Salvatore Bravo – Si devono riaprire «i chiostri de la verità» come diceva Giordano Bruno, abbandonando la «zona grigia» dei sopravvissuti in cui vorrebbero chiuderci i catalizzatori del consenso quando accettiamo la “menzogna conosciuta” come verità.

Giordano Bruno Verità
Gustav Klimt, Nuda Veritas, particolare.
Salvator Rosa (1615-1673), Allegoria della menzogna.

Salvatore Bravo

Si devono riaprire «i chiostri de la verità» come diceva Giordano Bruno,
abbandonando la «zona grigia» dei sopravvissuti in cui vorrebbero chiuderci
i catalizzatori del consenso quando accettiamo la “menzogna conosciuta” come verità.

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La pratica della menzogna conosciuta
In questi decenni difficili l’inaudito e l’osceno spesso sono il pane quotidiano, ma nulla accade, niente sembra portare effetti sostanziali nella prassi politica e comunitaria. La meraviglia panica innanzi a tale realtà-verità dovrebbe essere oggetto di una riflessione profonda da parte di uomini e donne di buona volontà che vivono la difficile pratica della verità. In un quadro storico apparentemente razionale, ma in realtà irrazionale, servile e malinconico, tutto sembra accadere, ma nulla cambia, non vi è prassi, ma solo abitudine ed indifferenza. L’informazione – con la sua abbondanza di fonti – rende possibile constatare che la verità degli accadimenti – narrati secondo la liturgia ufficiale – non è tale. Rppure sembra che la verità non emerga. Se si pone ascolto alle conversazioni comuni è palese che, in media, non si ha fiducia alcuna nella narrazione mediatica, eppure si finge di credere, e passivamente si torna alle attività quotidiane. La verità non è seppellita da sovrastrutture complesse, ma è dinanzi a noi. Anche quando si ha il sospetto che il racconto ufficiale non corrisponda al vero, nulla si fa per approfondirlo: lo si accetta per sopravvivere quietamente. In tale contesto raccontare la verità dei fatti di cronaca non sortisce risultato alcuno, difficilmente si ottiene il passaggio all’autocoscienza individuale e collettiva. I processi di riconfigurazione del reale storico non sembrano effettuarsi, si vive in una dimensione forse “assolutamente nuova”, in un limbo tra verità e “menzogna conosciuta”: si intravede forse la verità, ma si pratica la menzogna. Tale comportamento è divenuto ora di massa: i popoli si nutrono di questo nuovo veleno che penetra nel corpo delle istituzioni come nelle relazioni interpersonali, nelle parole e negli sguardi, creando una sostanziale sfiducia nella prassi. Si vive nella caverna platonica, pare volutamente. La verità e la “menzogna conosciuta” convivono senza procurare conflitti etici o lacerazioni interiori. La vita si riduce all’attimo presente. Si strappa l’attimo senza contestualizzarlo. Ci si accontenta di ritagliarsi attimi di vita (lasciando sullo sfondo l’ombra della verità) e si accetta la pratica della “menzogna conosciuta” o anche soltanto sospettata. Regna la divina indifferenza. Pertanto, ogni evento di cronaca – con le sue liturgie – resta confinato in un spazio e in un tempo sospeso, la vita continua senza che nulla accada. I recenti fatti di cronaca, la complessità pandemica, l’uccisione dell’ambasciatore in Congo sono eventi che vengono accettati secondo le liturgie ufficiali, pur sapendo che il vero non è detto. Eppure ciò non muove a ricercare, non attiva una azione autonoma di indagine alla ricerca della verità. Si assiste semplicemente all’ennesimo spettacolo in scena fingendo di credere allo spettacolo della menzogna.

Scenografia della menzogna
Primo Levi ci ha insegnato – in I sommersi e i salvati – la tragedia della contemporaneità, ci ha indicato una verità evidente che non possiamo ignorare e che può servirci come categoria per capire il nostro difficile presente: normalmente si sceglie di essere parte della zona grigia, ovvero la verità evidente è saputa, ma non ci si schiera, ci si limita a sperare di non cadere vittime della macchina della menzogna che uccide la verità come gli esseri umani. La zona grigia si globalizza. Sappiamo tutti che la finanza governa, che la politica è al servizio degli interessi superiori della finanza, che la democrazia – dapprima ridotta a semplice procedura senza sostanza – ora è sospesa anche nella sua pratica procedurale. Sappiamo che in Africa non muoiono martiri e santi, ma uomini e donne, che l’aziendalizzazione delle istituzioni privilegia i possidenti ed esclude dai servizi il popolo. I servizi sociali senza i quali i popoli sono plebi, sono “offerti” secondo una qualità associata al reddito, eppure nulla accade, benché l’ingiustizia sia evidente. La menzogna è trasmessa, secondo formule linguistiche, che ammiccano alla verità, e la trasformano in menzogna. Il linguaggio da casa dell’essere-verità è divenuto la casa della menzogna conosciuta. Si sopravvive in questa palude grigia, in cui gradualmente si diffonde un razzismo che classifica le genti secondo il censo, eppure si plaude al multiculturalismo, ai diritti individuali, ci si scandalizza dei feminicidi, la ritualizzazione è ascoltata, come se ci si credesse, sapendo che sono solo scenografie della menzogna. Mettere in atto processi genealogici di ricategorizzazione del reale significherebbe “responsabilità e coinvolgimento personale”. Si preferisce fingere di acconsentire alle versioni ufficiali, pur sapendo che mentono. Il potere crea catalizzatori di consenso, a cui si aderisce nominalmente, ma si ha il sentore che la ricostruzione è troppo semplice, troppo ripetitiva e che i fatti non possono essere spiegati con semplice logica manichea. Si finge di credere sperando di scampare al pericolo ed alla responsabilità personale: si sopravvive, perché la zona grigia è fatta di sopravvissuti.

Nichilismo passivo
Cercare la ragione profonda del successo della zona grigia è arduo, e ci si può spostare da cause storiche contingenti: la caduta del comunismo novecentesco, la lotta per la sopravvivenza nella globalizzazione liberista sfibra le energie, in quanto si deve lottare per difendere ciò che domani nella competizione potrebbe essere tolto, per cui l’atomocrazia – col suo carico di solitudine – diviene la normalità quotidiana. Vi è una realtà più profonda, forse, che rafforza l’indifferenza davanti alla verità sospettata e conosciuta ed alla pratica della menzogna, ed essa è che l’Occidente ha sostituito la verità con l’esattezza, per cui verità e menzogna sono equiparate, sono niente, perché l’esattezza numerica e scientifica ha divorato la verità, è stata la “cattiva maestra” dell’Occidente. L’esattezza è entrata nel cuore e nell’anima dell’Occidente, si è sviluppata una monomania collettiva: tutto è riportato alla sola quantità, pertanto non vi sono altre categorie razionali con cui disporsi e sentire gli accadimenti. Solo l’esattezza parla e muove all’agire. L’educazione all’imprenditorialità generalizzata ha tale fine ultimo, per cui se si uccide un intero continente per i suoi minerali che servono per l’informatica e l’energia pulita ciò è coerente con l’esattezza, e la realtà dello sfruttamento e della violenza non provocano scandalo. La verità è complessità logica, dialettica ed etica, per cui il potere domina perché la zona grigia è complice e vittima di questa diseducazione globale alla verità. L’aziendalizzazione delle istituzioni e della vita non provocano azioni e reazioni, perché l’esattezza esige che la vita sia normalmente mercificata, e le parole della mercificazione sono l’unico linguaggio dell’Occidente: la zona grigia sa che tale prassi è la verità, ma accetta l’esattezza come fosse l’unica strada percorribile, pur sapendo ed intuendo che tale modalità di vivere non rientra nel “bene”.

Ogni agire politico deve confrontarsi con il rischio di infrangersi contro l’esattezza, contro l’abitudine ad agire solo perseguendo interessi personali legati all’utile. Si può ipotizzare che quando gli ultimi residui di resistenza saranno trascesi, non si avranno più paradigmi per discernere e sospettare che le versioni ufficiali sono ideologiche. Si deve, affinché ciò non accada, lavorare per la verità, per riportare in luce la differenza tra verità e menzogna. Ancora una volta è la filosofia che può riportare la verità al centro del suo discorso gnoseologico ed ontologico, in modo che la democrazia divenga pratica e ricerca della verità, e non un ideale ideologico da usare per far accettare i “bombardamenti etici”, l’irrilevanza e l’omogeneità culturale come mezzo per privare persone e popoli della loro identità. Spetta a coloro che ascoltano la tragedia etica del presente riprendere il cammino verso la verità sapendo che non vi è certezza del risultato. Si devono riaprire «i chiostri de la verità»[1] come diceva Giordano Bruno nella Cena de le ceneri. Ognuno può dare il proprio contributo a tale operazione filosofica, nessuno è escluso. Siamo all’anno zero, pertanto bisogna cominciare da tale verità per capire il presente.

 

Salvatore Bravo

[1] Giordano Bruno, La cena de le ceneri, Einaudi Torino, 1995 p. 20.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Mario Lavaggetto (1939-2020) – C’è una coscienza di lettore, una coscienza ermeneutica che si misura con un’altra coscienza, «con la coscienza di un testo», e la tensione tra queste due coscienze porta inevitabilmente a disegnare un modello irriducibile al cerchio, ma che fa piuttosto pensare a un’ellisse.

Mario Lavaggetto 01

È indubbio che ogni epoca finisce per esercitare, se non una censura basata su codici tassativi e più o meno espliciti, almeno una deformazione congiunturale del testo. Un tempo si era soliti dire che il primo passo per una lettura adeguata di un’opera consisteva nel definirne il circolo ermeneutico: compito di un critico o di un lettore (suggeriva Leo Spitzer)[1] era quello di partire dalla periferia e di compiere in senso inverso, risalendo verso il centro, il percorso che era stato originariamente compiuto dal creatore. Una volta raggiunto il centro, si poteva ragionevolmente pensare di avere conquistato la verità dell’opera perché quella «verità», certa e rassicurante, esisteva e perché si riteneva che una strategia adeguata avrebbe permesso di conquistarne la chiave.

La fragilità del modello è risultata evidente appena si è messo in dubbio il postulato che l’opera in sé possedesse un significato unico, accertabile e metastorico, definito una volta per tutte dal suo creatore. Ci si è accorti allora che, nel corso della loro vita secolare, i testi sono stati sottoposti a una serie di deformazioni talvolta volontarie (come nel caso della censura), ma molto più spesso preterintenzionali e in nessun modo imputabili alla responsabilità del lettore. Il quale, anche quando si muove secondo i dettami della più rigorosa filologia, e – alle prese con un testo antico – utilizza con la massima attenzione e precisione il codice linguistico del tempo, non può elidersi, non può fare in modo che quel codice abolisca il suo codice. Ci sarà sempre, come ha detto Bachtin,[2] un inevitabile scarto linguistico che finirà col produrre deformazioni. C’è una coscienza di lettore, una coscienza ermeneutica che si misura con un’altra coscienza, «con la coscienza di un testo», e la tensione tra queste due coscienze porta inevitabilmente a disegnare un modello irriducibile al cerchio, ma che fa piuttosto pensare a un’ellisse.[3]

Mario Lavaggetto, Oltre le usate leggi. Una lettura del Decameron, Einaudi, Torino 2019, p. 26.

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[1] L. Spitzer, Critica linguistica e storia del linguaggio, Laterza, Bari 1954, pp. 12 ss.

