Luca Grecchi – Platone e il piacere: la felicità nell’era del consumismo

Il risveglio di Adone, John William Waterhouse, 1899

John William Waterhouse, Il risveglio di Adone, 1899

Con riferimento a un precedente mio articolo, intitolato I giovani e il piacere: la ricerca della felicità, un caro amico antichista, professore emerito, mi ha affettuosamente rimproverato per avere sintetizzato in maniera eccessiva il pensiero di Platone. L’amico aveva ragione. A mia parziale discolpa, posso solo dire che il testo era nato da una richiesta di approfondimento del pensiero di Aristotele. Poiché tuttavia questo chiarimento può avere un interesse generale, cercherò qui, seppur brevemente, di rimediare a questa mancanza verso l’antico filosofo ateniese.
Platone si è in effetti molto occupato del tema del piacere. La sua posizione, come ricordato, è solitamente ritenuta “intermedia” fra quelle edoniste e quelle antiedoniste, ambedue allora presenti in Accademia. Egli infatti, pur attribuendo molta rilevanza al piacere per la vita umana (come emerge ad esempio nel Protagora), aveva anche rimarcato la dannosità dello stesso assunto come fine primario della vita. Con riferimento a questa tematica, il tratto più evidente della sua opera consiste proprio nella condanna di ogni edonismo fine a se stesso (come emerge chiaramente nel Gorgia e nel Filebo).
Emblematica della complessiva posizione platonica è, a mio avviso, l’immagine dei giardini di Adone descritta nel Fedro (276 E – 277 A). In occasione della festa di Adone, infatti, gli Ateniesi realizzavano splendide composizioni floreali utilizzando semi appositi, che producevano fiori splendidi ma poco duraturi. Platone, assimilando metaforicamente questo comportamento alla ricerca del piacere – bella ma effimera – propria dei giovani, scrisse a tal proposito che l’uomo saggio utilizza un altro tipo di semi, più lenti a fiorire ma più resistenti, i cui fiori sono alla lunga ancor più belli. Si trattava, fuor di metafora, dei semi della ragione.
Platone in effetti fu sempre favorevole ad una educazione al piacere, il quale deve essere sperimentato, non evitato. Quanto Platone raccomanda, però, è che la ragione sia in grado in ogni caso di sovraintendere al piacere, e non ne diventi schiava. In tal caso, infatti, il piacere si trasformerebbe in dipendenza, e dunque in dolore. Platone era consapevole del contrasto sussistente tra la stabilità della ragione e l’instabilità della sensazione. Tuttavia la ragione, in virtù delle sue caratteristiche, era a suo avviso la sola facoltà umana in grado di valutare correttamente i piaceri e i dolori, per il fine della realizzazione della buona vita.
Il discorso metretico assiologico, ossia il discorso razionale sulla giusta misura del piacere, è presente in tutta l’opera platonica. Anche nel suo ultimo scritto, ossia nelle Leggi (733 A-B), Platone ricorda ad esempio come per l’uomo, che pure tende a desiderare il piacere e a rifiutare il dolore, talvolta è necessario accettare un piccolo dolore – una medicina amara, una ginnastica faticosa, l’astinenza dal cibo, ecc. – per ricevere poi un piacere maggiore. In generale, l’approccio di Platone era opposto a quello del sofista Callicle, descritto nella Repubblica (491 D – 492 C), secondo cui non si deve effettuare nessuna misurazione del piacere, essendo il fine della vita umana costituito dalla massimizzazione del soddisfacimento di tutti i desideri. A questa posizione Platone rispose indicando la natura finita dell’uomo, incompatibile con ogni ampliamento infinito dei desideri. L’arbitrio e la illimitatezza – che purtroppo l’attuale modo di produzione sociale semina nelle anime dei giovani, per i propri scopi autoreferenziali – costituiscono anzi, data appunto la impossibilità per chiunque di soddisfare ogni desiderio, le vie che conducono alla insoddisfazione, e dunque all’infelicità. All’uomo necessitano poche cose, data la propria natura finita, per realizzare la propria essenza ed essere felice.
Una delle virtù cardinali, per Platone, era proprio la virtù della temperanza. In particolare, come ribadirà poi Aristotele, Platone ha mostrato che massimamente felice è chi non ha bisogno di nulla – questa la condizione della divinità –, non chi insegue continuamente qualcosa. L’intemperante, ovvero colui che ricerca ogni piacere, era infatti da Platone paragonato, con nota metafora, ad un otre bucato, che deve costantemente essere riempito; o al caradrio, immaginifico uccello che mangia ed evacua senza posa (ma anche senza soddisfazione). Solo una vita rivolta alla verità e al bene, data la natura razionale e morale dell’uomo, era per Platone una vita realmente felice. Ciò in quanto tale vita, guidata dalla ragione verso i buoni piaceri, tende alla realizzazione di quella armonia che, così come favorisce la salute del corpo, favorisce anche l’equilibrio dell’anima, e per estensione della intera polis (Repubblica, 505 C).
Il rapporto fra uomo e polis è infatti sempre, per Platone, un rapporto diretto, nel senso che ciò che è bene per l’uomo è bene anche per la polis, e viceversa. Un’anima bene educata favorisce infatti rapporti sociali armonici, così come, reciprocamente, rapporti sociali armonici favoriscono la buona educazione delle anime. Per questo Platone, così come Socrate, insistette tanto sulla necessità di conoscere la propria anima e di prendersene cura: facendo questo, si compie il primo necessario passo per prendersi cura della intera polis e, per estensione, dell’intero tout court. Se l’anima infatti non è guidata dalla ragione, e non è dunque condotta dalla verità e dal bene, i discorsi falsi si sostituiscono a quelli veri, e i piaceri falsi a quelli veri. In questo modo, però, si viene a impedire, ai singoli uomini come alla polis, proprio la buona vita: quella stessa vita che la politica, unita alla filosofia, dovrebbe invece favorire.

Luca Grecchi
23/10/2015

Luca Grecchi

Luca Grecchi (1972), direttore della rivista di filosofia Koinè e della collana di studi filosofici Il giogo presso la casa editrice Petite Plaisance di Pistoia, insegna Storia della Filosofia presso la Università degli Studi di Milano Bicocca. Da alcuni anni sta strutturando un sistema onto-assiologico definito “metafisica umanistica”, che vorrebbe costituire una sintesi della struttura sistematica della verità dell’essere. Esso rappresenta, nella sua opera, la base teoretica di riferimento sia per la fondazione di una progettualità sociale anticrematistica, sia per la interpretazione dei principali pensieri filosofici. Grecchi è soprattutto autore di una ampia interpretazione umanistica dell’antico pensiero greco, nonché di alcuni studi monografici su filosofi moderni e contemporanei, e di libri tematici su importanti argomenti (la metafisica, la felicità, il bene, la morte, l’Occidente). Collabora con la rivista on line Diogene Magazine e con il quotidiano on line Sicilia Journal. Ha pubblicato libri-dialogo con alcuni fra i maggiori filosofi italiani, quali Enrico Berti, Umberto Galimberti, Costanzo Preve, Carmelo Vigna.

Libri di Luca Grecchi

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L’anima umana come fondamento della verità (2002) è il primo libro di Grecchi, che pone, in maniera stilizzata, il sistema metafisico umanistico su cui sono poi strutturati i suoi libri successivi. La tesi centrale di questo libro è appunto che l’anima umana, intesa come la natura razionale e morale dell’uomo, è il fondamento onto-assiologico della verità dell’essere. Questo sistema metafisico costituisce la base per una analisi critica della attuale totalità sociale, e per una progettualità comunitaria finalizzata alla realizzazione di un modo di produzione sociale conforme alle esigenze della natura umana.

Karl Marx nel sentiero della verità (2003) costituisce una interpretazione metafisico-umanistica del pensiero di Marx, che viene analizzato nei suoi nodi essenziali, spesso in aperta critica con la secolare tradizione marxista. Nato originariamente come elaborazione degli studi di economia politica dell’autore compiuti negli anni novanta del Novecento, il testo assume carattere filosofico-politico. Marx è analizzato come il pensatore moderno che, rifacendosi implicitamente al pensiero greco, realizza la migliore critica al modo di produzione capitalistico, pur non elaborando – per carenza di fondazione filosofica – un adeguato discorso progettuale.

Verità e dialettica. La dialettica di Hegel e la teoria di Marx costituisce in un certo senso una integrazione del precedente Karl Marx nel sentiero della verità. Il testo effettua una sintesi originale, appunto, sia della dialettica di Hegel che della teoria di Marx. Pur riconoscendo l’influenza del pensiero di Hegel nelle opere del Marx maturo, Grecchi propone la tesi che il pensiero di Marx, strutturatosi nei suoi punti cardinali prima del suo studio attento ed approfondito della Scienza della Logica, sia nella sua essenza non dialettico. Una versione sintetica di questo libro è stata pubblicata sulla rivista Il Protagora nel 2007.

La verità umana nel pensiero religioso di Sergio Quinzio (2004) con introduzione di Franco Toscani, è una sintesi monografica sul pensiero del grande teologo scomparso nel 1996. Il testo presenta al proprio interno una analisi del pensiero ebraico e cristiano, unita ad una rilettura poetica ed umanistica del testo biblico. Il tema centrale è quello della morte, e della speranza nella resurrezione su cui Quinzio ripetutamente riflette, e che vede continuamente delusa. Al di là dei riferimenti religiosi, la riflessione del teologo si presta ad una profonda considerazione sulla fragilità della vita umana.

Nel pensiero filosofico di Emanuele Severino (2005) con introduzione di Alberto Giovanni Biuso, è una sintesi monografica sul pensiero del grande filosofo italiano. Il testo presenta al proprio interno una analisi critica del nucleo essenziale della ontologia di Severino e delle sue analisi storico-filosofiche e politiche. Esiste uno scambio di lettere fra Severino e Grecchi in cui il filosofo bresciano mostra la sua netta contrarietà alla interpretazione ricevuta. Il testo, tuttavia, è segnalato nella Enciclopedia filosofica Bompiani come uno dei libri di riferimento per la interpretazione del pensiero severiniano.

Il necessario fondamento umanistico della metafisica (2005) è un breve saggio in cui, prendendo come riferimento la metafisica classica (ed in particolare le posizioni di Carmelo Vigna), l’autore critica la centralità dell’approccio logico-fenomenologico rispetto al tema della verità, ritenendo necessario anche l’approccio onto-assiologico. Per Grecchi infatti la verità consiste non solo nella descrizione corretta di come la realtà è, ma anche di come essa – la parte che può modificarsi – deve essere per conformarsi alla natura umana. Si tratta del primo confronto esplicito fra la proposta di Grecchi della metafisica umanistica e la metafisica classica di matrice aristotelico-tomista.

