Karl Jaspers (1883-1969) – La discussione con i teologi si arresta sempre nei punti più decisivi. Un vero dialogo richiede che si ascolti e si risponda realmente, non tollera che si taccia o si eviti la questione.

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«È una sofferenza della mia vita, che si affatica nella ricerca della verità, il constatare che la discussione con i teologi si arresta sempre nei punti più decisivi, perché essi tacciono, enunciano qualche proposizione incomprensibile, parlano d’altro, affermano qualcosa di incondizionato, discorrono amichevolmente senza aver realmente presente ciò che prima s’era detto, e alla fine non mostrano alcun autentico interesse per la discussione. Da una parte infatti si sentono sicuri, terribilmente sicuri, nelle loro verità, dall’altra par loro che non valga la pena prendersi cura di noi, uomini duri di cuore. Ma un vero dialogo richiede che si ascolti e si risponda realmente, non tollera che si taccia o si eviti la questione, e soprattutto esige che ogni questione fideistica, in quanto enunciata nel linguaggio umano, in quanto rivolta a oggetti e appartenente al mondo, possa essere messa di nuovo in questione, non solo esteriormente e a parole, ma dal profondo di noi stessi. Chi si trova nel possesso definitivo della verità non può parlare veramente con un altro, perché interrompe la comunicazione autentica a favore del suo contenuto di fede».

Karl Jaspers, La fede filosofica, a cura di U. Galimberti, Cortina, 2005, pp. 132-133.


Karl Jaspers (1883-1969) – Solo attraverso la verità diveniamo liberi, la verità è la dignità dell’uomo.
Karl Jaspers (1883-1969) – Filosofare presuppone una visione del mondo ed è espressione specifica di un se-stesso originariamente libero. Filosofano veramente solo quegli uomini che sono originariamente se stessi e che nel filosofare si incontrano e si legano tra loro.
Karl Jaspers (1883-1969) – La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità e risulta dall’intreccio di pensiero e vita, compiendo l’uomo una metamorfosi di se stesso.

 


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Karl Jaspers (1883-1969) – La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità e risulta dall’intreccio di pensiero e vita, compiendo l’uomo una metamorfosi di se stesso.

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La coscienza della verità deve ricrescere ogni volta di nuovo in ogni epoca storica

La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità

La verità risulta dall’intreccio di pensiero e vita

Conquistare la verità significa che l’uomo
deve compiere una metamorfosi di se stesso

La verità è costituita dal processo di educazione ed autoeducazione
in un mondo in via di formazione

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La coscienza della verità deve ricrescere ogni volta di nuovo in ogni epoca storica

«L’offuscamento della coscienza della verità è […] espressione della mancanza di ordine tipica di questa epoca storica.

La coscienza della verità non si trova semplicemente già qui presente in una immediatezza vivente. Essa deve piuttosto ricrescere ogni volta di nuovo in ogni epoca storica e negli uomini che ne fanno parte: cresce attraverso la tradizione in quel processo di formazione dell’umanità che essa stessa ha acquisito; questo processo incomincia, stando alla nostra memoria, con i Greci, ha il proprio retroterra culturale in Asia e nell’oscurità misteriosa della preistoria, e sorge dall’esperienza del mondo nell’agire interiore del singolo che appartiene alla propria comunità.

La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità

La coscienza della verità ha la propria fonte in una profondità a partire dalla quale si fa incontro all’intelletto ciò che diventa chiaro solo grazie ad esso. La verità non è semplicemente presente né nell’intelletto né nel sentimento. Io non posso, contro l’intelletto, fare appello al sentimento, all’istinto, agli impulsi, ma nemmeno vedere nell’oscurità solo una riprovevole insensatezza a causa di una qualche superbia intellettuale. La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità, che ha anche nel sentimento un modo d’esserci sì immediato (e come tale di per sé ancora incomunicabile), ma che non può essere trascurato. Il sentimento diventa vero solo quando ciò che si trova in esso diventa un pensiero chiaro e un’azione sensata o assume una figura visibile.

La verità risulta dall’intreccio di pensiero e vita

La verità risulta dall’intreccio di pensiero e vita, mentre l’offuscamento della coscienza della verità nasce dalla decadenza: qui rimane, al posto della verità, la vuotezza dell’intelletto e la cecità della vita vissuta, rimangono l’inaffidabilità e l’instabilità di entrambi. L’uomo diventa se stesso sulla via della verità concentrandosi e costituendo un legame unitario tra elementi che spingono per separarsi. Distraendosi, l’uomo si perde, facendo appello alternativamente al mero intelletto o al mero istinto, senza mai essere qui presente in quanto se stesso. L’uomo autentico percepisce come estraneo alla sua essenza il fare, l’essere e il sentire, qualora questi siano separati dal pensiero. Egli infatti non ha mai certezza e autocoscienza senza pensare; ma al tempo stesso esperisce come altrettanto estraneo alla sua essenza il pensiero fuori dal tempo e lontano dalla realtà. Infatti il suo pensiero è vero per lui solo entrando nel tempo, divenendo vita e legandosi come tale alla realtà storica.