[2] M. Bachtin, Il problema del testo nella linguistica, nella filologia e nelle altre scienze umane, in Id., L’autore e l’eroe, Einaudi, Torino 1988, pp. 291 ss.

[3] M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi, Torino 1979, p. 24.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Arianna Fermani – La virtù rende buona la nostra vita e, insieme, la salva. Una vita felice, è, dunque, una vita che prospera, ma che pro­spera soprattutto grazie alla virtù, che sa produrre la bellezza e l’armonia. La virtù, in questo quadro, è e deve essere non solo qualcosa di teorizzato, ma qualcosa di “praticato”.

Arianna Fermani - Virtù


«[…] la virtù rende buona la nostra vita e, insieme, la salva, la sottrae alla distruzione e alla dismisura, le impedisce di cadere nell’eccesso, di dirigersi pericolosamente verso quegli estremi che, insieme, la rendono viziosa e la annientano.

Dare misura al proprio agire: è questo il compito impegnativo che si richiede a chi vuole agire virtuosamente. Ma in questa virtù come capacità di “dar misura” a se stessi e al proprio agire riemerge quel significato di virtù come forza che abbiamo ricordato precedentemente. Perché, per “darsi misura” occorre essere forti, nel duplice senso del “farsi forza” (per intraprendere il duro cammino in direzione del giusto mezzo) e dello “sforzarsi” (per contenere quella parte di sé che ci allontana da questo obiettivo). Come è stato detto «abbiamo bisogno della massima forza morale per combattere i nostri cattivi impulsi e tutte le nostre virtù in realtà consistono nell’evitare il vizio».[1] Talvolta, afferma lo stesso Aristotele, si tratta di forzare la propria natura. Esattamente come fa chi deve raddrizzare un legno storto:[2] lo spinge fortemente nella direzione contraria a quella che, a causa di un difetto, ha assunto, allo scopo di farlo diventare diritto. Così è per l’essere umano, naturalmente portato in una direzione piuttosto che in un’altra, incline per natura a compiere certe cose piuttosto che altre. E di questa inclinazione bisogna tenere conto, senza sottovalutare l’estrema difficoltà dell’impresa e senza irrigidirsi in schemi preconfezionati, limitandosi a scegliere, quando la situazione lo richiede, perfino il minore dei mali.[3]
Allora chi è virtuoso è retto e la sua rettitudine si manifesterà in ogni scelta, in ogni azione, in ogni modo di rapportarsi alle proprie passioni. In tale corretta amministrazione del pathos risiede, pertanto, il fondamento di una vita buona e bella, a livello individuale e anche a livello collettivo, in quanto la virtù rappresenta l’anello di congiunzione – di una congiunzione sana e feconda – tra l’individuo e il mondo: «l’ἀρετή umana è un’abi(tua)lità acquisita e perfezionata che ha origine e causa nel proponimento […], a sua volta tensionalità desiderante che proviene da bouleusis, una catena i cui anelli connettono, senza interruzioni, interiorità e relazionalità dell’essere umano, il quale è dalla nascita dotato di logos e propenso alla vita di comunità»[4] (pp. 43-44.).

«La virtù, insomma, ci rende armonici e rende bella, armonica ed equilibrata la nostra esistenza, dato che, come si ricorda nel Carmide: “una vita condotta con temperanza deve essere anche bella”.[5] È per questo che una vita senza virtù non può che essere costitutivamente eccessiva, sgraziata, brutta (pp. 47-48.).

«Una vita felice, è, dunque, una vita che prospera, ma che pro­spera soprattutto grazie alla virtù, che sa produrre la bellezza e l’armonia. Felice, infatti, può essere detta una vita armonica, una sinfonia ben eseguita, uno spartito ben suonato. Certo, però, che un modello di questo tipo si rivelerebbe niente più che un quadretto stucchevole se non tenesse conto di un fatto che, nella sua assoluta ordinarietà, risulta addirittura banale: la felicità si realizza nella vita umana e quindi è costretta a misurarsi, quotidianamente, con mille elementi disarmonizzanti. Primo fra tutti il dolore, la dissonanza esistenziale per eccellenza, e, con il dolore, tutta quella sterminata gamma di piccole e grandi disarmonie che ogni giorno abbruttiscono il quadro, guastano la melodia» (p. 52).

«La virtù, in questo quadro, è e deve essere non solo qualcosa di teorizzato, ma qualcosa di “praticato”, è e deve essere la cosa più importante, la cosa di maggior valore, ciò da cui ogni esistenza può essere resa bella e degna di ammirazione e senza cui, al contrario, tutto va in malora, la mescolanza si distrugge, in preda all’eccesso, alla dismisura, all’assenza di limiti» (p. 54).

Arianna Fermani, Virtù, Unicopli, Milano 2021

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[1] J. N. Shklar, Ordinary Vices, Harvard University Press, 1984; trad. it. S. Sabattini: Vizi comuni, il Mulino, Bologna 1986, p. 276.

[2] «Instaurare nell’anima la medietà è un compito difficile, poiché comporta un vero e proprio “raddrizzamento” di quelle tendenze naturali. All’inclinazione verso il piacere occorre contrapporre una spinta di segno contrario, uno sforzo che viene paragonato a coloro che tentano di far diventare diritti i legni sorti» (Silvia Gastaldi, Le immagini della virtù. Le strategie metaforiche nelle Etiche di Aristotele, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994, p. 89).

[3] «Infatti uno degli estremi è più sbagliato, mentre l’altro lo è meno; e dal momento che è arduo cogliere perfettamente il centro, con una seconda navigazione, come dicono, si devono scegliere i mali minori; e questo potrà avvenire soprattutto nel modo che diciamo. E quindi si deve esaminare quali sono le cose per cui siamo portati. Infatti persone diverse sono portate, per natura, a cose diverse. Questo, d’altra parte, risulterà chiaro dal piacere e dal dolore che nascono in noi. Dobbiamo dunque spingerci nella direzione opposta; infatti allontanandoci molto dall’errore arriveremo al giusto mezzo, come fanno coloro che raddrizzano i legni storti… Certo, è difficile, e lo è soprattutto nei casi particolari; infatti non è facile stabilire come, con chi, per quali motivi e per quanto tempo arrabbiarsi; infatti anche noi, talvolta, lodiamo coloro che lo fanno troppo poco, e li chiamiamo miti, a volte, invece, lodiamo coloro che hanno un carattere duro e li chiamiamo virili. Ma mentre non è biasimato chi si allontana solo in piccola misura dal bene, né se devia verso il difetto né se lo fa verso l’eccesso, il contrario accade per chi si allontana in misura maggiore; infatti costui non passa inosservato. Non è facile stabilire col ragionamento fino a che punto e in che misura è degno di biasimo; infatti non lo è neppure nessun’altra delle cose sensibili; esse, infatti, rientrano nei casi singoli e il giudizio su di esse spetta alla sensazione. Tutto ciò mostra, quindi, che lo stato abituale intermedio è lodevole in tutti i casi, ma che a volte si deve tendere maggiormente verso l’eccesso e a volte verso il difetto; in questo modo, infatti, conseguiremo nel modo più facile il giusto mezzo e il bene» (Aristotele, Etica Nicomachea, II, 9, 1109 a 33-1109 b 26).

[4] F.C. Papparo, in G. Alicandro, Atletismo della virtù. Sulla φιλα in Aristotele, Edizioni ETS, Pisa 2018, pp. 24-25.

[5] Platone, Carmide, 160 B 9-10.


Sommario



Quarta di copertina

L’αρετή di un individuo, come pure quella di un animale o di una realtà inanimata, è per un greco la sua migliore realizzazione, la perfetta esecuzione del proprio compito; la virtù di un qualsiasi essere è ciò per cui ne va del suo valore, ciò che realizza quel determinato essere proprio perché lo fa essere “ciò che è”. Il volume attraversa le ricchissime nozioni di αρετή e di virtus, nel lungo e stratificato arco storico che va da Omero a Proclo, intrecciandole a questioni, altrettanto complesse e appassionanti, quali quelle di responsabilità dell’agire, vizio, piacere e dolore, vita felice e così via. In un serrato “corpo a corpo” con i testi e con le riflessioni degli antichi – che oltre che a parlare a noi, su queste tematiche, più che mai, parlano di noi – il testo è impreziosito da due strumenti utili ad orientarsi nei diversi profili, storici e concettuali, del tema d’indagine: Lessico delle virtù e Glossario delle virtù.




Arianna Fermani è Professoressa Associata in Storia della Filosofia Antica all’Università di Macerata. Le sue ricerche vertono principalmente sull’etica antica e, più in particolare, aristotelica, e su alcuni snodi del pensiero politico e antropologico di Platone e di Aristotele. È Membro dell’Associazione Internazionale “Collegium Politicum” e dell’ “International Plato Society”. È membro del Consiglio Direttivo Nazionale della SISFA (Società Italiana di Storia della Filosofia Antica), e Direttrice della Scuola Invernale di Filosofia Roccella Scholé: Scuola di Alta Formazione in Filosofia “Mario Alcaro”. È Presidente della Sezione di Macerata della Società Filosofica Italiana.

Ecco, cliccando qui, l’elenco delle sue pubblicazioni.


e, tra le molte pubblicazioni di Arianna Fermani:

Vita felice umana. In dialogo con Platone e Aristotele

Vita felice umana. In dialogo con Platone e Aristotele

Editore: eum, 2006

Il saggio si propone di riflettere sul modello classico del bios teleios, cioè della felicità della vita nella sua totalità, cercando di mostrare come il dialogo con gli antichi fornisca ancora “utili” schemi concettuali. Più in particolare si cerca di mostrare come il confronto con le riflessioni etiche di Platone e Aristotele permetta di dipanare i numerosi fili che costituiscono la trama di ogni esistenza umana (come i dolori, i piaceri, l’ampia gamma di beni e di risorse che la costituiscono), e di individuare alcuni rilevanti nodi concettuali (tra cui, ad esempio, quello di “misura”) che costituiscono la semantica della nozione di eudaimonia. Il modello antico di eudaimonia come eu prattein, inoltre, cioè come capacità strategica di “giocar bene”, sembra risultare particolarmente fecondo, invitando ad interrogarsi sulle modalità di attuazione della vita felice e sulla gestione di tutto ciò che ad ogni esistenza si offre per una “prassi di felicità”.

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L'etica di Aristotele

L’etica di Aristotele: il mondo della vita umana

Editore:Morcelliana, 2012

Utilizzando tutte e tre le Etiche aristoteliche, Arianna Fermani, con questo volume, offre un’ulteriore prova dell’attualità e utilità dell’etica dello Stagirita e di un pensiero che, esplicitamente e costitutivamente, mostra che ogni realtà “si dice in molti modi”. Gli schemi che l’intelligenza umana elabora devono essere molteplici e vanno tenuti, per quanto possibile, “aperti”. Questo determina la presenza di “figure” concettuali estremamente mobili e intrinsecamente polimorfe, figure che il Filosofo attraversa lasciando che i loro profili, pur nella loro diversità e, talvolta, persino nella loro incompatibilità, convivano.
La verifica di questa metodologia passa attraverso l’approfondimento di alcune nozioni-chiave, dando vita ad un percorso che, con proposte innovative e valorizzazioni di elementi finora sottovalutati dagli studiosi, si snoda lungo tre linee direttrici fondamentali: quelle di vizio e virtù, quella di passione e, infine, quella di vita buona.

