Associazione Palomar, Pistoia – «Leggere la cura» a partire dal libro «La tragedia di essere fragili», 3 dicembre 2022, ore 18, Sala Soci Unicoopfi. Ne parleranno: Alessandra Flannino Indelicato, ricercatrice di filosofia dell’Università di Milano-Bicocca e curatrice del libro. Lorena Mariani, Direttrice Area infermieristica-assistenziale Rsa Convento di San Francesco, Misericordia di Borgo a Mozzano. Francesco Branchetti, Infermiere e docente del Corso di laurea di infermieristica dell’Università di Firenze. Monica Chiti, Dirigente delle professioni infermieristiche, Ospedale San Jacopo – Pistoia. Marco Leporatti, Associazione Palomar.


Familiari dei “condannati a morte nelle Rsa italiane”

e contributi di

Laura Campanello, Alessandra Filannino Indelicato, Fabio Galimberti,
Franca Maino, Lorena Mariani, Linda M. Napolitano Valditara,
Gianni
Tognoni, Silvia Vegetti Finzi

La tragedia di essere fragili

Filosofia biografica per una nuova cultura della vecchiaia

a cura di Alessandra Filannino Indelicato

ISBN 978-88-7588-367-6, 2022, pp. 208, Euro 15.

In copertina: Alfredo Pirri, Facce di gomma, latice in gomma, cotone, tempera, 1992.

indicepresentazioneautoresintesi





Mamma,

ho sognato che non avevi perso la memoria e ti ricordavi chi ero.

Oggi lo sai cosa è successo e speravo di sentirti ma ti sogno solo.

In questi giorni sognavo te nell’ospedale nella RSA che non stavi bene e mi svegliavo male la mattina. Non volevo scriverti perché mi viene da piangere. Oggi ho ritirato la notifica dal tribunale, c’è scritto che l’Rsa non ti ha ucciso e io sto male e sono sola. […]

Una pubblicazione che prende una netta posizione rispetto alle ingiustizie subite dai familiari di molti ricoverati durante la pandemia, condannati a morte in alcune, moltissime, Rsa italiane. Incapacità di affrontare una crisi che ci ha coinvolti tutti, per ragioni storico-culturali molto complesse, ragioni a cui si tenta di dare voce in chiave filosofico-biografica, per spiegare (senza esaurire o ridurre) la più grande tragedia della nostra società contemporanea: quella di essere fragili, e anche quella di essere vecchi. Dando voce a chi ha subito ingiustizia e si trova ancora costretto all’anonimato, ancora costretto in una posizione di estrema impotenza, questa pub­blicazione è anche una raccolta di lettere-testimonianze dei familiari e vuole essere un monito. Un monito di speranza e di luminosa instancabile indomabile presenza e anelito alla lotta per la verità di chi la sua verità non può ancora dirla, nel compito della memoria di chi è morto nel silenzio generale. Un monito verso la non indifferenza individuale e collettiva che scuota le coscienze affinché si costruisca un sistema migliore di quello di cui tutti siamo stati inermi e terribili testimoni





Le lettere

Sono quasi due anni che te ne sei andata

La prima cosa che vorrei sapere

Eri tu quella farfalla arancione

“Mammina” – come ti chiamavo …

Ho sognato che non avevi perso la memoria

Sono due anni che siamo lontane

Come stai? Non è facile scriverti una lettera

Ti ricordi mamma?

Anche febbraio sta volgendo al termine

Proprio l’altro giorno, per Natale

Sei sempre stato un uomo forte

Così sei stata accolta

Scrivo a ruota libera

Quanto mi sei mancato

Quando finalmente

Tra te e me si è imposta la malattia

Una eccezione. L. se n’è andata



Gli autori dei contributi

Gianni Tognoni, vecchio (1941) ricercatore, con un retroterra di teologia e filosofia, e laurea in medicina, pensionato sempre attivo, dopo più di 40 anni di attività nell’Istituto Mario Negri (di Milano, e per 12 anni nella sede ora chiusa in Abruzzo), con contributi anche internazionalmente riconosciuti come innovativi nel campo della metodologia e dell’etica della sperimentazione clinica e della epidemiologia comunitaria. Ha pubblicato fin troppo , in campo strettamente scientifico e non, in inglese, spagnolo, italiano, con tracce facilmente ritrovabili anche recentemente su siti come Volere la Luna ed Altreconomia.
Dal 1979, nella sua vita parallela e assolutamente di riferimento, è Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.

Fabio Galimberti, laureato in Scienze Pedagogiche, è analista filosofo. Prima falegname, da vent’anni lavora come operatore di base in una Rsa. Si interessa di lingua locale, cultura tradizionale e botanica popolare della Brianza e della Lombardia alpina, con la pubblicazione di articoli, saggi e organizzando corsi, cammini e visite guidate.

Silvia Vegetti Finzi è psicoterapeuta per i problemi dell’infanzia, della famiglia e della scuola. Ha condiviso per molti anni il lavoro intellettuale e l’impegno sociale con il marito Mario Vegetti, storico della filosofia antica. Dal 1968 al 1971 ha partecipato alla vasta ricerca sulle cause del disadattamento scolastico, promossa dall’Istituto IARD (F. Brambilla) e dalla Fondazione Bernard Van Leer di Milano. I suoi maggiori contributi hanno riguardato la storia della psicoanalisi, nonché lo studio delle problematiche pedagogiche da un punto di vista interdisciplinare, facendo rife­rimento soprattutto alla psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza ed alla psicoanalisi. I suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, tedesco, spagnolo, greco e albanese. Dal 1975 al 2005 è stata docente di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Pavia. Nel 1990 è stata tra le fondatrici della Consulta di bioetica. Ha fatto parte del Comitato Nazio­nale di Bioetica, dell’Osservatorio Permanente sull’Infanzia e l’adolescenza di Firenze, della Consulta Nazionale per la Sanità. È membro onorario della Casa delle donne di Milano e vice-presidente della Casa della Cultura di Milano. Nel 1998 ha ricevuto, per le sue opere sulla psicoanalisi, il premio nazionale “Cesare Musatti” e per quelle di bioetica il premio nazionale “Giuseppina Teodori”.

Linda M. Napolitano Valditara è professoressa ordinaria di Storia della filosofia antica (in pensione dal 2021). Ha insegnato negli Atenei di Padova, Trieste e Verona. Studia soprattutto Platone, la letteratura greca, i modi del formarsi del sapere-comunicare nel mondo antico e la loro ripresa odierna (filosofia della cura, dialogo socratico). A Verona, quale responsabile, tuttora, del Centro Dipartimentale di Ricerca “Asklepios. Filosofia della salute”, studia le forme di teoria e pratica della cura (Medicina Narrativa e Terapia della Dignità), interagendo con strutture e figure sanitarie del territorio. Studi: Il sé, l’altro, l’intero. Rileggendo i Dialoghi di Platone, 2010; Pietra filosofale della salute. Filosofia antica e formazione in medicina, 2012; Prospettive del gioire e del soffrire nell’etica di Platone, 20132; Virtù, felicità e piacere nell’etica dei Greci, 2014; Il dialogo socratico. Fra tradizione storica e pratica filosofica per la cura di sé, 2018; Filosofi sempre. Immagini dalla filosofia antica, 2021; con C. Chiurco: Senza corona. A più voci sulla pandemia (2020). Ha curato il volume collettaneo Curare le emozioni, curare con le emozioni (2020).

Lorena Mariani, Direttrice dell’Area Infermieristico – Assistenziale della Rsa Convento di S. Francesco della Confraternita di Misericordia di Borgo a Mozzano. Esperta della cura della persona in età senile e appassionata di socio sanitario, crede nella potenzialità dei sistemi di cura integrati e nei risultati che tali atteggiamenti virtuosi producono. Si occupa di formazione, collaborando con le principali agenzie formative del territorio della Provincia di Lucca e della Toscana, svolgendo docenze nell’area sanitaria, tecnico assistenziale e sociale, come esperto di settore. Sovrintende a tutte le questioni socio sanitarie e di prevenzione che riguardano i servizi sanitari e sociali svolti dalla Confraternita di Misericordia di Borgo a Mozzano ed è il punto di riferimento della stessa Misericordia per tutte le problematiche igienico sanitarie e di sicurezza riguardanti la pandemia Covid-19. Ha pubblicato il libro Il manuale: buone pratiche in Rsa, ed. Spazio Spadoni, 2021.

Laura Campanello, laureata in filosofia e specializzata in pratiche filosofiche e consulenza pedagogica. Collabora con la Scuola superiore di pratiche filosofiche di Milano “Philo” ed è consulente etica nelle cure palliative e nell’ambito della malattia e del lutto. Nel corso della sua carriera ha studiato e approfondito il tema della felicità attraverso la pratica filosofica e la psicologia analitica e scrive di questi temi per il “Corriere della Sera”. È inoltre Presidente dell’Associazione di Analisi Biografica a Orientamento Filosofico (Sabof). Tra le varie pubblicazioni, si ricorda: Ricominciare. 10 tappe per una nuova vita, Mondadori, 2020; Leggerezza. Esercizi filosofici per togliere peso e vivere in pace, Bur Rizzoli, 2021; Sono vivo, ed è solo l’inizio. Riflessioni filosofiche sulla vita e sulla morte, Mursia, 2013.

Franca Maino dirige il Laboratorio Percorsi di secondo welfare ed è Professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano, dove insegna “Politiche Sociali e del Lavoro”, “Politiche Sanitarie e Socio-sanitarie”, “Welfare State and Social Innovation”.

Alessandra Filannino Indelicato è una ricercatrice in generale, nella vita, attualmente impiegata presso l’Università di Milano-Bicocca. Esperta di Pratiche Filosofiche e Gestalt counselor, lavora per vocazione nel campo dell’ermeneutica delle tragedie greche e della filosofia del tragico, offrendo corsi, seminari e consulenze individuali e di gruppo. Nel 2022 ha contribuito con “Pace gattesca” alla raccolta Verrà la pace e avrà i tuoi occhi. Piccolo Vademecum per la pace, Anima Mundi Edizioni. Per l’Editrice Petite Plaisance è anche Direttrice della collana “Coralli di vita”. Nel 2019, per Mimesis, ha pubblicato Per una filosofia del tragico. Tragedie greche, vita filosofica e altre vocazioni al dionisiaco, e nel 2022, per Petite Plaisance, Apologia per Scamandrio o dell’abbandono. Contributi di Iliade VI a una filosofia del tragico.



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Metafisica della domanda. L’esigenza iniziale della filosofia è del tutto unitaria, sicché il domandare tutto è insieme un tutto domandare. Il domandare nella metafisica ha la sua condizione nella “meraviglia aristotelica”. Dove vi è metafisica vi è umanità.

Salvatore Bravo

Metafisica della domanda

L’esigenza iniziale della filosofia è del tutto unitaria, sicché il domandare tutto è insieme un tutto domandare.

Il domandare nella metafisica ha la sua condizione nella “meraviglia aristotelica”.

Il concetto filosofico si distingue dal concetto scientifico.

Filosofia è attitudine a compiere qualunque atto di conoscenza autentica e genuina, cioè rivolto a capire le cose come sono, nella loro propria consistenza e non in rapporto all’uso che se ne voglia fare per altri scopi.

Il concetto metafisico è paideutico, in quanto insegna a guardare il mondo con lo sguardo profondo della civetta.

Metafisica non è resecazione dalla materialità dell’esperienza, ma profondità conosciuta e pensata della stessa, in tal maniera il soggetto non è travolto dalla furia del dileguare.

La metafisica non importa mai esclusione del riferimento all’esperienza, e quindi alla sua costitutiva problematicità.

