Salvatore Bravo – L’integralismo aziendale ha il volto del diversity management. Vera Libertà è emancipazione dall’utile iscritto nel recinto dell’aziendalizzazione, è autonomia nella comunità liberata dai postulati del plusvalore.

Diversity management:vera libertà

Se esiste chi ti dà la libertà, quella non è libertà.
Perché sia libertà, nessuno te la può dare: devi prenderla tu, tu solo!

José Dolores (Evaristo Marquez, nel film di Gillo Pontecorvo, «Queimada» [1969])

Si può ascoltare l’intero dialogo nelle sequenze del film Queimada, che mostrano la cattura del combattente rivoluzionario José Dolores da parte dell’imperialismo inglese impersonato da William Walker (Marlon Brando), cliccando qui:

Capture of José Dolores


Salvatore Bravo
L’integralismo aziendale ha il volto del diversity management.
Vera libertà è emancipazione dall’utile iscritto nel recinto dell’aziendalizzazione,
è autonomia nella comunità liberata dai postulati del plusvalore
 

Diversity Management
Il dispositivo di inclusione agisce ad ogni livello. Proliferano figure professionali che operano capillarmente nella pancia del sistema. Il controllo è mascherato con la menzogna conosciuta. Si invoca l’inclusione, si applaude all’assimilazione per neutralizzare la possibilità di percorsi alternativi. L’inclusione riporta ogni gruppo umano all’interno del sistema per normalizzarlo ed evirarlo del potenziale rivoluzionario ed emancipativo. Si invoca la democrazia, in realtà si organizzano pratiche di gerarchizzazione verticistica. Il diversity management (gestore delle differenze) è la nuova figura professionale addetta all’inclusione; le aziende private possono usufruire del manager delle differenze al fine di aumentare la produttività. Il gestore delle differenze nelle aziende ha il compito di favorire l’integrazione: è il manager-tutor, la cui presenza denuncia un pregiudizio atavico, ovvero i diversi non hanno capacità decisionali e relazionali autonome, ma – da figli di un dio minore – devono essere accompagnati nell’integrazione aziendale. Il manager deve agire allo scopo di includere per curvare la creatività dei diversi verso la produzione. I “creativi-diversi” devono avere nel manager un punto di riferimento che interviene per evitare conflitti e contradizioni che possano minacciare la capacità competitiva dell’azienda. Il fine è la governance dell’azienda, la produzione rallenta qualora vi siano ostilità striscianti e non. Invece, puntando sulla valorizzazione inclusiva, si incentiva la capacità di competere dell’azienda e il suo successo sul mercato. I diversi sono “notoriamente dei creativi”: anche questo è un pregiudizio, non li si riconosce come “persone”, ma come “creature speciali e divergenti” da usare all’occorenza.
La frontiera dello sfruttamento ha trovato una nuova miniera da cui attingere risorse a basso costo. Soggetti fragili e disponibili alla gratitudine verso coloro che “li accettano e accolgono” facilmente si lasciano usare dal sistema, in quanto non discernono nell’abbaglio di una normalità agognata e mai conosciuta l’uso strumentale che, ancora una volta, si fa di essi. La trappola è palese: usare le differenze per farne la pattuglia di difesa dell’azienda, e spingere l’incluso a dipendere dalla famiglia-azienda fino a richiedere che lavori creativamente, spontaneamente e volontariamente al massimo delle sue possibilità. Il dispositivo di inclusione sterilizza la prospettiva critica di coloro che spinti ai margini con maggiore chiarezza possono elaborare percorsi emancipativi di uscita dal sistema.

