Jean-Paul Sartre (1905-1980) – Penso che la speranza faccia parte dell’uomo. Non è un’illusione lirica. Appartenendo alla natura stessa dell’azione non può essere di principio destinata a uno scacco assoluto e inevitabile.

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«Date al disperato una possibilità e il disperato riprende lena, si rianima,
perché l’uomo senza possibilità è come se gli mancasse l’aria».
                                S. Kierkegaard, La malattia mortale, Sansoni, Milano 1993.

«Se senti una voce dentro di te che dice “non puoi dipingere”,
allora a tutti i costi dipingi e quella voce verrà messa a tacere»
.
                                   Vincent van Gogh

«Ho sempre pensato che ognuno viva con la speranza, cioè creda che qualsiasi cosa intraprenda, o che lo riguarda, o che concerne il gruppo sociale al quale appartiene, sia in corso di realizzazione, si realizzerà, e sarà positiva per lui come per coloro che costituiscono la sua comunità. Io penso che la speranza faccia parte dell’uomo; l’azione umana è trascendente, cioè mira sempre a un oggetto futuro a partire dal presente, nel quale noi progettiamo l’azione e tentiamo di realizzarla. Essa pone il suo fine, la sua realizzazione nel futuro. E, nella modalità dell’agire c’è la speranza, ossia il fatto stesso di porre un fine come se dovesse essere realizzato. […] ogni uomo, al di là che i suoi fini siano in ogni istante teorici o pratici e che riguardino per esempio questioni politiche o di educazione, ecc., al di là di tutto questo, ogni uomo ha un fine, un fine che chiamerei, se vuoi, trascendente o assoluto, e tutti i fini pratici non hanno senso che in rapporto a questo fine. Il senso dell’azione di un uomo è dunque quel fine, che è del resto variabile a seconda degli uomini, ma che ha questo di particolare: che è assoluto. […] E poi, dall’altro lato, dal 1945, ho pensato sempre di più – e oggi lo penso assolutamente – che una caratteristica essenziale dell’azione che si intraprende, come ti dicevo poco fa, è la speranza. E la speranza significa che non posso intraprendere un’azione senza fare affidamento al fatto che riuscirò a realizzarla. E non penso, come ti ho detto, che questa speranza sia un’illusione lirica, ma che appartenga alla natura stessa dell’azione. Vale a dire, che l’azione, essendo allo stesso tempo speranza, non può essere di principio destinata a uno scacco assoluto e inevitabile. Ciò non vuol dire che l’azione debba realizzare necessariamente il suo fine, ma che debba presentarsi come una realizzazione del fine, posto nel futuro. E c’è anche una sorta di necessità nella speranza. L’idea di scacco non ha in questo momento un fondamento profondo in me: invece, la speranza, in quanto è situata nel rapporto dell’uomo con il suo fine, rapporto che esiste anche se il fine non viene raggiunto, è ciò che è sempre più presente nei miei pensieri».

Jean-Paul Sartre, La speranza oggi. Le interviste del 1980,  Mimesis, 2019. A cura di Maria Russo, un libro che raccoglie le ultime interviste concesse da Sartre a Benny Lévy prima di morire, rilette e validate dal filosofo francese.

Jean-Paul Sartre (1905-1980) – Il desiderio si esprime con la carezza come il pensiero col linguaggio. Il desiderio è coscienza. Nel desiderio e nella carezza che l’esprime, mi incarno per realizzare l’incarnazione dell’altro. Così, nel desiderio, c’è il tentativo di incarnazione della coscienza.
Jean-Paul Sartre (1905-1980) – L’essere umano non è nulla al di là del suo proprio progetto. Egli esiste solo nella misura in cui realizza se stesso.
Vincent van Gogh, Sulla soglia dell’eternità (Vecchio che soffre), 1890, Museo Kröller-Müller di Otterlo, dipinto realizzato utilizzando come modello un veterano di guerra, Adrianus Jacobus Zuyderland

Vincent van Gogh realizza Sulla soglia dell’eternità nel maggio 1890, mentre si trovava all’ospedale di Saint-Rémy-de-Provence per delle cure psichiatriche. Un uomo ormai anziano e privo di forze, sul punto di non essere più capace di reagire ai propri stati d’animo, un peso interiore che lo schiaccia . Nel dipinto vi sono pennellate dalla grande varietà di colori, con tonalità sgargianti e accese, ma allo stesso tempo fredde. Il freddo di questi colori trasmettono le sensazioni di un malessere costante, implacabile. Le tonalità emanano una percezione di distacco glaciale, come il blu, l’azzurro e gli sprazzi di bianco sui vestiti e il grigio dei capelli. È unriflesso della vita dell’artista, una reazione allo stato di salute mentale da cui non riesce a scappare, non riesce ad evadere, a trovare una via d’uscita. La sua via d’uscita  la trova nell’arte.

Søren Kierkegaard (1813-1855) – Occorre essere sinceri di fronte alla possibilità

Il concetto dell'angoscia

«[…] soltanto chi è formato dalla possibilità, è formato secondo la sua infinità. Perciò la possibilità è la più pesante di tutte le categorie. Veramente si sente dire spesso il contrario, che la possibilità è così lieve e la realtà invece tanto pesante. Ma da chi si sentono fare tali discorsi? Da alcuni uomini miserabili, che non hanno mai saputo che cosa sia la possibilità, e avendo dimostrato la realtà che costoro non sono buoni a nulla, si son rifatta a furia di menzogne una possibilità che fu così bella, così affascinante; alla base di questa possibilità sta tutt’al più un po’ di presunzione giovanile di cui sarebbe meglio vergognarsi.
Di solito la possibilità di cui si dice che è così lieve, si intende come possibilità di felicità, di fortuna, ecc. Ma questa non è affatto la possibilità; questa è una invenzione fallace che gli uomini, nella loro corruzione, imbellettano per avere almeno un pretesto di lamentarsi della vita e della Provvidenza e per avere un’occasione di farsi importanti ai propri occhi.
No, nella possibilità tutto è ugualmente possibile e chi fu realmente educato mediante la possibilità, ha compreso tanto il lato terribile quanto quello piacevole. Se un tale esce dalla scuola delle possibilità sapendo […] che

, […] si ricorderà che essa [la realtà] è molto più leggera di quanto non fosse la possibilità.
È soltanto in questo modo che la possibilità può formare; perché la finitezza e le condizioni finite nelle quali è assegnato all’individuo il suo posto, siano esse piccole e comuni o di grandezza storica, formano soltanto in un modo finito; si può sempre ingannarle, sempre ricavarne un’altra cosa, sempre mercanteggiare, sempre svignarsela in qualche punto, sempre tenersene un po’ fuori, sempre evitare di imparare da loro qualche principio di valore assoluto.
Per imparare così l’individuo deve avere di nuovo la possibilità in sé e formare da sé quello da cui deve imparare […].
Ma perché un individuo sia formato così assolutamente e infinitamente mediante la possibilità, egli deve essere sincero di fronte alla possibilità e deve avere fede. Per fede io intendo qui quello che una volta Hegel, a modo suo, determina molto giustamente: la certezza interiore che anticipa l’infinito».

Søren Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia. La malattia mortale, Sansoni, Firenze 1965, pp. 194-195.

 


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