Sommario

Ringraziamenti
Premessa
I “Pensiero occidentale” vs “pensiero orientale”: alcune precisazioni
II “Essere” e “dirsi in molti modi”
Introduzione
I. Per un “approccio unitario” ad Aristotele
II. Autenticità delle tre Etiche
III. Obiettivi e struttura del lavoro

PRIMA PARTE Percorsi di attraversamento delle figure di vizio e virtù
Capitolo primo: Giustizia e giustizie
Capitolo secondo: La fierezza
Capitolo terzo: Sui molti modi di dire “amicizia
Capitolo quarto: Lungo i sentieri della continenza e dell’incontinenza
Capitolo quinto: La philautia: tra “egoismo” e “amor proprio”
Capitolo sesto: Modulazioni della nozione di vizio

SECONDA PARTE: Percorsi di attraversamento della nozione di passione
Capitolo primo: La passione come nozione “in molti modi polivoca”
Capitolo secondo: Le metamorfosi del piacere
Capitolo terzo: Articolazioni della nozione di pudore

TERZA PARTE: Percorsi di attraversamento della nozione di vita buona
Capitolo primo: Dio, il divino e l’essere umano: sui molti modi di essere virtuosi e felici
Capitolo secondo: La questione dell’autosufficienza
Capitolo terzo: Natura/nature, virtù, felicità
Capitolo quarto: Verso la felicitàlungo le molteplici rotte della phronesis
Capitolo quinto: La felicità si dice in molti modi
Conclusioni
Bibliografia
Indice dei nomi

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Le tre etiche

Le tre etiche. Testo greco a fronte

Editore:Bompiani, 2008

In un unico volume e con testo greco a fronte le tre grandi opere morali di Aristotele: l’”Etica niconomachea”, l”Etica eudemia” e la “Grande etica”. Questi tre scritti rappresentano tutta la riflessione etica dell’Occidente, e il punto di partenza di ogni discorso filosofico sul fine della vita umana e sui mezzi per raggiungerlo, sul bene e sul male, sulla libertà e sulla scelta morale, sul significato di virtù e di vizio. La raccolta costituisce un unicum, poichè contiene la prima traduzione in italiano moderno del trattato “Sulle virtù e sui vizi”. Un ampio indice ragionato dei concetti permette di individuare le articolazioni fondamentali delle nozioni e degli snodi più significativi della riflessione etica artistotelica. Tramite la presentazione, contenuta nel seggio introduttivo, dei principali problemi storico-ermeneutici legati alla composizione e alla trasmissione delle quattro opere, e di un quadro sinottico dei contenuti delle opere stesse, è possibile visualizzare la struttura complessiva degli scritti e le loro reciproche connessioni.

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Platone e Aristotele

Platone e Aristotele. Dialettica e logica

Curatori: M. Migliori, A. Fermani

Editore:Morcelliana, 2008

Il confronto tra Platone ed Aristotele è stato interpretato, per lo più, come una opposizione tra modelli conoscitivi: da un lato la dialettica, intesa come il culmine del sapere, dall’altro la logica, intesa come l’insieme delle tecniche per ben argomentare, al di là delle pretese platoniche di una supremazia della dialettica. Ma ha ancora un fondamento filologico e storico questa contrapposizione? Un interrogativo che – nei saggi qui raccolti di alcuni dei più autorevoli interpreti del pensiero antico – mette capo a una pluralità di scavi, storiografici e teoretici. Scavi che invitano a una lettura dei testi platonici ed aristotelici nella loro complessità: emergono inaspettati intrecci e molteplici significati dei termini stessi di dialettica e logica in entrambi i pensatori. Non solo la dialettica platonica ha un suo rigore, ma la stessa logica aristotelica ha affinità, pur nelle differenze, con le procedure argomentative della dialettica. Una prospettiva ermeneutica che interessa non solo lo storico della filosofia antica, ma chiunque abbia a cuore le radici greche delle nostra immagine di ragione.

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Interiorità e animae

Interiorità e anima: la psychè in Platone

Maurizio Migliori, Linda M. Napolitano Valditara, Arianna Fermani

Vita e Pensiero, 2007

Il concetto di anima, una delle più grandi “invenzioni” del mondo greco, figura teorica che ha attraversato e segnato la storia dell’intero Occidente, trova in Platone il primo fondamentale inquadramento filosofico. Non si tratta solo di una tematica dal significato metafisico e religioso: nell’approfondire i molteplici temi che questo concetto attiva emergono naturalmente, già nel filosofo ateniese, tutte le questioni connesse alla spiritualità e allo psichismo umano, con le loro conseguenze etiche. In questo senso l’”anima” apre la strada a un infinito processo di approfondimento e di scoperta dell’interiorità del soggetto. Non a caso questo tema compare in molti testi platonici, in particolare nei dialoghi. Da questa prima elaborazione scaturirono luci e ombre, soluzioni di antichi problemi e nuove domande, di non meno difficile soluzione, anzi tanto complesse da essere ancora oggi messe a tema. Sui molteplici aspetti di queste tematiche filosofiche alcuni tra i maggiori studiosi di Platone si confrontano nel presente volume, avanzando proposte spesso assolutamente innovative, anche per quanto riguarda l’utilizzo di testi sottovalutati, o addirittura quasi ignorati dagli studi precedenti, con una dialettica che dà modo al lettore sia di verificare la capacità ermeneutica delle diverse impostazioni, sia di riscoprire la ricchezza del contributo platonico rispetto a problemi con cui lo stesso pensiero contemporaneo torna positivamente a misurarsi.

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Humanitas

Humanitas (2016). Vol. 1: L’inquietante verità nel pensiero antico.

Curatore: A. Fermani, M. Migliori

Editore: Morcelliana, 2016

Editoriale: I. BertolettI, “Humanitas” 1946-2016. Identità e trasformazioni di un’idea l’inquietante verità. La riflessione anticaa cura di Arianna Fermani e Maurizio Migliori M. Migliori, Presentazione F. Eustacchi, Vero-falso in Protagora e Gorgia. Una posizione aporetica ma non relativista M. Migliori, Platone e la dimensione umana del verol. Palpacelli, Vero e falso si apprendono insieme. Il vero e il falso filosofo nell’Eutidemo di Platonea. Fermani, Aristotele e le verità dell’etica G.A. Lucchetta, Dire il falso per conoscere il vero. Aristotele, Fisica ii 1, 193a7) F. Mié, Truth, Facts, and Demonstration in Aristotle. Revisiting Dialectical Art and Methoda. longo, I paradossi nell’Ippia minore di Platone. La critica di Aristotele, Alessandro di Afrodisia e Asclepioe. Spinelli, Sesto Empirico contro alcuni strumenti dogmatici del vero. Note e rassegne F. De Giorgi, Il dialogo nel pontificato di Paolo VI G. Cittadini, Filippo Neri. Una spiritualità per il nostro tempo.

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Il Simposio di Platone

Il ‘simposio’ di Platone

J. Rowe, Arianna Fermani

Academia Verlag, 1998

Cinque lezioni sul dialogo con un ulteriore contributo sul ‘Fedone’ e una breve discussione con Maurizio Migliori e Arianna Fermani; 27-29 marzo 1996, Università di Macerata, Dipartimento di filosofia e scienze umane, in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli studi filosofici.

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Arianna Fermani, “Brividi di bellezza” e desiderio di verità

Arianna Fermani, “Brividi di bellezza” e desiderio di verità

“Brividi di bellezza” e desiderio di verità in Bellezza e Verità;
Brescia, Morcelliana, 2017; pp. 195 – 203

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rivista di

ARISTOTELE E I PROFILI DEL PUDORE

Arianna Fermani

Vita e Pensiero

Rivista di Filosofia Neo-Scolastica

Vol. 100, No. 2/3 (Aprile-Settembre 2008), pp. 183-202

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Studi su ellenismo e filosofia romana

Studi su ellenismo e filosofia romana

Curatori: F. Alesse, A. Fermani, S. Maso

Editore: Storia e Letteratura, 2017

In questo volume vengono raccolti cinque saggi sul pensiero filosofico greco nell’età romana. Le linee di ricerca qui proposte toccano nello specifico questioni attinenti alla filosofia stoica, a quella epicurea, a quella cinico-sofistica e all’aristotelismo di epoca imperiale.

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Thaumazein cop

Arianna Fermani,
Essere “divorati dal pentimento”.
Sguardi sulla nozione di metameleia in Aristotele

in THAUMÀZEIN; n. 2 (2014); Verona, pp. 225-246

Arianna Fermani,
Essere “divorati dal pentimento”. Sguardi sulla nozione di metameleia in Aristotele


Arianna Fermani – L’educazione come cura e come piena fioritura dell’essere umano. Riflessioni sulla Paideia in Aristotele
Arianna Fermani – La nostra vita prende forma mediante il processo educativo, con una paideia profondamente attenta alla formazione armonica dell’intera personalità umana per renderla libera e felice.
Arianna Fermani – L’armonia è il punto in cui si incontra e si realizza la meraviglia. Da sempre armonia e bellezza vanno insieme.
Arianna Fermani – VITA FELICE UMANA. In dialogo con Platone e Aristotele. il confronto con le riflessioni etiche di Platone e Aristotele permette di dipanare i numerosi fili che costituiscono la trama di ogni esistenza umana
Arianna Fermani – Divorati dal pentimento. Sguardi sulla nozione di metameleia in Aristotele
Arianna Fermani – Mino Ianne, Quando il vino e l’olio erano doni degli dèi. La filosofia della natura nel mondo antico
Arianna Fermani – Nel coraggio, nella capacità di vincere o di contenere il proprio dolore, l’uomo riacquisisce tutta la propria potenza, la propria forza, la propria dignità di uomo. Senza coraggio l’uomo non può salvarsi, non può garantirsi un’autentica salus.
Arianna Fermani – Fare di se stessi la propria opera significa realizzarsi, dar forma a ciò che si è solo in potenza. attraverso l’energeia, e nell’energeia, l’essere umano si realizza come ergon, si fa opera. Chi ama, nutrendosi di quell’energeia incessante che è l’amore, scrive la sua storia d’amore, realizza il suo ergon, la sua opera. È solo amando che un amore può essere realizzato, esattamente come è solo vivendo bene che la vita buona prende forma
Arianna Fermani – Recensione al volume di Enrico Berti, «Nuovi studi aristotelici. III – Filosofia pratica».
Arianna Fermani – «Vita felice umana. In dialogo con Platone e Aristotele». Si è felici perché la vita ha acquisito un orientamento, si è affrancata dalla sua nudità, dalla sua esposizione alla morte, dalla semplice sussistenza. Una vita dotata di senso. Felicità come pienezza, come attingimento pieno del ‘telos’ lungo tutto il tragitto della vita.
Arianna Fermani – «Senza la speranza è impossibile trovare l’insperato». La speranza “antica”, tra páthos e areté.
Arianna Fermani – Aristotele e l’infinità del male. Patimenti, vizi e debolezze degli esseri umani
Arianna Fermani – Quando il rischio è bello. Strategie operative, gestione della complessità e “decision making” in dialogo con Aristotele. L’assunzione del rischio e la sua adeguata collocazione all’interno di una vita “riuscita” implica la continua individuazione di priorità in vista della costituzione il più possibile armonica dell’esistenza.
Arianna Fermani – «Il concetto di limite nella filosofia antica». L’uomo non è dio, ma la sua vita può essere divina. Divina è ogni vita buona, ogni vita che sia stata ben condotta. Ogni vita umana si costruisce entro lo scenario del quotidiano, è fatta delle piccole cose di ogni giorno e di questa quotidianità si nutre.
Maurizio Migliori e Arianna Fermani – «Filosofia antica. Una prospettyiva multifocale». Questo volume aiuta a tornare, con stupore e gratitudine, alle feconde origini del pensiero occidentale, per guardare finalmente, con occhi nuovi, il mondo e noi stessi.
Arianna Fermani – Il messaggio di Socrate è di una attualità straordinaria. La filosofia, con Socrate, si incarna in uno stile esistenziale, e si esplica in quella insaziabile – e, insieme, appagante – fame di vita e ricerca di senso, che accompagnano il filosofo fino all’ultimo istante dell’esistenza
Arianna Fermani, Giovanni Foresta – «Dalle sopracciglia folte al percorso inarcato dalla rotta superiore dello sguardo, il tempo esprime monumento del vissuto tingendolo di bianco». È un mirare avanti, un protendersi anima e corpo verso il futuro. Questo perché la vera vecchiaia, lungi dall’essere l’età anagrafica, è la mancanza di entusiasmo, è lo spegnersi dei sogni e dei desideri.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Copertine e schede editoriali (281-290) – Valeria Biagi, Giampaolo Abbate, Claudia Baracchi, Enrico Berti, Barbara Botter, Matteo Cosci, Annabella D’Atri, Andrea Falcon, Arianna Fermani, Luca Grecchi, Alberto Jori, Diana Quarantotto, Monica Ugaglia, Carmelo Vigna, Marcello Zanatta, Luigi Ruggiu, Massimo Bontempelli, Marco Vannini, Maura Del Serra, Daniele Orlandi, José Jorge Letria, Mario Vegetti, Lapo Ferrarese.

