Ronald D. Laing (1927-1989) – Fuori formazione o … fuori rotta? Il criterio di “fuori formazione” è quello positivistico. Il criterio di “fuori rotta” è quello ontologico.

Laing004

L'io diviso

«Da un punto di osservazione ideale si può osservare da terra una formazione di areoplani.

Può darsi che un aeroplano sia fuori formazione; ma l’intera formazione può essere fuori rotta. L’aeroplano che è “fuori formazione” può essere normale, in errore o “impazzito” dal punto di vista della formazione; ma la formazione stessa può essere in errore o “impazzita” dal punto di vista dell’osservatore ideale. Inoltre, l’aereo che è fuori formazione può essere più o meno “fuori rotta” di quanto lo sia la formazione stessa.

Il criterio di “fuori formazione” è quello positivistico. Il criterio di “fuori rotta” è quello ontologico.

Si rendono, quindi, necessari due giudizi distinti in base a questi differenti parametri. In particolare, è di fondamentale importanza il non confondere una persona che sia “fuori formazione” con il dirle che si trova “fuori rotta” se ciò non è vero; ed è di fondamentale importanza non commettere l’errore positivistico di dedurre che un gruppo, per il fatto di essere “in formazione”, debba essere necessariamente “in rotta” … Non è nemmeno il caso di ritenere che chi sia “fuori formazione” sia più “in rotta” della formazione stessa: non c’è bisogno di idealizzare qualcuno solo perché gli è stata applicata l’etichetta di “fuori formazione”. Né è il caso di convincere chi si trova “fuori formazione” che la cura consiste nel rientrare nella formazione. Chi è “fuori formazione” spesso nutre una profonda avversione per la formazione … Se la formazione si trova “fuori rotta”, l’uomo che sa veramente rimettersi “in rotta” deve lasciare la formazione».

Ronald D. Laing

 

Nodi


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Eugène Minkowski (1885-1972) – La ricchezza dell’avvenire che libera dalla morsa dell’attesa

Minkowski 01
Il tempo vissuto

Il tempo vissuto

«La speranza va più lontano nell’avvenire dell’attesa. Io non spero nulla né per l’istante presente né per quello che immediatamente gli subentra, ma per l’avvenire che si dispiega dietro. Liberato dalla norma dell’avvenire immediato, io vivo, nella speranza, un avvenire più lontano, più ampio, pieno di promesse. E la ricchezza dell’avvenire si apre adesso daventi a me […] Ma la speranza va “più lontano” anche in un altro senso: la speranza allontana da noi il contatto immediato del divenire ambiente, sopprime la morsa dell’attesa e mi consente di guardare liberamente lontano nello spazio vissuto che si apre adesso davanti a me».

Eugène Minkowski, Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia, Einaudi, 2004.


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Eugène Minkowski – Il tempo vissuto – L’azione etica apre l’avvenire davanti a noi perché resiste al divenire: è la realizzazione di quanto vi è di più elevato in noi
Eugène Minkowski (1885-1972)  – La morte, mettendo fine alla vita, la inquadra interamente, in tutto il suo percorso. È la morte che trasforma il succedersi o la trama degli avvenimenti della vita in “una” vita. Non è nel nascere ma è col morire che si diventa un’unità, “un uomo”.


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Costanzo Preve (1943 – 2013) – «Il ritorno del clero. La questione degli intellettuali oggi». La ricerca della visibilità a tutti i costi è illusoria. L’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente. Saremo giudicati solo dalle nostre opere.

Preve_ritorno del clero

«La ricerca della visibilità a tutti i costi, che molti sinceramente ritengono essere la precondizione per una vera esistenza, è fortemente illusoria. […] La sola via realistica è quella che nel Seicento seguì il filosofo olandese Spinoza: testimonianza di assoluta libertà di spirito e resistenza ad ogni forma di coinvolgimento esterno manipolato. […] Viviamo in un momento storico in cui l’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente, senza passare per la mediazione di gruppi intellettuali organizzati e riconosciuti. Si tratta di intellettualizzare direttamente la propria prassi culturale e sociale, non si tratta più di essere riconosciuti da una casta degli illuminati o da una corporazione dei colti.
Saremo giudicati dai presenti e dai posteri solo per le nostre opere, non per le chiacchiere di identità e di appartenenza che avremo prodotto, conformisticamente, in coro.

