un’avventura per salvare l’universo che conosce dai perfidi Argentei. Si confronterà con le diverse sfaccettature dell’amicizia, che non sempre è facile come si vorrebbe.


 

 

 



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Elio Vittorini (1908-1966) – L’ambivalenza dell’animo favorisce, naturalmente, l’affermazione italiana del fascismo. È sempre tanto più facile lasciarsi prendere da una corrente che resistervi.

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Il garofano rosso

Il garofano rosso

Ha il fascino dei libri
della prima giovinezza,
quando il talento
è una specie di follia,
e vivere è come viaggiare
in incognito con se stessi …
Gianna Manzini

«Il principale valore documentario del libro è nel contributo che può dare a una storia dell’Italia sotto il fascismo e ad una caratterizzazi’bne dell’attrattiva che un movimento fascista in generale, attraverso malintesi spontanei o procurati, può esercitare sui giovani. In quest’ultimo senso il libro ha un valore documentario non solo per l’I talia.
Si parla dal ricordo d’infanzia che viene, nelle prime pagine, attribuito al ragazzo protagonista. “E. ricordo d’un desiderio, conosciuto nella primissima infanzia, di uccidere qualcuno. L’esistenza successiva del protagonista e l’educazione ricevuta non lo hanno eliminato, o lo hanno semplicemente represso. A sedici anni egli è ancora posseduto da una vaga impressione che, per affermare se stesso, “entrare nella vita degli adulti”, essere
riconosciuto uomo, occorra “forse” uccidere qualcuno o, comunque, versare sangue.
Tutti i ragazzi intorno a lui si comportano come se fossero, tutti, posseduti più o meno, e più o meno vagamente, dalla stessa impressione. C’è in loro, verso il mondo costituito) una diffidenza che li accomuna e un atteggiamento di rivolta non preciso ma costante per cui sono portati a credersi rivoluzionari e sono pronti a simpatizzare con qualunque movimento politico appaia loro rivoluzionario. Hanno sentito parlare di socialismo, hanno sentito parlare di comunismo, e vedono intanto il fascismo.
Sono i giorni del delitto Matteotti, e i tempi, in Sicila, del soldino. Il fascismo ha ucciso Matteotti: vale a dire ha ucciso, come ciascuno di essi ha l’impressione d’aver bisogno di fare, qualcuno. Agli occhi loro, che vedono gli altri partiti non uccidere, il fascismo è forza, e come forza è vita, e come vita è rivoluzionario. Ma hanno sentito parlare, ripeto, di socialismo, e di rivoluzioni comuniste per il socialismo. Ne sanno quanto basta per pensare che ogni mutamento rivoluzionario del mondo debba avvenire in senso socialista. Il mondo che loro vorrebbero è come s’immaginano che lo voglia il socialismo. Cosi le ragioni confessate per le quali aderiscono al fascismo e fanno chiasso dentro al fascismo derivano, nella maggioranza, dall’idea che il fascismo non possa non avere un contenuto socialista.
Ne nasce in loro, coi dubbi che pur conservano sulla possibilità di un tale contenuto nel fascismo, una condizione di ambivalenza. Essi sono disposti al socialismo e al fascismo nello stesso tempo. E l’ambivalenza del loro animo favorisce, naturalmente, l’affermazione italiana del fascismo. È sempre tanto più facile lasciarsi prendere da una corrente che resistervi.
Un ultimo avvertimento.
Lo stato d’animo giovanile rispetto al fascismo non è analizzato nel libro in modo da riflettere storicamente qual esso fu al sorgere della dittatura. Vi si combinano convinzioni che si erano formate, tra i giovani, più tardi, e illusioni molto comuni proprio negli anni in cui scrivevo il libro, il ’33 e il ’34. Anzi, i giudizi espliciti su fascismo e comunismo messi in bocca al ragazzo Tarquinio, l’amico più grande del ragazzo protagonista, sono tipici di quegli anni. Ricorrevano di continuo nella stampa dei G. U. F. e persino in qualche settimanale di Federazione. Doveva essere la posizione che prese la stampa ufficiale nei riguardi degli avvenimenti viennesi di febbraio ’34, a darci la prima smentita per noi efficace circa il nostro granchio».

Milano, dicembre 1947.

Elio Vittorini, Il garofano rosso, Mondadori, 1975, pp. 213-214.