Filosofia e biografia (2005) è un libro-dialogo composto con uno dei maggiori filosofi italiani, Umberto Galimberti. Nel testo si ripercorre il pensiero galimbertiano nei suoi contenuti essenziali, ma si pone in essere anche una serrata analisi di molti temi filosofici, politici e sociali, in cui spesso emerge una sostanziale differenza di posizioni fra i due autori. Di particolare interesse le pagine dedicate al pensiero simbolico, all’analisi della società, ed alla interpretazione dell’opera di Emanuele Severino. Percorre il testo la tesi per cui la genesi di un pensiero filosofico deve necessariamente essere indagata, per giungere alla piena comprensione dell’opera di un autore.

Il pensiero filosofico di Umberto Galimberti (2005), con introduzione di Carmelo Vigna, è un testo monografico completo sul pensiero di questo importante filosofo contemporaneo. Si tratta di un testo in cui Grecchi, sintetizzando la complessa opera di questo autore, prende al contempo posizione non solo nei confronti della medesima, ma anche di filosofi quali Nietzsche, Heidegger, Jaspers, che nel pensiero di Galimberti costituiscono riferimento imprescindibili. Vigna, nella sua introduzione, ha definito il libro «una ricostruzione seria ed attendibile del pensiero del filosofo» in esame.

Conoscenza della felicità (2005), con introduzione di Mario Vegetti, è uno dei testi principali di Grecchi, in cui l’autore applica il proprio approccio classico umanistico alla società attuale, mostrando come essa si ponga in radicale opposizione alle possibilità di felicità. L’autore, seguendo la matrice onto-assiologica del pensiero greco, mostra che solo conoscendo che cosa è l’uomo risulta possibile conoscere cosa è la felicità. Scrive Vegetti, nel testo, che Grecchi è «pensatore a suo modo classico», per il suo «andar diritto verso il cuore dei problemi». Il libro è assunto come riferimento bibliografico, per il tema in oggetto, dalla Enciclopedia filosofica Bompiani. .

Marx e gli antichi Greci (2006) è un libro-dialogo composto con uno dei maggiori filosofi italiani, Costanzo Preve. Nel testo viene effettuata una analisi non tanto filologica, quanto ermeneutica e teoretica dei rapporti del pensiero di Marx col pensiero greco. I due autori, concordando su molti punti, colmano così in parte una lacuna della pubblicistica su questo tema, che risulta essere stato nel tempo assai poco indagato. Di particolare interesse l’analisi effettuata dai due autori di quale potrebbe essere, sulla base insieme del pensiero dei Greci e di Marx, il miglior modo di produzione sociale alternativo rispetto a quello attuale.

Vivere o morire. Dialogo sul senso dell’esistenza fra Platone e Nietzsche (2006), con introduzione di Enrico Berti, è un saggio composto ponendo in ideale dialogo Platone e Nietzsche su importanti temi filosofici, politico e morali: l’amore, la morte, la metafisica, la vita ed altro ancora. Scrive Berti, nella sua introduzione, che, come accadeva nel genere letterario antico dell’invenzione, Grecchi non nasconde lo scopo “politico” della sua opera, la quale «risulta essere innanzitutto un documento significativo di amore per la filosofia e di vitalità di quest’ultima, in un momento in cui l’epoca della filosofia sembrava conclusa».  

Il filosofo e la politica. I consigli di Platone, e dei classici Greci, per la vita politica (2006) è una ricostruzione del pensiero filosofico-politico di Platone effettuata in un continuo confronto con le vicende della attualità. In questo libro Grecchi pone esplicitamente Platone, in maniera insieme divulgativa ed originale, come proprio pensatore di riferimento. Il filosofo ateniese infatti, a suo avviso, pur scrivendo molti secoli or sono, rimane tuttora colui che ha offerto le migliori analisi, e le migliori soluzioni, per pensare una migliore totalità sociale, ossia un ambiente comunitario adatto alla buona vita dell’uomo.

La filosofia politica di Eschilo. Il pensiero “filosofico-politico” del più grande tragediografo greco (2007) costituisce una interpretazione, in chiave appunto filosofico-politica, dell’opera di Eschilo. Lo scopo principale di questo libro è quello di “togliere” Eschilo dallo specialismo degli studi poetico-letterari, per inserirlo – come si dovrebbe fare per tutti i tragici greci – nell’ambito del pensiero filosofico-politico. Nel testo viene presa in carico l’analisi precedentemente svolta da Emanuele Severino ne Il giogo (1988), ritenendone validi molti aspetti ma giungendo, alla fine, a conclusioni opposte circa il presunto “nichilismo” di Eschilo.

Il presente della filosofia italiana (2007) è un libro in cui vengono analizzati testi di alcuni fra i più importanti filosofi italiani contemporanei pubblicati dopo il 2000. Gli autori analizzati vengono ripartiti in quattro categorie: 1) pensatori “ermeneutici-simbolici” (Sini, Vattimo, Cacciari, Natoli); 2) pensatori “scientifici-razionalisti” (Tarca, Antiseri, Giorello); 3) pensatori “marxisti-radicali” (Preve, Losurdo); 4) pensatori “metafisici-teologici” (Reale). Il testo è arricchito da due appendici e da una ampia postfazione di Costanzo Preve. In questi testi Grecchi oppone criticamente, ai vari approcci, il proprio discorso metafisico-umanistico.

Corrispondenze di metafisica umanistica (2007) è una raccolta di testi in cui sono contenuti scambi epistolari, nonché risposte di Grecchi ad introduzioni e recensioni di suoi libri. Il testo rispecchia la tendenza dell’autore a prendere sempre seriamente in carico le altrui posizioni; secondo Grecchi, infatti, di fronte a critiche intelligenti, sono solo due gli atteggiamenti filosofici possibili: o fornire argomentate risposte, o prendere atto della correttezza delle critiche e rivedere le proprie posizioni. Il tema caratterizzante il testo è dunque la “lotta amichevole” per la emersione della verità.

L’umanesimo della antica filosofia greca (2007) è un libro in cui Grecchi effettua, in sintesi, la propria interpretazione complessiva della Grecità. Partendo da Omero, e giungendo fino al pensiero ellenistico, l’autore mostra come non la natura, né il divino, né l’essere furono i temi principali del pensiero greco, bensì l’uomo, soprattutto nella sua dimensione politico-sociale. L’uomo infatti assume centralità, in vario modo, in tutti i vari filoni culturali della Grecità, dal pensiero omerico a quello presocratico, dal teatro fino all’ellenismo.

L’umanesimo di Platone (2007) è un testo monografico sul pensiero di Platone, da Grecchi in quegli anni ritenuto come il più rappresentativo della Grecità. Ponendo in essere una analisi complessiva delle diverse interpretazioni finora effettuate del pensiero platonico, Grecchi applica al medesimo il proprio paradigma ermeneutico metafisico-umanistico, cogliendo in Platone la centralità del ruolo filosofico-politico dell’uomo, ed insieme la centralità della posizione anti-crematistica, all’interno di una considerazione progettuale e della totalità sociale.

L’umanesimo di Aristotele (2008) è un testo monografico sul pensiero di Aristotele, che sarà poi da Grecchi ripreso negli anni successivi come struttura teoretica di riferimento. Ponendo in essere una analisi complessiva delle diverse tematiche del pensiero aristotelico, Grecchi applica al medesimo il proprio paradigma ermeneutico metafisico-umanistico, cogliendo in Aristotele – così come in Platone, ma in forma differente – la centralità del ruolo filosofico-politico dell’uomo, ed insieme la centralità della posizione anti-crematistica, all’interno di una considerazione progettuale della totalità sociale.

Chi fu il primo filosofo? E dunque: cos’è la filosofia? (2008), con introduzione di Giovanni Casertano, è un libro suddiviso in due parti. Nella prima parte, prendendo come riferimento alcuni fra i principali manuali di storia della filosofia italiani, Grecchi mostra come essi spesso non definiscano l’oggetto del loro studio, ossia la filosofia, dichiarandola talvolta addirittura indefinibile. L’autore, invece, offre in questo libro la propria definizione di filosofia come caratterizzata da due contenuti imprescindibili: a) la centralità dell’uomo; b) la ricerca, il più possibile fondata ed argomentata, della verità dell’intero. Nella seconda parte l’autore esamina dieci possibilità alternative su “chi fu il primo filosofo”, giungendo a concludere che, pur all’interno del contesto comunitario della riflessione greca, il candidato più accreditato risulta essere Socrate.

Socrate. Discorso su Le Nuvole di Aristofane (2008) è una ricostruzione di fantasia, pubblicata nella collana Autentici falsi d’autore dell’editore Guida, di un discorso che avrebbe potuto essere tenuto da Socrate ad Atene l’indomani della rappresentazione della famosa commedia di Aristofane. Si tratta, come è nello stile della collana, di una ricostruzione al contempo verosimile e spiritosa, in cui Grecchi coglie l’occasione per offrire la propria interpretazione, insieme umanistica ed anticrematistica, del pensiero socratico. Tale interpretazione risulta convergente con quelle offerte, nella medesima collana, da Mario Vegetti su Platone e da Enrico Berti su Aristotele.

Occidente: radici, essenza, futuro (2009), con introduzione di Diego Fusaro, è un testo in cui l’autore analizza il concetto di Occidente e le sue tradizioni culturali costitutive, sempre in base al proprio sistema metafisico-umanistico. Analizzando le radici greche, ebraiche, cristiane, romane e moderne, ma soprattutto l’attuale contesto storico-sociale, Grecchi coglie nella prevaricazione derivante dalla smodata ricerca crematistica l’essenza dell’Occidente, ed individua per lo stesso un futuro cupo. Il testo è arricchito dal dialogo con Fusaro, alla cui introduzione Grecchi risponde in una appendice finale.

Il filosofo e la vita. I consigli di Platone, e dei classici Greci, per la buona vita (2009), è una raccolta di brevi saggi in cui l’autore, prendendo spunto da alcuni passi del pensiero platonico, e più in generale del pensiero greco classico, affronta sinteticamente alcune tematiche centrali per la vita umana (l’amore, la famiglia, la filosofia, la storia, le leggi, la democrazia, l’educazione, l’università, la mafia, la libertà, ecc.), col consueto approccio attualizzante, ovvero facendo interagire – nel rispetto del contesto storico-sociale dell’epoca in cui tale pensiero nacque – il pensiero platonico col nostro tempo. Il libro è arricchito da un lungo saggio finale di Costanzo Preve, intitolato “Luca Grecchi interprete dei filosofi classici Greci” (con risposta), in cui il filosofo torinese sintetizza le posizioni dell’autore.

L’umanesimo della antica filosofia cinese (2009) costituisce il primo volume di una trilogia sull’umanesimo dell’antico pensiero orientale (l’unica nel nostro paese effettuata da un solo autore). Il libro parte dalla constatazione che l’Oriente risulta essere pressoché assente dalle principali storie della filosofia occidentali. Tuttavia, in base alla definizione di filosofia fornita dall’autore, l’antico pensiero cinese risulta possedere, nei contenuti e talvolta anche nei metodi, caratteristiche tali da non poter essere considerato pregiudizialmente assente dal quadro filosofico. Non si tratta, comunque, di un manuale di storia della filosofia cinese, ma di una interpretazione umanistica dei principali contenuti costitutivi dell’antico pensiero cinese.

