Alessandro Leogrande (1977-2017) – Mi chiedo se lo sguardo di Caravaggio nel «Martirio di San Matteo» non sia anche il nostro sguardo nei confronti dei naufragi, dei viaggi dei migranti e soprattutto della violenza politica o economica che li genera. La violenza del mondo. Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte.

Leogrande Alessandro

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La violenza del mondo

 

Caravaggio nel martirio_bb   La violenza estrema atterrisce. Atterrisce la sua epifania priva di alternative. Al massimo si grida, si scappa, ma raramente si è pronti a intervenire. Così Matteo, la vittima, tra poco verrà finito. Da oltre quattrocento anni, per ogni sguardo che si pone sul dipinto, sta per essere trucidato. La porzione in cui compare il volto barbuto è un autoritratto, quella porzione di tela mi sembra un manifesto. Una riflessione incandescente sulla violenza del mondo, e sul rapporto che instaura con essa chi la osserva. Ora mi chiedo se lo sguardo di Caravaggio non sia anche il nostro sguardo nei confronti dei naufragi, dei viaggi dei migranti e soprattutto della violenza politica o economica che li genera. Ho impiegato molto tempo per capirlo. Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte.

 

Tra le pieghe dell’opera si cela l’enigma del non agire.

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Caravaggio, Martirio di San Matteo.

In un pomeriggio assolato entro nella chiesa di San Luigi dei francesi. È insolitamente vuota, una manciata di turisti si aggira nella penombra. Mi dirigo automaticamente verso le tele del Caravaggio esposte sulle pareti della cappella Contarelli, la prima cappella alla sinistra dell’altare, e mi accorgo che sono anni ormai che non ci metto piede. Sono anni che non vedo la Vocazione e il Martirio di san Matteo, benché quei dipinti realizzati tra la fine del Cinquecento e gli albori del Seicento mi abbiano sempre accompagnato e siano rimasti in un angolo della mia mente, al fondo di tante riflessioni e di tante conversazioni.
Così mi ritrovo incantato a guardare il Martirio, che come sempre cattura i miei pensieri ancora più della Vocazione. In quella scena di cruda, assoluta, improvvisa violenza si affollano le nostre debolezze di fronte al mistero del male. Tra le pieghe dell’opera si cela l’enigma del non agire.
C’è un vecchio steso a terra, la barba grigia, i capelli stempiati, sembra essere scivolato pochi istanti prima. È Matteo. Ha una mano alzata verso l’alto, cerca di parare il colpo che sta per arrivare. Ma il polso, lo stesso polso che sostiene la mano aperta, è afferrato dalle dita del sicario.
È lui il fulcro del quadro. Il centro intorno al quale tutto ruota è l’ottuso carnefice, non la vittima. Quest’ultima è vestita. Lui invece è nudo, un lembo di stoffa copre i genitali. Fissa negli occhi Matteo: con una mano blocca il suo polso, con l’altra impugna la spada.
Caravaggio non ritrae l’uccisione, ma l’attimo prima della mattanza. Decide di fissare sulla tela l’istante prima che la violenza si compia. Sospende il tempo esattamente su quel momento. Ma quella stessa violenza, la cui intenzione si sprigiona come un tuono dal corpo del carnefice, è già esplosa per tutto il quadro. Si è già irradiata per cerchi concentrici verso i suoi quattro angoli.
Si sentono le grida, la tensione ferina, l’odore acre della paura. La scena è affollata di gente che si ritrae dalla mano del boia. Chi scappa, chi urla, chi inciampa nella fuga, chi alza a sua volta le mani. Sono tutti puntini di un cerchio che si sta dilatando. Nessuno compie il movimento contrario, né tanto meno prova a fermare la spada. Ed è la stessa reazione, penso, che avrebbe chiunque davanti a un’esecuzione di mafia o a un attentato terroristico realizzati in pieno giorno in mezzo alla strada o in un luogo affollato. È la stessa reazione che abbiamo tutti, in genere, di fronte alla violenza. Più precisamente davanti alle armi che stanno per provocare una morte violenta: davanti a una lama sguainata, a una pistola che sta per sparare.
La violenza estrema atterrisce. Atterrisce la sua epifania priva di alternative. Al massimo si grida, si scappa, ma raramente si è pronti a intervenire.
Così Matteo, la vittima, tra poco verrà finito. Da oltre quattrocento anni, per ogni sguardo che si pone sul dipinto, sta per essere trucidato. Manca una manciata di secondi. La vittima, in fondo, sa come andranno le cose.

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Ma non è il solo. Nell’intreccio di sguardi che tiene insieme il quadro, ci sono innanzitutto gli occhi della vittima e del carnefice, incrociati tra loro e immensamente diversi. E, in secondo luogo, quelli di ripulsa, panico, indifferenza inebetita di tutti gli astanti, che convergono verso il centro, tanto quanto le onde della violenza esplodono verso l’esterno. Ma poi ci sono anche gli occhi di un uomo con la barba.

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Caravaggio nel Martirio di San Matteo.

È alle spalle del sicario. Si trova alla sua destra, qualche metro più indietro. Guarda Matteo a terra, e anche lui sa perfettamente cosa sta per accadere.
Quell’uomo, come dicono tutti i testi critici sul dipinto, è Caravaggio. La porzione in cui compare il volto barbuto è un autoritratto. Eppure, più che un’immagine di sé da consegnare ai posteri, nella penombra della chiesa rotta dai faretti quella porzione di tela mi sembra un manifesto. Una riflessione incandescente sulla violenza del mondo, e sul rapporto che instaura con essa chi la osserva.
C’è un dolore misto a commiserazione nel suo sguardo: un’infinita tristezza. A differenza degli altri spettatori Caravaggio non fugge, guarda la vittima perché non può fare altro che stare dalla sua parte e vedere come va a finire ciò che si sta per compiere. Ha già intuito tutto, ma non interviene. Sa di non poter intervenire, di non poter fermare quella spada. La sua commiserazione è ancora più dolorosa perché totalmente impotente. La lucida interpretazione dei fatti, e ancor di più il genio dell’arte, non arresteranno il massacro. Può solo provare pietà.

Dipingendo il proprio sguardo, Caravaggio definisce l’unico modo di poter guardare all’orrore del mondo. Stabilisce geometricamente la giusta distanza a cui collocarsi per fissare la bestia. Dentro la tela, manifestamente accanto alle cose, non fuori con il pennello in mano. Eppure sa anche che tale sguardo è inefficace, non cambierà il corso delle cose. Non impedirà l’omicidio di quell’uomo anziano caduto per terra, mentre prova a parare i colpi della lama a mani nude.

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Un-autoritratto del Caravaggio.

La luce che illumina il dipinto si spegne di colpo, e mi rendo conto di non avere più spiccioli nelle tasche per farla riaccendere. Mi giro intorno alla ricerca del sostegno di qualche turista, ma non c’è più nessuno.
Il dipinto di colpo è piombato nell’oscurità. Scorgo ancora il corpo del carnefice, ma il volto del Merisi si percepisce appena. Ormai è quasi sparito del tutto, perso nell’ombra.
[…] Ora mi chiedo se lo sguardo di Caravaggio non sia anche il nostro sguardo nei confronti dei naufragi, dei viaggi dei migranti e soprattutto della violenza politica o economica che li genera.
Nella migliore delle ipotesi, ovviamente. Quando cioè quello sguardo non è inquinato dall’apatia, dall’indifferenza, dallo stesso fastidio per l’oscenità della morte. Quando quello sguardo non è già, fin dal principio, connivente con la lama dell’aguzzino.
Non appena osserviamo il mondo con gli stessi occhi di Caravaggio, esso si rivela come un universo di violenza ferina. Tuttavia, non è la violenza a sgomentarci. Ma il fatto che, anche quando comprendiamo pienamente le sue leggi, non riusciamo ad arrestarle.
Si può ridurre il male? Si possono creare delle zone libere all’interno delle quali il suo impatto sia meno devastante? È possibile risolvere le cause che generano la fuga in massa di interi popoli? Riusciamo a dare a quelle cause il nome di stermini silenziosi?
E, soprattutto, riusciamo a capire che i viaggi vengono dopo tutto questo?
Attraversare mezzo mondo per ritrovarsi in Europa non è solo un fatto geografico, non riguarda soltanto le dogane, le polizie di frontiera, i passeurs, gli scafisti, i trafficanti, i centri di detenzione, le navi militari, i soccorsi, gli aiuti, i tir, le corse e le rincorse, gli stop e i respingimenti. Non riguarda solo questo, benché tutto questo possa coincidere, per molti, con l’evento saliente della propria esistenza. Ha a che fare innanzitutto con se stessi. Saltare i muri è innanzitutto un’esperienza individuale.
Alla base di ogni viaggio c’è un fondo oscuro, una zona d’ombra che raramente viene rivelata, neanche a se stessi. Un groviglio di pulsioni e ferite segrete che spesso rimangono tali. Ma capita altre volte che ci siano dei viaggiatori che ne hanno passate così tante da esserne saturi. Sono talmente appesantiti dalla violenza e dai traumi che hanno dovuto subire, talmente nauseati dall’odore della morte che hanno avvicinato, da non voler fare altro che parlarne.
Allora, in quei momenti, hanno bisogno di incontrare un altro viaggiatore. Perché solo un altro viaggiatore può capire il peso delle parole che pronunceranno, solo un altro viaggiatore può indicargli la strada della leggerezza. Tutti gli altri restano sempre a qualche metro di distanza, sulla terraferma, incapaci di afferrare il senso di ciò che viene detto.
Ho impiegato molto tempo per capirlo. Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte. Sedersi per terra intorno a un fuoco e ascoltare le storie di chi ha voglia di raccontarle, come hanno fatto altri viaggiatori fin dalla notte dei tempi.
Ascoltare dalla voce di chi ha oltrepassato i confini come essi sono fatti. Come sono fatte le città e i fiumi, le muraglie e i loro guardiani, le carceri e i loro custodi, gli eserciti e i loro generali, i predoni e i loro covi. Come sono fatti i compagni di viaggio, e perché – a un certo punto – li si chiama compagni.

Come sono fatte le barche.
Come sono fatte le onde del mare.
Come è fatto il buio della notte.
Come sono fatte le luci che si accendono nell’oscurità.

