Manuela Trinci, Paolo Sarti – La giusta fatica di crescere. Indipendenza, inciampi e fantasia, i migliori alleati per diventare grandi, Prefazione di Goffredo Fofi. Un libro per chi intenda aprire e sostenere la soggettività … e la meraviglia che dietro ogni soggettività si cela.

Manuela Trinci vive e lavora a Pistoia. Psicoterapeuta infantile con formazione psicoanalitica, è saggista e studiosa di letteratura per l’infanzia. Fa parte della Direzione Scientifica della “LUDOBIBLIO” dell’Ospedale Pediatrico Anna Mayer – Firenze. E’ socio dell’AEPEA (Associazione Europea di Psicopatologia dell’Infanzia e dell’Adolescenza), dell’AISMI (Associazione Italiana Salute Mentale Infantile) nonché socio fondatore dell’Associazione culturale-scientifica “Dina Vallino” (Milano).

Collabora con i servizi educativi di diversi comuni della Toscana con corsi di formazione rivolti agli educatori e conversazioni rivolte ai genitori. E’ supervisore presso il Servizio per l’infanzia e l’adolescenza del Dipartimento Salute Mentale Area Nord, Area Sud e Centro dell’Azienda AUSL di Bologna. Collabora con attività di didattica con l’Accademia Drosselmeier (dei librai e giocattolai italiani) della Regione Emilia Romagna. E’ Presidente (fondatore) dell’Associazione Culturale Orecchio Acerbo Pistoia. Qui ha ideato e conduce l’Ospedale delle Bambole, con sede in Via dell’Ospizio 40 a Pistoia.

È autrice di numerosi saggi scientifici e molte collaborazioni a tono divulgativo con settimanali e quotidiani (è titolare: sulla rivista Liber della rubrica “orienteering”; sulla rivista Dialoghi – servizi educativi del Centro Bruno Ciari – della rubrica di corrispondenza con i genitori “post@ e risposta” e della sezione “orientamento” nella scelta di libri per bambini e genitori; sulla rivista online Meyer News della rubrica mensile “Giocare”). Fra i libri pubblicati si ricorda l’ultimo: La giusta fatica di crescere (Ed. URRA Feltrinelli) in collaborazione con il pediatra Paolo Sarti e con prefazione di Goffredo Fofi.



Paolo Sarti vive e lavora a Firenze, dove svolge la sua attività di pediatra di famiglia. Ha insegnato alla facoltà di Medicina e alla facoltà di Psicologia dell’Università di Firenze. Consulente della Regione Toscana per l’educazione sanitaria, ha curato la formazione del personale degli asili nido del Comune di Firenze. Si è occupato in particolare di corsi di accompagnamento alla nascita e di educazione sessuale nelle scuole. Organizzatore di congressi internazionali sul tema della nascita, tiene incontri di formazione e di sostegno alla genitorialità. Già redattore dei periodici Salute e territorio e “UPPA, Un Pediatra Per Amico”, è autore di numerosi libri, tra i quali: “Crescere è un’arte” (Giunti, 2012), “La giusta fatica di crescere” (Feltrinelli, 2014), “Sarò padre” (Giunti, 2017), “Neonati maleducati” (Giunti, 2019) e “Figli delle paure” (Giunti, 2020). È stato presidente dell’associazione umanitaria Medici per i diritti umani (MEDU) e Consigliere della Regione Toscana.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Ernst Bloch e il concetto di Eingedenken. Il futuro è una possibilità propriamente umana, non è un dato naturale. La metafisica umanistica non è solo una proposta filosofica, ma è il percorso che ci conduce oltre l’annientamento del presente e del futuro. L’ontologia del non ancora è la comunità.

«Non veniamo al mondo solo per accogliere o registrare ciò che era, così com’era quando ancora non eravamo, ma tutto ci attende, le cose cercano il loro poeta […]. Ciò che è accaduto, è sempre accaduto solo a metà, e la forza che lo fece accadere, che si espresse in esso in maniera insufficiente, continua a operare in noi e getta il suo bagliore anche sui tentativi parziali, ancora futuri che giacciono dietro di noi. Ciò che prima di noi, senza di noi era appena un fremito, ora è diventato capace di risuonare, riscaldare e illuminare».

E. Bloch

Salvatore Bravo

Ernst Bloch e il concetto di Eingedenken

La metafisica umanistica è la condizione teoretica per trascendere lo stato di reificazione e violenza connaturati all’economicismo capitalistico. In esso ogni possibilità è resa potenziale distruttivo, in quanto la produzione senza limiti non divora solo il pianeta nella sua totalità, ma ancor prima della distruzione ambientale annichilisce l’essere umano negando la sua natura progettuale e comunitaria da concretizzare nella storia. Necessitiamo di una nuova metafisica, dunque, che possa permettere il virtuoso passaggio dalla potenza all’atto della natura umana.

Senza un nuovo umanesimo non vi può essere futuro, ma solo un veloce declino dell’umanità e dell’ambiente storico e naturale nella quale è iscritta la vita.

