Ferruccio Rossi-Landi (1921-1985) – Quando i beni circolano sotto forma di merci essi “sono” messaggi; quando gli enunciati circolano sotto forma di messaggi verbali essi “sono” merci.

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«È rivoluzionaria l’azione che tende a ricongiungere coscienza e praxis;
è conservatrice l’azione che in un modo qualsiasi ostacola tale ricongiungimento».

F. Rossi-Landi, Il linguaggio come lavoro e come mercato, 1968.

 

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Risvolto di copertina

È questa l’edizione italiana, a cura di Cristina Zorzella Cappi (Università di Padova), di Linguistics and Economics di Ferruccio Rossi-Landi nella versione da lui stesso realizzata e fin ora rimasta inedita. «Il nostro interesse principale riguarda gli oggetti dei quali le due discipline, la linguistica e l’economia, si occupano: vale a dire, il linguaggio umano quale oggetto principale della scienza linguistica e lo scambio economico quale oggetto principale della scienza dell’economia. Tali “oggetti” vengono assunti nell’indagine nella misura in cui si prestano ad essere considerati in maniera unitaria. È mia intenzione iniziare un’elaborazione semiotica dei due processi sociali che si possono provvisoriamente identificare come “produzione e circolazione dei beni (sotto forma di merci)” e come “produzione e circolazione di enunciati (sotto forma di messaggi verbali)”. Questi sono due modi fondamentali dello sviluppo sociale umano. Sebbene appaiano di solito in campi separati, formuliamo qui l’ipotesi che essi siano “la stessa cosa” almeno nel senso in cui i due rami principali di un albero possono essere considerati “la stessa cosa”. Il saggio è dedicato ad alcuni aspetti di questa relativa “stessità”. Sosterrò che quando i beni circolano sotto forma di merci essi “sono” messaggi; e che quando gli enunciati circolano sotto forma di messaggi verbali essi “sono” merci» (“Introduzione” dell’Autore all’edizione italiana). Il collegamento tra economia e linguistica rende quest’opera estremamente attuale, soprattutto in vista di un ripensamento delle odierne strutture economiche, e ne fa un “classico” della filosofia e della semiotica contemporanee.

Ferruccio Rossi-Landi (Milano, 10 marzo 1921 – Trieste, 5 maggio 1985) è tra i maggiori rappresentanti della semiotica e della filosofia del linguaggio del Novecento. Insegnò fra il 1964 e il 1975 in varie università europee e americane e, come professore ordinario, Filosofia della storia nell’Università di Lecce dal 1975 e Filosofia teoretica nell’Università di Trieste dal 1977. Tra le sue opere: la trilogia (Bompiani): Il linguaggio come lavoro e come mercato (1968, 1983, n. ed. a c. di A. Ponzio 2003), Semiotica e ideologia (1972, 1979, n. ed. a c. di A. Ponzio, 2011), Metodica filosofica e scienza dei segni (1985, n. ed. a c. di A. Ponzio 2006); Charles Morris e la semiotica novecentesca, 1975; Between signs and non-signs, a c. di S. Petrilli, John Benjamins, 1992; The Corrispondence Morris – Rossi-Landi, a c. di S. Petrilli, Semiotica, Special Issue, 88, 1-2, 1992; Scritti su Gilbert Ryle e la filosofia analitica, 2003; Ideologia (1978, 1982, n. ed. a c. di A. Ponzio, 2005); Rossi-Landi – Bergmann, Analisi del linguaggio e ideal language in filosofia (Corrispondenza 1950-1956), a c. di C. Zorzella e M. Cappi, ZeL, 2011. Da Mimesis è anche edita la monografia di A. Ponzio sull’autore, Linguaggio, lavoro e mercato globale (2008).


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Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) – Se vi sembra inconcepibile che si possa mostrare la forza del pensiero in un’altra parte del corpo, che non sia la testa, imparate qui come la mano d’un artista creatore abbia il potere di spiritualizzare la materia.

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Torso arcaico di Apollo

Non conoscemmo il suo capo inaudito,
e le iridi che vi maturavano. Ma il torso
tuttavia arde come un candelabro
dove il suo sguardo, solo indietro volto,

resta e splende. Altrimenti non potrebbe abbagliarti
la curva del suo petto e lungo il volgere
lieve dei lombi scorrere un sorriso
fino a quel centro dove l’uomo genera.

E questa pietra sfigurata e tozza
vedresti sotto il diafano architrave delle spalle,
e non scintillerebbe come pelle di belva,

e non eromperebbe da ogni orlo come un astro:
perché là non c’è punto che non veda
te, la tua vita. Tu devi mutarla.