281
Valeria Biagi, La Valle Bianca. Appunti per una rilettura del romanzo di Sirio Giannini. ISBN 978-88-7588-194-8, 2017, pp. 64, formato 130×200 mm., Euro 8. In copertina: Cava, foto di Antonio Silenzi.

282
Giampaolo Abbate, Claudia Baracchi, Enrico Berti, Barbara Botter, Matteo Cosci, Annabella D’Atri, Andrea Falcon, Arianna Fermani, Luca Grecchi, Alberto Jori, Diana Quarantotto, Monica Ugaglia, Carmelo Vigna, Marcello Zanatta, a cura di Luca Grecchi, Immanenza e trascendenza in Aristotele.
ISBN 978-88-7588-190-0, 2017, pp. 384, formato 140×210 mm., Euro 25 – Collana “Il giogo” [79]. In copertina: Statua in bronzo di Aristotele collocata nel cuore di Piazza Aristotele nella città di Salonicco in Grecia.

283
Luigi Ruggiu, Tempo Coscienza e Essere nella filosofia di Aristotele. Saggio sulle origini del nichilismo. Prefazione di Emanuele Severino.
ISBN 978-88-7588-186-3, 2017, pp. 496, formato 170×240 mm., Euro 35 – Collana “Il giogo” [80]. In copertina: Mosaico dello zodiaco e delle Quattro Stagioni. Ostia Antica, Magazzini. Dalla Necropoli di Porto all’Isola Sacra, Tomba 101.

284
Massimo Bontempelli, Gesù di Nazareth. Uomo nella storia. Dio nel pensiero. Prefazione di Marco Vannini. Postfazione di Giancarlo Paciello. ISBN 978-88-7588-188-7, 2017, pp. 160, formato 140×210 mm., Euro 15 – Collana “Il giogo” [81]. In copertina: Henri Matisse, Icaro, tavola a pochoir, pubblicata nel 1947 sulla rivista Jazz.

285
Maura Del Serra, L’albero delle parole. Con uno scritto di Domenico Segna: Lettera ad una professoressa delle scuole medie. ISBN 978-88-7588-184-9, 2017, pp. 64, formato 130×200 mm., Euro 10. In copertina: Elaborazione grafica del fotogramma di Andreas Kassel, 3XTonino, dedicato a Tonino Guerra.

286
Daniele Orlandi, T. Lettera ad una madre sul primo amore. Disegni di Sara Prebottoni.
ISBN 978-88-7588-180-1, 2017, pp. 432, formato 140×210 mm., Euro 20. In copertina: Sara Prebottoni, Afonie emotive. Disegno e composizione fotografica, 2017. Elaborazione grafica di Sara Bolletta.

287
Giorgio Mazzanti, Edi Natali, Diego Pancaldo, Roberto Presilla, Francesco Ricci, Antonella Spitaleri, Fausto Tardelli, La città tra idealità e realtà. A cura di Edi Natali.
ISBN 978-88-7588-182-5, 2017, pp. 160, formato 140×210 mm., Euro 15. In copertina: Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti (1338-1339), Palazzo Pubblico di Siena.

288
José Jorge Letria, Il deserto innominabile. Poesie. Testo portoghese a fronte. Cura e traduzione di Simonetta Masin.
ISBN 978-88-7588-192-4, 2017, pp. 96, formato 130×200 mm., Euro 10. In copertina: Salin de Giraud, Camargue. Fotografia di Simonetta Masin.

289
Mario Vegetti, Il coltello e lo stilo. Animali, schiavi, barbari e donne alle origini della razionalità scientifica. ISBN 978-88-7588-228-0, 2018, pp. 192, formato 140×210 mm., Euro 20 – Collana “Il giogo” [82]. In copertina: Affresco raffigurante gli Istrumenta sciptoria. In quarta: bassorilievo del tempio di Esculapio di Atene.

 290
Lapo Ferrarese, Progresso scientifico e naturalismo nella concezione di Larry Laudan.
ISBN 978-88-7588-226-6, 2018, pp. 208, formato 140×210 mm., Euro 20 – Collana “Il giogo” [83]. In copertina: Disegno di Leonardo da Vinci.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Marguerite Yourcenar (1903-1987) – «Moneta del sogno». I due principali elementi del libro, il sogno e la realtà, cessano di essere due entità distinte, pressoché inconciliabili, per fondersi maggiormente in quel tutto che è la vita.

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Tanti incontri della nostra vita, tanti rapporti umani sono basati semplicemente sul fatto che si dà una moneta o una banconota a qualcuno in cambio di un francobollo o di un giornale, sanza sapere niente di quella persona.

Marguerite YourcenarAd occhi aperti.

Avevo subodorato l’atmosfera di viltà, compromesso o di prudenti silenzi da una parte, di rudi abusi di forza, di una smania di arrivismo, di quella piatta demagogia accostata alle realtà dell’arbitrario dall’altra, che è, o finisce per essere, l’aria irrespirabile di tutte le dittature»

Marguerite YourcenarAd occhi aperti.


Postfazione

di Marguerite Yourcenar

Una prima versione di Moneta del sogno, appena più breve, è apparsa nel 1934. L’opera attuale è ben più di una semplice ristampa o anche di una seconda edizione rivista e ampliata con brani inediti. Alcuni capitoli sono stati quasi interamente riscritti e a volte notevolmente sviluppati; in certi punti, i ritocchi, i tagli, le trasposizioni non hanno risparmiato quasi nessuna riga del vecchio libro; in altri, al contrario, grandi blocchi della versione del 1934 sono rimasti invariati. Per come si presenta oggi, il romanzo è quasi per metà una ricostruzione degli anni 1958-1959, ma una ricostruzione in cui il nuovo e il vecchio s’intrecciano a tal punto che è pressoché impossibile, persino per l’autore, distinguere in quale momento cominci l’uno e finisca l’altro.

Non solo i personaggi, i loro nomi, i loro caratteri, i rapporti reciproci, e lo sfondo in cui agiscono sono gli stessi, ma anche i temi principali e secondari del libro, la struttura, il punto di partenza degli episodi e il più delle volte il loro punto d’arrivo permangono immutati. Al centro del romanzo vi è sempre il racconto, per metà realistico, per metà simbolico, di un attentato antifascista a Roma nell’anno XI della dittatura. Come in precedenza, alcune figure tragicomiche più o meno legate al dramma o a volte affatto estranee a esso, ma quasi tutte più o meno consapevolmente in balia dei conflitti e degli slogan dell’epoca, si concentrano attorno a tre o quattro personaggi dell’episodio centrale. Al primo Moneta del sogno apparteneva anche l’intento di scegliere dei personaggi che a prima vista potrebbero sembrare sfuggiti da una Commedia, o meglio, da una Tragedia dell’Arte moderna, ciò al solo fine di porre subito in evidenza quanto ognuno di essi ha di più specifico, di più irriducibilmente singolare, e di lasciare quindi intuire quel quid divinum più essenziale della loro stessa persona. Lo slittamento verso il mito o l’allegoria era pressoché simile nelle due versioni, e ambiva ugualmente a confondere in un tutto unico la Roma dell’anno XI dalla nascita del fascismo e la Città in cui s’intreccia e si disfa in eterno l’avventura umana. Infine, la scelta di un mezzo volutamente stereotipato, quello della moneta che passa di mano in mano, per collegare tra loro episodi già imparentati dalla riapparizione degli stessi personaggi e dei medesimi temi, o dall’introduzione di temi complementari, esisteva già nella prima versione del libro, e la moneta da dieci lire rappresentava come qui il simbolo del contatto tra esseri umani sprofondati, ognuno alla propria maniera, nelle passioni e nella propria intrinseca solitudine. Quasi sempre, riscrivendo in parte Moneta del sogno, mi è capitato di dire, in termini a volte molto diversi, quasi esattamente la stessa cosa.

Ma, se è così, perché imporsi una ricostruzione tanto considerevole? La risposta è molto semplice. Nel corso della rilettura, alcuni brani mi erano parsi troppo deliberatamente ellittici, troppo vaghi, a volte troppo ornati, troppo contratti o troppo diluiti o anche, a volte, soltanto mal riusciti. Gli interventi che rendono il libro del 1959 un’opera diversa da quella del 1934 tendono tutti alla presentazione più completa, e dunque più minuziosa, di alcuni episodi, allo sviluppo psicologico più accentuato, a semplificare e a chiarire certi aspetti e, per quanto possibile, ad approfondirne e ad arricchirne altri. In diversi punti ho cercato di rafforzare la componente realistica, in altri quella poetica, il che alla fine è o dovrebbe essere la stessa cosa. I passaggi da un piano all’altro, le brusche transizioni dal dramma alla commedia o alla satira, frequenti nella prima versione, oggi lo sono ancora di più. Ai procedimenti già impiegati, narrazione diretta e indiretta, dialogo drammatico, e persino aria lirica, è andato ad aggiungersi in rarissime occasioni un monologo interiore che, lungi dal voler mostrare, come quasi sempre avviene nel romanzo contemporaneo, un cervello-specchio che riflette passivamente il flusso delle immagini e delle impressioni che scorrono, qui si riduce ai soli elementi basilari della persona, e pressoché alla semplice alternanza del sì e del no.

Potrei moltiplicare questi esempi, destinati a interessare chi scrive romanzi più di chi li legge. Mi sia almeno consentito di smentire l’opinione corrente secondo la quale riprendere in mano una vecchia opera, ritoccarla, a maggior ragione riscriverla in parte, è un’impresa inutile se non nefasta, inevitabilmente priva di slancio e di ardore. Al contrario, ho goduto dell’esperienza diretta e del privilegio di vedere questa sostanza fissata in una forma da così tanto tempo ridiventare duttile, di rivivere un’avventura da me immaginata in circostanze che neanche ricordo più, infine di ritrovarmi in presenza di certe vicende romanzesche come dinanzi a situazioni vissute in passato che, per quanto si possano esplorare ulteriormente, interpretare meglio o spiegare più diffusamente, non ci è più consentito cambiare. La possibilità di apportare all’espressione di idee o di emozioni che non hanno mai smesso di abitarci il beneficio di una più lunga esperienza umana, e soprattutto artigianale, mi è parsa un’occasione troppo preziosa per non essere accolta con gioia, e anche con una sorta di umiltà.