L’umanesimo della antica filosofia indiana (2009) costituisce il secondo volume di una trilogia sull’umanesimo dell’antico pensiero orientale. Il libro parte dalla constatazione che l’Oriente risulta essere pressoché assente dalle principali storie della filosofia occidentali. Tuttavia, in base alla definizione di filosofia fornita dall’autore, l’antico pensiero indiano risulta possedere, nei contenuti e talvolta anche nei metodi, caratteristiche tali da non poter essere considerato pregiudizialmente assente dal quadro filosofico. Non si tratta, comunque, di un manuale di storia della filosofia indiana, ma di una interpretazione umanistica dei principali contenuti costitutivi dell’antico pensiero indiano.

L’umanesimo della antica filosofia islamica (2009) costituisce il terzo volume di una trilogia sull’umanesimo dell’antico pensiero orientale. Il libro parte dalla constatazione che l’Oriente risulta essere pressoché assente dalle principali storie della filosofia occidentali. Tuttavia, in base alla definizione di filosofia fornita dall’autore, l’antico pensiero islamico risulta possedere, nei contenuti e talvolta anche nei metodi, caratteristiche tali da non poter essere considerato pregiudizialmente assente dal quadro filosofico. Non si tratta, comunque, di un manuale di storia della filosofia islamica, ma di una interpretazione umanistica dei principali contenuti costitutivi dell’antico pensiero islamico.

A partire dai filosofi antichi (2010), con introduzione di Carmelo Vigna, è un libro-dialogo composto con uno dei maggiori filosofi italiani, Enrico Berti. In questo testo viene ripercorsa l’intera storia della filosofia, apportando interpretazioni originali non soltanto – anche se soprattutto – dei principali filosofi antichi, ma anche di quelli moderni e contemporanei. Non mancano inoltre considerazioni su temi di attualità, nonché su temi di interesse generale, quali l’educazione, la scuola e la politica. Scrive Vigna, nella introduzione, che «questo testo è tra le cose più interessanti che si possano leggere oggi nel panorama della filosofia italiana».

L’umanesimo di Plotino (2010) è un libro in cui l’autore colma una distanza temporale fra il periodo classico ed il periodo ellenistico della Roma imperiale. Il testo si divide in due parti. Nella prima, in ossequio alla tesi per cui ogni pensiero filosofico deve essere inserito all’interno del proprio contesto storico-sociale (anche in quanto è all’interno del medesimo che esso spesso “deduce” le proprie categorie), l’autore realizza una analisi del modo di produzione sociale greco e di quello romano, per tracciare alcune differenze importanti fra l’epoca classica e l’epoca ellenistica. Nella seconda parte, che è la più ampia, è invece analizzato, in base alle dieci tematiche ritenute centrali, il pensiero di Plotino.

Perché non possiamo non dirci Greci (2010) è un libro in cui l’autore sintetizza, in termini divulgativi, le proprie posizioni generali sui Greci. Il testo prende spunto dalla rilettura, in controluce, del classico di Benedetto Croce intitolato Perché non possiamo non dirci cristiani, per mostrare non solo come le radici greche siano almeno altrettanto importanti di quelle cristiane per la cultura europea, ma soprattutto che una loro ripresa sarebbe fortemente auspicabile. Il testo è completato da una ampia appendice inedita che costituisce una analisi critica del pensiero ellenistico (in rapporto a quello classico) incentrata sulle opere di Epicuro e di Luciano di Samosata.

La filosofia della storia nella Grecia classica (2010) è il testo ermeneutico forse più originale di Grecchi. Alla cultura greca si attribuisce infatti, solitamente, la nascita dei tronchi di pressoché tutte le discipline filosofiche e scientifiche tuttora studiate nella modernità (con varie ramificazioni). Tradizionalmente, tuttavia, la filosofia della storia è ritenuta essere disciplina moderna, senza precedenti antichi. Analizzando l’opera di storici, letterati e filosofi dell’epoca preclassica e classica, l’autore mostra invece le radici antiche anche di questo campo di studi, contribuendo ad un chiarimento teoretico della disciplina stessa.

Sulla verità e sul bene (2011), con introduzione di Enrico Berti e postfazione di Costanzo Preve, è un libro-dialogo con uno dei maggiori filosofi italiani, Carmelo Vigna. In questo testo viene ripercorsa l’intera storia della filosofia, insieme agli importanti temi teoretici ed etici che danno il titolo al volume. Scrive Berti, nella introduzione, che si tratta di «una serie di discussioni oltremodo interessanti tra due filosofi che sono divisi da due diverse, anzi opposte, concezioni della metafisica, ma sono accomunati dalla considerazione per la filosofia classica e soprattutto da un grande amore per la filosofia in sé stessa».

Gli stranieri nella Grecia classica (2011) è un libro in cui l’autore, prendendo distanza dalle interpretazioni tradizionali che caratterizzano gli antichi Greci come vicini alla xenofobia, mostra che, sin dall’epoca omerica, essi furono invece aperti all’ospitalità verso gli stranieri. Preceduto da una analisi anti-ideologica delle categorie di “razza”, “etnia”, “multiculturalismo” ed altre, Grecchi rimarca come sia stato centrale, nel pensiero greco classico, il concetto di “natura umana”, il quale possiede basi teoretiche salde ed una costante presenza nella riflessione greca, che l’autore appunto caratterizza come “umanistica”.

Diritto e proprietà nella Grecia classica (2011) è un libro in cui l’autore prende in carico i temi poco indagati del diritto e della proprietà nella antica Grecia. Si tratta di temi molto importanti per comprendere il contesto storico-sociale in cui nacque la cultura greca, e che pertanto non possono essere ignorati da chi studia la filosofia di questo periodo. Il testo sviluppa inoltre un confronto con il diritto romano – che si rivela assai meno comunitario di quello greco – e con il nostro tempo, per mostrare come la cultura greca possieda, anche sul piano giuridico, contenuti che sarebbero tuttora importanti da applicare.

L’umanesimo di Omero (2012) è un libro in cui l’autore effettua una analisi teoretica ed etica del pensiero omerico, inserendo l’antico poeta nel novero del pensiero filosofico, rompendo il tradizionale isolamento nel campo letterario che da secoli caratterizza questo autore. Grecchi insiste in particolare sul carattere di educazione filosofica dei poemi omerici, mostrando come essi abbozzino temi ontologici e soprattutto assiologici poi elaborati dalla intera riflessione classica. Il testo si distingue per il continuo aggancio dei miti omerici alla contemporaneità.

L’umanesimo politico dei “Presocratici” (2012) è un libro in cui l’autore, centralizzando il carattere politico-sociale del loro pensiero, prende distanza dalle interpretazioni tradizionali che caratterizzano questi pensatori come “naturalisti”, e che li separano sia dalla poesia e dal teatro precedenti, sia dalla filosofia e dalla scienza successive. L’autore, facendo riferimento agli studi di Mondolfo, Capizzi, Bontempelli e soprattutto Preve, mostra il nesso di continuità del pensiero presocratico con l’intero pensiero greco classico. Risultano centrali, in questa trattazione, le figure di Solone e Clistene, oltre a quelle più consuete di Eraclito, Parmenide e Pitagora.

Il presente della filosofia nel mondo (2012), con postfazione di Giacomo Pezzano, è un libro in cui vengono analizzati testi di alcuni fra i maggiori filosofi contemporanei non italiani (fra gli altri Bauman, Habermas, Hobsbawm, Latouche, Nussbaum, Onfray, Zizek). Nella introduzione si rileva, come caratteristica principale della filosofia del nostro tempo, la presenza in solidarietà antitetico-polare di una corrente scientifico-razionalistica ed, al contempo, di una corrente aurorale-simbolica. Esse occupano il centro della scena escludendo dal “campo di gioco” la filosofia onto-assiologica di matrice classica, presente oramai solo in un numero limitato di studiosi.

Il pensiero filosofico di Enrico Berti (2013), con presentazione di Carmelo Vigna e postfazione di Enrico Berti, è un testo monografico introduttivo sul pensiero di questo importante filosofo contemporaneo, uno dei maggiori studiosi mondiali del pensiero di Aristotele. Rapportandosi a tematiche quali l’interpretazione degli antichi, la storia della filosofia, l’educazione, l’etica, la politica, la metafisica, la religione, Grecchi non si limita a descrivere il pensiero dell’autore considerato ma, come è nel suo approccio, valuta; in maniera solitamente concorde, eppure talvolta anche critica, in particolare nella opposizione fra metafisica classica e metafisica umanistica.

Il necessario fondamento umanistico del “comunismo” (2013) è un libro scritto a quattro mani con Carmine Fiorillo, in cui gli autori mostrano come la diffusa critica (marxista e non) al modo di produzione capitalistico, priva di una fondata progettualità, risulti sterile ed inefficace. Assumendo come base principalmente il pensiero greco classico (ma anche le componenti umanistiche di altri orizzonti culturali), gli autori mostrano che solo mediante una solida fondazione filosofica è possibile favorire la progettualità di un ideale modo di produzione sociale in cui vivere, che gli autori appunto definiscono – ma differenziandosi fortemente dalla tradizione marxista – “comunismo”.

Perché, nelle aule universitarie di filosofia, non si fa (quasi) più filosofia (2013) è un pamphlet in cui si mostra che le attuali modalità accademiche di insegnamento della filosofia, incentrate sullo specialismo, non ripropongono più il modello greco classico della filosofia come ricerca fondata ed argomentata della verità onto-assiologica dell’intero, che Grecchi assume invece ancora come centrale. L’autore mostra come la causa principale di questa situazione sia attribuibile ai processi socio-culturali del modo di produzione capitalistico.

La musa metafisica. Lettere su filosofia e università (2013), con Giovanni Stelli, costituisce uno scambio epistolare nato dal commento di Stelli al pamphlet Perché, nelle aule universitarie di filosofia, non si fa (quasi) più filosofia. A partire da questo tema lo scambio ha assunto una rilevanza ed una ampiezza tale, estendendosi a contenuti storici, culturali e politici, da renderne di qualche utilità la pubblicazione. In esso Grecchi anticipa alcuni temi portanti del suo testo che sarà intitolato Metafisica umanistica. La struttura sistematica della verità dell’essere, cui sta lavorando dal 2003.

