«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
Costanzo Preve, Il marxismo e la tradizione culturale europea. Seconda edizione, riveduta e corretta. ISBN 978-88-7588-327-0, 2021, pp. 304, formato 140×210 mm., Euro 25 – Collana “Divergenze” [76]. In copertina: R. Magritte, Il liberatore, 1947, olio su tela, Los Angeles County Museum of Art.
Ripensare Marx. Costanzo Preve ha testimoniato un altro Marx, un Marx liberato dalle incrostazioni del potere che ne hanno deturpato il volto filosofico.
Ripensare Marx, mentre l’occidente brucia tra guerre e conflitti sociali sommersi, è operazione archeologica e di immersione e emersione, poiché è necessario sfidare, in primis, l’impotenza politica organizzata e pianificata dal sistema, e in secundis, gli strati archeologici che hanno obliato Marx e il comunismo fino a sospingerli verso una marginalità culturale circonfusa da pregiudizi e miti. La sinistra italiana omologata al capitale lo ha rimosso completamente, anzi, dinanzi al nome di “Marx” essa distoglie lo sguardo e guarda verso il presente aziendalizzato unico suo orizzonte. In questo clima di respingimento e di voluto silenzio tornare a Marx significa attraversare una folta stratificazione di letture e di interpretazioni nella quale il filosofo di Treviri è scomparso o si mostra in modo assai parziale. Gli usi ideologici del pensiero di Marx lo hanno reso un illustre sconosciuto. Le componenti sociali e istituzionali che lo hanno utilizzato puntualmente ne hanno valorizzato tratti organici ai loro bisogni ideologici rimuovendo il senso perennemente rivoluzionario del pensatore. Marx studiò e denunciò non solo la logica padronale e sfruttatrice del potere con i correlati processi di alienazione, ma analizzò i le modalità di riproduzione del capitalismo nelle sue componente strutturali e sovrastrutturali, pertanto il suo fine era insegnare la critica e la prassi. Certo innumerevoli sono le possibilità poste in campo dal filosofo, ma vi sono costanti che rendono il pensatore coerente testimone della lotta politica contro i poteri. Ritornare a Marx, senza mitizzazioni, significa dunque pensare le stratificazioni nelle quali e tra le quali il pensatore si è obliato per essere trasformato in uno strumento per giustificare cricche di potere accademiche e politiche. Per noi che viviamo fuori da tali istituzioni e da ciò che ne resta, forse, sotto questo aspetto il compito è più semplice, poiché non ci sono pedaggi da pagare per uscire dalle “interpretazioni scolpite nella pietra” dei padroni del pensiero. Tale prassi critica è tanto più necessaria, se si valuta olisticamente il nostro tragico presente. Necessitiamo di alternative e in tale orizzonte il ritorno a Marx, quale classico della filosofia e della politica, è uno dei capisaldi con cui ipotizzare l’esodo dalle strettoie dell’ordinario clima di guerra in cui siamo caduti. Siamo in una strettoia nella quale vige l’immobilità e il terrore, naturalmente il potere prolifera sull’inquietudine e sulle paure disperate dei sudditi. L’immobilità è impotenza che si nutre del timore panico del presente a cui si risponde con processi indotti di omologazione irriflessa ad una realtà sociale che non conosce che sfruttamento, manipolazione e violenza generalizzata. Per uscire da tale stato è necessario pensare il presente per riaprire il futuro con le sue potenzialità creative e creanti. Quali sono dunque le stratificazioni da attraversare per tornare a Marx? Costanzo Preve le ha elencate, studiate e vissute. Egli ha testimoniato un altro Marx, non il suo personale, ma un Marx liberato dalle incrostazioni del potere che ne hanno deturpato il volto filosofico.