Rainer Maria Rilke

 

 

Il bello nell'arte

Il bello nell’arte

 

 

Torso di Mileto

«Ti conduco davanti al tanto celebre e mai abbastanza lodato Torso d’Ercole, davanti a un’opera che, nel suo genere, tocca il culmine delle perfezione e deve annoverarsi tra le maggiori creazioni artistiche giunte fino ai tempi nostri. Ma come potrò descriverlo, se gli mancano le parti più belle e più importanti che la natura ha date all’uomo! Come d’una meravigliosa quercia abbattuta e spogliata dei rami e delle fronde non rimane che il nudo tronco, così, deturpata e mutilata si vede l’immagine dell’eroe: gli mancano la testa, le braccia, le gambe e la parte superiore del petto. Al primo sguardo forse non scorgerai altro che un sasso informe: ma se hai la forza di penetrare nei segreti dell’arte, osservando quest’opera con occhio tranquillo, vi scorgerai un prodigio: Ercole ti apparirà allora come circondato da tutte le sue imprese, ed in quella pietra vedrai insieme l’eroe e il dio […]. Se vi sembra inconcepibile che si possa mostrare la forza del pensiero in un’altra parte del corpo, che non sia la testa, imparate qui come la mano d’un artista creatore abbia il potere di spiritualizzare la materia. Mi pare di veder sorgere dal dorso, curvo in profonda riflessione, una testa che con letizia ricorda le sue prodigiose gesta. E mentre una simile testa, piena di maestà e di sapienza, appare al mio sguardo, anche le altre membra mancanti incominciano a formarsi nel mio pensiero».

Johann Joachim Winckelmann, Il bello nell’arte, Torino, Einaudi 1973, pp. 75-78).

Quarta di copertina
Pochi studiosi hanno inciso sul pensiero e sulla cultura artistica del proprio tempo come Johann Joachim Winckelmann; ma il suo lascito va ben oltre il Settecento, se è vero che da allora e anche oggi lo si riconosce come fondatore dell'archeologia classica e della storia dell'arte. Proprio l'unanimità di questo riconoscimento ha portato spesso a guardare alla sua opera come a una sorta di monumento, ingessandone il contenuto in rigide formule, oppure identificandola completamente con l'esperienza neoclassica. In realtà i Pensieri del 1755 e i brevi scritti degli anni successivi, come poi le opere della maturità - la Storia dell'arte nell'antichità e i Monumenti antichi inediti - mostrano continuamente la ricchezza e la vivacità del suo pensiero, l'acutezza delle osservazioni sull'arte degli antichi e su quella dei moderni, la capacità di proporre ampie visioni storiche, ma anche di decifrare il minimo dettaglio. Nel frattempo la modernità viene come posta di fronte al mondo classico e costretta a confrontarsi con quello, da una parte sul piano dell'arte, dall'altra secondo la prospettiva della vita culturale, dei comportamenti, delle strutture politiche. L'antologia di scritti, apparsa da Einaudi già nel 1943, viene ora riproposta con testi recuperati nella loro integrità, una nuova scelta di passi, una bibliografia aggiornata e un apparato di note di commento.

 

 

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Museo del Louvre


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Stephan Enter – La vita è un fiammifero che viene sfregato ma la cui fiamma va usata al più presto per accendere qualcos’altro, perché se aspetti si spegne ed è troppo tardi.

Stephan Enter

 

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S. Enter, La presa

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«La vita è un fiammifero che viene sfregato ma la cui fiamma va usata al più presto per accendere qualcos’altro, perché se aspetti si spegne ed è troppo tardi».

S. Enter

“Felici così non lo saremo mai più” è la frase che da vent’anni risuona nell’orecchio di Paul. All’università formava con Vincent, Martin e Lotte un inseparabile quartetto di amici e appassionati alpinisti, ma dopo una scalata sulle isole Lofoten le loro strade si sono improvvisamente divise. Solo oggi, in un’assolata mattina d’estate, alla stazione di Bruxelles, ha inizio il viaggio che li porterà a rivedersi. Ma più l’incontro si avvicina, più la tensione sale, e la memoria torna su quelle vette sospese tra il mare e il cielo, quando il mondo era ancora fatto di sogni e possibilità senza fine, quando Vincent era troppo preso dalle sue sfide per dare ascolto al cuore, Martin non aveva altri desideri che il riscatto sociale, e Lotte era un presuntuoso maschiaccio, ma così affascinante, così inafferrabile. Fino a quell’irrecuperabile attimo in cui il caso o l’urgenza della vita li ha chiamati a una scelta che ha segnato il loro destino. E solo ora, mentre il puzzle di quei giorni si ricompone, rivelando a ognuno le proprie colpe, debolezze, illusioni verso l’amicizia, l’amore, la felicità, si fa strada la domanda: Ma è davvero questa la vita che volevo vivere? Con un raffinato romanzo psicologico che segue il ritmo del pensiero in un crescendo d’intensità, sullo sfondo di una natura estatica che sembra prendersi gioco di ogni ambizione umana, Enter racconta il rischio di vivere, la vertigine della libertà di scelta, quella presa che continua a sfuggire nella scalata del destino, e il potere unico del ricordo di rendere eterno un attimo, di fermare l’inesorabile clessidra del tempo.