È soprattutto l’atmosfera politica del libro a non variare da una versione all’altra e così doveva essere, affinché questo romanzo ambientato nella Roma dell’anno XI restasse esattamente datato. Quei pochi fatti immaginari, la deportazione e la morte di Carlo Stevo, l’attentato di Marcella Ardeati, si collocano nel 1933, vale a dire in un’epoca in cui le leggi speciali contro i nemici del regime infierivano da alcuni anni, e molti attentati dello stesso genere contro il dittatore erano già avvenuti. Tutto ciò, d’altra parte, accade prima della spedizione in Etiopia, prima della partecipazione del regime alla guerra civile spagnola, prima dell’avvicinamento e del repentino asservimento a Hitler, prima della promulgazione delle leggi razziali e, beninteso, prima degli anni di confusione, di disastri, ma anche di eroica resistenza partigiana della seconda grande guerra del secolo. Era dunque importante non mescolare all’immagine del 1933 quella, ancora più cupa, degli anni che videro il compimento di ciò che il decennio 1922-1933 conteneva già in embrione. Conveniva lasciare al gesto di Marcella il suo aspetto di protesta pressoché individuale, tragicamente isolata, e alla sua ideologia quella traccia dell’influenza di dottrine anarchiche che, sino a tempi ancora recenti, hanno così profondamente segnato la dissidenza italiana; bisognava lasciare a Carlo Stevo il suo idealismo politico in apparenza superato e in apparenza futile, e al regime stesso quel presunto aspetto positivo e trionfante che a lungo ha costituito l’illusione non tanto, forse, del popolo italiano quanto dell’opinione pubblica straniera. Una delle ragioni per le quali Moneta del sogno è parso degno di una nuova edizione è che fu a suo tempo uno dei primi romanzi francesi (il primo, forse) a guardare in faccia la vacua realtà che si celava dietro la tronfia apparenza del fascismo nel preciso momento in cui tanti scrittori in visita nella penisola si compiacevano nell’incantarsi ancora una volta dinanzi al tradizionale pittoresco italiano o nel guardare ammirati ai treni che partivano in orario (almeno in teoria), senza degnarsi di conoscerne la destinazione.

Come tutti gli altri temi del libro, e forse anche di più, il tema politico si ritrova rafforzato e sviluppato nella versione attuale. L’avventura di Carlo Stevo occupa un maggior numero di pagine, ma tutte le circostanze indicate sono quelle che figuravano già brevemente o implicitamente nella prima edizione. Le ripercussioni del dramma politico sui personaggi secondari sono più marcate: l’attentato e la morte di Marcella sono commentati en passant (cosa che non accadeva in precedenza) non solo da Dida, la vecchia fioraia del quartiere, e da Clément Roux, il viaggiatore straniero, ma anche dalle due sole nuove comparse introdotte nell’economia del libro: la proprietaria del caffè e il dittatore stesso, che qui d’altronde permane essenzialmente qual era nel vecchio romanzo, un’ombra enorme proiettata sul contesto; ora la politica inebria l’alcolista Marinunzi quasi quanto la bottiglia. Infine, Alessandro e Massimo, ognuno alla propria maniera, si sono rinsaldati nella loro veste di testimoni.

Forse nessuno si stupirà che nella versione attuale la nozione del male politico giochi un ruolo più considerevole rispetto alla precedente, né che Moneta del sogno del 1959 sia più amaro o più ironico di quello del 1934, che già lo era. Ma, nel rileggere le nuove parti del libro come se si trattasse dell’opera di un altro, mi colpisce particolarmente che il contenuto attuale sia al tempo stesso un po’ più aspro e un po’ meno cupo, che alcuni giudizi sul destino umano siano forse un po’ meno categorici e tuttavia più definiti, e che i due principali elementi del libro, il sogno e la realtà, cessino di essere due entità distinte, pressoché inconciliabili, per fondersi maggiormente in quel tutto che è la vita. Le correzioni di pura forma non esistono. La sensazione che l’avventura umana sia ancora più tragica, se mai è possibile, di quanto già sospettassimo venticinque anni or sono, ma anche più complessa, più ricca, a volte più semplice, e soprattutto più strana di quanto avessi già tentato di dipingerla un quarto di secolo prima, è stata forse la ragione che più di ogni altra mi ha indotta a riscrivere questo libro.

Mount Desert Island, 1959

 

Marguerite Yourcenar, Moneta del sogno, Bompiani, 2017, pp. 191-196.


Quarta di copertina

Roma, 1933. Il romanzo italiano di una grande scrittrice

Considerato il romanzo italiano di Marguerite Yourcenar, “Moneta del sogno” è il racconto, in parte realistico e in parte simbolico, di un attentato antifascista nella Roma dell’anno XI della dittatura, in una giornata di primavera. Scritto nel 1933 e rielaborato interamente nel 1959, il romanzo si snoda in nove episodi intrecciati l’uno all’altro da una moneta d’argento da dieci lire che passa di mano in mano da un personaggio all’altro come in una messinscena teatrale o cinematografica. Iniziato durante una visita in Italia, durante la quale l’autrice fu spettatrice della Marcia su Roma e delle tensioni che seguirono il delitto Matteotti, “Moneta del sogno” si distinse fra tutte le opere letterarie dell’epoca per la forte presa di posizione contro l’immagine che la propaganda ufficiale dava del nostro paese e per l’intuizione dei fatti gravi e irrimediabili che incombevano sull’Europa. Un romanzo importante da un punto di vista letterario e politico, da scoprire o riscoprire oggi in una nuova traduzione che ne restituisce per intero tutta la potenza.


Marguerite Yourcenar (1903-1987) – Leggere la vita
Marguerite Yourcenar (1903-1987) – Costruire, significa collaborare con la terra. Ricostruire significa collaborare con il tempo.
Marguerite Yourcenar (1903-1987) – Ho sempre avuto fortissimo l’orrore del possesso, l’orrore dell’acquisizione, dell’avidità, della logica per cui la riuscita consiste nell’accumulare denaro.
Marguerite Yourcenar (1903-1987) – Aver ragione troppo presto equivale ad aver torto. Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri.
Marguerite Yourcenar (1903-1987) – Il Tempo grande scultore. Dal giorno in cui una statua è terminata, comincia, in un certo senso, la sua vita.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Friedrich Hölderlin (1770-1843) – Vieni a placarmi questo caos del tempo come allora, delizia della musa, tu che concilî gli elementi tutti! Torna, viva bellezza, ai miseri cuori, alle mense inospiti, ai templi negletti, torna!

Friedrich Hölderlin07
Vieni a placarmi questo caos del tempo
come allora, delizia della musa, tu che concilî
gli elementi tutti! Dammi la pace con i tranquilli
accordi celesti, e unisci quel ch’è diviso,
finché la placida natura antica, fuori
dai fermenti del tempo, possente e serena
si levi. Torna, viva bellezza, ai miseri cuori,
alle mense inospiti, ai templi negletti, torna!
 
Friedrich Hölderlin, Diotima, vv. 1-8, 1797-1799

Friedrich Hölderlin, Diotima e Hölderlin, a cura di Enzo Mandruzzato, Adelphi, Milano 1995, vv. 1-8, 1797-1799.


Friedrich Hölderlin (1770-1843) – L’uomo che pensa deve agire, deve dispiegarsi. Egli può molto, stupenda è la sua parola che strasforma il mondo. Un potente anelito, con radici profonde, lo spinge verso l’alto.
Friedrich Hölderlin (1770-1843)– Dall’intelletto soltanto non può scaturire la filosofia, perché la filosofia è più della conoscenza limitata di ciò che esiste. Dalla ragione soltanto non può scaturire la filosofia, perché la filosofia è più della cieca pretesa di un progresso senza fine. Senza la bellezza dello spirito e del cuore, la ragione è soltanto come un supervisore.
Friedrich Hölderlin (1770-1843) – Quando un popolo ama il bello l’egoismo si scioglie. Se così non è, sempre più aridi e più desolati divengono gli uomini, cresce la sottomissione e con essa l’arroganza, l’opulenza cresce insieme alla fame e all’ansia per il cibo. Così il mondo intorno a noi diviene un deserto e il passato si sfigura in un cattivo auspicio per un futuro senza speranza.
Friedrich Hölderlin (1770-1843) – Dobbiamo uscire dalla pigra rassegnazione, dove non si vuole nulla, non ci sicura di nulla. L’originalità è intensità, profondità del cuore e dello spirito.
Friedrich Hölderlin (1770-1843) – Che cosa sono i secoli di fronte all’istante in cui due esseri si presagiscono e si accostano? Ancor prima che uno sapesse dell’altra, noi ci appartenevamo
Friedrich Hölderlin (1770-1843) – Il nobile porta i segni del destino sotto cui è sorto. Il bello assume di necessità una certa forma. Nessun uomo nella sua vita esteriore può essere ogni cosa nello stesso tempo. Per avere un’esistenza e una coscienza nel mondo è necessario determinarsi per qualche cosa.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Laura Venturi – Recensione per un evento che non ha avuto luogo

Teatri chiusi per covid

Laura Venturi

Recensione per un evento che non ha avuto luogo


La serata è più silenziosa del solito, mi preparo con la radio spenta e la fantasia accesa. Prendo un vestito sobrio e particolare al tempo stesso, mi immagino indossarlo bevendo un prosecco al bar del teatro. Che anche questo fa parte della serata in fondo, penso, quasi a giustificare questa immagine. Un prosecco, il bar, le persone … stasera stranamente mi soffermo su questo tipo di dettagli, quando penso alle ore che mi aspettano. Ho un tuffo al cuore e mi manca quasi il respiro quando immagino la fila all’ingresso, quel cauto camminare cercando di controllare la voglia di entrare nella hall calda e liberarsi del peso della giacca, quel cercare di mantenere un’elegante distanza dall’ospite che ci precede, pur riuscendo ad annusare distintamente il profumo emanato dalla sua sciarpa.


Il saluto alla maschera che controlla i biglietti: gli chiederò da che parte debba dirigermi per trovare il mio posto, anche se lo so benissimo, tanta è la voglia di parlare. Di vedere mani che indicano, gesticolano, che prendono il mio biglietto tra le dita e me lo restituiscono e per spiegare ancora una cosa me lo sottraggono nuovamente per poi consegnarmelo un’ultima volta, sfiorandomi perfino il dorso della mano. Immagino poi la fila al bar, immagino di guardare con benevolenza il cameriere mentre tocca i contanti e poi tocca la mia brezel e poi di nuovo le banconote e poi ancora il cibo altrui, senza guanti e senza rimedio, con allegria e noncuranza. Qualcuno mi pesta un piede per sbaglio, tanto ci tiene al vassoio con le quattro birre che deve ritirare, si gira e si scusa, con una risata di cui sento il vento sulla guancia. Gli sorrido, inalando il suo buonumore.


