Michele Federico Sciacca (1908-1975) – La nostra epoca rumorosa è senza silenzi, senza armonie. Povera di parole, ricca di voci. Viviamo dispersi nella dispersione di mille cose inessenziali, incapaci di un minuto di silenzioso raccoglimento e arriviamo sempre in ritardo all’appuntamento con noi stessi.

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«Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della maraviglia, del timore». Giacomo Leopardi

 

«Priva di rapporto col silenzio, la parola diviene vaniloquio; senza rapporto con la parola il silenzio diviene mutismo. L’umanità di chi non tace mai, si dissolve». Romano Guardini, Virtù.

 

 

«Il silenzio appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo». Max Picard, Il mondo del silenzio.

Come si vince a Waterloo

Come si vince a Waterloo

«La nostra epoca rumorosa  senza silenzi, senza armonie. Povera di parole, ricca di voci. Mancano gli spazi di meditazione e di raccoglimento. Viviamo dispersi nella dispersione di mille cose inessenziali. Ci vince la stanchezza, alla fine di un giorno qualunque, non ci attrae il silenzio. Decine di appuntamenti al giorno, puntuali a tutti, siamo incapaci di un minuto di silenzioso raccoglimento e arriviamo sempre in ritardo all’appuntamento con noi stessi».

 

Michele Federico Sciacca, Come si vince a Waterloo, Marzorati, Milano, 1961.

 

 

Giorgio Kienerk, Il silenzio, 1900

Giorgio Kienerk, Il silenzio, 1900

 

J. H. Fussli, “Il silenzio”, 1799-1800. Olio su tela. Zurigo, Kunsthaus

J. H. Fussli, “Il silenzio”, 1799-1800. Zurigo, Kunsthaus

 

Vilhelm Hammershol, Interno danese, 1900

Vilhelm Hammershol, Interno danese, 1900

 

Edward Munch, Il mattino. Ragazza sul bordo del letto.

Edward Munch, Il mattino. Ragazza sul bordo del letto.

 

Fernand Khnopff, “Il Silenzio”, 1890, Musée d’Art moderne, Bruxelles

Fernand Khnopff, “Il Silenzio”, 1890, Musée d’Art moderne, Bruxelles

Paris Nogari, Allegoria del silenzio. 1582, affresco, Città del Vaticano, sala degliSvizzeri.

Paris Nogari, Allegoria del silenzio. 1582, affresco, Città del Vaticano, sala degliSvizzeri.


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David Le Breton – Il rumore non molla mai la presa sull’umanità contemporanea e nasce la nostalgia del silenzio e l’aspirazione a ritrovarlo. Il silenzio è un omaggio che la parola rende allo spirito.

David Le Breton 01
Giorgio Kienerk, Il silenzio, 1900

Giorgio Kienerk, Il silenzio, 1900

 

«Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della maraviglia, del timore». Giacomo Leopardi

 

«Priva di rapporto col silenzio, la parola diviene vaniloquio; senza rapporto con la parola il silenzio diviene mutismo. L’umanità di chi non tace mai, si dissolve». Romano Guardini, Virtù.

 

 

«Il silenzio appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo». Max Picard, Il mondo del silenzio.

 

Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo

Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo

 

«Nelle città i rumori si susseguono come una presenza incessante nella vita delle persone: automobili, camion, […] innumerevoli fonti sonore saturano gli appartamenti: radio, televisione, elettrodomestici, cellulari […]. Il rumore non molla mai la presa sull’umanità contemporanea e […] nasce la nostalgia del silenzio e l’aspirazione a ritrovarlo. […] Il silenzio è un omaggio che la parola rende allo spirito […]».

David Le Breton, Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo, Raffaello Cortina, Milano 2018.

Descrizione

David Le Breton mostra come il silenzio sia oggi un bene comune da riconquistare, nella conversazione, nella dimensione politica, nella spiritualità e nella religione.
Il nostro tempo è inquinato dal rumore. Pare che il desiderio di distrazione abbia vinto la partita: diffi cile trovare un luogo in cui il silenzio non sia rotto da qualcuno che schiaccia un pulsante e lo distrugge. Per non dire dei dispositivi elettronici. Prima dell’avvento degli smartphone ci si parlava a tavola, sui tram, durante una passeggiata. Adesso, si consultano le mail o si manda un sms, buttando là di tanto in tanto una parola per dimostrare agli altri che esistono, anche se a intermittenza. In questo frastuono frenetico, diventa difficile ascoltare la parte più vera di sé. Come forma di resistenza nasce allora l’aspirazione al silenzio attraverso la disconnessione, il ritiro in luoghi isolati e il camminare, che conosce un successo prodigioso. David Le Breton mostra come il silenzio sia oggi un bene comune da riconquistare, nella conversazione, nella dimensione politica, nella spiritualità e nella religione. Il silenzio è un valore necessario al legame sociale e una sorta di profondo respiro che placa la nostra inquietudine.