 


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Oliver Sacks (1933-2015) – Sono riuscito a considerare la mia vita come da una grande altezza quasi fosse una sorta di paesaggio, e con una percezione sempre più profonda della connessione fra tutte le sue parti.

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La storia individuale del malato
 e l'intera vita del malato
 non devono mai passare in secondo ordine.

Salute, malattie e reazioni non possono essere capite in vitro, da sole;
 possono essere capite solo se riferite a noi,
 quali espressioni della nostra natura,
 del nostro vivere, del nostro esser-ci (Da-sein).

L'anima è armonica.

O. Sacks

 

Gratitudine

 

«Negli ultimi giorni sono riuscito a considerare la mia vita come da una grande altezza quasi fosse una sorta di paesaggio, e con una percezione sempre più profonda della connessione fra tutte le sue parti […]. Non posso fingere di non aver paura. A dominare, però, è un sentimento di gratitudine. Ho amato e sono stato amato; ho ricevuto molto, e ho dato qualcosa in cambio; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Più di tutto sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo pianeta bellissimo, il che ha rappresentato di per sé un immenso privilegio e una grandissima avventura».

Oliver Sacks, Gratitudine (2015), tr. it. Adelphi, Milano, 2016, pp. 27-29.

 

Risvolto di copertina
I quattro scritti qui raccolti sono la lettera di congedo che Oliver Sacks ha voluto indirizzare ai suoi lettori, dapprima rendendoli partecipi delle proprie sensazioni di fronte alla soglia degli ottant'anni, e più tardi informandoli, con perfetta sobrietà, di essere affetto da un male incurabile. Ma non ci si inganni: sono pagine vibranti di contagiosa vitalità quelle che Sacks ci regala, dove più che mai si respirano freschezza, passione, urgenza espressiva. Come quando, riflettendo sulla vecchiaia, rivela di percepire «non una riduzione ma un ampliamento della vita mentale e della prospettiva»; o quando si ripromette, nel breve tempo che gli resta, di «vivere nel modo più ricco, più intenso e più produttivo possibile»; o quando racconta di aver visitato, fra una terapia e l'altra, il centro di ricerca sui lemuri della Duke University: «... mi piace pensare che, cinquanta milioni di anni fa, uno dei miei antenati fosse una piccola creatura arboricola non troppo dissimile dai lemuri odierni»; o quando, pochi giorni prima della morte, contemplando la sua vita dall'alto «quasi che fosse una sorta di paesaggio», ne rievoca i momenti essenziali: del tutto simile, in questo, a un filosofo da lui molto amato, David Hume, il quale, appreso di avere una malattia mortale, scriveva nella sua breve autobiografia: «È difficile essere più distaccati dalla vita di quanto lo sia io adesso».

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Anna Maria Ortese (1914-1998) – Una delle azioni peggiori è il corrompere, il far morire la fiducia e la speranza.

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Domanda
Quale è per lei la cosa peggiore?

A. M. Ortese
Certamente sono tante: l’inganno, pe resempio, il mentire, il tradire. Ma una delle peggiori è il corrompere, il far morire la fiducia e la speranza. Questo oggi si fa con i giovanissimi, con i bambini stessi; [poi adulto] nessuno ricorda se stesso, da bambini, o da ragazzo e cosa si aspettava, a buon diritto dalla vita.

