Luce Irigaray – L’«a» è garante di due intenzionalità: la mia e la tua. In te amo ciò che può corrispondere alla mia intenzionalità e alla tua. Non basta guardare insieme nella stessa direzione, occorre farlo in un modo che non abolisca le differenze ma le renda alleate.

Luce Irigaray 01
Amo a te

Amo a te

 

Risvolto di copertina

Questo libro parla d'amore, amore delle donne per gli uomini e degli uomini per le donne, un amore che le donne di oggi sono invitate a rienventare: non più rivendicazioni di uguaglianza e non più separatezza, dunque, ma l'apertura a un rapporto che elimini ogni sfumatura di possesso. Non più "io ti amo", "io amo te", ma "amo a te", dove la "a" indica il riconoscimento di una differenza, di una irriducibilità e anche l'esitazione piena di rispetto di fronte al mistero dell'altro, un silenzio, una rinuncia a ogni forma di appropriazione: è il modello di una nuova forma di rapporto fra i sessi e di un nuovo modo di amare.

 

Amo a te significa «osservo nei tuoi confronti un rapporto di in-direzione». Non ti sottometto, né ti consumo. Ti rispetto (come irriducibile). Ti saluto: saluto in te. Ti lodo: lodo in te. Ti ringrazio: rendo grazie a te per … Ti benedico per. Ti parlo, non soltanto di una certa cosa, ma ti parlo a te. Ti dico, non tanto questo o quest’altro, ma ti dico a te.

L’a è il garante della in-direzione. L’a impedisce il rapporto di transitività, in cui l’altro perderebbe la sua irriducibilità, e la reciprocità non sarebbe possibile. L’a mantiene l’intransitività tra le persone, l’interpellanza, la parola o il dono interpersonali: parlo a te, domando a te, do a te (e non: ti do te a un altro).

L’a è il segno della non-immediatezza, della mediazione tra di noi. Quindi, non «ti ordino o ti comando di fare tale o talaltra cosa», il che potrebbe equivalere a «ti ordino a tali cose, ti sottometto a tali verità, a tale ordine», che possono corrispondere a un lavoro, ma anche a un godimento, umano o divino. E neppure «ti seduco a me», in cui il «tu» diventa «a me» e l’«amo a te» diventa «amo a me». E neppure «ti sposo», nel senso di «faccio di te mio marito o mia moglie» ossia «ti prendo, ti faccio mio (a)». Ma «desidero essere attenta(o) a te nel presente e nel futuro, ti chiedo di restare con te, sono fedele a te».

L’a è il luogo di non-riduzione a oggetto della persona. Ti amo, ti desidero, ti prendo, ti seduco, ti ordino, ti istruisco ecc. rischiano sempre di annientare l’alterità dell’ altro, facendolo(a) divenire un mio bene, un mio oggetto, riducendolo(a) al o nel mio, cioè a qualcosa che già fa parte del mio campo di proprietà esistenziali o materiali. L’a è anche una barriera contro l’alienazione della libertà dell’altro nella mia soggettività, nel mio mondo, nella mia parola …

Amo a te significa quindi «non ti prendo né come oggetto diretto, né come oggetto indiretto girando attorno a te». […] L’a è garante di due intenzionalità: la mia e la tua. In te amo ciò che può corrispondere alla mia intenzionalità e alla tua.

[…] Il problema del noi è il problema di un incontro che avviene secondo una sorte in qualche modo giusta (un kairos?), o, in parte, il problema di un caso di cui ci sfugge la necessità, ma è anche o soprattutto il problema della costituzione di una temporalità: insieme, con, tra. L’impegno sacramentale o giuridico, l’obbligo di riprodurre hanno troppo spesso tentato di risolvere questo problema: come costruire tra di noi una temporalità? come unire nel tempo due intenzionalità? due soggetti?

Infatti fare di te il mio bene, il mio possesso, il mio, non realizza l’alleanza tra noi. Questo gesto sacrifica una soggettività all’altra. L’a diventa un possessivo, l’indizio di un possesso, non di una proprietà esistenziale, a meno di dire che l’uomo è un possessore che trasforma in leggi i propri istinti. In questo caso, l’a del possesso non è più bilaterale. Tu appartieni a me, spesso senza reciprocità. Divenendo mio(a), tu perdi la libertà della reciprocità, oltre al fatto che il possessore è poco disponibile ad appartenere a qualcuno. L’attivo e il passivo si ripartiscono tra chi possiede e chi è posseduta(o), per esempio l’amante e l’amata. Non ci sono più due soggetti in relazione amorosa. L’a cerca di evitare di ricadere nell’orizzonte di riduzione di un soggetto all’oggetto, al bene proprio […]. Se sono attenta(o) alla tua intenzionalità, alla tua fedeltà a te stesso(a) e al suo/tuo divenire, mi è permesso immaginare se una durata può esistere fra di noi, se le nostre intenzionalità possono accordarsi.

Queste intenzionalità non possono ridursi a una. Non basta guardare insieme nella stessa direzione, secondo le parole di Saint-Exupéry, oppure occorre farlo in un modo che non abolisca le differenze ma le renda alleate. […] Tali alleanze possono dare a ciascuno(a) un sostegno nella realizzazione della sua intenzionalità.

Così: tu non mi conosci, ma sai qualcosa del mio apparire. Puoi ugualmente percepire le direzioni e le dimensioni della mia intenzionalità. Non puoi sapere chi sono, ma puoi aiutarmi a essere scorgendo quello che mi sfugge di me, la fedeltà o le infedeltà a me stessa(o). Puoi così aiutarmi a uscire dall’inerzia, dalla tautologia, dalla ripetizione, o anche dall’erranza, dall’errore. Puoi aiutarmi a divenire pur restando me stessa(o).

Questa alleanza, dunque, non ha nulla del matrimonio contrattuale che mi strappa a una famiglia per incatenarmi a un’altra; nulla che mi sottometta come discepolo(a) a un maestro(a), nulla che mi prenda la mia verginità, che blocchi il mio divenire in una sottomissione all’altro (garantita da un Altro o da uno Stato), nulla che costringa la mia natura alla riproduzione. Si tratta piuttosto di una nuova tappa della mia esistenza, quella che mi permette di realizzare il mio genere in un’identità specifica, legata alla mia storia e a un’epoca della Storia […].

 

Luce Irigaray, Amo a te, Bollati Boringhieri, 1993, pp. 114-117.

 

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