Risvolto di copertina
Scritto negli anni trenta, ma pubblicato in volume solo nel dopoguerra a causa della censura fascista, questo romanzo di Elio Vittorini è un'opera corale: il conteso «garofano rosso», dono di una studentessa liceale a un compagno di scuola, interessa e coinvolge oltre all'autore-protagonista diversi gruppi di ragazzi furiosamente vitali. Erano gli anni 1920-24, i tempi del delitto Matteotti. In quel clima rovente, anche un garofano rosso all'occhiello, un ingenuo pegno d'amore, poteva apparire un simbolo sovversivo. I giovani erano posseduti allora da una diffidenza e da un bisogno di ribellione che li portava a simpatizzare con qualsiasi movimento rivoluzionario, con il presagio però che altre esigenze avrebbero finito per prevalere: come in politica, cosi nell'amicizia e anche in amore, la stessa incertezza dolorosa, la stessa rabbiosa necessità di «entrare nella vita degli adulti.

 

Immagine in evidenza:
Pablo Picasso, Natura morta con testa antica, part., 1925. Museo Nazionale di Arte Moderna, Parigi.

 

 


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Karel Kosík (1926-2003) – Per la conoscenza della realtà umana nel suo complesso e per scoprire la verità della realtà nella sua autenticità, l’uomo dispone di due “mezzi”: la filosofia e l’arte. Nella loro funzione l’arte e la filosofia sono per l’uomo vitalmente importanti, impagabili e insostituibili. Rousseau avrebbe detto che sono inalienabili.

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Dialettica-del-concreto-1972

Dialettica del concreto.