Discorsi di filosofia antica (2014) è un libro che raccoglie i testi del corso di lezioni sull’uomo nella cultura greca, da Omero all’ellenismo, tenuto dall’autore alla università degli studi di Milano Bicocca nel 2013. Esso accoglie inoltre i testi di alcune conferenze sul pensiero antico svolte dall’autore nel 2013 e 2014, ed in particolare, in appendice, un saggio inedito sulla alienazione nella antica Grecia. Quest’ultimo è un tema poco indagato in quanto mancano, alla mentalità filologica – poco teoretica – tipica del mondo accademico di oggi, i necessari riferimenti testuali (i Greci non avevano nemmeno la parola “alienazione”); questo saggio tuttavia può aprire un filone di ricerca su una tematica tuttora inesplorata.

Omero tra padre e figlia (2014) è un libro-dialogo con Benedetta Grecchi, figlia di 6 anni dell’autore, sulle vicende di Odisseo narrate appunto nella Odissea di Omero. Il testo costituisce – come recita il sottotitolo – una “piccola introduzione alla filosofia”, passando attraverso i contenuti educativi dell’opera omerica già delineati dall’autore nel libro L’umanesimo di Omero. Questo dialogo tra padre e figlia mostra come la filosofia possa passare anche ai bambini evitando, da un lato, di essere ridotta a “gioco logico”, e dal lato opposto di essere presentata come “chiacchiera inconcludente”.

Discorsi sul bene (2015) è un libro che raccoglie i testi del corso di lezioni sul Bene tenuto dall’autore alla università degli studi di Milano Bicocca nel 2014. In appendice sono aggiunte una intervista filosofica e due relazioni su temi etico-politici. Il testo si rivela importante in quanto, all’interno di un approccio aristotelico – in cui in sostanza il Bene è il fine verso cui ogni ente, per natura, tende –, Grecchi indica nel rispetto e nella cura dell’uomo (e del cosmo: gli elementi portanti del suo Umanesimo) i contenuti fondamentali del Bene.

Discorsi sulla morte (2015) è un libro che raccoglie i testi del corso di lezioni tenuto dall’autore alla università degli studi di Milano Bicocca nel 2015. L’autore, delineando le principali concezioni della morte presenti nella storia della filosofia, con particolare riferimento agli antichi Greci ed a Giacomo Leopardi, mostra come la rimozione di questo tema costituisca una delle principali concause di alcune psicopatologie del nostro tempo.

L’umanesimo della cultura medievale (2016) è un libro che raccoglie i contenuti umanistici del pensiero medievale. Rispetto alle interpretazioni tradizionali, ancora caratterizzate da una descrizione del Medioevo come età oscura, questo testo mostra il carattere umanistico in particolare della Scolastica aristotelica. Rispetto ai consueti autori di riferimento, ossia Agostino e Tommaso, particolare importanza è attribuita in questo volume a due autori del XIII secolo, Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia (solitamente poco considerati), nonché alle ripetute condanne ecclesiastico-accademiche dell’aristotelismo che ebbero il loro punto culminante nel 1277.

L’umanesimo della cultura rinascimentale (2016) è un libro che critica la tradizionale interpretazione umanistica del pensiero rinascimentale del XIV e XV secolo. Rispetto, infatti, alla vulgata comune, che ritiene centrale in questo periodo la riscoperta filologica ed ermeneutica dei testi di Platone e di altri autori antichi, Grecchi reputa centrale la filocrematistica, e dunque la rottura – operata da modalità sociali sempre più privatistiche e mercificate, cui la cultura dell’epoca si adeguò – del legame sociale comunitario proprio dell’epoca medievale. Il Rinascimento costituì dunque, a suo avviso, la prima apertura culturale verso la modernità capitalistica.

In preparazione:

Umanesimo ed antiumanesimo nella filosofia moderna (e contemporanea);

L’umanesimo greco-classico di Spinoza;

Il sistema filosofico di Aristotele;

Metafisica umanistica. La struttura sistematica della verità dell’essere.

Elias Canetti – Ci sono libri che si posseggono da vent’anni senza leggerli …

Elias Canetti

«Ci sono libri che si posseggono da vent’anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sé di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent’anni, viene un momento in cui d’improvviso quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri d’un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione. Ora sappiamo perché lo abbiamo trattato con tante cerimonie. Doveva stare a lungo vicino a noi; doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha raggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i vent’anni trascorsi in cui è vissuto; muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose».

Elias Canetti, La provincia dell’uomo. Quaderni di appunti 1942-1972, Adelphi, Milano, 1978.

Annalisa Strada – Dove inizia e dove finisce un posto? I libri sono una forza …

libro aperto

«Dove inizia e dove finisce un posto? La legge definisce dei confini, a volte l’uso li conferma, altre li ritocca oppurte li aggiusta. Ma il confine più importante non è il tratto fisico che separa un “qui” da un “là”: il confine più importante è quello che scavalca la nostra mente quando ci fa dire “sono dove non voglio essere” oppure “sono dove voglio essere”. […] Se c’è un posto dove posso vivere infinite vite […] è la biblioteca. […] accogliere con te i lettori […]: gli unici che possono davvero cambiare le cose sono loro. E se non ci riuscissero … forse potrebbero cambiare la loro vita. […] Mi auguro che ti riesca a creare una rete di resistenza e di ribellione […]. I libri sono una forza …»
Annalisa Strada, L’isola dei libri perduti, Einaudi, 2014.

Maura Del Serra, Franca Nuti – Voce di Voci. Franca Nuti legge Maura Del Serra.

Voce di voci 01

Voce di Voci 02

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Maura Del Serra, Franca Nuti, Voce di Voci. Franca Nuti legge Maura Del Serra. Con CD allegato. Musiche di Michele Marini eseguite dall’autore; letture di Marco Brinzi; grafica di Gerardo Paoletti; cura editoriale di Moreno Fabbri.

ISBN 978-88-7588-070-5, 2012, pp. 40, formato 150×150 mm., Euro 12 – In copertina: Franca Nuti e Maura Del Serra.

La lettura di 30 poesie di Maura Del Serra da parte di Franca Nuti è stata un dono inatteso quanto emozionante che la poetessa ha ricevuto dall’illustre attrice all’inizio del 2012.
Con analogo spirito di dono adesso l’autrice, con il consenso dell’attrice, offre all’attenzione di tutti coloro che amano la poesia questa plaquette con allegato CD, realizzato grazie alla collaborazione artistica di Michele Marini (autore ed esecutore delle musiche), dell’attore Marco Brinzi (che legge la notaintroduttiva e i titoli delle poesie), del pittore Gerardo Paoletti (curatore della grafica) e di Moreno Fabbri (che della plaquette ha curato l’apetto editoriale).

 

Indice

Autoritratto in di-versi
Meridiana
Kore
La sensazione
La coscienza
La mente
La mite
Conoscenza
Solitudine corale
Controcambio
Campo di volo
Ai genitori
Radici
Il messaggio
Debito
Spazzatura
Fanciulla
Sorte
Dietro il sole e la notte
Ch’ange
Aporos
Amai
Epilogo
Una
Tutto
I tre doni
Atomo
Karma
Canto di shakti
Camera con vista

 

Maura Del Serra, poetessa, drammaturga, critico letterario e traduttrice (dal latino, tedesco, inglese, francese e spagnolo) già comparatista nell’Università di Firenze, ha pubblicato nove raccolte poetiche, l’antologia Corale, Roma, Newton Compton, 1995, il volume L’opera del vento. Poesie 1965-2005, Venezia, Marsilio, 2006 (che riunisce tutti i suoi testi precedentemente editi ed una scelta di poesie inedite) e Tentativi di certezza. Poesie 1999-2009, Venezia, Marsilio, 2010. Ha dedicato volumi critici a Campana, Pascoli, Ungaretti, Rebora, Jahier, Guidacci, e saggi a numerosi poeti e scrittori italiani ed europei. Ha scritto e pubblicato quindici testi teatrali, ambientati dal periodo ellenistico alla contemporaneità, rappresentati in Italia e all’estero. Fra gli autori da lei tradotti: Q. T. Cicerone, W. Shakespeare, G. Herbert, F. Thompson, V. Woolf, K. Mansfield, D. Barnes, R. Tagore, M. Proust, V. Segalen, S. Weil, E. Lasker -Shüler, G. Kolmar, J. Inès de la Cruz. Ha partecipato a festivals e a readings poetici in Italia, Spagna, Francia, Inghilterra, Svezia e U.S.A. Per la sua attività ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra i quali: il Premio “Montale” per la poesia, il Premio “Flaiano” per il Teatro, il Premio “Betocchi” per la traduzione, il Premio “Tagliacozzo” per la critica letteraria. Nell’anno 2000 le è stato assegnato il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Suoi testi poetici, critici e teatrali sono stati tradotti in tedesco, inglese, francese, spagnolo, svedese, catalano, greco, rumeno, croato, russo e portoghese.

Franca Nuti, attrice, è una delle più prestigiose ed amate protagoniste della scena teatrale italiana del secondo Novecento; nata a Torino nel 1929, dopo la maturità si iscrive all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, diplomandovisi nel 1954. Debutta ne L’Allodola di Anhouil, con la compagnia Benassi-Brignone-Santuccio; successivamente recita con la Proclemer e Albertazzi, rivelandosi ne I sequestrati di Altona di Sartre. Chiamata a Genova, Trieste, Torino dai rispettivi Teatri Stabili, si forma con famosi registi come Costa, Zeffirelli, Bolchi, Buazzelli, recitando nel corso degli anni come protagonista in circa duecento commedie. Al suo attivo ha inoltre una lunga carriera radiofonica, televisiva e cinematografica. Negli anni Ottanta insegna recitazione sia all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, sia alla Scuola Civica “Paolo Grassi” di Milano. Sempre in quegli anni incontra Luca Ronconi e lega il suo nome a cinque spettacoli celebri: John Gabriel Borkmann di Ibsen, Ignorabimus di Holz (per cui riceve il Premio “Ubu” 1986), Dialoghi delle Carmelitane di Bernanos (Premio “Ubu” e Premio “Curcio” 1988), Tre sorelle di Cecov (Premio “Flaiano” 1989), Donna di dolori di Patrizia Valduga (Premio “Eleonora Duse” 1992 e Premio “Randone” 1995). Dal 1992 insegna alla Scuola di Teatro diretta da Luca Ronconi a Torino. Fa parte del cast del “Progetto Ronconi” per la radiofonia 1997-1998. Nel 1996 ha ricevuto il Premio “Renato Simoni” alla carriera “Una vita per il Teatro”. Attualmente insegna alla Scuola del Piccolo Teatro Giorgio Strehler.

Marco Brinzi (1982), dopo il diploma di attore presso la Scuola del Piccolo Teatro di Milano diretta da Luca Ronconi, e a seguito del Corso di Alto Perfezionamento Teatrale di Emilia Romagna Teatro con la direzione di Massimo Castri, lavora con gli stessi Ronconi e Castri e con diversi altri registi quali Serena Sinigaglia, Federigo Tiezzi, Lev Dodin, Anatolij Vassiliev, Philippe Adrien, con ruoli di rilievo, in lavori di Aristofane, Brecht, Pirandello, Garcia Lorca. Ha lavorato anche in televisione e nel cinema in produzioni di RAI Tre e RAI Storia -Educational diretto da Peter Greenaway e Giosuè Botto Cohen.