Nello Spirito dell’utopia di Ernst Bloch il concetto di Eingedenken, rammemorare il futuro, ha una portata teoretica che svela la sua pregnanza concettuale nel tempo presente segnata dalla “dimenticanza” del passato e del futuro. Il concetto di Eingendenk deriva dalla preposizione “in” e dal verbo “gedenken” (‘ricordare’), legato a sua volta a denken (‘pensare’): non a caso le forme più arcaiche presentano la forma ingedenk.

Lo sconfittismo del nostro tempo si connota per la neutralizzazione della memoria storica. La storia nelle sue vicende e vicissitudini, invece, con il concetto di Eingedenken non è consegnata all’oblio ma fonda la metafisica umanistica, la quale ha come centro l’essere umano nella sua concretezza comunitaria. Si intrecciano in un sinolo inestricabile la biografia personale e la storia collettiva che non è persa nel tempo, ma ha la possibilità di essere rivissuta, rammemorata e pensata nelle sue possibilità inespresse. L’ontologia del non ancora è la comunità che pensa il tempo trascorso, non si limita a conteggiare gli eventi sulla linea della storia, ma ne scorge con gli errori le potenzialità progettuali da attuare nel futuro.

In Ernst Bloch la metafisica umanistica vive dell’irraggiamento del passato verso il futuro. Senza la mediazione della coscienza nulla è possibile: le potenzialità sono disperse nel tempo o sono schiacciate dalla gravità dell’economicismo e del fatalismo.

Il futuro è una possibilità propriamente umana, non è un dato naturale. Pertanto solo l’umanità capace di leggere plasticamente il passato può scorgere nelle sue pieghe il futuro. Non si tratta di correggere ciò che fu, o di ripetere in modo ingenuo ciò che è stato, ma di pensare la distanza temporale al fine di poterla comprendere nella sua profondità per estrarne esperienze non completamente compiute o inespresse. Ciò che fu – in tale cornice intenzionale – è vivo nel pensiero che rammemora il passato per poter progettare il futuro a partire dal presente. La storia è il mondo degli uomini e delle donne nella quale la vita prende forma con le sue imperfezioni, deviazioni improvvise e scambi di binari che attendono di essere pensati in modo che possano vivere di nuova luce nel futuro. La prassi è orientata verso il futuro, ma la condizione ontologica del suo operare trasformativo non può che affondare creativamente il suo rizoma nel passato:

«Perciò qui brilla il presentimento di un sapere non ancora cosciente, […] emerge qui un volere modificante, un pensiero motorio del nuovo, in quanto grande e ancora inesplorata consapevolezza o classe di coscienza di un immemorare, capace di conferire al Wiedererinnerung mondo il suo scopo togliendo di mezzo ogni mera rammemorazione […] o ogni mero alfa del platonismo o dello hegelianismo; perciò si mostra qui l’atteggiamento di un filosofare pragmatistico, rivolto tanto al poter volere a ritroso [das zurück Wollenkönnen des Willens] diretto a ciò che fu, quanto al nuovo, a inserzioni metafisico-morali – atteggiamento illuminato da un mondo che non c’è ancora, immediatamente collocato sul ponte verso il futuro, sul problema, dominato dalla propria volontà, della teleologia».1

Metafisica umanistica

Le parole di Ernst Bloch delineano il fulcro sostanziale della metafisica umanistica. L’essere umano non è un automa che appare passivamente nella storia fino a scomparire. Michel Foucault utilizza un’immagine – in Le parole e le cose – per indicare l’apparire fugace dell’idea di essere umano nella storia: sulla sabbia si può scorgere il volto dell’essere umano portato via velocemente dall’onda.

La metafisica umanistica non è una forma di storicismo, non si limita ad enumerare la storia delle idee con le sue visuali antropologiche che diverranno presto archeologia. Essa ha il suo fondamento veritativo nella natura dell’essere umano curvato nella materialità della storia. L’essere umano media con il pensiero l’esperienza storica, e in tal modo pensa il proprio tempo in modo esteso: il passato si riannoda col presente per orientarsi verso il futuro. La prassi è il catalizzatore del tempo pensato che diviene la luce nelle tenebre del nichilismo e nell’oscurantismo del pessimismo senza speranza ed etica:

«Non veniamo al mondo solo per accogliere o registrare ciò che era, così com’era quando ancora non eravamo, ma tutto ci attende [alles wartet auf uns], le cose cercano il loro poeta e vogliono essere riferite a noi. Ciò che è accaduto [geschehen], è sempre accaduto solo a metà [halb geschehen], e la forza che lo fece accadere, che si espresse in esso in maniera insufficiente, continua a operare in noi e getta il suo bagliore anche sui tentativi parziali, ancora futuri che giacciono dietro di noi. Ciò che prima di noi, senza di noi era appena un fremito, ora è diventato capace di risuonare, riscaldare e illuminare»2

Rammemorare ciò che fu

I morti ritornano nel presente, le idee e le lotte trascorse con il loro tributo di sangue e sacrificio sono nel presente. Rammemorare i “morti” significa farli vivere nel presente: ritornano a noi con il pensiero, per progettare il futuro. Non è un eterno ritorno, ma un ritornare per aprire al futuro, per rompere la «gabbia d’acciaio» che vorrebbe restringere la prospettiva al solo presente sclerotizzato nel ciclo consumo-produzione.