«In quale linguaggio è scritto il libro del mondo umano e della realtà umano-sociale? Come e per chi si svela tale realtà? Se la realtà umano-sociale venisse conosciuta nella sua realtà di per se stessa e nella coscienza ingenua quotidiana, in tal caso la filosofia e l’arte diventerebbero un lusso inutile che, secondo le esigenze, può venir preso in considerazione o rigettato. La filosofia e l’arte non farebbero altro che ripetere ancora una volta – sia concettualmente con linguaggio intellettuale, sia per immagini con linguaggio emozionale – ciò che è già noto anche senza di esse e ciò che esiste per l’uomo indipendentemente da esse.íí
L’uomo vuole comprendere la realtà, ma spesso riesce ad avere “in mano” soltanto la superficie della realtà o una sua falsa apparenza. Come quindi si svela la realtà nella sua autenticità? Come si manifesta per l’uomo la verità della realtà umana? L’uomo giunge per
mezzo di scienze speciali alla conoscenza di parziali settori della realtà umano-sociale e alla verifica delle loro verità. Per la conoscenza della realtà umana nel suo complesso e per scoprire la verità della realtà nella sua autenticità, l’uomo dispone di due “mezzi”: la filosofia e l’arte. Per questa ragione l’arte e la filosofia possiedono per l’uomo un significato specifico e una particolare miissione. Nella loro funzione l’arte e la filosofia sono per l’uomo vitalmente importanti, impagabili e insostituibili. Rousseau avrebbe detto che sono inalienabili.
Nella grande arte la realtà si svela all’uomo. L’arte, nel senso proprio della parola, è allo stesso tempo demistificatrice e rivoluzionaria, giacché conduce l’uomo, dalle rappresentazioni e dai pregiudizi sulla realtà, fino alla realtà stessa e alla sua verità. Nell’arte autentica e nell’autentica filosofia si svela la verità della storia: qui l’umanità è posta di fronte alla sua propria realtà.
Qual è la realtà che si svela all’uomo nell’arte? Forse una realtà che l’uomo già conosce e di cui vuole soltanto appropriarsi in altra forma, rappresentandoseIa cioè sensibilmente? Se le opere drammatiche di Shakespeare non sono “nient’altro che” la rappresentazione artistica della lotta di classe nell ‘epoca dell’accumulazione primitiva, se un palazzo rinascimentale non è ”’nient’altro che” l’espressione del potere di classe della borghesia capitalistica allora nascente, si pone a questo punto la domanda: perché questi fenomeni sociali che esistono di per se stessi e indipendentemente dall’arte devono venire ancora una volta rappresentati dall’arte, e cioè sotto un’apparenza che costituisce un mascheramento della loro reale natura e che, in un certo senso, allo stesso tempo nasconde e manifesta la loro vera essenza? In una tale concezione si presuppone che la verità espressa dall’arte può venir raggiunta anche per un’altra via, soltanto con la differenza che l’arte presenta una tale verità “artisticamente”, in immagini che possiedono
un’ evidenza sensibile, mentre sotto un altro aspetto quella stessa verità sarebbe stata molto meno suggestiva.
Un tempio greco, una cattedrale medioevale o un palazzo rinascimentale esprimono la realtà, ma al tempo stesso anche creano la realtà. Tuttavia essi non creano soltanto la realtà antica, medioevale o rinascimentale, non sono soltanto elementi costruttivi ciascuno
della rispettiva realtà, bensl essi creano come perfette opere artistiche una realtà che sopravvive al mondo storico dell’antichità, del medioevo e del rinascimento. In una tale sopravvivenza si svela il carattere specifico della loro realtà. Il tempio greco è qualcosa di diverso da una moneta antica che col tramonto del mondo antico ha perso la propria realtà, non ha piu validità, e ormai non vale più come mezzo di pagamento e materializzazione di un valore. Con il tramonto del mondo storico perdono la loro realtà anche gli elementi che in esso avevano una funzione; il tempio antico ha perso la sua immediata funzione sociale come luogo destinato agli uffici divini e alle cerimonie religiose; il palazzo rinascimentale non è ormai piu il simbolo visibile del potere né l’autentica sede di un magnate del rinascimento. Ma con il tramonto del mondo storico e con l’abolizione delle loro funzioni sociali né il tempio antico né il palazzo rinascimentale hanno perduto il loro valore artistico. Perché? Essi esprimono forse un mondo che nella sua storicità è già scomparso, ma che sopravvive sempre in essi? Come e con che sopravvive? Come complesso di condizioni date? Come materiale lavorato ed elaborato da uomini che hanno impresso in essi le proprie caratteristiche? A partire da un palazzo rinascimentale è possibile svolgere delle induzioni sul mondo rinascimentale; per mezzo del palazzo rinascimentale è possibile indovinare la posizione dell’uomo nella natura, il grado di realizzazione della libertà dell’individuo, la divisione dello spazio e l’espressione del tempo,
la concezione della natura. Ma l’opera d’arte esprime il mondo in quanto lo crea. Essa crea il mondo in quanto svela la verità della realtà, in quanto la realtà si esprime nell’opera d’arte. Nell’opera d’arte la realtà parla all’uomo.