 


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Johan Huizinga (1872-1947) – Viviamo in un mondo ossessionato. Un notevole intorbidamento della facoltà pensante si è impossessato di molte menti. Si tratta di atrofia della coscienza intellettuale.

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La crisi della civiltà

La crisi della civiltà

«Noi viviamo in un mondo ossessionato. E lo sappiamo. Nessuno si stupirebbe se, un bel giorno, questa nostra demenza sfociasse in una crisi di pazzia furiosa, che, calmatasi, lascerebbe l’Europa ottusa e smarrita; i motori continuerebbero a ronzare e le bandiere a sventolare, ma lo spirito sarebbe spento.
Dappertutto il dubbio intorno alla durevolezza del sistema sociale sotto cui viviamo; un’ansia indefinita dell’immediato domani; il senso del decadimento e del tramonto della civiltà.
Queste non sono soltanto angosce che ci colgano durante le insonnie notturne, quando è bassa la fiamma vitale. Sono, anzi, meditate prospettive, fondate sulla constatazione dei fatti e sul giudizio.
La realtà c’incalza.
Vediamo distintamente come quasi tutte le cose, che altra volta ci apparivano salde e sacre, si siano messe a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto» (p. 11).

«Si tratta di atrofia della coscienza intellettuale. II bisogno di pensare esattamente e obiettivamente, quanto si può, intorno alle cose afferrabili dalla ragione, e di vagliare criticamente il pensiero stesso, si fa più debole. Un notevole intorbidamento della facoltà pensante si è impossessato di molte menti. Ogni delimitazione di confine tra le funzioni logiche, quelle estetiche e quelle affettive, è intenzionalmente negletta. Nel pronunciare un giudizio, qualunque ne sia l’oggetto, si tira in ballo il sentimento, senza che la ragione reagisca criticamente, anzi coscientemente, in contraddizione con esso. Viene proclamato intuizione ciò che, in realtà, non è altro che una scelta intenzionale per ragione affettiva. Si confondono le suggestioni dell’interesse e del desiderio con la convinzione fondata su una conoscenza. Per giustificare tutto ciò si chiama necessaria resistenza alla dittatura della ragione ciò che, in realtà, è una rinuncia al principio logico» (p. 54).

 

Johan Huizinga, La crisi della civiltà, Giulio Einaudi Editore, 1938. L’edizione originale di questo volume fu pubblicata nell’ottobre 1935 ad Haarlem (Olanda)

 



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José Saramago (1922-2010) – Quanti anni ho, io? Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere. Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento. Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni.

José Saramago 05a

 

Saramago J

 

Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere. Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita e le illusioni diventano speranza. Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata, ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa. E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia.

Quanti anni ho, io? Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati, le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo. Che importa se compio venti, quaranta o sessant’anni! Quel che importa è l’età che sento. Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure.

Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni.

Quanti anni ho, io? A chi importa! Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento.

José Saramago, Le poesie.

Le poesie

Le poesie


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Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) – Un’educazione che faccia intravedere alla fine del suo corso un impiego, o un guadagno materiale, non è affatto un’educazione in vista di quella cultura che noi intendiamo, ma semplicemente un’indicazione delle strade che si possono percorrere per salvare e difendere la propria persona, nella lotta per l’esistenza.