Quelle voci sono plasmate con la stessa pasta dei sogni. Si riempiono di rabbia e utopia, desiderio e paura, misericordia e furore.
La terra e il cielo di prima non ci sono più laddove un nuovo cielo e una nuova terra si stagliano davanti ai loro discorsi.
Sovente si infervorano. E allora gli occhi si sgranano e le bocche si torcono per afferrare le sillabe che compongono la parola da cui tutte le altre discendono. E ogni volta che viene pronunciata, il mondo nuovo si affretta a venire mentre quello vecchio scompare lentamente. Il desiderio cresce, la foga diviene innocente e i morti sembrano meno morti, tanto che la sorte può essere sfidata ancora una volta. Quella parola indica una linea lunga chilometri e spessa anni. Un solco che attraversa la materia e il tempo, le notti e i giorni, le generazioni e le stesse voci che ne parlano, si inseguono, si accavallano, si contraddicono, si comprimono, si dilatano.

È la frontiera.

Per molti è sinonimo di impazienza, per altri di terrore.
Per altri ancora coincide con gli argini di un fortino che si vuole difendere. Tutti la mettono in cima alle altre parole, come se queste esistessero unicamente per sorreggere le frasi che delineano le sue fattezze.
La frontiera corre sempre nel mezzo.
Di qua c’è il mondo di prima. Di là c’è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai.

Alessandro Leogrande, La frontiera, Feltrinelli, 2017, pp. 309-314.

 

Quarta di copertina

C’è una linea immaginaria eppure realissima, una ferita non chiusa, un luogo di tutti e di nessuno di cui ognuno, invisibilmente, è parte: è la frontiera che separa e insieme unisce il Nord del mondo, democratico, liberale e civilizzato, e il Sud, povero, morso dalla guerra, arretrato e antidemocratico. È sul margine di questa frontiera che si gioca il Grande gioco del mondo contemporaneo. Questa soglia è inafferrabile, indefinibile, non-materiale: la scrittura vi si avvicina per approssimazioni, tentativi, muovendosi nell’inesplorato, là dove si consumano le migrazioni e i respingimenti, là dove si combatte per vivere o per morire. Leogrande ci porta a bordo delle navi dell’operazione Mare Nostrum e pesca le parole dai fondali marini in cui stanno incastrate e nascoste. Ci porta a conoscere trafficanti e baby-scafisti, insieme alle storie dei sopravvissuti ai naufragi del Mediterraneo al largo di Lampedusa; ricostruisce la storia degli eritrei, popolo tra i popoli forzati alla migrazione da una feroce dittatura, causata anche dal colonialismo italiano; ci racconta l’altra frontiera, quella greca, quella di Alba Dorata e di Patrasso, e poi l’altra ancora, quella dei Balcani; ci introduce in una Libia esplosa e devastata, ci fa entrare dentro i Cie italiani e i loro soprusi, nella violenza della periferia romana e in quella nascosta nelle nostre anime: così si dà parola all’innominabile buco nero in cui ogni giorno sprofondano il diritto comunitario e le nostre coscienze. Quanta sofferenza. Quanto caos. Quanta indifferenza. Da qualche parte nel futuro, i nostri discendenti si chiederanno come abbiamo potuto lasciare che tutto ciò accadesse. Quella parola indica una linea lunga chilometri e spessa anni. Un solco che attraversa la materia e il tempo, le notti e i giorni, le generazioni e le stesse voci che ne parlano, si inseguono, si accavallano, si contraddicono, si comprimono, si dilatano.
È la frontiera.

 



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Temistio (317-388) – L’insegnamento silenzioso di Eraclito.

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«Gli abitanti di Efeso vivevano in mezzo al lusso e ai piaceri. Quando furono sorpresi dalla guerra e videro i Persiani circondare la loro città, continuarono a vivere come avevano sempre fatto. Solo quando le provviste cominciarono a diminuire e la fame si fece sentire, si riunirono in assemblea per decidere cosa fare per non terminare le provviste, ma non ci fu nessuno che ebbe il coraggio di proporre di mettere un freno al loro eccessivo tenore di vita.

Mentre se ne stavano seduti a discutere, un uomo chiamato Eraclito prese una manciata di farina d’orzo, la mescolò con acqua e si mise a mangiarla standosene seduto in mezzo a loro. In questo modo, diede a tutto il popolo un insegnamento silenzioso.

Si racconta che, dopo aver visto che, se volevano continuare a mangiare, dovevano ridurre in qualche modo gli sprechi della tavola, gli abitanti di Efeso sciolsero subito l’assemblea e se ne andarono a casa».

Temistio, La virtù.



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Lapo Ferrarese – Progresso scientifico e naturalismo nella concezione di Larry Laudan

Larry Laudan

290 ISBN

Lapo Ferrarese

Progresso scientifico e naturalismo nella concezione di Larry Laudan

ISBN 978-88-7588-226-6, 2018, pp. 208, Euro 20

indicepresentazioneautoresintesi

 

Già nel 1977, con Il progresso scientifico, Larry Laudan aveva fornito un contributo fondamentale al dibattito sul tema in questione. In questo studio di Ferrarese, del 1998, vengono esaminate le posizioni epistemo­logiche del filosofo, con particolare attenzione alle opere successive La scienza ed il relativismo (1990) e Oltre il positivismo ed il relativismo (1996), grazie a un accurato lavoro di analisi dei testi e di approfondimento teoretico degli argomenti esposti da Laudan contro il relativismo epistemico e a favore della propria concezione.
Oltre all’esposizione delle idee del filosofo circa gli argo­menti più importanti affrontati dalla discussione epistemologica e me­todologica dei filosofi della scienza negli ultimi decenni (quali la tesi della sottodeterminazione; la tesi della incommensurabilità tra paradigmi o teorie, sviluppata soprattutto da Thomas Kuhn; il dibattito sul progresso scientifico ed il ruolo della raziona­lità, con le critiche alle posizioni dello stesso Kuhn e di Feyerabend; ed, infine, il naturalismo normativo dello stesso Laudan) il presente volume, tramite l’analisi puntuale dei testi, tenta anche di fornire una valutazione finale e complessiva delle tesi del filosofo, incluse le implicazioni teoretiche della sua complessa concezione. Il libro si articola come segue:
Cenni introduttivi sul pensiero di Laudan: Il progresso scientifico (1977). Prospettive per una teoria – La scienza e i valori (1984).
La tesi della sottodeterminazione: La sottodeterminazione in Science and Relativism (1990) – La sottodeterminazione in Beyond Positivism and Relativism (1996) – La sottodeterminazione humemiana o sottodeterminazione deduttiva – Le riformulazioni Quineniane della sottodeterminazione – La sottodeterminazione estensiva di Kuhn – La sottodeterminazione e l’equivalenza empirica.
Incommensurabilità.
Progresso e razionalità: Progresso e Cumulatività in Beyond Positivism and Relativism (1996) – Progresso e Cumulatività in Science and Relativism (1990) – Razionalità e progresso – A favore del Metodo. Risposte alla critica relativista di Kuhn e Feyerabend alla metodologia – La critica di Kuhn alla metodologia.
La critica di Feyerabend alla metodologia: la scienza senza regole.
Naturalismo normativo: Accenni ad un naturalismo normativo – Osservazioni critiche.

 


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Daniele Orlandi – Il Medioevo di Camilla Migliori. Invito alla lettura di «Un mondo di cronisti, inquisitori, castrati, sante».

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Il Medioevo di Camilla Migliori

Invito alla lettura di
Un mondo di cronisti, inquisitori, castrati, sante,
Viterbo, Alter Ego, 2013.

 

 

copista   Se potessimo aggiungere una risposta alla celebre domanda di Marc Bloch: «Papà, spiegami a che serve la storia»[1], con cui il grande storico francese apriva il suo imprescindibile classico Apologie pour l’histoire, diremmo anzitutto: serve a portarci da lei. Guai, infatti, a credere il contrario. Era l’errore più frequente che facevamo a scuola, perseverando caparbiamente persino nelle aule universitarie. Capimmo poi che per comprendere il passato non esiste metodo più fallace che pretendere di trascinarlo da noi e indagarlo con le categorie del presente. La stessa affermazione di Benedetto Croce per cui ogni storia sarebbe storia contemporanea[2] rischierebbe di fuorviare, quando non opportunamente chiarita. Se la necessità della ricerca storica nasce sempre da un’esigenza attuale, le epoche remote, al contrario, restano tali poiché prodotto di fattori irripetibili, primo fra tutti la mentalità. No, la storia non si ripete mai: non ne ha possibilità né bisogno.

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Il Medioevo è l’emblema di questa alterità, nonostante le sue molteplici riattualizzazioni (folcloristiche, cinematografiche, ludiche e letterarie in genere). Sembra, infatti, che non esista periodo storico in cui l’uomo moderno e contemporaneo si sia specchiato maggiormente, riconoscendo nei secoli centrali ora l’affascinante esotismo ora la culla della sua civiltà e dei suoi riferimenti culturali. Medioevo come specchio e come alibi, si diceva un tempo tra gli studiosi[3]. Rebus sic stantibus, gli anacronismi si sprecherebbero fatalmente. Anche per questo il lavoro di Camilla Migliori – raffinata autrice e regista teatrale – ci ha particolarmente colpiti: poiché corazzata da una vasta ed eterogenea bibliografia (che va dalla scuola classica italiana all’erudizione tedesca passando per le suggestioni della nouvelle histoire francese) e soprattutto per la sua correttezza filologica. Si tratta di un libro composito che spazia dal XIII secolo (Un cuore che non trema. Enrico di Cornovaglia) all’epoca barocca di Urbano VIII Barberini (Io sono un virtuoso) fino alla Palermo settecentesca e agiografica (Il miracolo di Santa Rosalia), dipingendo un «affresco», scrive l’autrice, «in cui mettere in rilievo eventi e personaggi che, seppur ambientati in epoche diverse, parlano della violenza del potere, della prepotenza dell’uomo sull’uomo e dell’intolleranza di chi si pone al di fuori della norma e viene classificato come diverso» (148). Ecco sfilare una gamma di personaggi che incarnano la forma mentis di uomini di diverse stagioni storiche, come in un implicito Essai sur le moeurs. Osti e locandiere, pellegrini e mendicanti, frati e inquisitori controriformati (ricordiamo che ad accendere l’Europa di roghi non fu propriamente il Medioevo ma l’Età Moderna!). Dramatis personae calate in contesti disomogenei a fungere da reagenti per «afferrare una visione più ampia che ci riporta a una realtà tutta contemporanea» (ibid.). Non era facile. Il Novecento italiano si apriva col Medioevo a teatro ed era la Francesca da Rimini (1901) di Gabriele D’annunzio (con la Duse nel ruolo della celeberrima lussuriosa e Gustavo Salvini in quello del più muto della letteratura mondiale: Paolo Malatesta). Da Dario Fo a Umberto Eco i precedenti rischiavano di fare abbastanza ombra. Eppure, con sapienza, equilibrio e ironia (affidata, quest’ultima, alla saggezza popolare), Camilla Migliori riproduce a tinte ora fosche ora lievi, lo Zeitgeist dei periodi via via in questione.