Michele Marini (1985), inizia a studiare giovanissimo il sax e il flauto traverso con Claudio Carboni; all’età di 14 anni entra al Conservatorio di Firenze e si diploma brillantemente in clarinetto nel 2006 sotto la guida del Maestro Fabio Battistelli. Nel 2003 partecipa ai seminari di “Siena Jazz” dove ha l’opportunità di perfezionarsi con illustri jazzisti. Dal 2005 lavora con musicisti come Riccardo Tesi, Maurizio Geri, Claudio Carboni, Gabriele Mirabassi, Ellade Bandini, Paolo Ghetti, e si esibisce in luoghi prestigiosi come la Brucknerhaus di Linz, l’Orpheum Thealre di Graz, il Gasometer di Vienna, al Jazz Festival di Kempten (Monaco), al Barga Jazz 2009, dove vince il premio “Luca Flores” come miglior solista. Nel 2010 vince il Premio “Stefano Iacopini” come miglior giovane sassofonista.

Gerardo Paoletti (1974), dopo essersi diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, inizia a lavorare attivamente a Prato dove, insieme ad altri artisti della sua generazione, collabora a numerosi progetti individuali e collettivi. Invitato da Bruno Corà, partecipa ad importanti mostre della giovane arte in Toscana. Nel 2003 vince una borsa di studio presso la Fondazione “II Giardino di Daniel Spoerri, Hic Terminus Haeret”. Trasferisce il suo studio in provincia di Pistoia, dove insieme all’artista Federico Gori dà vita a progetti di contaminazione tra diverse discipline artistiche, fra i quali Lucida Follia e Concerto in tempo di guerra. Negli ultimi anni realizza e partecipa a numerosi eventi artistici e stringe rapporti professionali con musicisti, poeti, attori, fra i quali Maura Del Serra e Rodolfo Alessandrini.

Moreno Fabbri collabora a giornali e riviste con articoli dedicati alla letteratura, all’arte e al costume, oltre che a tematiche ambientali ed economiche. Attore teatrale e cinematografico, conduttore di spettacoli ed organizzatore di eventi culturali, ha all’attivo un intenso impegno di interprete, con un’attenzione particolare alla poesia.  È stato Presidente di “Un Club per l’Europa” e ha organizzato e diretto il festival “OttobrEuropa”, patrocinato dal Parlamento europeo e dalla Regione Toscana. Ha curato il volume Scrittrici del Novecento europeo, Pistoia, CRT., 1998; gli Atti del Convegno Corilla Olimpica e la poesia del Settecento europeo, Siena, Maschietto & Musolino, 2002; e il catalogo pittorico Malebolge. Immagini di distratta memoria, Milano, Bianca e Volta, 2002, in occasione della mostra omonima tenuta nel gennaio 2002 a “Villa Erba” di Cernobbio (Como). Ha cofondato l’Associazione “Personae – Arti e Comunicazione” che, in collaborazione con il centro UNESCO di Firenze e la sede RAI per la Toscana, organizza ed assegna ogni anno i premi “Umberto Benedetto” per la radiofonia. È segretario della Commissione Giudicatrice del Premio Nazionale “Vallecorsi” per il teatro, consigliere della UILT toscana, membro della Commissione Giudicatrice del Premio Nazionale di Pittura S. Giorgio, ed è stato copromotore e membro del Comitato Nazionale per le celebrazioni del quattrocentesimo anniversario della nascita del poeta e librettista Giulio Rospigliosi (Papa Clemente IX).

Wislawa Szymborska – «SULLA MORTE SENZA ESAGERARE». Non c’è vita che almeno per un attimo non sia stata immortale. La morte è sempre in ritardo di quell’attimo.

Wisawa_Szymborska

SULLA MORTE SENZA ESAGERARE
Non si intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più d’un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nunziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
nel suo gravoso lavoro.
La cattiva volontà non basta
e anche il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza,
egli stesso è la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per u n attimo
non sia stata immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

Wislawa Szymborska

Cernicchiaro Alessio – Günther Anders. La Cassandra della filosofia. Dall’uomo senza mondo al mondo senza uomo. Prefazione di Giacomo Pezzano

Coperta G. Anders

http://www.petiteplaisance.it/libri/221-230/226/int226.html

Alessio Cernicchiaro,
Günther Anders. La Cassandra della filosofia. Dall’uomo senza mondo al mondo senza uomo.
Prefazione di Giacomo Pezzano: Anders e noi.
ISBN 978-88-7588-132-0, 2014, pp. 400, formato 140×210 mm., Euro 25
Collana “Il giogo” [59]. In copertina: Günther Anders ottantenne, 1982.

Günther Anders (Breslavia, 1902 – Vienna, 1992) ha studiato con E. Husserl e successivamente con M. Heidegger, alle cui lezioni ha incontrato la sua prima moglie Hannah Arendt. Di origine ebraica è costretto, con l’avvento del nazismo, ad un lungo esilio che lo porta dapprima a Parigi e poi negli USA, dove sopravvive facendo diversi lavori occasionali. Pensatore eretico e radicale, avulso dal mondo accademico, dopo la fine della guerra è stato tra i fondatori del movimento antinucleare internazionale e membro del Tribunale Russell durante la guerra del Vietnam.
Profeta di sventura dell’età atomica e della nostra era dominata dalla tecnica moderna, Anders ha strenuamente messo in guardia i suoi contemporanei dalle catastrofi che da lì a poco sarebbero puntualmente accadute: l’avvento al potere di Hitler, la seconda guerra mondiale, Auschwitz, Hiroshima, Chernobyl. Ogni volta la sua voce è rimasta inascoltata, come quella di una novella Cassandra, perché i suoi moniti sono stati ritenuti inverosimili se non addirittura paranoici. Anders sostiene che ormai, di fronte alla tecnica ed al nostro mondo da essa dominato, noi uomini tutti siamo antiquati, perché antiquate sono le nostre dotazioni psichiche e le nostre categorie filosofiche ed etiche non più al passo coi tempi e totalmente inadatte a comprendere, immaginare ed assumersi la responsabilità di fronte agli effetti smisurati che le nostre azioni, individuali e collettive, oggi hanno grazie ai nostri prodotti ed alle nostre macchine. Come ha scritto giustamente Costanzo Preve: «Ci sono i filosofi tranquillizzanti e i filosofi inquietanti. Solo i filosofi inquietanti servono a qualcosa, e Anders è appunto uno di loro».
Affinché allora non si avveri mai anche la sua più terribile profezia, ossia l’estinzione della vita sulla terra e la fine dei tempi, sarebbe bene almeno questa volta prestare ascolto alle sue parole.

Alessio Cernicchiaro (Como, 1980), i cui interessi vertono sulla critica filosofica alla tecnica, ai mass-media ed al capitalismo, studia da diversi anni il pensiero di Günther Anders. Si è laureato con lode nel 2013 in Scienze filosofiche all’Università Statale di Milano (laurea magistrale) dopo aver conseguito la laurea triennale in filosofia teoretica presso il medesimo ateneo. Precedentemente aveva conseguito la laurea in Economia e legislazione per l’impresa presso l’Università L. Bocconi di Milano. Risiede e lavora in provincia di Como. Ha pubblicato nel 2009 un saggio economico-filosofico di critica alla globalizzazione intitolato La bugia globale (Giraldi editore).

Presentazione
di
Giacomo Pezzano:

«Anders e noi»

Profeti di avventura, profeti di sventura
Siamo in presenza di un testo importante per almeno due motivi. Innanzitutto perché colma un vuoto nel panorama culturale ed editoriale italiano, poi perché lo fa in modo insieme chiaro e originale.
Infatti, in primo luogo a oggi esiste soltanto un unico libro monografico in lingua italiana dedicato all’opera di Anders, il quale – pur molto accurato e penetrante – adotta un taglio più tematico-concettuale che biografico-evolutivo: ciò – trattandosi di un pensatore così profondamente impegnato, immerso nelle vicende del proprio tempo e la cui vita si allaccia indissolubilmente alla storia che ha attraversato – lascia appunto aperto uno spazio, che da tempo attendeva di essere colmato. In secondo luogo, questo corposo testo non si limita semplicemente a “occupare” tale spazio, ma lo fa con chiarezza e precisione espositiva, con taglio e impostazione originali, con stile asciutto e diretto. Soprattutto, riesce a illustrare bene in che senso la biografia e il pensiero andersiano siano strettamente connessi, secondo uno sviluppo che è al contempo percorso da un costante filo rosso e attraversato da faglie di discontinuità anche vigorose. Se il primo è rappresentato da quello scarto legato alla contingenza che costitutivamente separa l’uomo dal mondo e da una certa insofferenza per la filosofia teoretico-sistematica in senso universalizzante e auto-referenziale, le seconde si condensano soprattutto nelle vicende delle due guerre mondiali e nella nuova era inaugurata da Hiroshima e Nagasaki prima e dalla corsa atomica poi.
Cernicchiaro ci offre così un ritratto fedele della Cassandra-Anders come profeta non dell’avventura di un mondo nuovo ma di sventura: il primo infatti è animato da uno zelo religioso che conduce all’ideale di riprogrammazione dell’umanità, in ossequio al principio per cui si vuole talmente bene all’uomo da conoscerne e volerne realizzare il Bene; il secondo invece è tormentato da un fervore umanistico che conduce al desiderio di risvegliare le coscienze ormai intorpidite, in ossequio al principio per cui si vuole talmente bene all’uomo da fare di tutto affinché si scuota e liberi da sé prima che sia troppo tardi.
Per arrivare a produrre questo ritratto, viene opportunamente chiamata in causa l’intera produzione andersiana e non esclusivamente il pur centrale L’uomo è antiquato, presentando una scansione in due fasi, insieme biografiche e filosofiche: uomo senza mondo (1902-05/08/1945) e mondo senza uomo (06/08/1945-1992). Il trait d’union tra queste due fasi si può forse concentrare nell’episodio infantile, narrato dallo stesso protagonista, in cui Anders scopre di aver avuto – come tutti gli umani – una nascita, di essere «venuto al mondo», ossia scopre la precedenza del mondo rispetto alla propria esistenza. Questo vero e proprio choc spiega non solo il senso in cui per Anders l’uomo è tale perché privo di un mondo già dato e perciò chiamato a costruire liberamente il mondo in cui vivere, ma anche il fatto che se il mondo è già esistito prima dell’uomo, non si vede perché esso non possa esistere anche dopo l’uomo. Come dire che l’uomo è senza mondo perché è innanzitutto il mondo a poter essere anche senza l’uomo: questo è per Anders il senso più profondo di una contingenza che è “naturale” prima che “umana”, che riguarda cioè la realtà stessa delle cose, il procedere della natura stessa.

