Tzvetan Todorov (1939-2017) – La letteratura è pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo. La letteratura amplia il nostro universo, apre all’infinto la possibilità di interazione con gli altri e ci arricchisce infinitamente.

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«Essendo oggetto della letteratura la stessa condizione umana, chi la legge e la comprende non diventerà un esperto di analisi letteraria, ma un conoscitore dell’essere umano».

«La letteratura è pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo. La realtà che la letteratura vuole conoscere è semplicemente (ma al tempo stesso, non vi è nulla di più complesso) l’esperienza umana».

«La letteratura ci aiuta a vivere: viviamo in un interscambio continuo fra le esperienza della vita e le esperienze della lettura».
«Quando mi chiedo perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: Perché mi aiuta a vivere … Più densa, più eloquente della vita quotidiana ma non radicalmente diversa, la letteratura amplia il nostro universo, ci stimola a immaginare altri modi di concepirlo e organizzarlo. Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all’infinto questa possibilità di interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente. Ci procura sensazioni insostituibili, tali per cui il mondo reale diventa più ricco di significato e più bello».
«La concezione riduttiva della letteratura non aleggia soltanto nelle classi o nelle aule universitarie; è abbondantemente rappresentata anche tra i giornalisti che recensiscono i libri e persino tra gli stessi scrittori».
Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo, Garzanti, 2017.

L’assenza di incontri con soggetti differenti, è molto riposante, poiché non mette mai in discussione la nostra identità; è meno pericoloso osservare cammelli che uomini (T. Todorov, da Noi e gli altri, L’Esotico, Torino, 1991).

Quarta di copertina
In un mondo dominato dalla scienza e dalla tecnica, rischiamo di non capire più i grandi capolavori della letteratura. Sul versante della critica, negli ultimi decenni abbiamo messo a punto una serie di strumenti assai efficaci per l’analisi dei testi, a cominciare dalla filologia e dallo strutturalismo, che hanno assunto un’importanza crescente nell’insegnamento. In parallelo, fiorisce una produzione narrativa sempre più ripiegata sull’io, e hanno grande fortuna i romanzi di puro intrattenimento. Tuttavia rischiamo di perdere di vista quello che è il senso profondo della opere letterarie, quello che le rende importanti e necessarie. In queste pagine appassionate e polemiche, Tzvetan Todorov – che all’inizio degli anni Sessanta ebbe un ruolo determinante nella diffusione dei formalisti russi – va al cuore del problema: a che cosa ci serve, oggi, la letteratura? Todorov parte dalla propria vicenda di studioso, prima nella Bulgaria sovietica e poi nella Parigi di Genette e Barthes. Discute i metodi più in voga d’insegnamento della letteratura. Esplora l’attuale produzione narrativa. Soprattutto, si confronta con la lezione dei grandi del passato per ritrovare e rilanciare il valore insostituibile della letteratura.


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Antonio Prete – “Interiorità” è parola che designa e non definisce, che indica e non recinge. Come la parola “amore”. O la parola “infinito”. Parole senza confini.

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Il cielo nascosto

“Interiorità” è parola che designa e non definisce, che indica e non recinge. Come la parola “amore”. O la parola “infinito”. Parole senza confini. Che tuttavia sollecitano l’esplorazione mentre mostrano l’insondabile che le costituisce. Pongono domande, mentre rivelano l’insufficienza di ogni risposta. L’interiorità è imprendibile, come il tempo che la abita. Inesauribile, come l’immaginazione che la alimenta.

 

Antonio Prete, Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità, Bollati Boringhieri, Torino 2016,p. 9.


Antonio Prete – Leggere è far respirare, insieme, l’immaginazione e il pensiero, è custodia dell’interiorità, è un ascolto silenzioso, è fare esperienza del tempo, contro la dissipazione, la distrazione, la spettacolarizzazione.
Antonio Prete – Solitudine vuol dire resistere all’opera di distrazione – distrazione da sé – messa in campo da tutto quello che è intorno: immagini, seduzioni, attrazioni. Solitario non è solo chi si rifugia nel deserto, ma anche chi, pratico del mondo, sa isolarsi nel cuore del tumulto.


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Anaïs Nin (1903-1977) – Si scrive per creare un mondo nel quale valga la pena di vivere. Scriviamo per tentare di trascendere la nostra vita, per imparare a parlare agli altri.

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Ecrire pour ne pas perdre la main

 

Si scrive per creare un mondo nel quale valga la pena di vivere. Ho dovuto crearmi un mondo tutto mio scrivendo, come un clima, un paese, un ‘atmosfera, nel quale potessi respirare, regnare e rinascere ogni volta che la vita ha tentato di distruggermi. Scriviamo di noi per tentare di trascendere la nostra vita, per imparare a parlare agli altri, per raccontare il nostro viaggio nel labirinto. Se tu non percepisci la scrittura come un respiro, se tu non urli senza far rumore scrivendo, se tu non canti mentre scrivi, allora non scrivere, non ne hai affatto bisogno.

Anaïs Nin, Essere una donna (1935), citato in AA.VV., Ecrire pour ne pas perdre la main. Des lettres, dei mots, des pensées, Collection Vivre et l’écrire, Editions L’ Harmattan, Paris 1995, p. 135.



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Antonio Prete – Solitudine vuol dire resistere all’opera di distrazione – distrazione da sé – messa in campo da tutto quello che è intorno: immagini, seduzioni, attrazioni. Solitario non è solo chi si rifugia nel deserto, ma anche chi, pratico del mondo, sa isolarsi nel cuore del tumulto.

Antonio Prete 02

La solitudine: una condizione interiore, anzitutto. Nella compagnia e nella folla poter stare con se stessi. Senza che questo ritiro attenui l’ascolto o l’attenzione o persino la curiosità. Solitudine vuol dire resistere all’opera di distrazione – distrazione da sé – messa in campo da tutto quello che è intorno: immagini, seduzioni, attrazioni. Solitario non è solo chi si rifugia nel deserto, ma anche chi, pratico del mondo, sa isolarsi nel cuore del tumulto.

[…] Alla solitudine Montaigne dedica un capitolo dei Saggi. La solitudine per lui non è il grado zero del sentire, un processo di cancellazione delle percezioni, ma l’edificazione di uno spazio e di un tempo per l’ascolto di sé, e delle voci che salgono dall’assenza e dalla lontananza. La solitudine è il teatro dell’io in azione: pensieri, ricordi, esperienza dell’attesa, domande. Essere con se stesso è assistere allo sventagliarsi di figure che salgono da un tempo che più non ci appartiene, è intrattenersi con quella parte di sé che talvolta è ignota a se stesso e non è stata resa sorda e opaca dall’uso del mondo. «Bisogna riservarsi – scrive ancora Montaigne – una retrobottega [une arriere boutique] tutta nostra, del tutto indipendente, nella quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine».

 

Antonio Prete, Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità, Bollati Boringhieri, 2016, p. 66.

***

 Immagine in evidenza: Antonio Fontanesi, Solitudine, 1875, Musei Civici, Reggio Emilia.