Collaborazione produttiva
La relazione comunitaria nella quale i soggetti si confrontano e affrontano per creare il mondo con il logos e con la potenza della parola è sostituita con collaborazione produttiva. Le differenze si trascendono nel comune obiettivo della squadra aziendale: vincere e competere. Sono private della forza plastica creativa per essere orientate verso l’utile. L’inclusione diviene un meccanismo di depauperamento della dialettica dell’esodo dal sistema. Al suo posto vige l’azienda con il diversity management che omogeneizza i comportamenti e gli obiettivi. In tal modo elimina le differenze, le rende secondarie: alla fine della rieducazione i lavoratori sono posti sulla stessa linea di intenzioni e valori. Alla conclusione del percorso non deve restare che l’asservimento al mercato. Le donne, le persone omosessuali, i disabili sono, ancora una volta, umiliati e offesi perché usati dal sistema che ne negava le identità, e che ora, con una torsione ideologica, li utilizza come alfieri nella difesa del mercato che li accoglie, ma chiede loro di rinunciare alle loro identità, di assottigliarle fino a farle vaporare. Le differenze divengono flatus vocis, propaganda neoliberale alla ricerca di consensi e di servi fedeli dinanzi alle sempre più palesi contraddizioni del sistema capitale. Sono oggetto di una gestione psicologica e burocratica, e in tale gestione dall’alto l’autonomia è ceduta all’azienda che con il suo apparato stabilisce strategie, linguaggi e tattiche mediante le quali trasformare i creativi in un’occasione di espansione e consolidamento nel mercato. La valorizzazione delle competenze e delle abilità porta al potenziamento dell’organizzazione, la quale gradualmente diventa un corpo unico in posizione d’attacco. Il diversity management deve valorizzare (e agire su) una serie di differenze classificate in diversità primarie e secondarie, le prime sono:

  • cultural diversity
  • gender diversity
  • ageing diversity
  • disability diversity

Anche le diversità secondarie devono essere valorizzate: il background educativo, l’età, l’esperienza lavorativa, la situazione famigliare. La diversità secondaria è acquisita con l’esperienza esistenziale. Il diversity management è in realtà un supervisore che deve trasformare ogni potenzialità in investimento che produce plusvalore per l’azienda.

Integralismo aziendale
L’integralismo aziendale ha il volto del diversity management il quale ha il compito di sfruttare tutte le componenti dell’azienda e di rappresentare la strategia come “inclusiva” e “positiva”. Deve pubblicizzare la politica di accoglienza aziendale in modo da ottenere consenso sul mercato e vendere il prodotto inclusione come qualsiasi merce, lo scopo è aumentare la produttività del 20 % o 30%. Le persone dal sistema azienda non sono valutate per il loro valore irrepetibile, ma per il successo lavorativo, pertanto possiamo facilmente dedurre che nel caso i creativi non producano secondo le aspettative saranno ricondotti alla loro marginalità. Le aziende, inoltre, con l’inclusione manipolano l’opinione pubblica, si autorappresentano come i trombettieri delle differenze con il sostegno dei media che creano un frame della libertà e dell’inclusione finalizzato a consolidare il neoliberismo e a rimuovere le critiche e le verità che mettono in dubbio la gabbia d’acciaio dell’aziendalismo. Le aziende – per acquisire consensi sul mercato – pubblicizzano l’integrazione, che diviene pubblicità a buon mercato. La precarietà, i morti sul lavoro, l’ineguaglianza sociale e i diritti sociali sono rimossi dall’orizzonte cognitivo della collettività che si limita a ripetere le formule verbali del sistema. L’azienda si fa artefice del rispetto verso i diversi e nel contempo è complice dello sfruttamento delle nazioni in perenne sviluppo economico costretti all’emigrazione. Gli emigrati rientrano nell’operazione di inclusione del diversity management, per cui il mercato neoliberale costruisce una cornice positiva di se stesso da vendere e ciò gli consente di sfruttare e saccheggiare le nazioni che accettano gli investimenti e di precarizzare in patria ogni componente lavorativa. Le differenze sono in questo contesto “risorse umane”, materia prima da convertire in artiglieria nella competizione per l’assalto al mercato. Le diversità vengono annichilite nel loro valore identitario per essere addomesticate nel sistema della produzione e del consumo infinito. Il capitalismo vincerà sempre sin quando il frame di sistema non sarà oggetto di critica e prassi. Per rompere la cornice della propaganda sono indispensabili le domande e la problematizzazione delle parole. Il diversity management è il gestore delle differenze e ciò presuppone un concetto di normalità quale paradigma con cui valutare e definire le alterità; in questo caso la normalità è la forma mentis aziendale, per cui si mette in atto un nuovo tipo di internamento celato da inclusione. Le forme dell’internamento variano nel tempo, ma hanno sempre il compito di dominare per consolidare il presente. Le differenze producono saperi divergenti che vengono assoggettati e normalizzati con l’inclusione. Il dispositivo di normalizzazione mette in atto nuove strategie di internamento difficili da riconoscere, agisce sul linguaggio in modo che le parole non corrispondono all’azione. È necessario che tra le parole e l’esperienza vi sia l’attività di mediazione del logos con il quale smascherare l’inganno del politicamente corretto. Il primo gesto-parola di un resistente è riaprire la catena dei perché con la quale riportare le parole nella concretezza materiale dei processi produttivi e di dominio:

Bisogna dunque riprovare a riaprire la catena dei perché. Questa volta, però, bisogna riaprire questa catena con un altro approccio e con altri destinatari. L’approccio dev’essere molto più radicale, e i destinatari non possono più essere i cosiddetti “militanti”, il “popolo di sinistra”, eccetera. I destinatari sono tutti coloro che vogliono riflettere e comprendere, del tutto indipendentemente da come si collocano (o non si collocano) topologicamente nel teatrino politico. Per chi scrive l’appartenenza è nulla, e la comprensione tutto. Cerchiamo allora di riaprire la catena dei perché partendo da un anello della catena che ci permetta di stringere con sicurezza qualcosa di solido[1]”.

Il primo “perché” da riattivare è il domandarsi il motivo per il quale “i diversi” e “i normali” non possono liberamente ed autonomamente riconfigurare le loro relazioni, ma devono subire la gestione di una figura esterna che deve stabilire i confini e le finalità dell’integrazione. Il potere nella forma dl dominio deve neutralizzare ogni spazio di libertà per riportarlo all’interno della cornice della produttività. L’autonomia può disegnare scenari alternativi, e specialmente, può svelare che “i normali” come “i diversi” sono nel giogo del potere, e quindi per rompere potenziali solidarietà si interviene con figure professionali che posseggono le parole, sono i padroni di saperi aziendali con cui tacitare ogni processo comunitario di consapevolezza. Il secondo “perché” è l’uso della lingua inglese per indicare la professione di “gestore delle differenze”. La lingua non è uno strumento neutro, e l’uso della lingua anglosassone è un atto di vassallaggio verso il capitalismo americano, un atto di sudditanza e di resa senza condizioni che non ha eguali nella storia. La catena dei “perché” potrebbe proseguire assieme alle contraddizioni di un sistema “sensibile verso i diversi”, ma che ha abbassato il livello di sicurezza nell’attività lavorativa in modo speculare alle retribuzioni: la morte sul lavoro è entrata tra le banalità del quotidiano. Si svela con il diversity management la verità che si nasconde dietro il palcoscenico della “sensibilità” verso le differenze: una realtà razzista, classista e cinica che usa ogni mezzo per produrre plusvalore. La gestione delle differenze non è inclusione, ma funzionalizzazione delle stesse, una nuova forma di razzismo, in cui se non si produce secondo gli obbiettivi della dirigenza si è fuori del sistema, e ciò riguarda tutti. In assenza di dialettica ogni “inserimento” è incorporamento coatto imbellettato da lotta contro le disuguaglianze e le discriminazioni.

La libertà è l’emancipazione dall’utile iscritto nel recinto dell’aziendalizzazione, è autonomia identitaria nella comunità liberata dai postulati del plusvalore. Bisogna alzare gli scudi del concetto e della prassi contro i processi di normalizzazione in atto.

Salvatore Bravo

 

[1] Costanzo Preve, Marx e Nietzsche, Petite Plaisance Pistoia, 2004, pag. 6.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Salvatore Bravo – La teoretica di E. Severino rimane in una condizione di indeterminatezza che rende la sua metafisica avulsa da ogni dinamico radicamento storico. Non resta che filtrare dal pensatore de «La Struttura originaria» gli elementi di inquietudine concettuale che possono esserci di ausilio per decodificare il presente.

Emanuele Severino 02
Salvatore Bravo
La teoretica di E. Severino rimane in una condizione di indeterminatezza
che rende la sua metafisica avulsa da ogni dinamico radicamento storico.
Non resta che filtrare dal pensatore de La Struttura originaria
gli elementi di inquietudine concettuale

che possono esserci di ausilio per decodificare il presente

 