Sfiducia metafisica e disperazione morale
Tutto ciò rende comprensibile innanzitutto la costante insofferenza andersiana per una filosofia – a partire da quella heideggeriana – che, dimentica di tale antecedenza della realtà, si chiude in un linguaggio esoterico-gergale e fa del proprio terreno privilegiato l’analisi di categorie della coscienza, che siano a priori, ontologiche o esistenziali. Poi, permette di chiarire perché la frattura tra il “primo” e “secondo” Anders non si gioca esclusivamente sul piano storico-esistenziale di quella che egli stesso definì come Apocalisse, in quanto lo stacco non solo è stato per così dire preparato dagli eventi bellici precedenti, ma soprattutto è maturato anche dal punto di vista delle più profonde convinzioni etico-filosofiche.
In altri termini, è questo forse l’aspetto più rilevante che la ricostruzione di Cernicchiaro lascia come sedimento, bisogna ridefinire i contorni dell’idea per cui Anders avrebbe abbandonato all’improvviso la filosofia esclusivamente perché sconvolto dagli eventi conclusivi del secondo conflitto mondiale e da ciò che gli succedette subito dopo, secondo la nota affermazione per cui quando il mondo rischia di scomparire non si può perdere tempo a interpretare e spiegare l’Etica nicomachea. Ciò però – si presti attenzione – non soltanto nel senso che Anders di fatto non ha mai abbandonato la filosofia, avendone anzi rinnovato scopi e linguaggi; più profondamente, si tratta in aggiunta di riconoscere che la “svolta” si radica nella piena maturazione della consapevolezza che la filosofia è costitutivamente insufficiente se gioca le proprie carte sul piano sistematico-speculativo dell’onnicomprensione della realtà.
Detto diversamente, come sintetizza mirabilmente l’acceso scambio coniugale tra Arendt e Anders a più riprese richiamato da Cernicchiaro, quando la filosofia pretende di costruire un sistema, sta presupponendo che esista qualcosa come “il mondo” e conseguentemente qualcosa come un sistema complessivo in grado di comprenderlo nella sua totalità non-contraddittoria. Poiché però qualcosa come “il mondo” non esiste, la filosofia finisce per tenere fuori da sé la realtà, naturale e cosmica prima ancora che sociale e politica. Per evitare tale deriva, serve una sorta di «sguardo dalla torre»: non quello della torre d’avorio accademica, bensì quello in grado di testimoniare la radicale contingenza dell’umanità, non soltanto rispetto al passato ma soprattutto – come Anders teme e non cessa di denunciare – in merito al futuro. Lungi dal poter custodire e celebrare il non-ancora, la filosofia deve ricordare e testimoniare il non-più.
Insomma, c’è in Anders una profonda sfiducia metafisica che agisce prima, o perlomeno a fianco, della disperazione morale; anzi, potremmo dire che come la prima prepara e rende possibile la seconda, così questa invera e rinforza quella. Senza però mai dimenticare – pena l’incomprensione dell’unicità della figura di Anders nel panorama del Novecento – che è proprio perché l’uomo è drammaticamente contingente che diventa fondamentale che si concentri in prima persona sul proprio mondo, che è proprio perché la situazione è disperata che diventa fondamentale affrontarla senza facili illusioni consolatorie. Qui ancora una volta riflessione più strettamente teoretica e sforzi pratici si saldano e alimentano a vicenda: la centralità dell’avere sull’essere che anima le prime ricerche andersiane fa tutt’uno con la convinzione che la libertà non è qualcosa che si è ma qualcosa che si ha se la si fa, che dunque a essere inutile non è la morale ma qualsiasi discorso sulla morale che si riduce a elaborazione teorica disimpegnata – quando non persino disimpegnante.
La disperazione come molla
Ma questa reciproca alimentazione non si esaurisce qui. Difatti, l’attenzione alla categoria di situazione e alla dimensione della temporalità trova un primo punto fermo a livello antropologico-filosofico nella convinzione che la contingenza si impone in maniera scioccante e straniante, costringendo a reagire con dei tentativi di identificazione che però sono destinati allo scacco, a non poter cioè mai riuscire a escludere del tutto la contingenza. Ciò nulla toglie però al fatto che anche dal punto di vista antropologico-filosofico l’infondatezza e l’impossibilità di fondare l’esistenza una volta per tutte in maniera stabile rappresentano non la fine ma l’inizio degli sforzi: come la non-identificazione rappresenta il presupposto e non l’inibitore della liberazione, così la disperazione diverrà il motore e non il freno dell’azione e reazione, come d’altronde l’intera esistenza concreta di Anders testimonia.
Inoltre, quando rintraccerà nel terrorismo morbido e nel mondo della tecnica il più tremendo pericolo, Anders non farà altro che ragionare e sentire coerentemente con quanto già colto dal versante antropologico-filosofico: infatti, un simile mondo pretende di produrre una compiuta identificazione, di saturare ogni spazio-tempo, di cancellare del tutto la contingenza, di esonerare qualsiasi individuo dallo sforzo di riflessione, emozione, identificazione. Insomma, non tanto prosciuga la speranza quanto piuttosto disinnesca la molla della disperazione. Ecco allora che gli sforzi di Anders sono tutti indirizzati alla rimessa in moto di tale molla, coerentemente con la convinzione già presente negli scritti giovanili per cui le emozioni giocano un ruolo decisivo nella spinta all’azione o nella possibilità di decifrare un mondo altrimenti indecifrabile.
Cernicchiaro non nasconde l’apparente frizione tra la convinzione del “primo” Anders secondo cui l’artificialità è la natura umana, il mondo umano, e quella del “secondo” Anders per cui la stessa artificialità rappresenta la fine del mondo umano e persino del globo terrestre. Frizione appunto apparente, perché se per Anders è vero che c’è uno iato tra uomo e mondo, innanzitutto questo è colmato non solo dalla tecnica, ma anche e soprattutto dalle emozioni; inoltre, il problema è che la tecnica avrebbe prodotto un’accelerazione tale da arrivare come detto a controllare del tutto la vita umana, a riempire tutto il vuoto e a esaurire in sé l’identificazione. La cancellazione della contingenza produce in ultima istanza quella della possibilità: scompare lo spazio per articolare una vera alternativa, soprattutto perché viene inaridito il sentire, modalità primaria di decifrazione del mondo e di relazione con il mondo. La tecnica dunque paradossalmente finisce per impedire all’uomo di restare senza mondo, facendo invece sì che possa esserci un mondo senza uomo: il dislivello naturale con il mondo viene soppiantato dalla discrepanza artificiosa rispetto a quanto ormai costituisce e sostituisce il mondo, la tecnica appunto.
Eppure, proprio la disperazione che si accompagna a questa diagnosi consente anche di rendersi conto che l’unica possibile reazione non può che passare per il tentativo di recuperare questo ritardo dal punto di vista prima di tutto delle emozioni. La fantasia diventa la lente di ingrandimento necessaria per arrivare a percepire quanto è ormai oltre alla soglia di percezione, il sovraliminale rispetto a un sentire ormai assuefatto all’ordinarietà dell’orrore e all’indifferenza di fronte allo scandalo. La narrazione diventa il tramite per risvegliare emotivamente una razionalità ormai sopita nel «sonno dogmatico», nonché lo strumento disperato per intervenire sulla formazione di chi – come i più giovani – ancora non è immerso senza via di scampo nell’acquario sociale, di chi ancora non nuota nel mare di illibertà senza poter percepire di esservi dentro fino al collo.

Deformazione e realtà: la parola filosofica
Come il lettore avrà modo di riscontrare, Cernicchiaro evidenzia che questa costante attenzione a ciò che non occupa esclusivamente lo spazio delle ragioni, come le emozioni, la sensibilità, la fantasia e l’immaginazione, non solo sfocerà appunto nella pars construens di un’etica del superamento del dislivello attraverso l’estensione di fantasia e sensibilità, ma ancora una volta aveva trovato già prima espressione nell’utilizzo della dimensione estetica (dalla letteratura alla musica) come terreno privilegiato di confronto e codifica rispetto agli strumenti stilistici adatti a dare forma compiuta all’intento pedagogico-critico che Anders pone a principio del lavoro intellettuale, filosofico e non.
La «filosofia occasionale» diventa così lo strumento più adeguato per mettere in pratica il compito di straniare rispetto alla percezione comune del mondo, di deformare, esagerare ed estremizzare non per andare oltre alla realtà ma per cercare di starle dietro, per tratteggiare qualcosa di sur-reale non nel senso che supera la realtà ma nel senso che è tanto scandalosamente reale da finire per passare inosservato. “Spararla grossa” diventa lo strumento migliore per constatare; se questo appare paradossale è soltanto perché è la stessa realtà a essere ormai paradossale: presenta come normale qualcosa di assurdo, come naturale e spontaneo una situazione storico-sociale capace di sconvolgere l’equilibrio persino biologico dei rapporti tra le facoltà umane.
Per Anders non si tratta di una divulgazione o di uno svilimento del ruolo del filosofo, ma anzi del pieno riconoscimento della sua posizione all’interno di una società, ossia della piena consapevolezza del fatto che la filosofia è un ambito specifico della società proprio mentre tale specificità la rende per certi versi speciale. Non è però in gioco la rivendicazione di una sorta di missione morale, perlomeno non in prima battuta, perché è dapprincipio in questione la natura stessa della “regione” in cui si muove la filosofia e del suo comportamento in tale spazio.
Infatti, da un lato – con immagini davvero felici – Anders ci fa riflettere sul fatto che per qualche strano motivo consideriamo naturale che un filosofo possa offrire i propri prodotti soltanto al pubblico ristretto dei filosofi, mentre non guarderemmo altrettanto di buon occhio un panettiere che facesse del pane solo per gli altri fornai; così come siamo disposti ad accettare di buon grado che un astronomo si occupi delle stelle più che delle teorie altrui sulle stelle, o che si occupi di queste in funzione di quelle, ma facciamo più fatica a considerare che un filosofo non ha per oggetto esclusivamente le teorie altrui sulla filosofia ma anche se non soprattutto la filosofia stessa, o – meglio ancora – le «cose stesse» indagate tramite la filosofia, a cominciare dalle “cose sociali”.
Dall’altro lato però, appare evidente che per la filosofia è ancora più pressante riconoscere che oltre a parlare di qualcosa si parla sempre a qualcuno e che conseguentemente è necessario porsi il problema della traducibilità a priori del proprio linguaggio. Per esempio – insiste sempre Anders – gli scienziati possono apparentemente permettersi di utilizzare un linguaggio specialistico-convenzionale in quanto questo rappresenta uno strumento di ricerca destinato alla cerchia degli stessi scienziati, a differenza dei risultati e prodotti ultimi delle ricerche, destinati a una platea più ampia e almeno potenzialmente universale; invece, il prodotto per eccellenza dei filosofi è il loro stesso mezzo espressivo-comunicativo, ossia il linguaggio, così che se esso viene già preliminarmente reso inaccessibile ai non-filosofi, la filosofia non potrà che rivelarsi terribilmente sterile e inefficace.
Non può allora sorprendere che Anders si interessi ben poco all’ortodossia dell’appartenenza a qualche scuola o gruppo filosofici, o al nome da dare alle proprie posizioni per “inscatolarle” e renderle comodamente riconoscibili. Così come non sorprende che egli conseguentemente giunge a sviluppare una straordinaria capacità di fare uso di strumenti filosofici di prim’ordine per leggere la realtà, vale a dire che riesce davvero – Cernicchiaro non manca di ricordarlo – a fare filosofia attraverso la realtà e a chiarire la realtà attraverso la filosofia, senza scivolare né nella divulgazione superficiale né nell’opinione personale ammantata di presunta filosoficità, declinazioni che non a caso possono facilmente trovare spazio nella sfera infomediatica, a differenza delle analisi andersiane, genuinamente radicali e impietose proprio perché profondamente filosofiche.
Certo, si può ritenere che questa capacità debba essere vista soltanto o soprattutto come abilità nel far fruttare una formazione e un’esperienza di vita che hanno visto Anders a contatto con figure di enorme statura o prestigio intellettuale, piuttosto che come attitudine alla vera e propria ricerca e creazione concettuale. Questo potrebbe anche essere in parte vero, soprattutto pensando a quanto nella formazione andersiana abbiano inciso gli incontri e gli scambi personali con tali personaggi, ancor più della lettura “scientifica” delle loro opere e del confronto accademico con loro. Ciononostante, in prima istanza tale posizione non tiene sufficientemente conto del fatto che molte delle intuizioni e formulazioni andersiane sono poi state – come Cernicchiaro di volta in volta evidenzia puntualmente – riprese e portate all’attenzione del dibattito da altri pensatori, fino a comporre parte del lessico filosofico della contemporaneità; in seconda istanza, chi si ostinasse a ritenere ciò, continuerebbe a giudicare l’opera andersiana a partire dalla convinzione che la filosofia di “serie A” sia quella che si limita a dedicarsi alla pulizia concettuale e al rigore della forma logico-argomentativa senza immischiarsi con quanto resta al di fuori di tale perimetro, come invece farebbe una filosofia al più di “serie B”.