Dove vi è metafisica vi è umanità. Il solo conoscere non è sufficiente, l’umanità deve donare al conoscere il sapere, ovvero la consapevolezza dei fini e dei perché condivisi, altrimenti vi è il rischio sempre più palese che il conoscere senza sapere sia una forma di razionalità-irrazionale che può divorare l’intera umanità e il pianeta in un freddo baleno privo di senso.

 

 

***

 

 

Domandare tutto e tutto domandare

La filosofia è metafisica: non si può pensare la filosofia senza la metafisica, l’affermazione è solo apparentemente banale, poiché i dispregiatori della metafisica sono, in primis, nelle facoltà di filosofia, dove in generale – salvo poche eccezioni – si coltiva l’adattamento della filosofia ai voleri del mercato. L’universale e la verità sono rigettate in nome del relativismo funzionale alla globalizzazione della finanza. In questo contesto rileggere Marino Gentile[1] consente di deviare dalla chiacchiera accademica per ”incontrare” il logos. Sui filosofi dediti alla ricerca metafisica è caduta la scure del silenzio. La verità è avversata e da ciò si deduce la qualità etica del nostro presente.

Dove vi è logos, vi è l’intero e la ricerca dell’universale. L’intero è l’oggetto della filosofia, ma non un “intero” già disposto a priori: il filosofare è un processo critico e dinamico con cui si giunge all’intero senza codificarlo in dogmi. La filosofia – come afferma Marino Gentile – è domandare tutto e tutto domandare: la domanda è apertura alla problematicità dell’esistenza e dell’esperienza. Domandare significa capacità di cogliere la molteplicità focale con cui l’esperienza si rivela al soggetto. Domandare è, dunque, intenzionalità qualitativa con cui la parte è riposizionata alla sua materialità olistico. Non si tratta di svelare il tutto, ma l’intero. L’intero si costituisce come relazione viva tra le parti, mentre il tutto è svelamento della totalità conchiusa in sé. La metafisica è dunque un domandare che svela la struttura dell’intero all’interno dell’esperienza, la razionalizza per cogliere il senso che dà vita alle parti, le coniuga nella direzioni del “perché”:

«Invece l’esigenza iniziale della filosofia è del tutto unitaria, sicché il domandare tutto è insieme un tutto domandare. La totalità non si presenta ad essa come un complesso, ipoteticamente perfetto, di certezze da conquistare, ma come la reazione integrale di ogni certezza, che non sia giustificata da un integrale sapere».[2]

Il domandare per Marino Gentile è l’attività che umanizza, poiché senza “il domandare” l’essere umano non esprime nella prassi il logos dialogico che ne fa il vivente che, con la parola, pone “mondi” e li decodifica. Per creare bisogna domandare. Il possibile e il rischio del nuovo sono consustanziali alla domanda:

«Un domandare tutto, che sia come ho già proposto un tutto domandare, nel senso che esso non sia originariamente altro che domanda: non perché, se tutta la realtà, senza eccezione, non diventa problema, non c’è possibilità di parlare di metafisica».[3]

Il domandare nella metafisica ha la sua condizione nella “meraviglia aristotelica”. Il timor panico che si presenta all’essere umano mediante l’esperire con la sempre cangiante contingenza è ricchezza di sapere, poiché l’empirico presenta all’essere umano sempre nuove sfide, necessita di essere interrogato per cogliere in esso la potenza nascosta del senso. Il soggetto e l’oggetto trovano nella domanda il punto di mediazione e di unità, i due poli si ricongiungono nell’attività del soggetto che contempla l’empirico. Non vi è realtà empirica senza il soggetto, il polo soggetto e il polo oggetto sono uniti nell’eterna tensione della domanda:

«Il tema della “meraviglia” viene ripreso successivamente, a proposito della filosofia generale; a questo punto è necessario che il continuo riferimento all’esperienza venga inteso come un’indicazione non di povertà, ma di ricchezza, cioè come una sempre nuova possibilità di verificare la validità del concetto nei confronti delle manifestazioni più complesse, più singolari o più strane dell’esperienza sensibile ch’esso fa sapere».[4]

 

Concetto scientifico e filosofico

Il concetto filosofico si distingue dal concetto scientifico, poiché quest’ultimo è finalizzato all’operatività, è paradigma di azione finalizzato alla pura quantità ed è espresso in linguaggio matematico. Il concetto scientifico, dunque, disegna un ordito limitato, poiché è uno strumento per convogliare i dati verso l’efficienza dell’operatività e dell’accumulo. Non compare il giudizio qualitativo ma solo quantitativo. Esso problematizza al fine di verificare le procedure per ottenere i migliori risultati. Non vi è sospensione dell’utile, ma il suo potenziamento mediante la matematizzazione dei dati. Il concetto scientifico problematizza dei dati, ma mai i presupposti che restano “intoccabili”:

«I concetti scientifici moderni sono esemplati sui concetti matematici, cioè sono conoscenze, ma insieme modi di ordinare le conoscenze ai fini operativi dell’attività umana; si distinguono perciò nettamente dai concetti nel senso classico della parola, in quanto questi vogliono essere puramente e semplicemente conoscere».[5]

Il concetto filosofico sospende, invece, l’utile per individuare l’oggetto nella sua verità, lo lascia emergere in modo che si rivela nella sua sostanza. Il senso del suo esserci per svelarsi deve neutralizzare l’operatività, solo in tal modo la verità può emergere dalla frammentazione e dall’uso che impedisce allo sguardo di vivere, vedere e pensare l’intero:

«Il concetto, insomma, può essere simboleggiato come un baleno luminoso, per indicare, con un’approssimazione meno infelice delle altre, che, mentre non entra quale elemento costitutivo negli oggetti da esso rappresentati, è costitutivamente essenziale alla loro manifestabilità conoscitiva, cioè alla loro effettiva consistenza di oggetti».[6]

La filosofia-metafisica è uno scandalo per l’individualismo proprietario vigente, essa è trasgressione dell’ordine del discorso curvato al solo feticismo del risultato:

«Filosofia viene detta, dunque, giustamente l’attitudine a compiere qualunque atto di conoscenza autentica e genuina, cioè rivolto a capire le cose come sono, nella loro propria consistenza e non in rapporto all’uso che se ne voglia fare per altri scopi».[7]

 

Conoscere e sapere

L’accusa rivolta alla filosofia-metafisica è di essere “inutilmente astratta”, ovvero un vuoto ciarlare finalizzato al nulla, in realtà è un’accusa ideologica: l’individualismo proprietario deve necrotizzare ogni prospettiva altra per consolidare la sua dogmatica naturalizzazione. In realtà la metafisica è concretezza, poiché essa trae dall’esperienza la struttura veritativa occultata dal pragmatismo crematistico e dall’ansia del risultato. Il concetto metafisico, invece, è paideutico, in quanto insegna a guardare il mondo con lo sguardo profondo della civetta. In tal modo il soggetto vive la realtà empirica nella sua concretezza e problematicità, di conseguenza il conoscere si coniuga in modo fecondo al sapere

«Senonché la relazione tra l’esperienza e il principio metafisico può essere concepita come il rapporto tra la potenza e l’atto soltanto quando questi termini siano concepiti nella forma più assolutamente propria. Giacché se l’atto e la potenza venissero concepiti non nella forma pura, bensì in commistione reciproca, il rapporto stabilito non uscirebbe dai limiti dell’esperienza e perciò non avrebbe capacità e natura di rapporto metafisico».[8]

Metafisica, dunque, non è resecazione dalla materialità dell’esperienza, ma profondità conosciuta e pensata della stessa, in tal maniera il soggetto non è travolto dalla furia del dileguare, ma costruisce tra l’oti (il che) e il dioti (il perché) un ponte di senso che trascende la frammentazione astratta:

«La seconda condizione è, dunque, che la metafisica non importi mai esclusione del riferimento all’esperienza, e quindi alla sua costitutiva problematicità».[9]

Marino Gentile, con la sua opera finalizzata a fondare una metafisica che risponda al nuovo clima culturale affermatosi dopo Kant, ci insegna che ciò di cui necessitiamo è “il senso”. Tale necessità è connaturata all’essere umano, non può scaturire dalle scienze dure, ma dall’impianto metafisico. La problematizzazione del dato è già “fare filosofico”, in cui il domandare deve porre le risposte. Se tale attività viene a mancare l’essere umano è mutilo della sua profondità pensante e non può che lasciarsi travolgere dagli eventi e dai risultati scientifici pur se prodigiosi. La furia della produzione di informazioni e merci potrebbe ribaltarsi in terrore panico, in thauma, in quanto il soggetto – dinanzi alle potenze che ha scatenato e di cui non conosce il senso – non può che soccombere.
Dove vi è metafisica vi è umanità. Il solo conoscere non è sufficiente, l’umanità deve donare al conoscere il sapere, ovvero la consapevolezza dei fini e dei perché condivisi, altrimenti vi è il rischio sempre più palese che il conoscere senza sapere sia una forma di razionalità-irrazionale che può divorare l’intera umanità e il pianeta in un freddo baleno privo di senso:

«Il sapere, dunque, si distingue dalle altre forme di conoscere, in quanto imprime all’inquietudine dispersa delle rappresentazioni non collegate e non capaci di persistenza un orientamento e una direzione comune».[10]

L’inquietudine e la società dell’angoscia in cui siamo situati sono il sintomo della rimozione della metafisica funzionale al capitalismo che “forgia” consumatori onnivori e senza orizzonte qualitativo. Il malessere che si constata quotidianamente denuncia la drammatica assenza della metafisica. Senza di essa non vi è paideia, poiché l’essere umano è consegnato indifeso al mercato e alla spirale dei desideri illimitati che non possono che stritolarlo come i serpenti fecero con Laocoonte.

Salvatore Bravo

[1] Marino Gentile (Trieste9 maggio 1906 – Padova31 maggio 1991).

[2] Marino Gentile, Trattato di Filosofia, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1987, pag. 53.

[3] Ibidem, pag. 97.

[4] Ibidem, pag. 29.

[5] Ibidem, pag. 27.

[6] Ibidem, pag. 32.

[7] Ibidem, pag. 229.

[8] Ibidem, pag. 181.

[9] Ibidem, pag. 178.

[10] Ibidem, pag. 18.




M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Luciano Canfora – Sumeri, Greci e … Quelle civiltà ancora vivissime … La traduzione è la forma ininterrotta attraverso cui le civiltà sopravvivono, e in realtà rivivono nelle civiltà venute dopo.

Luciano Canfora, Noi e gli antichi. Perché lo studio dei Greci e dei Romani giova all’intelligenza dei moderni

Rizzoli, 2004

 

Il vincolo che collega la nostra cultura alla lingua, alla storia, al pensiero dei greci e dei romani non va ricercato in una presunta “identità” tra gli antichi e noi. Al contrario, è opportuno, e più produttivo, sforzarsi di capire le differenze; e proprio la riflessione su questa distanza ci consentirà di conoscere il senso che il passato e la sua eredità hanno per noi. È questa la via seguita da Luciano Canfora nei saggi scritti per questo volume, incentrati su alcuni temi cruciali: il metodo degli storici antichi, il rapporto tra storiografia e verità, la visione della storia come mescolanza, come fiume “grande e lutulento” che assimila e trascina le più diverse tradizioni culturali.



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Manuela Trinci, Paolo Sarti – La giusta fatica di crescere. Indipendenza, inciampi e fantasia, i migliori alleati per diventare grandi, Prefazione di Goffredo Fofi. Un libro per chi intenda aprire e sostenere la soggettività … e la meraviglia che dietro ogni soggettività si cela.