[…] Proprio l’analisi dell’opera d’arte ci conduce a porci la domanda che costituisce il principale oggetto delle nostre considerazioni: che cos’è la realtà umano-sociale e come questa stessa realtà viene creata?
Se la realtà sociale in rapporto con l’opera d’arte si considera esclusivamente come le condizioni e le circostanze storiche che hanno determinato o condizionato l’origine dell’opera, l’opera stessa e la sua artisticità diventano qualcosa d’inumano. Se l’opera è fissata solo come opera sociale, prevalentemente o esclusivamente nella forma di oggettività reificata, la soggettività viene concepita come qualcosa di asociale, come un fatto che è condizionato, ma non creato né costituito dalla realtà sociale. […] Nella società
capitalistica moderna il momento soggettivo della realtà sociale è stato distaccato dall’oggettivo e i due momentì si drizzano l’uno contro l’altro come due sostanze indipendenti: come mera soggettività da una parte e come oggettività reificata dall’altra. Di qui hanno origine le mistificazioni: da una parte l’automatismo della situazione data, dall’altra la psicologizzazione e la passività del soggetto. Ma la realtà sociale è infinitamente piu ricca e piu concreta della situazione data e delle circostanze storiche, perché essa include in sé la prassi umana oggettiva, la quale crea sia la situazione che le circostanze. Le circostanze costituiscono l’aspetto fissato della realtà sociale. Non appena esse vengono distaccate dalla prassi umana, dall’attività oggettiva dell’uomo, diventano qualcosa di rigido e d’inanimato.
[…] Il sociologismo riduce la realtà sociale alla situazione, alle circostanze, alle condizioni storiche, che, così deformate, assumono l’aspetto dell’oggettività naturale. Il rapporto tra le “condizioni” e le “circostanze storiche” cosi intese da una parte e la filosofia e l’arte dall’altra non può essere essenzialmente altro che meccanico ed esteriore. Il sociologismo illuminato si sforza di eliminare un tale meccanicismo mediante una complessa gerarchia di “termini mediatori” autentici o costruiti (“l’economia” si trova “mediatamente” in contatto con l’arte), ma fa il lavoro di Sisifo.  […] Come viene creata la realtà sociale?, la realtà sociale stessa esiste non soltanto sotto la forma di “oggetto”, di situazione data, di circostanze, ma anzitutto come attività oggettiva dell’uomo, che crea le situazioni come parte oggettivizzata della realtà sociale.
Per il sociologismo, la cui più laconica definizione è lo scambio della situazione data al posto dell’essere sociale, la situazione muta e il soggetto umano reagisce ad essa. Reagisce come un complesso immutabile di facoltà emozionali e spirituali, e cioè cogliendo, conoscendo e rappresentando artisticamente o scientificamente la situazione stessa. La situazione muta, si svolge, e il soggetto umano marcia parallelamente ad essa e la fotografa. L’uomo diventa un fotografo della situazione. Tacitamente si parte dal presupposto che nel corso della storia varie strutture economiche si sono alternate, sono stati abbattuti dei troni, delle rivoluzioni hanno trionfato, ma la facoltà dell’uomo di “fotografare” il mondop è rimasta la stessa dall’intichità ad oggi.
L’uomo coglie e si appropria la realtà “con tutti i sensi”, come affermò Marx […].
L’uomo scopre il senso delle cose per il fatto che egli si crea un senso umano per le cose. Pertanto un uomo dai sensi sviluppati possiede un senso anche per tutto ciò che è umano, mentre un uomo dai sensi non sviluppati è chiuso di fronte al mondo e lo “percepisce” non universalmente e totalmente, con sensibilità e intensità, bensì in modo unilaterale e superficiale […]
Non critichiamo il sociologismo per il fatto che si volge alla situazione data, alle circostanze, alle condizioni per spiegare la cultura, bensl per il fatto che non comprende il significato della situazione in se stessa, né il significato delle situazioni in rapporto con la cultura. La situazione al di fuori della storia, la situazione senza soggetto, non soltanto costituisce una configurazione pietrificata e mistificata, ma allo stesso tempo una configurazione priva di senso oggettivo. Sotto questo aspetto le “condizioni” mancano di ciò che è piu importante anche dal punto di vista metodologico, e cioè un proprio significato oggettivo, e ricevono invece un senso illegittimo in dipendenza dalle opinioni, dai riflessi e dalla cultura dello scienziato.
La realtà sociale ha cessato di essere per l’indagine ciò che essa oggettivamente è, e cioè totalità concreta e si scinde in due interi eterogenei e indipendenti, che il “metodo” e la “teoria” si sforzano di riunire; la scissione della totalità concreta della realtà sociale mette capo alla conclusione seguente: da una parte viene pietrificata la situazione, mentre dall’altra parte vengono pietrificati lo spirito, la psichicità, il soggetto. […]
Una tale insufficienza si manifesta tanto nell’accettazione di forme ideologiche già pronte, per le quali viene trovato un equivalente economico o sociale, quanto nella rigidezza conservatrice con cui ci si sbarra l’accesso alla comprensione dell’arte moderna […].
Tuttavia sembra che i presupposti teoretico-filosofici di una tale insufficienza non siano stati sufficientemente esaminati».