C. Preve

 

 

Il ritorno del clero

Costanzo Preve

Il ritorno del clero. La questione degli intellettuali oggi

indicepresentazioneautoresintesi

 

1. L’immaginazione sociologica.
 La nuova Nobiltà, il nuovo Clero ed il nuovo Terzo Stato
 dell’attuale globalizzazione ipercapitalistica

2. Dalla Cultura Mc World alla Iperborghesia.
 Sui lentissimi movimenti della immaginazione sociologica

3. I preti non sono più il clero della globalizzazione.
 Una proposta terminologica esplicita

4. Il clero giornalistico secolare, settore primario
 della nuova mediazione simbolica

5. Il clero universitario regolare, settore secondario
 della nuova mediazione simbolica

6. Nascita, sviluppo e declino dell’intellettuale 
 “impegnato” dal caso Dreyfus ad oggi

7. Il modello di Antonio Gramsci
 ed il ruolo sciagurato del blocco identitario

8. Dall’ideologia proletaria ai diritti umani.
 L’interventismo democratico nell’epoca della globalizzazione

9. Testimonianza e resistenza.
 Una strategia intellettuale sensata
 per l’individuo contemporaneo

10. Pensare e agire senza gruppi intellettuali.
 Sull’identità collettiva
 della comprensione del mondo oggi

Nota critica e bibliografica

In questo passaggio d’epoca la vecchia questione degli intellettuali ha bisogno di essere ridiscussa e ridefinita. Nato a fine Ottocento con il caso Dreyfus, l’impegno collettivo degli intellettuali sembra ora esaurirsi nelle insistite richieste di interventismo militare americano per tutelare “diritti umani” a corrente alternata ed a geometria variabile. Nello stesso tempo, la proposta di Antonio Gramsci di scegliere la via della “organicità” ad una classe o ad un partito ha dato luogo ad un ormai evidente blocco identitario che in nome di una cultura di appartenenza ha reso impossibile ogni indispensabile innovazione teorica adatta a comprendere le nuove caratteristiche del moderno capitalismo finanziario transnazionale. Questo nuovo capitalismo presenta caratteri neofeudali evidenti. Questa sua natura neofeudale si sta dotando di un nuovo Clero, prevalentemente giornalistico e mediatico, che organizza lo spettacolo della sua infinita potenza militare, tecnologica e culturale. Al vecchio clero religioso vengono riservate mansioni secondarie di carattere assistenziale. Questa cultura di tipo postborghese (da alcuni definita iperborghese) è stata connotata argutamente come Cultura Mc World, un nuovo tipo di totalitarismo flessibile che non si limita più a manipolare la vecchia opinione pubblica, ma tende a costruirla artificialmente fin dall’inizio. In queste condizioni storiche inedite, la vecchia questione degli intellettuali assume dimensioni nuove ed impensate. Il moderno Terzo Stato globalizzato che si sta costituendo non è ancora in grado di esprimere un’opposizione minimamente coerente alla Nuova Nobiltà finanziaria, ultracapitalistica e postborghese. Siamo dunque in una fase di passaggio nella storia dei gruppi intellettuali di opposizione, che deve essere compresa nei suoi termini esatti.

 

 


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Ernst Bloch (1885 – 1977) – Chi è scialbo si colora come se ardesse. La via esteriore è la più facile. Apparire più che essere: questo il suo motto.

Bloch Ernst

Bloch-Il principio speranza

«Non tutti fanno una certa figura. Ma i più vogliono fare buona impressione e si sforzano di piacere. La via esteriore è la più facile. Chi è scialbo si colora come se ardesse. E allora c’è chi compare più di altri, si mette in mostra.