TYP-416237-4161124-salimbene01gPotrebbe finire qui, il nostro “invito alla lettura”, se non fosse per la particolare attenzione che – da ex curiosi del Medioevo – abbiamo prestato alla pièce più corposa, ambientata per l’appunto nel Basso Medioevo. Un cuore che non trema. Qui, la storiografia è affidata alla figura del cronista medievale, vecchi e nuovi relatori universali poi sempre più annalistici, sulla scorta di Livio, ab urbe condita, fino ai giorni contemporanei all’autore. «Quelli che ne scrivevano con qualche intenzione artistica», afferma De Sanctis, «la dettavano in latino e la chiamavano storia»[4]. Ecco, non a caso, entrare in scena uno dei massimi cronisti del Duecento, frate Salimbene de Adam parmensis, autore della Cronica metà guelfa, metà ghibellina e coeva ai fatti narrati da Camilla Migliori[5].

 

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     Viterbo. Patrimonio di San Pietro. Il conclave più lungo della storia della Chiesa (1006 giorni), 1268-1271, sta tenendo col fiato sospeso fedeli e regnanti di tutta Europa. La Fazione filoangioina e quella ghibellina determinano lo stancante andamento della santa assemblea. Persino fra’ Bonaventura da Bagnoregio rifiuterà l’elezione. Ne deriva una rivolta popolare che sfocerà nella semisegregazione dei cardinali (clausi cum clave, sotto chiave) nel palazzo papale di Viterbo finché non avrebbero dato al soglio pontificio un successore. Sarà Tebaldo Visconti ad indossare la tiara col nome di Gregorio X che con la costituzione apostolica Ubi Periculum (1274) normalizzerà le nuove regole per l’elezione dei papi. Tratteggiato lo sfondo, l’autrice dà il via all’intrigo, ricordato per altro da Dante nel XII dell’Inferno sulle rive sanguinose del Flegetonte:

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: “Colui che fesse in grembo a Dio
lo cor che ‘n sul Tamisi ancor si cola
(118-120)

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  Il riferimento è a Guido di Montfort, vicario di Toscana per Carlo d’Angiò che durante il conclave si rese responsabile, insieme al fratello Simone, di «una laida e abominevole cosa»[6], per dirla con le parole impressionate di Giovanni Villani, il maggior cronista del Trecento: l’omicidio in chiesa di Enrico di Cornovaglia (reduce dall’ottava crociata), nipote di Enrico III d’Inghilterra per vendicare la morte del padre. Era il 13 marzo 1271. Personaggio tormentato che deve aver avuto un notevole ascendente su Camilla Migliori tanto da scolpirlo nella sua complessità in un dialogo intenso con una simbolica pellegrina in visita alle sacre reliquie romano-laziali. Tuttavia, a noi che forse indebitamente continuiamo a definirci medievisti, le figure che più colpiscono sono Carlo d’Angiò e Marghertita Aldobrandeschi, moglie del tiranno Guido di Montfort. Questo poiché, sia pure caricato dal polso appassionato dell’autrice, nel personaggio di Carlo compaiono due problemi centrali della politica medievale: quello del difesa del regno e della “ragion di Stato” che viene man mano arricchendosi di una sorta di machiavellismo cristiano: «È bene tenersi lontano dalle piccole, talvolta meschine manovre che agitano la mente degli uomini comuni e che non fanno la Storia» (47). Inoltre, emerge nella figura dell’angioino quella concezione della regalità sacra attribuita ai sovrani, francesi e inglesi in particolare, che costituisce un fenomeno di “lunga durata” nella vicenda storica. Che dire, infine, di Margherita? Camilla Migliori ne fa un ritratto di donna moderna – «Mio marito, un uomo che mi è estraneo» (31) –: una seconda Eloisa, sfortunata e scandalosa amante del maestro di teologia Pietro Abelardo (XII secolo). O il suo aspetto forse più squisito, quel dissidio romantico tra la realtà di un matrimonio politico e l’ideale di una vita al di fuori del gretto provincialismo che le diviene prigione («Sono una donna infelice!» [29]). È, mi si passi il periclitante paragone, una sorta di bovarismo avanti lettera.

     Ecco dunque, che un’opera dimostra come sia possibile andare oltre la semplice ricostruzione storica senza per questo cadere in incongruenze e anacronismi e rimandarci molti motivi della nostra contemporaneità dove la presunta e mitizzata oscurità dei “secoli bui” appare purtroppo davvero realizzata.

Daniele Orlandi


[1] M. Bloch, Apologia della storia, (1949), trad. it., Torino, Einaudi, 1969, p. 23.

[2] B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, p. 5.

[3] Cfr, AA. VV. Medioevo: specchio e alibi, (Ascoli Piceno, 13-14 maggio 1988), a cura di Enrico Menestò, Spoleto, CISAM, 1997.

[4] F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Roma, Newton Compton, 1997, p. 86.

[5] Cfr., Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, XXXII, Lipsia, 1905-1913, 775 S. 11 Taf.

[6] G. Villani, Nuova Cronica, a cura di Giuseppe Porta, Parma, Fondazione Pietro Bembo/Guanda, 1991, pp. 386-389.


Daniele Orlandi – Costanzo Preve sulla «zona grigia» di Primo Levi

Daniele Orlandi – Nostalgie semiserie di un medievista senza Eco

Daniele Orlandi – Quell’amore di Dino Buzzati

Daniele Orlandi – Attraverso il prisma dostoevskijano, Camilla Migliori ci invita a considerare l’espressione artistica come un mezzo d’elevazione dell’uomo al di sopra dei suoi limiti.


 



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«Multifocal Approach» – LA REALTÀ AMA NASCONDERSI? DOES REALITY LIKE HIDING? – Il multifocal approach come valorizzazione dei profili “visibili” e “invisibili” di una realtà complessa – PRIMO INCONTRO INTERNAZIONALE

Multifocal Approach

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UNIVERSITÀ   DI   MACERATA
Dipartimento di Studi Umanistici
lingue, mediazione,
storia, lettere, filosofia


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UNIVERSITÀ POLITECNICA DELLE MARCHE


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LA REALTÀ AMA NASCONDERSI?

DOES REALITY LIKE HIDING?

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Il multifocal approach come valorizzazione dei profili “visibili” e “invisibili”
di una realtà complessa – PRIMO INCONTRO INTERNAZIONALE
The multifocal approach as a valorisation of the “visible” and “invisible” profiles of a complex reality – FIRST INTERNATIONAL MEETING

 

INTERVENGONO

Francesco ADORNATO, Maria Rita AIANI, Manuel BERRÓN, Selene Iris S. BRUMANA, Lina CARACENI, Aldo CARDARELLI, Loredana CARDULLO, Elisabetta CATTANEI, Roberto CICCOCIOPPO, Roberto CRESTI, Carla DANANI, Francesca EUSTACCHI, Arianna FERMANI, Emanuele FRONTONI, Luca GRECCHI, Manuel KNOL, Giovanni LANZONE, Mauro MAGATTI, Roberto MEDDA, Maurizio MIGLIORI, Linda NAPOLITANO VALDITARA, Donatella PAGLIACCI, Lucia PALPACELLI, Carlo PONGETTI, Francesco ROCCHETTI, Carlo TOFFALORI, Mauro TULLI Maddalena VALLOZZA, Dennys Garcia XAVIER.

Ed ancora:

Giampaolo Abbate, Giada Capasso, Maria Teresa Carini, Edvaldo Antonio de Melo, Riccardo Di Stefano, Laura Gherardi, Antonio Governatori, Paola Mauri, Erica Napoletani, Federica Piangerelli, Cristiane Pieterzack, Elena Santilli, Roberto Mancini, Stefania Monteverde, Gianni Niccolò, Valerio Placidi.

 

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28 FEBBRAIO – 3 MARZO 2018

Sala Castiglioni, Biblioteca Comunale “Mozzi Borgetti” / Piazza Vittorio Veneto
Auditorium Unimc / Via Padre Matteo Ricci 2


MERCOLEDÌ 28 / BIBLIOTECA COMUNALE

Chair Arianna FERMANI

15.00 / Saluti Francesco ADORNATO /
Magnifico Rettore Carlo PONGETTI / Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici

15,30 / Maurizio MIGLIORI, Storia della filosofia antica, Macerata:
Introduzione. Le linee portanti del multifocal approach

16,15 / Roberto CICCOCIOPPO, Farmacologia, Camerino:
Struttura della memoria: esempio di complessità

Aldo CARDARELLI, Produttore video, Macerata:
Video e approccio multifocale: da risorsa a prospettiva di ricerca

Roberto CRESTI, Storia dell’arte contemporanea, Macerata:
L’Io-moderno e la riforma dell’arte contemporanea


 GIOVEDÌ 1  / BIBLIOTECA COMUNALE

Chair Donatella PAGLIACCI

h 9.00 / Manuel BERRÓN, Storia della Filosofia antica, Santa Fe / Paranà (Argentina):
Il metodo teorico, aporetico ed empirico in Politica A di Aristotele

Maria Rita AIANI, Medico, Prevenzione Ambienti di lavoro, ATS Como:
Il disordine ordinato dell’uomo e le infinite variabili in medicina