Conquistare la verità significa che l’uomo
deve compiere una metamorfosi di se stesso

L’offuscamento della coscienza della verità in un mondo in decadenza sollecita, come ha fatto fin dai sofisti greci e come fa sempre di nuovo, alla chiarezza di ciò che è autenticamente vero. Ma non si può ottenere la verità attraverso affermazioni apparentemente ovvie, perché una verità perduta non può essere ritrovata con asserzioni dogmatiche che saltano fuori dal nulla. Conquistare la verità significa che l’uomo deve compiere una metamorfosi di se stesso, passando da una condizione confusa e cieca ad una condizione chiara della propria essenza in quel mondo che egli stesso occupa: ciò è possibile solo se egli afferra l’essere nella sua realtà effettiva.

La verità è costituita dal processo di educazione ed autoeducazione
in un mondo in via di formazione

La verità non è mai costituita, nella sua pienezza sostanziale, dal solo pensiero filosofico, ma dal processo di educazione ed autoeducazione in un mondo in via di formazione. In considerazione di ciò, però, si chiarisce che la verità si costituisce, filosofando, a partire dall’esperienza comune di questo destino».

Karl Jaspers, Della verità. Logica filosofica, trad. di Diego D’Angelo, Bompiani, 2015, pp. 9 e 11.


Karl Jaspers (1883-1969) – Solo attraverso la verità diveniamo liberi, la verità è la dignità dell’uomo.
Karl Jaspers (1883-1969) – Filosofare presuppone una visione del mondo ed è espressione specifica di un se-stesso originariamente libero. Filosofano veramente solo quegli uomini che sono originariamente se stessi e che nel filosofare si incontrano e si legano tra loro.

 


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Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – La mente deve essere addestrata, calzata e stretta in stivali spagnoli, perché s’incammini con prudenza sulle vie del pensiero, e non sfavilli come un fuoco fatuo.

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La libertà come la vita
si merita soltanto chi ogni giorno
la dovrà conquistare».
J.W. Goethe, Faust.

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Vi consiglio per questo, caro amico,
di cominciare dal Collegium Logicum.
La mente vi sarà addestrata bene,
calzata e stretta in stivali spagnoli,
perché s’incammini con prudenza
sulle vie del pensiero, d’ora in poi,
e non sfavilli come un fuoco fatuo
di qua e di là, per dritto e per rovescio […].
Entra il filosofo, e vi dimostra
che deve essere così per forza:
se così sono Primo e Secondo,
così saranno il Terzo e il Quarto;
se non ci fossero Primo e Secondo,
il Terzo e il Quarto non ci sarebbero […].

 

 

Johann Wolfgang von Goethe, Faust. Urfaust, Volume I, trad. it. di A. Casalegno, Garzanti, 1974, pp. 115-118.


Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Non si può chiedere al fisico di essere filosofo; ma ci si può attendere da esso che abbia sufficiente formazione filosofica
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Qualunque sogno tu possa sognare, comincia ora.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questa è l’ultima conclusione della saggezza: la libertà come la vita si merita soltanto chi ogni giorno la dovrà conquistare.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ma le notti Amore mi vuole intento a opere diverse: vedo con occhio che sente, sento con mano che vede.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Nell’uomo vi è una scintilla più alta, la quale, se non riceve nutrimento, se non è ravvivata, viene coperta dalle ceneri della necessità e dell’indifferenza quotidiana.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ciascun momento, ciascun attimo è di un valore infinito. Noi esistiamo proprio per rendere eterno ciò che è passeggero.

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Amitav Ghosh – Non si può nemmeno cominciare ad affrontare i cambiamenti climatici se si parte dal livello individuale. Oggi è più che mai indispensabile immaginare innanzitutto una collettività umana.

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La garnde cecità

Le scelte individuali di stili di vita e di consumo sono senza dubbio rilevanti. E oggi l’individuo sembra scomparire di fronte alla produzione di massa del desiderio di merci. Al tempo stesso però tutti i problemi sono visti come il frutto esclusivo di scelte individuali, mentre non si può nemmeno cominciare ad affrontare i cambiamenti climatici se si parte dal livello individuale. Queste illusioni sono il frutto dell’egemonia della cultura neoliberista, che pretende di ricondurre tutto all’individuo.

Si scrive molto d’«impronta ecologica». Ma negli Stati Unio ti si dimentica che il più grande consumatore energetico, e produttore di gas serra, è proprio il Pentagono. È questa la strana cecità che occulta i fattori strutturali. Credo che il primo capitolo di Furore di Steinbeck sia una «climate novel» ante litteram e ci spiega con straordinaria efficacia l’importanza decisiva dell’azione collettiva. Oggi è più che mai indispensabile immaginare innanzitutto una collettività umana per poter combattere il cambiamento climatico (il manifesto, 196-05-2017, p. 10).

Amitav Ghosh, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, Neri Pozza, 2017.

 

 

 


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Salvatore Antonio Bravo – La filosofia è resistenza che magnifica i piani d’immanenza nell’incontro del presente con il passato aprendosi al futuro. Gli pseudofilosofi rendono omaggio, con la loro presenza acclamata, alla commedia mediatica della democrazia: criticano, ma non propongono nulla.