Ad agghindarsi si impara rapidamente. Il corteggiatore si mostra, come si suol dire, dal lato migliore. L’io si trasforma in merce, facile da spacciare, anche splendida. Egli osserva come altri si atteggiano, che cosa portano, che cosa c’è in vetrina, e ci si mette anche lui. Certo, nessuno può fare di sé quel che già prima non è cominciato in lui. E fuori, nei begli involucri, nei gesti e nelle cose, lo attira solo quel che già da lungo tempo vive nei suoi desideri, anche se vagamente, e perciò volentieri si lascia sedurre. Rossetto, trucco, piumaggi altrui aiutano per così dire il sogno di se stessi a uscire dalla caverna. Ed eccolo che va e si mette in posa, incipria quel poco che c’è e lo falsifica. Però non proprio come se uno potesse falsificarsi completamente; almeno il suo desiderio è autentico. Nell’atteggiamento preso esso si mostra, anzi si tradisce… Apparire più che essere è tutto ciò che così gli viene consentito nell’assillo di passare per qualcuno di migliore. Ma essere più che apparire, questa inversione non c’è nessun agghindarsi che la contraffaccia; perciò da nessuna parte c’è tanto kitsch quanto nel ceto che sopporta se stesso come inautentico”.

Ernst Bloch, Das Prinzip Hoffnung (1959) [Il principio speranza (Garzanti, 1994)].

 

 


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Epicuro (341 a.C. – 270 a.C.) – Con maggior piacere gode dell’abbondanza chi meno di essa ha bisogno

Epicuro 006
Epistola a Meneceo

Epistola a Meneceo

 

«Consideriamo un grande bene l’autosufficienza, non perché in ogni caso dobbiamo vivere del poco, ma perché, se non abbiamo il molto, sappiamo accontentarci del poco, sinceramente convinti che con maggior piacere gode dell’abbondanza chi meno di essa ha bisogno, e che tutto ciò che è naturale è facile a procurarsi, invece ciò che è vano è difficile ad ottenersi; e i cibi frugali danno lo stesso piacere di un vitto sontuoso, una volta che sia eliminato del tutto il dolore del bisogno, e pane e acqua danno il più alto piacere, quando se ne cibi chi ne ha bisogno.
Pertanto l’abituarsi a un vitto semplice e non ricco, da un lato dà salute e dall’altro rende l’uomo sollecito verso i necessari bisogni della vita, e quando di tanto in tanto ci accostiamo a una vita sontuosa ci dispone meglio verso di essa e ci rende impavidi di fronte alla sorte».

Epistola a Meneceo

Epicuro, Lettera a Meneceo, 130,5-131,7; trad. di F. Scopece.

 


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Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) – Da quando il denaro ha iniziato a venire in onore, il reale valore delle cose è caduto in discredito. Gli uomini consacrano il denaro come espressione massima delle cose umane.

Seneca 005

 

Seneca, Lettere a Lucilio

«Da quando il denaro, che tanti magistrati e tanti giudici tiene avvinti, che addirittura crea magistrati e giudici, ha iniziato a venire in onore, il reale valore delle cose è caduto in discredito, e noi, diventati ora mercanti ora merce in vendita, non esaminiamo più la qualità, ma il prezzo.
Per interesse siamo onesti, per interesse siamo disonesti, e inseguiamo la virtù fin tanto che c’è la speranza di guadagnarci, pronti a cambiare rotta se il vizio promette di più.
I nostri genitori ci hanno inculcato l’ammirazione per l’oro e l’argento, e la cupidigia, instillata in noi fin da piccoli, ha messo radici profonde ed è cresciuta con noi. Cosi il popolo intero, in tutte le altre cose discorde, su questo soltanto conviene: questo ammirano, questo si augurano per i loro cari, questo consacrano agli dèi, come espressione massima delle cose umane […]. I costumi si sono ridotti a un livello tale che la povertà è considerata maledetta e infamante, disprezzata dai ricchi, invisa ai poveri».

Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, 115, 10-11; trad. di C. Nonni.


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Pelagio (354 d.C. – 420 d.C.) – La ricchezza ha forse un’altra origine che non sia, in primo luogo, l’ingiustizia e la rapina? Vediamo che soprattutto i malvagi hanno ricchezze in abbondanza. Nell’essere capace di distinguere la duplice via del bene e del male, nella libertà di scegliere l’una o l’altra sta il vanto dell’uomo di essere razionale.