Quando trovo il mio posto le luci della sala sono ancora accese. Dopo pochi secondi che mi sono seduta arrivano quattro persone che desiderano raggiungere le loro poltrone più avanti nella stessa fila. Mi sorridono, come si sorride a teatro quando si desidera raggiungere una poltrona più avanti nella stessa fila. Sorrido anche io e mi alzo, mi schiaccio contro la mia poltrona chiusa, loro si schiacciano contro la fila davanti, ma il loro fondoschiena struscia contro le mie cosce e il mio addome. Questa stessa scena avrà luogo ancora quattro, cinque volte. Poi potrò stare seduta un po’ più a lungo, prima di dovermi alzare l’ultima volta per far passare la signora che siede alla mia destra. Quella davanti a me indossa un vestito azzurro spento con uno scollo sulla schiena. Il collier argento e i capelli biondi raccolti si gonfiano e sgonfiano con ogni suo respiro, la pelle è dorata e mi sembra di percepirne la tiepida aura profumata.


Poi le luci si spegneranno, e succede che si sentono più forti i respiri, le parole, le risate, quando è buio e sta per cominciare la magia. Si sente la vicinanza, si sente l’energia della folla pronta al miracolo, si sente la sintonia dell’attesa.

Ma intanto attendo, attendo che il tassista raggiunga il teatro. Gli biascico qualche battuta ma non mi sente, la mia voce non riesce a superare la barriera di plexiglass posta tra i sedili posteriori e quelli anteriori. Allora mi ricordo di quell’altra sera, che forse dovrei chiamare mattina, erano le 4 circa, dopo la serata di tango. Salgo sul taxi e il tassista turco mi fa mille domande sulla serata, ha sentito parlare della folle milonga berlinese di Kreuzberg e vuole sentire che ne penso. Gli piace la danza, ma se ne occupa indirettamente dice lui, lui suona il saz e gli altri ballano. Se suona bene, ballano di gusto. Tu hai ballato di gusto, osserva, chiudendo il finestrino “perché sennò ti ammali, sei tutta bagnata”. E sì, ero tutta bagnata, del mio sudore e di quello delle decine e decine di persone che avevano ballato dentro l’aria tropicale della stanza dal pavimento rosso. Abbiamo riso, con quel tassista, mi ha concesso di fumare nella sua macchina, mi ha offerto una birra, ne aveva diverse lì, gli ho detto va bene, ma accosta che ce la fumiamo insieme questa sigaretta, in onore della musica e del ballo.


Contatto, promiscuità dell’anima, Berlino è la città perfetta, anche per quella del corpo, ma quella sera è stata così, ore di danze sfrenate, una sigaretta col tassista, poi ancora quattro chiacchiere con una che, povera anima, anche lei con il cane che doveva pisciare alle 5 del mattino. Il tassista frena e accosta, siamo arrivati davanti al teatro. Sono contenta, pago e scendo, lui riparte.


La piazza è deserta, il teatro è chiuso. Ci sono dei cartelli davanti, non descrivono la prossima produzione, bensì il funzionamento dei tamponi. Il teatro è diventato un grande mercato di tamponi rapidi. Ma a quest’ora no purtroppo, quasi penso che sarei entrata comunque, pur di entrare.


Mi sento chiusa fuori dal calore che ho immaginato. Penso alle persone che non vedrò, penso all’arte di cui non farò esperienza. Sono impalata davanti al portone chiuso, quando avverto come un alito di vento alle mie spalle. Non oso girarmi. Lo sento di nuovo, e insieme individuo come un sussurrio. Le voci si fanno gradualmente più forti. Declamano, piangono, ridono, urlano, sussurrano, scherzano. Virtuosamente modulano toni e modi dei mille personaggi che sono rimasti chiusi fuori dal teatro. Anche il vento è aumentato nel frattempo, e nella piazza deserta distinguo il frullio di piroette, salti, attese e rincorse. Alzo gli occhi e davanti dietro e intorno al teatro scopro centinaia di frammenti di scenografia, tele e pezzi dei panorami più esotici che camuffano l’edificio dentro al quale dorme il palcoscenico.

Laura Venturi


Laura Venturi – Gentian Doda in «Was bleibt». Sei solo, ma non puoi ignorare ciò che ti circonda.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Franco Cassano (1943-2021) – Gli uomini che hanno potere dovrebbero scendere dalle auto blindate e iniziare a passeggiare. Passeggiare è ritornare a se stessi e a quella parte di noi che è la premessa di tutto. Passeggiare non deve servire a tenersi in forma, ma a dare forma alla vita. Abbiamo cose da meditare, molte cose già poetate in precedenza, per poi ricevere quel qualcosa di più che è incomparabile: la sorpresa della pura presenza.

Franco Cassano 01

«Questo mare, questi monti, queste isole, questo cielo – che qui e soltanto qui dovesse sbocciare l’A-lètheia, e gli dèi potessero, anzi dovessero proprio qui rientrare nella sua luce salvifica, che qui l’essere dominasse come presenza e istituisse l’abitare umano, è per me oggi più degno di stupore e più impossibile che mai da pensare fino in fondo (…). Dobbiamo portare con noi in Grecia molte cose da meditare, molte cose già poetate in precedenza, per poi ricevere quel qualcosa di più che è incomparabile: la sorpresa della pura presenza».

FRANCO CASSANO, Il pensiero meridiano, Laterza, Bari, p. 36.

Franco Cassano, già ordinario di Sociologia dei processi culturali, è professore emerito presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari. Tra le sue pubblicazioni: Approssimazione (il Mulino 1989); Partita doppia (il Mulino 1993); Modernizzare stanca. Perdere tempo, guadagnare tempo (il Mulino 2001); Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni (Dedalo 2004); Tre modi di vedere il Sud (il Mulino 2009); Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (con Andrea Riccardi, Lindau 2013). Ha curato con Danilo Zolo L’alternativa mediterranea (Feltrinelli 2007); Tre modi di vedere il Sud (il Mulino 2009).

Franco Cassano, Modernizzare stanca. Perdere tempo, guadagnare tempo, il Mulino, 2011.
«Gli uomini che hanno potere dovrebbero scendere dalle auto blindate e iniziare a passeggiare. Una passeggiata vuol dire essere restituiti alla strada e alla nudità casuale delle persone, guardare gli alberi, i palazzi o il mare, inseguire pensieri spesso splendidamente banali. Passeggiare vuol dire avere un cane per amico, oppure un amico libero come un cane, con cui parlare di tutto, uno che ti ascolta e ha voglia di perdere tempo con te. Passeggiare è […] assaggiare l’aria […] con la pelle, d’estate cercare l’ombra e d’inverno il sole. Passeggiare è commentare i titoli dei giornali con uno che non conosci, indicare una strada a un passante, ricordarsi di comprare qualcosa prima di tornare. Passeggiare è imbattersi in chi non t’aspetti, […] è fermarsi al bar e guardare la gente che passa, parlare con chiunque dell’ultima partita, tanto per scambiarsi calore. Passeggiare è giocare dolcemente con la giornata, decidere che ne puoi perdere un pezzo perché lo vuoi guadagnare. Passeggiare è il piacere dell’anonimato e quello della compagnia, incrociare gente che non conosci e facce note, salutare o non salutare […].
Passeggiare è evadere dalla corsa feroce, da quell’assedio che chiude le porte da cui potrebbe entrare la vita, da quelle giornate murate che fanno del telefono cellulare un cellulare di polizia. Passeggiare è mettere la punteggiatura ai giorni, andare a capo, voltare pagina, creare intervalli, parentesi o punti interrogativi. Passeggiare vuol dire infiltrare un po’ di vacanza in ogni giornata, lasciare aperta una fessura nel quotidiano, sapendo che la sorpresa può entrare anche dalle porte strette. Passeggiare […] vuol dire […] mettere le virgolette a ciò che pretende di essere assoluto, resistere a tutte le militarizzazioni. […]
Passeggiare è un’arte povera, un far niente pieno di cose […]. Passeggiare è abbandonare la linea retta, […] girare a vuoto nella penombra, non aver paura di ascoltarsi. […] Passeggiare è ritornare a se stessi e a quella parte di noi che è la premessa di tutto […]. Passeggiare è il desiderio del ragazzo e dell’anziano, un’arte che l’adulto ha rimosso e sostituito con l’agonismo del jogging e della fitness. Passeggiare non serva a tenersi in forma, ma a dare forma alla vita» (Franco Cassano, Modernizzare stanca, pp. 149-150).


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Luca Grecchi – La dolcezza rappresenta una disposizione del carattere volta a configurare in maniera eccellente la propria umanità, nei rapporti con gli altri uomini e con la natura, per favorire la realizzazione di una vita felice.

Luca Grecchi - Dolcezza - Silvia Vegetti Finzi

Luca Grecchi

Dolcezza

Introduzione di Silvia Vegetti Finzi


«La dolcezza rappresenta una disposizione del carattere volta a configurare in maniera eccellente la propria umanità, nei rapporti con gli altri uomini e con la natura, per favorire la realizzazione di una vita felice».

L. G.



Quarta di copertina

La dolcezza è una virtù fondamentale che rende migliori le relazioni umane, e mai come in questo periodo di grandi incertezze se ne sente il bisogno. Questo saggio di Luca Grecchi analizza dapprima, alla luce della filosofia greca classica, alcuni dei contenuti essenziali per la comprensione della dolcezza, come la verità, il bene, la virtù. In un secondo momento, descrive le principali strutture etiche affini alla dolcezza, ma che dalla stessa si differenziano, costituendone talvolta semplicemente delle componenti: la gentilezza, la tenerezza, l’umiltà, la misericordia, la gratuità, la forza, la semplicità e la finezza. Di queste qualità, che il nostro tempo spesso altera, la dolcezza costituisce il coronamento e la compiuta realizzazione.

Luca Grecchi (Codogno, 1972) insegna per le cattedre di Filosofia Morale e di Storia della Filosofia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Fra i suoi libri più recenti, Leggere i Presocratici (2020) e tre volumi della collana «Questioni di filosofia antica» delle Edizioni Unicopli, ossia Natura, Uomo e Ricchezza (rispettivamente 2018, 2019 e 2021). Ha scritto inoltre Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005).