Risvolto di copertina
Più volte nei suoi interventi pubblici Anna Maria Ortese ha denunciato i delitti dell'uomo «contro la Terra», la sua «cultura d'arroganza», la sua attitudine di padrone e torturatore «di ogni anima della Vita». E lo ha fatto pur nella consapevolezza che il suo grido d'allarme sarebbe stato accolto con impaziente condiscendenza da chi sembra ignorare che ciò che rende l'uomo degno di sopravvivere è la sua «struttura morale: intendendo per morale ogni invisibile suo rapporto, ma buon rapporto, con la vita universale». Quel che ignoravamo è che tali interventi, che additavano nello sfruttamento e nel massacro degli animali, nella natura offesa e distrutta il nostro più grande peccato, non erano isolate e volenterose prese di posizione, bensì la punta emergente di un iceberg. Un iceberg rappresentato da decine e decine di scritti inediti, nei quali la Ortese è andata con toccante tenacia depositando quel che le dettava la sua «coscienza profonda», vale a dire la memoria, riservata a pochi e supremamente impopolare, «delle “prime cose” preesistenti l'universo» – in altre parole, la visione che la abitava. Scritti di cui qui si offre una calibrata selezione e che nel loro insieme si configurano come un vero e proprio trattato sull'unica religione cui la Ortese sia stata caparbiamente fedele: la religione della fraternità con la natura.

 


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Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910) – In una società dove esiste, sotto qualunque forma, lo sfruttamento o la violenza, il denaro non può assolutamente rappresentare il lavoro. La semplicità è la principale condizione della bellezza morale.

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Lev Tolstoj, Denaro falso.
Introduzione di Dario Pontuale, Saggio di Leone Ginzburg,
Ianieri Edizioni, 2016.

***

«La semplicità è la principale condizione
della bellezza morale».
In una società dove esiste, sotto qualunque forma,
lo sfruttamento o la violenza,
il denaro non può assolutamente rappresentare il lavoro.

***

«– Si può impegnare l’orologio e si può fare anche dimeglio – disse Màchin strizzando un occhio.
– Come di meglio?
– È molto semplice.
Màchin prese la cedola.
– Si mette un uno davanti al 2,50 e diventa 12,50» (p. 51)-

Risvolto di copertina

Quale strumento di corruzione può essere il denaro?
Tolstoj nel racconto/pamphlet Denaro Falso, composto non prima del 1904 e pubblicato postumo nel 1911, segue il passaggio di mano in mano di una cedola falsificata e della scia corruttrice che lascia dietro di sé. Il “pagherò”, come un morbo, appesta e infetta coloro che incontra al suo passaggio, segnandone il disfacimento morale e fisico. Ma nella seconda parte del racconto trova posto anche il sogno utopico agognato dal genio letterario russo, il sogno di un mondo primitivo basato su baratto e scambio, un mondo che può rinunciare all’uso della moneta. Un sogno che ha animato il pensiero filosofico e la vita quotidiana dell’autore di Guerra e Pace.

 

Nell’immagine in evidenza: Il’ja Efimovič Repin, Ritratto di Lev Tolstoj, 1887.


Altre traduzioni in lingua italiana

  • «Denaro falso». In: Come perisce l’amore : racconti; prima versione integrale e fedele della duchessa di Andria, Torino: Slavia, 1931
  • «La cedola falsa». In: Romanzi brevi e racconti; a cura di Giuseppe Donnini, Roma: G. Casini, 1951
  • «Il cupone falso». In: Lev Tolstoj, Racconti; a cura di Agostino Villa, Vol. III, Torino : Einaudi, 1955
  • I cosacchi; La cedola falsa; Trad. di Agostino Villa, Milano: Club degli editori, 1974
  • «La cedola falsa»; traduzione di Margherita Crepax. In: Tutti i racconti, a cura di Igor Sibaldi.
  • Denaro falso: 1903-1905; traduzione della Duchessa d’Andria, Milano: Linea d’ombra, 1990.

La prima parte di Denaro falso è stata utilizzata da Robert Bresson per il suo ultimo film, L’Argent (1983). L’azione è stata trasposta dalla Russia zarista del XIX secolo alla Francia del XX secolo. Yvon Targe, il protagonista del film di Bresson, è stato creato dall’unione di Ivàn Mirònov e Stjepàn Pelaghèjuskin; a differenza che nel racconto di Tolstoj, nel film di Bresson non c’è redenzione.



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Sherry Turkle – “La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale”. La sola cura per le connessioni fallimentari del nostro mondo digitale è parlare.

Sherry Turkle

 

«La sola cura
per le connessioni fallimentari del nostro mondo digitale
è parlare».