Risvolto di copertina
Dentro di noi custodiamo un cielo nascosto, uno spazio-tempo altrettanto abissale dell'universo che ci sovrasta. Come è accaduto alla volta stellata, gli interni d'anima hanno attratto cosmografi fin dall'antichità: filosofi, scrittori, teologi e poeti hanno scrutato, contemplato, decifrato, versato in parole «fantasticanti e conoscitive» ogni transito di pensieri, ogni orbita di passioni, ogni ellissi del desiderio. Si è via via affinata una lingua per dire la mobilità dell'io e il teatro degli affetti, e si è scoperto nelle profondità della mente il punto di maggiore consonanza con il ritmo vivente del mondo. Questa pienezza di raffigurazione e il suo stesso oggetto - la vita interiore, concentrata nelle proprie fantasmagorie, ma anche persa in lontananze e silenzi siderali - rischiano oggi di smarrirsi, vittime dello spossessamento di sé indotto dalla seduzione della vicinanza virtuale e dal frastuono della comunicazione. In controtendenza rispetto ai tempi, Antonio Prete compie qui un prezioso gesto di restituzione. Mette la sua maestria di comparatista al servizio di una materia sconfinata, prelevandovi con levità figure tematiche e passaggi salienti, da Agostino a Joyce, da Montaigne a Proust a Calvino, e cedendo spesso il passo agli amatissimi Leopardi e Baudelaire. Sono tutti loro, insieme con gli artisti che nell'autoritratto hanno sfidato l'irrappresentabile, a costruire idealmente una «grammatica dell'interiorità», dove troviamo declinate le eterne forme del sentire, amorose o meditative, gioiose o dolenti, stupefatte o rammemoranti. Senza attingere a quel lessico, non potremmo neppure riconoscere ciò che ci accade dentro

Antonio Prete – Leggere è far respirare, insieme, l’immaginazione e il pensiero, è custodia dell’interiorità, è un ascolto silenzioso, è fare esperienza del tempo, contro la dissipazione, la distrazione, la spettacolarizzazione.



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Vladimiro Giacchè – Recensione di Salvatore Bravo. L’Anschluss della Germania dell’Est. Un esame approfondito delle lezioni che l’Europa di oggi può trarre dalle vicende tedesche degli anni Novanta.

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Vladimiro Giacché svela come la riunificazione delle due Germanie abbia significato la quasi completa deindustrializzazione dell’ex Germania Est, la perdita di milioni di posti di lavoro e un’emigrazione di massa verso Ovest che perdura tuttora, spopolando intere città.

 

Un esame approfondito delle lezioni che l’Europa di oggi può trarre dalle vicende tedesche degli anni Novanta

Anschluss L’Annessione

Anschluss L’Annessione

 

Salvatore Bravo

Recensione al librio di

Vladimiro Giacchè, Anschluss L’Annessione, Imprimatur, 2018

 

***

L’Anschluss della Germania dell’Est

 

Anschluss-L’Annessione è un libro di Vladimiro Giacchè: e ci sono libri che svelano la verità in cui siamo gettati. Vladimiro Giacchè documenta la fine ingloriosa della Germania dell’Est, fine programmata e voluta dal monopolio della finanza. Archetipo del capitalismo in azione, attraverso l’esperienza della RDT si rende palese la logica intestinale-divoratrice del capitalismo assoluto. La tecnocrazia finanziaria ha la sua verità logica ed ontologica nella regressione biologica ad attività di assorbimento e nullificazione di ogni realtà con cui si rapporta. Dietro il paravento dell’algoritmo, dei linguaggi astratti, si cela un primitivismo intestinale: si divora per trasformare in energia per la propria insaziabile voracità. L’energia, qui, è il denaro. Ciò malgrado, la verità non può essere divorata, marginalizzata, vituperata, diffamata: resiste. L’azione del capitalismo assoluto è talmente iperbolica da rendere, in realtà, più semplice di quanto non sembri scoprire la verità. Il «Non c’è alternativa» della Merkel denuncia un certo disagio dinanzi al vero. La forza del capitale assoluto è la debolezza dell’opposizione, di un’alternativa credibile e voluta. Cominciamo con la prima verità: la RDT ha subìto un’annessione veloce e degna di un’invasione manu militari. Quando cadde il muro di Berlino nessun tedesco dell’Est voleva la fusione con l’Ovest. Nessuno striscione – il 4 Novembre 1989 a Berlino – proclamava il desiderio dell’unione delle due Germanie. Il giornale Der Spiegel con un sondaggio, in quei giorni, rese pubblico che il 71% dei Tedeschi dell’Est voleva che la RDT sopravvivesse alla caduta del muro; esigevano riforme democratiche, ma non la cancellazione dell’esperienza socialista:

«Il 17 dicembre sono pubblicati i risultati di un sondaggio sui cittadini tedeschi orientali commissionato dal settimanale tedesco Der Spiegel: il 71 per cento si pronuncia per il mantenimento della sovranità della RDT, il 27 per cento per uno Stato unico RFT». [1]

 

In un tempo brevissimo si è consumato un crimine, l’ennesimo, contro l’umanità. Il mezzo più adatto per intimorire i tedeschi dell’Est e congelare i tentativi di una riorganizzazione della RDT è stata la minaccia del fallimento. I conti erano in rosso, ma non in modo drammatico; le riserve dello Stato erano in buona salute, ma i conti e le riserve non erano pubblica informazione nello stato comunista. Tale elemento alimentò la paura. I movimenti peristaltici erano in funzione: fu sufficiente introdurre il marco tedesco per avere un apprezzamento dei debiti ed i conseguenti fallimenti. Si stimava che l’indebitamento avrebbe raggiunto a fine 1989 una cifra pari a 26 miliardi di dollari. La cifra era errata, ma fu usata come testa d’ariete per fagocitare la Germania dell’Est con l’assenso dell’Unione Sovietica:

«La cifra era sbagliata e molto superiore al vero, perché non teneva conto delle riserve in valuta pregiata detenute dal dipartimento Coordinamento commerciale, diretto da Alexander Schalck-Golodkowsky. Le attività di questo dipartimento, responsabile dell’approvigionamento di valuta pregiata, erano uno dei segreti meglio custoditi della RDT: ne erano di fatto al corrente, oltre ovviamente a Schalck-Golodkowsky, soltanto Honecker e il responsabile dell’economia Mittag, mentre ne era all’oscuro lo stesso capo della pianificazione Schurer».[2]

 

La debolezza dell’economia della Germania dell’Est dipendeva da scelte errate svolte negli anni ‘70: le previsioni sulla produzione di beni di consumo era stata fallace considerando le ingenti risorse investite nell’edilizia. Nulla era irrimediabile. Si decide per spingere verso il fallimento e dunque condurre la popolazione verso l’Ovest, di introdurre il marco dell’Ovest senza un periodo di transizione, ad un cambio proibitivo, l’apprezzamento dei debiti, l’impennata dei prezzi, la produzione di prodotti non competitivi che condurranno al fallimento ed all’impossibile riorganizzazione dello Stato:

«Benché il marco dell’Est non fosse una valuta convertibile, negli scambi commerciali della Germania dell’Est con la Germania si usava un coefficiente di correzione per misurare il valore relativo delle due valute; altri coefficienti di correzione venivano adoperati nei confronti del dollaro e di altre valute occidentali. Nel 1989 questo coefficiente era di 1 a 4,44 marchi dell’Est, e precisamente secondo questo parametro veniva regolato il commercio intertedesco. L’unione monetaria significò quindi un aumento dei prezzi delle merci prodotte nella RDT di poco meno del 350 per cento! (Most 2009: 13, 161)». [3]