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L’opera di Gilles Deleuze – Felix Guattari, Che cos’è la filosofia?, ci invita ad una riflessione sul senso della filosofia e della pratica filosofica. La filosofia è sotto assedio, sembra arretrare, i suoi spazi divengono sempre più limitati e, in taluni casi, il posticcio cerca di occupare lo spazio da essa lasciato libero. Il ripiegamento dei filosofi nella dimensione normo-temperata degli ambienti accademici, l’assenza del logos filosofico nella politica, sta consentendo non solo l’omologazione, ma soprattutto la regressione sociale e, con essa, il riemergere di immagini del mondo in cui la tensione del logos è sostituita dalla dismisura della glebalizzazione–globalizzazione. La Filosofia vive dell’antitesi, la sua apertura diventa riposizionamento verso lo stato presente, è prassi trasformatrice mediante i concetti vissuti. Creare nuovi piani d’immanenza, di pensiero, significa ridisegnare la cartografia dei significati. La Filosofia diventa in tal modo prassi trasformatrice. Deleuze e Guattari denuncino il tentativo di sostituirla con modesti succedanei: sociologia, epistemologia, psicanalisi ecc. al fine di neutralizzarne la carica rivoluzionaria e critica. La si accoglie, la si spettacolarizza per anestetizzare il pensiero divergente: «Più recentemente la filosofia si è imbattuta in molti nuovi rivali. Furono prima le scienze dell’uomo, e in particolare la sociologia, a volerla rimpiazzare. Ma poiché la filosofia aveva trascurato sempre più la sua vocazione a creare concetti per rifugiarsi negli Universali, non si sapeva bene quale fosse la sua funzione» (G. Deleuze – F. Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino, 1996, introduzione p. XVIII) . Nega così la sua vocazione, ovvero: creare concetti, dialettizzarli, ripensare il presente. Ogni concetto ripensato e razionalizzato come l’araba fenice rinasce a nuova vita e diviene volano per nuove prospettive. La filosofia necessita del coraggio del pensiero: pensare significa ridisporsi in uno spazio altro, rompere con il conformismo omologante dei facili successi, accettare il rischio della solitudine come un’opportunità per capire. Creare concetti significa vivere il caos dionisiaco e gioioso della vita e delle sue infinite possibilità per operare in esso il taglio come lo definiscono i due filosofi, ovvero una concettualizzazione, un atto creativo con il quale ridefinire la contingenza e l’immagine del mondo: «Il piano d’immanenza prende in prestito dal caos le determinazioni con cui compone i suoi movimenti infiniti, i suoi tratti diagrammatici. Si può, si deve quindi supporre una molteplicità di piani, poiché nessuno di essi potrebbe da solo abbracciare tutto il caos senza ricadervi; oltretutto, ciascuno ritiene solo i movimenti che si lasciano piegare insieme» (ibidem, p. 40). I piani d’immanenza sono infiniti e stratificati, le possibilità del pensiero sono innumerevoli e nessun taglio potrà mai impedire nuove concettualizzazioni. La filosofia è libera, perché esplora sempre nuovi piani; le sue mani conoscono continuamente l’atto della liberazione dalle catene dell’ignoranza come lo schiavo nella caverna di Platone. Denuncia, con il solo suo esserci, ogni riduzionismo: oggi deve confrontarsi con il capitalismo assoluto, il quale nega la possibilità del pensiero, sostituito dalla sola libertà delle merci e dei corpi. Il sistema capitale, con la dismisura, ipostasi del liberismo, assolutizza solo un piano di immanenza: la mercificazione di tutto, la riduzione a quantità di ogni evento per poterlo controllare; ogni piano d’immanenza altro è marginalizzato, ridotto al silenzio. La filosofia, ciò malgrado, vive. L’epoca delle passioni tristi è l’epoca dell’asfissia della speranza, la pressione mediatica e politica nelle sue forme degenerate verso il ‘’si dice’’ ‘’si pensa’’, e dunque la chiacchiera, mostra la sua fragilità negli effetti depressivi che provoca e specialmente nell’incapacità dell’immanenza del pensiero unico a risolvere le sue innumerevoli contraddizioni.
È la corrente calda che E. Bloch paragonava al rosso caldo contrapposto al rosso freddo della corrente gelida, sterile e portatrice del pensiero verticale. La filosofia emancipa e, come tale, partecipa alla vita, la vivifica con la sua rivoluzione attiva: «Il concetto è il contorno, la configurazione, la costellazione di un evento a venire. I concetti in questo senso appartengono a pieno titolo alla filosofia, perché è essa che li crea e non smette di crearne. Il concetto è evidentemente conoscenza, ma conoscenza di sé: esso conosce il puro evento, che non si confonde con lo stato delle cose nelle quali si incarna. Quando la filosofia crea dei concetti, delle entità, il suo scopo è sempre di cogliere un evento dalle cose e degli esseri. Allestire il nuovo evento delle cose e degli esseri, dare loro sempre un nuovo evento: lo spazio, il tempo, la materia, il pensiero, il possibile come eventi…» (ibidem, pp. 22-23).
La sua processualità, mentre crea, fa riaffiorare il tempo della speranza senza identificarsi con il concetto. Essa, in quanto attività creatrice e critica, non si identifica con lo stato irrigidito delle cose, dei concetti del sistema, ma è sempre oltre, è attività vitale che ripensa il già stato per dargli nuovi significati.
Possiamo comprendere l’ostilità del sistema capitale verso una forma di conoscenza che dalla rinuncia alla verticalità, alla gerarchizzazione passiva, trae la dinamicità plastica per percorsi consapevolezza. La Filosofia, precisano gli autori non è l’arte di criticare i concetti; è molto di più, pone le condizioni per concettualizzazioni alternative, per nuovi piani di pensiero: «Criticare significa soltanto constatare che un concetto svanisce, perde alcune sue   componenti o ne acquisisce altre che lo trasformano nel momento in cui viene immerso in un nuovo concetto. Ma coloro che criticano senza creare, che si limitano a difendere ciò che è svanito senza potergli dare le forze per ritornare in vita, costoro sono la piaga della filosofia. Questi polemisti, questi comunicatori sono animati dal risentimento. Non parlano che di se stessi lasciando che si affrontino delle vuote generalità. La filosofia ha orrore delle discussioni, ha sempre altro da fare» (ibidem, p. 19).
I mezzi di comunicazione vorrebbero il requiem della filosofia, quando illustri accademici o pseudofilosofi rendono omaggio, con la loro presenza acclamata, alla commedia della democrazia: criticano, ma non propongono nulla, non trasformano la critica nella speranza che mobilita verso l’uscita della caverna. Sono la piaga della filosofia perché fortificano la retorica democratica con la benedizione della filosofia addomesticata, usata in funzione del potere e dunque ombra della sua autentica finalità.
La filosofia è uno scandalo perché aspira alla conoscenza, e fa della parola motivo d’incontro con sé e con chi è disposto alla ricerca. Il piano d’immanenza è luogo della comunità nel quale le tensioni sono l’apertura al pubblico, alla vita nelle sue dimensioni, che presuppongono l’identità dell’io, sottratto alla liquidità dei nostri tempi: perché nel pensiero si conosce, e dunque scolpisce la sua statua interiore, come affermava Plotino. La filosofia deterritorializza e riterritorializza i concetti, denuncia lo stato presente del capitalismo assoluto in cui i diritti individuali convivono con le violenze più inaudite. La filosofia con la concettualizzazione è la resistenza di cui si sente sempre più nostalgia: «Quantunque la filosofia si riterritorializzi sul concetto, non ne trova la condizione nella forma presente dello Stato democratico o in un cogito di comunicazione ancora più dubbio del cogito di riflessione. Non ci manca certo la comunicazione, anzi ne abbiamo troppa; ci manca la creazione. Ci manca la resistenza al presente. La creazione dei concetti fa appello di per sé a una forma futura, invoca una nuova terra e un popolo che non esiste ancora» (ibidem, p. 101).
La filosofia è resistenza che magnifica i piani d’immanenza nell’incontro del presente con il passato aprendosi al futuro. Deve tornare ad essere cerniera tra le moltitudini ed i movimenti che accolgono le urgenze del presente ma sono privi di un progetto politico alternativo al presente in modo da unire la comunità verso una nuova possibilità, verso un nuovo tempo in cui raccogliersi per pensare.