Severino nel regno dell’impotenza
La metafisica di Emanuele Severino[1] è stata spesso tacciata di essere astratta ed avulsa dal contesto storico. La curvatura analitica della filosofia degli ultimi decenni impedisce, in realtà, di coglierne lo spessore critico implicito verso la fase avanzata del capitalismo. Emanuele Severino ha problematizzato la volontà di potenza del capitalismo assoluto, ne ha analizzato il fondamento che ne spiega gli automatismi sociali, psicologici ed economici. La hýbris è la verità tragica e terribile dell’onnipotenza della tecnica alleata del capitale. Il capitalismo assoluto è mosso dalla volontà di potenza e di annientamento della vita, in quanto ha assunto “il divenire” nelle sue forme polisemantiche quale dogma indiscutibile. Il divenire palesa la fragilità dell’essere umano esposto alla morte ed al pericolo della nullificazione. La paura di essere “niente”, di venire dal nulla e di ritornarne al nulla comporta il potenziamento della tecnica con la quale si cerca di neutralizzare il pericolo. In tale contesto il fine arretra fino a scomparire per lasciare il posto all’idolatria della tecnica e dei mezzi. Volontà, tecnica e capitalismo sono un corpo unico che si autoalimentano; la volontà di potenza è tecnica che diviene accumulo di capitale e vuole solo se stessa in un crescendo antisociale segnato dal tremendum. La società della paura partorisce mostri. Pertanto lo strumentalismo tecnico è la risposta all’ontologica paura che accompagna la vita umana. La paura in un crescendo senza limiti si trasforma in terrore. La tecnica con il suo potere è la risposta all’accelerazione della storia che liquida il passato senza prospettare il futuro. Si resta, in tal maniera, in un presente sospeso e, dunque, ci si consegna alla tecnica che assume una prospettiva soteriologica. Il regno dell’impotenza rafforza l’uso e l’abuso della tecnica in una spirale muscolare che cela l’impotenza dinanzi al divenire. La grande paura del divenire è da smascherare come “semplice apparenza destinale”, nel cui abbaglio si consolida la spirale di violenza, la filosofia ha il compito di liberare dalla paura, di rispecchiare il disvelamento destinale dell’essere negli essenti:

 

“Evitare che il fine ostacoli e indebolisca il mezzo significa assumere il mezzo come scopo primario, cioè subordinare ad esso ciò che inizialmente ci si proponeva come scopo. Le grandi forze della tradizione occidentale si illudono dunque di servirsi della tecnica per realizzare i loro scopi: la potenza della tecnica è diventata in effetti, o ha già incominciato a diventare, il loro scopo fondamentale e primario. E tale potenza – che è lo scopo che la tecnica possiede per se stessa, indipendentemente da quelli che le si vorrebbero far assumere dall’esterno – non è qualcosa di statico, ma è indefinito potenziamento, incremento indefinito della capacita di realizzare scopi. Questo infinito incremento è ormai, o ha già incominciato ad essere, il supremo scopo planetario[2]”.

 

Divenire e principio di non contraddizione
La filosofia di Severino è, dunque, la risposta alla grande paura mediante la metafisica dell’essere. Per neutralizzare il “male” nei suoi fondamenti pone in discussione il principio su cui si fonda il divenire: il principio di contraddizione. Esso si nega nel suo porsi, poiché implica e giustifica l’assurda opposizione tra essere e nulla su cui si fonda il divenire. Il principio di non contraddizione, invece, deve indicare l’opposizione della parte con il tutto, o l’opposizione tra gli essenti nel loro apparire. Il divenire dev’essere sostituito con l’apparire e lo scomparire degli essenti, questi ultimi sono eterni: ogni attimo, ogni gesto è eterno, poiché ciò che c’è non può diventare nulla, in quanto è iscritto nell’essere degli essenti la loro eternità. L’iperparmenideo Severino dimostra che l’essente non può diventare nulla, perché è. Se ogni ente è già nell’essere, non può tornare nel nulla. L’essente appare e scompare dall’orizzonte di visibilità della coscienza, ma prima e dopo il suo apparire non era nulla, bensì semplicemente era in un altro apparire. Il concetto di essere ha nel suo grembo, quindi, la negazione del nulla: logicamente ed ontologicamente ciò che è non può che essere eterno (gli eterni):

 

“L’aporia dell’essere del nulla è risolta col rilevare che il principio di non contraddizione non afferma la non esistenza del significato autocontraddittorio [ossia la contraddizione in cui consiste il significato nulla] ma afferma che «nulla» non significa «essere» […]. Il non essere, che nella formulazione del principio di non contraddizione compare come negazione dell’essere, è appunto il non essere che vale come momento del non essere, inteso come significato autocontraddittorio. [Dunque], certamente il nulla è; ma non nel senso che «nulla» significhi «essere»: in questo senso, il nulla non è, e l’essere è – ed è questo non essere del nulla ed essere dell’essere, che viene affermato dal principio di non contraddizione[3]”.