Pagine 170 – Euro 17,00


Indice

Introduzione di Silvia Vegetti Finzi

PRIMO CAPITOLO:
Per introdurre il discorso

La dolcezza come virtù

L’uomo: un ente da definire

Il bene: un concetto da definire

Il rispetto e la cura come relazioni costitutive del bene

Per una definizione della dolcezza

La dolcezza come giusta misura

La dolcezza come virtù filosofica

 

SECONDO CAPITOLO:
Cosa non è e cosa è la dolcezza

La dolcezza non è gentilezza

La dolcezza non è tenerezza

La dolcezza non è umiltà

La dolcezza non è misericordia

La dolcezza è (anche) gratuità

La dolcezza è (anche) forza

La dolcezza è (anche) semplicità

La dolcezza è (anche) finezza

Bibliografia


Luca Grecchi – i suoi libri


Luca Grecchi – Quando il più non è meglio. Pochi insegnamenti, ma buoni: avere chiari i fondamenti, ovvero quei contenuti culturali cardinali che faranno dei nostri giovani degli uomini, in grado di avere rispetto e cura di se stessi e del mondo.
Luca Grecchi – A cosa non servono le “riforme” di stampo renziano e qual è la vera riforma da realizzare
Luca Grecchi – Cosa direbbe oggi Aristotele a un elettore (deluso) del PD
Luca Grecchi – Platone e il piacere: la felicità nell’era del consumismo
Luca Grecchi – Un mondo migliore è possibile. Ma per immaginarlo ci vuole filosofia
Luca Grecchi – «L’umanesimo nella cultura medioevale» (IV-XIII secolo) e «L’umanesimo nella cultura rinascimentale» (XIV-XV secolo), Diogene Multimedia.
Luca Grecchi – Il mito del “fare esperienza”: sulla alternanza scuola-lavoro.
Luca Grecchi – In filosofia parlate o scrivete, purché tocchiate l’anima.
Luca Grecchi – L’assoluto di Platone? Sostituito dal mercato e dalle sue leggi.
Luca Grecchi – L’Italia che corre di Renzi, ed il «Motore immobile» di Aristotele
Luca Grecchi – La natura politica della filosofia, tra verità e felicità
Luca Grecchi – Socrate in Tv. Quando il “sapere di non sapere” diventa un alibi per il disimpegno
Luca Grecchi – Scienza, religione (e filosofia) alle scuole elementari.
Luca Grecchi – La virtù è nell’esempio, non nelle parole. Chi ha contenuti filosofici importanti da trasmettere, che potrebbero favorire la realizzazione di buoni progetti comunitari, li rende credibili solo vivendo coerentemente in modo conforme a quei contenuti: ogni scissione tra il “detto” e il “vissuto” pregiudica l’affidabilità della comunicazione e non contribuisce in nulla alla persuasione.
Luca Grecchi – Aristotele: la rivoluzione è nel progetto. La «critica» rinvia alla «decisione» di delineare un progetto di modo di produzione alternativo. Se non conosciamo il fine da raggiungere, dove tiriamo la freccia, ossia dove orientiamo le nostre energie, come organizziamo i nostri strumenti?
Luca Grecchi – Sulla progettualità
Luca Grecchi – Perché la progettualità?
 
Luca Grecchi – «Commenti» [Nel merito dei commenti di Giacomo Pezzano]
Luca Grecchi – Aristotele, la democrazia e la riforma costituzionale.
Luca Grecchi – Platone, la democrazia e la riforma costituzionale.
Luca Grecchi – La metafisica umanistica non vuole limitarsi a descrivere come le cose sono e nemmeno a valutare negativamente l’attuale stato di cose. Deve dire come un modo di produzione sociale ha da strutturarsi per essere conforme al fondamento onto-assiologico.
Luca Grecchi – Scuola “elementare”? Dalla filosofia antica ai giorni nostri
Luca Grecchi – La metafisica umanistica è soprattutto importante nella nostra epoca, la più antiumanistica e filo-crematistica che sia mai esistita.
Luca Grecchi – Logos, pathos, ethos. La “Retorica” di Aristotele e la retorica… di oggi. È credibile solo quel filosofo che si comporta, nella vita, in maniera conforme a quello che argomenta essere il giusto modo di vivere.
Luca Grecchi – Educazione classica: educazione conservatrice? Il fine della formazione classica è dare ai giovani la “forma” della compiuta umanità, ossia aiutarli a realizzare, a porre in atto, le proprie migliori potenzialità, la loro natura di uomini
Luca Grecchi – Mario Vegetti: un ricordo personale e filosofico
Luca Grecchi – «Natura». Ogni mancanza di conoscenza, di rispetto e di cura verso la natura si traduce in una mancanza di rispetto e di cura verso la vita tutta. L’attuale modo di produzione sociale, avente come fine unico il profitto, tratta ogni ente naturale – compreso l’uomo – come mezzo, e dunque in maniera innaturale.
Luca Grecchi – Scritti brevi su politica, scuola e società
Luca Grecchi – i suoi libri (2002-2019)
Luca Grecchi – L’UMANESIMO GRECO CLASSICO DI SPINOZA. Lo scopo della filosofia non è altro che la verità.
Luca Grecchi – «Uomo» – L’uomo è il solo ente immanente in grado di attribuire senso e valore alla realtà e di porsi in rapporto ad essa con rispetto e cura.
Luca Grecchi – Insegnare Aristotele nell’Università
Luca Grecchi – L’etica di Aristotele e l’etica di Democrito: un confronto
Maurizio Migliori, Luca Grecchi – Tra teoria e prassi. Riflessioni su una corsa ad ostacoli
Luca Grecchi – Multifocal approach. Una contestualizzazione storico-sociale. Occorre porsi con critica consapevolezza progettuale all’interno della totalità sociale.
Luca Grecchi – «Leggere i Presocratici». La cultura presocratica rappresenta tuttora una miniera in buona parte inesplorata.
Luca Grecchi – Questo volume cerca di colmare un vuoto, almeno nella letteratura specialistica in lingua italiana. Mancava infatti, ad oggi, un volume complessivo sul tema della ricchezza nella filosofia antica.
Luca Grecchi – La dolcezza rappresenta una disposizione del carattere volta a configurare in maniera eccellente la propria umanità, nei rapporti con gli altri uomini e con la natura, per favorire la realizzazione di una vita felice.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Daniele Orlandi – Invito a un capolavoro. «Rosso Antico» di Simone Nebbia.

Simone Nebbia - Daniele Orlandi

Non regalate terre promesse
a chi non le mantiene.

Fabrizio De Andrè, Rimini

Ci incontrammo in un’assemblea alla Sapienza, alcuni anni dopo l’uscita del libro. Io ero seduto in prima fila e lui, passandomi davanti, mi fulminò con lo sguardo a mirino: “Asor, l’uomo che mi ha fatto più male nella vita”.

Alberto Asor Rosa, parlando di Pasolini


Inizierei alla maniera dei recensori autentici. Simone Nebbia, Rosso antico, per i tipi di Giulio Perrone Editore, I edizione gennaio 2021, nella collana “Fiamme”. Brossura in 8° con ali, pp. 204. In quarta di copertina è riportata una citazione da p. 59:

Vogliamo tutto. E lo vogliamo adesso. Ma vogliamo tutto o tutto quel che resta?

Nella prima parte il lettore riconoscerà il riferimento al romanzo di Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, del 1971, che tentava, in una dimensione avanguardistica, un primo bilancio della stagione di lotte operaie alla fine degli anni Sessanta che sarebbe stata definita “autunno caldo”. Nella quaestio della seconda, Simone Nebbia, rovesciando l’assunto, introduce l’argomento di uno dei rari libri non banali che affollano gli scaffali delle librerie nell’anno in cui cade il centenario della fondazione del maggior partito comunista europeo, quello italiano. A bene vedere il mio discorso su Rosso antico potrebbe terminare qui se non fosse che tempo fa uno scrittore di successo, dopo aver avuto la fortuna di esaminare un manoscritto di Simone Nebbia, decretò: “Molto bene, ma il fatto è che ti sforzi di dire la tua sul mondo invece di raccontarlo”. Peccando di modestia, Nebbia incassò la lezione e si convinse che, in fondo, lo scrittore di successo avesse ragione. A me sembrò un vago pretesto d’uso per un rifiuto gentile, pescato magari da qualche pagina di I libri degli altri, di Italo Calvino, e mescolato con un po’ d’invidia perché lui, lo scrittore di successo, un libro così bello non lo aveva mai scritto. Ma non lo dissi a Nebbia, allora più giovane e suscettibile di adesso. Lo tenni per me confidando nella galanteria del tempo e in giudizi meno lividi. Era il 2009, mi pare, il manoscritto non era quello di Rosso antico e Simone Nebbia veniva da un periodo gravoso sul piano privato e sociale che cercava di scontare dentro una rivolta studentesca che gli aveva ispirato quelle pagine rifiutate. Da allora Nebbia ha fatto diverse cose, ha avuto e saputo sfruttare molte occasioni per “dire la sua” sul mondo attraverso testi e critiche teatrali, versi, canzoni, spettacoli, al punto che chiamarlo esordiente suona un tantino improprio.
Ad ogni modo, è bello aprire un libro e scoprire che non parli di pandemia o di camorra, di caporalato o di amori criminali, temi di per sé serissimi quando non vengano affrontati con quella morbosità cronistica – più per malafede dell’imprenditoria editoriale che per scelta libera degli autori – dalla narrativa contemporanea, quel fare le pulci a realtà che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, quel mostrarne il verso e il recto per poi, al momento opportuno, tirarsi indietro e avvertire: io vi ho solo mostrato ciò che accade, a voi il giudizio morale. No, non è così che si fa. Anzitutto perché se ti metti su quella strada e non sei Roberto Saviano rischi di diventarne uno stanco epigono; in secondo luogo perché romanziere e poeta non sono costretti ad essere anche sociologi, se è vero, come sosteneva qualcuno, che l’arte non ricerca la realtà ma pone le condizioni per ricrearla. E non c’è nulla di più artistico (e di più complesso) che creare la realtà dalla realtà stessa, vale a dire ingaggiando una strenua battaglia contro una micidiale forza centripeta.
Ecco che Simone Nebbia, volgendo le spalle a un passato storico che ha perfettamente assimilato e impastandosi al presente, crea in Rosso antico una realtà romanzesca dove il simile e il verosimile, la fonte e la sua messa in scena, si inseguono equiparandosi, alla maniera di un narratore onnisciente. Sì, perché la vicenda che trova spazio in Rosso antico è quanto di più antiévénementiel non si potrebbe immaginare. L’avvenimento è il Sessantotto, la braudeliana increspatura di superficie che un lento lavorio sottomarino ha preparato, ingigantito, e finito per sommergere del tutto generando una risacca vertiginosa (un tempo la si sarebbe detta lunga durata) che giunge fino al Duemilaotto, alle plaghe di una generazione, tra il dissoluto e il devoto ai paterni altari, impegnata in una mobilitazione studentesca ribattezzata “l’Onda” che ebbe il grande merito di arrivare dopo un lungo riflusso (intervallato da brevi esperienze, ricordiamo almeno la “Pantera” nel 1990) e il demerito (felix culpa) di non essere divenuta una òla per mancanza di ascolti, di credito, di sponde da parte di padri e quadri. Differenze, a volte, sottili.
Ma come raccontare un momento storico del quale tutti si sono sentiti in dovere di parlare, con cui tutti si sono misurati con esiti perlopiù deludenti, come mostrare l’essenza di un coriaceo rimosso che ha avuto il destino di rimanere sulla bocca di ognuno? Con grande finezza, Nebbia sceglie di affidare al Sessantotto il ruolo che gli compete nella storia italiana degli ultimi cinquant’anni, quello del Grande Assente o del Grande Incompreso, del mito per sopravvivere. A cosa? Alla sua contropartita storica. Il Sessantotto, certo. Ma pochi mesi dopo, il 1969 ci presentava già un altro Paese, un’altra storia: Piazza Fontana e lo slittamento della lotta dai cortei unificati di studenti e operai all’asfalto delle strade coi feriti a vita o i morti ammazzati, alla clandestinità, alle leggi speciali e agli ergastoli piovuti giù a pioggia e mitigati soltanto dalla dissociazione. Pochi mesi, quindi, e si era già in viaggio verso la fine delle rivendicazioni salariali e studentesche, in una parola: di “classe”. Fino alla pietra tombale di qualunque possibilità di cambiamento radicale degli assetti sociali e culturali rappresentata dalla marcia cosiddetta dei “quarantamila” alla Fiat. Era il 1980.