Manuela Trinci vive e lavora a Pistoia. Psicoterapeuta infantile con formazione psicoanalitica, è saggista e studiosa di letteratura per l’infanzia. Fa parte della Direzione Scientifica della “LUDOBIBLIO” dell’Ospedale Pediatrico Anna Mayer – Firenze. E’ socio dell’AEPEA (Associazione Europea di Psicopatologia dell’Infanzia e dell’Adolescenza), dell’AISMI (Associazione Italiana Salute Mentale Infantile) nonché socio fondatore dell’Associazione culturale-scientifica “Dina Vallino” (Milano).

Collabora con i servizi educativi di diversi comuni della Toscana con corsi di formazione rivolti agli educatori e conversazioni rivolte ai genitori. E’ supervisore presso il Servizio per l’infanzia e l’adolescenza del Dipartimento Salute Mentale Area Nord, Area Sud e Centro dell’Azienda AUSL di Bologna. Collabora con attività di didattica con l’Accademia Drosselmeier (dei librai e giocattolai italiani) della Regione Emilia Romagna. E’ Presidente (fondatore) dell’Associazione Culturale Orecchio Acerbo Pistoia. Qui ha ideato e conduce l’Ospedale delle Bambole, con sede in Via dell’Ospizio 40 a Pistoia.

È autrice di numerosi saggi scientifici e molte collaborazioni a tono divulgativo con settimanali e quotidiani (è titolare: sulla rivista Liber della rubrica “orienteering”; sulla rivista Dialoghi – servizi educativi del Centro Bruno Ciari – della rubrica di corrispondenza con i genitori “post@ e risposta” e della sezione “orientamento” nella scelta di libri per bambini e genitori; sulla rivista online Meyer News della rubrica mensile “Giocare”). Fra i libri pubblicati si ricorda l’ultimo: La giusta fatica di crescere (Ed. URRA Feltrinelli) in collaborazione con il pediatra Paolo Sarti e con prefazione di Goffredo Fofi.



Paolo Sarti vive e lavora a Firenze, dove svolge la sua attività di pediatra di famiglia. Ha insegnato alla facoltà di Medicina e alla facoltà di Psicologia dell’Università di Firenze. Consulente della Regione Toscana per l’educazione sanitaria, ha curato la formazione del personale degli asili nido del Comune di Firenze. Si è occupato in particolare di corsi di accompagnamento alla nascita e di educazione sessuale nelle scuole. Organizzatore di congressi internazionali sul tema della nascita, tiene incontri di formazione e di sostegno alla genitorialità. Già redattore dei periodici Salute e territorio e “UPPA, Un Pediatra Per Amico”, è autore di numerosi libri, tra i quali: “Crescere è un’arte” (Giunti, 2012), “La giusta fatica di crescere” (Feltrinelli, 2014), “Sarò padre” (Giunti, 2017), “Neonati maleducati” (Giunti, 2019) e “Figli delle paure” (Giunti, 2020). È stato presidente dell’associazione umanitaria Medici per i diritti umani (MEDU) e Consigliere della Regione Toscana.


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Ernst Bloch e il concetto di Eingedenken. Il futuro è una possibilità propriamente umana, non è un dato naturale. La metafisica umanistica non è solo una proposta filosofica, ma è il percorso che ci conduce oltre l’annientamento del presente e del futuro. L’ontologia del non ancora è la comunità.

«Non veniamo al mondo solo per accogliere o registrare ciò che era, così com’era quando ancora non eravamo, ma tutto ci attende, le cose cercano il loro poeta […]. Ciò che è accaduto, è sempre accaduto solo a metà, e la forza che lo fece accadere, che si espresse in esso in maniera insufficiente, continua a operare in noi e getta il suo bagliore anche sui tentativi parziali, ancora futuri che giacciono dietro di noi. Ciò che prima di noi, senza di noi era appena un fremito, ora è diventato capace di risuonare, riscaldare e illuminare».

E. Bloch

Salvatore Bravo

Ernst Bloch e il concetto di Eingedenken

La metafisica umanistica è la condizione teoretica per trascendere lo stato di reificazione e violenza connaturati all’economicismo capitalistico. In esso ogni possibilità è resa potenziale distruttivo, in quanto la produzione senza limiti non divora solo il pianeta nella sua totalità, ma ancor prima della distruzione ambientale annichilisce l’essere umano negando la sua natura progettuale e comunitaria da concretizzare nella storia. Necessitiamo di una nuova metafisica, dunque, che possa permettere il virtuoso passaggio dalla potenza all’atto della natura umana.

Senza un nuovo umanesimo non vi può essere futuro, ma solo un veloce declino dell’umanità e dell’ambiente storico e naturale nella quale è iscritta la vita.

Nello Spirito dell’utopia di Ernst Bloch il concetto di Eingedenken, rammemorare il futuro, ha una portata teoretica che svela la sua pregnanza concettuale nel tempo presente segnata dalla “dimenticanza” del passato e del futuro. Il concetto di Eingendenk deriva dalla preposizione “in” e dal verbo “gedenken” (‘ricordare’), legato a sua volta a denken (‘pensare’): non a caso le forme più arcaiche presentano la forma ingedenk.

Lo sconfittismo del nostro tempo si connota per la neutralizzazione della memoria storica. La storia nelle sue vicende e vicissitudini, invece, con il concetto di Eingedenken non è consegnata all’oblio ma fonda la metafisica umanistica, la quale ha come centro l’essere umano nella sua concretezza comunitaria. Si intrecciano in un sinolo inestricabile la biografia personale e la storia collettiva che non è persa nel tempo, ma ha la possibilità di essere rivissuta, rammemorata e pensata nelle sue possibilità inespresse. L’ontologia del non ancora è la comunità che pensa il tempo trascorso, non si limita a conteggiare gli eventi sulla linea della storia, ma ne scorge con gli errori le potenzialità progettuali da attuare nel futuro.

In Ernst Bloch la metafisica umanistica vive dell’irraggiamento del passato verso il futuro. Senza la mediazione della coscienza nulla è possibile: le potenzialità sono disperse nel tempo o sono schiacciate dalla gravità dell’economicismo e del fatalismo.

Il futuro è una possibilità propriamente umana, non è un dato naturale. Pertanto solo l’umanità capace di leggere plasticamente il passato può scorgere nelle sue pieghe il futuro. Non si tratta di correggere ciò che fu, o di ripetere in modo ingenuo ciò che è stato, ma di pensare la distanza temporale al fine di poterla comprendere nella sua profondità per estrarne esperienze non completamente compiute o inespresse. Ciò che fu – in tale cornice intenzionale – è vivo nel pensiero che rammemora il passato per poter progettare il futuro a partire dal presente. La storia è il mondo degli uomini e delle donne nella quale la vita prende forma con le sue imperfezioni, deviazioni improvvise e scambi di binari che attendono di essere pensati in modo che possano vivere di nuova luce nel futuro. La prassi è orientata verso il futuro, ma la condizione ontologica del suo operare trasformativo non può che affondare creativamente il suo rizoma nel passato:

«Perciò qui brilla il presentimento di un sapere non ancora cosciente, […] emerge qui un volere modificante, un pensiero motorio del nuovo, in quanto grande e ancora inesplorata consapevolezza o classe di coscienza di un immemorare, capace di conferire al Wiedererinnerung mondo il suo scopo togliendo di mezzo ogni mera rammemorazione […] o ogni mero alfa del platonismo o dello hegelianismo; perciò si mostra qui l’atteggiamento di un filosofare pragmatistico, rivolto tanto al poter volere a ritroso [das zurück Wollenkönnen des Willens] diretto a ciò che fu, quanto al nuovo, a inserzioni metafisico-morali – atteggiamento illuminato da un mondo che non c’è ancora, immediatamente collocato sul ponte verso il futuro, sul problema, dominato dalla propria volontà, della teleologia».1

Metafisica umanistica

Le parole di Ernst Bloch delineano il fulcro sostanziale della metafisica umanistica. L’essere umano non è un automa che appare passivamente nella storia fino a scomparire. Michel Foucault utilizza un’immagine – in Le parole e le cose – per indicare l’apparire fugace dell’idea di essere umano nella storia: sulla sabbia si può scorgere il volto dell’essere umano portato via velocemente dall’onda.

La metafisica umanistica non è una forma di storicismo, non si limita ad enumerare la storia delle idee con le sue visuali antropologiche che diverranno presto archeologia. Essa ha il suo fondamento veritativo nella natura dell’essere umano curvato nella materialità della storia. L’essere umano media con il pensiero l’esperienza storica, e in tal modo pensa il proprio tempo in modo esteso: il passato si riannoda col presente per orientarsi verso il futuro. La prassi è il catalizzatore del tempo pensato che diviene la luce nelle tenebre del nichilismo e nell’oscurantismo del pessimismo senza speranza ed etica:

«Non veniamo al mondo solo per accogliere o registrare ciò che era, così com’era quando ancora non eravamo, ma tutto ci attende [alles wartet auf uns], le cose cercano il loro poeta e vogliono essere riferite a noi. Ciò che è accaduto [geschehen], è sempre accaduto solo a metà [halb geschehen], e la forza che lo fece accadere, che si espresse in esso in maniera insufficiente, continua a operare in noi e getta il suo bagliore anche sui tentativi parziali, ancora futuri che giacciono dietro di noi. Ciò che prima di noi, senza di noi era appena un fremito, ora è diventato capace di risuonare, riscaldare e illuminare»2

Rammemorare ciò che fu

I morti ritornano nel presente, le idee e le lotte trascorse con il loro tributo di sangue e sacrificio sono nel presente. Rammemorare i “morti” significa farli vivere nel presente: ritornano a noi con il pensiero, per progettare il futuro. Non è un eterno ritorno, ma un ritornare per aprire al futuro, per rompere la «gabbia d’acciaio» che vorrebbe restringere la prospettiva al solo presente sclerotizzato nel ciclo consumo-produzione.

Non è un’operazione archeologica, non si tratta di far affiorare il passato per renderlo “oggetto da esporre”, ma di viverlo nell’attività del pensiero, la quale non si limita alla contemplazione di ciò che fu, ma lo riorienta verso il futuro:

«I morti ritornano in nuove connessioni di senso come pure nel nuovo agire, e la storia così concepita, sottoposta a concetti rivoluzionari che continuano a operare, spinta verso la leggenda e interamente illuminata, diventa la non mai perduta funzione nella sua pienezza di testimonianza della rivoluzione e dell’Apocalisse».3

La metafisica umanistica non è una semplice forma di coscienzialismo, in quanto conserva il materialismo storico liberato dai ceppi del determinismo e dai semplicismi delle proiezioni-previsioni degli economisti presi dalle maglie stringenti e vacue della crematistica. Il nostro presente vorrebbe negare la grandezza dell’essere umano riducendolo a semplice archeologia senza futuro.

L’essere umano non è un osso come afferma Hegel nella Fenomenologia dello Spirito, per cui dinanzi ai riduzionismi che avanzano è necessario opporre e riproporre la metafisica umanistica che riporti la centralità della cura dell’essere umano.

Senza la prassi e la teoretica l’umanità non può che cadere in forme di manipolazione tecnocratica, il cui scopo è impedire l’ascolto profetico delle voci del passato che giungono fino a noi. La metafisica umanistica si traduce in un modello economico che ha come centro l’essere umano. L’economia con fondamento umanistico consente la fioritura dell’umanità, accoglie la pluralità nella concretezza dell’universale. Stabilisce fini alla misura della natura umana, la quale è fondata sul limite, allo scopo di dare forma e identità al singolo nella comunità con la partecipazione consapevole alla produzione. L’ostilità verso ogni forma di umanesimo rivela il dominio capitalistico nella sua verità nichilistica e distruttiva.