S. Turkle

meno conversazione = meno empatia = meno introspezione = meno conoscenza

La conversazione necessaria

Sherry Turkle

La conversazione necessaria

La forza del dialogo nell’era digitale

 

«Il fascino di questo libro sta nell’evocazione di un’epoca,
non molto lontana, in cui la conversazione, la privacy,
la complessità delle discussioni non erano beni di lusso».
Jonathan Franzen

 

Viviamo in un mondo che sempre piú sacrifica i piaceri e i benefici della conversazione sull’altare delle tecnologie digitali. Parliamo con un amico, ma nel frattempo diamo piú di un’occhiata allo smartphone, e spesso i nostri figli si lagnano se non hanno tra le mani un dispositivo elettronico. Viviamo costantemente in un altrove digitale. Ma per capire chi siamo, per comprendere appieno il mondo che ci circonda, per crescere, per amare ed essere amati, dobbiamo saper conversare. La perdita della capacità di parlare «faccia a faccia» con gli altri – con empatia, imparando nel contempo a sopportare solitudine e inquietudini – rischia di ridurre le nostre capacità di riflessione e concentrazione, portandoci, nei casi estremi, a stati di dissociazione psichica e cognitiva. In questo libro, frutto di anni di interviste e di indagini sul campo, Sherry Turkle, «l’antropologa del cyber-spazio», sottolinea le insidie e gli effetti delle appendici tecnologiche che ci circondano nella società e nella nostra vita quotidiana, per far sí che ognuno ridiventi padrone di se stesso, senza farsene acriticamente dominare.


Leggi un estratto (pdf)

I diari dell’empatia

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André Ughetto – Les vies qui brûlent en silence montent sans le savoir l’échelle de l’esprit. Fedele alla sua vocazione di traduttore dall’invisibile Le POESIE di Ughetto sono pegno ed offerta non effimera al lettore consapevole che la natura dell’arte è quella di diventare opera di vita

Ughetto André

 

Mémoire, tu ne sers de canon qu’au futur.

Les vies qui brûlent en silence
montent sans le savoir l’échelle de l’esprit

Le ciel n’est lumineux
qu’à l’intérieur de soi.

A. Ughetto

 

 

André Ughetto, Poesie

André Ughetto, Poesie

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La poesia di André Ughetto unisce un’inventiva acutezza drammatica e un’umorosa souplesse fisico-metafisica, che alternativamente scava e scolpisce i paesaggi, i luoghi, le occasioni materiali e quelle dell’anima umana nella sua tormentata – raramente pacificata – quête dell’Assoluto, sostenuta dalla sapienza alchemica degli archetipi e delle metamorfosi, profondamente radicata nei miti e nelle figure di una humanitas classica, rivissuta con un pathos elettivo che permette a Ughetto di toccare con mano ferma ed elegante le passioni e i veleni sontuosi della modernità poetica ed artistica europea, senza mai cedere a vezzi moralistici o a idolatrie demiurgiche e narcisistiche di eredità decadente, tuttora attive dietro il minimalismo dimissionario di tanta poesia contemporanea.
Fedele alla sua vocazione di traduttore dall’invisibile, Ughetto esplora ed abita il ponte oscillante e spinoso della nostra condizione con intensa originalità, di cui questa scelta antologica è pegno ed offerta non effimera al lettore consapevole che la natura dell’arte è quella di diventare opera di vita.

Maura Del Serra

 

 

André Ughetto

(Isle-sur-la-Sorgue, 1942) poeta, drammaturgo, critico letterario, saggista e traduttore dall’italiano e dall’inglese, è redattore capo della rivista Phoenix. Cahiers Litéraires Internationaux (Marseille). Fra le sue raccolte poetiche più recenti si ricordano: Rues de la forêt belle, (ed. Le Taillis Pré, Châtelineau Belgique, 2004); Edifices des nuages (ed. Ubik, Marseille, 2015) e il libretto La monnaie des dieux, ed. La Porte, Laon, 2016. Dall’italiano ha tradotto l’antologia del Canzoniere di Petrarca, Cé désir obstiné je le dois aux étoiles, ed. Le Bois d’Orion, L’Isle-sur-la-Sorgue, 2002, ed alcuni dei più significativi poeti italiani del Novecento, fra cui Maura Del Serra, della quale è in via di pubblicazione la versione francese del  dramma in versi La fonte ardente, dedicato a Simone Weil.

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Cinq entretiens avec Pétrarque

Cinq entretiens avec Pétrarque

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Edifices des nuages

Edifices des nuages

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Le sonnet. Une forme européenne de poésie

Le sonnet. Une forme européenne de poésie

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Marc Alyn

Marc Alyn

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Rues de la forêt belle

Rues de la forét belle

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Fernandel. Le rire aux larmes

Fernandel. Le rire aux larmes

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Cloe Curcio – La cosa straordinaria dei personaggi è la loro capacità di vivere indipendentemente dal loro autore, intessendo legami con centinaia di altre persone, i lettori, e riuscendo così talvolta a lasciare un segno nelle sabbie del tempo.

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Siamo tutti storie

Logo-Adobe-Acrobat-300x293Siamo tutti storie.