Salvatore Antonio Bravo

 

 


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Marco Tullio Cicerone (106 a.C.-43 a.C.) – Forse che la vecchiaia ridusse al silenzio i filosofi nel loro studio? O in tutti la pratica degli studi non durò quanto la vita? Quando i figli citano i giudizio i padri come rimbambiti.

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Sofocle compose tragedie sino all’estremo limite della vecchiaia; poiché per questa sua passione sembrava trascurare il patrimonio di famiglia, fu citato in giudizio dai figli affinché, allo stesso modo in cui secondo il nostro costume si è soliti interdire i padri che male amministrano il patrimonio, così i giudici lo allontanassero, come se fosse un rimbambito, dal patrimonio domestico; allora si narra che il vecchio recitasse davanti ai giudici quella tragedia che aveva tra le mani e che da poco aveva composto, l’Edipo a Colono, e chiedendo poi se ad essi quel carme sembrava opera di un rimbambito; dopo averla declamata, fu prosciolto dalla sentenza dei giudici.
Forse dunque lui, forse Omero, Esiodo,[…] forse i primi tra i filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Senocrate, forse poi Zenone […], li ridusse la vecchiaia al silenzio nei loro studi? O in tutti la pratica degli studi non durò quanto la vita?

Marco Tullio Cicerone, Cato Maior de senectute [44 a. C.].

 

Cato maior de senectute, traduzione di Luigi Chiosi.


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Salvatore Antonio Bravo – La società dei cacciatori. L’atomismo sociale e la deriva individualista dei nostri giorni, trovano la loro sostanza in un’immagine esplicativa della condizione umana postmoderna: il cacciatore.