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La filosofia nell'epoca tragica dei Greci e Scritti dal 1870 al 1873

La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e Scritti dal 1870 al 1873

 

«La vera cultura disdegna […] contaminarsi con un individuo bisognoso e pieno di desideri: essa sa sgusciare accortamente dalle mani di colui che vorrebbe impossessarsi della cultura come di un mezzo per i suoi fini egoistici. E quando qualcuno crede di averla afferrata, per ricavarne in qualche modo un guadagno, e sfruttandola placare i bisogni della sua vita, essa allora corre via subitaneamente, a passi impercettibili e con atteggiamento di disdegno.
Di conseguenza, amici miei, non scambiate questa cultura, questa dea eterea, raffinata, dal piede leggero, con quell’utile domestica che talvolta viene anche chiamata ‘la cultura’, ma non è altro se non la serva e la consigliera intellettuale delle necessità della vita, del guadagno e della miseria. Un’educazione, peraltro, che faccia intravedere alla fine del suo corso un impiego, o un guadagno materiale, non è affatto un’educazione in vista di quella cultura che noi intendiamo, ma semplicemente un’indicazione delle strade che si possono percorrere per salvare e difendere la propria persona, nella lotta per l’esistenza».

***

Friedrich Wilhelm Nietzsche, Über die Zukunft unserer Bildungsanstalten (1872); trad. it., Sull’avvenire delle nostre scuole, ne La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e Scritti dal 1870 al 1873, in Opere, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1980, vol. III, tomo II, p. 164. Il testo completo delle cinque conferenze si può leggere alle pp. 79-206 di questo volume.


Friedrich Nietzsche (1844-1900) – Scrivi col sangue: imparerai che il sangue è spirito


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Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) – Chi si sente completamente in accordo con questo presente, e lo assume come qualcosa ‘che si comprende da sé’ non è da noi certo invidiato. Tra costoro e i solitari, stanno tuttavia in mezzo i combattenti, cioè coloro che sono ricchi di speranza.

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La filosofia nell'epoca tragica dei Greci e Scritti dal 1870 al 1873

La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e Scritti dal 1870 al 1873

 

«Chi si sente completamente in accordo con questo presente, e lo assume come qualcosa ‘che si comprende da sé’ (‘selbstverständlich’), non è da noi certo invidiato, né per questa fede né per questa parola di moda ‘che si comprende da sé’, formata in modo scandaloso; chi invece, giunto all’opposto punto di vista, è già disperato, non ha più bisogno di combattere, e non appena si arrenderà alla solitudine, sarà senz’altro solo. Tra costoro ‘che si comprendono da sé’ e i solitari, stanno tuttavia in mezzo i combattenti, cioè coloro che sono ricchi di speranza».

***

Friedrich Wilhelm Nietzsche, Über die Zukunft unserer Bildungsanstalten (1872); trad. it., Sull’avvenire delle nostre scuole, ne La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e Scritti dal 1870 al 1873, in Opere, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1980, vol. III, tomo II, p. 84. Il testo completo delle cinque conferenze si può leggere alle pp. 79-206 di questo volume.


Friedrich Nietzsche (1844-1900) – Scrivi col sangue: imparerai che il sangue è spirito


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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – La società dei consumi ha profondamente trasformato i giovani. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irreggimentazione scenografica, ma di una irreggimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Questa ‘civiltà dei consumi’ è una civiltà dittatoriale.

Pier Paolo Pasolini 50
Scritti corsari

Scritti corsari

Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi […]
ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo,
ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere,
altri modelli culturali.
Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana,
di una irreggimentazione superficiale, scenografica,
ma di una irreggimentazione reale
che ha rubato e cambiato loro l’anima.
Il che significa, in definitiva, che questa ‘civiltà dei consumi’
è una civiltà dittatoriale.
Insomma, se la parola fascismo significa la prepotenza del potere,
la ‘società dei consumi’ ha bene realizzato il fascismo.

 

 

P. P. Pasolini, Fascista (1974), in Scritti corsari (1975), Prefazione di P. Di Stefano, Edizioni Corriere della Sera, Milano 2015, pp. 282-283.


Pier Paolo Pasolini – Amo la vita
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Marilyn. Quella bellezza l’avevi addosso umilmente
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Il potere di oggi manipola i corpi in un modo orribile. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, con valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi.
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Nel teatro la parola vive di una doppia gloria, mai essa è così glorificata.

 



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Michel Pastoureau – Il rosso per millenni è stato dominante sia nella cultura materiale, che nei codici sociali e nei sistemi di pensiero.

Michel Pastoureau
Rosso. Storia di un colore

Rosso. Storia di un colore

008«Lo storico deve costantemente rammentare che non esiste alcuna verità universale del colore, né per quanto riguarda le sue definizioni, le sue pratiche o i suoi significati, né per quanto riguarda la sua percezione. Anche in questo caso, tutto è culturale, strettamente culturale». M. Pastoureau, in Medioevo simbolico.