L’unità monetaria difatti implica la cessione dell’indipendenza. L’annessione passa per l’unità monetaria attraverso cui si destabilizza non solo l’economia, ma un intero assetto sociale. Il potere d’acquisto dei cittadini della RDT crolla, i loro prodotti non sono più competitivi, i debiti dell’apparato industriale in marchi dell’Ovest paralizza il sistema, non è possibile pagare i debiti perché insostenibili, è impossibili rivitalizzare le industrie con investimenti sui macchinari o altro. La moneta diviene un cappio al collo per tutti i cittadini dell’Est. L’annessione insegna ai Tedeschi ciò sarà fatto alla Grecia, è la verità dell’Europa unita. Verità sommersa eppure palese. Al fallimento segue l’annessione. La campagna elettorale, la prima “libera” nell’Est è una farsa della democrazia. I protagonisti sono esponenti della Germania dell’Ovest, ogni regola, ogni trasparenza, la pluralità sono negate. Si promise di trasformare la Germania dell’Est «in breve tempo in una terra fiorente».[4]
Il successo della CDU è inevitabile e molto abilmente il parlamento della Germania dell’Est lavora per la sua liquidazione, si lavora per un trattato: «Trattato sull’unione monetaria, economica e sociale». Il trattato naturalmente è stato predisposto da Bonn. Furono negate anche modeste contromisure per salvare le imprese salvabili.
La liquidazione non di un’economia, ma di un intero mondo, passa per l’istituzione della Treuhandanstalt, organo delle privatizzazioni che in modo sregolato – dal 1990 al 1994 – ha cannibalizzato la Germania dell’Est:

«Per ogni impresa fu stilata una sorta di pagella, per decidere quali aziende fossero immediatamente privatizzabili, quali risanabili per essere privatizzate, quali dovessero invece essere liquidate. Ma in base a quali criteri si decideva se un’impresa fosse risanabile o dovesse essere chiusa? Li spiegò davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare sulla Treuhandanstalt uno dei suoi più importanti funzionari, Horst Plaschna: “la risanabilità di un’impresa dipende dal fatto che abbia già un prodotto vendibile nell’Ovest. La cosa può espressa anche in questi termini: se non ce l’ha, è a priori non risanabile. Infatti non siamo autorizzati a sviluppare nuovi prodotti con i soldi dei contribuenti tedeschi”».[5]

 

La commissione chiuderà l’inchiesta il 28 agosto 1994, ma nei fatti ha l’ostilità del governo e nel contempo le si proibisce, per legge, l’accesso a un’enorme quantità di atti, circa l’80 per cento; spesso i fascicoli consegnati sono in disordine e con fogli mancanti. La SPD farà ricorso alla Corte Costituzionale che abilmente non respinge il ricorso, ma afferma che la risposta ci sarà dopo la fine della legislatura. Cade il mito della correttezza tedesca, del capitalismo ligio alle regole. Ciò malgrado la Commissione denuncia, pur in assenza di dati e documenti completi, irregolarità diffuse. In molti casi l’acquirente non ha contratti vincolanti circa il dovere di effettuare investimenti e conservare posti di lavoro. Si smantella la struttura, la si fagocita per mettere in atto un processo di clonazione, raddoppiamento della Germania dell’Ovest. Ogni metessi è copia e come tale negazione effettivo dell’originale e dell’originario. Perché abbia fine il processo famelico, il crimine, si deve smantellare la sovrastruttura. Si procede ad un’autentica epurazione degli accademici, ad un’estensione veloce e senza appello del sistema scolastico della Germania occidentale. Della RDT nulla deve sopravvivere. Il sistema scolastico della RDT che aveva messo in atto soluzioni pedagogiche dall’alto valore qualitativo e “democratico” non solo perché gratuite, ma soprattutto per il sistema unitario che evitava le divisioni tra classi sociali che si riproducono nei sistemi scolastici molto differenziati:

«La cosa ebbe tra l’altro un risvolto decisamente umoristico, allorché nel 2000, furono resi noti i primi risultati del test “Pisa” di valutazione dell’efficienza dei sistemi scolastici. La Germania conseguì risultati tutt’altro che brillanti, mentre la Finlandia ebbe il punteggio più elevato. Plotoni di zelanti ministri, pedagoghi e giornalisti tedeschi si recarono quindi in Finlandia per carpire al paese nordico il segreto del successo del suo sistema educativo. E si sentirono rispondere che il sistema finlandese si era rifatto agli insegnamenti dei pedagogisti tedeschi dell’Ottocento Wilhelm von Humboldt e Friedrich Fröbel, ma anche ai testi degli esperti della RDT».[6]

 

L’eliminazione del ceto intellettuale e della scuola fu sostenuta dalla negazione della validità dei titoli della Germania dell’Est. In tal modo la Germania dell’Est era rasa al suolo. Senza classe dirigente ed intellettuale, il 90 per cento dei professori universitari fu rimosso e sostituito da accademici occidentali: la Germania dell’Est non aveva più voce e memoria. In ultimo la disoccupazione di massa ha comportato denatalità ed emigrazione. La colonizzazione non poteva essere più completa. La propaganda aveva affermato con i suo trombettieri che l’introduzione del marco avrebbe impedito l’emigrazione:

«E oggi il banchiere Edgar Most ha facile gioco nell’affermare: “l’argomento secondo cui senza il marco occidentale troppe persone sarebbero scappate all’Est non posso condividerlo. Anche dopo l’unione monetaria almeno due milioni di tedeschi dell’Est sono andati all’Ovest. L’introduzione del marco occidentale all’Est non ha impedito questo esodo, lo ha anzi accelerato, perché ha portato al fallimento innumerevoli imprese dell’Est”» (Most 2011:164). [7]

 

Il punto finale dell’eliminazione di un’esperienza storica fu l’introduzione del Principio di restituzione, ovvero le proprietà dovevano essere restituite ai legittimi proprietari. Il caos giuridico fu inevitabile, molti degli ex proprietari erano nella Germania dell’Ovest, e vi erano specialmente i contenziosi tra eredi. La cultura della proprietà doveva essere reintrodotta in modo maldestro e massiccio. Tutto doveva perire. Le innumerevoli contese scoraggiarono gli investitori:

«Del resto, è ovvio che in assenza di garanzie circa i diritti di proprietà non può darsi alcuna formazione di capitale: quando eventualmente posto in vendita (è il caso dei beni pubblici offerti dalla Treuhand) perde quindi appetibilità per gli investitori e si svalorizza (sul punto cfr. Luft 1992: 107-109) ». [8]

 

L’annessione fu, dunque, il primo esempio di ciò che sarebbe accaduto in Europa col vincolo della moneta unica. Gramsci affermava che la storia è maestra di vita, ma ha pochi alunni. La fine della Germania dell’Est è una doppia occasione mancata di consapevolezza e prassi. La Germania dell’Est, se avesse avuto tempo, avrebbe potuto declinare l’economia di mercato secondo forme di pianificazione statale e l’Europa delle patrie avrebbe potuto imparare dalla terribile esperienza della RDT a difendersi dall’unione monetaria. Ma, in assenza di classi dirigenti degne di questo nome, tutto è avvenuto fatalmente.
Sottrarci al fato attraverso la conoscenza storica può essere un passo, tra gli innumerevoli, passi che ci dovrebbero portare verso l’uscita dalla gabbia d’acciaio.

Salvatore Bravo

 

***

[1] Vladimiro Giacchè, Anschluss L’Annessione, Imprimatur, 2018, p. 12.

[2] Ibidem, p. 19.

[3] Ibidem, p. 42.

[4] Ibidem, p. 36.

[5] Ibidem, pp. 62-63.

[6] Ibidem, pp. 120-121.

[7] Ibidem, p. 137.

[8] Ibidem, pp. 99-100.