Marxismi
Il primo strato è dato dal marxismo degli ignoranti (MI). Marx è stato spesso usato in conversazioni ordinarie e ufficiali senza contezza e verifica di quanto si affermasse. Tra il 1960 e il 1980 circa la cultura marxista e, non marxiana, era prevalente e non era difficile ascoltare vaghi riferimenti che puntualmente erano ripetuti come fossero slogan, ma Marx restava sconosciuto. In tale contesto gli ignoranti peggiori, in quanto avrebbero dovuto per ruolo e responsabilità sociale, palesare gli usi impropri di Marx e il suo fondersi e confondersi con il marxismo, sono stati gli accademici. Gli oratores non hanno mai la funzione di verificare l’attendibilità delle informazioni e delle interpretazioni, ma mollemente “dicono, affermano e ripetono” ciò che i bellatores vogliono che si dica in un determinato momento storico in funzione degli interessi di “cricca”. Costanzo Preve lo ribadisce a chiare lettere, secondo il suo stile radicale e vero, ci sono stati accademici che ignoravano i processi di coerentizzazione del pensiero di Marx, pertanto spesso il Marx degli accademici era il Marx sistematizzato da Kautsk ed Engels. Ancora oggi i manuali di filosofia riportano in modo pedissequo la ricostruzione coerentizzata con i suoi inevitabili corallari di “dittatura del proletariato” e di “Marx esperto di economia”:
«Il Marxismo degli Ignoranti (MI) è la prima tipologia che deve purtroppo essere presa in considerazione. Intendiamoci, non voglio affatto sostenere che per discutere di filosofia marxista ci vuole una laurea alla Sorbona e per discutere di economia marxista ci vuole un master a Cambridge. Al contrario, penso che le grandi concezioni del mondo filosofiche, politiche e religiose siano come le partite di calcio ed i pettegolezzi sui potenti, e tutti possono liberamente dire che cosa gli passa per la testa. Nel caso del marxismo, però, a causa della (largamente illusoria ed equivoca) vicinanza con l’identità politica di “sinistra” e l’identità ideologica socialista e comunista, anche gli analfabeti più recidivi si sentono in diritto di “sparare” le prime cose che gli vengono in testa. So bene che per molti dilettanti Darwin e Freud si riducono a due imbecilli che sostengono rispettivamente che l’uomo discende dalle scimmie e che solo il sesso spiega tutto, e nello stesso tempo mi sembra di poter dire cautamente che, nonostante entrambe le affermazioni siano errate, colgono pur sempre alcuni vaghi elementi del problema. Ma con Marx non è così. Chiunque si sente abilitato a dare aria ai denti. Ho conosciuto professori universitari di filosofia e di scienze sociali che ignoravano che il cosiddetto “marxismo”, costruito e sistematizzato nel ventennio 1875-1895, era stato opera di Engels e di Kautsky, e non di Marx».[1]
Il marxismo dei politici (MP) in Italia è stato particolarmente vivo e presente. Il PD ha rimosso Marx e i suoi dirigenti analfabeti nello spirito e adattati al sistema non osano pronunciare il suo nome. Negli anni della Guerra fredda vi è stato un marxismo di sistema e organico agli apparati dirigenziali del PCI. Il grande limite era in un Marx interpretato secondo i voleri dei dirigenti e conforme al difficile periodo storico. Anche in questo caso Marx è scomparso ed è evaporato tra interpretazioni e manipolazioni funzionali a trasformare Marx in uno strumento ideologico che giustificasse la democrazia progressiva e la lotta per l’egemonia culturale. Il pensatore di Treviri con la sua complessità radicale è rimasto sostanzialmente uno sconosciuto ai milioni di tesserati e simpatizzanti del PCI che lo conoscevano in modo mediato attraverso le letture calate dall’alto, ovvero dall’Empireo degli apparati di partito:
«Il Marxismo dei Politici (MP) è stato in Italia dopo il 1945 il marxismo degli apparati di partito (PCI, poi PDS, poi DS ed in futuro forse PD, partito democratico), e degli apparati ideologici editoriali ed universitari ad essi collegati. Si è trattato di una “ideologia amministrata” ferreamente sulla base di bronzee compatibilità decise dall’alto, ed il pensiero di Marx può essere tutto, all’infuori di un sistema ideologico amministrato da un ceto di politici professionali che si orientano in base a rapporti di forza di tipo parlamentare. Con questo non intendo dire che la linea del PCI di Togliatti e di Berlinguer fosse “errata”, e ci volesse invece o una linea estremistica di guerra civile oppure una “conversione” fin dal 1956 ad una socialdemocrazia pienamente integrata negli apparati della NATO, con rottura aperta con l’allora ancora esistente movimento comunista internazionale. So bene che questo duplice e complementare chiacchiericcio ha dato luogo ad alluvionali pamphlets, ma questo è avvenuto nella mia più completa ed ostentata indifferenza. Per una forza come il PCI, nell’Italia dopo il 1945, e tenendo conto dei rapporti geopolitici, sociali e militari in Europa, la linea della “guerra di posizione” e della “conquista delle casematte” per formare un “blocco storico” capace di ottenere una “egemonia” nella “società civile”, linea che a partire dagli anni ottanta ha mostrato la sua grottesca debolezza strategica (ma solo con il facile “senno del poi”), era invece del tutto plausibile e realistica se non obbligata, e tutti i richiami estremistici al “momento buono”, alla “resistenza rossa”, eccetera, non hanno mai avuto nessuna plausibilità politica e tantomeno superiorità etica (e pensiamo al posteriore terrorismo, che non merita alcuna giustificazione e neppure alcuna “contestualizzazione”)».[2]
Nella lettura delle stratificazioni il Marx dei sindacalisti (MS) è il più nobile, poiché è il Marx delle lotte operaie e della resistenza allo sfruttamento. Non una resistenza passiva, ma capace di limitare il dissanguamento capitalistico e di strappare leggi e condizioni lavorative degne e umane per la classe operaia ed affini. Oggi il realismo dei Sindacati piace al potere, in quanto hanno rinunciato a Marx e al comunismo per il compromesso nel quale proletari, precari e ceti medi sono oggetto di uno strozzinaggio senza pietà alcuna. Ciò malgrado il Marx dei Sindacati non attualizzava pienamente Marx, poiché il pensatore di Treviri investiva con la sua critica interale il sistema nella sua ferale completezza e il fine era l’emancipazione dei sussunti tutti. I proletari avevano il compito di liberare l’umanità tutta dai processi di alienazione. La parzialità del Marx dei Sindacati non coglie il messaggio universale del comunismo, il quale non promette la liberazione dalle spire del modo di produzione capitalistico solo agli sfruttati ma a tutta l’umanità. Le classi medie benestanti e gli alti borghesi possono ritrovarsi in Marx e attraverso la sua postura veritativa e riconoscere, dunque, i processi di alienazione e di dominio in cui sono implicati con le conseguenze che si possono ipotizzare: depressione, nevrosi e malessere generale. Marx è la voce del proletariato capace di parlare all’umanità che ha disperso la sua natura generica tra i processi di mercificazione:
«Il Marxismo dei Sindacalisti (MS) e delle lotte operaie di fabbrica è certo leggermente più “nobile” di quello precedente, ma non per questo bisogna pensare che abbia un vero e proprio rapporto organico di continuità e di contiguità con le intenzioni originali di Karl Marx. Non nego ovviamente la centralità che anche nel pensiero originale di Marx ha il problema dello sfruttamento capitalistico, e più esattamente della estorsione del plusvalore assoluto e/o relativo. Il cuore della teoria dello sfruttamento capitalistico in Marx sta proprio nell’avere scoperto che, dietro l’apparenza dello scambio “equo” fra forza-lavoro e capitale, ci stava in realtà un processo “iniquo” per cui il valore d’uso della forza-lavoro, essendo maggiore del valore di scambio del suo salario, produceva una “eccedenza” di valore che veniva poi incorporata come profitto d’impresa. E tuttavia il pensiero di Marx non è il pensiero del punto di vista unilaterale della classe operaia di fabbrica vittima dello sfruttamento, ma è un pensiero di origine integralmente idealistico-hegeliana della totalità olisticamente intesa del modo di produzione capitalistico nel suo complesso (come peraltro Lenin comprese correttamente, partendo peraltro da questa corretta constatazione per dedurne la sua sia pur contestabile teoria e pratica del partito bolscevico russo)».[3]