Cruna

ELICHE-pelagio

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«[L'uomo è] libero nel compiere il bene o il male.
 Se ci pensi bene, ti apparirà evidente come, proprio per questo,
 la condizione dell'uomo sia più alta e dignitosa,
 dove sembra e si crede invece più misera.
 Nell'essere capace di distinguere la duplice via del bene e del male,
 nella libertà di scegliere l'una o l'altra sta il suo vanto di essere razionale.
 Non vi sarebbe alcun merito nel perseverare nel bene,
se egli non avesse anche la possibilità di compiere il male.
Per cui è un bene che possiamo commettere anche il male;
perché ciò rende più bella la scelta di fare il bene.
Sembra che molti vogliano rimproverare il Signore per la sua opera,
dicendo che avrebbe dovuto creare l'uomo incapace di fare il male:
non sapendo emendare la loro vita, costoro vogliono emendare la natura!
Invece la fondamentale bontà di questa natura è stata impressa in tutti,
senza eccezioni [...].
Di quanti filosofi, infatti, abbiamo sentito dire o visto con i nostri occhi
che sono vissuti [...] modesti, benevoli,
sprezzanti degli onori del mondo e dei piaceri,
amanti della giustizia?
Di dove vennero loro queste virtù, se non dalla natura stessa?
Fa' dunque che nessuno ti superi nella vita buona e virtuosa:
tutto questo è in tuo potere e spetta a te sola,
poiché non ti può venire dal di fuori,
ma germina e sorge dal tuo cuore».

 Pelagio, Epistola a Demetriade

[7,2] La ricchezza ha forse un’altra origine che non sia, in primo luogo, l’ingiustizia e la rapina? Posso dimostrarlo a partire, innanzitutto, da questa argomentazione: quasi tutti coloro che vediamo diventare ricchi, da poveri che erano, sappiamo che non possono riuscirci senza commettere qualche ingiustizia, o qualche rapina. [3] Tu mi dirai che questo
vale per quanti diventano, da poveri, ricchi; ma quelli che notoriamente sono ricchi per aver ricevuto l’eredità dei genitori? quelli che potremmo definire “ricchi fin dalla nascita”? Di loro si potrebbe pensare che possiedono la ricchezza non per un’ingiustizia, ma per un’eredità del tutto legittima; io però mettevo in discussione non tanto il possesso di ricchezza, quanto la sua origine: mi sembra difficile che si possa avere la ricchezza senza una qualche ingiustizia. [4] Tu mi dirai: «cosa ne sai di dove ha avuto origine quella ricchezza, se non sai quando è iniziata?» […] Deduco il passato dal presente: credo infatti che ogni situazione di cui ora vedo l’origine si sia ripetuta uguale in passato, quando non ne vedevo l’origine.
[5] E quindi la ricchezza è ingiustizia? Non dico che la ricchezza sia in sé ingiustizia, ma credo che derivi per lo più dall’ingiustizia. E se tu fossi disposto a discutere con me serenamente, senza irritarti, e non cercassi di giustificare, sostenendola animatamente, quella posizione a cui ti sei ormai affezionato; se invece mettessi da parte ogni intento malizioso e con animo tranquillo e pacato volessi ascoltare un ragionamento veritiero, forse potrei provarti che difendere la ricchezza con tenacia eccessiva non è giusto. [8, 1] Dunque: ti sembra giusto che uno trabocchi del superfluo, mentre un altro manca di quanto è necessario per la vita quotidiana? Uno si rovina perché ha troppo, l’altro invece deperisce perché ha troppo poco? Uno si gonfia di cibi ricercati, sontuosi, ben oltre le necessità naturali, mentre l’altro non si nutre abbastanza neanche di cibi scadenti?
[…] Uno è ricco d’oro, d’argento, di pietre preziose e di risorse di ogni genere, l’altro invece si esaurisce per la fame, per la sete, per la mancanza di abiti e per le privazioni di ogni genere? E poi, è da qui che sorge il sospetto maggiore di questa ingiustizia: vediamo che soprattutto i malvagi hanno ricchezze in abbondanza, mentre i buoni soffrono le miserie della povertà.

Pelagio, La ricchezza, 7, 2-5; 8,1; trad. di L. Pasetti.