Quarta di copertina

Ancora oggi, a quasi 25 anni dal crollo del Muro, la distanza economica e sociale tra le due parti della Germania continua ad accentuarsi, nonostante massicci trasferimenti di denaro pubblico dalle casse del governo federale tedesco e da quelle dell’Unione Europea. Sulla base di una ricerca scrupolosa, condotta attraverso i dati ufficiali e le testimonianze dei protagonisti, l’economista Vladimiro Giacché svela come la riunificazione delle due Germanie abbia significato la quasi completa deindustrializzazione dell’ex Germania Est, la perdita di milioni di posti di lavoro e un’emigrazione di massa verso Ovest che perdura tuttora, spopolando intere città. La storia di questa “unione che divide” è una storia che parla direttamente al nostro presente. Essa comincia infatti con la decisione di attuare subito l’unione monetaria tra le due Germanie, prima di aver attuato la necessaria convergenza tra le economie dell’Ovest e dell’Est. L’unione monetaria ha accelerato i tempi dell’unione politica, ma al prezzo del collasso economico dell’ex Germania Est. Allo stesso modo la moneta unica europea, introdotta in assenza di una sufficiente convergenza tra le economie e di una politica economica comune, è tutt’altro che estranea alla crisi che sta investendo i paesi cosiddetti “periferici” dell’Unione Europea. Il libro di Giacché si conclude quindi con un esame approfondito delle lezioni che l’Europa di oggi può trarre dalle vicende tedesche degli anni Novanta.

 

 



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Rita Di Leo – Gli uomini del lavoro appaiono essere divenuti quasi ovunque estranei alle visioni dei filosofi-re, e immersi nell’antropologia culturale dell’uomo della moneta.

Rita Di Leo 01
L'età della moneta

L’età della moneta

 

«Gli uomini del lavoro appaiono essere divenuti quasi ovunque
estranei alle visioni dei filosofi-re,
e immersi nell’antropologia culturale
dell’uomo della moneta».

 

Rita Di Leo, L’età della moneta. I suoi uomini, il suo spazio, il suo tempo, il Mulino, 2017.


Quarta di copertina

Una storia di mutevoli rapporti di forza tra uomini della moneta, della spada, del lavoro, dei libri, fra élite economiche ed élite politiche. Queste pagine descrivono una parabola che attraverso il feudalesimo, il nazionalismo, l’imperialismo, il socialismo, la democrazia e la finanziarizzazione dell’economia, giunge al tempo nuovo dell’information technology. Grazie agli algoritmi dopo secoli di subalternità dell’economia al potere politico, si è passati al conflitto per la guida della società, che vede prevalere gli «uomini della moneta» con una vittoria di cui la stessa costruzione europea è massima espressione.

 

 

Indice

 

Prologo

Introduzione. Alle porte del castello. Spada e moneta

  1. L’uomo della moneta e l’élite della spada
  2. Gli uomini dei libri nella contesa tra moneta e spada
  3. Dentro il castello. Il che fare degli uomini della moneta
  4. Da mercanti a uomini della moneta
  5. Gli uomini della moneta creano gli uomini del lavoro
  6. Gli uomini del lavoro contro gli uomini della moneta
  7. Chi ha vinto
  8. Chi ha perso
  9. Il castello-mondo. Tra fabbriche e algoritmi
  10. L’uomo della moneta inventa il management
  11. La mano visibile dei manager
  12. Il trionfo degli algoritmi
  13. La Delenda Carthago dell’uomo del lavoro

III. Il castello-mondo. I luoghi del castello

  1. Tante comunità, una società
  2. La politica sotto tutela
  3. Fuori dal castello. Altre comunità, altre società
  4. I confini nel tempo e nello spazio
  5. L’antropos teocratico
  6. Le due immagini dell’uomo
  7. Il castello del XXI secolo. Senza filosofi-re
  8. Il ruolo-guida dell’uomo della moneta
  9. Il popolo dell’uomo della moneta
  10. Fare e avere, avere e fare
  11. Pensare?

Bibliografia

Indice dei nomi

 

 



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Tiziano Fratus – C’è una grammatica che attende soltanto di essere parlata, una lingua che abbiamo dimenticato allontanandoci dal cuore selvatico della nostra immaginazione.

B come Bosco, come i boschi e gli alberi del nostro Paese. Bellezze da contemplare e salvaguardare e che spesso sono in pericolo: perché gli alberi non hanno bisogno di noi. Ma noi abbiamo bisogno di loro.

 

Il bosco è un mondo

Il bosco è un mondo

 

«C’è una grammatica che attende soltanto di essere parlata, una lingua che abbiamo dimenticato allontanandoci dal cuore selvatico della nostra immaginazione: qualcuno la chiama boschese, qualcuno la chiama naturalezza, qualcuno la chiama selvatichezza. Ma non importa il suono delle parole che adottiamo, conta piuttosto il nostro fare ritorno alla radice dell’esistenza, a quel posarsi d’una foglia al suolo, al levarsi del sole, ogni mattina, da dietro le montagne. Siamo parte di questo istinto al movimento, […] un dono immenso».

Tiziano Fratus, Il mondo è un bosco, Einaudi, 2018.

leggi un estratto

 


Tiziano Fratus, incontrando le sequoie millenarie in California e i boschi vetusti ai piedi delle Alpi, ha coniato il concetto di “Homo Radix”, a cui sono seguiti la disciplina della “dendrosofia” e la teoria del “Quinto Umanesimo” che ha sviluppato in diversi libri fra i quali Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Feltrinelli), Ogni albero è un poeta (Mondadori), I giganti silenziosi (Bompiani) e L’Italia è un giardino (Laterza). Collabora con i quotidiani «La Stampa» e «il manifesto» e conduce la trasmissione Nova Silva Philosophica su «Radio Francigena». Sue poesie sono state tradotte in 9 lingue e pubblicate in 16 paesi e saranno presto raccolte nell’opera Arborgrammaticus. Per Einaudi ha pubblicato Il bosco è un mondo (2018). Sito: www.homoradix.com



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Attila József (1905-1937) – Con libera mente non recito la parte sciocca e volgare del servo. Il capitalismo ha spezzato il suo fragile corpo.

Attila József
La statua di Attila Jozsef a Budapest

La statua di Attila Jozsef a Budapest.

 

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***
 Attila József

Con libera mente non recito la parte
sciocca e volgare del servo

a cura di Fernanda Mazzoli


Il testo completo di 12 pagine scaricabile in PDF

Attila József

 


 

Nel 1937, poco prima di mettere fine alla sua breve vita, gettandosi sotto un treno, Attila József allegò alla domanda in cui sollecitava un impiego nella speranza di allontanare, almeno per un poco, lo spettro della povertà che lo accompagnava dalla nascita, un curriculum vitae che, in mano sua, si trasformò nel racconto poetico della sua travagliata esistenza.

 

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Il poeta ungherese ricorda la sua infanzia difficile: nato nel 1905 a Budapest, a tre anni la Protezione per l’Infanzia lo inviò a Öcsöd, presso genitori adottivi, dopo che il padre aveva abbandonato la famiglia per emigrare. Là visse alcuni anni, lavorando in campagna a badare i maiali come tutti i bambini poveri. Al compimento del settimo anno, la madre lo riportò a Budapest e lo iscrisse alla seconda elementare. Lei faceva la lavandaia e le pulizie per mantenere Attila e le sorelle. A lei dedicò tanti suoi versi, operando quella perfetta e mai banale saldatura tra vissuto personale e dimensione sociale che conferisce alla sua lirica un carattere unico. La poesia che segue fu salutata da Benedetto Croce, critico esigente, come «grande, infinita e sublime». Correva l’anno 1942 e il poeta ungherese era, in Europa, pressoché sconosciuto.