 

Karel Kosík, Dialettica del concreto, Bompiani, 1965, 137-145.


Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia

Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia


Coperta 183

Linda Cesana – Costanzo Preve

Filosofia della verità e della giustizia. Il pensiero di Karel Kosík

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Paranormal Creativity: Giovani Vertigini Creative – Incontro con giovani artisti – Lettura e interpretazione di testi scritti da giovani esordienti – Mostra di Paolo Di Noto – Mostra di Nilowfer Awan Ahamede – Balli delle Chejà Celen coordinate da Vania Mancini e delle Ragazze di Spin Time coordinate da ICBIE Europa onlus

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logoScrittaSENSIBILI ALLE FOGLIE e SPIN TIME LABS

propongono un incontro interamente gestito dai giovani
per valorizzare le forme espressive e i talenti delle nuove generazioni

Paranormal Creativity01

 

Giovedì 17 Marzo – Ore 18

presso

SPIN TIME LABS

Via Santa Croce in Gerusalemme, 59  – Roma

Incontro con giovani artisti

Giacomo Buonafede (attore)
Gertrude Cestiè (giornalista)
Alessandro Cicone (cantautore)
Cloe Curcio (scrittrice)
Francesco Ferrone (scrittore)
Alessio Imparato (poeta e rapper)
Simone Proietti Gaffi (attore)