Solo la nostra disperazione può salvarci
Detto ciò, non si tratta però nemmeno di domandarsi se e come Anders avesse ragione, vale a dire che non si tratta di fare – operazione per esempio condotta con un altro “tecnoclasta” come Ellul, spesso proprio per questo accostato ad Anders – il bilancio delle profezie avveratesi o di quelle (non ancora?) rivelatesi vere – fortunatamente, verrebbe da dire. Questo non perché si faticherebbe a individuare i motivi per cui la Cassandra-Anders aveva vaticinato correttamente, dall’idea per cui anche il proletariato è antiquato (come testimonia l’homo precarius, imbarazzante esempio di uomo senza mondo) all’affaire Eatherly, attraverso cui Anders aveva tra le tante cose colto quella che sarebbe diventata a partire da lì in poi una costante delle società contemporanee: la necessità di rendere patologiche le reazioni al sistema, di considerare pazzo chi si rende conto di cosa sta davvero accadendo, di etichettare come “fuori di testa” qualunque Cassandra “fuori sistema”. Simili esempi potrebbero essere moltiplicati, così come si potrebbe certamente controbattere – è stato fatto, peraltro non cogliendo così sino in fondo la portata delle istanze poste da Anders – che è l’opera andersiana a essere antiquata, in quanto il mondo non è finito, l’Apocalisse non è avvenuta e in fondo ci possono persino essere buone speranze per le generazioni future.
Ma, appunto, non è questo a essere in gioco, in un senso o in un altro: infatti, si tratta piuttosto di sforzarsi di comprendere la specificità della posizione di Anders. Diversi autori hanno saputo cogliere e denunciare l’impreparazione dell’uomo di fronte ai mutamenti produttivi, scientifici, sociali, dunque anche metafisici, unitamente al bisogno di recuperare il gap venutosi a creare: la liberazione dall’alienazione di Marx, il bisogno di un supplemento d’anima di Bergson, la necessità di un pensiero rammemorante di Heidegger, ma persino prima ancora il superamento dell’insufficienza morale rispetto alla tecnica di Plinio il Vecchio nella Storia naturale. Eppure, proprio questi illustri precedenti consentono di individuare appieno la portata di analisi, diagnosi e prognosi andersiane: il problema non è semplicemente né appropriarsi o riappropriarsi del possesso dei mezzi di produzione, né sviluppare una rinnovata spiritualità umanistica o religiosa, né maturare un pensiero alternativo alla razionalità tecnico-strumentale o economico-calcolante, né ancora individuare i fini più giusti per indirizzare i mezzi tecnici.
Il punto pertanto è che non si può più sperare, a livello teoretico come morale, di riuscire a ri-comprendere in un sistema coerente e riappacificante la realtà. Anzi, questo come già ricordato non è mai stato possibile. Proprio questa impossibilità diventa però ora pienamente riconoscibile e assumibile, di modo che il problema si fa al contempo più profondo e più terreno, perché coinvolge dapprincipio – nuovamente – il modo in cui si sente il mondo e ci si sente al mondo: come rendere più elastica la sensibilità per percepire il tremendo senza esserne sovrastati ma anzi trovando la molla per reagire e soprattutto farlo collettivamente?
Insomma, se con Heidegger si potrebbe individuare nel Gestell la cifra della contemporaneità, contro Heidegger non ci si può né appellare a un Dio né limitarsi a seguire il dettato della Gelassenheit ed esercitarsi in un sapiente uso individuale degli strumenti tecnologici, secondo l’esito più coerente di un’«ontologia da calzolaio»; se con i francofortesi si potrebbe sostenere il bisogno di una più incisiva e diffusa reazione collettiva in grado di incidere nei meccanismi della riproduzione sociale, contro i francofortesi non ci si può né appellare a un uso liberatorio della tecnica né sperare che tutto si risolva sostituendo i dominati ai dominanti. Si potrebbe in fondo dire: solo una lucida e vigorosa disperazione può salvare la società.

Conservazione ontologica
Il lettore potrebbe trovarsi in alcuni frangenti a pensare che Cernicchiaro indugi in maniera eccessiva su quanto siano ampi i meriti e l’originalità di Anders e su quanto sia irragionevole il non adeguato riconoscimento del suo apporto al dibattito filosofico contemporaneo; eppure, tale impressione non terrebbe conto del fatto che tale “silenziamento” è un dato di fatto e che è ora di cominciare a restituire ad Anders qualcosa di quanto – in Italia ma non solo – gli è stato non dato, prima ancora di potergli essere tolto. Proprio per questo, c’era bisogno di un’opera come la presente e c’è bisogno di riflessioni che sappiano farsi carico fino in fondo di quanto Anders ha consegnato alla nostra sensibilità prima che alla nostra razionalità.
C’era e c’è dunque bisogno di ricordare la preziosità del pensiero di Anders. C’è bisogno di cominciare sul serio a «comprendere a morte» una vita e un’opera che hanno indicato nel gesto più rivoluzionario possibile a livello sociale, politico, economico e culturale la conservazione ontologica: l’ultima provocazione di Anders, quella forse più difficile da digerire, ma proprio perciò quella più rilevante da accogliere e affrontare. A tale scopo, il lavoro che leggerete comincia a contribuire in maniera seria e profonda.

INDICE

Presentazione
Anders e noi
di Giacomo Pezzano
Profeti di avventura, profeti di sventura
Sfiducia metafisica e disperazione morale
La disperazione come molla
Deformazione e realtà: la parola filosofica
Solo la nostra disperazione può salvarci
Conservazione ontologica

Prologo

Introduzione

UOMO SENZA MONDO
BIOGRAFIA: 1902-1945
Infanzia
Il rapporto coi genitori
Gli anni della prima guerra mondiale
La formazione universitaria
La fuga in Francia e l’inizio dell’esilio
La storia d’amore con Hannah Arendt e le battaglie delle ciliegie
Il lungo esilio negli Stati Uniti d’America

I PRIMI SCRITTI FENOMENOLOGICI

FILOSOFIA DELLA MUSICA

UOMO SENZA MONDO
L’ANTROPOLOGIA NEGATIVA

I SAGGI DI ESTETICA
Rilke
Döblin
Brecht
Beckett
Heartfield
Rodin
Grosz
Broch
Kafka

ANDERS SCRITTORE: LE POESIE, I ROMANZI, LE FAVOLE

ANDERS CONTRO HEIDEGGER
Iconografia

MONDO SENZA UOMO

LA SVOLTA

BIOGRAFIA: 1945-1992
La fine dell’esilio ed il ritorno in Europa
Anders militante:
l’impegno politico contro il nucleare e la guerra del Vietnam
Gli ultimi anni e la polemica contro il pacifismo
Anders e l’ebraismo

L’UOMO È ANTIQUATO
Questioni metodologiche:
rifiuto del sistema, filosofia d’occasione, deformare per constatare
Prima, seconda e terza rivoluzione industriale
Filosofia della tecnica
Il dibattito sulla tecnica nella filosofia del Novecento:
Heidegger e la Scuola di Francoforte
La «vergogna prometeica» (Die Prometheische Scham)
La critica ai mass-media:
«Il mondo come fantasma e come matrice»
(Die Welt als Phantom und Matrize)
La critica al capitalismo
Differenze e analogie con la Scuola di Francoforte
nella critica ai mass-media ed al capitalismo
Filosofia della Bomba: pensare l’inimmaginabile
Alle radici della nostra cecità all’apocalisse:
il «dislivello prometeico» (Das prometheische Gefälle)
ed il «sovraliminale»
Radici storiche della nostra cecità all’apocalisse:
la fede nel progresso, la mancanza del superlativo,
la «medialità», la «schizotopia»

I DIARI FILOSOFICI NEI LUOGHI DELL’ORRORE
Hiroshima e Nagasaki
Auschwitz

LETTERE APERTE AGLI UOMINI-SIMBOLO DELLA NOSTRA ERA
Eatherly
Eichmann

LA CRITICA AL PACIFISMO

UN’ETICA PER L’ERA ATOMICA
Una morale senza fondamento
Vincere il «dislivello prometeico»: la fantasia organo della conoscenza
Ampliamento spazio-temporale della nostra responsabilità
Il coraggio di avere paura
I comandamenti dell’era atomica
La filosofia come comprensione prognostica:
torturare le cose fino a che non confessino
La speranza è antiquata: il «principio disperazione»
Tra il «principio speranza» ed il «principio disperazione»:
Hans Jonas e il «principio responsabilità»
CONCLUSIONE: DIVENTARE CONSERVATORI ONTOLOGICI

Epilogo

Bibliografia

Indice dei nomi

Carmine Fiorillo – Il carro armato di Benigni e i bambini di Terezín. Considerazioni inattuali a margine del film «La vita è bella»

Bencar

mostra_terenzin

VILLACHIARA –  I DISEGNI DI TEREZIN
Mostra tenutasi dal 27 gennaio al 1 febbraio 2009

Fotogramma tratto da "La vita è bella": Giosuè sul Carro armato USAFotogramma tratto da “La vita è bella”: Giosuè sul Carro armato USA

«Affetto e rispetto per un amico di Roberto Benigni, l’italiano più amato negli Stati Uniti» (La Repubblica, 27/4/99). Con queste parole Bill Clinton accoglieva Massimo D’Alema al Summit della NATO, rievocando lo show del comico alla cerimonia di conferimento dei tre Oscar a La vita è bella (e, guarda caso, nessuno a The Truman show): i mass-media americani e i servizi di intelligence USA coglievano nel film una straordinaria occasione per rendere funzionali agli interessi imperiali i messaggi subliminali incuneati nella tessitura narrativa del soggetto firmato da Cerami e Benigni. Si ricordi la chiusa del film: il giovane soldato americano apre la torretta del carro armato americano e saluta Giosuè – nel silenzio del campo di sterminio deserto – con un «Hi Boy! … vieni ti diamo un passaggio». E Giosuè alla madre ritrovata grazie alla posizione “alta” sulla torretta: «Mamma, si torna a casa col carro armato [americano] … abbiamo vinto!».