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MIA MADRE
Una domenica sera mia madre è tornata
fra le mani recando due pentolini:
sorrideva in silenzio e s’è fermata
un po’ nella penombra.
Nelle pentole c’erano gli avanzi
della cena dei nostri padroni;
anche a letto, dopo, io pensavo
che quelli ne mangiano pentole piene.
Mia madre, esile, scarna, è morta giovane:
le lavandaie muoiono presto.
Le gambe non reggono ai carichi,
la testa duole dallo stirare.
Ed è il bucato la loro montagna!
Per allietanti giochi di nuvole,
il denso vapore, e per cambiare aria
le lavandaie hanno, su, la soffitta.
La vedo: sta con il ferro da stiro.
Il capitalismo ha spezzato il suo fragile corpo;
si fece sempre più striminzita
– pensateci, proletari.
Si aggobbì per lavare:
ed io non sapevo che era ancora giovane.
Sognava di avere un grembiule pulito
e allora il postino la salutava.
(trad. di Folco Tempesti)

 

 

In terza elementare scoprì delle storie interessanti su Attila, il leggendario re degli Unni, che gli piacquero non solo perché portavano entrambi lo stesso nome, ma perché i genitori adottivi avevano deciso che il nome Attila non esisteva e, quindi, lo avevano chiamato Pista (diminutivo di István) e, in questo modo, era come se avessero messo in dubbio la sua stessa esistenza. József attribuì alla scoperta dei racconti su re Attila un influsso decisivo sul suo orientamento, fino a vedervi la probabile origine sia della sua passione per la letteratura, sia della sua abitudine a riflettere, ad ascoltare l’opinione degli altri, passandola, però, al vaglio dell’esperienza personale: «un individuo che risponde se lo chiamano Pista fino a quando non ha potuto accertare quello che pensa nel profondo di se stesso,vale a dire che il suo nome è Attila».
Gli anni della prima guerra mondiale lo vedono mobilitato in una lotta per la sopravvivenza che lo porta, ancora bambino, a fare mille mestieri per aiutare la madre: venditore di acqua al cinema Világ e di giochi di carta colorata, portatore di ceste al mercato, ladro di legna e carbone alla stazione ferroviaria di Ferencváros. Gli capitava di fare la coda alle nove di sera davanti ad una drogheria e, arrivato il suo turno dieci ore dopo, di sentirsi dire che lo strutto era finito… La fine della guerra non gli portò un tempo migliore: la madre si era ammalata di un tumore, soldi non ce n’erano e lui vendeva giornali e pane e trafficava in francobolli. Il giorno di Natale del 1919 sua madre morì e l’Associazione orfani nominò come suo tutore il cognato. Malgrado avesse trascorso mesi a lavorare a bordo dei rimorchiatori della Compagnia Atlantica e non avesse potuto seguire i corsi scolastici, superò l’esame di quarta ginnasio e il cognato-tutore lo inviò a studiare in collegio dove si distinse per il profitto, nonostante i ripetuti tentativi di suicidio. «Non avevo in quel periodo, come del resto prima, nessuna persona accanto a me che mi facesse da amico e guida». La prestigiosa rivista Nyugat (Occidente) aveva già pubblicato alcune sue liriche: «Mi consideravano un bambino prodigio, ero invece soltanto un orfano». Un orfano in un mondo di orfani, affamati e senza speranza di placare la propria fame, espropriati di se stessi – senza più pelle, né vista, o parola – e persino del cielo, dove risplende ormai un tallero d’oro.

 

Gridiamo a Dio

Gridiamo a Dio

GRIDIAMO A DIO

A te, Dio,
noi gridiamo: sii la nostra
calda, sensibile pelle,
ché ci hanno scorticato: dal dolore
ciechi, ormai,invano,
invano a tentoni avanziamo, senza
più sentire delle cose altro
che questo:orribilmente fanno male.

Se siamo ciechi è inutile sapere
che in noi s’infiammano i germogli a primavera, che
il nostro braccio vale più della stanchezza, che il cervello
è più esplosivo d’ogni dinamite. La parola
nostra non avvolge e non riscalda
più nessuno, come lana bruciacchiata
lentamente si consuma in fumo
amaro che il vento trascina. Da ciascuno di noi
trabocca l’anima come da vasi
forati dalla ruggine il latte che cagliamo con l’amore
perché ne resti almeno per i figli. Ora puoi veramente
tu stesso strapparti dalle stelle: è più efficace in terra
e duratura la luce dei quattrini.
Nessuno che ci accolga alla sua tavola- mastichiamo
radici di grotte montane- in cielo, non il sole
ma un tallero d ‘oro risplende, sui prati
nemmeno l’euforbia matura.

Oh, sii tu dunque la nostra pelle sensibile e calda,
che il dolore scivoli su di noi
come l’acqua sulle piume delle oche. Che una volta infine noi possiamo
scolpire la statua di marmo e intagliare nel legno
il giaciglio: che non resti lavoro domani –
già sulle acque le nubi sono a picco,
le ombre si moltiplicano, e noi
con l’opera incompiuta rincasiamo, a passare la notte sotto gli occhi
tuoi che si chiudono.

(traduzione di S. Badiali)

 

Abbandonò la scuola dopo il primo anno di liceo, spinto dall’irrequietezza e da un oscuro senso di colpa («mi sentivo come uno scioperato: non studiavo perché subito dopo la spiegazione degli insegnanti sapevo già la lezione») e riprese i suoi vagabondaggi, passando da un mestiere all’altro. Su consiglio di due insegnanti che gli si erano affezionati, si preparò all’esame di maturità, recuperando in tre mesi i due anni perduti. In ungherese prese appena la sufficienza: la sua poesia Lázadó Kristus (Cristo ribelle) pubblicata nel 1923 – e che gli valse un’accusa di bestemmia (da cui, poi, venne assolto) – gli aveva alienato le simpatie del professore.
A vent’anni affida ai versi di Tiszta szívvel (Con cuore puro) un autoritratto all’insegna di un sentimento esacerbato di mancanza che, lungi dal rispondere ad un facile cliché di poeta maledetto, sgorga direttamente da un’autentica esperienza esistenziale segnata, sin dai primissimi anni, da miseria e abbandono e da un sentimento di istintiva rivolta di fronte all’indifferenza del mondo.

 

Non ho padre, né madre,
né dio, né patria,
né culla, né sepolcro,
né bacio, né amata.
Da tre giorni non mangio,
né molto, né poco.
Vent’anni la mia forza,
i miei vent’anni li vendo.
Se non servono a nessuno,
allora che il diavolo se li prenda.
Con cuore puro rubo,
se occorre ucciderò.
Che mi catturino e impicchino,
mi ricoprano di terra benedetta
e nascerà dal superbo mio cuore
un’erba mortale.

Rappresentante di libri a Budapest, contabile in una banca privata, collaboratore di diverse riviste, decise che avrebbe fatto lo scrittore, «cercando di trovare un’occupazione borghese in stretto rapporto con la letteratura». Si iscrisse dunque alla facoltà di Lettere e Filosofia di Szeged, mantenendosi precariamente agli studi con gli onorari delle sue poesie. Superò brillantemente gli esami, finché non si imbatté nel professore di linguistica ungherese Antonio Horger che, alla presenza di due testimoni, dichiarò che , finché lui fosse vissuto, József non sarebbe mai divenuto professore di scuola media. Mostrandogli il giornale Szeged, gli disse che «a un individuo che scrive versi simili non si può affidare l’educazione delle generazioni future». Si trattava proprio di Tiszta szívvel, una poesia che – ricorderà ironicamente il poeta – sarebbe divenuta piuttosto famosa, considerata da noti critici letterari come «il documento di tutta la generazione postbellica» e «l’emblema della nuova poesia».