In ultimo il Marx degli psicologi (MPAS), il peggiore di tutti, che riduce Marx a processi sociologici con cui giustificare tutto e favorire i processi di deresponsabilizzazione sociale con cui si sostiene il “sistema”. Se colpevole è il sistema, se l’essere umano è solo il prodotto di processi sociali, la soggettività è solo l’effetto di condizioni ambientali. Pensiero, concetto e prassi sono così espulsi da ogni visuale e il soggetto mutilo di sé ripara sotto l’ala protettrice degli psicologi che insegnano la dipendenza e a contenere i sintomi del “male”, pertanto ci si adatta e la prassi politica è rifiutata. La psicologia insegna la fatalità del sistema, per cui il soggetto deve cambiare se stesso e non certo la struttura economica e la sovrastruttura. La coscienza di classe e il conflitto di classe sono sostituiti da una seduta rassicurante dallo psicologo e dall’intervento degli assistenti sociali:
«Resta per ultimo il Marxismo degli Psicologi e degli Assistenti Sociali (MPAS). Mi rendo perfettamente conto che di tutti è il più ridicolo, ma anche gli antichi greci dopo la tragedia e la commedia mettevano in scena il dramma satiresco. Motto di questo curioso “marxismo” non era il famoso detto di Marx “Proletari di Tutto Il Mondo, Unitevi!”, ma il detto assistenziale e “buonista” che suonava più o meno così: “Il singolo non ha colpa di nulla, la colpa di tutto è della società”. Hai ucciso la nonna per portarle via i risparmi dal salvadanaio e comprare una dose di eroina? La colpa è sicuramente della società! A scuola non leggi una sola pagina, rompi le scatole a compagni ed insegnanti e leggi solo giornalini porno? La colpa è sicuramente della società! Eccetera, eccetera. Il conoscitore, anche superficiale, della storia della filosofia occidentale, ci vedrà qui sicuramente un’influenza, sia pure semplificata e degradata, di Rousseau e non certo di Marx. Ma il centro del problema non sta qui. Il fatto è, invece, che per “marxismo”, in Italia, al di fuori di ristrettissime nicchie catacombali di maniaci filologi marxiani conoscitori del tedesco, si è inteso per più di mezzo secolo questa oscena mescolanza di MI, MP, MS e MPAS».[4]
Marx e noi
Oggi Marx è preso nella rete dei residui delle passate interpretazioni ideologiche e da una assenza inquietante. Marxismo e Marx si sono obliati tra i marosi del liberismo e delle metamorfosi delle sinistre di governo. Le sinistre lo temono e lo trattano come un cane morto da neutralizzare con dosi continue di “diritti individuali e di patriarcato”. Eppure nel tempo della precarizzazione e della sudditanza assoluta Marx è lo spettro benefico di cui necessitiamo per riportare la storia nella direzione dell’emancipazione. Ritornare a Marx con discernimento politico significa riorientarsi verso il socialismo e il comunismo nella piena consapevolezza che il futuro è da ripensare, ma a tal fine si deve far piazza pulita delle oligarchie oranti che hanno usato Marx come puntello per strategie di potere con la fusione indifferenziato di Marx nel marxismo. Ritornare a Marx, approssimarsi al pensatore di Treviri andando alle fonti è esercizio ermeneutico e politico, in quanto insegna l’autonomia e la partecipazione reale e razionale a ridisegnare il futuro del socialismo e del comunismo:
«Oggi il marxismo è un vero e proprio convitato di pietra nell’ambiente intellettuale europeo. Anzi, volendo usare un’espressione più colloquiale e meno gravida di echi letterari, il marxismo assomiglia ad un ospite non invitato cui la padrona di casa per non fare scene apre bensì la porta, ma accompagnando questo gesto con un’occhiataccia, e poi ostenta con lui la più sovrana indifferenza per tutto il resto della serata. Il Circo Mediatico Unificato delle pagine culturali (?) dei giornali, cui da tempo gli intellettuali accademizzati hanno delegato la diffusione del profilo culturale complessivo del continente, lo considera ormai con disprezzo come un “cane morto” (espressione usata in Germania a metà ottocento per indicare Hegel, che alla prova del tempo si è poi dimostrato non un cane morto ma un cavallo ben vivo e rampante), e non fa neppure più posto alle recensioni dei pochi libri che continuano ad uscire sulla discussione marxista. La cultura universitaria, che nel ventennio 1960-1980 si era gettata in Europa sul marxismo con l’ingordigia di un Trimalcione di fronte ad un vassoio di prelibatezze, gli ha voltato le spalle, per motivi anche strutturali e non tutti opportunistici (e vi ritornerò a proposito del Postmoderno alla fine del secondo capitolo), ma sta di fatto che gli ha voltato le spalle. La sociologia non è più classista, ma oscilla fra il nuovo “integrazionismo” e le attuali forme di “conflittualismo”. L’economia sta ancora effettuando (o più esattamente, l’ha già effettuata) la virata della sua nave ammiraglia dal vecchio keynesismo al nuovo neoliberismo globalizzato totale, e le stesse vecchie discussioni del tempo di Joan Robinson e di Piero Sraffa sui rapporti fra Marx, da un lato, e Smith, Ricardo e Keynes, dall’altro, fanno parte ormai dell’archeologia della storia delle dottrine economiche. In filosofia, il vecchio interesse verso il marxismo ed i suoi “incroci” con le altre correnti filosofiche europee (cui dedicherò l’intero secondo capitolo) si è prima affievolito e poi decisamente dissolto verso la fine degli anni ottanta del secolo scorso (in “tempo reale”, peraltro, con la tragicomica dissoluzione del comunismo storico novecentesco 1917-1991), in direzione o di una generalizzata adozione dei metodi e dei contenuti della cosiddetta “filosofia analitica” (ciò che c’è di più incompatibile non solo con Hegel e Marx, ma – aggiungo io – con l’intero patrimonio storico di duemila anni di filosofia europea), oppure, ma è lo stesso, in una direzione cosiddetta “postmetafisica” che coniuga mescolandoli in modo eclettico elementi tratti dal pensiero di alcune new entries tipo Rawls, Habermas e Rorty, new entries che possono sembrare gastronomicamente buone solo a chi non ha conosciuto le tanto migliori ricette della generazione precedente dei cuochi, tipo Bloch, Lukács, Adorno, Horkheimer, Marcuse, eccetera. Ma è soprattutto il nuovo ceto politici».[5]
Riportare Marx nella pubblica discussione
Per riportare la storia verso la direzione dell’emancipazione nel nostro tempo ci si deve confrontare con il “Marx degli indifferenti”. Negli ambienti accademici e nei licei il “Marx marxista” è ancora studiato, ma non provoca interesse ed è guardato e vissuto come un residuo di un tempo ormai trascorso. Nelle nuove generazioni la fine del mondo per collasso ambientale è più probabile che ipotizzare la fine del modo di produzione capitalistico. L’indifferenza dei nichilisti addestrati all’ordine delle mercificazioni fatali è lo strato archeologico più coriaceo da attraversare. Sono indifferenti a Marx, a Cristo e a Socrate. Di questo bisogna prendere atto per riprendere il “sentiero interrotto” che conduce verso l’esodo. Il primo passo è ricominciare da Marx e portarlo con la sua vitalità critica e progettuale nel deserto degli indifferenti e dei disperati. L’essere umano ha energie e capacità di azione e reazione che ci possono sorprendere tanto più che il capitalismo sta mostrando senza filtri e senza mediazioni la sua essenza distruttrice e diabolica. In un articolo del 1988 Costanzo Preve ci indica la via per riportare Marx nella pubblica discussione:
«Essere marxisti oggi, significa soprattutto spiegare il marxismo alla gente comune, nel modo più semplice possibile. La semplicità, naturalmente, non ha nulla a che vedere con la semplificazione. Fra le due nozioni, vi è la differenza che c’è fra loro e il piombo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in condizioni assai migliori delle attuali, il marxismo semplificato portò a far ritenere come sbocco “di sinistra” il modo nuovo di fare l’automobile, l’industrializzazione della piana di Gioia Tauro, la ricostruzione estremistica di partitini settari. Negli anni Settanta, in condizioni comunque migliori delle attuali, il marxismo semplificato non seppe resistere e crollò di schianto di fronte alle teorie della cosiddetta ‘“complessità” (cioè della opacizzazione della società a sé stessa travestita da presa di coscienza virtuosa), del differenzialismo postmoderno, e della “sinistra europea” integrata nel capitalismo delle multinazionali. Essere marxisti oggi significa spiegare che tutto questo fu dovuto anche e soprattutto ad errori umani, e non stava affatto già scritto nella volontà divina».[6]
Un Marx accessibile e profondo liberato dalla prosopopea paludata degli accademici, questo è il compito che uomini e donne di buona volontà devono porsi. Il “Marx marxista” delle oligarchie ha favorito la reazione, in quanto il pensiero comunista è stato lungamente associato ai “padroni di sinistra” che utilizzavano il linguaggio degli specialisti inaccessibile alla gente comune. Questo errore è stato pagato, ora è il tempo di ripensare Marx e di renderlo patrimonio comune. I testi ostici e dove sorgono difficoltà interpretative, anziché scegliere il percorso elitario dei pochi unti capaci di ardimentose interpretazioni bisognerà scegliere la pubblica discussione e dialettica in modo da non restare distanti e isolati nelle “stanze dei sapienti” distanti dai popoli. Facciamo nostre le conclusione di Costanzo Preve, sta a noi cogliere il messaggio del suo saggio e a renderlo “nuovo”. La storia è mossa dagli uomini nella loro materialità-spirituale, ma a tal fine non dobbiamo cadere nell’eterna e quasi ridicola contrapposizione fascisti-antifascisti, solo in tal maniera possiamo rientrare nella storia con la chiarezza che il nemico è il capitalismo e che bisogna limare i concetti e le pratiche politiche sul nemico reale e non certo sulle fantasie che il dominio benedice e avvalla per morivi ovvi:
«Questo saggio è pur sempre un messaggio in bottiglia di un membro della generazione “perduta” del 1968. E dico “perduta” perché si è persa, in parte non per sua esclusiva responsabilità, in una modernizzazione post-borghese ed ultra-capitalistica che non poteva capire per carenza di categorie concettuali adeguate, dal momento che la generazione precedente, che a mio avviso porta le maggiori responsabilità, l’ha paralizzata ed inchiodata a dilemmi ed a contrapposizioni ormai obsolete, come quella fra Fascismo ed Antifascismo, contrapposizione “nobile” fra il 1919 ed il 1945, ma del tutto insensata e senza oggetto dopo, almeno in Italia (altro è il discorso per Portogallo, Spagna e Grecia). La stragrande maggioranza della mia generazione ha semplicemente perso ogni capacità di dedizione nell’adattamento ad una realtà quotidiana percepita come non modificabile. Una parte consistente è passata ad un diverso campo, e cioè dal Comunismo all’Americanismo, mantenendo inalterato l’atteggiamento intollerante, assolutistico e dogmatico. Una piccolissima parte è rimasta fedele agli ideali della giovinezza. Se poi chi scrive lo ha fatto in modo lucido o ottuso, ebbene, questo non posso certamente dirmelo da solo, ma spetta esclusivamente alla più completa sovranità critica del lettore».[7]
[1] Costanzo Preve, Il marxismo e la tradizione culturale europea, Premessa, Petite Plaisance, Pistoia 2009.
L’alternativa del futuro è quella tra una società diventata libera comunità senza capitalismo, e una società capitalistica senza più alcuna comunità.
Il valore della libera comunità è il principio costitutivo della verità delle cose umane e del giudizio morale su di esse.