11.00 / Linda NAPOLITANO VALDITARA, Storia della filosofia antica, Verona:
Da Delfi alla mediazione stragiudiziale:
approcci multifocali alla conoscenza di sé e dell’altro

Francesca EUSTACCHI, Storia della filosofia antica, Macerata:
L’etica della situazione: l’uni-molteplicità nella prassi

 

15.00 / Chair Linda NAPOLITANO VALDITARA

Manuel KNOLL, Filosofia, Istanbul (Turchia):
Nietzsche’s Perspectivism

Loredana CARDULLO, Storia della filosofia antica, Catania:
Proclo, sui quattro τρόποι dell’insegnamento teologico in Platone

17.00 / Roberto MEDDA, Storia della filosofia antica, Cagliari:
Anthropos: un’indagine aristotelica ad alto grado di complessità

Dennys Garcia XAVIER, Filosofia antica ed Etica, Uberlândia (Brasile):
Il dibattito politico contemporaneo e la Filosofia Antica: un approccio paideutico


VENERDÌ 2 / BIBLIOTECA COMUNALE

Chair Elisabetta CATTANEI

11 / Mauro TULLI, Letteratura greca, Pisa
Esiodo multifocale: paradigmi arcaici di aggettivazion

Lina CARACENI, Diritto penitenziario, Macerata:
Meno carcere più sicurezza sociale:
l’apparente ossimoro che si cela dietro il finalismo rieducativo della pena

 

11.00 / Carlo TOFFALORI, Matematica, Camerino:
Hilbert e Pirandello, vite parallele

Maddalena VALLOZZA, Letteratura greca, Viterbo:
Isocrate: il Panatenaico nel dibattito della scuola

 

15.00 / Chair Maurizio MIGLIORI

Emanuele FRONTONI, Sistemi elaborazioni informazioni, Ancona:
Intelligenza Artificiale e Big Data:
strumenti a supporto dell’uomo per la valutazione e la scelta

Francesco ROCCHETTI, Psicologia politica (Macerata):
La relazione e l’impresa: il contributo della psicologia sociale

17.00 / Giovanni LANZONE, Saggista e giornalista, Milano:
L’impresa umanistica

Mauro MAGATTI, Sociologia, Milano:
La qualità integrale delle organizzazioni generative

 

17.30 / TAVOLA ROTONDA coordinata da Carla DANANI

Multifocal e Imprenditoria:
Guardare il futuro costruendo scenari con nuovi paradigmi

Partecipano: Mascia di Prima (Angelini A.C.R.A.F.) / Emanuele Frontoni (Univ. Politecnica delle Marche) / Roberto Mancini (Univ. di Macerata) / Stefania Monteverde (Assessore alla cultura – Comune di Macerata) / Gianni Niccolò (Direttore della Confindustria di Macerata) / Valerio Placidi (Grottini Lab) / Mario Ronchetti (Atena Informatica)


SABATO 3 / AUDITORIUM UNIMC

Chair: Mauro TULLI
h. 9.00 / Luca GRECCHI, Storia della filosofia, Milano
Mulifocal approach: una critica costruttiva ad un paradigma in costruzione

Arianna FERMANI, Storia della filosofia antica, Macerata:
Quando il rischio è bello.
Strategie operative, gestione della complessità
e “decision making” in dialogo con Aristotele

h. 11.00 / Lucia PALPACELLI, Storia della filosofia antica, Macerata
Zenone e Platone: due dialettiche a confronto.
Da una realtà aporetica a una realtà uni-molteplice.

Selene Iris S. BRUMANA, Storia della filosofia antica, Milano
Le uni-molteplicità del danzatore.
Aspetti della poikilia orchestica nel pensiero filosofico antico

 

Discussant: Giampaolo Abbate, Giada Capasso, Maria Teresa Carini, Edvaldo Antonio de Melo, Riccardo Di Stefano, Laura Gherardi, Antonio Governatori, Paola Mauri, Erica Napoletani, Federica Piangerelli, Cristiane Pieterzack, Elena Santilli.

 



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Salvatore Antonio Bravo – L’industria culturale capitalistica utilizza solo autori che interpretino K. Marx in senso riduttivo, proprio per evitare possibilità di sviluppo teorico progettuale con una conseguente prassi rivoluzionaria.

Marx e la divisione del lavoro
  • MarxEngels tondo  «E infine la divisione del lavoro offre anche il primo esempio del fatto che fin tanto che gli uomini si trovano nella società naturale, fin tanto che esiste, quindi, la scissione fra interesse particolare e interesse comune, fin tanto che l’attività, quindi, è divisa non volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. Cioè appena il lavoro cominci a ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico».

 L’idelogia tedesca, 1846.

 

 

L’epoca ideologica per antonomasia è proprio l’epoca attuale, nella quale il dicitur mediatico – a tambur battente – ci annuncia che le ideologie sono morte. Da tale postulato si deduce che viviamo nell’epoca dell’oggettivo, la verità è stata svelata e dunque è inutile sporgersi oltre l’orizzonte attuale.
Marx ci aiuta, con i suoi fendenti dialettici e con il suo apparato concettuale, a non cadere nella trappola ideologica: ogni produzione culturale è condizionata dalla struttura e, in ragione di tale necessitato condizionamento, è finalizzata ad occultarne la storicità. La produzione culturale è interna ai rapporti (Verkehr) di produzione. L’odierno successo del pensiero di Hannah Arendt dovrebbe muovere al sospetto che tale successo, malgrado la pensatrice, sia tutto interno ad una postura ideologica del turbocapitalismo: è una delle formule dell’adaequatio ad rem. L’opera della Arendt assimila, in un’unica categoria interpretativa, il Totalitarismo, sia l’esperienza sovietica che nazista. La semplificazione, o meglio, il riduzionismo interpretativo messo in atto, favorisce l’uso ideologico del pensiero della Arendt. Nei suoi scritti inoltre, al riduzionismo esemplificante della categoria di Totalitarismo, si aggiunge la sua discutibile interpretazione del pensiero di Marx. Nell’opera Le origini del Totalitarismo non è messo in opportuna evidenza la relazione tra i totalitarismi e l’economia liberista, ovvero l’arretramento dello Stato dinanzi alla crisi economica del 1929. L’atomismo su cui avrebbero agito i totalitarismi sono l’effetto delle politiche internazionali volte al saccheggio finanziario ed umano dei popoli. I totalitarismi sono l’effetto di una malattia, il suo epifenomeno. La malattia è il liberismo capitalista  con le sue sperequazioni e contraddizioni che si acuiscono nei periodi di crisi economica. Le crisi economiche mostrano la sostanza del liberismo, è il regno animale dello Spirito (G.W. Hegel, Fenomenologia dello Spirito), nel quale si perseguono unicamente gli interessi particolari a discapito della comunità: è il regno dell’atomismo sociale. Ciò che appare come “male minore”, il liberismo, se si effettua un’operazione di cambio di prospettiva mediante la quale i fenomeni storici sono letti in modo olistico, può svelarsi come la causa del problema, piuttosto che la soluzione. Come non legare l’ascesa del nazionalsocialismo all’austerità del governo Bruning e lo stalinismo come la corrente fredda favorita dall’aggressione internazionale verso il comunismo sovietico. La genetica della storia dimostra scientificamente l’azione annichilente del liberismo, novello e perverso Prometeo scatenato, che lasciando i popoli alla mercé violenta dell’economia, induce a reazioni di difesa estrema. È il sistema della paura, delle solitudini dinanzi al precariato ed alla flessibilità.

Pifferaio-Magico-Vetrata

Il Pifferaio Magico.

La contemporaneità è segnata dai neologismi ideologici del regno animale dello Spirito, allo scopo di occultare il vero, mediante una sovrastruttura di false rappresentazioni. Il cittadino globale è dato in olocausto al liberismo: si pensi all’emigrazione forzata, allo sradicamento di intere generazioni dai luoghi di origine, così come dal proprio futuro. Le vite dei cittadini globali sono paradigmatiche, caratterizzate come sono dall’eterno presente del precariato. La vita materiale di ciascuno diviene il luogo dove si annidano paure ed aggressività pronte a seguire il pifferaio magico di turno che intona motivi di ideologica ir-razionalità: si fa appello ad un modello di pseudo razionalità presentato nello splendore della sua oggettività, ma che in realtà è solo ideologia. Si induce a seguire un percorso predeterminato negli interessi di pochi, ma rappresentato come universale: e ciò nell’applicazione di una razionalità (irrazionale) sempre strumentale e mai veramente oggettiva. Terrorizzare, diffondere un senso di insicurezza, è una manovra per impedire percorsi alternativi e congelare la dialettica democratica:

«Intervistato recentemente dalla televisione britannica, un alto funzionario dei servizi di sicurezza sudafricani ha messo le carte in tavola: l’A.N.C. costituisce un pericolo reale, a suo parere, non per i propri atti di sabotaggio – per quanto spettacolari o dannosi – ma perché potrebbe indurre la popolazione nera, o gran parte di essa, a trasgredire “la legge e l’ordine”; se ciò avvenisse, anche i migliori servizi di informazione e le più potenti forze di sicurezza sarebbero impotenti (una previsione confermata di recente dall’esperienza dell’Intifada). Il terrore resta efficace finché la bolla d’aria della razionalità non viene squarciata. Il più sinistro, crudele, sanguinario dei tiranni deve restare un devoto predicatore e difensore della razionalità, o perire. Nel rivolgersi ai propri sudditi egli deve “parlare alla ragione”. Deve proteggere la ragione, lodare le virtù del calcolo dei costi e degli effetti, difendere la logica dalle passioni e dai valori che, irragionevolmente, non tengono conto dei costi e si rifiutano di obbedire alla logica. Tutti i governanti possono contare, in buona misura, sul fatto che la razionalità è dalla loro parte. I nazisti, inoltre, manipolarono la posta in palio in modo che la razionalità della sopravvivenza rendesse irrazionali tutte le altre motivazioni dell’azione umana. All’interno del mondo creato dai nazisti la ragione era nemica della morale. La difesa razionale della propria sopravvivenza richiedeva la non resistenza alla distruzione dell’altro. Questa razionalità spingeva i perseguitati gli uni contro gli altri e cancellava la loro comune umanità. Inoltre, li trasformava in una minaccia e in un nemico per tutti coloro che non erano ancora stati condannati a morte e ai quali veniva garantito, momentaneamente, il ruolo di spettatori. Il nobile credo della razionalità assolveva benevolmente sia le vittime sia gli spettatori dall’accusa di immoralità e dal senso di colpa. Avendo ridotto la vita umana al calcolo dell’autoconservazione, la razionalità la derubava della sua umanità»[1]