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L’anno seguente lasciò il suo paese per Vienna; qui prese alloggio in «un orribile stamberga, dove per quattro mesi non ebbi neanche un lenzuolo»); si iscrisse all’università e, per mantenersi, vendette giornali e fece le pulizie nell’Accademia Ungherese della capitale austriaca, finché il direttore, venuto a conoscenza delle sue condizioni economiche disperate, non gli procurò un posto come precettore in una ricca famiglia. Raggranellato un po’ di denaro, il poeta partì per Parigi, dove si iscrisse alla Sorbona e poi rientrò a Pest, studente della locale Università. Rinunciò a sostenere l’esame di laurea, convinto – dopo l’esperienza a Szeged – che per lui non ci sarebbe stata, comunque, la possibilità di insegnare. La sua buona padronanza del francese gli valse, finalmente, un posto di corrispondente franco-ungherese presso il neonato Istituto per il Commercio estero, ma ben presto dovette lasciare l’impiego per uno stato di profonda prostrazione psico-fisica che lo condusse in sanatorio. Redattore della rivista Szép Szó (da lui fondata nel marzo del 1936 insieme a due importanti critici letterari, contava sulla collaborazione di scrittori di diverso orientamento politico, accomunati da un forte sentimento antifascista ), da allora visse dei proventi delle sue pubblicazioni.
Da sempre lo seguiva come un’ombra che gli consumava le energie vitali il senso irrimediabile di una sofferenza universale che non risparmiava alcuna creatura vivente, incalzata da una fame insaziabile, condannata alla solitudine, mentre Dio si è nascosto e «urla invano il poeta, sciacallo / che alle stelle vomita grida».

 

 

IL CANE

Così arruffato e fradicio,
era il suo pelo di fiamma gialla
magro di fame
scarnito dalle voglie
ed al suo fianco
triste sventolava
il fresco della notte.
Correva,gemeva;
gli occhi suoi, cattedrali
gremite di sospiri;
croste di pane
e rifiuti cercava.

Ebbi pietà di lui
da me stesso quasi scaturito
povero cane vivo.
Ed ogni cosa al mondo
vidi corrosa dai vermi.

E bisogna dormire,
la sera ci costringe
e la stanchezza
da ultimo ci culla.
Ma prima di dormire
come la città giacendo
sotto la fresca e silenziosa volta
della stanchezza così pura,
balza ad un tratto
dal suo diurno nascondiglio
in noi stessi
così arruffato e fradicio
affamato quel cane
che di Dio
brani e rifiuti
va cercando.

(traduzione di Sandro Badiali)

 

Ciò di cui il poeta non poteva parlare nel suo curriculum era la militanza politica. Negli anni universitari aveva preso contatto con il partito comunista clandestino, dichiarato illegale dopo la violenta repressione che aveva travolto nel 1919 la repubblica Sovietica d’Ungheria, guidata da Béla Kun. Una scelta che scaturiva con naturalezza dalla sua stessa condizione di vita e dal rifiuto istintivo dell’ingiustizia e dell’ ipocrisia della società borghese, così come di una funzione consolatoria dell’arte. Nella poesia Ars poetica (1937), rivendica di non cercare «il latte della favole» e di dissetarsi, piuttosto, «al mondo reale, con spuma / di cielo all’orlo». Lascia agli altri poeti l’esibizione di una finta ebbrezza; lui ha deciso di andare oltre «questa moderna osteria, / fino alla ragione e più in là; / con libera mente non recito la parte / sciocca e volgare del servo».
Dunque, la sete inesausta che tormenta il suo spirito irrequieto si immerge nella profondità del mondo e da essa attinge una forza nuova che si nutre di amore e ragione e della piena consapevolezza del suo destino di uomo e di poeta. E la consapevolezza matura necessariamente attraverso la condivisione del dolore con tutti gli altri uomini, vilipesi, umiliati e respinti, quegli uomini di cui József coglie, con un’immagine superba per evidenza e intensità, l’essenza di una condizione di espropriazione sociale che diventa alienazione esistenziale: non la loro parte di gioia ricevono , ma solo un salario. La cifra peculiare dell’opera di József consiste proprio nell’incontro tra sofferenza personale e rivolta collettiva e nella loro assunzione ad una dimensione universale, mai astratta , ma sempre radicata nell’autenticità e nella concretezza della vita offesa nella sua aspirazione alla verità e al bene da un ordine sociale profondamente inumano, dove «tutti quanti / han barattato speranza contro denaro».
È in questo radicamento che si rielaborano e sublimano le diverse implicazioni letterarie cui il poeta fu sensibile, dal simbolismo, all’espressionismo al surrealismo, per non parlare di François Villon, suo frère humain in infelicità e incapacità a vivere.
Il mondo da cui József attinge la materia e quasi il ritmo palpitante della sua poesia è fatto di povere periferie urbane, di davanzali grigi, di denso fumo di ciminiere, di treni che fischiano nella notte triste e pesante dei poveri, dove «tessono / cupe le macchine gli sfatti / sogni delle tessitrici», di prati sterili ed erbe strappate, ma anche di zolle bruciate, di vecchie montagne «nodose / come mani di antico, pesante lavoro», di fattorie dove rincasano contadini spezzati dalle fatiche dei campi. Un mondo reale, certo, ma «con spuma di cielo all’orlo»: non solo per l’irrompere improvviso, fra tante brutture, dell’irriducibile, pura, fragile bellezza delle cicogne sui camini, dei pini profumati, dell’«eterna impassibile pioggia», o del «muschio che dolce respira», ma per il bagliore di sapore vagamente messianico di una palingenesi radicale che proietterà sulla «fabbrica oscura» «la rossa stella dell’Uomo».
È, insomma, un mondo inscritto nella storia – l’Ungheria fra le due guerre – e nella geografia, quella «dei paesi della miseria» – le zone d’ombra della metropoli –, ma anche la sterminata pianura attraversata dal «grande, torbido e saggio» Danubio e che da tali determinazioni trae la sua valenza universale. Come osservò György Lukács, nella sua lirica le immagini di paesaggio possono comunicare sentimenti rivoluzionari.

 

 

BALLATA DEL SALARIATO

Portiamo ceste scricchiolanti, zappiamo
la tenera tremante insalata. Per farne
case impastiamo l’argilla, il vestito
per la signora alla moda cuciamo, stacchiamo
il lardo dai fianchi del porco,
sciogliamo lo strutto, ingozziamo le oche:
se la sera diffonde il suo regno fluttuante, non la nostra
parte di gioia ci è data, ma solo un salario.

Muri invano alziamo, a costruire
la caserma del nostro destino: nostro figlio
per strada, dalla vetrina guarderà
il suo gioco delle costruzioni, e a nostra figlia, se chiede
a noi che tessiamo
il vestito per la bambola, il desiderio resterà
sulle labbra serrate. Non la nostra
parte di gioia ci è data, ma solo un salario.

Davanti ai nostri occhi solo cinghie che scorrono,
facciamo vagoni e rotaie,
in terra, sopra e sotto la terra piantiamo
l’albero del mondo, ecco
raccolto il grano dei campi e non possiamo
nemmeno esserne fieri -lo bruciano,
lo scagliano in acqua. Non la nostra
parte di gioia ci è data, ma solo un salario.