Presentazione del libro
Di carta e inchiostro

 

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Di carta e inchiostro

Cloe Curcio, Di carta e inchiostro


Personaggi dell’immaginario e società

L’immaginario collettivo ospita personaggi letterari, sia mitologici, leggendari, sia realmente esistiti. Essi ci offrono suggestioni, riflessioni, ci aiutano a crescere e costruire le nostre identità, influenzando la nostra vita. Mentre guardiamo un film, leggiamo un libro o un fumetto, incontriamo dei personaggi che stimolano le nostre riflessioni. Quando ci immergiamo totalmente in una storia di carta e inchiostro, e ne “facciamo esperienza”, ci confrontiamo con parti di noi stessi che nella vita reale non riconosciamo. I personaggi, questi grandi mediatori tra autori e lettori, autrici e lettrici, ci mettono in relazione con culture di Paesi diversi e lontani, con le vicende di altre epoche storiche, formandoci e talvolta anche spiegandoci complessi sistemi filosofici. Questo libro, presentando la vita dei personaggi a partire dal rapporto con i loro autori fino a quello vivificante con i lettori, è un divertito omaggio alle Letterature e alla fantasia. Attraverso citazioni appartenenti tanto al panorama classico quanto a quello contemporaneo, mira a suscitare una riflessione su un tema che, in un modo o nell’altro, tocca tutti.

La storia di Personaggio 1 e Personaggio 2, scritta come testo teatrale e ambientata nella sala d’attesa delle Lande dell’immaginario, introduce i capitoli.

“Della sostanza dei sogni”
I personaggi sono figure particolari, a volte esuberanti e comunicative. Rappresentano un “ponte” tra autore e lettore, necessitano di entrambi per poter vivere.
La loro nascita è un mistero, compaiono dal nulla, emergendo dall’Oceano delle Letterature, plasmandosi nell’Immaginario e conquistandosi un posto nel cuore del loro scrittore. Chiedono di essere ascoltati, raccontati, vivificati. Ci offrono mille prospettive diverse, si propongono come risorse nella nostra quotidianità, aiutandoci ad affrontare momenti difficili, diventando dei “modelli” comportamentali.
La cosa straordinaria dei personaggi è la loro capacità di vivere indipendentemente dal loro autore, intessendo legami con centinaia di altre persone, i lettori, e riuscendo così talvolta a lasciare un segno nelle sabbie del tempo.
«Chi nasce personaggio, chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna, non ha mica bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho Panza! Mi dica lei chi era don Abbondio! Eppure vivono eterni perché – vivi germi – ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire per l’eternità» – Luigi Pirandello, La tragedia di un personaggio.
Dedico questa riflessione a tutti i miei amati protagonisti, in particolare a Senna (“L’ambasciatrice dei draghi”), Queith (“La domatrice del fuoco”) e Jean (“La sacerdotessa del tempo”) e a tutti i personaggi presenti, passati e futuri.

 

L’autrice
Mi chiamo Cloe Curcio, sono nata nel settembre 1996 nei pressi di Roma e sono cresciuta tra i libri. Ho sempre amato scrivere e ho pubblicato il mio primo libro durante la Terza Media. Ho frequentato il liceo linguistico, fedelmente accompagnata dai miei amati personaggi che mi hanno sussurrato storie e avventure da narrrare durante questi cinque anni di studio intenso. Adoro i gatti e sono una lettrice incallita di tutti i generi, anche se prediligo i Fantasy e gli Storici. Tra i miei autori preferiti ci sono Terry Brooks, J.K.Rowling, Cassandra Clare, Veronica Roth, Suzanne Collins ma anche Rosemary Sutcliff, Victor Hugo e, di tutt'altro genere, Shakespeare, Blake e Heine. Mi fermo qui, perché elencarli tutti richiederebbe troppo spazio e tempo. I miei libri sono tutti ambientati in universi fantastici, a carattere un po' medievale, e hanno prevalentemente delle ragazze come protagoniste. Ho avuto la fortuna di conoscere già ben tre mondi, il primo dei quali ispirato alla serie animata di "La leggenda di Aang" e al relativo film. Spero di tornare presto sulla Mezzaluna e di poter conoscere più a fondo le misteriose Terre Libere, in cui sono correntemente immersa. Fino ad ora ho pubblicato sotto pseudonimo, per evitare che l'aver scritto queste storie diventasse un elemento di attrito in classe o compromettesse in qualche modo la mia esperienza scolastica, magari determinando preferenze o ostilità. La scelta di "Jessie James" risulta da una ballata cantata da Bruce Springsteen, dedicata a un bandito americano, Jesse James appunto, la cui storia mi ha colpita molto. Era considerato il "Robin Hood americano" e nessuno riusciva a catturarlo. Un giorno, però, un suo compagno, il vigliacco Robert Ford, decise di farla finita: gli sparò alla schiena mentre Jesse, disarmato, appendeva un quadro alla parete di casa sua. Mi è sembrato bello volgere il suo nome al femminile e fargli così un omaggio.