Bauman coglie appieno il falso dispositivo di razionalità, utilissimo a cementare sistemi con la paura ed il terrore dell’alternativa. Il pensiero della Arendt è interno al dispositivo di potere, è divenuto uno dei mezzi con i quali si chiude la discussione sull’alternativa a tale sistema. Serve ad omaggiare il liberal-liberismo come unica possibilità pensabile; il resto, è stato solo Terrore, pertanto non vi è alternativa al presente. Lo stivale sul volto dei popoli è anche l’industria della cultura, gli autori utilizzati come mezzo per necrotizzare il pensiero divergente. Si orientano le scelte facendole apparire come fatali, ritagliando lo spazio d’intervento dell’attività della mente. Si omette quanto il secolo precedente sia stato una possibilità non realizzata, perché in esso hanno convissuto una pluralità di potenziali modelli economici che oggi appaiono stigmatizzati tutti sotto la voce “utopici” o “male assoluto”.
La Arendt fa dunque parte dell’industria ideologica del capitalismo, “cultura di regime”. Si presta a tale logica l’analisi che la Arendt fa del pensiero di Marx. Sostiene infatti – e mi soffermo solo su questo punto – che Marx ha posto le condizioni per l’abbrutimento dell’uomo, poiché ha posto l’essenza dell’uomo nel lavoro, nella trasformazione della natura, in tal modo ha fatto dell’uomo una parte della natura, lo ha sottoposto ai cicli naturali, necrotizzando l’agere, la libertà, la creazione ex novo. Il materialismo dialettico nasce con un peccato originale, nega la libertà del genere umano, e dunque si presta ad essere lo sgabello ideologico di ogni dittatura. Una tale erratissima visione, spiega la motivazione del successo della Arendt, la quale educa ad associare al comunismo il Totalitarismo. Così si esprime la Arendt:

«Marx e le conseguenze. Poiché la scoperta centrale di Marx consiste nella descrizione dell’uomo come essere che lavora – da cui la posizione centrale della classe dei lavoratori e del cosiddetto materialismo (metabolismo con la natura), egli concepisce l’uomo come essenzialmente isolato. Colui che lavora, concepito e descritto secondo l’antico modello greco del fabbricante, in effetti è in linea di principio solo con ciò che produce; gli altri appaiono unicamente come aiutanti (mastro e assistente). Le categorie di mezzo-fine, che sono pienamente adeguate all’uomo alla fabbricazione, nel processo lavorativo si estendono all’uomo; da nessuna parte è tanto evidente e in un certo senso legittimo trattare gli uomini come mezzi quanto nl processo lavorativo»[2].

Si comprende quanto sia stata ribaltata la realtà. Per Marx l’essenza dell’uomo è generica: qui invece diventa strettamente legata alla produzione, in modo atemporale e meccanico. Marx, nel Frammento sulle macchine, ipotizza l’uso delle tecnologie per liberare gli uomini dal bisogno, per permettere l’espressione delle potenzialità infinite della mente di ciascuno. Ciò che secondo Marx è l’essenza dell’uomo, diviene nel discorso della Arendt unicamente e soltanto il lavoro legato alla necessità economica. Trasforma e rappresenta così il materialismo storico in un un materialismo adialettico ed acefalo. Marx, invece, concepisce la storia come dialettica evolutiva; pertanto, al di là di alcune derive naturalistiche e positivistiche, si struttura per una trasformazione progressiva quantitativa e qualitativa: la storia si evolve da uno stato di necessità ad uno di libertà mediante la mediazione dell’evoluzione storica, dalla legge della giungla produttivista e dello sfruttamento al regno dell’umano. Il genere umano pone nella storia le condizioni per la propria liberazione, per la scoperta consapevole di sé. La verità dunque si svela con una processualità che porta alla libertà, al superamento dell’estraniamento di sé. Il genere umano è parte della natura come della storia, ma non appartiene completamente ad esse, si rende libero con la processualità dialettica, la quale vuole il lavoro sociale come condizione imprescindibile per un processo evolutivo di liberazione del genere umano. Anzi, è in tale processo che si svela gradualmente quanto l’essere umano non abbia, come gli altri esseri viventi, una natura specifica, ma poliedrica, per cui il fine dell’evoluzione materialistica è la concretizzazione di tale disposizione tarpata dai processi di sfruttamento e di necessaria sopravvivenza. Marx è esplicito nell’affermare che la natura umana è generale e creativa:

karl marx  «regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi viene voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico»[3].

La Arendt afferma che l’essere umano ridotto a fabbricante, a homo faber, diviene un essere isolato. Il fraintendimento è qui notevole poiché per Marx la natura sociale dell’essere umano è libertaria e sociale. Non è un caso che nel Capitale, l’autore più citato è Aristotele. La tesi di laurea dello stesso Marx, Differenze tra le filosofie delle nature di Democrito ed Epicuro, è una contrapposizione tra il determinismo e l’indeterminismo, a favore di quest’ultimo. In tale tesi ricorre frequentemente il termine “autocoscienza”: nel linguaggio idealistico utilizzato da Marx, tale termine è speculare non all’homo faber ma alla libertà ed alla prassi.

Costanzo Preve, autore non utilizzabile a livello ideologico, delinea nei suoi testi lo spessore libertario ed emancipativo della natura generica e sociale di Marx:

 

Costanzo   «La socialità dell’uomo, che viene appunto alienata da questo processo di espropriazione, viene così delegata alle merci ed allo scambio sul mercato. Il rapporto sociale tra le persone si presenta per così dire rovesciato, come rapporto sociale fra le cose e non più fra gli esseri umani (reificazione, Verdinglichung). La merce assume così il ruolo di feticcio (feticcio delle merci, Warenfetizismus), in quanto appare dotata di valore autonomo ed originario, rimanendo così occulti i rapporti sociali umani che tale valore hanno prodotto (cfr. Il Capitale, I, La merce, 4), il che comporta un programma pratico di rovesciamento “dialettico” di questa situazione storica»[4].

Costanzo Preve coglie il pensiero di Marx nella sua pienezza emancipativa (ed ecco allora perché si tende a “silenziare l’elaborazione teorica di C. Preve, in quanto disfunzionale rispetto all’industria culturale). L’esame critico delle fonti deve educarci a vagliare, ancor più in tale contesto, l’uso ideologico degli autori.

Malgrado la contemporaneità sia presentata come laica e razionale, viviamo in un’epoca non solo fortemente ideologica, ma specialmente superstiziosa, poiché l’educazione alla passività, alla sudditanza ideologica totemica, diseduca al pensiero come attività consapevole di verifica. L’industria culturale, o a voler usare il linguaggio di Preve, il clero orante ed ideologico, utilizza i suoi spazi per diseducare alla prassi come alla speranza.

Marx è un autore che inquieta, che ci pone dei problemi, ed ipotizza soluzioni al plurale. Nell’industria culturale odierna pertanto sono utilizzati solo autori che lo interpretino in senso riduttivo, proprio per evitare possibilità di sviluppo teorico progettuale con una conseguente prassi rivoluzionaria. Alla Miseria dello Storicismo di Popper, altro autore utilizzato in senso ideologico, dovremmo contrapporre le miserie ideologiche dell’attuale sistema superstizioso e feticistico. In contrapposizione alla cultura conformista ed ideologica, dovremmo mettere in atto un’epochè culturale sostenuta dagli autori che svelano e rilevano la densità ideologica dei nostri giorni. In Ateismo nel cristianesimo, E. Bloch riporta l’aneddoto metaforico dei baffi di Hindenburg, il quale non avendo consistenza pilifera sul labbro superiore, cercava di coprire la pochezza pilifera con la messa in scena di baffi sempre più teatrali, rivolti verso l’alto[5]. Ora l’industria culturale asservita, alla stessa maniera, copre il vuoto con la vendita massiccia di taluni autori, che servono a coprire il volto truce e violento del nulla dei giorni del mero presente.

Salvatore Antonio Bravo

***

[1] Z. Bauman, Modernità ed Olocausto, Il Mulino, 1992, p. 198.

[2] H. Arendt, Nel deserto del pensiero, Beat, 2015, p. 70.

[3] K. Marx, Ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1983, p. 24.

[4] C. Preve, Storia della dialettica, Petite Plaisance, Pistoia, 2006, pp. 102-103

[5] E. Bloch, Ateismo nel cristianesimo, Feltrinelli, 1968: «I poveri che non possono parlare ad alta voce sono costretti a farlo in disparte; mentre invece quei ricchi, che pur non avendo nulla voglio tuttavia rappresentare qualcosa, agiscono sempre a voce spiegata […]. Estendendo, migliorando, talvolta anche falsificando tutto quanto hanno a disposizione e facendolo apparire tutt’altro, essi lo ricoprono delle penne di un pavone che nel migliore dei casi non c’entra per nulla. Un esempio, se si vuole un po’ sciocco ma pur sempre allegorico, lo abbiamo nei baffi di Hindenburg. Costui volendo essere baffuto ed essendo troppo scarsa la forza pilifera nel suo labbro superiore, convogliò in quella zona una parte dei peli delle guance, spazzolandoli verso l’esterno per meglio ingannare. Ecco nato così un surrogato, qualcosa che certo non fu succhiato col latte materno, un abbellimento esterno che ricorre ad elementi estranei. E per liberarci di Hindenburg, dissolvendo nel contempo la patria tradizione in una rossa realtà un tempo antitetica, dobbiamo ricordare che il surrogato è utile solo quando sia vuota del tutto l’antica culla che certo è artistica, ma manca pur sempre di sogni e di visioni. Abbiamo così il vantaggio di illuminare e comprendere sinceramente, lasciando apparire le cose come sono, il giusto che si è fatto sciocco».