La metafisica umanistica è la condizione teoretica per trascendere lo stato di reificazione e violenza connaturati all’economicismo capitalistico. In esso ogni possibilità è resa potenziale distruttivo, in quanto la produzione senza limiti non divora solo il pianeta nella sua totalità, ma ancor prima della distruzione ambientale annichilisce l’essere umano negando la sua natura progettuale e comunitaria da concretizzare nella storia. Necessitiamo di una nuova metafisica, dunque, che possa permettere il virtuoso passaggio dalla potenza all’atto della natura umana.

Senza un nuovo umanesimo non vi può essere futuro, ma solo un veloce declino dell’umanità e dell’ambiente storico e naturale nella quale è iscritta la vita.

La metafisica umanistica non è solo una proposta filosofica, ma è il percorso che ci conduce oltre l’annientamento del presente e del futuro:

«Ma per sollevarsi oltre l’annientamento del mondo, la vita dell’anima deve diventare “pronta” [fertig] nel senso più profondo, andando a fissare felicemente la gomena alla banchina dell’al di là, onde il suo plasma germinale non sia trascinato nell’abisso della morte eterna, e non si perda la meta verso cui è organizzata la vita terrena: la vita eterna, l’immortalità anche transcosmologica, la realtà unica del regno delle anime, la restitutio in integrum fuori dal labirinto del mondo – a causa della pietà di Satana».4

1 E. Bloch, “Über die Gedankenatmosphäre dieser Zeit”, in Geist der Utopie. Erste Fassung, cit., p. 255; il passo si trova in tradotto in alcune parti a cura di S. Marchesoni in E. Bloch, W. Benjamin, Ricordare il futuro. Scritti sull’Eingedenken, Mimesis, Milano 2016, qui, p. 43

2 Ibidem, pag. 34.

3 E. Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, trad. it. di S. Krasnovsky e S. Zecchi, Feltrinelli, Milano 1980, p. 33.

4 E. Bloch, Geist der Utopie. Erste Fassung, cit., p. 442.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Silvia Vegetti Finzi – Pace al femminile: donne, in quanto portatrici di un programma di vita che rappresenta, nella sua idealizzazione, un paradigma etico


Silvia Vegetti Finzi

Pace al femminile

(testo tratto dal dialogo sulla Pace con Marco Tarquinio,

avvenuto alla Casa della Cultura di Milano il 16 ottobre 2022)

Il termine Pace è tra i più inclusivi in quanto non vi è nessuno, che si reputi umano, che non consideri la Pace un valore, che non la desideri, non la invochi, anche quando la ritiene impossibile.

Credo che in questa aspirazione ognuno porti la propria singolarità, il proprio specifico essere nel mondo. In particolare le donne che, raggiunti molti, seppure non tutti, gli obiettivi di parità con gli uomini, sono ora impegnate a definire la loro identità.

L’identità femminile è, come tutte, multipla e sfaccettata in quanto abitiamo vari contesti e in ognuno ci presentiamo in modi diversi.

Ma il comune denominatore dell’essere donne risiede, a mio avviso, nella maternità.

Non intendo soltanto la maternità realizzata ma quella potenziale, rappresentata dal corpo e dall’immaginario femminile, dalla possibilità del nostro genere di contenere, nutrire e dare la vita.

Una predisposizione che esiste in tutte e che può essere realizzata nella filiazione oppure sublimata in opere simboliche come la cura, l’educazione, l’arte, iniziative sociali e culturali che, pur prescindendo dalla procreazione corporea, ne conservano i valori di creatività e generosità.

Riconoscere e condividere la potenzialità materna ci permette di affermare che la Pace è possibile, pensabile e realizzabile. Quando una donna entra in contatto con le sue risorse interiori trova, già predisposto, un modello di Pace.

Un modello latente nel corpo e nella mente ma che, una volta riconosciuto, diventa una proposta valida per tutti, soprattutto in un momento storico che, in ordine alla Pace, non permette separazioni e contrapposizioni.

Vediamo di che cosa si tratta.

Il rapporto sessuale, complementare e reciproco, è geneticamente finalizzato a generare un figlio, ma per le donne comporta un impegno in più perché dovranno contenerlo, nutrirlo e infine lasciarlo andare perché viva la propria esistenza e la prolunghi nella specie. Un progetto che può essere trasposto in ogni ambito, in ogni relazione.

Nulla di più lontano dalla guerra e dai suoi fantasmi di occupazione, distruzione e morte.

Poiché le donne non hanno mai fatto la guerra, anche se ne sono state vittime, né finora si sono attribuite, come gli uomini, il diritto di uccidere (per secoli l’esercito è stato esclusivamente maschile), ritengo che la loro parola in ordine alla Pace meriti di essere ascoltata.

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Con pensiero di donna

Al compimento del suo 103° anno, il filosofo francese Edgard Morin, preso atto che quella che stiamo vivendo non è soltanto una crisi economica, sociale ed ecologica, nel suo ultimo libro Svegliamoci ci invita a pensare senza precipitarci a fare, ad agire. Il pensiero, anche quando rimane muto, è sempre un’esperienza attiva, comunicativa, performativa.

Come non esiste musica senza intervalli, così non esiste linguaggio senza silenzio. Tutto ciò che è stato pensato intenzionalmente è vivo e può modificare il mondo.

L’invito di Morin è particolarmente attuale oggi, nel momento in cui tutto sta cambiando. La natura si ribella all’abuso delle sue risorse; la scienza mostra l’irrazionalità dei fini celata dall’apparente neutralità dei mezzi e la società si confronta con l’incapacità di governare un mondo globalizzato.

Come avverte Papa Francesco, non siamo di fronte a un’epoca di crisi ma alla crisi di un’epoca, a un crollo repentino, che coinvolge tutti. Di qui l’invito a restare umani.

Per secoli il genere femminile si è pensato e modellato dal punto di vista maschile, interiorizzando i valori degli uomini. Vi sono state, storicamente, vistose eccezioni ma, in generale, la comunità delle donne ha intrapreso da poco a pensare partendo da sé, dalla propria specificità: mezzo secolo contro millenni di pensiero maschile.

Il femminile materno non ha potere ma potenza, non chiede autorità (che può essere imposta con la forza) ma autorevolezza (che solo gli altri possono attribuire).

La presenza delle donne – che sono tali non per anagrafe ma per coerenza con la loro identità femminile e materna – avviene in un momento particolarmente difficile, quando il pensiero umano si sta rivelando inadeguato a se stesso.

Si ha l’impressione che conseguenze del progresso tecnico e scientifico, come gli algoritmi, il multiverso, l’intelligenza artificiale o la robotica più avanzata, eccedano le nostre possibilità di controllo.

Inoltre, anche quando riusciamo a capire razionalmente, ci sfugge il comprendere, il sentirci emotivamente coinvolti nella realtà, che non è solo circostante, ma fuori e dentro di noi.

Alla contrapposizione tra dentro e fuori, micro e macrocosmo, si sottrae in particolare l’organismo femminile, retto da cicli cosmici, collegato con le fasi lunari, in sintonia con le maree, sensibile all’alternarsi delle stagioni, prossimo a quello che gli antichi chiamavano anima mundi. È al tempo stesso partecipe della società, coinvolto nelle sue contraddizioni.

Tutto quello che abbiamo pensato come separato si è rivelato interconnesso, tutto quello che abbiamo pensato come rassicurante si è rivelato perturbante.

Persino il concetto di “natura” ha perso la funzione convalidante e normativa svolta da Aristotele in poi.

Da quando la Madre Terra è stata dissacrata da una concezione meccanicistica del mondo, ci sentiamo autorizzati a sfruttarla irresponsabilmente. Benché gli scienziati si affannino a spiegare che il disastro ecologico è la conseguenza del nostro comportamento, il coinvolgimento collettivo non scatta e la responsabilità non si mobilita.

Eppure la fecondità umana, entrata in una crisi che si teme irreversibile, ci pone di fronte, non solo al rischio di perdere la più radicata e potente delle relazioni tra i sessi, quella tra padre e madre, ma anche alla possibile sparizione della nostra specie. Tuttavia questa minacciosa previsione ci lascia indifferenti perché rivolta a uomini e donne sempre più vecchi, egoisti e soli.

Nelle giovani donne la prospettiva della maternità, rinviata a data da destinarsi, sopraffatta da altre istanze – la carriera, il successo, la popolarità –, rischia di diventare l’impensato della nostra epoca.

La denatalità e ultimamente la catastrofe annunciata dalla minaccia atomica rivelano l’eterna competizione tra Eros e Thanatos, Amore e Odio, Principio di vita e Principio di morte, una concezione antagonista del mondo che inizia con Empedocle e procede, attraverso Platone e Aristotele, sino e oltre Freud.

È indubbio che la guerra d’aggressione si collochi dalla parte dell’odio, del male, del Principio di morte, soprattutto quando lo scopo diviene la guerra stessa, quando non se ne prevede la fine, né si contemplano limiti e misura al suo inesorabile procedere.

In questo conflitto eterno, l’intervento della riflessione femminile si pone dalla parte del Principio di vita, di Eros, non in modo astratto e impersonale ma dando voce a un “pensiero incarnato”, secondo una concezione centrale nel verbo cristiano, anche se inteso qui in un’accezione meramente terrena.

Come premesso, quando dico “pensiero materno” non mi riferisco esclusivamente alle donne che hanno messo o metteranno al mondo bambini, ma lo considero una potenzialità di tutte le donne in quanto tali.

Una potenzialità comprensibile e condivisibile con gli uomini in quanto tutti si nasce figli.

Nella convinzione che il pensiero è corporeo e il corpo è pensante, come testimoniano le esperienze mistiche, invito a considerare il corpo e la mente femminili contraddistinti, non dalla necessità, ma da un’autonoma, libera disposizione a pensare e agire maternamente.

La maternità trova il suo modello nella procreazione reale, nel senso creativo di mettere al mondo un individuo unico, irripetibile, inconfrontabile, uguale solo a se stesso, un “capolavoro”, nel senso artistico del termine.

Come scrive Adrienne Rich: «Tutta la vita umana nel nostro pianeta nasce da donna. L’unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti, uomini e donne, è il periodo trascorso a formarci nel grembo di una donna. […] Per tutta la vita e persino nella morte, conserviamo l’impronta di questa esperienza».

Con questa osservazione, sinora incontrovertibile, siamo approdati, dalla singolarità di ogni nato, a una dimensione universale, quella dell’umanità partorita tutta da corpi femminili e materni.

Se la condizione di figlio costituisce un universale, lo stesso accade per la condizione di madre, estesa a tutte le donne in quanto portatrici di un programma di vita che rappresenta, nella sua idealizzazione, un paradigma etico. Cerniera tra corpo e mente, dentro e fuori, conscio e inconscio, natura e cultura, identità e alterità, immanenza e trascendenza, la maternità è un laboratorio aperto di pensieri e immagini. «Come ogni archetipo», scrive Jung, «anche quello materno possiede una quantità pressoché infinita di aspetti».1

Aspetti luminosi ma anche ambigui e contradditori, come rivelano le figure della strega e della matrigna che si celano dietro la fata e la madre.

Ciò nonostante, il processo di “mettere al mondo”, “dare alla luce”, possiede elementi positivi che si oppongono a Thanatos, alla distruttività della guerra, al nichilismo del non senso, al prevalere del negativo che genera e perpetua i conflitti. Nascere apre sempre orizzonti di futuro e – poiché nessuno nasce solo – di relazione reciproca.

La dialettica del riconoscimento, che costituisce la precondizione per la Pace, si realizza facilmente tra donne in nome dell’identità materna che le unisce indipendentemente dalla lingua, dai confini, dalle differenze sociali, dalle ideologie, dai costumi.

La madre, in quanto principio di Vita, non rientra nelle logiche mortifere del conflitto bellico. Eppure la guerra, mandando i giovani a morire, colpisce innanzitutto le madri che, nel lutto, si uniscono e lottano insieme come nel caso delle Donne in nero e delle Madri della “Plaza de Majo”.