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Il Sito Cloe Curcio

Il Sito Cloe Curcio, L’oceano delle letterature

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Altri suoi libri



Il mondo della mezzaluna

Il mondo della Mezzaluna

La Mezzaluna è una grande Isola dalla spiccata forma astrale, divisa in quattro regni. Ci sono le Lande Ghiacciate a nord, luoghi impervi e freddi, tra i cui alti e silenti pini si aggirano gli Spettri e i loro "animaletti da compagnia"; c'è il Vergant a ovest, un deserto in cui nessuno osa avventurarsi, le cui popolazioni sono pressoché sconosciute; c'è l'Impero, una delle principali potenze in gioco, con la sua bianca capitale Achernar; c'è la Punta Meridionale, prospera e bizzarra, nella cui Cintura Verde si nascondono creature incantate e figure fuori dal comune. Accanto alla Mezzaluna, ad est, si estende un arcipelago immenso, costituito da miriadi di Isole, una più pericolosa e infida dell'altra. Un tempo casa degli incantatori, vennero devastate dalle Guerre Magiche e portano tuttora il segno della magia. Vi abitano creature come i Row, immensi gabbiani che vengono cavalcati dagli esseri umani, ci sono luoghi oscuri come l'ormai abbandonata città di Draken Dur, ma anche santuari dedicati alle stelle e Fonti baciate dagli spiriti elementali. Ho scoperto questo complicato universo insieme ai miei protagonisti, esplorandone anfratti e regioni lontane, ma anche immergendomi nella vita di mondo ad Achernar e aggirandomi per il palazzo di Castel Primavera. Ho navigato con una canoa tra le Isole, mi sono affacciata agli stessi luoghi con occhi diversi, al fianco di svariati eroi ed eroine.


 

L'ambasciatrice dei draghi

L’ambasciatrice dei draghi

Nella Mezzaluna, una terra in cui regna l’equilibrio tra natura e magia, gli anni si susseguono in un tempo di pace e serenità. L’Impero prospera sotto la guida di un saggio re, Valence il Grande. I maghi, chiusi nella loro Fortezza, ordiscono trame e complotti, in un gioco di ombre impossibile da arrestare. Quando il Libro viene rubato e una Creatura evocata, l’apparente armonia si spezza, sprofondando l’Impero nel terrore. Stretto tra la minaccia dei draghi da Est e di una misteriosa forza militare da Nord, il regno lancia una disperata richiesta d’aiuto. Cora, giovane contadina coinvolta nel cataclisma che scuote l’Impero, si trova a dover compiere difficili scelte. Senna, maga della Fortezza, dovrà misurarsi con il proprio lato oscuro e con la storia, colma di ombra e dolore, dei suoi simili. Nuvole di guerra si addensano, mentre tra scontri e incontri le due donne percorrono le loro vie, muovendo incerte verso il loro destino. Irrisolti e fantasmi del passato le inseguono, costringendole a confrontarsi con loro stesse.


La domatrice del fuoco

La domatrice del fuoco

Le Isole sono luoghi misteriosi che conservano la memoria degli antichi scontri magici. Quando Merissa risveglia una Creatura sopita da millenni, la sua vecchia vita va in pezzi. Costretta a fuggire e a cercare aiuto presso gli incantatori, si trova catapultata in un viaggio sulla distante e leggendaria Mezzaluna, alla disperata ricerca di un talismano che possa fermare l’avanzata del Fiore della Notte. Al suo fianco si schiereranno amici improbabili, ognuno con un passato pronto a schiacciarlo, con un futuro incerto all’orizzonte. Samidra invece è una domatrice dell’Acqua costretta a fuggire dai maghi e dai poteri della Mezzaluna a causa del suo dono. Quando fallisce nel compito affidatole dalla sua migliore amica, un’incantatrice indipendente e scostante, si trova proiettata in un’avventura per salvare l’universo che conosce dai perfidi Argentei. Si confronterà con le diverse sfaccettature dell’amicizia, che non sempre è facile come si vorrebbe.


 

 

 



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César Vallejo (1892-1938) – Me moriré en París con aguacero, un día del cual tengo ya el recuerdo. Hay golpes en la vida, tan fuertes… ¡Yo no sé!