Michel Pastoureau, Rosso. Storia di un colore, traduzione di Guido Calza, Ponte alle Grazie, 2017, pp. 261.

 


 Risvolto di copertina

Nella civiltà occidentale, il rosso è il primo colore che viene usato sia in pittura che in tintoria. Probabilmente è per questo che è stato a lungo il colore per eccellenza, il più ricco dal punto di vista sociale, artistico e simbolico. Nell’Antichità è stato il simbolo della guerra, della ricchezza e del potere. Nel Medioevo ha assunto una forte connotazione religiosa, evocando sia il sangue di Cristo che le fiamme dell’Inferno, ma nella dimensione profana è stato anche il colore dell’amore, della gloria e della bellezza e la Rivoluzione francese lo farà diventare anche un colore ideologico e politico. Il primo colore che l’uomo abbia padroneggiato, fabbricato, riprodotto e dunque quello sul quale lo storico, il sociologo o l’antropologo hanno più cose da dire che su tutti gli altri. Rosso – quarto capitolo di un’opera di alto profilo che vede in libreria Blu, Nero, Verde e prevede il giallo come quinta e ultima tappa – è un testo ricchissimo, che considera il rosso lungo un orizzonte temporale molto ampio e sotto tutti i punti di vista: una bussola che ci permetterà di orientarci nel labirinto cromatico di questo colore archetipico della storia e della cultura occidentale.


 

«Oggi il blu è il colore preferito in Occidente ma nell’antichità contava poco, al contrario del rosso che per millenni è stato dominante sia nella cultura materiale, che nei codici sociali e nei sistemi di pensiero».
«La sua egemonia nasce per questioni materiali visto che è il colore i cui pigmenti sono più facili da trovare in natura e da fabbricare, con una vasta gamma di tonalità. Come sempre, al dato materiale si aggiunge quello simbolico. È il colore ambivalente, ispirato al sangue, dunque alla vita ma anche alla morte, o a un elemento distruttore come il fuoco».
«Già durante il paleolitico viene considerato come un colore che protegge. I capi se lo cospargono sul corpo, viene messo nei sepolcri con blocchi d’argilla. Nell’antica Roma solo l’imperatore ha il diritto di vestirsi interamente di porpora. Anche i Papi per secoli sono stati ammantati di rosso, solo dopo il Medioevo è comparso il bianco. Ancora oggi la simbologia degli onori sociali è legata a questo colore: si dice per esempio “stendere il tappeto rosso”. È anche un accessorio della bellezza, dei primi trucchi, tra l’altro anche maschili. Fino al Diciottesimo secolo, i nobili si truccavano il viso di rosso».
«L’evoluzione più recente si ha con la storia della bandiera rossa sventolata come simbolo di pace durante una manifestazione della Rivoluzione francese, nel 1791. Allora l’esercito sparò lo stesso e con i martiri quel drappo è diventato emblema politico della rivolta popolare, poi della sinistra».
«E poi c’è l’amore in ogni sua forma …».
Michel Pastoureau

Michel Pastoureau

Medioevo simbolico
Laterza
Sinossi
La mitologia di alberi e boschi, i bestiari delle fiabe, il gioco degli scacchi, la storia e l’archeologia dei colori, l’origine degli stemmi e delle bandiere, la leggenda di re Artù e quella di Ivanhoe. Un grande storico dei simboli alle prese con l’affascinante complessità di segni e sogni del Medioevo occidentale.
Indice

Il simbolo medievale. In che modo l’immaginario fa parte della realtà

Una storia da costruire – L’etimologia – L’analogia – Lo scarto, la parte e il tutto – I modi di intervento

L’animale

I processi ad animali. Una giustizia esemplare?

Il Medioevo cristiano di fronte all’animale – La scrofa di Falaise – Una storiografia deludente – Tipologia dei processi – Perché tanti maiali in tribunale? – L’anima delle bestie – La buona giustizia

L’incoronazione del leone. In che modo il bestiario medievale si è dato un re

Leoni dappertutto – La fauna del blasone – Una triplice eredità – Nascita del leopardo – L’arca di Noè – L’orso detronizzato

Cacciare il cinghiale. Dalla selvaggina regale alla bestia impura: storia di una svalutazione

Le cacce romane – I libri di caccia coi cani – Dai testi cinegetici ai documenti di archivio – Il cinghiale, un animale diabolico – Il cervo, un animale cristologico – La Chiesa di fronte alla caccia

Il vegetale

Le virtù del legno. Per una storia simbolica dei materiali

Un materiale vivente – La materia per eccellenza – Il taglialegna e il carbonaio – L’ascia e la sega – Gli alberi benefici – Gli alberi malefici

Un fiore per il re. Per una storia medievale del giglio di Francia

Un fiore mariano – Un fiore regale – Un ornamento cosmico – Un fiore condiviso – Una monarchia vegetale, p. 97

Il colore

Vedere i colori del Medioevo. È possibile una storia dei colori?