Ma perché non darci simbolicamente la mano e stringere silenziosi patti di alleanza prima, finché i figli sono vivi? Perché non ora?

Pensare, sentire, parlare e agire in conformità alla propria identità femminile e materna supera le barriere sociali, crea prossimità, rende intime e confidenti. Le donne si alleano più facilmente quando, sottraendosi alla logica maschile, che divide e contrappone, si riconoscono simili, fluide come acqua nell’acqua.

Pensieri ed emozioni si espandono anche senza pensatore, indipendentemente da chi li ha prodotti, finché una mente, sospendendo le difese immunitarie costituite da abitudini, stereotipi e pregiudizi, li accoglie e li fa propri. Ciò vale per tutti ma in particolare per la genealogia femminile. Mentre gli uomini si succedono, transitando nel corpo dell’altro sesso, le donne si contengono le une nelle altre, come le matrioske russe.

Pensare la Pace, Pregare per la Pace, testimoniare la Pace in nome di un’identità femminile e materna produce un’eco che può valicare i confini tra nazioni sino a raggiungere donne che vivono isolate nelle immense pianure della steppa russa, sui monti del Caucaso o in Siberia, così come nelle città e nei paesi ucraini colpiti, talora distrutti, dalle bombe. I loro gesti sono i nostri, le loro passioni ci appartengono.

Probabilmente non le conosceremo mai ma se le evochiamo dentro di noi, se proviamo per loro sentimenti di sorellanza, riusciremo a pronunciare insieme la parola Pace (MIR tanto in russo quanto in ucraino), un’aspirazione alla Vita che, condivisa, può cambiare il corso della storia.

Come scrive Gabriella Golzio, in “ la muta preghiera”:

mater materia misura forma

formula madre magra di dio

dedita lacera lamina fera

avida pavida ruvida giara

foemina trepida rapida piena

lacrima lumen: luce leggera.

1 Carl Gustav Jung, Aspetti psicologici dell’archetipo della madre”, in “OPERE”, Boringhieri, pag. 82.





M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Darcy Ribeiro – … ancora più vita, più amore, più traversie. È meglio sbagliare ed esplorare che prepararsi per il nulla. L’unico reclamo rivolto alla vita è quello di avere più vita ben vissuta.



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Salvatore Bravo – Ricordare il futuro. Ricordare Costanzo Preve significa renderlo compagno di viaggio nel presente. La filosofia è radicale, poiché i suoi testimoni vivono – nel loro tempo storico – il futuro, e proprio così smentiscono l’ideologica affermazione secondo cui “non c’è alternativa”.


Salvatore Bravo

“Ricordare il futuro”.

Ricordare Costanzo Preve significa renderlo compagno di viaggio nel presente.

L’attività del pensiero è intenzionalità significante, pertanto i veri pensatori nascono a nuova vita nella razionalità che li accoglie.

Ogni vero filosofo è al servizio dell’umanità: rielabora il passato per comprendere il suo tempo e nel contempo vive con la sua opera le potenzialità che i più non scorgono.

Non siamo chiamati ad essere eroi del cambiamento e della trasformazione, ma ad essere gli umili lavoratori che assediano il dominio capitalistico dall’interno e che testimoniano con la loro vita e attività il “no” al valore di scambio. Non è soltanto un “no” teorico, ma è reale testimonianza nella comunità di un futuro possibile. La filosofia è radicale, poiché i suoi testimoni vivono – nel loro tempo storico – il futuro, e proprio così smentiscono l’ideologica affermazione secondo cui “non c’è alternativa”.

Costanzo Preve fu tutto questo.

Progetti che non siano già vissuti nel presente rischiano di essere percepiti come distanti. Testimoniare significa anticipare quello che potrebbe essere nel tempo che verrà. La responsabilità verso il futuro non può aspettare, per questo è indispensabile il pensiero complesso contro il tatticismo tecnocratico. La responsabilità è un atto razionale e immaginifico: si esplora il proprio tempo storico per guardare le potenzialità e pensarle con la forza del concetto.

***

Ricordare un pensatore significa renderlo compagno di viaggio nel presente, solo in tal modo il suo pensiero può dispiegarsi verso ciò che verrà. Non si tratta di venerazione idolatrica, nulla è più distante dalla filosofia, ma di confronto dialettico e plastico. Pensare un autore non è solo condivisione di concetti e prassi, ma è, anche, confliggere, discorrere fino a prendere le distanze da errori e posture ideologiche.

Il nuovo ha il suo “humus” nell’incontro-scontro, si tratta di un urto fecondo dal quale possono emergere nuove prospettive. Nessun autore “resta nell’astratto” della mente: pensare, in filosofia, è prassi critica. I concetti si concretizzano nell’effettualità della storia ponendo un proficuo circolo dialettico nella pienezza della materialità storica.

L’attività del pensiero è intenzionalità significante, pertanto i veri pensatori nascono a nuova vita nella razionalità che li accoglie.

Il 23 novembre del 2013 Costanzo Preve ci ha lasciati. Ma la morte di un pensatore originale non conclude e chiude la sua fioritura concettuale, in quanto le sue idee possono germinare al sole della critica e della ricerca. I concetti sono rizoma da cui possono nascere possibilità inesplorate e sconosciute allo stesso autore. Vi sono inconsce possibilità nella teoretica di un autore che attendono “socratiche levatrici”. Ripensare un pensatore è un viaggio fenomenologico, in cui il passato e il presente si intrecciano con il futuro.

Nelle parole e nei concetti di Costanzo Preve vi è il nostro tempo storico pensato con la mediazione dialettica.

Non desidero qui soffermarmi sui testi pubblicati o solo sull’analisi critica del capitalismo, ma si vuole porre in atto un riorientamento gestaltico: cambiare prospettiva e palesare gli aspetti progettuali della riflessione di Costanzo Preve attraverso le sue interviste. Queste ultime si connotano per la spontaneità colloquiale non disgiunta dalla chiarezza concettuale. Le interviste consentono di cogliere nella concretezza della parola che prende forma l’autenticità del fare filosofico, il quale è logos, e quindi comunicazione che interroga il presente per delineare il futuro. La vita della coscienza si estende, attraversa la barriera del tempo e vive la vita che verrà. Il concetto diviene, in tal modo, responsabilità verso l’umanità del presente e del futuro. Ogni vero filosofo è al servizio dell’umanità: rielabora il passato per comprendere il suo tempo e nel contempo vive con la sua opera le potenzialità che i più non scorgono.

Filosofare è diventare i custodi dell’umanità, conservarne il nucleo creativo che emerge dall’agorà, senza pretese di esclusività proprietaria. Il logos è parola nella quale l’individualità cede il passo all’ascolto comunitario senza il quale il pensiero si desertifica nella malinconia della solitudine senza concetto.

La filosofia non è solo “domandare profondo”, ma è anche fatica della risposta.

La fatica del concetto è l’incontro tra domanda e risposta. I campi semantici del pensiero si aprono al tocco della domanda che cerca la risposta senza chiusure d’orizzonte.

Vi sono nel pensiero previano ipotesi e abbozzi progettuali, con essi ci si deve confrontare. Si possono dischiudere spazi di discussione e riflessione che mancano nel nostro quotidiano segnato dal capitalismo nella sua fase annichilente segnata dall’illimitato divorare-saccheggiare umanità e risorse. Il nichilismo crematistico è “non essere”, ovvero, sradicamento dal tempo storico e derealizzazione.

A tale esiziale assenza di senso dobbiamo rispondere con risposte che possano favorire la prassi della filosofia, la quale è prassi critica e processo di trasformazione individuale e storico e questo non può che rendersi reale nel connubio domanda-risposta.

Lavoro e guerra

Il punto imprescindibile per Costanzo Preve è il lavoro, il quale non è riducibile a semplice produzione o reddito, ma è espressione dell’identità olistica di ogni soggettività. Il lavoro è riconoscimento ed autoriconoscimento senza i quali non vi è dignità, ma solo una lenta discesa nella reificazione. L’hegelo-marxiano Costanzo Preve non può non mettere il dito-parola nella piaga del capitale. La svalutazione del lavoro a favore della finanza è giunta al punto che con l’euro nelle situazioni di crisi non si può svalutare la moneta per cui si deprezza il lavoro e con esso l’essere umano. I lavoratori sono merce di poco conto dinanzi al potere della finanza.

L’oligarchia ha svuotato la democrazia del suo senso, in quanto ha condotto una guerra contro il lavoro e i lavoratori. La svalutazione del lavoro coincide con lo stato di sussunzione dei lavoratori e delle classi medie da cui l’oligarchia astrae il lavoro vivo per renderlo astratto. I lavoratori sono i nuovi servi della “glebalizzazione” dominati nella mente e nel corpo:

«Ciò si presenta però in una situazione storica nuova, nella quale assistiamo al completo venir meno della sovranità monetaria dello stato nazionale e, pertanto, all’innesco di dinamiche finanziarie globalizzate non più controllabili. È una crisi di svalutazione del lavoro; essendosi l’Unione Europea basata sull’impossibilità di svalutare la moneta nazionale, in tempi di crisi si svaluta la moneta o il lavoro. O si svaluta la moneta, e questo rende possibile una maggiore concorrenzialità della moneta nazionale, come è stato per duecento anni in Europa, oppure si svaluta il lavoro. In questo momento si sta facendo questo. Ecco l’aspetto più noto della crisi per i lavoratori europei, particolarmente i giovani. Ma le cose che dico sono ben note a tutti. La causa strutturale è che con l’avvento della globalizzazione l’Europa non è in grado di sostenere il modello neo-liberale mantenendo le conquiste sociali del welfare state che hanno caratterizzato il Novecento europeo in tutte le sue varianti: comunista, fascista, socialdemocratica».1

 

La guerra è l’altro volto dell’euro. In un mondo multipolare, l’Europa unita in nome dell’euro e fedele suddita degli Stati Uniti – sono quasi 250 le basi NATO ufficiali sul territorio europeo – non può che cercare compulsivamente nuovi mercati e materie prime. Il primato nel controllo delle aree geopolitiche fondamentali non può che condurre al conflitto con la Russia, la Cina e le altre potenze emergenti. La globalizzazione ha reso il conflitto la normalità delle relazioni tra gli Stati e all’interno dei mercati. Il micro e il macro sono l’espressione della stessa bellicosa sostanza: sfruttamento e plusvalore.