Sembra proprio che Benigni abbia vinto i tre Oscar piroettando su quello stesso carro armato che nel suo film è equivoco emblema e improbabile – certamente oggi – metafora della “liberazione” e della “vita”. L’italiano «più amato negli Stati Uniti» (ma si sa che Clinton non eccelle in sincerità), ha piegato – forse non cogliendone le implicazioni – alla scena finale del carro armato americano liberatore molte scene del film, a partire dalla scena 38 del Soggetto, che introduce per la prima volta il carro armato come immagine subliminale: un primo stimolo forse troppo debole per essere percepito e immediatamente riconosciuto nel suo tragico significato, ma non tanto debole da non riuscire ad esercitare una qualche influenza sui processi psichici del recettore-spettatore.

Alla scena 38 siamo già in piena guerra, e non è indifferente che un genitore regali al figlioletto «un piccolo carro armato di latta». Per chi scrive La vita è bella è davvero stridente non aver scelto un altro gioco per Giosuè: poteva essere un “piccolo camion”, un “piccolo trattore”, una “macchinina”, ecc. Ma è evidente che il «piccolo carro armato di latta» della scena 38, che ancora nella scena 41 Guido indica al figlioletto come «finto», deve diventare nella scena 53 il «primo premio», un «carro armato vero, nuovo nuovo», e nella scena 82 il «carro armato verde, con la stella bianca degli americani», il carro armato americano con cui «si torna a casa» (scena 83). L’immagine insistita del carro armato è del tutto strumentale ai fini della chiusa, ed è questa la sottile violenza fatta dagli autori al bambino, perché il gioco costruito dal padre Guido-Benigni sull’immagine del carro armato non è il vero gioco di Giosuè (il suo gioco di bambino); e dunque spesso non è contento del “gioco” paterno e chiede, invece del «primo premio», di «andare dalla mamma» accontentandosi della «merenda» al posto del carro armato (scena 53). Il “gioco” paterno è per lui a volte insopportabile e violento: «E poi sono cattivi cattivi, urlano» (scena 53). Ma Guido deve legittimare la durezza e la severità: «Per forza, il premio è grosso, devono essere severi, duri… Il carro armato vero fa gola a tutti».

Sull’analisi psicologica della funzione del gioco nell’infanzia Cerami avrebbe potuto studiarsi almeno i testi di Bruno Bettellheim, uno psicanalista ebreo viennese che fu rinchiuso per un anno nei campi di concentramento di Dachau e di Buchenwald e che poi si dedicò completamente alla psicoterapia dei bambini (cfr. Il prezzo della vita. La psicoanalisi e i campi di concentramento nazisti, Bompiani 1976; Il mondo incantato, Feltrinelli, 1978; ecc.).

A coloro che hanno visto La vita è bella e che vogliano davvero riflettere consigliamo l’attenta lettura del Soggetto edito da Einaudi. Potranno cogliervi, specie nella seconda parte, oltre ad un’equivoca operazione culturale, anche sciatteria di linguaggio e miseria espressiva (si pensi alle ultime battute messe in bocca a Giosuè) appena mascherate dall’indubbia capacità istrionesca del Benigni non a caso dichiarato amico del D’Alema interventista e osannato dallo spergiuro Clinton come «l’italiano più amato negli Stati Uniti», con il suo «carro armato americano»,vessillifero della «guerra umanitaria»: si premi dunque Benigni e La vita è bella, a febbraio. Ad aprile dello stesso anno le bombe “intelligenti” con la stella bianca americana giungono sul territorio della Federazione Jugoslava. A Benigni, considerata la sua enfasi sul «carro armato americano», consigliamo di leggere il romanzo Amatissima, della scrittrice nera americana Toni Morrison (Premio Nobel 1993): sulla prima pagina del volume campeggia la seguente dedica: «Agli oltre sessanta milioni» (il riferimento è alle vittime della schiavitù in America).

Per quanto ci riguarda preferiamo far volare la Colomba della Libertà di Picasso per ricordare altri bambini vittime dell’olocausto: i bambini di Terezín. Terezín: una città fortezza e di frontiera costruita nel 1780 dall’imperatore Giuseppe II e dedicata alla madre Maria Teresa, da cui appunto il nome. Diventò tra il 1942-1944 il «ghetto dell’infanzia». Vi furono rinchiusi circa 15.000 bambini, tra i 7 e i 13 anni. A gruppi furono trasportati ad Auschwitz e qui avvelenati o bruciati nei forni crematori, le loro ceneri disperse. Dei quindicimila ragazzi soltanto un centinaio erano ancora vivi al momento della liberazione da parte delle truppe sovietiche.

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Uomini e donne di straordinaria sensibilità, anch’essi deportati, destinati alla sorveglianza dei ragazzi, in quella allucinante situazione riuscirono a mantenere vivo in essi il senso della vita e della speranza facendoli lavorare e studiare, distribuendo a tutti quel calore umano e affettivo tanto necessari nell’età infantile. È merito loro se oggi possiamo porre alla riflessione di tutti noi le testimonianze di questa incredibile vicenda della storia moderna. 4.000 disegni e 66 poesie ci sono così pervenute, e sono oggi custodite nel Museo Ebraico di Praga. Renzo Vespignani, il grande artista italiano, nel donare un suo dipinto dedicato ai bambini di Terezín, scriveva nel 1982: «Che io dovessi aggiungere qualcosa alla visione di questi martiri-bambini mi sembrò impossibile. Del resto come rinunciare all’onore di legare il mio nome ai loro nomi dimenticati? Ho cercato di ingombrare il foglio il meno possibile; il resto dello spazio l’ho lasciato ai loro dolcissimi, strazianti addii».

La lezione dei bambini, 1942.

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Leggiamo insieme quanto scrivono Cerami-Benigni nel Soggetto.

Scena 38. Giosuè «si tira dietro, con lo spago, un piccolo carro armato di latta» (Benigni-Cerami, La vita è bella, Einaudi, 1998, p. 100). Il suo gioco è interrotto dal richiamo della madre («Lascia il carro armato!», ibidem) che lo aiuta a sedersi sul manubrio della bicicletta. Il bambino dice al padre: «Vai forte, babbo!» e, così dicendo, «lascia cadere il carroarmato» (ibidem).

Scena 41. Guido, davanti alla pasticceria Ghezzi, dice a Giosuè: «Lascia fare … quella torta è finta, è come il tuo carro armato!» (ibidem, p. 103).

Scena 53. Nel Lager Guido cerca di spiegare a Giosuè i termini del gioco che si è inventato per lui: «E chi vince prende il primo premio». «Che si vince babbo?». «… Un carro armato!». «Ce l’ho già il carro armato!», dice Giosuè. E Guido: «Un carro armato vero, nuovo nuovo!». Giosuè si ferma con la bocca aperta: «Vero? … E come si fa ad arrivare primi?» (ibidem, pp. 126-127). Ma Giosuè non è contento di questo gioco e invoca: «Voglio andare dalla mamma! […] E poi sono cattivi cattivi, urlano». E Guido: «Per forza, il premio è grosso, devono essere severi, duri … Il carro armato vero fa gola a tutti». Giosuè: «Non ci credo che si vince un carro armato vero!». Guido: «Ti dico di sì!». Giosuè: «E che bisogna fare? La posso vedere la mamma?». Guido: «Quando finisce il gioco». Giosuè: «E quando finisce?». Guido: «Bisogna arrivare a … mille punti. Chi ci arriva vince il carro armato». Giosuè: «Il carro armato? Non ci credo. (piagnucola) Ce la danno la merenda?» (ibidem, pp. 128-129).

Scena 56. Giosuè è ancora perplesso. Guido: «Che c’è Giosuè, hai giocato con i bambini oggi?». Giosuè: «Sì, ma i bambini non sanno proprio le regole. Hanno detto che non è vero che si vince il carro armato». Guido: «Lo sanno lo sanno. Sono furbi come volpi, non ci cascare. Il carro armato

fa gola a tutti. Non c’è il carro armato, ma scherzi?» (ibidem, p. 141).

Scena 82. «Non c’è più nessuno. […] improvvisamente qualcosa rompe il silenzio. È il rumore sordo di un motore […]: da una strada tra due costruzioni sbuca imponente un enorme carro armato verde, con la stella bianca degli americani. […] I cingoli si bloccano a pochi passi dal bambino […]. La torretta del carro armato si apre e compare un giovane soldato americano, che vede il bambino e sorride. […] Giosuè fissa l’enorme carro armato, che è in moto. Fa un passo avanti: “È vero!”. È pazzo di felicità. […] Carrista: “Sei solo bambino? […] Ti diamo un passaggio …vieni … sali …» (ibidem, pp. 187-188).

Scena 83. «I sopravvissuti del campo stanno camminando verso la strada […] Tra loro si fanno largo i mezzi motorizzati dell’armata americana. Il panorama è visto da sopra il carro armato, che scende giù lentamente… Sul carro, accanto alla torretta, attaccato al carrista americano, c’è Giosuè, eccitato, incantato, che mette in bocca l’ultimo pezzetto di cioccolata. Il carro sorpassa i poveretti […]. D’improvviso il bambino si volta: il carro armato è passato vicino a qualcuno che lui conosce: “Mamma!” […] “Abbiamo vinto! Mille punti! Da schiantare da ridere. Primi! Si torna a casa col carro armato … abbiamo vinto» (ibidem, pp. 188-189).

Tanto per ricordare:

70 anni fa furono i soldati dell’Armata Rossa ad entrare nel campo nazista di Auschwitz e non i carri armati americani.

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