Difficoltà documentarie – Difficoltà metodologiche – Difficoltà epistemologiche – Il lavoro dello storico – Speculazioni dotte – Pratiche sociali – Vedere i colori nel quotidiano

Nascita di un mondo in bianco e nero. La Chiesa e il colore dalle origini alla Riforma

Luce o materia? – La chiesa medievale, tempio del colore, p. 125 – Liturgia del colore – L’abito: dal simbolo all’emblema – Un colore onesto: il nero – La «cromoclastia» della Riforma

I tintori medievali. Storia sociale di un mestiere riprovato

Artigiani divisi e litigiosi – Il tabù delle mescolanze – Le raccolte di ricette – Difficoltà della tintura medievale, p. 165 – Un mestiere svalutato – I dati del lessico – Gesù tra i tintori

L’uomo rosso. Iconografia medievale di Giuda

Giuda non è solo – Il colore dell’altro – Rosso, giallo e chiazzato – Tutti i mancini sono rossi

L’emblema

La nascita delle arme. Dall’identità individuale all’identità familiare

La questione delle origini – Il problema della datazione, p. 197 – L’espressione dell’identità – La diffusione sociale, p. 201 – Figure e colori – Brisure e arme parlanti – La lingua del blasone – Dallo scudo al cimiero – La mitologia della parentela

Dalle arme alle bandiere. Genesi medievale degli emblemi nazionali

Un oggetto storico poco studiato – Dall’oggetto all’immagine – Una storia lunga – L’esempio bretone – Quando l’emblema fa la Nazione – Un codice europeo a scala planetaria – Come nascono le bandiere – Stato o Nazione?

Il gioco

L’arrivo del gioco degli scacchi in Occidente. Storia di una acculturazione difficile

Un gioco venuto dall’Oriente – La Chiesa e gli scacchi – L’avorio, un materiale vivente – Ripensare i pezzi e la partita – Dal rosso al nero – Una struttura infinita – Un gioco per sognare

Giocare al re Artù. Antroponimia letteraria e ideologia cavalleresca

Una letteratura militante – Dai nomi letterari ai veri nomi, p. 272 – Rituali arturiani – Tristano, l’eroe preferito – Ideologia del nome

Risonanze

Il bestiario di La Fontaine. L’armerista di un poeta nel XVII secolo

Un bestiario familiare – Un armerista letterario – Animali emblematici – Araldica della favola

Il sole nero della malinconia. Nerval lettore delle immagini medievali

Un manoscritto prestigioso – Il sole nero – I fermenti della creazione – Un’opera aperta

Il Medioevo di «Ivanhoe». Un best-seller d’epoca romantica

Uno straordinario successo di libreria – Dalla storia al romanzo e ritorno – Un Medioevo esemplare

Note

Fonti

Indice analitico



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Alberto Giovanni Biuso – Recensione al libro di Roberto Marchesini «Alterità. L’identità come relazione»

Roberto Marchesini

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La solitudine dell’Homo sapiens è un male che a partire dal Rinascimento la cultura europea difende come se fosse invece una condizione di pienezza, un privilegio, una differenza che diventa superiorità etologica. Nel suo Alterità. L’identità come relazione (STEM Mucchi Editore, Modena 2016, pagg. 189, € 16) Roberto Marchesini sostiene invece che sarebbe tutto «più semplice se finalmente accettassimo di non essere soli, di non essere universi a parte, viaggiatori nella solitudine della notte» (p. 55) ma di rappresentare uno dei tanti frutti delle relazioni e dell’intero di cui siamo parte.

