Byung-Chul Han – La vita contemplativa è più attiva di qualsiasi iperattività, che rappresenta un sintomo di esaurimento spirituale.

Byung-Chul Han 01
La società della stanxhezza

La società della stanxhezza

Byung-Chul Han nella sua opera La società della stanchezza descrive la vita “dell’ultimo uomo”, l’uomo del mercato globalizzato, formato per la produzione H24 – a volere usare un’espressione in voga nel sistema dell’efficienza a tutti costi –, del risultato quale paradigma di giudizio per discriminare gli inclusi dagli esclusi.
È la società del poter fare: lo Stato non più garante dei diritti sociali ed individuali interviene per porre le condizioni perché possa essere possibile sempre la competizione. Il nuovo imperativo invita al poter fare, alla passività dinanzi all’iperstimolazione. La società del doping: tutto diviene lecito purchè il risultato sia possibile. L’ego ipertrofico raccoglie nel vuoto del proprio narcisismo ogni stimolazione all’azione con l’effetto di un io esponenziale che, con la sua ombra, oscura la comunità, il libero pensiero, ogni atto creativo. La gettatezza dell’iperattivismo comporta la passività. La libertà, invece, conosce la resistenza. Il riposo e la noia quali momenti imprescindibili della creazione del nuovo. ”Ci sono due forme di potenza. La potenza positiva è la potenza di fare qualcosa. La potenza negativa è invece la potenza di non fare – di dire no, per esprimerci con Nietzsche. Questa potenza negativa si distingue però dalla mera impotenza, dall’incapacità di fare qualcosa. L’impotenza è soltanto il contrario della potenza positiva. È essa stessa positiva nella misura in cui è vincolata a qualcosa. Essa, intatti, è un non poter fare qualcosa. La potenza negativa supera questa positività che è vincolata a qualcosa, è una potenza di non fare. Se possedessimo solo la potenza positiva di percepire qualcosa, senza quella negativa di non percepire, la percezione sarebbe esposta senza difese a tutti gli stimoli e gli impulsi che premono e s’impongono. Non sarebbe possibile, così, alcuna “spiritualità”. Se possedessimo solo la potenza di fare qualcosa e non la potenza di non fare, giungeremmo a un’iperattività mortale. Se avessimo solo la potenza di pensare qualcosa, il pensiero si disperderebbe nella serie infinita degli oggetti. Sarebbe impossibile riflettere, poiché la potenza positiva, l’eccesso di positività, ammette solo di prolungare il pensieri” [1]
Il paradosso è che la società che si presenta come la più libera in assoluto, modello oltre il quale non vi è che il nulla, fa dell’attività il suo integralismo che uccide la libertà. Quest’ultima necessita del tempo sospeso per aprirsi ai legami, alla cura del sé, al pensiero critico, mentre la produzione assume carattere di consenso e nel contempo mezzo per narcotizzare le masse.
Il nuovo “oppio dei poveri” è l’iperproduzione senza consapevolezza.
L’uomo dell’iperproduzione disimpara a vedere, a contemplare la ricchezza della vita, la sua problematicità creativa. Si vogliono uomini ciechi per il nuovo integralismo, oscurati dalla produzione, che anestetizzano il loro sentirsi nel mondo “La mancanza di spirito, la meschinità si fonderebbero sull’“incapacità di resistere a uno stimolo”, di contrapporgli un “no”. Reagire immediatamente e seguire ogni impulso sarebbe già una malattia, una decadenza, un sintomo d’esaurimento. Qui Nietzsche non esprime altro che la necessità di una rivitalizzazione della vita contemplativa. Questa non è un aprirsi passivo, che dice “sì” a tutto ciò che i viene e che accade. Al contrario, essa oppone resistenza agli stimoli che premono e s’impongono. Invece di abbandonare lo sguardo all’impulso esterno, essa lo guida sovrana. Come fare sovrano che dice no, la vita contemplativa è più attiva di qualsiasi iperattività, che rappresenta allora un sintomo di esaurimento spirituale.”[2]
Contro la pressione alla prestazione Byung Chul Han propone la stanchezza che cura. La noia come la stanchezza spostano l’asse percettivo, il soggetto nel tempo sospeso dalla produzione riconfigura i significati, coglie nella noia la percezione che il presente non è tutto, ma solo il frammento della possibilità, della storia multilineare che attende per essere rimessa in gioco “La stanchezza da esaurimento è una stanchezza della potenza positiva. Rende incapaci di fare qualcosa. La stanchezza che ispira è una stanchezza della potenza negativa, ossia del non-fare. Anche lo Shabbat, che in origine significava “smettere”, è un giorno del non-fare, un giorno libero da ogni fare-per, da ogni cura (Sorge) – per dirla con Heidegger. Non si tratta di un intervallo. Dopo la creazione, Dio designò il settimo giorno come sacro. Sacro non è, dunque, il giorno del fare-per, ma il giorno del non fare, un giorno in cui sarebbe possibile l’utilizzo dell’inutilizzabile. Il giorno della stanchezza. L’intervallo è un tempo senza lavoro, un tempo di gioco, diverso anche dal tempo di Heidegger, che è essenzialmente un tempo della cura e del lavoro. Handke descrive questo intervallo come un tempo di pace. La stanchezza è disarmante. Nel lungo, lento sguardo di chi è stanco sorge la risolutezza della quiete. L’intervallo è un tempo dell’in-differenza come cortesia: “Io qui sto raccontando della stanchezza in un momento di pace, nell’intervallo. E in quelle ore c’era pace […]. E la cosa sorprendente è che la mia stanchezza là pareva collaborare al momento di pace – acquietando? attenuando? – disarmando ogni volta già sul nascere con lo sguardo i gesti di violenza, di rissa o anche soltanto di scortesia”.[3]
La stanchezza è disarmante perché si orienta verso l’ascolto di se stessi e degli altri, la relazione riemerge nella sua dinamicità ed intenzionalità verso la trasformazione dei processi naturalizzati che in quanto tali sono portatori di violenza e passività. La dialettica del possibile non può più attendere, la società del doping descritta dal filosofo vive nella dimenticanza di sé , cela nel ventre dell’iperattività la sua disperazione. Solo la resistenza pensata e progettata può rivitalizzare un sistema ripiegato nel suo meccanicismo depressivo

Salvatore Bravo

[1] Byung Chul Han La società della stanchezza ( ed. nottetempo Roma, 2013-pag 20)

[2] Ibidem pag 19

[3] Ibidem pag 27

 

 


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