Non è un’operazione archeologica, non si tratta di far affiorare il passato per renderlo “oggetto da esporre”, ma di viverlo nell’attività del pensiero, la quale non si limita alla contemplazione di ciò che fu, ma lo riorienta verso il futuro:

«I morti ritornano in nuove connessioni di senso come pure nel nuovo agire, e la storia così concepita, sottoposta a concetti rivoluzionari che continuano a operare, spinta verso la leggenda e interamente illuminata, diventa la non mai perduta funzione nella sua pienezza di testimonianza della rivoluzione e dell’Apocalisse».3

La metafisica umanistica non è una semplice forma di coscienzialismo, in quanto conserva il materialismo storico liberato dai ceppi del determinismo e dai semplicismi delle proiezioni-previsioni degli economisti presi dalle maglie stringenti e vacue della crematistica. Il nostro presente vorrebbe negare la grandezza dell’essere umano riducendolo a semplice archeologia senza futuro.

L’essere umano non è un osso come afferma Hegel nella Fenomenologia dello Spirito, per cui dinanzi ai riduzionismi che avanzano è necessario opporre e riproporre la metafisica umanistica che riporti la centralità della cura dell’essere umano.

Senza la prassi e la teoretica l’umanità non può che cadere in forme di manipolazione tecnocratica, il cui scopo è impedire l’ascolto profetico delle voci del passato che giungono fino a noi. La metafisica umanistica si traduce in un modello economico che ha come centro l’essere umano. L’economia con fondamento umanistico consente la fioritura dell’umanità, accoglie la pluralità nella concretezza dell’universale. Stabilisce fini alla misura della natura umana, la quale è fondata sul limite, allo scopo di dare forma e identità al singolo nella comunità con la partecipazione consapevole alla produzione. L’ostilità verso ogni forma di umanesimo rivela il dominio capitalistico nella sua verità nichilistica e distruttiva.

La metafisica umanistica è la condizione teoretica per trascendere lo stato di reificazione e violenza connaturati all’economicismo capitalistico. In esso ogni possibilità è resa potenziale distruttivo, in quanto la produzione senza limiti non divora solo il pianeta nella sua totalità, ma ancor prima della distruzione ambientale annichilisce l’essere umano negando la sua natura progettuale e comunitaria da concretizzare nella storia. Necessitiamo di una nuova metafisica, dunque, che possa permettere il virtuoso passaggio dalla potenza all’atto della natura umana.

Senza un nuovo umanesimo non vi può essere futuro, ma solo un veloce declino dell’umanità e dell’ambiente storico e naturale nella quale è iscritta la vita.

La metafisica umanistica non è solo una proposta filosofica, ma è il percorso che ci conduce oltre l’annientamento del presente e del futuro:

«Ma per sollevarsi oltre l’annientamento del mondo, la vita dell’anima deve diventare “pronta” [fertig] nel senso più profondo, andando a fissare felicemente la gomena alla banchina dell’al di là, onde il suo plasma germinale non sia trascinato nell’abisso della morte eterna, e non si perda la meta verso cui è organizzata la vita terrena: la vita eterna, l’immortalità anche transcosmologica, la realtà unica del regno delle anime, la restitutio in integrum fuori dal labirinto del mondo – a causa della pietà di Satana».4

1 E. Bloch, “Über die Gedankenatmosphäre dieser Zeit”, in Geist der Utopie. Erste Fassung, cit., p. 255; il passo si trova in tradotto in alcune parti a cura di S. Marchesoni in E. Bloch, W. Benjamin, Ricordare il futuro. Scritti sull’Eingedenken, Mimesis, Milano 2016, qui, p. 43

2 Ibidem, pag. 34.

3 E. Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, trad. it. di S. Krasnovsky e S. Zecchi, Feltrinelli, Milano 1980, p. 33.

4 E. Bloch, Geist der Utopie. Erste Fassung, cit., p. 442.

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Silvia Vegetti Finzi – Pace al femminile: donne, in quanto portatrici di un programma di vita che rappresenta, nella sua idealizzazione, un paradigma etico


Silvia Vegetti Finzi

Pace al femminile

(testo tratto dal dialogo sulla Pace con Marco Tarquinio,

avvenuto alla Casa della Cultura di Milano il 16 ottobre 2022)

Il termine Pace è tra i più inclusivi in quanto non vi è nessuno, che si reputi umano, che non consideri la Pace un valore, che non la desideri, non la invochi, anche quando la ritiene impossibile.

Credo che in questa aspirazione ognuno porti la propria singolarità, il proprio specifico essere nel mondo. In particolare le donne che, raggiunti molti, seppure non tutti, gli obiettivi di parità con gli uomini, sono ora impegnate a definire la loro identità.

L’identità femminile è, come tutte, multipla e sfaccettata in quanto abitiamo vari contesti e in ognuno ci presentiamo in modi diversi.

Ma il comune denominatore dell’essere donne risiede, a mio avviso, nella maternità.

Non intendo soltanto la maternità realizzata ma quella potenziale, rappresentata dal corpo e dall’immaginario femminile, dalla possibilità del nostro genere di contenere, nutrire e dare la vita.