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Z. Bauman,  Modus vivendi

La società dei cacciatori

L’atomismo sociale e la deriva individualista dei nostri giorni, trovano la loro sostanza in un’immagine esplicativa della condizione umana postmoderna: il cacciatore.
L’educazione all’imprenditorialità postulato e dogma della contemporaneità significa pratica della caccia, come in ogni attività venatoria i trofei sono esibiti al fine muscolare di intimorire e terrorizzare ogni altro cacciatore. L’esibizione avviene nella rete, dove persone e cose sono esposte dai momentanei cacciatori quali trofei che ritagliano una temporalità in cui sono stati cacciatori e non prede. L’immagine di Bauman si presta ad una pluralità di significati: in un pianeta globale nel quale la linea di demarcazione è tra vite da cacciatori e vite di scarto, in cui la paura liquida diviene vergogna di essere preda, il cacciatore esibisce il trofeo per mostrare di non essere stato predato, in tal modo mostra i denti e si rassicura. Si assiste all’ontologia della caccia: «La caccia è un’occupazione a tempo pieno, consuma una gran quantità di attenzione e di energie, non lascia quasi tempo per qualsiasi altra cosa; e perciò impedisce di rendersi conto che si tratta di un compito senza fine, e rinvia alle calende greche il momento in cui guardare in faccia il fatto che il compito non potrà mai essere portato a termine».[1] La deregulation in ogni campo – dall’economico alle relazioni – espone ciascuno di noi sull’abisso; in ogni momento il soggetto da ‘soggetto’ può divenire ‘oggetto’, per cui il timore di essere diventato vita di scarto, rifiuto urbano, spinge a mostrare che si è nella linea dei vincenti, dei globalizzanti. È la nuova vergogna della società dell’impresa: se non predi, sei colpevole; sei non ti trasformi in pescecane, fai parte delle vite di scarto. I perdenti sono e divengono il problema, sono le nuove streghe planetarie da cui difendersi, sono la causa di ogni male, per cui – se ci si trova dalla parte dei vincenti – si devono erigere palizzate fisiche e mentali contro le orde che minano il privilegio del vincente secondo il quale «la natura vuole che si lotti, si vinca o si perda»: «Il nuovo e sempre più diffuso folklore urbano assegna alle vittime dell’esclusione planetaria il ruolo dei “cattivi”, raccogliendo, combinando e riciclando la tradizione delle storie terrificanti, costantemente e sempre più largamente richieste, oggi come in passato, per effetto delle insicurezze della vita in città».[2]
Ogni possibilità è esclusa dal pensiero, per cui ci si muove per predare qualsiasi cosa: un’immagine da postare, un corpo da consumare, una proprietà da spogliare ad altri, una terra da saccheggiare. Tutto deve diventare trofeo da mostrare per “mostrare” che non si è caduti nell’abisso delle vite di scarto. Si è colpevoli se si perde, se il risultato – a prescindere dal mezzo – non è stato raggiunto, per cui ogni mezzo è moralmente legittimato dalle pressioni indebite alla violenza materiale. La sorpresa è verificare che nei mezzi di informazione ci si stupisca della violenza psicologica o fisica benché la struttura ideologica –nella quale si naviga sempre a vista –, sia ontologicamente violenta. Hobbes potrebbe assistere allo stato di natura in diretta, ovunque alberga il cacciatore che in modo ossessivo passa da un obiettivo all’altro. La capacità simbolica che umanizza, il pensiero che chiede il senso e riconfigura il suo presente all’interno dell’esperienza umana che si estende dal passato al futuro è censurata dall’azione continua, dal muoversi del predatore uomo all’interno delle giungle in cui in ogni attimo può divenire preda: è l’unica vergogna ammessa. Bauman utilizza un’immagine semplice e diretta, ovvero il gioco della sedia: «Il progresso è diventato una sorta di “gioco delle sedie” senza fine e senza sosta, in cui un momento di distrazione si traduce in sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile».[3] In qualsiasi momento ci può essere sottratto ciò che si ha e la vergogna non risiede nel predatore ma nel predato, il quale ha meritato d’essere stato predato per cui nessuna solidarietà, nessun aiuto di stato o istituzionale; la colpa è pagata con l’esposizione mediatica. Il fallito, lo scarto umano messo alla gogna e umiliato, introietta la vergogna per cui non ha la forza mentale di mettere in atto quei processi mentali per difendersi, per capire, per trasformare il fatto in esperienza condivisa e di rielaborazione di pensiero.
Siamo chiamati a rompere il ciclo che nutre il fascismo finanziario. Riportare il concreto nell’astratto per la prassi trasformatrice. Il pensiero di Hegel, Marx e Gramsci ci devono indurre a trasformare il fato dei colpevoli in un’esperienza pensata, immanente per liberarci dei fantasmi a cui non sappiamo dare ‘il nome’ e dunque depredano le esistenze. Il conflitto da interiore dev’essere verticalizzato, ma ancor più necessita di una grammatica della comprensione che tarda ad apparire poiché anche gli intellettuali sono i nuovi cacciatori vassalli che depredano le coscienze in nome dei neofeudatari delle finanze. Non possiamo semplicemente scandalizzarci ma si deve mettere in atto una prassi trasformatrice per porre le condizioni per una Koinè senza la quale potremmo dichiarare persa la condizione umana al cui posto il cacciatore-imprenditore-banchiere come archetipo del nuovo modello umano, nuova idea platonica, potrebbe divenire il demiurgo di nuovi ed infiniti micro-cacciatori che si spingono vicendevolmente sull’abisso delle vite di scarto. I profughi che non vogliamo guardare sono la carne del mondo, ci mostrano il mondo nella sua verità. Sono bersaglio delle violenze dei cacciatori e delle prede costrette a pura sopravvivenza e pertanto portatrici di ogni violenza e redenzione per tutti: «I profughi si trovano in mezzo ad un fuoco incrociato; più esattamente in un doppio vincolo. Da un lato sono espulsi con la forza o indotti col terrore a fuggire dal loro paese d’origine, ma dall’altro si vedono rifiutare l’ingresso in qualsiasi altro paese».[4]

Salvatore Antonio Bravo

[1] Z. Bauman, Modus vivendi. Inferno e utopia nel mondo liquido, Laterza, Bari, 2017, p. 122.