L’unico modello in rapporto al quale è umanamente sensato capire cosa vada accettato, e cosa respinto, di un sistema economico, è la libera comunità. Il sistema economico contemporaneo è la negazione speculare della libera comunità, in quanto produce una collettività disgregata, despiritualizzata, coattivamente e ossessivamente comandata dalla ricerca del profitto e dalle procedure della tecnica. Esso prefigura perciò la morte dell’umanità dell’uomo, proprio in quanto è al di fuori di ogni giustizia e di ogni amore. Un sistema economico, come quello oggi vigente su scala planetaria, che ha come suo elemento motore e come suo fine intrinseco il profitto monetario privato, e che si sviluppa senza più alcun condizionamento di princípi non economici, è la materializzazione stessa dell’ingiustizia. Chi vive tranquillo sotto un simile sistema, non trovando nulla di riprovevole nell’attività delle banche, delle società finanziarie e delle imprese volte al profitto, dando il proprio voto ai politici che legittimano questo stato di cose, evitando di condannare pubblicamente i detentori del potere, accettando entusiasticamente tutte le innovazioni tecniche, è perciò un operatore di ingiustizia. Le esperienze di resistenza a questo sistema sociale (esperienze di agire comunitario non mercantile, esperienze di rifiuto dei comportamenti tecnicizzati, esperienze di autentica comunicazione culturale al di fuori dei ruoli imposti dai poteri dominanti, esperienze di contrasto dei poteri economici e politici, ecc.), se sono vissute in maniera spiritualmente sana come esperienze d’amore per l’umanità dell’uomo e di libera comunità, non possono non essere avvertite come gratificanti e realizzanti di per se stesse nel loro presente, indipendentemente dall’esito storico dei loro risultati nel loro presente e futuro temporale. Se si ha capacità di amare e di progettare un mondo diverso, si resiste alla logica di questo sistema sociale semplicemente perché si vuol vivere bene e nella verità.
A COSA SIAMO CHIAMATI ?
La nostra umanità esige, per non morire, una resistenza, in primo luogo culturale, alla attuale logica sistemica.
Ciascuno di noi è chiamato, come uomo morale, a questa resistenza:
– è chiamato a considerare gli oligarchi dell’economia sempre avidi di sfruttare il lavoro, il territorio, i mercati, e i tecnoscienziati intenti a manipolare le specie viventi, per quello che in realtà sono: gli artefici consapevoli della distruzione dell’umanità dell’uomo;
– è chiamato a sottrarsi, nei limiti del possibile, alle logiche disumanizzanti;
– è chiamato a sperimentare le forme oggi possibili di agire comunitario;
– è chiamato a dare l’esempio di una vita non motivata dalla ricerca del denaro e dei consumi e non guidata dalla tecnica;
– è chiamato a pensare concettualmente e criticamente anche riguardo al funzionamento della propria personalità.
Quando la resistenza degli esseri umani, guidati dalla loro capacità di amare, dal loro spirito di giustizia, e dalla loro comprensione intelligente di se stessi e della società, avrà spezzato in qualche punto della presente vita coattivamente “associata” l’attuale logica sistemica, e quando le carenze e le disfunzioni derivanti da tali rotture saranno affrontate con una logica nuova, in vista di soluzioni ispirate al vincolo solidale e comunitario che deve legare tutti gli esseri umani, allora saremo usciti dal sentiero della notte.
Associazione culturale Petite Plaisance
La contraddizione
Amici
Amore
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
è professoressa ordinaria di Lingua e Letteratura greca all’Università della Campania. Dopo il dottorato in Filologia classica (Università di Bari) e in Scienze storiche (Università di San Marino), ha studiato e insegnato a Heidelberg, Basel, Freiburg, Berlin, Lüneburg e Sassari. È stata borsista DAAD e della Alexander von Humboldt Stiftung. I suoi argomenti di ricerca spaziano dalla letteratura greca (da Omero all’età imperiale) alla storia degli studi classici, alla ricezione della mitologia classica, e in particolare del mito di Antigone, alla letteratura tedesca e contemporanea. Ha fondato le riviste open access «Archivi delle emozioni» e «Visioni del tragico. La tragedia sulla scena del XXI secolo». È nella redazione di molte altre riviste e collane scientifiche internazionali. Ha scritto due romanzi.
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
Rodolfo Mondolfo, «Problemi e metodi di ricerca nella storia della filosofia.» Saggio introduttivo di Francesco Verde: “La realtà della storia. Rodolfo Mondolfo e il metodo di indagine storico-filosofica“. ISBN 978-88-7588-393-5, 2026, pp. 368, Euro 30.
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish.AcceptRead More
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.