Kathleen Battke – «Perle di cenere». Portare Testimonianza ad Auschwitz. Contributi di ottanta partecipanti provenienti da paesi diversi che raccontano la propria esperienza.

Kathleen Battke

Perle di cenere

 

Kathleen Battke

KATHLEEN BATTKE

(a cura di)

PERLE DI CENERE

VENTI ANNI DI RITIRI

PORTARE TESTIMONIANZA AD AUSCHWITZ

Nel novembre del 2016 si è svolto il ventesimo ritiro Portare Testimonianza ad Auschwitz, promosso annualmente dallo Zen Peacemaker Order e ispirato da Bernie Glassman. Questo libro raccoglie i contributi di ottanta partecipanti provenienti da Paesi diversi che raccontano la propria esperienza. Un ingrediente fondamentale del ritiro è la condivisione in piccoli gruppi (council) che si tiene ogni mattina prima di recarsi nel luogo dove sorgeva il campo di sterminio di Birkenau: l’invito è di parlare in prima persona, a partire dall’emozione che in quel momento si prova e di ascoltare dal cuore, senza giudicare, per accogliere nella loro interezza le parole (e i silenzi) dell’altro. Perle di cenere, il titolo scelto dalla curatrice dell’edizione originale ci porta fin da subito in questa preziosa dimensione di assoluta unicità dove ogni storia risuona con il proprio timbro posandosi delicatamente accanto alle altre, offrendo testimonianza. Meditare, pregare o semplicemente aggirarsi tra i resti di Auschwitz costringe a domande le cui risposte rimarranno sempre parziali. I tre principi degli Zen Peacemaker, che costituiscono le linee guida del ritiro, incoraggiano a inoltrarsi nello spazio del non conosciuto per portare testimonianza a tutto ciò che si incontra, dentro e fuori da sé, perché possa emergere l’azione più appropriata, più integra. Le parole di questi testi trasmettono il sapore di un’esperienza che può aprire il cammino a uno sguardo diverso sul senso della propria vita, tenendo viva la domanda “cos’altro dobbiamo ascoltare?”

Lo Zen Peacemaker Order, fondato e ispirato da Bernie Glassman, organizza dal 1996 il ritiro Portare Testimonianza ad Auschwitz. In seguito ritiri analoghi si sono svolti anche in Ruanda, alle Black Hills in Sud Dakota e nel 2017 in Bosnia.

Edizione italiana e postfazione a cura di Roberto Mander.

ISBN 978-88-98963-63-8

Euro 16,00 , p. 256

Sensibili alle foglie

Collana a cura di Roberto Mander

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Locandina presentazione di «Perle di Cenere»

 

A seguire la proiezione del documentario

Auschwitz è il mio insegnante

di

Katia Bernardi


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Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) – La filosofia non è sonnambulismo, ma piuttosto la più vigile coscienza. Attingere il proprio fine e la propria missione non dal consacrato corso delle cose esistenti.

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Attingere il proprio fine e la propria missione non dal sistema tranquillo e ordinato, dal consacrato corso delle cose esistenti

«[Occorre attingere] il proprio fine e la propria missione non dal sistema tranquillo e ordinato, dal consacrato corso delle cose esistenti; è un’altra sorgente quella a cui attingere. È lo spirito nascosto, che batte alle porte del presente, che è tuttora sotterraneo, che non è ancora progredito a esistenza attuale ma che vuole prorompervi; lo spirito per cui il mondo presente non è che un guscio, il quale contiene in sé un nocciolo diverso da quello che converrebbe al guscio».

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Firenze, 1941-63.

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La filosofia non è sonnambulismo, ma piuttosto la più vigile coscienza

«La filosofia non è sonnambulismo, ma piuttosto la più vigile coscienza; e l’opera dei filosofi consiste appunto nell’aver tratto il razionale in sé dalle profondità dello spirito, dove esso si trova dapprima solo come sostanza, come essenza interiore, e nell’averlo recato alla luce, nell’averlo sollevato alla coscienza, al sapere; consiste, insomma, in un progressivo risveglio [sukzessives Erwaehen]».

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Vorlesungen über die Geschichte der Philosophie, in Werke in zwanzig Bänden. Redaktion E. Moldenhauer und K.M. Michel, Frankfurt a.M., 1970, Bde. 18-20.

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Solone (638-558 a.C.) – Armonizzerò le leggi con i bisogni dei cittadini in maniera tale che tutti vedano chiaramente come meglio giovi vivere nella giustizia che trasgredire le leggi.

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Solone

«Ai greci [...] il dio ha dato di essere misurati in tutto
e per questo senso della misura siamo partecipi di una saggezza cauta [...].
Vedendo che la vita è soggetta continuamente a vicende d'ogni genere,
essa non ci permette di ingorgoglirci dei beni presenti
né di ammirare la sorte di un uomo
quando ancora ha il tempo di cambiare.
A ciascuno, infatti, vario sopravviene dall'ignoto il futuro».