César Vallejo

Vallejo

Piedra negra sobre una piedra bianca

Me moriré en París con aguacero,
un día del cual tengo ya el recuerdo.
Me moriré en París – y no me corro –
tal vez un jueves, como es hoy de otoño.

Jueves será, porque hoy, jueves, que proso
estos versos, los húmeros me he puesto
a la mala y,
jamás como hoy, me he vuelto,
con todo mi camino, a verme solo.

César Vallejo ha muerto, le pegaban
todos sin que él les haga nada;
le daban duro con un palo y duro

también con una soga; son testigos
los días jueves y los huesos húmeros,
la soledad, la lluvia, los caminos…

***

Pietra nera su una pietra bianca

Morirò a Parigi nello scroscio
di un giorno che ho già vivo nel ricordo.
Morirò a Parigi – non m’inganno –
come oggi forse un giovedì d’autunno.
Di giovedì sarà. Oggi che proso
questi versi e gli omeri ho malmesso,
è giovedì e mai come oggi giunsi,
con tanta strada a rivedermi solo.
César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui facesse nulla;
lo legnavano sodo e duramente
lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’ossa degli omeri,
la vita sola, la pioggia, le strade…

***

200px-Los_heraldos_negros

  LOS HERALDOS NEGROS

Hay golpes en la vida, tan fuertes… ¡Yo no sé!
Golpes como del odio de Dios; como si ante ellos,
la resaca de todo lo sufrido
se empozara en el alma… ¡Yo no sé!

Son pocos; pero son… Abren zanjas oscuras
en el rostro más fiero y en el lomo más fuerte.
Serán tal vez los potros de bárbaros Atilas;
o los heraldos negros que nos manda la Muerte.

Son las caídas hondas de los Cristos del alma
de alguna fe adorable que el Destino blasfema.
Esos golpes sangrientos son las crepitaciones
de algún pan que en la puerta del horno se nos quema.

Y el hombre… Pobre… ¡pobre! Vuelve los ojos, como
cuando por sobre el hombro nos llama una palmada;
vuelve los ojos locos, y todo lo vivido
se empoza, como charco de culpa, en la mirada.

Hay golpes en la vida, tan fuertes… ¡Yo no sé!

César Vallejo, 1918



César Vallejo, Opera Poetica completa, Edizioni Gorée

A cura di Roberto Paoli e Antonio Melis
Traduzione di Roberto Paoli
Prefazione di Antonio Melis e Roberto Paoli

L’opera, in due volumi, è pubblicata con testo a fronte in lingua originale spagnola. Comprende l’opera completa di César Vallejo (composta dalle raccolte “Araldi neri”, “Trilce”, “Poemi in prosa”, “Poemi umani”, “Spagna, allontana da me questo calice”),

Il poeta peruviano César Vallejo (1892-1938), emerge sempre di più come la voce più originale e profonda della poesia latinoamericana. Il suo messaggio umano e poetico ha profonde radici nell’anima india, ma non nasce da un’intenzione bardica e celebrativa, esterna e, per così dire, paternalistica rispetto ai valori di un gruppo emarginato ed oppresso, bensì da un’originaria identità. Con Vallejo il lettore europeo si trova davanti a un linguaggio tanto inaudito e atipico quanto sommamente espressivo.

 

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César Vallejo es uno de los poetas peruanos más reconocidos de todo el mundo, dada la impresionante innovación que supuso su obra para la poesía del siglo XX. Nació el 16 de marzo de 1892 en Santiago de Chuco y falleció en París a los 46 años.
Su poesía se caracteriza por presentar un lenguaje poético muy auténtico que, si bien se apoyó en sus comienzos (“Los heraldos negros“) en las bases del modernismo, poco a poco consiguió diferenciarse tanto que no tuvo punto de comparación (“Trilce“). Además cultivó la narrativa, ofreciendo obras como “Escalas” y “Paco Yunque“, uno de sus relatos más famosos.
Se considera que Vallejo es uno de los autores que supo anticipar el vanguardismo; su legado como artista implicó una renovación del lenguaje literario al que se unirían muchos poetas que le sucedieron, como Huidobro o Joyce.
La mirada de Vallejo siempre había estado puesta en el viejo mundo y cuando finalmente consiguió visitarlo se sintió tan cerca de todo lo que siempre había deseado que jamás deseó volver a su tierra natal. Estuvo en Francia, España y Rusia pero lamentablemente, a causa de trabajar excesivamente, falleció siendo aún muy joven. Como se lo había pedido su esposa, sus restos fueron enterrados en el Cementerio de Montparnasse.

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César Vallejo, in un disegno di Pablo Picasso

César Vallejo, in un disegno di Pablo Picasso


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