Nella lotta geopolitica per un presente ed un futuro a misura di essere umano, Costanzo Preve distingue le oligarchie dai popoli. L’avversione politica non è mai contro i popoli, è la finanza il pericolo. I popoli sono pedine nei giochi di potere-dominio dei nuovi feudatari cosmopoliti. La chiarezza del nemico è la condizione per l’unità dei popoli nel comune obiettivo di abbattere i nuovi oligarchi globali. L’imperialismo della finanza è antiumanesimo militante, lo scopo è la colonizzazione dei popoli come dei singoli: occupazione violenza delle menti e dei territori per desertificare le differenze in nome dei diritti universali usati come arma contro i resistenti:

«L’euro è stata un’idea sbagliata, un azzardo. È un fallimento che non potrà trascinarsi a lungo e provocherà una divaricazione ancora più forte tra le due Europe, quella del centro-nord e quella del centro-sud. Altra conseguenza prevedibile è il peggioramento della situazione geopolitica in Medio Oriente, probabilmente con il tentativo di distruggere il governo della Siria di Assad e il governo dell’Iran. La tendenza alla guerra è evidente, ma questo non necessariamente comporta una vera e propria guerra come quella contro la Libia o la Serbia».2

Il disordine mondiale foriero di guerre e tensioni è guidato dalla furia iconoclasta statunitense; la quale, in nome della sua presunta superiorità etnico-culturale, vorrebbe guidare le sorti del pianeta. L’ideologia puritano-protestante spogliata di ogni valore trascendente è divenuta la religione mondana della globalizzazione a guida anglofona. L’economicismo crematistico è il cuore della nuova missione divina: bisogna modellare ogni popolo, farne un produttore-consumatore senza verità e bene. Ogni metafisica deve essere desacralizzata, deve restare solo la hybris del consumo. Nessuna identità deve sopravvivere alla furia omologante. La guerra neocoloniale e imperiale conduce dalla Terza guerra mondiale (guerra fredda) alla Quarta guerra mondiale (globalizzazione) come verifichiamo nei nostri tristi e concitati giorni:

«Gli USA hanno vinto due guerre mondiali e la Guerra Fredda, o Terza Guerra Mondiale. Questa vittoria ha permesso di estendere il dominio sui Paesi dell’Europa dell’Est e adesso, con la cosiddetta Primavera Araba, fenomeno completamente occidentalizzante, anche in Medio Oriente. Queste sono due gigantesche vittorie geopolitiche. Non vi sono potenze avversarie e quelle emergenti (Brasile, Russia Cina e India) non hanno intenzione di opporsi in modo strategico. Molto pericolosa è l’ideologia che gli USA portano con sé, un’ideologia puritano-protestante, di origine veterotestamentaria, che li spinge a ritenersi il popolo eletto. Persino i non credenti si considerano parte di questo popolo, eletto dalla Storia e da Dio. È una concezione che si arroga il diritto di portare il bene del mondo attraverso gli interventi militari».3

La missione degli Stati Uniti, incarnazione del capitalismo assoluto, è annientare ogni comunità dalla famiglia alla patria, alla fine di questo processo di distruzione in nome dei soli diritti individuali non deve restare che l’individuo liquido senza legami comunitari, identitari e affettivi. L’opposizione attuale è comunità-individuo, da questa verità si deve partire per ipotizzare un’alternativa storicamente fondata alla bellicosa deriva nichilistica attuale.

Ogni “ismo” dev’essere rigettato, in quanto è veicolo di misologia e violenza. La comunità è il luogo dove sviluppare forme di partecipazione democratica, il pubblico è il centro della comunità, i cittadini sono chiamati ad esercitare il logos e il metron che ne consegue. La salvezza non può che giungere dalla partecipazione democratica: il logos è parola che si moltiplica nella comunicazione. La solidarietà fondata sulla natura umana comunitaria da “definire nella storia” è l’orizzonte verso cui muoversi, è il katechon alla deriva dell’individualismo/capitalismo assoluto che reca la guerra dentro e fuori della comunità ridotta a immenso ipermercato dello spreco:

«Passando al cosiddetto “comunitarismo”, e ricordando ancora una volta che si tratta di un ismo di cui non faccio parte, bisogna distinguere storicamente il suo profilo vecchio ed il suo profilo nuovo. Il profilo vecchio, che ha contrapposto la comunità (Gemeinschaft) alla società (Gesellschaft), è ormai un pezzo archeologico da museo della storia delle ideologie in Europa, ed è legato al conflitto fra l’Inghilterra vittoriana e la Germania guglielmina, come Domenico Losurdo ha brillantemente mostrato in una serie di opere storiche. Il profilo nuovo, che non c’entra assolutamente più nulla con quello vecchio, ormai morto e sepolto, è legato alla dialettica fra individualismo e comunitarismo attuali, o più esattamente al tentativo dall’alto di imporre un individualismo anomico legato alle nuove modalità di consumo e di colonizzazione della vita quotidiana, ed alle resistenze dal basso contro queste strategie di imposizione. Dal momento che questo nuovo comunitarismo, che a differenza del vecchio non presenta più elementi apologetici della gerarchia e dell’organicismo, si struttura e si sviluppa sulla base di strategie e di tattiche di resistenza, inevitabilmente differenziate caso per caso, ne consegue che non c’è nessun bisogno che si cristallizzi un ismo dottrinario con annesse forme di copyright ideologico di identità e di appartenenza. È un’ennesima ragione per respingere, cortesemente ma con decisione, ogni etichettatura dottrinaria di “comunitarismo”. Ma questo non dovrei più ripeterlo, perché mi sembra ormai chiaro, almeno per chi vuole confrontarsi con me in modo non pregiudiziale o polemico a priori. Per quanto riguarda la presunta opposizione fra un essere sociale (società) ed un dover essere sociale (futura comunità solidale senza classi), dichiaro solennemente, da filosofo professionale, di respingerne la formulazione di tipo neokantiano (o se si vuole, bobbiano). È vero che Marx concepisce il comunismo in termini al 100% comunitari, o più esattamente comunitario-solidali, ma è anche vero che Marx, che si richiamava filosoficamente a Hegel e non certo a Kant (più esattamente alla dialettica hegeliana e non certo alle antinomie di Kant o alle dicotomie di Bobbio), riteneva che a questa comunità ideale del futuro non si sarebbe mai arrivati se non esistessero già qui ed ora, nel presente storico in cui viviamo, delle comunità di resistenza e di progetto».4

Pensare per progettare

Non siamo chiamati ad essere eroi del cambiamento e della trasformazione, ma ad essere gli umili lavoratori che assediano il dominio capitalistico dall’interno e che testimoniano con la loro vita e attività il “no” al valore di scambio. Non è soltanto un “no” teorico, ma è reale testimonianza nella comunità di un futuro possibile. La filosofia è radicale, poiché i suoi testimoni vivono – nel loro tempo storico – il futuro, e proprio così smentiscono l’ideologica affermazione secondo cui “non c’è alternativa”.

Costanzo Preve fu tutto questo.

Progetti che non siano già vissuti nel presente rischiano di essere percepiti come distanti. Testimoniare significa anticipare quello che potrebbe essere nel tempo che verrà. La responsabilità verso il futuro non può aspettare, per questo è indispensabile il pensiero complesso contro il tatticismo tecnocratico. La responsabilità è un atto razionale e immaginifico: si esplora il proprio tempo storico per guardare le potenzialità e pensarle con la forza del concetto. Guardare con gli occhi della mente non è sufficiente, è necessario che il logos sia tensione dialettica di ogni sua capacità cognitiva. La totalità è la condizione per rappresentarsi il futuro. La responsabilità è lotta per tenere vivi i legami che dal passato conducono al futuro. Nella storia non vi sono leggi ferree e bronzee, pertanto il futuro è una scommessa aperta, questa è la nostra lucida speranza: lo fu anche per Costanzo Preve.

Elaborare un progetto politico che possa dar conto delle derive in atto non può che fare appello a un diverso modo di testimoniare la filosofia, la quale deve uscire dal politicamente corretto delle accademie per denunciare conflitti e le contraddizioni che inquinano l’ambiente e le menti con le tossine del feticismo delle merci, dei big data e del plusvalore. In questo ambiente alienante i lavoratori sono ridotti all’infimo rango di esercito di riserva: si incentiva la migrazione per poter tener basso il costo del lavoro e organizzare il conflitto orizzontale tra migranti e lavoratori precarizzati. La filosofia deve contribuire a neutralizzare l’ideologia guerrafondaia facendo cadere il velo dell’ignoranza, in modo che i lavoratori tutti possano sviluppare la coscienza di classe.

Non bisogna cadere nell’inganno del biopotere, filosofia popolare e organica al sistema, poiché affermando la circolarità del potere non distingue tra carnefici e vittime. Si rischia di porre sullo stesso piano la “manovalanza costretta all’esecuzione di mansioni di controllo sui lavoratori” e gli oligarchi. La filosofia deve emancipare dalla fascinazione delle filosofie organiche al capitalismo, perché filosofare è campo di battaglia fra le idee:

«Gli ultimi venti anni io li vedo come una specie di orgia del capitale finanziario mondiale, liberato dalla presenza del comunismo novecentesco e dallo stato keynesiano. Questo ha portato a una finanziarizzazione dell’economia incredibile, il cui effetto principale è il lavoro flessibile e precario normale, la vera novità, perché non tocca più solo i vecchi artigiani, ma riguarda tutti; tutti sono esercito industriale di riserva. Naturalmente la corporazione universitaria non si è affatto occupata di questo, si è inventata la biopolitica, come se il problema non fosse il lavoro precario, ma il controllo poliziesco, alla Foucault. Si tratta di un pensiero alla fine del quale risulta che un maestro elementare e una guardia carceraria sono entrambi agenti della repressione: un altro tradimento dei chierici».5

L’ontologia dell’essere sociale è il fondamento metafisico della natura umana. L’alternativa elaborata da Costanzo Preve ha quale punto nodale l’ontologia dell’essere sociale. L’essere umano per sua natura è autocoscienza, è relazione comunitaria con la quale diviene consapevole della sua singolarità concreta, poiché ogni singolarità presuppone la relazione con altre coscienze per definirsi. Riconoscersi significa creare legami: senza di essi gli esseri umani non hanno un volto, non hanno una storia e non possono tradurre in prassi le loro potenzialità. Solo in tale cornice la crescita umana dei singoli, delle comunità e della storia possono essere attualizzate. L’umanità intera è portatrice di possibilità, ma solo ciò che forma alla cura, all’attenzione solidale e al bene sviluppa ciò che è precipuamente umano. Costanzo Preve ha testimoniato l’essenziale in una realtà connotata dalla βρις, l’ontologia dell’essere sociale è umanesimo che si svela e si materializza nella storia:

«Nel mio libro Marx inattuale quando si parla di ontologia dell’essere sociale ci si riferisce alle caratteristiche strutturali dell’essere sociale, indipendentemente dal fatto che sia schiavistico, feudale o capitalistico. Significa considerarlo distinto dall’essere naturale. Quest’ultimo viene indagato dalle scienze della natura, ma cosa li distingue? L’autocoscienza. Mentre l’essere naturale ha una sua storia evolutiva ma non è caratterizzato dal passaggio dall’essere in sé all’essere per sé, l’essere sociale è caratterizzato dal passaggio dalla coscienza all’autocoscienza e questo deve essere messo al centro della filosofia. Ora, nella misura in cui il marxismo a partire da Engels fu fuorviato come Naturprozess e Naturgeschichte, era necessario restaurare l’ontologia dell’essere sociale come centro del marxismo stesso. Accettare tale ontologia significa rifiutare l’inevitabilità del passaggio al socialismo o al comunismo in quanto l’essere sociale, a differenza della natura, ha la possibilità di scegliere e quindi non ci può essere alcuna ineluttabilità nelle trasformazioni sociali, la scelta è sempre fondamentalmente non deterministica».6

L’ontologia dell’essere sociale deve tradursi in prassi politica. Costanzo lo ha dimostrato nella sua Una nuova storia alternativa della filosofia: la filosofia non può astrarsi dalla realtà politica e storica, ma deve cambiare il mondo, deve contribuire alla sua trasformazione senza titanismo. Il filosofo ha indicato tre principi, non contrattabili, su cui stabilire un progetto politico rispettoso dell’universale concreto che coniuga identità e comunità, uguaglianza e differenza, comunità e democrazia:

«La mia bussola di orientamento oggi si basa su tre parametri interconnessi:

  1. a) il principio di eguaglianza massima possibile all’interno di un popolo su diritti, consumi, redditi, partecipazione alle decisioni. Centralità del tema dell’occupazione. Posto fisso preferibile al lavoro temporaneo, flessibile e precario. Diritti eguali agli immigrati (che non significa immigrazione incontrollata). Messa sotto controllo del capitale finanziario speculativo di ogni tipo. Preferenza del lavoro rispetto al capitale. Difesa della famiglia e della scuola pubblica;

  2. b) il rifiuto del colonialismo e dell’imperialismo, che oggi hanno come aspetto principale l’impero USA ed in Medio Oriente il suo sacerdozio sionista, che utilizza per i suoi crimini il senso di colpa dell’Europa e dei suoi intellettuali rispetto al genocidio effettuato da Hitler, che ovviamente non mi sogno affatto di negare. Diritto assoluto alla lotta per la liberazione patriottica (lo stato nazionale esiste, eccome, ed è un bene e non un male, come dicono i seguaci di Negri e del Manifesto) per l’Iraq, l’Afghanistan e la Palestina. Appoggio a tutti i governi “sovranisti” indipendenti (Venezuela, Iran, Birmania, Corea del Nord, Bolivia, eccetera), il che non implica necessariamente l’approvazione di tutti i loro profili interni ed esteri;

  3. c) considerazione dell’elemento geopolitico e rifiuto della sua virtuosa ed infantile rimozione. A differenza di Losurdo, non penso affatto che la Cina abbia una natura sociale “socialista”. Ma la appoggio egualmente, perché un equilibrio multipolare è preferibile ad un unico impero mondiale USA con vari vassalli (fra cui l’Italia è la più servile, con possibile eccezione di Panama e delle Isole Tonga,). Chi appoggia questa cose è per me dalla parte giusta. Se poi si dichiara di destra o di sinistra, questo è affare suo, della sua biografia politica e della sua privata percezione valoriale. Ma la percezione valoriale è un affare privato, come i gusti sessuali e letterari e la credenza o meno in un Dio creatore».7”.