Una predisposizione che esiste in tutte e che può essere realizzata nella filiazione oppure sublimata in opere simboliche come la cura, l’educazione, l’arte, iniziative sociali e culturali che, pur prescindendo dalla procreazione corporea, ne conservano i valori di creatività e generosità.

Riconoscere e condividere la potenzialità materna ci permette di affermare che la Pace è possibile, pensabile e realizzabile. Quando una donna entra in contatto con le sue risorse interiori trova, già predisposto, un modello di Pace.

Un modello latente nel corpo e nella mente ma che, una volta riconosciuto, diventa una proposta valida per tutti, soprattutto in un momento storico che, in ordine alla Pace, non permette separazioni e contrapposizioni.

Vediamo di che cosa si tratta.

Il rapporto sessuale, complementare e reciproco, è geneticamente finalizzato a generare un figlio, ma per le donne comporta un impegno in più perché dovranno contenerlo, nutrirlo e infine lasciarlo andare perché viva la propria esistenza e la prolunghi nella specie. Un progetto che può essere trasposto in ogni ambito, in ogni relazione.

Nulla di più lontano dalla guerra e dai suoi fantasmi di occupazione, distruzione e morte.

Poiché le donne non hanno mai fatto la guerra, anche se ne sono state vittime, né finora si sono attribuite, come gli uomini, il diritto di uccidere (per secoli l’esercito è stato esclusivamente maschile), ritengo che la loro parola in ordine alla Pace meriti di essere ascoltata.

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Con pensiero di donna

Al compimento del suo 103° anno, il filosofo francese Edgard Morin, preso atto che quella che stiamo vivendo non è soltanto una crisi economica, sociale ed ecologica, nel suo ultimo libro Svegliamoci ci invita a pensare senza precipitarci a fare, ad agire. Il pensiero, anche quando rimane muto, è sempre un’esperienza attiva, comunicativa, performativa.

Come non esiste musica senza intervalli, così non esiste linguaggio senza silenzio. Tutto ciò che è stato pensato intenzionalmente è vivo e può modificare il mondo.

L’invito di Morin è particolarmente attuale oggi, nel momento in cui tutto sta cambiando. La natura si ribella all’abuso delle sue risorse; la scienza mostra l’irrazionalità dei fini celata dall’apparente neutralità dei mezzi e la società si confronta con l’incapacità di governare un mondo globalizzato.

Come avverte Papa Francesco, non siamo di fronte a un’epoca di crisi ma alla crisi di un’epoca, a un crollo repentino, che coinvolge tutti. Di qui l’invito a restare umani.

Per secoli il genere femminile si è pensato e modellato dal punto di vista maschile, interiorizzando i valori degli uomini. Vi sono state, storicamente, vistose eccezioni ma, in generale, la comunità delle donne ha intrapreso da poco a pensare partendo da sé, dalla propria specificità: mezzo secolo contro millenni di pensiero maschile.

Il femminile materno non ha potere ma potenza, non chiede autorità (che può essere imposta con la forza) ma autorevolezza (che solo gli altri possono attribuire).

La presenza delle donne – che sono tali non per anagrafe ma per coerenza con la loro identità femminile e materna – avviene in un momento particolarmente difficile, quando il pensiero umano si sta rivelando inadeguato a se stesso.

Si ha l’impressione che conseguenze del progresso tecnico e scientifico, come gli algoritmi, il multiverso, l’intelligenza artificiale o la robotica più avanzata, eccedano le nostre possibilità di controllo.

Inoltre, anche quando riusciamo a capire razionalmente, ci sfugge il comprendere, il sentirci emotivamente coinvolti nella realtà, che non è solo circostante, ma fuori e dentro di noi.

Alla contrapposizione tra dentro e fuori, micro e macrocosmo, si sottrae in particolare l’organismo femminile, retto da cicli cosmici, collegato con le fasi lunari, in sintonia con le maree, sensibile all’alternarsi delle stagioni, prossimo a quello che gli antichi chiamavano anima mundi. È al tempo stesso partecipe della società, coinvolto nelle sue contraddizioni.

Tutto quello che abbiamo pensato come separato si è rivelato interconnesso, tutto quello che abbiamo pensato come rassicurante si è rivelato perturbante.

Persino il concetto di “natura” ha perso la funzione convalidante e normativa svolta da Aristotele in poi.

Da quando la Madre Terra è stata dissacrata da una concezione meccanicistica del mondo, ci sentiamo autorizzati a sfruttarla irresponsabilmente. Benché gli scienziati si affannino a spiegare che il disastro ecologico è la conseguenza del nostro comportamento, il coinvolgimento collettivo non scatta e la responsabilità non si mobilita.

Eppure la fecondità umana, entrata in una crisi che si teme irreversibile, ci pone di fronte, non solo al rischio di perdere la più radicata e potente delle relazioni tra i sessi, quella tra padre e madre, ma anche alla possibile sparizione della nostra specie. Tuttavia questa minacciosa previsione ci lascia indifferenti perché rivolta a uomini e donne sempre più vecchi, egoisti e soli.

Nelle giovani donne la prospettiva della maternità, rinviata a data da destinarsi, sopraffatta da altre istanze – la carriera, il successo, la popolarità –, rischia di diventare l’impensato della nostra epoca.