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Adriano Ercolani – La ricerca eretica di Valentino Bellucci

stellari

246 ISBN

Valentino Bellucci
Da Pitagora a “Guerre Stellari”. Il sapere esoterico dei veri illuminati.
indicepresentazioneautoresintesi

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Valentino Bellucci (1975), laureatosi in Filosofia nel 2001 presso l’Università di Urbino con una tesi di antropologia filosofica dedicata alle teorie del colore, insegna nei licei della provincia di Pesaro-Urbino. Nel 2003 si aggiudica il secondo premio presso il prestigioso concorso dedicato alla poesia, il De Palchi-Raiziss (Verona-New York), e il suo componimento in versi è inserito nell’antologia del premio con prefazione di Giovanni Raboni. Docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata ha tenuto il corso: Storia e analisi-critica del video-teatro. Numerosi i suoi testi di saggistica filosofica, con una particolare attenzione al pensiero orientale, al cui studio fu iniziato dal grande orientalista Icilio Vecchiotti. Sviluppa inoltre ad una intensa attività pittorica e grafica, proseguendo la grande scuola figurativa di Pietro Annigoni. Pratica dal 2006 il Bhakti-yoga, all’interno della millenaria tradizione della Brahma-Madhva-Gaudya-Sampradaya, approfondendo i testi della mistica indù-vaishnava e divulgandone il profondo significato filosofico ed esistenziale. Si laurea in Sociologia nel 2013, con una tesi sulle strutture sociali dei Varna, che pubblica con prefazione del prof. Luigi Alfieri nel 2014.Tra le sue pubblicazioni: Il pensiero estremo (2004); Walter Benjamin. La duplice genealogia del simbolo e della verità (2004); Dialogo su Georges Battaille (2004); Lo yoga devozionale indiano. Il vaishnavismo (2011); Il benessere attraverso l’āyurveda (2013); Cristo era vegetariano? Interrogarsi su una parte dis toria forse taciuta o dimenticata (2013); L’invenzione dell’inferno (2015).

***

Nella continua consultazione di testi filosofici, orientali e occidentali, ortodossi ed eretici, classici o contemporanei, può capitare di imbattersi in studiosi liberi, dallo sguardo trasversale e affrancato dalle asfissianti mode culturali, insieme sincretico e diacronico: studiosi allergici a dogmi contrapposti e sovrastrutture stantìe.
Tale è il caso di Valentino Bellucci, ricercatore dal peculiare approccio spirituale, in grado di conciliare una notevole erudizione (soprattutto nell’ambito della tradizione vedico-bhaktica) con un’incessante ricerca di nuovi stimoli e approfondimenti.
Questa voracità intellettuale rende comunque interessanti i suoi studi, che talvolta possono apparire, per menti poco abituate ad uscire dal ghetto culturale eurocentrico, al limite di quella arbitrarietà spesso ascritta, da chi si muove entro i limiti razionali, a qualsivoglia rivelazione esoterica.
Per i lettori narcotizzati dai paralizzanti veleni del relativismo moderno, infatti, l’assertività di Bellucci (propria di uno studioso che pratica nel quotidiano ciò che teorizza) potrebbe risultare viziata da fanatismo o esaltazione. Questo proprio perché egli non rispetta, anzi vìola sistematicamente tutti i tabù intellettuali del falso progresso moderno, rivolgendosi a lettori dalla mente aperta e dalla risvegliata intelligenza emotiva.

La visione dell’Amore del Figlio di Dio di Ildegarda

Quando, in un articolo molto interessante pubblicato nella rivista Fenix, lo studioso ha sostenuto  che la mistica Ildegarda di Bingen ebbe nelle sue meditazioni la chiara visione di Shri Krishna (il celebre Cristo-Uomo Blu che ella descrive in pagine memorabili), sollevando in tal modo un sordo coro di bercianti critiche dal versante cattolico, in realtà ha ipotizzato qualcosa non solo che Jung avrebbe facilmente compreso e Zolla probabilmente sottoscritto, ma che qualsiasi ricercatore della verità troverebbe assolutamente logico.
L’accesso agli archetipi dell’Inconscio Collettivo è prerogativa dei mistici e degli artisti illuminati.
Non è certo un caso che Hillman menzioni proprio quella grande pagina di Ildegarda in una sua dissertazione sul blu quale colore alchemico.