[2] Ibidem, p. 48.

[3] Ibidem pp. 10-11

[4] Ibidem, p. 49


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Z. Bauman, Modus vivendi. Inferno e utopia nel mondo liquido, Laterza, Bari, 2017

Risvolto di copertina

«Non sono rimasti molti terreni solidi su cui gli individui possano edificare le loro speranze di salvezza. Non possiamo più sperare seriamente di rendere il mondo un posto migliore in cui vivere; non possiamo neppure rendere veramente sicuro quel posto migliore nel mondo che, forse, siamo riusciti a ritagliare per noi stessi. L’insicurezza c’è e resterà, qualunque cosa accada».
Rendere l’incertezza meno terribile, la felicità più permanente. Ecco la grande utopia inseguita dagli abitanti del mondo liquido. Zygmunt Bauman rapisce la nostra attenzione e affronta la paura più inconfessabile: che futuro ci aspetta?

Leggi un brano

Leggi un brano del libro «Modus vivendi»


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Ugo Mattei – La moneta, la proprietà privata sulla terra e il lavoro salariato, sono invenzioni umane che hanno il fine di astrarre a scopo di commercio valori qualitativi di per sé unici e non riproducibili.

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«[…] il processo di accumulazione necessita della mercificazione, i cui presupposti sono la moneta, la proprietà privata sulla terra e il lavoro salariato, invenzioni umane che hanno il fine di astrarre a scopo di commercio valori qualitativi di per sé unici e non riproducibili (terra, tempo della vita e scambio qualitativo sono in natura unici e irriproducibili. In questo quadro teorico, che risulta assai nitido se si pone al centro la prospettiva del comune e non quella dell’individuo, l’accumulazione originaria su cui si fonda il capitalismo non può ridursi alla recinzione dei beni comuni in Inghilterra, contro cui già si scagliava Tommaso Moro scrivendo la sua Utopia all’inizio del XVI secolo. Né essa è soltanto l’assoggettamento violento di luoghi e persone (il saccheggio) nel corso della conquista dell’Africa o delle Americhe, cui l’Occidente deve la sua primazia (oggi messa in discussione per la prima volta nella modernità). L’accumulazione individualizzata dei beni comuni è prima di tutto un processo ideologico di costruzione, naturalizzazione, conservazione e allargamento di un immaginario individualizzato capace di conquistare sempre nuovi spazi, “luoghi comuni” di cui si è progressivamente cancellata la coscienza. La stessa locuzione “luogo comune” lo fa coincidere con una banalità, così denigrandolo e rendendolo ideologicamente debole di fronte all’”idea originale” che può essere soltanto individuale e privata secondo i dettami (che non a caso conquistano sempre nuovi luoghi comuni) del diritto della proprietà intellettuale. In questo quadro, accumulazione originaria attraverso la conquista di beni – o se si preferisce luoghi – comuni è oggi anche la privatizzazione di quanto realizzato in comune con la fiscalità generale (frutto del lavoro di tutti), come i sistemi di trasporto pubblico, le reti delle utilities e delle telecomunicazioni, lo sviluppo urbanistico, i beni culturali e paesaggistici, le scuole (intese in senso ampio come cultura e conoscenza), gli ospedali e in generale le strutture che fondano la convivenza civile (compresi la difesa, le carceri, i sistemi di disposizione dei rifiuti e molti altri). Il processo di sviluppo contemporaneo dunque, al centro come in periferia, è ancor oggi – e non certo solo all’ origine – il frutto di un processo di accumulazione sotto forma di trasferimento ad interessi privati, sempre più spesso sotto forma di grandi corporations, di beni comuni. È compito della cultura critica svelare, storicizzandolo, questo immaginario colonizzato dalla “scienza economica” che inconsapevolmente ci consegna immagini rovesciate della realtà, facendo compiere all’umanità passi forse irreversibili verso il baratro».

Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, 2011, pp. XVI-XVII.

 


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Ugo Mattei, Alessandra Quarta – L’acqua e il suo diritto. La politica economica in materia di acqua deve abbandonare la logica del profitto.