 Il principio di non contraddizione in Aristotele è l’espressione più vera del destino dell’Occidente planetario: è il regno del “niente” e del “nichilismo”, poiché il divenire con il terrore che esso comporta ha colonizzato l’intero pianeta. La tecnica da salvezza utopica è diventata distopia distruttrice che annichilisce e nientifica. Ciò che avrebbe dovuto scongiurare è di conseguenza pienamente realizzato. La globalizzazione della tecnica alleata con l’economicismo ha moltiplicato il terrore con i suoi effetti, la sopravvivenza del pianeta è minacciata, per cui la cura si è mostrata peggiore del male che avrebbe dovuto curare:

 

“L’Occidente è la civiltà che cresce all’interno dell’orizzonte aperto dal senso che il pensiero greco assegna l’essere-cosa delle cose. Questo senso unifica progressivamente, e ormai interamente la molteplicità sterminata degli eventi che chiamiamo «storia dell’Occidente», e domina ormai su tutta la terra: l’intera storia dell’Oriente è così diventata anch’essa preistoria dell’Occidente. Da tempo i miei scritti indicano il senso occidentale – e ormai planetario – della cosa: la cosa (una cosa, ogni cosa) è, in quanto cosa, niente; il non-niente (un, ogni non-niente) è, in quanto non-niente, niente. La persuasione che l’ente sia niente è il nichilismo. In tal senso abissalmente diverso da quello d Nietzsche e Heidegger, il nichilismo è l’essenza dell’Occidente[4]”.

La paura è il sentimento analizzato da Heidegger in Essere e tempo, in Severino come in Heidegger la paura (Furcht) e l’angoscia (Angst) divengono condizione ontologica ed esistenziale, sono astratti dalla condizione materiale storica con l’effetto di non essere spiegati nella loro genealogia immanente legata ai processi produttivi.

 

Limiti della metafisica in Severino
Severino indica il problema, ma non lo traduce in conflittualità sociale. Addita nella tecnica, similmente ad Heidegger, un destino da trascendere mediante la ridefinizione ineluttabile dei fondamenti della civiltà. L’essere umano è il custode del destino della metafisica, ma si limita a rispecchiare l’apparire dell’essere, a costatare il destinale apparire degli essenti, anziché la propria e la loro nullificazione. Il fondamento veritativo (l’essere degli essenti) è sfuggente ed indefinibile, in quanto Severino esclude che sia Dio, ma non lo configura in senso positivo. Il presunto fondamento si presta ad un prospettivismo interpretativo che ripropone il nulla in modo altro. I grandi passaggi della storia sono segnati dallo svelarsi dell’essere, l’esser umano deve solo “rispecchiare” l’accadere

 

“Gli eventi improvvisi non hanno radici e quindi scompaiono altrettanto rapidamente di come sono venuti. Ma gli eventi improvvisi, proprio perché tali, sono i più percepibili. Di essi chiunque può dire, e a buon diritto, che “assiste” alla loro comparsa e alla loro scomparsa. I grandi eventi, preparati da lungo tempo e non improvvisi, sono quindi i meno percepibili. Gli spettatori che assistono al loro farsi avanti sono quindi molto pochi. Chi direbbe, guardando il sole nelle prime ore del pomeriggio, che il suo declino ver.so occidente e già incominciato? Ben pochi. ma senz’altro l’astronomo. Lui sì sta “assistendo” all’inizio del tramonto. L’astronomo parla così in relazione auna certa struttura concettuale notevolmente complessa. Anche nel mio libro, a sua volta, si parla di declino del capitalismo in relazione a una certa struttura concettuale notevolmente complessa (che però ed era prevedibile – nulla ha a che vedere con il pensiero di Marx)[5]”.