Edilson Araujo (attore)
Marianna Arbia (attrice)
Silvio Impegnoso (attore)

leggono e interpretano testi scritti da giovani esordienti


Mostra di disegni di Paolo Di Noto


Mostra di fotografie di Nilowfer Awan Ahamede


Balli delle Chejà Celen coordinate da Vania Mancini

e delle Ragazze di Spin Time coordinate da ICBIE Europa onlus


 

Logo Adobe Acrobat Locandina Paranormal Creativity – Giovani Vertigini Creative

 

Paranormal Creativity05


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Nikos Kazantzakis – Con Zorba il greco: la naturalezza creativa, che si rinnova ogni mattino

 

zorba-greco

«Zorba aveva lo sguardo primitivo che agguanta fulmineo dall’alto il suo nutrimento; aveva la naturalezza creativa, che si rinnova ogni mattino, con cui guardare incessantemente alle cose come se fosse la prima volta e che restituisce la verginità ai secolari elementi quotidiani – vento, mare, fuoco, donna, pane: la sicurezza della mano, la freschezza del cuore, l’ardire virile di beffarsi della propria anima, come se avesse dentro di sé una forza superiore all’anima stessa; e infine la risata limpida e selvaggia che scaturiva da una sorgente profonda, più profonda delle viscere dell’uomo, e che nei momenti cruciali esplodeva liberatoria dal vecchio petto di Zorba; esplodeva ed era capace di demolire, e demoliva tutte le barriere – morale, religione, patria – che le persone sventurate e impaurite erigevano per sfangarsela senza troppi danni nella propria misera vita. […] Certamente il cuore dell’uomo è una fossa chiusa colma di sangue, e quando si apre corrono ad abbeverarsi e a riprendere vita tutte le inconsolabili ombre assetate, che sempre si affollano intorno a noi e oscurano l’aria. Corrono a bere il sangue del nostro cuotre, perché sanno che altra resurrezione non esiste. E davanti a tutti corre oggi Zorba a grandi falcate, e scansa le altre ombre […] Diamogli dunque sangue perché riprenda vita. Facciamo tutto quanto è in noi perché riviva […] l’anima più grande, il corpo più saldo, il grido più libero che io abbia mai conosciuto in vita mia».

                                                                       Nikos Kazantzakis, Zorba il greco, Crocetti.

Zorba – Sirtaki Originale
https://www.youtube.com/watch?v=zpOAnWEyzt8
Zorbas Syrtaki

https://www.youtube.com/watch?v=4UV6HVMRmdk

Zorba il greco – Ballo di Zorba (The Greek) Sirtaki, Alexis Zorbas – Mikis Theodorakis
https://www.youtube.com/watch?v=foQ7TqHeNJM
Mikis Theodorakis & Anthony Quinn – Munich, 1995
https://www.youtube.com/watch?v=0jXiQs091As
Zorba The Greek Ballet – Ankara State Opera and Ballet – Irek Mukhammedov – Zorba
https://www.youtube.com/watch?v=9HFQXbpxhhc&index=4&list=RDJXWfJrvB8Fw&spfreload=1

Annalisa Strada – Dove inizia e dove finisce un posto? I libri sono una forza …

libro aperto

«Dove inizia e dove finisce un posto? La legge definisce dei confini, a volte l’uso li conferma, altre li ritocca oppurte li aggiusta. Ma il confine più importante non è il tratto fisico che separa un “qui” da un “là”: il confine più importante è quello che scavalca la nostra mente quando ci fa dire “sono dove non voglio essere” oppure “sono dove voglio essere”. […] Se c’è un posto dove posso vivere infinite vite […] è la biblioteca. […] accogliere con te i lettori […]: gli unici che possono davvero cambiare le cose sono loro. E se non ci riuscissero … forse potrebbero cambiare la loro vita. […] Mi auguro che ti riesca a creare una rete di resistenza e di ribellione […]. I libri sono una forza …»
Annalisa Strada, L’isola dei libri perduti, Einaudi, 2014.

John Williams – La sostanza specifica dell’amore

John Williams

John Williams

«Una volta sola ebbe notizie di Katherine Driscoll. All’inizio della primavera del 1949 ricevette una circolare dall’ufficio stampa di una grande università dell’est. Annunciava la pubblicazione del libro di Katherine e dava qualche informazione sull’autrice. Insegnava in un buon isitituto di Arti umanistiche del Massachusetts, e non era sposata. Appena fu possibile Stoner si procurò una copia del libro. Quando lo ebbe tra le mani, gli parve che le sue dita si animassero. Tremavano al punto che quasi non riuscì ad aprirlo. Sfogliò le prime pagine e lesse la dedica: “A W.S.”.