Crescono sì le patate, se le zappiamo!
E’ giusto per noi lavorare, ma non è questo
che ci tormenta. Non la nostra
parte di gioia ci è data, ma solo un salario.

(trad. di S. Badiali)

 

 

Grande e commovente era la fiducia di József nella «catena di montaggio della storia» dove «gli operai /nella lotta di classe vestiti di ferro» preparano il nuovo mondo, lottando contro i miasmi esalati dalla «gialla bocca del capitale».
Eppure, tanta fede non valse a risparmiargli l’accusa di “deviazionismo” e la conseguente espulsione dal Partito comunista nel 1934. Troppo disperato e troppo attento alle proprie voci interiori, probabilmente, per un partito che si stava allineando alla “normalizzazione” staliniana imposta al movimento comunista internazionale proprio in quegli anni. È doveroso, qui, ricordare che in pieno stalinismo, Lukács affermò, proprio riferendosi a lui, che il vero poeta, anche di partito, deve potere esprimere la propria disperazione, poiché della libertà poetica è parte anche la libertà della disperazione del singolo.

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Thomas Mann e Attila József.

 

L’allontanamento dal partito non poté che accentuare la solitudine del poeta, ma non ne esaurì certamente l’ispirazione rivoluzionaria, né la militanza antifascista o la collaborazione alla stampa di orientamento socialista. Il 13 gennaio 1937 fu tra gli organizzatori della conferenza di Thomas Mann a Budapest e per tale occasione scrisse una poesia (Saluto a Thomas Mann), la cui lettura fu vietata dalla polizia, nella quale il grande scrittore tedesco «solo europeo fra uomini bianchi» assurgeva a simbolo della libertà e dell’umanità calpestati «dall’orrore di sogni mostruosi».
Sul finire dell’anno, il poeta, sempre più disperato, solo, dopo il fallimento di diverse relazioni sentimentali e malato (gli era persino stata diagnosticata una forma di schizofrenia, né gli aveva giovato il trattamento psicanalitico cui si era sottoposto), trovò la morte sui binari della stazione di Balatonszárszó.
Suicidio – versione dai più accreditata, visto l’aggravamento delle sue condizioni psichiche – o incidente, come sostennero alcuni, resta comunque sconcertante la premonizione che una quindicina di anni prima, ragazzo già segnato precocemente dalla durezza del vivere, aveva messo in versi.

 

UBRIACO SUI BINARI

Un ubriaco giace sui binari, stringe
nella sinistra la bottiglia e russa
dormendo fresco come l’alba.
Trotta lontano la notte sulla strada.

Di steli ha ornato i suoi capelli
a poco a poco il vento della notte. Il cielo
pietoso copre di rugiada.
Non si muove, solo il petto è vivo.

Ha duro il pugno come trave di binari. E dorme
come nel seno della vecchia madre;
a brandelli il vestito; ancor giovane, ragazzo.

Sorge il sole, il cielo rompe in colori di cenere:
un ubriaco giace sui binari, da lontano
trema la terra lentamente.

(trad. di S. Badiali)

 

Chissà se Attila József ha trovato nel piccolo paese sul lago Balaton in cui un treno mise fine ai suoi difficili giorni quella terra accogliente dove il suo nome “senza errori scriverà/chi mi vorrà seppellire”, riappropriandosi nella morte della sua tormentata identità.
Malgrado che la letteratura di ispirazione civile non goda oggi dei favori del pubblico e della critica, il potere continua a mantenere un certo fiuto e sa individuare nella sua poesia un corpo estraneo, non assimilabile e non smette di accanirsi ottusamente su di lui, riconoscendone paradossalmente la vitalità: nel luglio del 2013, il governo autoritario guidato da Orbán ha deciso di rimuovere da una piazza centrale di Budapest la statua di Attila József. In migliaia sono accorsi per impedire questo scempio, facendo del poeta, ancora una volta, un simbolo di libertà e resistenza.

Poesie

Poesie

 

BIBLIOGRAFIA:
Attila József, Gridiamo a Dio. Poesie, a cura di Sandro Badiali e Gilberto Finzi, Guanda, Parma 1963.
F. Tempesti, Le più belle pagine della letteratura ungherese, Nuova accademia, Milano 1957.
József Attila, Poesie scelte, ed. Lithos, Milano 2005.


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Gaio Sallustio Crispo (66-35 a.C.) – Alla natura umana manca la volontà di agire più che la forza o il tempo. Ma è lo spirito a guidare e dominare la vita degli uomini. Soltanto pochi desiderano la libertà. I più non cercano che buoni padroni.

Sallustio 01

003u  «Namque pauci libertatem, pars magna iustos dominos volunt». «Soltanto pochi desiderano la libertà. I più non cercano che buoni padroni».

 Sallustio, Epistula Mithridatis.

 

 

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«Falso queritur de natura sua genus humanum, quod inbecilla atque aevi brevis forte potius quam virtute regatur. Nam contra reputando neque maius aliud neque praestabilius invenias magisque naturae industriam hominum quam vim aut tempus deesse. Sed dux atque imperator vitae mortalium animus est. Qui ubi ad gloriam virtutis via grassatur, abunde pollens potensque et clarus est neque fortuna eget, quippe quae probitatem, industriam aliasque artis bonas neque dare neque eripere cuiquam potest».

«A torto il genere umano si lamenta perché la sua natura, debole e di breve durata, è retta dal caso più che dalla virtù. A ben vedere infatti, si scoprirà al contrario che non c’è nulla di più grande e nobile, e che alla natura umana manca la volontà di agire più che la forza o il tempo. Ma è lo spirito a guidare e dominare la vita degli uomini. Quando esso tende alla gloria attraverso la via della virtù, possiede vigore, forza e fama in abbondanza e non ha bisogno della fortuna, poiché non può ella infondere onestà, tenacia e altre qualità morali ad alcuno, né strapparle a chi le possiede».

Sallustio, Bellum Iugurthinum, 1, 1-3; trad. di Lisa Piazzi, La guerra contro Giugurta

 


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Paul Valery (1871-1945) – L’anima e la danza: una donna che danza rende visibile l’istante. L’istante genera la forma e la forma rende visibile l’istante. È veramente un penetrare in un altro mondo …

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Degasb04   «[…] una donna che danza […] Luminose danzatrici! Le loro mani parlano e i loro piedi sembrano scrivere. […] si direbbe che la coscienza abbia trovato il proprio atto … In sé ella raccoglie ed assume una maestosità che in noi tutti era confusa… Quel che noi distrattamente spendiamo in volgare moneta di passi, quando per uno scopo qualsiasi camminiamo, ella sembra enumerare e contare in monete d’oro puro. C’insegna quel che noi facciamo mostrando chiaramente alle nostre anime quel che oscuramente compiono i nostri corpi. La danzatrice può insegnarci, in quanto ai passi, a conoscere un po’ meglio noi stessi. Guarda che bellezza, che completa sicurezza dell’anima risulta dall’estensione delle sue nobili falcate».

degas b02 «[…] una donna che danza […] rende visibile l’istanteL’istante genera la forma e la forma rende visibile l’istante […]. È veramente un penetrare in un altro mondo …».