Per realizzare il programma comunitarista è necessaria la logica del movimento e non del partito. Il movimento si distingue dal partito, in quanto si caratterizza per l’osmosi vertice-base. Il movimento deve strutturarsi per la sua organizzazione sul territorio, non dev’essere segnato dalle chiusure lobbistiche dei partiti. I movimenti sono organismi vivi, sono forme di democrazia radicale in cui si impara la libertà e la socratica pratica del logos:

«“Movimento” e non Partito, anche se ovviamente un movimento organizzato funziona poi come un partito, in quanto deve avere strutture di direzione chiare, riconoscibili, democraticamente elette e democraticamente revocabili. Questo non implica assolutamente “movimentismo”. L’opposizione astratta fra movimentismo e partitismo è pura metafisica scolastica. Tuttavia, linguisticamente, il termine “partito” indica maggiormente una “rappresentanza”, o di interessi economici o di missione storica (anzi, sovrastorica), mentre il termine “movimento” indica maggiormente una “attivazione” che intende favorire aggregazioni».8

Preve filosofo della prassi

La partecipazione comunitaria dev’essere finalizzata a trascendere la “democrazia oligarchica” per concretizzare il comunitarismo democratico, a tal fine è bisogna imparare l’arte della resistenza. Non si impara a resistere e a pensare nell’individualismo spregiudicato del mercato. La possibilità c’è, ma è estremamente rara e difficile. L’essere umano necessita di relazioni positive e di comunità nelle quali sia riconosciuto nella propria differenza sul sostrato dell’universale comune.

Si impara a non sentirsi stranieri e monadi, ma a sentirsi razionalmente parte dell’universale mediante la famiglia, le istituzioni, la patria e l’umanità in un positivo crescendo dialettico. La consapevolezza della comune umanità motiva alla lotta: non ci si percepisce più come atomi impotenti, ma come umanità in cammino.

La resistenza si impara praticando il logos e ponendo all’esame della pubblica discussione l’atomismo nichilistico del capitalismo assoluto. Il comunitarismo è dialettica democratica, la quale non può che essere perennemente minacciata dagli oligarchi e dalle loro manipolazioni artatamente organizzate:

«(I) Resistenza alla dittatura oligarchica dell’economia capitalistica, senza un’imposizione contestuale di un solo profilo ideologico che dovrebbe fare da unico fondamento legittimo di questa resistenza. (II) Resistenza all’attuale struttura imperialistica del mondo, di cui l’impero militare americano non è che l’odierno aspetto dominante, ma che certamente non è l’unico o quello cui bisogna ricondurre tutto. (III) La scelta di tenersi integralmente fuori dal bipolarismo, non per ragioni di principio astoriche eterne, ma sulla base di un giudizio politico determinato, che potrebbe anche essere modificato in futuro se cambiasse il panorama politico europeo e mondiale».9



La resistenza è il concetto incarnato dalla storia dal cui rizoma germinano le potenzialità occultate dall’individualismo assoluto.

Lo scopo della filosofia nell’attuale congiuntura storica è l’elaborazione di un progetto anticapitalistico.

Il capitalismo è negazione della natura umana e del logos.

Il logos è la materializzazione della natura umana, esso è misura del necessario, esodo dalla distruttività dell’illimitato.

Il capitalismo assoluto – espressione utilizzata da Costanzo Preve per indicare l’attuale fase del neoliberismo – non implica l’ipostatizzazione del capitale e il trionfo del valore di scambio. La definizione di capitalismo assoluto denota il tentativo del capitale di eternizzarsi con la cultura dell’astratto e con l’assimilazione di ogni forma di vita e cultura all’interno del solo valore di scambio, al punto che il capitale non vede che se stesso, fino alla fanatica illusione di essere il punto finale della storia. Il capitalismo è inclusivo, non lascia nulla fuori di sé, vorrebbe essere l’ultima parola, è il nulla che avanza nel consumo dell’umanità e del pianeta: alla fine del suo percorso ogni traccia di umanità e storia sarà cancellata per sempre.

La natura umana non può essere annientata, ciò è reso palese dai resistenti come dal malessere psicologico diffuso; quest’ultimo è il sintomo che l’attuale sistema economico non è a misura di essere umano, ma lo nega con la sua violenza crematistica e narcisistica.

Progettare è conoscere filosoficamente il capitale, è organizzare la resistenza. Costanzo Preve è nel nostro presente, le sue analisi attendono le nostre risposte e il nostro impegno. I filosofi sono scomodi ed inquietano, in quanto ci rammentano il dovere di agire anche ad un passo dall’abisso: si è umani per questo.

Non fu oratore al capezzale del potere

Non fu un oratores al capezzale del potere, non raccolse le briciole che cadevano dalla tavola del dominio. Ha portato nel presente la filosofia quale attività politica autonoma. L’indipendenza del pensiero l’ha pagata con un volontario isolamento. Ha dimostrato che la possibilità di deviare dal politicamente corretto è realtà, se ci assume la responsabilità di testimoniare nel presente una tradizione millenaria senza mummificarla.

La filosofia del futuro, coerentemente con la sua storia migliore, dev’essere autonoma pur partecipando alla prassi del mondo, non può appiattirsi all’interno di una cornice ideologica. L’intellettuale organico non è mai libero, ma è al servizio dell’istituzione – o del partito nei migliore dei casi –, ma facilmente “il servizio ad una causa” può diventare “servitù volontaria o involontaria”.

Il filosofo deve conservare una carsica anarchia creativa che lo induce ad una distanza critica e costruttiva dalle trappole del potere. La filosofia deve denunciare le derive ideologiche e condurre verso la fatica del concetto con la sua inesauribile dialettica. Non fu un intellettuale secondo i canoni attuali, ed è l’eredità più rilevante che il filosofo ci consegna per il futuro:

 

«Con tutti i miei difetti soggettivi, psicologici e caratteriali, e con tutte le mie insufficienze oggettive, scientifiche e filosofiche, rivendico però a mio onore l’avere capito fino in fondo che l’autoidentificazione illusoria e fantasmatica con il gruppo sociale degli “intellettuali”, impegnati e/o organici che siano, non poteva che svilupparsi dialetticamente verso la rovina e l’autodissoluzione, che sono comunque sotto i nostri occhi (Veltroni, Sarkozy, eccetera). Gli intellettuali sono una forma moderna e postmoderna di clero, sia pure un clero non tenuto al celibato ma anzi invitato alla libera scopata postfamiliare. Eretico o ortodosso, giornalistico o universitario, celibe o scopatore, un clero rimane clero. Non dico che un clero non sia talvolta necessario. A volte lo è. Ma oggi il problema non è quello di aggregarsi per produrre collettivamente (inesistenti) profili ideologici articolati e sistematizzati per uso politico, ma di differenziarsi dai greggi esistenti per tentare di avanzare ipotesi teoriche radicalmente nuove. Questo è impossibile se si intende compatibilizzare l’avanzamento di questa ipotesi con l’appartenenza a gruppi intellettuali oggi esistenti, il cui conservatorismo è tale da produrre automaticamente l’esclusione del reo. Termino allora qui questa modesta autocertificazione. Il signor Costanzo Preve è stato a lungo un “intellettuale”, sia pure di seconda fila e non di prima. Ma oggi non lo è più, e chiede di essere giudicato non più sulla base di illusorie appartenenze di gruppo, ma sulla base esclusiva delle sue acquisizioni teoriche. E di queste cominceremo finalmente a parlare».10



Il filosofo vive la pienezza della “dynamei on”, testimonia che la possibilità del logos e della buona vita è di tutti, ma nel filosofo è realtà vivente nel presente. Non detiene verità indiscutibili, ma è la consapevolezza che il presente non è tutto. Il capitalismo e l’individualismo assoluto sono forme storiche nelle cui pieghe e contraddizioni dolorose vi è il mondo che verrà, ma per poterlo scorgere è necessario confrontarsi con i filosofi e con gli uomini e le donne che vivono nel presente la concretezza di un’esistenza nella quale la parola è dono, cura e riconoscimento dell’altro.

Questo è stato Costanzo Preve con le sua umane imperfezioni e il coraggio di divertere dalla dittatura del politicamente corretto.

Il futuro non vive nella cancellazione del passato, ma nella continuità-discontinuità: bisogna discernere ciò che dobbiamo portare nel futuro da ciò che bisogna abbandonare. Costanzo Preve è punto di riferimento per questa operazione complessa e problematica di continuità-discontinuità.

Fondamentale, perché vi sia un futuro, è non segare l’albero su cui siamo seduti:



«Ragioniamo piuttosto sulla metafora del “ramo”, che solo uno sciocco segherebbe se c’è ancora seduto sopra. Ma siamo proprio sicuri che ci siamo ancora seduti sopra, o piuttosto siamo doloranti da tempo con il culo per terra? E poi, per continuare con la metafora del ramo, tenersi stretti ad un ramo che la corrente impetuosa trascina verso una cascata non è altrettanto stupido?

Io non penso che siamo seduti su di un ramo chiamato “marxismo”. Io penso invece che siamo bensì seduti, ma seduti su di un grande albero frondoso con profonde radici, che è l’albero della tradizione filosofica razionalistica e dialettica, che c’era prima di Marx e ci sarà dopo Marx, e di cui Marx è ancora un ramo fiorito mentre nell’essenziale il marxismo è già da tempo un ramo spezzato, e spezzato dalla storia, non da uno sciocco che ha deciso di segarlo. Le metafore non sono mai innocenti».11

Sta a noi fare in modo che la fioritura e i rami continuino ad esserci: Costanzo Preve è ora uno dei rami su cui poggia il nostro futuro e da cui possiamo intravedere il futuro. La speranza razionale da coltivare nel presente è l’orizzonte in cui dialettizzare le contraddizioni del nostro tempo storico per formare i nuovi soggetti della prassi. La filosofia è speranza razionale, è sguardo della civetta che attraversa il mondo, non è attesa messianica nell’ottica di Costanzo Preve, ma è etica della partecipazione responsabile:

«In quanto alla speranza ne distinguerei due tipi: quella cieca, della possibilità dell’inserzione messianica nella storia di un meteorite comunista (un po’ alla Benjamin) che cade sulla terra (che per me è anche un alibi ipocrita per giustificare la propria mancanza di prassi), e poi c’è la speranza aristotelico-marxiana e cioè che all’interno della vita che stiamo già vivendo si inseriscano degli elementi alternativi che si sviluppano dentro di essa: questa è la speranza razionale».12

Dove vi è filosofia, vi è la Bestimmung, la passione durevole, per la prassi nella quale il presente apre al futuro. Costanzo Preve ha vissuto la filosofia non come esperienza accademica, ma come prassi che orienta al futuro da progettare e costruire nel presente, sta anche a noi ringiovanire il mondo continuando il suo cammino.