Gli occhi gli si annebbiarono e per un lungo istante restò seduto e immobile. Poi scosse la testa, tornò a guardare il libro e non lo lasciò più finché non l’ebbe letto tutto.

Era un buon lavoro, come aveva immaginato che fosse. La prosa era elegante e la passione era dissimulata dalla freddezza e dalla lucidità dell’intelligenza. Stoner si accorse che, leggendolo, era lei che vedeva e si meravigliò di quanto riuscisse a farlo veramente. Di colpo era come se Katherine fosse nella stanza accanto e l’avesse lasciata solo qualche istante prima. Sentì un pizzicore alle dita, come se la stesse toccando. Il senso di quella perdita, che aveva rinchiuso così a lungo dentro di sé, straripò sommergendolo mentre lui si lasciava portare alla deriva, oltre il controllo della sua volontà, perché ormai non voleva più salvarsi. Poi sorrise di gioia, come sull’onda di un ricordo: pensò che aveva quasi sessant’anni e avrebbe dovuto essersi lasciato alle spalle la forza di una tale passione, di un tale amore.

Ma sapeva di non averlo fatto. Sapeva che non l’avrebbe fatto mai. Oltre il torpore, l’indifferenza, la rimozione, quell’amore era ancora lì, solido e intenso. Non se n’era mai andato. In gioventù l’aveva dato liberamente, senza pensarci; l’aveva dato a quella conoscenza che gli era stata rivelata – quanti anni prima? – da Archer Sloane. L’aveva dato ad Edith, nei primi, ciechi, folli anni del corteggiamento e del matrimonio. E l’aveva dato a Katherine, come se fosse stata la prima volta. Stranamente, l’aveva dato ad ogni momento della sua vita, e forse l’aveva dato più pienamente proprio quando non si rendeva conto di farlo. Non era una passione della mente e nemmeno dello spirito: era piuttosto una forza che comprendeva entrambi, come se non fossero che la materia, la sostanza specifica dell’amore stesso. A una donna o a una poesia, il suo amore diceva semplicemente: Guarda! Sono vivo!».

 

John Williams, Stoner, Fazi, 2012, pp.  288-290.

Pascal Mercier – Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali o in quello che demonizza il pensiero critico esigendo amore per gli sfruttatori

Pascal-Mercier

«Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali. Ho bisogno della loro bellezza e della loro sublimità. Ne ho bisogno di contro alla piattezza del mondo. Voglio levare lo sguardo verso le luminose vetrate e lasciarmi abbagliare dai loro colori soprannaturali. Ho bisogno del loro splendore. Ne ho bisogno di contro alla sporca monocromia delle uniformi. Voglio lasciarmi avvolgere dalla pungente frescura delle chiese. Ho bisogno del loro silenzio imperioso. Ne ho bisogno di contro alle insulse urla da caserma e alle spiritosaggini dei fiancheggiatori del regime. Voglio sentire lo scroscio dell’organo, questo diluvio di suoni ultra terreni. Ne ho bisogno di contro alle stridule, ridicole marcette militari. Amo le persone che pregano. Ho bisogno della loro vista. Ne ho bisogno di contro al perfido veleno della superficialità e della distrazione. Voglio leggere le parole potenti della Bibbia. Ho bisogno della forza irreale della loro poesia. Ne ho bisogno di contro alla devastazione della lingua e alla dittatura delle parole d’ordine. Un mondo senza tutto questo sarebbe un mondo in cui non vorrei vivere.