 

La metafora astronomica utilizzata da Emanuele Severino non è casuale, ma svela la passività con cui l’essere umano deve attendere ed adeguarsi alla manifestazione dell’essere. L’emancipazione è privata del fondamento umano e storico e proiettata nel destino dell’essere che diviene il vero protagonista della storia. L’essere coniuga essenza ed esistenza nella totalità degli essenti, è nella storia e ne determina gli eventi. La libertà è sostituita da una rassicurante necessità. Si opera una scissione tra teoria e prassi con esiti che favoriscono il consolidamento dell’economicismo scientista. Il pericolo dell’astratto è insito nel rifiuto di analizzare le responsabilità politiche, sociali e materiali della condizione attuale. La filosofia di Severino è per tutti e per nessuno, non vi è un soggetto materiale e concreto a cui si rivolge, pertanto la prassi è sostituita dal destino. Il capitalismo cadrà a causa del potenziamento automatico della potenza tecnica, la quale dissolverà la scarsità che spinge alla produzione. Le macchine, nel loro vorticoso affinamento tecnico, produrranno un’infinita quantità di merci che risolveranno la scarsità. Le responsabilità umane si obliano dietro le ferree leggi sovraumane, si proietta nell’alto dei cieli il positivismo tecnocratico che si critica in terra: il determinismo regna sovrano. Non sono indicati i soggetti che dovrebbero operare per trasformare il divenire in apparire. Pertanto ricade in una forma di impotenza teoretica senza prassi e progetto. Il logos in Severino deve appurare l’apparire e lo scomparire degli essenti. Cade la sua funzione principale, ovvero la capacità di misurare e di porre fini oggettivi. L’emancipazione consiste nel liberarsi del Dio tradizionale che stabilisce l’essere e il nulla degli essenti, mentre per Severino tutti gli esenti sono eterni, non vi è un essente privilegiato in cui essenza ed esistenza coincidono:

 

“Ogni ente è eterno. Quindi è eterno anche quell’ente che è lo stesso accadere dell’ente […]. L’ente che accade […] e il suo accadimento è un eterno; quindi è necessario che l’ente accada. Nemmeno la sintesi tra l’ente che accade e il suo accadere può non essere (ossia esser niente)[6]”.

Si potrebbe intravedere nell’eternità di tutti gli essenti un principio di uguaglianza da tradurre in equa distribuzione dei beni materiali ed immateriali e superamento delle logiche padronali con il ritrarsi del Dio signore e padrone, ma Severino non conduce il suo sistema metafisico verso la prassi. La filosofia e la politica, la teoria e la prassi sono rescisse, si ricade nella filosofia dell’impotenza, in un “nichilismo onto-metafisico”.

 

Filosofia e prassi
Riportare la Filosofia alla sua verità significa sottrarsi alla frammentazione specialistica per ridisporsi verso la verità:

 

“la filosofia da città è diventata radura, e le vie che la collegano alle circostanti regioni sono ormai autostrade[7]”.

La filosofia, prima che si disperdesse in innumerevoli specializzazioni, era attività politica. Non è un caso che nel testo riportato Severino la paragoni ad una città; essa ha avuto origine nella polis, dove la parola dialogante fondava la politica sull’universale condiviso, sulla verità che, in tal modo, fondava la politica comunitaria in un orizzonte di senso mediante il “katà métron”. Severino rifiuta la tradizione metafisica greca e cristiana, in quanto si fondano sul principio di non contraddizione e nel divenire, e di fatto recide il legame con la tradizione filosofica. La teoretica di Severino resta in una condizione di indeterminatezza che rende la sua metafisica avulsa da ogni dinamico radicamento storico e dunque rischia un asfittico isolamento intellettuale indebolendone, come rileva Luca Grecchi, il piano ontologico:

 

“L’assenza di una precisa statuizione del fondamento ha condotto anche il pensiero di Severino ad una certa indeterminatezza, nonché all’assenza di un conseguente piano assiologico. Il nostro autore ha infatti dichiarato false tutte le strutture morali derivate dalla grande metafisica greca e cristiana, poiché la stessa metafisica è da lui considerata falsa, «identificando l’essere al niente». Il piano assiologico – umanistico e pertanto non vero – è dunque escluso dall’analisi di Severino[8].

Non resta che filtrare dal pensatore de La Struttura originaria (1958) gli elementi di inquietudine concettuale che possono esserci di ausilio per decodificare il presente. Severino ripone al centro la totalità e l’arte di porre domande profonde senza le quali non vi è futuro e non vi è passato, per cui le domande che si levano devono essere accolte. E, come avviene nella storia della filosofia, ci invitano ad altre risposte e soluzioni. Ma senza l’incipit della domanda nulla può iniziare. I percorsi per uscire dal “sentiero della notte” sono plurali. Per poter avviare l’esodo nessuna domanda e nessun ipotetico percorso dev’essere respinto, ma vagliato con il logos, ogni respingimento preconcetto ci riporta nel “sentiero della notte”.