Per non parlare di coloro (veramente tanti) che verificata la propria coscienza civica sulle barricate sessantottesche, si ritrovarono, di lì a pochi anni, perfettamente integrati in quell’establishment che avevano avuto in animo di ribaltare, vincenti o ripescati di una lotta che si era fatta puramente individuale, tutta interna alla borghesia figlia della borghesia:

“Ma avevamo ragione! […] Lo sentivamo il bisogno di collettività, di incidere nella relazione, inventare contesti, mescolare classi diverse e finalmente uscire dai blocchi della provenienza culturale”.

“Tutto giusto, ma noi oggi invece? Cosa siamo diventati?” (p. 142)

Pochi sono quelli che, smarrito il senso di un’appartenenza nella quale hanno giocato tutta la propria vita, rimangono di colpo maestri senza allievi, afasici oratori o scrittori senza lettere. È ciò che accade al sessantenne Luca Salomè, primo protagonista del romanzo, ordinario di Storia contemporanea e autore di libri di riferimento per generazioni di militanti e studiosi. Una mattina dell’inverno più freddo del secolo, Salomè, dalla scrivania del suo comodo appartamento si accinge a vergare, su commissione dell’editore, le pagine definitive sulla stagione sessantottina accorgendosi di non essere in grado di cominciare. Le parole non arrivano, i pensieri urtano con un sentimento profondo d’inutilità, le idee restano disarticolate (termine tristemente in voga negli anni appena successivi a quel fatidico anno). Dov’è finita quella storia nostra – si chiede Salomè – se oggi, sempre più spesso, non mi riesce che pensarla come mia?

E dunque si trovò costretto a costatare la secchezza dell’inchiostro: la mano destra, pure inarcata a covare il foglio, non faceva nascere nulla, mentre la sinistra aveva smesso ogni arabesco lasciandosi prendere dalla stanchezza a centro pagina; il professor Salomè chiuse le penne e le lasciò, parallele a farsi coraggio, in schiera militare, chiuse nel loro mutismo. (pp. 97-98)

Inizia qui una ricerca che somiglia alla discesa agli inferi di una vita illusa di essere stata spesa al meglio, nella piena onestà intellettuale, a viso e mani aperte dentro un Partito un tempo forte e strutturato – ma, è il caso di sottolinearlo, tutt’altro che vicino al Movimento, nel ’68 come in seguito -, ora disciolto nel patteggiamento storico (in ritardo di trent’anni) con un’annichilente voglia di Centro. Come in una famiglia sopravvissuta alla perdita di un figlio e che ogni dodici mesi si ostina, nelle cene silenziose di televisione, a immaginarne il compleanno. Cos’altro, in fondo, le resta? Il secolo breve del comunismo italiano, livornese per nascita, non per costumi. Come quando Salomè visita la vecchia sede del Partito, ora cantiere ridipinto di “un bianco così bianco da abbagliare” (p. 72), e a terra calcinacci di voci, di riunioni fumose e di sogni collettivi. Il bianco, vuoto metaforico che contiene, assorbendoli, tutti i colori, bianco come lo sfondo di uno scudo crociato, bianco come la resa, come i morti sotto i lenzuoli.
Chi, al contrario, non si è fatto fagocitare dall’erpice del “centralismo democratico” è l’amico e sodale di gioventù Bartolomeo Zerilli, come Salomè docente di Storia ma nell’antinferno di color che son sospesi, il limbo dei liceali. Zerilli ha salvaguardato le sue idee dietro la pelta del disincanto metodico, accettando che ad uccidere la vecchia casa di giovanili militanze sia stata proprio la sua stessa covata di figli prediletti dietro cui non è difficile intuire la nomenklatura degli ultimi anni del PCI e dei primi anni della svolta socialdemocratica. Con l’amico di sempre, protetto dal suo amato stinto maglione rosso a collo alto, Salomè tenterà, in una estemporanea gita al mare, l’estremo recupero di una storia comune uscita fuori vena, per capire se davvero quella generazione abbia poi ottenuto qualcosa o solo il suo disavanzo, pagato in sovrapprezzo al botteghino di un futuro narciso e postideologico.

Dura meno di un giorno, quindi, il Sessantotto smarrito di Luca Salomè, dall’alba al tramonto, correndo verso un esito imprevedibile mentre a dare continuità a quell’increspatura di superficie, nel quarantesimo anniversario di Valle Giulia, è uno studente nostro contemporaneo, che sta tenendo un diario fratello discreto cui affidare frammenti di un discorso politico ed esistenziale durante l’Onda. Si chiama Giovanni Praga, un po’ Emilio scapigliato tardoromantico, un po’ Drogo attendente eterno di nemici che non arrivano:

Siamo una generazione formata per perdere, la nostra coscienza civile è ferma allo scambio delle figurine, ci hanno cresciuti a non accettare caramelle da nessuno, neanche da un parente o un vicino di casa, così adesso non sapremmo riconoscere un essere umano neanche in un documentario di Quark. (pp. 75-76)

Si resta impressionati dalla saggezza di questo ventenne, di sinistra senza partito, e pensiamo con dolore a quanti come lui abbiamo perso per strada, a quanti di lui eravamo noi, a quanto non lo siamo mai stati, alle scintille lasciate a spegnersi per stanchezza o disattenzione. Praga, che dalla pancia del corteo segue ne percorre le zone esterne, ne disegna i percorsi, ne tiene ancora un capo, ancora una coda, necessario come un filosofo che sussurra dubbi dove altri gridano certezze.

Com’era? Noi vogliamo tutto. E lo vogliamo adesso […] E per volerlo adesso bisogna andare chissà dove abbiano delocalizzato. Dispersivo seguire il lavoro che sguscia da tutte le parti come un pesce di fiume che proprio non ci vuole stare. Non è sparita la lotta, semmai – peggio – è sparito il campo di battaglia. (pp. 59-60)

La sua sul mondo, ricordate?
Praga e Salomè, destinati a sfiorarsi, nelle malebolge dello Studium Urbis, senza reciproca memoria, senza legittimazione o nell’ammirazione unilaterale del giovane per il maturo, tra l’abisso del reale e l’abisso dell’ideale, tra la pràxis e la theôrēsis, in una storia che consente asimmetriche sovrapposizioni ma mai saldature.
Leggevo il diario di Giovanni Praga, novello Chateaubriand a Waterloo, e ricordavo le mie peregrinazioni di tesista, in quei corridoi, secoli fa preposti alla discussione critica del sapere; leggevo e ricordavo, lì, al secondo piano della Facoltà di Lettere, un uomo mai visto né ascoltato (una stanzetta con targa annessa ne serba inadeguata memoria). Si chiamava Gustavo Vinay, emerito docente che nel 1967, alla fine di un’epoca storica, si rivolgeva ai suoi maestri degli anni Trenta e Quaranta, di un’università ancora imbevuta di quel crocianesimo sceso dall’alto come asserzione di verità, come religione, a quei professori amati e contestati ma certo infinitamente più grandi dei nostri: “Io ero sangue del vostro sangue, sangue della vostra storia-che-ha-un-senso e per voi io crepavo dentro prima di crepare fuori”.[1] A noi restavano invece quelli che volevano insegnarci l’Accademia coi figli sistemati nei migliori college statunitensi, quelli della ricreazione finita, quelli di Piazza Navona che “con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai!”, quelli dello stringiamci a Coorte di assistenti e dottorandi di cui, forse, come diceva il celebre film, ne rimarrà soltanto uno, dietro i volti dei Salomè e dei tanti più tristi di lui poiché in carne e ossa. Gli intellettuali organici della dimenticanza. Non si leggono perciò senza saltare dalla sedia le parole che Giovanni Praga sembra aver strappato da ogni nostro silenzio di ex giovani ed ex lavoratori, ex studenti ed ex laureati:

Voi che occupate e gestite il potere, voi che conservate il vostro tempo come unico e ultimo degno, voi che pian piano morite non lasciando traccia, non siete che i figli rimasti, quelli che hanno conquistato posizioni dal disarmo degli altri, che hanno occupato posti che non gli spettavano, nutriti di sangue altrui. (p. 165)

Meditate che questo è stato. Davanti a cotanto inquisire solo il bacio di un cristo dostoevskiano potrebbe redimervi.
Ho toccato fin troppi punti, rapsodicamente e in modo confusionario. Me ne scuso ma Rosso antico è davvero un libro gremito come un termitaio, una di quelle opere che quando ne parli non sai come chiudere né vorresti. Dirò quindi che ciò che infine lo rende uno dei testi più originali degli ultimi anni è il linguaggio, l’ossessione di Giovanni Praga di “contemplare nella forma la bontà dei contenuti” (p. 89), lo strumento che gli scrittori usano per rimodellare il mondo, la guerra senza quartiere con le parole, il sacrificio di indietreggiare affinché vincano loro, o più semplicemente ciò che i critici chiamano stile. Simone Nebbia, come una forza del passato, raccoglie una tradizione sparita e si pone tra gli ultimi stilisti della narrativa novecentesca. Alto, immaginifico, raffinato fino alla poesia, ricercato senza cedere all’autocompiacimento e a quello “scrivere oscuro” di cui Manganelli tesseva l’elogio.
Un recensore, dalle colonne di un importante settimanale, ha parlato per Rosso antico di “una prosa lavorata”. Giungerei a dire fulgida, come mostra fin da subito quel Prologo vero e proprio pezzo di bravura, nel gioco elegante di citazioni implicite che vanno dall’incipit leopardiano: “Il vento è freddo in questa notte di mezzo inverno” (p. 9), alla descrizione di una metropoli che sdorme, avrebbe detto uno degli eteronimi di Pessoa, Bernardo Soares, quando Nebbia scrive della

realtà ululante dei supermercati chiusi ma con la luce ancora a giorno, telecamere nascoste, cimici, intercettazioni satellitari, i circuiti chiusi delle banche, grida nella notte questa città tappezzata di manifesti di propaganda elettorale, concerti, spettacoli, svuotacantine, oscuravetri attaccati ai semafori insieme con gli adesivi di battaglie perse prima ancora di essere combattute […] (pp. 10-11)

Un turbinio reso visibile dalla camera a schiaffo sulla penna di Nebbia, famelico e vigliacco brulichio di mosche che si riproducono per partenogenesi dalle crisi del capitalismo con evidente, sentito omaggio all’ultimo Paolo Volponi. Per chiudersi, e non è che l’inizio, con echi gaddiani ma spezzati come sul pentagramma di un verso:

 

Attorno la notte.
Sfinita, quasi l’alba. (p. 11)

 

Una scelta stilistica, sia chiaro, che non nasce dalla necessità (pur legittima) di mettersi in mostra da parte dello scrittore emergente ma che costituisce una consustanza del capolavoro e della materia di cui Nebbia s’è fatto scriba. Accettando, anzi, il rischio che tale partitura così impervia renda la lettura a tratti impegnativa.

Che questo pericolo venga recepito come valore aggiunto di un libro di cui si sentiva da troppo tempo il bisogno è infine mia speranza.

Daniele Orlandi

[1] G. Vinay, Pretesti della memoria per un maestro, Spoleto, CISAM, 1993, p. 125.


Simone Nebbia (1981) è un critico teatrale, e ha una formazione interamente letteraria. Animatore del quotidiano di informazione teatrale online www.teatroecritica.net, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de «I Quaderni del Teatro di Roma», periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume Il declino del teatro di regia (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa) e collaboratore della rivista Orlando (Giulio Perrone Editore) diretta da Paolo Di Paolo. Ha collaborato con il programma di Rai Scuola Terza Pagina. Nel 2013, per l’editore Titivillus, ha pubblicato il volume Teatro Studio Krypton. Trent’anni di solitudine. Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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