Fedeli al titolo blakeano che campeggia su queste colonne, ancora una volta ci accingiamo a spezzare le manette della mente: benché Bellucci si rifaccia a figure spirituali a noi non vicine, benché non possiamo dire di condividere nel dettaglio ciascuna affermazione dei suoi dotti e pungenti testi, concordiamo con lui su alcuni fondamenti del suo discorso storico-filosofico.
Ad esempio, lo smascheramento dei dogmi incrollabili dell’ateismo di massa, eguali e contrari a quelli della Chiesa Cattolica (come avviene ne La Chiesa di Darwin, Ed.Harmakis); la dimostrazione dell’esistenza della dottrina della reincarnazione nel Sufismo, nella Qabbalah ebraica come nel Cristianesimo gnostico delle origini, in una ricostruzione storica ispirata a un classico di decostruzione anti-dogmatica di Jacques Le Goff (L’Invenzione dell’Inferno, Ed. Harmakis); soprattutto, sottolineiamo la grande lucidità con cui Bellucci afferma e argomenta una nostra radicata convinzione: la cultura vedica come fonte del sapere esoterico universale (oltre a quella egiziana, da sempre indicata come tale), attraverso un tortuoso percorso in cui la conoscenza originaria è stata variata, corrotta, deformata, a volte arricchita, conservata in codici occulti e tramandata/tradotta/tradita tramite la tradizione orfico-pitagorica, il platonismo originario, la Gnosi, i circoli esoterici medievali, gli iniziati rinascimentali, le origini (idealmente pure) della Massoneria, fino ai giorni nostri (Da Pitagora a Guerre Stellari, Ed. Petite Plaisance).
Il prossimo libro in uscita di Bellucci si prospetta altrettanto interessante, affrontando i collegamenti tra Gnosi cristiana e tradizione vaishnavica, come illustrato qui di seguito:

Leggere le pagine di Bellucci, anche quando non siamo d’accordo, è insieme sia un piacere intellettuale (nei suoi testi squaderna un’erudizione sempre gravida di stimoli), che un conforto spirituale: in tempi di sgangherati sincretisti New Age, vedere che c’è qualcuno che ancora sa approfondire con dedizione fonti storiche e proporre rigorose argomentazioni razionali, affrontando una materia ardente e accecante come la mistica orientale, ci colma di speranza.
Non è un caso che, con sapiente capovolgimento dialettico, egli sia in grado di citare Voltaire contro gli eccessi del razionalismo moderno, lo stesso Darwin (e i suoi onesti dubbi) contro i suoi seguaci dogmatici, e che in Occidente abbia idealmente dialogato, dedicandovi testi accademicamente non conformi, con due intellettuali fuori dagli schemi quali Walter Benjamin e George Bataille.
Concludiamo con le righe conclusive della sua introduzione al suo ultimo testo citato, forse per noi il più riuscito, che donano la misura del suo approccio non convenzionale ma comunque equilibrato: “L’India non ha creato questa conoscenza, essa era diffusa su tutto il globo, ma dopo varie trasformazioni storiche e geologiche tale sapere si è conservato soprattutto in India; ma oggi la conoscenza vedica sta già migrando in occidente ed è compito dell’uomo occidentalizzato recuperare questo patrimonio che tanto ha donato alla cultura moderna e che ancora può donare, poiché si tratta di una filosofia perenne, di una conoscenza eterna, fuori dal tempo, ma in grado di manifestarsi nel tempo. I testi vedici possono darci una psicologia perfetta, con lo yoga, una architettura armoniosa e insuperabile, con il vastu, una medicina non  invasiva e naturale, con l’ayurveda … la lista delle scienze vediche è assai lunga. Si tratta di iniziare a studiarle seriamente e a mettere in pratica questo sapere millenario”.
Non possiamo che sottoscrivere questo invito.

Articolo pubblicato su: «Spezzando le manette della mente» del 8-5-2016.