La denatalità e ultimamente la catastrofe annunciata dalla minaccia atomica rivelano l’eterna competizione tra Eros e Thanatos, Amore e Odio, Principio di vita e Principio di morte, una concezione antagonista del mondo che inizia con Empedocle e procede, attraverso Platone e Aristotele, sino e oltre Freud.

È indubbio che la guerra d’aggressione si collochi dalla parte dell’odio, del male, del Principio di morte, soprattutto quando lo scopo diviene la guerra stessa, quando non se ne prevede la fine, né si contemplano limiti e misura al suo inesorabile procedere.

In questo conflitto eterno, l’intervento della riflessione femminile si pone dalla parte del Principio di vita, di Eros, non in modo astratto e impersonale ma dando voce a un “pensiero incarnato”, secondo una concezione centrale nel verbo cristiano, anche se inteso qui in un’accezione meramente terrena.

Come premesso, quando dico “pensiero materno” non mi riferisco esclusivamente alle donne che hanno messo o metteranno al mondo bambini, ma lo considero una potenzialità di tutte le donne in quanto tali.

Una potenzialità comprensibile e condivisibile con gli uomini in quanto tutti si nasce figli.

Nella convinzione che il pensiero è corporeo e il corpo è pensante, come testimoniano le esperienze mistiche, invito a considerare il corpo e la mente femminili contraddistinti, non dalla necessità, ma da un’autonoma, libera disposizione a pensare e agire maternamente.

La maternità trova il suo modello nella procreazione reale, nel senso creativo di mettere al mondo un individuo unico, irripetibile, inconfrontabile, uguale solo a se stesso, un “capolavoro”, nel senso artistico del termine.

Come scrive Adrienne Rich: «Tutta la vita umana nel nostro pianeta nasce da donna. L’unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti, uomini e donne, è il periodo trascorso a formarci nel grembo di una donna. […] Per tutta la vita e persino nella morte, conserviamo l’impronta di questa esperienza».

Con questa osservazione, sinora incontrovertibile, siamo approdati, dalla singolarità di ogni nato, a una dimensione universale, quella dell’umanità partorita tutta da corpi femminili e materni.

Se la condizione di figlio costituisce un universale, lo stesso accade per la condizione di madre, estesa a tutte le donne in quanto portatrici di un programma di vita che rappresenta, nella sua idealizzazione, un paradigma etico. Cerniera tra corpo e mente, dentro e fuori, conscio e inconscio, natura e cultura, identità e alterità, immanenza e trascendenza, la maternità è un laboratorio aperto di pensieri e immagini. «Come ogni archetipo», scrive Jung, «anche quello materno possiede una quantità pressoché infinita di aspetti».1

Aspetti luminosi ma anche ambigui e contradditori, come rivelano le figure della strega e della matrigna che si celano dietro la fata e la madre.

Ciò nonostante, il processo di “mettere al mondo”, “dare alla luce”, possiede elementi positivi che si oppongono a Thanatos, alla distruttività della guerra, al nichilismo del non senso, al prevalere del negativo che genera e perpetua i conflitti. Nascere apre sempre orizzonti di futuro e – poiché nessuno nasce solo – di relazione reciproca.

La dialettica del riconoscimento, che costituisce la precondizione per la Pace, si realizza facilmente tra donne in nome dell’identità materna che le unisce indipendentemente dalla lingua, dai confini, dalle differenze sociali, dalle ideologie, dai costumi.

La madre, in quanto principio di Vita, non rientra nelle logiche mortifere del conflitto bellico. Eppure la guerra, mandando i giovani a morire, colpisce innanzitutto le madri che, nel lutto, si uniscono e lottano insieme come nel caso delle Donne in nero e delle Madri della “Plaza de Majo”.

Ma perché non darci simbolicamente la mano e stringere silenziosi patti di alleanza prima, finché i figli sono vivi? Perché non ora?

Pensare, sentire, parlare e agire in conformità alla propria identità femminile e materna supera le barriere sociali, crea prossimità, rende intime e confidenti. Le donne si alleano più facilmente quando, sottraendosi alla logica maschile, che divide e contrappone, si riconoscono simili, fluide come acqua nell’acqua.

Pensieri ed emozioni si espandono anche senza pensatore, indipendentemente da chi li ha prodotti, finché una mente, sospendendo le difese immunitarie costituite da abitudini, stereotipi e pregiudizi, li accoglie e li fa propri. Ciò vale per tutti ma in particolare per la genealogia femminile. Mentre gli uomini si succedono, transitando nel corpo dell’altro sesso, le donne si contengono le une nelle altre, come le matrioske russe.

Pensare la Pace, Pregare per la Pace, testimoniare la Pace in nome di un’identità femminile e materna produce un’eco che può valicare i confini tra nazioni sino a raggiungere donne che vivono isolate nelle immense pianure della steppa russa, sui monti del Caucaso o in Siberia, così come nelle città e nei paesi ucraini colpiti, talora distrutti, dalle bombe. I loro gesti sono i nostri, le loro passioni ci appartengono.