Diogene Laerzio, Le Vite dei Filosofi, VIII, 51.
 °°°
«Anacarsi, avendo saputo che Solone attendeva alla stesura della sua costituzione, scoppiò a ridere dell’impresa cui si era accinto, poiché pensava di combattere l’iniquità e l’avidità degli uomini mediante parole scritte:
– Il tuo codice, – disse, – sarà come una ragnatela: come le ragnatele stringerà i deboli e i timidi che vi incapperanno, mentre i potenti e i ricchi la stracceranno.
Al che Solone gli rispose:
– Gli uomini osservano i contratti quando non gioverebbe a nessuna delle due parti violarne le clausole. lo armonizzerò le leggi con i bisogni dei cittadini in maniera tale che tutti vedano chiaramente come meglio giovi vivere nella giustizia che trasgredire le leggi».
 °°°
Plutarco, Solone, 5. Cfr., inoltre, Diogene Laerzio I, 58.
La vita di Solone

La vita di Solone


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Salvatore Antonio Bravo – Il tempo che ha la sua base nella produzione delle merci è esso stesso una merce consumabile. Ogni resistenza dev’essere svuotata della sua temporalità e colonizzata dalle immagini dello spettacolo globale.

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Il tempo consumabile dell’età moderna

La società dello spettacolo di Guy Debord tratteggia il fondamento ontologico del capitalismo assoluto: il tempo naturalizzato, il tempo ciclico del neopagenesimo prono all’idolatria delle merci. La sostanza taciuta alberga in ogni luogo, in ogni individuo reso funzione, nella ripetizione compulsiva del gesto e della scelta programmata dallo spettacolo delle immagini. La mosca è nella bottiglia e non riesce a trovare l’uscita dal collo della bottiglia, direbbe Wittgenstein. Il tempo ciclico è trasparente e tagliente come il vetro di una bottiglia: c’è, costruisce l’ordito delle alienazioni, ma si è ritirato nel silenzio religioso; l’innominabile è il sovrano delle esistenze, precarizza e porta con sé l’oblio della storia. Non più lessicalmente presente, in quanto l’asservimento alla società dello spettacolo regna, gli intellettuali servono, ormai organici alle caverne del potere del tempo ciclico e dell’assenza della storia. Debord evidenzia che il tempo ciclico della produzione, è il tempo artificiale dell’industria, tempo della tecnica, tempo del dispositivo, penetra capillarmente in ogni strato della coscienza per ridurla ad oggetto. Il tempo ciclico dell’industria ha inaugurato una nuova categoria temporale della ripetizione a ritmo di produzione, consumo, distruzione. La trinità pagana del ciclo temporale consente la sopravvivenza al neointegralismo della produzione per il consumo ed è inversamente proporzionale alla vita: il tempo ciclico sottrae vita per permettere la sua espansione illimitata: «Il tempo pseudo-ciclico è quello del consumo della sopravvivenza economica moderna. La sopravvivenza aumentata, in cui il vissuto quotidiano rimane privato di decisione e sottomesso non più all’ordine naturale, ma alla pseudo-natura sviluppata nel lavoro alienato; e questo tempo ritrova dunque del tutto naturalmente il vecchio ritmo ciclico che regolava la sopravvivenza delle società preindustriali».[1]

Il tempo ciclico delle società industriali non sfugge al destino, al fato che occhieggia dall’abisso, ovvero esso stesso fondamento dei vissuti senza decisionalità effettiva, è divorato dal ciclo artificiale del tempo. Crono è tra di noi, divora i suoi figli, ma ha fatto un passo in avanti. Non può sfuggire alla sua legge: «deve divorare se stesso», per cui il tempo ciclico artificiale è il tempo del nulla, del nichilismo realizzato, dell’impensabile che si avvera, tutto è consumo. Il tempo che fonda la ritualità del consumo è divorato dai suoi sudditi. Non vi è spazio per il tempo della decisione, del pensiero riflesso, il sistema sopravvive divorando se stesso ed annichilendo ogni possibile dissenso che vive del tempo: «Il tempo che ha la sua base nella produzione delle merci è esso stesso una merce consumabile, che raccoglie tutto ciò che si era precedentemente distinto, durante la fase di dissoluzione della vecchia società unitaria, in vita privata, vita economica, vita politica. Tutto il tempo consumabile della società moderna viene allora ad essere trattato come materia prima di nuovi prodotti diversificati, che s’impongono al mercato come forme di impiego di tempo socialmente organizzato».[2]

Il tempo globale estende la sua rete e le sue caverne su ogni parte del globo, lo spazio dev’essere asservito al tempo artificiale, in tal modo ogni differenza è divorata e sostituita dalle immagini, le reti relazionali sempre più fitte della società dello spettacolo e della comunicazione si dipana in una ripetizione di immagini sempre uguali nei contenuti, apparentemente differenti nelle forme: «La storia universale diviene una realtà, perché il mondo intero è raccolto sotto lo sviluppo di questo tempo. Ma questa storia che dappertutto simultaneamente è la stessa, non è ancora che il rifiuto intrastorico della storia».[3]

Ogni resistenza dev’essere svuotata della sua temporalità e colonizzata dalle immagini dello spettacolo globale. Il tempo irreversibile delle merci è il tempo della quantificazione a cui la coscienza non deve sfuggire. La storia chiude il suo ciclo. Il tempo ciclico vorrebbe divorare la storia e che terminasse con l’energia prometeica della produzione. Nessun delitto è perfetto, per cui la storia assassinata dal tempo artificiale ciclico ha lasciato le sue tracce, le sue contraddizioni, l’ordito per ricostruire nuovi orizzonti nella decodifica collettiva del presente vissuto. Siamo chiamati, vocati al compito di rintracciare i delitti e le categorie che non appaiono, per destrutturarle, perché la storia riprenda il suo soffio vitale, e la corrente calda ci richiami a nuova vita.

Salvatore Antonio Bravo

La Société du Spectacle

La Société du Spectacle

[1] Guy Debord, La società dello spettacolo [1967], Baldini & Castoldi, 2013, p. 142.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem, p. 137.

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