 

Eipalinos

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«[…] una donna che danza e che divinamente cesserebbe d’essere donna se potesse assecondare fino alle nubi il balzo che ha eseguito. […]

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SOCRATE
Per gli dei, che luminose danzatrici! Che viva e graziosa introduzione dei più perfetti pensieri! Le loro mani parlano e i loro piedi sembrano scrivere. Che precisione in questi esseri che si studiano di usare così felicemente le proprie forze morbide! Tutte le mie difficoltà mi disertano e non c’è ora problema che mi travagli, tanta è la felicità con cui obbediscono alla mobilità di queste figure! Qui la certezza è un gioco; si direbbe che la coscienza abbia trovato il proprio atto e che di colpo l’intelligenza consenta alle grazie spontanee … Guardate costei!… La più tenue e la più assorta nella giustezza pura … Chi è ella mai? Così deliziosamente rigida, e ineffabilmente snodata … In modo così esatto ella cede, assume e restituisce la cadenza che, se chiudo gli occhi, la vedo esattamente per mezzo dell’udito. La seguo, la ritrovo, e non posso perderla mai; e se la guardo tenendo tappate le orecchie, ella è talmente ritmo e musica che mi è impossibile non udire le cetre.

 

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ERISSIMACO
L’altissima flautista dalle cosce affusolate e strettamente intrecciate, allunga il piede e le gambe seguendo il ritmo con l’alluce … Che te ne pare, o Socrate, della danzatrice?

SOCRATE
Quel piccolo essere dà da pensare, Erissimaco … In sé ella raccoglie ed assume una maestosità che in noi tutti era confusa… Un semplice moto, ed eccola dea! Un semplice moto, la più semplice concatenazione! Si direbbe che con atti belli ed assolutamente uguali ella paghi lo spazio e che vada coniando col tallone le sonore effigi del moto. Quel che noi distrattamente spendiamo in volgare moneta di passi, quando per uno scopo qualsiasi camminiamo, ella sembra enumerare e contare in monete d’oro puro.

 

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ERISSIMACO
C’insegna quel che noi facciamo, caro Socrate, mostrando chiaramente alle nostre anime quel che oscuramente compiono i nostri corpi. Alla luce delle sue gambe i nostri movimenti immediati ci appaiono miracolosi: ci stupiscono insomma in modo adeguato.

FEDRO
E in ciò, secondo te, la danzatrice può insegnarci, in quanto ai passi, a conoscere un po’ meglio noi stessi?

ERISSIMACO
Precisamente. Sono così facili e così familiari i nostri passi per noi, che non hanno mai l’onore di essere considerati in se stessi e in quanto atti estranei (a meno che, colpiti da infermità o da paralisi non siamo dalla privazione indotti ad ammirarli)… Essi dunque portano come possono noi che ingenuamente li ignoriamo; e, a seconda del terreno, della meta, dell’umore, dello stato dell’uomo, o addirittura dell’illuminazione della strada, essi sono quel che sono: li perdiamo senza pensarci. Ma considera il perfetto incedere della danzatrice Athikte sul suolo perfetto, libero, liscio e appena elastico: vedila disporre con simmetria su quello specchio delle sue forze i suoi appoggi alternati: tallone che riversa il corpo verso la punta, passaggio dell’altro piede che riceve il peso del corpo e lo riversa in anticipo; e così via, mentre la sommità adorabile del capo delinea nell’eterno presente la fronte di un’onda increspata. E giacché qui il suolo, accuratamente sgombro di tutte le cause di aritmia e di incertezza, è in certo qual modo assoluto, quell’incesso monumentale che solo in se stesso ha una meta e che non reca più traccia di mutevoli impurità, diventa un modello universale. Guarda che bellezza, che completa sicurezza dell’anima risulta dall’estensione delle sue nobili falcate. E l’ampiezza dei passi s’accorda col loro numero, diretta emanazione della musica. Ma numero ed estensione sono, d’altra parte, in segreta armonia con la statura …

 

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FEDRO
Guarda, ma guarda … Ella danza laggiù e dona agli occhi quel che tu tenti di dirci qui … Rende visibile l’istante … Per quali gemme ella passa! … Emana gesti come fulgori! … Estorce alla natura atteggiamenti impossibili sotto gli occhi stessi del Tempo! … E il Tempo si lascia ingannare … Mentre lei attraversa impunemente l’assurdo … E divina nell’instabilità, ne fa dono ai nostri sguardi!

ERISSIMACO
L’istante genera la forma e la forma rende visibile l’istante […]. Ma ecco Athikte presentarci ancora un’ultima figura, ecco il suo corpo spostarsi su quell’alluce possente.

FEDRO
L’alluce che intero pulsa sul suolo come il pollice sul tamburo. Che attenzione in quel dito; che volontà la irrigidisce e la mantiene sulla punta! Ma eccola girare su se stessa …

SOCRATE
Gira su se stessa – ecco, le cose eternamente congiunte cominciano a separarsi. Ed ella gira, gira …

ERISSIMACO
È veramente un penetrare in un altro mondo

SOCRATE

E il tentativo supremo … Ella gira e tutto ciò che è visibile si stacca dalla sua anima; tutta la melma della sua anima si separa finalmente dalla parte più pura … Guardate … Ella gira … Un corpo, con la sua semplice forza e con un suo atto, è abbastanza potente per alterare la natura delle cose, più profondo di quanto sia mai toccato allo spirito nelle sue speculazioni e nei suoi sogni!

FEDRO
Si è tentati di credere che ciò possa durare in eterno.

 

Paul Valery, L’Anima e la Danza, in Id., Eupalinos, Introduzione di Enzo Paci, Mondadori, 1947, pp. 37 ss.


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L’anima e la danza, Mimesis

La vita è una donna che danza. Così afferma Socrate, in questo dialogo del poeta che, dall’alleanza indefinibile di suono e senso, crea la musica per un corpo in continua trasformazione vitale. Paul Valéry arriva alla danza dalle parole. Quando danza si fa l’unico nome possibile per la “poiesi”, il gesto creatore diviene ritmo e materia inedita della carne. Danza è il suo continuo rinnovamento che accoglie il battito del cuore, del tempo e delle cose sempre ancora da amare.


P. Valéry, Degas Danza Disegno

P. Valéry, Degas Danza Disegno

“Come accade che un lettore un po’ distratto muova la matita sui margini d’un libro e tracci, a capriccio della punta e dell’assenza, piccole figure o vaghe ramificazioni di contro alle masse leggibili, così farò io, guidato dall’estro, tutt’intorno a questi studi di Edgar Degas. Accompagnerò le immagini di poco testo che non si possa leggere, o non leggere d’un fiato, e che non abbia coi disegni se non i legami più lenti e i rapporti meno stretti. Insomma, non sarà che una sorta di monologo, in cui riaffioreranno a loro piacimento i miei ricordi e le diverse idee che mi sono fatto di un personaggio singolare, grande e severo artista, essenzialmente volitivo, d’intelletto raro, vivo, sottile, inquieto; che nascondeva sotto l’assolutezza delle opinioni e il rigore dei giudizi non so qual dubbio su di sé, non so quale disperazione di esser soddisfatto: sentimenti amarissimi e nobilissimi, suscitati in lui dalla raffinata conoscenza dei maestri, dalla cupidigia dei segreti che attribuiva loro e dalla presenza perpetua, nella sua mente, delle loro contraddittorie perfezioni. Nell’arte egli non vedeva che problemi d’una certa matematica più raffinata dell’altra, che nessuno ha saputo rendere esplicita e di cui ben pochi possono sospettare l’esistenza. Parlava volentieri d’arte sapiente; diceva che un quadro è il risultato di una serie d’operazioni… Degas rifiutava la facilità, come rifiutava tutto quello che non fosse l’unico oggetto dei suoi pensieri.”


Paul Valéry (1871-1945) – Le livres ont le mêmes ennemis que l’homme: le feu, l’umide, les bêtes, le temps; et leur propre contenu. Possiamo tradurre «les bêtes» con «la stupidità».


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