Salvatore Antonio Bravo – Una morale per M. Foucault?
Salvatore Bravo – Aldo Capitini e la omnicrazia. L’apertura è sentire la compresenza dell’altro, sentire la propria vita fluire nell’altro, lasciarlo essere, amarlo per quello che è, liberarlo dalla paura del potere, della mercificazione.
Salvatore Bravo – L’abitudine alla mera sopravvivenza diviene abitudine a subire. Ma possiamo scoprire, con il pensiero filosofico, che “oltre”, defatalizzando l’esistente, c’è la buona vita.
Salvatore Bravo – La filosofia è nella domanda di chi ha deciso di guardare il dolore del mondo. Responsabilità della filosofia è il riposizionarsi epistemico per mostrare la realtà della caverna e rimettere in azione la storia.
Salvatore Antonio Bravo – L’epoca del PILinguaggio. Il depotenziamento del linguaggio è attuato dalla globalizzazione capitalistica, nel suo allontanamento dalla persona e dalla comunità.
Salvatore Bravo – Sentire se stessi è possibile attraverso l’uscita dalla caverna dei cattivi pensieri quotidianamente inoculati assumendo la libertà di vivere i poliedrici colori del possibile.
Salvatore Bravo – La tolleranza è parola invocata nel quotidiano terrore dei giorni. La tolleranza nasconde il volto aggressivo della globalizzazione. È la concessione della legge del più forte, il diritto di vivere concesso dal potere.
Salvatore Antonio Bravo – Il tempo che ha la sua base nella produzione delle merci è esso stesso una merce consumabile. Ogni resistenza dev’essere svuotata della sua temporalità e colonizzata dalle immagini dello spettacolo globale.
Salvatore Antonio Bravo – Le miserie della società dell’abbondanza. La verità del consumo è che essa è in funzione non del godimento, bensì della produzione.
Salvatore Antonio Bravo – La società dei cacciatori. L’atomismo sociale e la deriva individualista dei nostri giorni, trovano la loro sostanza in un’immagine esplicativa della condizione umana postmoderna: il cacciatore.
Salvatore Antonio Bravo – «Le vespe di Panama» di Z. Bauman. La filosofia perde la sua credibilità e la sua natura critica e costruttiva se vive nel mondo temperato delle accademie e degli studi televisivi e mediatici, dove campeggia l’uomo economico: turista della vita, vagabondo tra le mercificazioni.
Salvatore Antonio Bravo – Il comunista è un pensatore militante, consapevole dunque che la sua azione è perenne: non vi sono sistemi o regimi che concludono la storia e pacificano gli animi. In Marx l’idea del comunismo si concretizza anzitutto nell’immagine di una società in cui l’individuo, liberato dall’alienazione, diventa un uomo totale, universale, cioè capace di dar pieno sviluppo alla sua personalità.
Salvatore Antonio Bravo – Theodor L. Adorno, in «Minima moralia. Meditazioni sulla vita offesa», ci comunica l’urgenza di un nuovo esserci. Chi vuol apprendere la verità sulla vita immediata, deve scrutare la sua forma alienata, le potenze oggettive che determinano l’esistenza individuale fin negli anditi più riposti. Colui che non vede e non ha più nient’altro da amare, finisce per amare le mura e le inferriate. In entrambi i casi trionfa la stessa ignominia dell’adattamento.
Salvatore Antonio Bravo – «Viva la Revoluciòn» di E. Hobsbawm.
Salvatore Antonio Bravo – Evald Ilyenkov e la logica dialettica. Occorre studiare il pensiero come un’attività collettiva, in cooperazione. Il capitalismo è profondamente anticomunitario, trasforma tutto in merce, disintegra le comunità, smantella la vita nella sua forma più alta: il pensiero comunitario consapevole.
Salvatore Antonio Bravo – «Il giovane Marx», di György Lukács. L’intera opera di Marx è finalizzata dall’amore per l’umanità che si fa pensiero consapevole della disumanità di ogni condizione di alienazione, e di ogni reificazione negatrice della libertà.
Salvatore Antonio Bravo – Il libro di Norman G. Finkelstein, «L’industria dell’olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei».
Salvatore Antonio Bravo – Il mercato e l’asservimento della Scuola: il mito dell’orientamento consapevole. Ciò che occorre invece è tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per il libero gioco delle energie vitali fisiche e mentali.
Salvatore Antonio Bravo – Marx poeta nel suo anelito all’universale: «Non rimaniamo immobili Senza volere né fare niente. Non subiamo passivamente il giogo ignominioso. Il desiderio, la passione, l’azione sono parte di noi».


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Georges Braque (1882-1963) – La verità esiste, non s’inventa che la menzogna. Bisogna divenire il tempo… L’eterno è la negazione della vita, della libertà.

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Il muto fervore dello spazio

 

«Bisogna identificarsi con il tempo, divenire il tempo… L’eterno è la negazione della vita, della libertà».

«Nel cammino dei miei quadri c’è un’impregnazione seguita da un’allucinazione che diventa a sua volta un’ossessione, e per liberarsi dall’ossessione bisogna fare il quadro, senza di questo non si può vivere».

«Io cerco la concentrazione attorno al fuoco, riconduco tutto al fuoco. Il mio spazio si riempie. Picasso diffonde e fa risplendere a partire dal fuoco. Proietta, e lontano. Sì, lui si dispiega a partire da un centro, io mi ripongo attorno a un centro».

Georges Braque, Il muto fervore dello spazio. Conversazioni sull’arte, Morcelliana 2018.

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Georges Braque, Autoritratto.


 

Quaderni-1917-1947

Quaderni-1917-1947

Non bisogna chiedere all’artista più di quanto possa dare,
né al critico più di quanto possa vedere.

Si può deviare un fiume dal suo corso, non farlo risalire alla sorgente.

La verità esiste, non s’inventa che la menzogna.

Non bisogna chiedere all’artista più di quanto possa dare,
né al critico più di quanto possa vedere.

 

braquedeuxoiseaux



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Mario Vegetti – Il coltello e lo stilo. Animali, schiavi, barbari e donne alle origini della razionalità scientifica.

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289 ISBN

Mario Vegetti

Il coltello e lo stilo

Animali, schiavi, barbari e donne alle origini della razionalità scientifica

Petite Plaisance, ISBN 978-88-7588-228-0, 2018, pp. 192, Euro 20

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«La stagione culturale cui appartiene Il coltello e lo stilo va certo messa in contesto ma non può venire rimossa né esser soggetta ad alcuna damnatio memoriae; può anzi darsi che essa continui a restarci indispensabile, tanto sul piano intellettuale quanto appunto su quello dell’ethos».

Mario Vegetti

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Premessa alla nuova edizione del 2018

 Il coltello e lo stilo fu pubblicato nella primavera del 1979. Fin dalla sua comparsa, suscitò un vivace interesse, non solo, e non tanto, fra gli specialisti di antichistica, quanto presso un pubblico composito di lettori che frequentavano i territori che allora si chiamavano “cultura critica”: epistemologia, antropologia, psicoanalisi, ed eventualmente movimenti come quello femminista e animalista. Ne uscirono naturalmente diverse interpretazioni del senso e degli intenti del libro (dalla critica irrazionalistica ai fondamenti “violenti” della scienza, a una rivisitazione moderata di Foucault).
Nell’introduzione all’edizione del 1996, riprodotta in questo volume, ho tentato di delineare le coordinate culturali entro le quali Il coltello e lo stilo era stato concepito, e di indicare un punto di vista d’autore sulla collocazione del libro. Ha fatto però bene l’editore a ristampare qui la prima edizione, quella del 1979. Da un lato, questo restituisce ai primi lettori la possibilità di un rinnovato incontro con il testo; dall’altro, e soprattutto, consente a nuovi lettori l’accesso alla forma originale del libro ormai da gran tempo esaurita. Non è immotivato pensare che questa ristampa possa apparire a qualcuno come una riscoperta, e ridestare almeno in parte l’interesse e la discussione così vivaci tanti anni or sono. Se così fosse, potremmo augurare “bentornato” al Coltello e lo stilo.

Mario Vegetti

Febbraio 2018



Quarta di copertina

 

008   Il coltello, makhaira: che incide il corpo dell’animale sull’altare del sacrificio, nella bottega del macellaio, sul tavolo dello scienziato anatomista. La conoscenza dell’animale, ottenuta grazie al coltello anatomico, fonda nella scienza greca al tempo stesso una classificazione, a partire da Aristotele, e una medicina razionale, che culmina in Galeno. La ragione scientifica antica segue il trattato della dissezione anatomica: essa è in grado di classificare le varietà dell’umano – la donna, il barbaro, lo schiavo – con la precisione e la verità di cui l’anatomia è modello. Seguendo il percorso della ragione anatomica, questo libro tenta al tempo stesso di ricostruire un’anatomia della ragione, nei modi della sua genesi e della sua crescita: la traccia di una polarità fra homo sapiens e homo necans, fra il coltello dell’anatomo e lo stilo con cui si scrivono i trattati della scienza. Lo stilo, grapheion – cioè la scrittura, il trattato, la scuola: con questi strumenti e in questi luoghi il sapere della zoologia, dell’anatomia, dell’antropologia si organizza, si accumula, si predispone al commento. Il coltello e lo stilo segnano dunque uno del tragitti lungo i quali si è durevolmente snodata la razionalità scientifica europea.

 

 

 


Indice

Premessa alla nuova edizione

Introduzione alla seconda edizione

Nota preliminare

Avvertenza

Capitolo I
Animale, vivo o morto
Classificazione e razionalità scientifica

Capitolo II
Neutralizzazioni
Verità dell’anatomia, genesi della teoria

Capitolo III
Classificare gli uomini
Che cos’è un uomo
Che cos’è un vero uomo
Razze di uomini
Un animale lunare



Altri libri

di Mario Vegetti

 

 

Coperta cuore sangre cercello

Paola Manuli – Mario Vegetti

Cuore, sangue e cervello.
Biologia e antropologia nel pensiero antico. In Appendice:
Galeno e l’antropologia platonica.

indicepresentazioneautoresintesi

La questione del ruolo da assegnare nell’organismo al cuore, al sangue e al cervello, e in particolare di stabilire a quale, o quali, di essi tocchi il rango di principio egemone, la signoria nell’organismo stesso, sta al centro di una delle vicende più tormentate della storia della biologia greca. Il suo interesse va oltre quello della genesi di una teoria biologica, l’encefalocentrismo, che pure avrebbe consegnato al sapere occidentale tutta una serie di certezze durevoli e di importanza fondamentale. Questa vicenda è un caso tipico, metodologicamente esemplare delle questioni connesse alla storia della scienza antica, e più in generale alle fasi di gestazione di una teoria scientifica: in essa elementi e vettori exstrascientifici si compongono in un intreccio indissolubile con i “dati” positivi e pilotano la stessa costruzione della teoria.
Qui ogni decisione presa all’interno del discorso biologico circa il “principio” dell’organismo interagisce con le esigenze di una psicologia e di una antropologia le quali, di norma, si costruiscono al di fuori di quel discorso, e in ogni caso rappresentano istanze ideologiche molto più generali, concezioni complessive sull’uomo, sulla società, sul mondo.