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L’analisi condotta dei processi di privatizzazione dei servizi idrici ha offerto diversi spunti di riflessione, in virtù della delicatezza della questione affrontata. È indubbio che, tra tutti i beni comuni, l’acqua sia quello che viene più facilmente percepito come insostituibile e primario. Pertanto, è agevole comprendere le ragioni di una sua gestione pubblica, la quale è perfettamente in grado di garantire i principi di equità e di universalità del servizio, a differenza di una gestione privata che, per sua stessa costituzione, è orientata alla realizzazione di profitti. Ragionando in quest’ottica, le proposte per un ritorno alla gestione pubblica del servizio idrico consentono due ulteriori sviluppi: il primo attiene alla possibilità di tornare a pensare un’economia priva degli schemi del neoliberismo, mentre il secondo consente di recuperare un’idea di democrazia partecipativa.
Le politiche neoliberiste degli ultimi vent’anni hanno seguito i paradigmi della globalizzazione finanziaria: consumo, profitto e mercato sono diventate le parole chiave dell’economia mondiale, nonostante la loro naturale contrapposizione con un concetto che acquista sempre maggiore importanza, ossia quello della sostenibilità ecologica. Gli attuali ritmi di crescita dimostrano come i benefici economici di breve periodo, conseguiti sull’onda delle scelte neoliberiste, vengano di fatto annullati dai loro stessi effetti sugli equilibri ecologici, sulla salute e sull’alimentazione.
Questo impatto è ancora più forte se lo si applica all’acqua: lo sfruttamento incontrollato di questa risorsa naturale rischia di condurre a un drastico aumento della popolazione mondiale priva di acqua potabile (ad oggi circa un miliardo di persone), con la conseguenza tangibile che possano sorgere nuovi conflitti per l’accesso alle fonti idriche.
L’icona del pensiero neoliberale è rappresentata dal ricorso alla privatizzazione dei beni e dei servizi. […] Quali potrebbero essere gli schemi normativi da seguire per realizzare la presenza strategica dello Stato in determinati settori, tra cui di certo compare la gestione del servizio idrico integrato? In primo luogo, bisogna lavorare per migliorare il settore pubblico, liberandosi dall’idea, diventata ormai una sorta di luogo comune, per cui il privato sia la soluzione delle inefficienze prodotte dall’intervento statale. Il conseguimento di tale scopo passa attraverso la creazione di una gestione pubblica che sappia coinvolgere in modo diretto le comunità di utenti che beneficiano del servizio.
[…] Il recupero del rapporto tra ente pubblico e cittadino consente, inoltre, di riflettere sull’acqua come bene comune. Tale risorsa, infatti, presenta caratteristiche tali per cui risponde pienamente a interessi sociali e a bisogni della collettività, ripudiando, in maniera quasi fisiologica, il ricorso allo strumento della concorrenza e del mercato. Lo Stato deve comportarsi, rispetto a questo bene, come un gestore nell’interesse della collettività, la quale risulta essere l’unica vera proprietaria dei beni comuni.
In virtù della forte dimensione sociale che l’amministrazione del servizio idrico riveste […] si deve ritenere che […] la politica economica in materia di acqua deve abbandonare la logica del profitto. […] In questo senso, il diritto all’acqua e la riflessione sui beni comuni rappresentano la via per rafforzare l’uguaglianza dei cittadini e per contribuire alla costruzione di un futuro solidale e sostenibile.

Ugo Mattei, Alessandra Quarta, L’acqua e il suo diritto, Edisesse, 2014, pp.113-117.

 

Risvolto di copertina

Il testo esplora il tema dell’acqua e del suo diritto, inteso come disciplina giuridica del bene e del servizio idrico integrato, passando in rassegna gli eventi che ne hanno influenzato la definizione, da un punto di vista sia normativo sia culturale. La rico-struzione pone al centro di questi processi la campagna referendaria sull’«Acqua bene comune», che si è svolta nel 2011, e il relativo esito della consultazione popolare, il quale ha aperto una discussione sulla definizione normativa del servizio idrico integrato e sui modelli di gestione ad esso applicabili, oltre a diffondere una nuova sensibilità per i beni comuni. Ampio spazio è riservato all’esperienza parigina e a quella napoletana di ritorno alla gestione pubblica, che dimostrano come sia possibile, per un bene cruciale come l’acqua, immaginare un ruolo forte delle istituzioni locali, valorizzando altresì gli elementi della partecipazione e della conservazione delle risorse anche per le generazioni future.


Ugo Mattei

Insegna Diritto civile presso l’Università degli studi di Torino e Diritto comparato e internazionale presso l’Università della California. È stato vi-cepresidente della Commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici, coredattore dei quesiti referendari sul l’«Acqua bene comune» e ha patrocinato come avvocato la loro ammissibilità innanzi alla Corte costituzionale. È attualmente presidente di Acqua bene comune Napoli. Fra i suoi libri più recenti, si segnalano Beni comuni. Un manifesto (2011); Controriforme (2012); Senza proprietà non c’è libertà. Falso! (2014).


Alessandra Quarta

Ha conseguito il dottorato di ricerca in Dottrine generali del diritto presso l’Università degli studi di Foggia e, attualmente, è docente a contratto di Diritto civile presso l’Università degli studi del Piemonte orientale e assegnista di ricerca di Diritto privato presso l’Università degli studi di Torino. Ha collaborato alla difesa dell’ammissibilità dei quesiti referendari del 2011 innanzi alla Corte costituzionale e ha concentrato i suoi studi sui temi della proprietà e dei beni comuni, con diversi saggi pubblicati su riviste scientifiche.