Eppure esiste un altro mondo nel quale non voglio vivere: il mondo in cui il corpo e il pensiero autonomo sono demonizzati e dove vengono bollate come peccato cose che appartengono a quanto di meglio ci sia dato di sperimentare. Il mondo in cui si esige da noi amore nei confronti dei tiranni, degli sfruttatori e degli assassini, sia che i brutali passi dei loro piedi calzati dagli stivali echeggino assordanti nelle vie, sia che si aggirino furtivi e silenziosi, passi di ombre vili pronte a colpire alle spalle le vittime affondando loro i pugnali scintillanti nel cuore. Non c’è nulla di più assurdo al mondo: pretendere dal pulpito che esseri umani perdonino e persino amino creature di tal fatta. E se pure qualcuno realmente ci riuscisse, ciò significherebbe una falsità senza eguali, una spietata negazione di sé che verrebbe pagata con una totale storpiatura della persona. Questo comandamento, questo folle, degenere comandamento di amare i nemici è fatto apposta per spezzare gli esseri umani, per togliere loro in modo fraudolento tutto il coraggio e tutta la fiducia in se stessi e renderli malleabili nelle mani dei tiranni, così che non siano più in grado di trovare la forza per insorgere contro di loro, se necessario con le armi.
Venero la parola di Dio perché amo la sua forza poetica. Aborro la parola di Dio perché odio la sua crudeltà. Un amore difficile perché costretto a discernere incessantemente tra il potere illuminante delle parole e il soggiogamento violento tramite le parole operato da un Dio che si compiace di sé. Un odio difficile, come ci si può permettere di odiare infatti parole che sono parte integrante della melodia della vita in questa porzione di mondo? Parole che sin dall’infanzia ci hanno insegnato che cosa sia la reverenza? Parole che sono state per noi fari quando abbiamo cominciato ad avvertire che la vita visibile non può essere la vita nella sua interezza? Parole senza le quali non saremmo quello che siamo?
Ma non dimentichiamolo: sono parole che esigono da Abramo che sgozzi il proprio figlio come un animale. Che fare della nostra ira quando leggiamo quell’episodio? In quale considerazione dobbiamo tenere un tale Dio? Un Dio che rimprovera a Giobbe – che nulla può e nulla sa – di contendere con lui. Ma chi è stato a crearlo così? Precipitare qualcuno nell’infelicità senza motivo: è un atto meno ingiusto se a compierlo è Dio invece di un comune mortale? Non ha forse Giobbe tutte le ragioni per levare il suo lamento?
La poesia della parola di Dio ha una tale soverchia forza da farci ammutolire, ogni obiezione si trasforma in miserevole strepito. Per questo non si può semplicemente mettere via la Bibbia, la si deve invece gettare via quando non se ne può più delle sue pretese e della schiavitù a cui ci condanna. Da essa parla un Dio distante dalla vita e senza gioia che vuole restringere la potente amplitudine di un’esistenza umana – la grande circonferenza che essa è in grado di descrivere quando le si conceda libertà – all’unico, inesteso punto dell’obbedienza. Piegati dalle tribolazioni e gravati dal peccato, inariditi dalla sottomissione e dall’assenza di dignità della confessione, la fronte cosparsa di cenere e solcata dal segno della croce, ci tocca andare incontro alla morte con la speranza mille volte confutata in una vita migliore nell’aldilà. Ma perché dovrebbe essere migliore a fianco di Colui che in precedenza ci ha privati di ogni gioia e di ogni libertà?
E tuttavia sono di una bellezza sconvolgente le parole che vengono da Lui e vanno a Lui. Come le ho amate da chierichetto! Come mi hanno inebriato nello sfavillio delle candele sull’altare! Come sembrava chiaro – chiaro come la luce del sole – che quelle parole erano la misura di tutte le cose! Come mi sembrava incomprensibile che alla gente importassero anche altre parole, ciascuna delle quali poteva significare solo riprovevole distrazione e perdita dell’essenziale! Ancora oggi mi fermo quando ascolto un canto gregoriano, e per un istante –l’istante in cui la vigilanza viene meno – mi rattristo che l’inebriamento di un tempo abbia irrevocabilmente lasciato il posto alla ribellione. Una ribellione che è esplosa in me come un incendio repentino all’udire per la prima volta l’espressione: Sacrificium intellectus.
Come possiamo essere felici senza curiosità, senza interrogativi, senza dubbi, senza argomentazioni? Senza la gioia di pensare? Quell’espressione – simile a un colpo di spada che ci decapiti – significa niente di meno che questo: la folle pretesa che il nostro agire e il nostro sentire confliggano con il nostro pensiero. È l’esortazione a una scissione totale, l’ingiunzione a sacrificare quello che è il nocciolo di ogni pensabile felicità: l’interiore unità e armonizzazione della nostra vita. Lo schiavo sulla galea è incatenato, ma può pensare quello che vuole. Ma ciò che Lui, il nostro Dio, esige da noi è che con le nostre stesse mani noi radichiamo la nostra schiavitù negli strati più profondi del nostro animo e che lo facciamo di nostra spontanea volontà e con gioia. Può esserci uno scherno maggiore di questo?
Nella sua onnipresenza il Signore ci osserva giorno e notte, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo tiene la contabilità del nostro agire e del nostro pensare, non ci lascia mai in pace, non ci concede mai un momento tutto per noi. Che cos’è un uomo senza segreti? Senza pensieri e desideri che solo lui conosce? Gli sgherri addetti alla tortura – quelli dell’Inquisizione e quelli di oggi – lo sanno bene: tagliagli la ritirata nell’interiorità, non spegnere mai la luce, non lasciarlo mai solo, impediscigli di dormire e riposare: parlerà. Che la tortura ci ruba l’anima significa che essa distrugge la possibilità di restare soli con noi stessi, la solitudine di cui abbiamo bisogno come dell’aria per respirare. Il Signore Iddio non ha pensato che con la sua sfrenata curiosità e il suo ripugnante voyeurismo ci ruba l’anima, quell’anima che oltretutto dovrebbe essere immortale?
Chi in realtà vorrebbe essere immortale? Chi vorrebbe vivere in eterno? Che noia e che vuoto sapere che non ha la minima importanza quel che succede oggi, in questo mese, in questo anno perché arriveranno ancora infiniti giorni, mesi, anni. Infiniti, letteralmente infiniti. Se così fosse, che cosa mai potrebbe contare? Non ci sarebbe più bisogno di computare il tempo, non sussisterebbe l’eventualità di lasciarsi sfuggire qualcosa, non dovremmo più affrettarci. Sarebbe indifferente fare qualcosa oggi o domani. Del tutto indifferente. Milioni di dimenticanze e omissioni al cospetto dell’eternità diventerebbero un nulla, e non avrebbe senso rammaricarsi di qualcosa poiché resterebbe sempre il tempo per recuperarlo. Non potremmo nemmeno vivere alla giornata, perché questa felicità si nutre della consapevolezza che il tempo passa, lo sfaccendato è un avventuriero che sfida la morte, un crociato che combatte contro il diktat della fretta. Se sempre e ovunque c’è tempo per tutto e per ogni cosa, dove dovrebbe mai esserci ancora spazio per la gioia di dissipare il tempo?
Un sentimento non è mai lo stesso se si ripresenta una seconda volta. Sbiadisce nel momento in cui scorgiamo che ritorna. Ci stanchiamo e ci tediamo dei nostri sentimenti quando si reiterano troppo spesso e durano troppo a lungo. L’anima immortale dovrebbe essere sopraffatta da un tedio colossale e da una disperazione che si trasforma in grido davanti alla certezza che niente finirà, mai. I sentimenti vogliono svilupparsi e noi con loro. Sono quello che sono perché si discostano da ciò che sono stati un tempo e perché fluiscono incontro a un futuro dove nuovamente si discosteranno da se stessi. Se questa corrente confluisse nell’infinito, in noi si ingenererebbero miriadi di sensazioni che, abituati come siamo a un tempo circoscritto, non potremmo nemmeno rappresentarci nella mente. Quando sentiamo parlare di vita eterna siamo quindi totalmente all’oscuro di quanto ci viene promesso. Che cosa vorrebbe dire sussistere in eterno, privi della consolazione di venire liberati un giorno dalla coercizione di essere noi stessi? Non lo sappiamo ed è una benedizione il fatto che non lo sapremo mai. Perché almeno di una cosa siamo consapevoli: il paradiso dell’immortalità sarebbe un inferno.
È la morte a conferire all’attimo la sua bellezza e il suo terrore. Solo in virtù della morte il tempo è un tempo vivo. Perché il SIGNORE, Dio onnisciente, lo ignora? Perché ci minaccia con un’infinitezza che può significare solo un’intollerabile desolazione?
Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali. Ho bisogno dello splendore delle loro vetrate, della loro fresca quiete, del loro imperioso silenzio. Ho bisogno del diluvio di suoni dell’organo e della sacra devozione degli esseri umani. Ho bisogno della sacralità delle parole, della sublimità della grande poesia. Ho bisogno di tutto questo. Ma ho bisogno parimenti della libertà e dell’avversione nei confronti di ogni forma di crudeltà. Perché l’una è niente senza l’altra. E nessuno si sogni di costringermi a scegliere».
Pascal Mercier, Treno di notte per Lisbona, Mondadori.