Non siamo compartimenti stagni ma soglie di coniugazione. Non siamo strutture permanenti ma entità che emergono dal flusso temporale. Non siamo dispositivi autarchici ma scambi di alterità con tutto ciò che delimita i nostri corpi e che però li forma, li plasma, li nutre, li guida nell’ambiente, li significa nei simboli, li rende vivi, splendidi, mortali. Non siamo freddezze che osservano il mondo, siamo invece bisogni che lo desiderano. Siamo cura verso noi stessi e verso gli altri, siamo reciproche coniugazioni di necessità e di doni. Siamo -in una parola- Mitsein, essere-con.

Soltanto un’«ontologia relazionale» può cercare di descrivere e comprendere la natura umana dentro la natura tutta intera, l’animalità umana dentro l’animalità. Un’ontologia post-cartesiana e post-umanistica che riconosca nell’eterospecifico, nell’animale, una delle condizioni di ogni specie, compresa la nostra; un’ontologia consapevole del fatto che la differenza è la condizione di ogni identità.

Se «la visione antropocentrica, ostinatamente cieca sui processi relazionali, rappresenta oggi il più grave rischio per l’essere umano, condannato al ruolo di ‘buco nero’ del pianeta» (p. 78), se la pretesa di essere il centro del mondo sta mettendo a rischio l’intero ecosistema, se l’illusione di costituire la sintesi del cosmo e i padroni di noi stessi si sbriciola nella dipendenza ormai reale ed evidente dagli algoritmi e dalle macchine con le quali comunichiamo, ciò significa che è arrivato il momento nel quale l’emancipazione dall’animalità transiti verso l’emancipazione dell’animalità e nell’animalità, poiché è nell’animalità che riconosciamo con chiarezza il nostro essere-con.

L’animalità che siamo -calda, costitutiva, antica- ci salvaguarda dall’illusione di costruirci da soli, dal sogno autarchico pronto a trasformarsi nell’incubo della servitù verso le nostre macchine e i nostri desideri. Riconoscerci come gli animali che siamo significa accettare la carnalità dei nostri bisogni, senza la pretesa di dominarli con uno sguardo soltanto razionale. Significa convivere con i nostri dispositivi nella consapevolezza della loro autonomia dal nostro controllo. L’ontologia relazionale diventa così forma ed espressione dello sguardo filosofico, da sempre sapiente del limite.

 

Alberto Giovanni Biuso

www.biuso.eu

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[Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto del 14 marzo 2017]


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Luce Irigaray – L’«a» è garante di due intenzionalità: la mia e la tua. In te amo ciò che può corrispondere alla mia intenzionalità e alla tua. Non basta guardare insieme nella stessa direzione, occorre farlo in un modo che non abolisca le differenze ma le renda alleate.

Luce Irigaray 01
Amo a te

Amo a te

 

Risvolto di copertina

Questo libro parla d'amore, amore delle donne per gli uomini e degli uomini per le donne, un amore che le donne di oggi sono invitate a rienventare: non più rivendicazioni di uguaglianza e non più separatezza, dunque, ma l'apertura a un rapporto che elimini ogni sfumatura di possesso. Non più "io ti amo", "io amo te", ma "amo a te", dove la "a" indica il riconoscimento di una differenza, di una irriducibilità e anche l'esitazione piena di rispetto di fronte al mistero dell'altro, un silenzio, una rinuncia a ogni forma di appropriazione: è il modello di una nuova forma di rapporto fra i sessi e di un nuovo modo di amare.

 

Amo a te significa «osservo nei tuoi confronti un rapporto di in-direzione». Non ti sottometto, né ti consumo. Ti rispetto (come irriducibile). Ti saluto: saluto in te. Ti lodo: lodo in te. Ti ringrazio: rendo grazie a te per … Ti benedico per. Ti parlo, non soltanto di una certa cosa, ma ti parlo a te. Ti dico, non tanto questo o quest’altro, ma ti dico a te.

L’a è il garante della in-direzione. L’a impedisce il rapporto di transitività, in cui l’altro perderebbe la sua irriducibilità, e la reciprocità non sarebbe possibile. L’a mantiene l’intransitività tra le persone, l’interpellanza, la parola o il dono interpersonali: parlo a te, domando a te, do a te (e non: ti do te a un altro).