Riccardo Chiaradonna – «Cuore, sangue e cervello» è insieme una ricerca sulle teorie mediche antiche e sui loro fondamenti metodologici. ed epistemologici


Coperta scritti con la mano sinistra

Mario Vegetti

Scritti con la mano sinistra

indicepresentazioneautoresintesi

Questi testi si caratterizzano per la loro coerenza, nei suoi aspetti di insistenza e resistenza. Insistenza, nel senso di continuare tenacemente a porre problemi e domande, senza variare disinvoltamente il punto di vista da cui l’interrogazione viene posta, rifiutando la convinzione secondo la quale sconfitte storiche sono di per sé la prova di errori nella teoria. E resistenza: che significa accettare i mutamenti imposti dalla riflessione e dalle cose stesse su cui ci si interroga, ma invece rifiutare pentitismi compiacenti, cedimenti corrivi alle mode correnti o alle “luci della ribalta”; restare fedeli, insomma, a ciò che di noi hanno fatto la nostra storia intellettuale e morale e la nostra collocazione.
Scritti con la mano sinistra, appunto. Nel doppio senso che si tratta, da un lato, di scritti marginali, parerga, rispetto al mio impegno professionale di studioso della filosofia antica; dall’altro, di scritti che rispecchiano più direttamente la mia collocazione politica, la mia presa di partito (la scelta “da che parte stare”). “A sinistra”, dunque. Una posizione alla quale mi consegnano la mia tradizione familiare, il mio percorso intellettuale e morale, la mia convinzione di un futuro possibile alternativo alla barbarie che attraversa il nostro tempo e ne minaccia l’orizzonte. E la stessa tensione razionale, lo stesso sforzo di comprensione e argomentazione, ispirano e sorvegliano (o almeno dovrebbero sorvegliare) sia il lavoro di ricerca sia la “presa di partito” che coinvolge l’uomo prima che il ricercatore.
Il libro è diviso in tre parti. Nella prima, Tra filosofia e politica, si discutono alcune problematiche filosofiche rilevanti dal punto di vista di interrogazioni che vengono, in senso lato, dalla politica. Nella seconda, Tra politica e filosofia, l’oggetto di indagine sono le prospettive della politica considerate da un punto di vista filosofico. Nella terza, Tra gli antichi e noi, si torna ad una riflessione sulla società e il pensiero dell’antichità dal punto di vista delle prospettive filosofico-politiche delineate.
Grandi interrogativi, dunque, per piccoli scritti, nell’intento di tenere aperto lo spazio dell’incertezza, di riproporre l’urgenza della riflessione, resistendo sia al cedimento di fronte all’omologazione del pensiero, sia alla rassegnazione di fronte all’estrema durezza dell’epoca. Non si tratta di un compito esclusivo del filosofo, e tanto meno dell’antichista, perché esso coinvolge la responsabilità morale e intellettuale di ognuno.


 

Marxismo e società antica, Feltrinelli, 1977

Marxismo e società antica, Feltrinelli

Opere di Ippocrate, UTET

Opere di Ippocrate, UTET

Ippocrate, Antica Medicina, Rusconi, 1998

Ippocrate, Antica Medicina, Rusconi

Introduzione alle culture antiche. Vol 2. Il sapetre degli antichi, Bollati Boringhieri 1992

Introduzione alle culture antiche. Il sapetre degli antichi, Bollati Boringhieri

Introduzione alle culture antiche. Vol. 3. L'esperienza religiosa antica, Bollati Borinchieri 1992

Introduzione alle culture antiche. L’esperienza religiosa antica, Bollati Boringhieri

Le opere psicologiche di Galeno, Bibliopolis

Le opere psicologiche di Galeno, Bibliopolis

Platone, La Repubbluca, Bibliopolis

Platone, La Repubblica, Bibliopolis

La Rapubblica di Platone nella tradizione antica, Bibliopolis

La Rapubblica di Platone nella tradizione antica, Bibliopolis

Galeno, Nuovi scritti autobiografici, Carocci

Galeno, Nuovi scritti autobiografici, Carocci

Dialoghi con gli antichi, Academia

Dialoghi con gli antichi, Academia

Platone, La Repubblica (Libri V-VI-VIII), Radar, 1969

Platone, La Repubblica (Libri V-VI-VIII), Radar

Platone, La repubblica, Rizzoli

Platone, La Repubblica, Rizzoli

Platone, Reoubblica, Libro 11, Lettera XIV. Socrate incontra Marx. Lo straniero di Treviri, Guida 2004

Platone, Reoubblica, Libro 11, Lettera XIV. Socrate incontra Marx. Lo straniero di Treviri, Guida

Platone. Las Repubblica, Laterza 2007

Platone. La Repubblica, Laterza

Tra Edipo e Euclide. Forme del sapere antico, Il Saggiatore

Tra Edipo e Euclide. Forme del sapere antico, Il Saggiatore

Polis e economia nella Grecia antica, Zanichelli

Polis e economia nella Grecia antica, Zanichelli

L'uomo e gli dei, Kindle Edition

L’uomo e gli dei, Kindle Edition

Guida alla lettura della Repubblica di Platone,Laterza, 2007

Guida alla lettura della Repubblica di Platone, Laterza

Quindici lezioni su Platone, Einaudi 2003

Quindici lezioni su Platone, Einaudi

Libertà e democrazia. La lezione degli antichi e la sua attualità, Ed. Casa della Cultura

Libertà e democrazia. La lezione degli antichi e la sua attualità, Ed. Casa della Cultura

Aristotele. Metafisica. Antologia, La Nuova Italia, 2001

Aristotele. Metafisica. Antologia, La Nuova Italia

Incontro con Aristotele. Quindici lezioni, Einaudi 2016

Incontro con Aristotele. Quindici lezioni, Einaudi

L'etica degli antichi, Laterza, 2010

L’etica degli antichi, Laterza

«Un paradigma in cielo». Platone politico da Aristotele al Novecento, Carocci 2016

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Chi comanda nella città. I greci e il potere, Carocci 2017

Chi comanda nella città. I greci e il potere, Carocci

 


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Levis Mumford (1895-1990) – Gli utopisti trattano sempre la società come un tutto unico. La nostra civiltà ha poi diviso la vita in compartimenti. Sono giunto dunque a considerare il pensiero utopista come l’opposto dello spirito unilaterale, partigiano, specialistico.

Levis Mumford

Anche la più ingenua utopia possiede qualità umane
che mancano del tutto nei progetti dei super-uomini.
L. Mumford

 

Storia dell'utopia

Storia dell’utopia

Introduzione di Franco Crespi Traduzione di Roberto D’Agostino, Donzelli, 2008.


014  

«Ogni comunità, oltre alle istituzioni in vigore, possiede una riserva di potenzialità, che in parte sono radicate nel passato, ancora vive anche se celate, e in parte derivano da nuovi rapporti e mutamenti, che aprono la via ad ulteriori sviluppi».

 

Levis Mumford, Storia dell’utopia.


 

 

008   «Poco dopo la prima guerra mondiale, io vivevo ancora nel clima di speranza della generazione passata; ma mi rendevo conto che l’entusiasmo del grande XIX secolo era giunto alla fine. Quando ho iniziato ad esaminare storicamente le utopie, intendevo chiarire che cosa in esse fosse andato perduto e definire che cosa fosse ancora valido. Fin dal principio ero conscio di una virtù che era stata inspiegabilmente trascurata: le opere classiche degli utopisti trattavano sempre la società come un tutto unico e tenevano conto dei rapporti esistenti tra funzioni, istituzioni e fini dell’uomo. La nostra civiltà ha poi diviso la vita in compartimenti. Sono giunto dunque a considerare il pensiero utopista come l’opposto dello spirito unilaterale, partigiano, specialistico»

Anche la più ingenua utopia che sia stata mai scritta, possiede qualità umane che mancano del tutto nei progetti dei «super-uomini» di scienza e degli individui dalla cieca morale che hanno inventato l’attuale strategia russo-americana di sterminio totale. Gli utopisti, pur avendo sopravvalutato le forze degli ideali, sono chiaramente in possesso delle loro facoltà e vicini alla realtà umana, molto più dei «realisti» – scienziati e militari – che hanno trasformato l’uso delle armi assolute in un ideale di costrizione. Questi cervelli sottosviluppati sono pronti a decimare e ad annientare la razza umana piuttosto di rinnegare le arbitrarie e irrazionali premesse sulle quali hanno posato la loro corrotta e ormai fallimentare strategia. I responsabili delle attività scientifiche, tecnologiche e militari che hanno più disprezzato la funzione degli ideali, trasformano oggi in un nuovo ideale l’espansione della loro capacità di distruzione e di sterminio.

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Ludovico Geymonat (1908-1991) – L’intellettuale non-conformista, per svolgere la sua funzione, deve militare fuori dei partiti burocratizzati, ed eventualmente contro di essi. Questa sua funzione non può essere svolta per intero senza un rapporto organico con le masse. un rapporto organico con le masse non richiede la mediazione dei partiti.