Probabilmente non le conosceremo mai ma se le evochiamo dentro di noi, se proviamo per loro sentimenti di sorellanza, riusciremo a pronunciare insieme la parola Pace (MIR tanto in russo quanto in ucraino), un’aspirazione alla Vita che, condivisa, può cambiare il corso della storia.

Come scrive Gabriella Golzio, in “ la muta preghiera”:

mater materia misura forma

formula madre magra di dio

dedita lacera lamina fera

avida pavida ruvida giara

foemina trepida rapida piena

lacrima lumen: luce leggera.

1 Carl Gustav Jung, Aspetti psicologici dell’archetipo della madre”, in “OPERE”, Boringhieri, pag. 82.





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Galeno – Esaminiamo prima come si possa conservare la salute e successivamente quale sia il modo migliore per curare le malattie. «La salute. De sanitate tuenda, Libro I», a cura di Sabrina Grimaudo.


Sabrina Grimaudo

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Accogliamo la nostra esistenza più ampiamente che possiamo, con pienezza di meraviglia: allora il frutto della nostra vita potrà forse palesarsi, foss’anche soltanto come polvere di stelle tra le dita, o come un segmento di arcobaleno colto al volo.

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Ho fatto un sogno … tendere al coglimento di ciò che ancora non si conosce delle cose passate, presenti o future … Ma occorre distinguere sempre tra una vita vissuta nella verità ed una vissuta nella falsità, che si sogni o si sia svegli. Il filosofo vive questo difficile impegno: salvare il senso delle cose, cercare la verità dei sogni e al di là dei sogni.


M. Chagal, Sogno d’amore


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René Magritte – La concezione di un quadro, ossia l’idea, non è visibile nel quadro: un’idea non si può vedere con gli occhi. Quest’evocazione della notte e del giorno mi pare dotata del potere di sorprenderci e di incantarci. Chiamo questo potere: la poesia.



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La “cancel culture” procede spedita. Lo scopo è celare l’antiumanesimo imperante: nessuna cura per le persone, ma solo il profitto deve guidare il mondo.

Salvatore Bravo

La cancel culture procede spedita

Lo scopo è celare l’antiumanesimo imperante: nessuna cura per le persone,
ma solo il
profitto deve guidare il mondo.

Luca Grecchi con il suo impegno decennale ci è di ausilio per comprendere le ragioni strutturali della cultura della cancellazione: si deve nascondere ai “sussunti” che il migliore dei mondi possibili condanna alla cattiva vita le generazioni del nostro presente e priva le future generazioni della possibilità ontologica di progettare e vivere una vita degna di essere vissuta.

Il testo di Luca Grecchi Perché non possiamo non dirci Greci fu scritto più di un decennio fa, ma oggi è più vero e autentico che mai, ci pone dinanzi alla verità del nostro tempo storico, ci conduce a pensarlo. Ciò potrebbe essere terapeutico, in quanto ci aiuta a capire le ragioni dell’infelicità che attanaglia innumerevoli vite malgrado le promesse della crematistica. I Greci sono trasgressivi, in quanto ci insegnano ad essere autenticamente trasgressivi, e questo non può essere tollerato da un sistema che prolifera nel culto clericale della crematistica

Le buone letture sono silenziose, ma consentono di fuoriuscire dalla accidia in cui quotidianamente ci si vorrebbe imprigionare e dalla immateriale violenza di quella weberiana «gabbia d’acciaio» dagli opachi splendori che con ritmo serrato si rovesciano in funambolici ed interminabili supplizi, pubblici e privati.


Cancel culture

La Howard University ha ridimensionato gli studi classici. Inoltre, largo spazio è stato dato dai media alle tesi del prof. Dan-el Padilla Peralta, docente a Princeton, originario della Repubblica Dominicana, il quale ha individuato nella cultura dell’antichità il fondamento del suprematismo bianco. La cancel culture procede spedita, si inneggia alla libertà e alla difesa dei diritti delle minoranze, la causa di ogni male è individuato nelle civiltà passate. Il presente è l’incipit di un nuovo mondo nel quale ogni discriminazione è destinata a scomparire. L’analisi ossessiva del passato, sempre negativa, il giudizio esemplificato teso a cancellare ogni possibile comparazione contrastiva tra il modello economico contemporaneo e modelli di altre civiltà, ha lo scopo di ipostatizzare il presente, di renderlo immacolato e scevro da ogni macchia e critica. Il sistema opera per cancellazione, utilizza nobili ragioni per fini ideologici. Lo scopo è celare l’antiumanesimo imperante: nessuna cura per le persone, ma solo il profitto deve guidare il mondo. Libertà e benessere sono proporzionali al censo, chi non ce la fa è lasciato indietro, è colpevole di diserzione o semplicemente non è all’altezza del migliore dei mondi possibili. In questo clima di conservazione e limitazione del pensiero teoretico e divergente vi sono eccezioni che aiutano a comprendere il tempo presente. Luca Grecchi con il suo impegno decennale ci è di ausilio per comprendere le ragioni strutturali della cultura della cancellazione: si deve nascondere ai “sussunti” che il migliore dei mondi possibili condanna alla cattiva vita le generazioni del nostro presente e priva le future generazioni della possibilità ontologica di progettare e vivere una vita degna di essere vissuta:

«Il cosiddetto “progresso economico” sta infatti costando molto caro all’Occidente in termini di qualità spirituale della vita per le generazioni attuali, e di speranza di vita per le generazioni future, così come sta costando caro da parecchio tempo alle centinaia di milioni di poveri del mondo non occidentale».1

 

Luca Grecchi e lo storicismo crociano

Luca Grecchi nuota in senso contrario. Gli antichi Greci sono il paradigma con cui pensare il presente e comprenderlo. La cultura occidentale è cristiana e greca, oggi entrambe sono rimosse dall’orizzonte etico e culturale. Per valorizzare il pensiero greco bisogna uscire dalla trappola dello storicismo crociano per il quale ciò che viene dopo è più vero di ciò che viene prima.

La verità sfugge alle maglie della successione temporale, essa “appare” in epoche differenti, può scompare nelle vicissitudini storiche, ma la verità attraversa lo storicismo, lo fende per mostrare che il dopo può essere meno vero del prima.

Il mondo greco ci insegna che una civiltà è eccellente, se è curvata sulla cura dell’essere umano e del ben vivere, se si confronta con le spinte distruttrici presenti in essa.

Nel mondo prefilosofico i Greci non si occupavano ingenuamente del cosmo e degli dèi, ma in essi proiettavano le dinamiche umane. In tal mondo oggettivavano l’umano con il suo caos per armonizzare la comunità e fondarla su solide fondamenta veritative. Il centro del pensiero e della prassi era l’essere umano nella comunità. Le forze cosmiche e divine erano interpretate in modo olistico e dinamico: in esse si rifletteva la vita della comunità; il sapere era finalizzato alla buona prassi politica:

«Nella letteratura prefilosofca era infatti presente non tanto la contemplazione disinteressata del cosmo, quanto un tentativo di unificazione del molteplice e di armonizzazione del caos, operato proprio dall’uomo. L’uomo richiedeva infatti di conoscere l’ordine del cosmo per potervi poi vivere in modo più conforme alla propria essenza razionale, morale e simbolica. È errata pertanto la tesi di chi sostiene che l’uomo avrebbe ricercato la contemplazione del cosmo, nella Grecia, solo per poter poi vivere in modo più conforme a tale ordine. La natura, il cosmo, segnarono indubbiamente, con le loro strutture, i limiti dell’azione umana. All’interno di questi limiti, però, l’uomo operò sempre per comprendere e realizzare nel modo più compiuto la propria essenza».2

 

Non fu filosofia ontocentrica

Non fu la filosofia greca ontocentrica, in quanto la riflessione sull’essere è stata funzionale a codificare la buona vita. L’essere è sempre stato inserito all’interno della concretezza della buona vita. L’essere, metafora della comunità stabile e delle buone leggi rispettose della natura, è stato un tema non secondario dei grandi filosofi classici, i quali hanno utilizzato un nuovo linguaggio per l’umanesimo greco, lo hanno categorizzato e concettualizzato per affinarlo e per criticare la crematistica che minacciava la comunità. L’essere umano, dunque, è sempre stata la priorità del mondo greco:

«La riflessione dell’essere fu molto importante nel pensiero classico. Essa infatti occupa un posto rilevante non solo nel pensiero di Parmenide, ma anche nel pensiero di Platone ed Aristotele (sebbene si sia poi sempre più diradata nell’ellenismo). Tuttavia l’essere costituì, per utilizzare una metafora, la semplice cornice del quadro, infatti, rimase sempre l’uomo».3

Ha ben detto Luca Grecchi: la grecità fu umanesimo, per cui da ciò comprendiamo le ragioni strutturali dell’attacco alla cultura classica. Essa, con la sua semplice esistenza, già denuncia le derive nichilistiche e crematistiche della globalizzazione neoliberista. Il mondo classico è divergente rispetto ai nostri malinconici tempi, per cui la globalizzazione che vorrebbe eternizzarsi eliminando ogni dialettica vorrebbe ridurre al silenzio una civiltà che smentisce la presunta superiorità del neoliberismo con il suo feticismo delle merci. Una civiltà è viva, se le tendenze crematistiche incontrano il limite positivo del logos, altrimenti è condannata al dissolvimento. La nostra realtà sociale è adialettica, pertanto rischia l’abisso:

«Ora: non vogliamo affatto negare che Marx avesse ragione nel sottolineare la specificità del modo di produzione capitalistico rispetto ai modi di produzione precedenti. Ciò nonostante, non ci pare che la discontinuità fra il modo di produzione antico ed il modo di produzione capitalistico sia tale da invalidare tout court le proposte teoretiche, ad esempio, di Platone ed Aristotele. Infatti, come i due grandi filosofi hanno mostrato, la società greca era certo gerarchica, elitaria ed aristocratica, ma solo per la presenza centrale in essa della crematistica, presenza che costituisce il nesso di continuità fra pressoché tutti i principali modi di produzione storicamente sviluppatisi. Non a caso Platone ed Aristotele – ma anche prima di loro, Solone ed altri – attribuirono proprio alla crematistica, ossia alla ricerca del massimo arricchimento privato, le cause dei mali della società greca, le quali sono nella sostanza differenti rispetto a quelle della società capitalistica, anch’essa infatti gerarchica, elitaria ed aristocratica».4