1 Intervista a Costanzo Preve: «Filosofia della crisi» Emanuele Guarnieri L’altra faccia della moneta – Per una filosofia della sovranità politica e finanziaria n. 4/2013.

2 Ibidem.

3 Ibidem.

4 Intervista a cura di «Indipendenza», agosto 2007.

5 Intervista a Costanzo Preve, a cura di Franco Romanò, in «Comunismo e Comunità», 2020.

6 Ibidem.

7 Alessandro Monchietto: Intervista a Costanzo Preve (Estate 2010, «SOCIALISMO XXI»), Petite Plaisance blog, 24 ottobre 2015.

8 In «Sollevazione», Di che movimento politico abbiamo bisogno? (inedito) di Costanzo Preve, DIC 27, 2014.

9 Ibidem

10 Costanzo Preve, Autopresentazione di Costanzo Preve [Scritta da lui medesimo] da https://www.filosofico.net/prevesipresenta.htm

11 Intervista a Costanzo Preve di Gianni Petrosillo; Gianluca Amodio; Elianna Zirpoli – 27/11/2006, Arianna editrice

12 Intervista a Costanzo Preve a cura di Franco Romanò, in Comunismo e Comunità pubblicata il 17 dicembre 2020.

Giangiacomo Schiavi – Le lettere dei familiari ci invitano a ragionare per costruire una nuova cultura della vecchiaia che non deve cancellare una storia e una vita. Bisogna per questo nutrire la memoria e farla diventare un atto culturale.




Familiari dei “condannati a morte nelle Rsa italiane”

e contributi di

Laura Campanello, Alessandra Filannino Indelicato, Fabio Galimberti,
Franca Maino, Lorena Mariani, Linda M. Napolitano Valditara,
Gianni
Tognoni, Silvia Vegetti Finzi

La tragedia di essere fragili

Filosofia biografica per una nuova cultura della vecchiaia

a cura di Alessandra Filannino Indelicato

ISBN 978-88-7588-367-6, 2022, pp. 208, Euro 15.

In copertina: Alfredo Pirri, Facce di gomma, latice in gomma, cotone, tempera, 1992.

indicepresentazioneautoresintesi





Mamma,

ho sognato che non avevi perso la memoria e ti ricordavi chi ero.

Oggi lo sai cosa è successo e speravo di sentirti ma ti sogno solo.

In questi giorni sognavo te nell’ospedale nella RSA che non stavi bene e mi svegliavo male la mattina. Non volevo scriverti perché mi viene da piangere. Oggi ho ritirato la notifica dal tribunale, c’è scritto che l’Rsa non ti ha ucciso e io sto male e sono sola. […]

Una pubblicazione che prende una netta posizione rispetto alle ingiustizie subite dai familiari di molti ricoverati durante la pandemia, condannati a morte in alcune, moltissime, Rsa italiane. Incapacità di affrontare una crisi che ci ha coinvolti tutti, per ragioni storico-culturali molto complesse, ragioni a cui si tenta di dare voce in chiave filosofico-biografica, per spiegare (senza esaurire o ridurre) la più grande tragedia della nostra società contemporanea: quella di essere fragili, e anche quella di essere vecchi. Dando voce a chi ha subito ingiustizia e si trova ancora costretto all’anonimato, ancora costretto in una posizione di estrema impotenza, questa pub­blicazione è anche una raccolta di lettere-testimonianze dei familiari e vuole essere un monito. Un monito di speranza e di luminosa instancabile indomabile presenza e anelito alla lotta per la verità di chi la sua verità non può ancora dirla, nel compito della memoria di chi è morto nel silenzio generale. Un monito verso la non indifferenza individuale e collettiva che scuota le coscienze affinché si costruisca un sistema migliore di quello di cui tutti siamo stati inermi e terribili testimoni





Le lettere

Sono quasi due anni che te ne sei andata

La prima cosa che vorrei sapere

Eri tu quella farfalla arancione

“Mammina” – come ti chiamavo …

Ho sognato che non avevi perso la memoria

Sono due anni che siamo lontane

Come stai? Non è facile scriverti una lettera

Ti ricordi mamma?

Anche febbraio sta volgendo al termine

Proprio l’altro giorno, per Natale

Sei sempre stato un uomo forte

Così sei stata accolta

Scrivo a ruota libera

Quanto mi sei mancato

Quando finalmente

Tra te e me si è imposta la malattia

Una eccezione. L. se n’è andata



Gli autori dei contributi

Gianni Tognoni, vecchio (1941) ricercatore, con un retroterra di teologia e filosofia, e laurea in medicina, pensionato sempre attivo, dopo più di 40 anni di attività nell’Istituto Mario Negri (di Milano, e per 12 anni nella sede ora chiusa in Abruzzo), con contributi anche internazionalmente riconosciuti come innovativi nel campo della metodologia e dell’etica della sperimentazione clinica e della epidemiologia comunitaria. Ha pubblicato fin troppo , in campo strettamente scientifico e non, in inglese, spagnolo, italiano, con tracce facilmente ritrovabili anche recentemente su siti come Volere la Luna ed Altreconomia.
Dal 1979, nella sua vita parallela e assolutamente di riferimento, è Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.

Fabio Galimberti, laureato in Scienze Pedagogiche, è analista filosofo. Prima falegname, da vent’anni lavora come operatore di base in una Rsa. Si interessa di lingua locale, cultura tradizionale e botanica popolare della Brianza e della Lombardia alpina, con la pubblicazione di articoli, saggi e organizzando corsi, cammini e visite guidate.

Silvia Vegetti Finzi è psicoterapeuta per i problemi dell’infanzia, della famiglia e della scuola. Ha condiviso per molti anni il lavoro intellettuale e l’impegno sociale con il marito Mario Vegetti, storico della filosofia antica. Dal 1968 al 1971 ha partecipato alla vasta ricerca sulle cause del disadattamento scolastico, promossa dall’Istituto IARD (F. Brambilla) e dalla Fondazione Bernard Van Leer di Milano. I suoi maggiori contributi hanno riguardato la storia della psicoanalisi, nonché lo studio delle problematiche pedagogiche da un punto di vista interdisciplinare, facendo rife­rimento soprattutto alla psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza ed alla psicoanalisi. I suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, tedesco, spagnolo, greco e albanese. Dal 1975 al 2005 è stata docente di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Pavia. Nel 1990 è stata tra le fondatrici della Consulta di bioetica. Ha fatto parte del Comitato Nazio­nale di Bioetica, dell’Osservatorio Permanente sull’Infanzia e l’adolescenza di Firenze, della Consulta Nazionale per la Sanità. È membro onorario della Casa delle donne di Milano e vice-presidente della Casa della Cultura di Milano. Nel 1998 ha ricevuto, per le sue opere sulla psicoanalisi, il premio nazionale “Cesare Musatti” e per quelle di bioetica il premio nazionale “Giuseppina Teodori”.

Linda M. Napolitano Valditara è professoressa ordinaria di Storia della filosofia antica (in pensione dal 2021). Ha insegnato negli Atenei di Padova, Trieste e Verona. Studia soprattutto Platone, la letteratura greca, i modi del formarsi del sapere-comunicare nel mondo antico e la loro ripresa odierna (filosofia della cura, dialogo socratico). A Verona, quale responsabile, tuttora, del Centro Dipartimentale di Ricerca “Asklepios. Filosofia della salute”, studia le forme di teoria e pratica della cura (Medicina Narrativa e Terapia della Dignità), interagendo con strutture e figure sanitarie del territorio. Studi: Il sé, l’altro, l’intero. Rileggendo i Dialoghi di Platone, 2010; Pietra filosofale della salute. Filosofia antica e formazione in medicina, 2012; Prospettive del gioire e del soffrire nell’etica di Platone, 20132; Virtù, felicità e piacere nell’etica dei Greci, 2014; Il dialogo socratico. Fra tradizione storica e pratica filosofica per la cura di sé, 2018; Filosofi sempre. Immagini dalla filosofia antica, 2021; con C. Chiurco: Senza corona. A più voci sulla pandemia (2020). Ha curato il volume collettaneo Curare le emozioni, curare con le emozioni (2020).

Lorena Mariani, Direttrice dell’Area Infermieristico – Assistenziale della Rsa Convento di S. Francesco della Confraternita di Misericordia di Borgo a Mozzano. Esperta della cura della persona in età senile e appassionata di socio sanitario, crede nella potenzialità dei sistemi di cura integrati e nei risultati che tali atteggiamenti virtuosi producono. Si occupa di formazione, collaborando con le principali agenzie formative del territorio della Provincia di Lucca e della Toscana, svolgendo docenze nell’area sanitaria, tecnico assistenziale e sociale, come esperto di settore. Sovrintende a tutte le questioni socio sanitarie e di prevenzione che riguardano i servizi sanitari e sociali svolti dalla Confraternita di Misericordia di Borgo a Mozzano ed è il punto di riferimento della stessa Misericordia per tutte le problematiche igienico sanitarie e di sicurezza riguardanti la pandemia Covid-19. Ha pubblicato il libro Il manuale: buone pratiche in Rsa, ed. Spazio Spadoni, 2021.

Laura Campanello, laureata in filosofia e specializzata in pratiche filosofiche e consulenza pedagogica. Collabora con la Scuola superiore di pratiche filosofiche di Milano “Philo” ed è consulente etica nelle cure palliative e nell’ambito della malattia e del lutto. Nel corso della sua carriera ha studiato e approfondito il tema della felicità attraverso la pratica filosofica e la psicologia analitica e scrive di questi temi per il “Corriere della Sera”. È inoltre Presidente dell’Associazione di Analisi Biografica a Orientamento Filosofico (Sabof). Tra le varie pubblicazioni, si ricorda: Ricominciare. 10 tappe per una nuova vita, Mondadori, 2020; Leggerezza. Esercizi filosofici per togliere peso e vivere in pace, Bur Rizzoli, 2021; Sono vivo, ed è solo l’inizio. Riflessioni filosofiche sulla vita e sulla morte, Mursia, 2013.

Franca Maino dirige il Laboratorio Percorsi di secondo welfare ed è Professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano, dove insegna “Politiche Sociali e del Lavoro”, “Politiche Sanitarie e Socio-sanitarie”, “Welfare State and Social Innovation”.

Alessandra Filannino Indelicato è una ricercatrice in generale, nella vita, attualmente impiegata presso l’Università di Milano-Bicocca. Esperta di Pratiche Filosofiche e Gestalt counselor, lavora per vocazione nel campo dell’ermeneutica delle tragedie greche e della filosofia del tragico, offrendo corsi, seminari e consulenze individuali e di gruppo. Nel 2022 ha contribuito con “Pace gattesca” alla raccolta Verrà la pace e avrà i tuoi occhi. Piccolo Vademecum per la pace, Anima Mundi Edizioni. Per l’Editrice Petite Plaisance è anche Direttrice della collana “Coralli di vita”. Nel 2019, per Mimesis, ha pubblicato Per una filosofia del tragico. Tragedie greche, vita filosofica e altre vocazioni al dionisiaco, e nel 2022, per Petite Plaisance, Apologia per Scamandrio o dell’abbandono. Contributi di Iliade VI a una filosofia del tragico.



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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