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008[…] Non ci sono dubbi che la nozione di intellettuale organico debba essere superata. […] l’obbiettivo della rivoluzione è stato accantonato dagli eredi di Gramsci e la vita «provvisoria» entro le strutture pluralistiche pare diventata definitiva. Nonostante questo, la macchina e l’intellettuale di Gramsci sono sopravvissuti. È sopravvissuto un rigido apparato di persuasori senza più alcuno scopo, se non la sua stessa riproduzione su scala allargata, entro questa società. […]

 Quel che mi preme è che esso venga riconosciuto come autentico problema con tutte le sue conseguenze:


1) che l’intellettuale non-conformista – per svolgere la sua funzione – deve militare fuori dei partiti burocratizzati, ed eventualmente contro di essi;

2) che questa sua funzione non può essere svolta per intero senza un rapporto organico con le masse;
3) che un rapporto organico con le masse non richiede la mediazione dei partiti.



Il ruolo dei partiti nella società contemporanea. Ho tentato di mettere in luce il loro crescente contrasto con la società civile, conseguente allo sviluppo di strutture burocratiche rigide ai loro vertici. Dato che i partiti costituiscono l’asse della così detta vita democratica, questo contrasto mi sembra dovrebbe essere sufficiente a raffreddare gli entusiasmi di tutta la sinistra verso l’attuale sistema democratico-parlamentare e indurli a riflettere seriamente sui modi del suo superamento. È qui che entra in gioco l’analogia – da un lato – tra teorie scientifiche e patrimonio scientifico-tecnico, e – dall’altro – tra ordinamenti giuridici e società civile. La pretesa di assolutizzare l’ordinamento odierno con le sue libertà formali e assumerlo come criterio per valutare tutte le altre società, è tanto regressiva quanto quella di assumere una particolare teoria scientifica, per quanto potente e riuscita, come punto di arrivo insuperabile. Così come è l’impatto del patrimonio scientifico-tecnico a vanificare le seconde, allo stesso modo è l’impatto della società civile a vanificare le prime. Nel caso in esame, è la crescente incapacità dei partiti di valorizzare e utilizzare l’iniziativa di individui e di gruppi che non accettano di inserirsi nelle loro burocrazie, e – quel che è peggio – la loro tendenza a soffocare questo tipo di iniziative.


Non c’è in questa tua posizione una polemica implicita contro la nozione di intellettuale organico di Gramsci?

Non ci sono dubbi che la nozione di intellettuale organico debba essere superata. Era una nozione perfettamente coerente con la visione del partito di Gramsci, di un partito che doveva bensì vivere provvisoriamente entro le strutture pluralistiche della «democrazia» borghese, ma la cui vera funzione era quella di rovesciarle per instaurare la dittatura del proletariato. La sua struttura doveva quindi riflettere questa funzione senza lasciarsi «corrompere» dall’ambiente in cui provvisoriamente doveva operare. Dato che – in una società complessa come quella italiana – questa macchina per la rivoluzione non avrebbe potuto dare tutti i suoi frutti senza il «consenso», a questo dovevano pensare gli intellettuali.
Ma l’obbiettivo della rivoluzione è stato accantonato dagli eredi di Gramsci e la vita «provvisoria» entro le strutture pluralistiche pare diventata definitiva. Nonostante questo, la macchina e l’intellettuale di Gramsci sono sopravvissuti. È sopravvissuto un rigido apparato di persuasori senza più alcuno scopo, se non la sua stessa riproduzione su scala allargata, entro questa società. E gli altri partiti, quelli a così detta «struttura interna democratica», hanno più o meno seguito questo esempio. Una delle conseguenze di siffatto processo di subordinazione di tutte le istanze della vita civile, sia culturale che economica, è stata da un lato l’eclisse di ogni creatività intellettuale – con l’eccezione forse del campo della ricerca scientifica in senso stretto, proprio perché questa è finora riuscita a conservare una organizzazione autonoma rispetto ai partiti – e dall’altro l’avvio di un’economia assistita e clientelare in cui i parametri decisionali sono costituiti quasi esclusivamente dagli interessi delle strutture burocratiche dei partiti.

Dunque al livello delle strutture profonde un’evoluzione per certi versi analoga a quella dell’Unione Sovietica.

Non credo infatti che dobbiamo farci ingannare dalla schiuma di superficie. Certo, in Italia gli intellettuali discutono, polemizzano, dissentono liberamente, ma entro ben determinati limiti e per lo più in forme puramente retoriche. Mancano, a ben guardare, sia un’autentica creatività intellettuale sia una seria possibilità di interventi efficaci – sulle strutture della società – al di fuori di quelli voluti dai vertici dei partiti. Con una sola differenza rispetto all’URSS: i sovietici hanno bisogno della polizia per ottenere il conformismo; noi siamo più maturi, ne abbiamo meno bisogno. Inoltre, anche per quanto riguarda l’URSS, le ragioni di questa degenerazione vanno cercate nella transizione dal partito di lotta di Lenin al partito di governo di Stalin senza che la struttura interna del partito venisse mutata in vista del cambiamento di funzioni.


In questo spazio interamente coperto dai partiti
che tendono a fungere quali partiti di governo come dovrebbe muoversi l’intellettuale non-conformista?

 Può ben darsi che questa specie – dopo la sua stagione d’oro nel ‘700 – sia ormai in via di estinzione … Alcuni esemplari sopravvivono ancora in quello spazio che fino ad oggi meno ha subito la pressione dei partiti, e cioè l’Università. Certo in Italia la situazione è peggiore che in Francia o in Inghilterra. Non è affatto escluso che la degradazione in cui l’Università è stata spinta dalla complicità di tutti i partiti sia stata un modo indiretto per piegare queste resistenze, per far scomparire queste zone di relativa libertà di ricerca. Ma anche se riuscissimo a salvare queste «zone franche», difficilmente la funzione dell’intellettuale non conformista potrebbe esaurirsi entro di esse. Senza un rapporto organico con le masse, si regredisce alla figura dell’intellettuale di tipo illuminista che è del tutto inadeguata rispetto alle esigenze di società come le nostre in cui il ruolo delle masse è decisivo.

Ma le masse sono nei partiti. Dunque un rapporto con le prime deve passare attraverso i secondi. Fuori dai partiti, fuori dalle masse?

 Non lo credo affatto. Quel che la Chiesa prima, e poi quei suoi moderni sostituti che sono i partiti (nel senso sopra accennato del termine), hanno tentato di fare sistematicamente, è stato di liquidare i movimenti di massa, o reprimendoli o riassorbendoli. Ciò mostra l’esistenza di una profonda frattura tra partiti e masse.

Ma non è affatto chiaro come l’intellettuale non-conformista possa occupare questo spazio vuoto.

 Per questo problema non ho soluzioni. Quel che mi preme è che esso venga riconosciuto come autentico problema con tutte le sue conseguenze:

1) che l’intellettuale non-conformista – per svolgere la sua funzione – deve militare fuori dei partiti burocratizzati, ed eventualmente contro di essi;
2) che questa sua funzione non può essere svolta per intero senza un rapporto organico con le masse;
3) che un rapporto organico con le masse non richiede la mediazione dei partiti.

Sotto quale forma possa organizzarsi questo rapporto e in che modo debba svolgersi questa militanza fuori dai partiti burocratizzati, questo è un problema aperto. Ma – ripeto – non riusciremo mai a risolverlo senza rico noscerlo come tale, chiaramente, spregiudicatamente.

Ludovico Geymonat, Paradossi e rivoluzioni. Intervista su scienza e politica, a cura di Giulio Giorello e Marco Mondadori, il Saggiatore, 1979, pp. 126-129.

«Ludovico Geymonat, un intellettuale “indisciplinato” rispetto all’ortodossia dei partiti che per varie ragioni respingevano – spesso in modo sbigativo – atteggiamenti autonomi, proposte innovative e di critiche alla cultura […]». Mario Quaranta


Ludovico Geymonat

Nato a Torino l’11 maggio 1908, deceduto a Rho (Milano) il 29 novembre 1991, filosofo e matematico. È considerato uno dei più importanti filosofi italiani del Novecento. Di famiglia valdese, si era laureato in filosofia all’Università di Torino nel 1930 e, due anni dopo, aveva conseguito la laurea in matematica. Durante il ventennio, avendo rifiutato di iscriversi al PNF, gli fu preclusa la carriera accademica; si mantenne insegnando in scuole private.

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Nel 1942, Geymonat aderì al Partito comunista clandestino e, dopo l’armistizio, fece della sua casa di Barge il centro organizzativo delle Brigate Garibaldi della zona.
I fascisti lo arrestarono nel novembre del 1943, ma il professore, incarcerato a Saluzzo, fu rilasciato per mancanza di prove. Prese così la strada dei monti e, con il nome di copertura di “Luca Ghersi”, divenne commissario politico della 55° Brigata “Carlo Pisacane”, operante nella valle del Po.
Dopo la Liberazione, Geymonat (che fu capo redattore dell’edizione piemontese de l’Unità e assessore al Comune di Torino), intraprese l’insegnamento universitario.
Dal 1956 al 1978, tenne all’Università di Milano la prima cattedra di Filosofia della scienza istituita in Italia. Partecipò anche alla fondazione del Centro di Studi metodologici di Torino e, nel 1963, cominciò a dirigere la collana di classici della Scienza, della Casa editrice UTET.
Negli ultimi anni della sua vita, Geymonat lasciò il PCI, si avvicinò a Democrazia Proletaria e aderì, infine, al Partito della Rifondazione Comunista. Grande divulgatore della storia della filosofia (molto diffuso nei Licei il suo manuale Storia del pensiero filosofico e scientifico), Geymonat ha lasciato molte importanti opere. Ricordiamo: Il problema della conoscenza nel positivismo (1931), La nuova filosofia della natura in Germania (1934), Studi per un nuovo razionalismo (1945), Saggi di filosofia neorazionalistica (1953), Galileo Galilei (1957), Filosofia e filosofia della scienza (1960), Scienza e realismo (1977). Di Geymonat sono anche i sette volumi della Storia del pensiero filosofico e scientifico, scritti tra il 1970 e il 1976. Del 1974 è Attualità del materialismo dialettico, in collaborazione con Bellone, Giorello e Tagliagambe e, del 1986 (con Giorello e Minazzi) Le ragioni della scienza.

Geymonat e Dal Pra

Geymonat e Dal Pra


Ludovico Geymonat (1908-1991) – Si sostiene oggi da varie parti che nel mondo attuale non vi è più posto per la filosofia. Io non sono affatto di questo parere. Le ricerche specialistiche non si rivelano in grado di generare un’autentica cultura.


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