La dimostrazione della generale codificazione umanistica della civiltà greca e in particolare della filosofia è la presenza di pochi pensatori relativisti e sostanzialmente nichilisti:

«Altrettanto tranquillamente si può affermare che l’unica eccezione in tal senso, nel pensiero greco, fu costituita da alcuni esponenti della sofistica e della eristica. Una eccezione, però, conferma la regola, e la regola, in questo caso, conferma proprio la tesi qui esposta. Tale tesi sostiene, in pratica, che la Grecità si costituì essenzialmente come opera di resistenza culturale e politica all’antiumanesimo del denaro, dannoso per gli uomini e per la natura».5

L’eccezione è una conferma della regola, non la smentisce, è una prova evidente della ricostruzione e dell’interpretazione svolta da Luca Grecchi e sostenuta, anche, da grandi studiosi come Rodolfo Mondolfo, Costanzo Preve, Enrico Berti ecc.

Solo se si decodifica chiaramente il pensiero greco nella sua postura umanistica, si può ben comprendere la necessità di rileggere e studiare gli antichi Greci, non per una vuota idolatria, ma per capire il presente nel solco di un’identità europea e occidentale da trasformare in prassi e non certo in erudizione filologica e ritrovare, così, il sentiero interrotto che conduce alla felicità:

«In questa situazione, perché dovrebbe avere ancora senso dirci Greci? Ciò ha ancora senso proprio perché gli antichi Greci, come dicevamo in precedenza, furono coloro che per primi – o maggiormente – posero l’uomo al centro dell’essere, ossia posero la massima cura alla felicità dell’uomo nel proprio contesto sociale, pur nel rispetto dei limiti imposti dalla natura. Seguendo gli antichi Greci, potremmo esercitare la sola possibilità che ci resta di arrestare il fiume antiumanistico prodotto dalla crematistica, la cui hybris rischia di distruggere l’uomo e il cosmo».6

 

Felicità

La ricerca della felicità, la valorizzazione dei talenti sul comune sostrato della natura umana razionale e comunitaria è negata in modo quotidiano nel sistema capitalistico. Gli effetti sono palesi, non necessitano di particolari capacità critiche per riconoscerli. Nel tempo in cui trasgredire è solo edonismo acquisitivo, gli antichi Greci ci riportano alla necessità della felicità quale esperienza comunitaria e razionale senza di essa nessuna vita è degna di essere vissuta, ma si consuma nel vespaio della violenza competitiva. In tale cornice l’identità si disperde, diviene liquida fino ad evaporare, alla fine non resta che il niente. Studiare i Greci nel tempo ordinario della distruzione dell’umano ha un senso più profondo che mai, in quanto nessun farmaco può restituirci i fondamenti senza i quali non siamo che fuscelli nella tempesta del capitale destinati a scomparire tra i flutti del PIL senza speranza.

Il testo di Luca Grecchi Perché non possiamo non dirci Greci fu scritto più di un decennio fa, ma oggi è più vero e autentico che mai, ci pone dinanzi alla verità del nostro tempo storico, ci conduce a pensarlo. Ciò potrebbe essere terapeutico, in quanto ci aiuta a capire le ragioni dell’infelicità che attanaglia innumerevoli vite malgrado le promesse della crematistica. I Greci sono trasgressivi, in quanto ci insegnano ad essere autenticamente trasgressivi, e questo non può essere tollerato da un sistema che prolifera nel culto clericale della crematistica:

«L’umanesimo, inteso, come cura dell’uomo rispettosa del cosmo, è a nostro avviso il primo pilastro della Grecità. Questo pilastro è però strutturalmente connesso ad un secondo pilastro, costituito da quella che potremmo definire anticramatisticagreca. I due pilastri sono connessi in quanto la crematistica, intesa come arte di far denaro, è criticata da pressoché tutto il pensiero greco proprio in quanto innaturale, ossia contraria alla natura umana”».7

Le buone letture sono silenziose, ma consentono di fuoriuscire dalla accidia in cui quotidianamente ci si vorrebbe imprigionare e dalla immateriale violenza di quella weberiana «gabbia d’acciaio» dagli opachi splendori che con ritmo serrato si rovesciano in funambolici ed interminabili supplizi, pubblici e privati.

Salvatore Bravo

1 Luca Grecchi, Perché non possiamo non dirci Greci, Petite Plaisance, Pistoia, 2010, pag. 66.

2 Ibidem, pag. 39.

3 Ibidem, pag. 44.

4 Ibidem, pag. 27.

5 Ibidem, pag. 57.

6 Ibidem, pag. 73.

7 Ibidem, pag. 53.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Darcy Ribeiro – … ancora più vita, più amore, più traversie. È meglio sbagliare ed esplorare che prepararsi per il nulla. L’unico reclamo rivolto alla vita è quello di avere più vita ben vissuta.



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Ludovico Geymonat – L’invincibile nausea per ogni forma di compromesso col fascismo. È uomo chi ad un certo punto della propria vita sa dir di no, e tale no è irremovibile.

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