 

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Domenico Segna – Un caso di coscienza. Giuseppe Gangale e “La Rivoluzione protestante”

Gangale in evidenza

Coperta Gangale

 

Domenico Segna
Un caso di coscienza.
Giuseppe Gangale e “La Rivoluzione protestante”

indicepresentazioneautoresintesi

 

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Filosofo, giornalista, glottologo, amico di Piero Gobetti, nome dimenticato, se si esclude l’ambiente protestante italiano, Giuseppe Gangale è un caso unico nella storia culturale del Novecento italiano. Nato a Cirò Marina, in Calabria, animatore di Conscientia, una delle migliori riviste di matrice protestante degli anni Venti, Gangale tentò di unire la propria fede calvinista con il pensiero di Hegel sino al punto di delineare un inedito «Marx calvinista». Nel 1925 raccolse l’invito di Gobetti di pubblicare, presso le omonime edizioni, un testo destinato a restare sepolto per decenni: La Rivoluzione protestante. Il presente saggio è un’indagine su questo evangelico battista e sulla particolare temperie culturale, dominata da Croce e Gentile, in cui si trovò a testimoniare sia la propria fede religiosa, sia il suo antifascismo: una «doppia eresia» di fronte all’instaurazione della dittatura fascista e al Concordato tra Stato e Chiesa cattolica del 1929. Analisi di un eretico e della sua citata opera il cui emblematico incipit così recita: «Il cattolicismo è il male d’Italia». Muovendo da questo presupposto Gangale pose, in modo radicale rispetto ad analoghi tentativi, il problema della mancata Riforma in Italia e del suo sfacelo politico ed etico. Lo stesso Risorgimento, a suo dire, fallì perché non sostanziato da una fede religiosa che avrebbe potuto e dovuto trovare nel verbo di Giovanni Calvino lo strumento più adatto per trasformare, plasmare, forgiare una nuova mentalità negli italiani affetti da secoli da un «male oscuro» identificato, appunto, nel  «cattolicismo». Pur considerando l’attuale evoluzione del cattolicesimo alla luce del Concilio Vaticano II, riproporre, a distanza di decenni, la personalità di Gangale, messa maggiormente in risalto anche da una conversazione con il teologo e pastore valdese Paolo Ricca, significa porsi la domanda sul perché del degrado delle cose presenti in Italia: significa porsi un «problema di coscienza».

Domenico Segna, nato a Roma vive e lavora a Bologna. Giornalista, è vicecaporedattore de I Martedì del Centro San Domenico di Bologna, dove scrive prevalentemente di letteratura contemporanea. Attivamente impegnato nel dialogo ecumenico, lavora nell’ambito della redazione della rivista Il Regno. Laureato in Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma e in Scienze Bibliche e Teologiche presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma è docente di Protestantesimo  presso lo Studio Filosofico Domenicano, l’Università “Primo Levi” e l’Istituto “Carlo Tincani” di Bologna. Coautore, ha pubblicato nel 2007, con una nota di Roberto Roversi, Libro (Pendragon) testo di prosa poesia scritta a quattro mani, unica opera di poesia così concepita nel panorama poetico italiano. Nel 2014 ha pubblicato una nuova raccolta di poesie, Le chiese scomparse,  presso con-fine edizioni. Per il Cinquecentenario della Riforma Protestante ha curato due volumi, di prossima pubblicazione, concernenti rispettivamente un’antologia di testi dei Riformatori del XVI secolo e un commento storico- teologico sulle 95 Tesi di Martin Lutero.

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Giuseppe Gangale

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La Rivoluzione protestante di G. Gangale, con Prefazione di Paolo Ricca, teologo valdese.

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Paolo Ricca

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Domenico Segna – L’assurdo e la felicità: Albert Camus.

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Herbert Marcuse (1898-1979) – È possibile distinguere tra bisogni veri e bisogni falsi

Bisogni falsi

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È possibile distinguere tra bisogni veri e bisogni falsi. I bisogni «falsi» sono quelli che vengono sovraimposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari cui preme la repressione: sono i bisogni che perpetuano la fatica, l’aggressività, la miseria e l’ingiustizia. […] il risultato è pertanto un’euforia nel mezzo dell’infelicità.

La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano, appartengono a questa categoria di falsi bisogni.

Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione.
L’ideologia della società industriale avanzata
, Torino, Einaudi, 1967. (1964)

L'uomo a una dimensione

 

 

Herbert Marcuse – L’uomo ad una dimensione riconosce se stesso nelle proprie merci; l’apparato produttivo assume il ruolo di un’agente morale

 

Marcuse, L’uomo a una dimensione. Una recensione di Stefano Lechiara

 

Immagine in evidenza: Un fotogramma di Metropolis, 1927, di-Fritz Lang.

 


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