L’a è il segno della non-immediatezza, della mediazione tra di noi. Quindi, non «ti ordino o ti comando di fare tale o talaltra cosa», il che potrebbe equivalere a «ti ordino a tali cose, ti sottometto a tali verità, a tale ordine», che possono corrispondere a un lavoro, ma anche a un godimento, umano o divino. E neppure «ti seduco a me», in cui il «tu» diventa «a me» e l’«amo a te» diventa «amo a me». E neppure «ti sposo», nel senso di «faccio di te mio marito o mia moglie» ossia «ti prendo, ti faccio mio (a)». Ma «desidero essere attenta(o) a te nel presente e nel futuro, ti chiedo di restare con te, sono fedele a te».

L’a è il luogo di non-riduzione a oggetto della persona. Ti amo, ti desidero, ti prendo, ti seduco, ti ordino, ti istruisco ecc. rischiano sempre di annientare l’alterità dell’ altro, facendolo(a) divenire un mio bene, un mio oggetto, riducendolo(a) al o nel mio, cioè a qualcosa che già fa parte del mio campo di proprietà esistenziali o materiali. L’a è anche una barriera contro l’alienazione della libertà dell’altro nella mia soggettività, nel mio mondo, nella mia parola …

Amo a te significa quindi «non ti prendo né come oggetto diretto, né come oggetto indiretto girando attorno a te». […] L’a è garante di due intenzionalità: la mia e la tua. In te amo ciò che può corrispondere alla mia intenzionalità e alla tua.

[…] Il problema del noi è il problema di un incontro che avviene secondo una sorte in qualche modo giusta (un kairos?), o, in parte, il problema di un caso di cui ci sfugge la necessità, ma è anche o soprattutto il problema della costituzione di una temporalità: insieme, con, tra. L’impegno sacramentale o giuridico, l’obbligo di riprodurre hanno troppo spesso tentato di risolvere questo problema: come costruire tra di noi una temporalità? come unire nel tempo due intenzionalità? due soggetti?

Infatti fare di te il mio bene, il mio possesso, il mio, non realizza l’alleanza tra noi. Questo gesto sacrifica una soggettività all’altra. L’a diventa un possessivo, l’indizio di un possesso, non di una proprietà esistenziale, a meno di dire che l’uomo è un possessore che trasforma in leggi i propri istinti. In questo caso, l’a del possesso non è più bilaterale. Tu appartieni a me, spesso senza reciprocità. Divenendo mio(a), tu perdi la libertà della reciprocità, oltre al fatto che il possessore è poco disponibile ad appartenere a qualcuno. L’attivo e il passivo si ripartiscono tra chi possiede e chi è posseduta(o), per esempio l’amante e l’amata. Non ci sono più due soggetti in relazione amorosa. L’a cerca di evitare di ricadere nell’orizzonte di riduzione di un soggetto all’oggetto, al bene proprio […]. Se sono attenta(o) alla tua intenzionalità, alla tua fedeltà a te stesso(a) e al suo/tuo divenire, mi è permesso immaginare se una durata può esistere fra di noi, se le nostre intenzionalità possono accordarsi.

Queste intenzionalità non possono ridursi a una. Non basta guardare insieme nella stessa direzione, secondo le parole di Saint-Exupéry, oppure occorre farlo in un modo che non abolisca le differenze ma le renda alleate. […] Tali alleanze possono dare a ciascuno(a) un sostegno nella realizzazione della sua intenzionalità.

Così: tu non mi conosci, ma sai qualcosa del mio apparire. Puoi ugualmente percepire le direzioni e le dimensioni della mia intenzionalità. Non puoi sapere chi sono, ma puoi aiutarmi a essere scorgendo quello che mi sfugge di me, la fedeltà o le infedeltà a me stessa(o). Puoi così aiutarmi a uscire dall’inerzia, dalla tautologia, dalla ripetizione, o anche dall’erranza, dall’errore. Puoi aiutarmi a divenire pur restando me stessa(o).

Questa alleanza, dunque, non ha nulla del matrimonio contrattuale che mi strappa a una famiglia per incatenarmi a un’altra; nulla che mi sottometta come discepolo(a) a un maestro(a), nulla che mi prenda la mia verginità, che blocchi il mio divenire in una sottomissione all’altro (garantita da un Altro o da uno Stato), nulla che costringa la mia natura alla riproduzione. Si tratta piuttosto di una nuova tappa della mia esistenza, quella che mi permette di realizzare il mio genere in un’identità specifica, legata alla mia storia e a un’epoca della Storia […].

 

Luce Irigaray, Amo a te, Bollati Boringhieri, 1993, pp. 114-117.

 

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