 

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Maria Grazia Dalla Valle – Recensione al libro di G. Cambiano e C. Pianciola, a cura di, “Esistenza, ragione, storia. Pietro Chiodi (1915-1970)”

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Locandina del libro

G. Cambiano e C. Pianciola, a cura di, “Esistenza, ragione, storia. Pietro Chiodi (1915-1970)”

 

di Maria Grazia Dalla Valle

Questo è un libro per chi ha conosciuto Chiodi per le sue opere di filosofia e  le sue traduzioni di Kant e di Heidegger, ma pure un libro per chi non lo conosce. Definisce bene la complessità di un filosofo, mancato troppo presto al dibattito filosofico, di un insegnante che fu anche partigiano, come appare nel ricordo del suo allievo più famoso, Beppe Fenoglio.
Il partigiano Chiodi scriveva nel 1952:

“ L’orgoglio non è una virtù. Non si dovrebbe essere orgogliosi. Tanto meno di aver fatto qualcosa, come il partigiano, che mirava proprio a ricostruire l’uguaglianza morale tra gli uomini… Ma  sono soprattutto orgoglioso di aver fatto il partigiano quando qualcuno mi dice che non dovrei esserne orgoglioso, perché penso che sono io che, combattendo per la libertà, gli ho conferito il dritto di dirmelo.”

Alcuni capitoli del volume – affidati a Giuseppe Cambiano, Cesare Pianciola  e Gianluca Garelli – delineano l’attività di Chiodi come filosofo e traduttore, la scelta per un esistenzialismo positivo, il dibattito con Abbagnano e Paci, il  rapporto con Sarte e il marxismo, la fondamentale traduzione di “Essere e tempo”  di Heidegger del 1953 e  il costante confronto con Kant  sia con lo scritto del 1961 “ La deduzione nell’opera di Kant” sia con la traduzione della “Critica della ragione pura”.
Per un insegnante di filosofia la lettura è un ottimo esercizio critico perché le posizioni di Chiodi non sono mai datate o scontate, aiutano a ricostruire alcune tappe importanti del dibattito filosofico  tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ‘70. Ma non si limitano a questo, per esempio la traduzione di opere come “Holzwege-Sentieri interrotti”, appartenenti alla seconda fase del pensiero di Heidegger,  e gli scritti dedicati da Chiodi al filosofo tedesco, “L’esistenzialismo di Heidegger” e “L’ultimo Heidegger”, sono ancora utili  oggi nel dibattito su questo controverso filosofo, la validità del suo pensiero, il rapporto tra l’evoluzione del suo pensiero e l’adesione al nazismo.
Ma  il volume presenta due capitoli – “Pietro e Beppe” di Gabriele Pedullà e “ “Accendere dei fuochi. Rileggendo Banditi di Pietro Chiodi”, di Andrea Mecacci – che da soli ne consiglierebbero la lettura, e possono catturare l’attenzione anche di chi non vuole farsi coinvolgere in controversie filosofiche.
“Pietro e Beppe” delinea il sodalizio tra Chiodi e Fenoglio durato un quarto di secolo e lo affronta in quattro prospettive diverse. L’uomo Chiodi ricostruisce l’amicizia tra un insegnante e il suo allievo separati da soli sette anni di età, la comune partecipazione alla Resistenza anche se in bande partigiane diverse, la comune passione politica, che li vede schierati in una sinistra non comunista.
Il filosofo Chiodi sottolinea come il rapporto di Fenoglio con l’esistenzialismo attraverso Chiodi sia fondamentale per la scrittura dei suoi testi. Chiodi il personaggio analizza la presenza di Chiodi nei romanzi di Fenoglio, con lo pseudonimo Monti o con il proprio nome, e soprattutto mette in risalto come la scelta di Johnny di partire partigiano avvenga dopo un colloquio con il personaggio Chiodi.
Il lettore Chiodi, infine, mostra la capacità del Chiodi lettore di Fenoglio di cogliere per esempio il rapporto tra la estrema stilizzazione della pagina e la stilizzazione dei propri comportamenti, in modo tale che “non è possibile parlare dei suoi libri senza giudicarli anche a paragone della sua biografia”.
“Accendere dei fuochi” è un invito a rileggere Banditi, il diario partigiano di Pietro Chiodi, perché si tratta del libro o meglio dell’esperienza  senza la quale non ci sarebbe stato tutto il resto del suo magistero umano.
Banditi colpisce per l’assoluta assenza di retorica  e proprio per questo riesce a trasmettere l’essenziale della scelta e della lotta partigiana. Andrea Mecacci  riporta alcun passaggi chiave del testo e mostra come questo diario si possa considerare anche la testimonianza di chi è sopravvissuto ed è ritornato per ricordare  quelli che sono morti.

“No, quei mesi non erano riempiti dalla mia salvezza, dalle mie lacrime, dalla vittoria, dalla libertà, erano riempiti dalla loro morte. La differenza fra allora e adesso era questa che allora Noi c’eravamo ed ora Noi non c’eravamo più.”

Si può ancora ricordare per invitare alla lettura del saggio in ricordo di Chiodi e, per chi non lo conosca, anche del suo diario partigiano Banditi, un passo del necrologio di Nicola Abbagnano:

“… fu filosofo per la stessa ragione per cui fu partigiano. Si trattava di realizzare con mezzi diversi uno stesso scopo quello di contribuire ad emancipare l’individuo  e ad affermarne in modo completo l’umanità”.

Maria Grazia Dalla Valle

 

Recensione pubblicata già il 21-04-2017 sulla Rivista Telematica Insegnare, Rivista del centro di iniziativa democratica degli insegnanti.

 



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