Salvatore Bravo

[1] Emanuele Severino (Brescia, 26 febbraio 1929 – Brescia, 17 gennaio 2020). 

[2] Emanuele Severino, Il destino della tecnica, Rizzoli, Milano 2009, pp. 8-9.

[3] Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981, p. 215.

[4] Emanuele Severino, ἀλήθεια in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 415.

[5] Antonio Sabatucci, Emanuele Severino: la morte del capitalismo, p. 16

[6] Emanuele Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1980, p. 97.

[7] Emanuele Severino, La filosofia contemporanea, Milano 1986, p. 5.

[8] Luca Grecchi, Nel pensiero di Emanuele Severino, Petite Plaisance, Pistoia 2005, p. 88


Luca Grecchi, Nel pensiero filosofico di Emanuele Severino.

ISBN 978-88-7588-092-7, 2005, pp. 176, formato 140×210 mm., Euro 15 – Collana “Il giogo” [4].
In copertina: Auguste Rodin, La Pensée. 1886, marmo, h. cm. 74. Musée d’Orsay.

indicepresentazioneautoresintesiinvito alla lettura


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Salvatore Bravo – «Forsan et haec olim meminisse iuvabit». Illuminismo meridionale, plebe ed emancipazione, limite e democrazia nella Costituzione del 1799. Eleonora Pimental de Fonseca, Francesco Mario Pagano, Gaetano Filangeri.

Eleonora de Fonseca Pimental - Francesco Mario Pagano-Gaetano Filangeri

Salvatore Bravo

«Forsan et haec olim meminisse iuvabit»

Illuminismo meridionale, plebe ed emancipazione, limite e democrazia nella Costituzione del 1799

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Illuminismo meridionale
L’Illuminismo meridionale non è presente nei manuali di storia della filosofia, nelle accademie le ricerche sull’Illuminismo si limitano, in genere, gli studi agli autori noti. Gli autori meridionali compaiono solo in casi eccezionali ed all’interno di circoli accademici di nicchia. Il loro oblio ci racconta della sconfitta della la Repubblica del 1799 e della vittoria piemontese sull’Italia meridionale. Per dominare un popolo è necessario privarlo della sua memoria storica e della sua identità, non è necessario eliminarlo biologicamente.
Ma la modernità e la contemporaneità hanno sviluppato innumerevoli dispositivi di sterminio. La scomparsa di una tradizione culturale trasforma i popoli in plebe, in massa informe che attende dal dominatore una nuova anima che funge da falsa identità. Il dominatore “trasmette”, in modo unidirezionale, la sua storia, rade al suolo la storia degli sconfitti e si assicura la loro perpetua sudditanza. Le parole del popolo divengono le parole dei vincitori, gli autori con cui si “pensa e progetta” la storia sono le parole dei colonizzatori. Per i popoli meridionali così è stato. Ai piemontesi ora si sostituisce il dominio anglosassone. Pertanto la lingua ed i valori appartengono ad altri, sono imitate le parole come i comportamenti, mentre i luoghi della memoria divengono mercati per i nuovi potentati. I domini si stratificano ed affondano la memoria. I popoli divengono plebe sviluppando una percezione distorta ed aggressiva di sé. Il vuoto intuito e la violenza perenne dei dominatori si trasformano in identità posticce ed esteriori: il nulla identitario è sostituito con l’eccesso e l’aspirazione collettiva alla privatizzazione di ogni gesto ed allo smantellamento del senso pubblico, fino a sottrarsi ad ogni vincolo etico e comunitario. Nel caos dell’illimitatezza i popoli divengono masse tracotanti che compensano l’incapacità di tracciare il proprio destino con la disarmonia etica ed estetica: dal tessuto urbano all’abbigliamento vi è una struttura comune, ovvero l’occupazione aggressiva di ogni spazio al fine di marcare una presenza per occultare la sconfitta politica con l’esteriorità aggressiva. Le parole sono dette con l’angloitaliano che annichilisce non solo i dialetti, ma anche la lingua italiana. Il dispositivo di dominio ha lo scopo palese di trasformare i popoli in plebi precarie, e tale azione diviene più semplice con i popoli che hanno già subito violenze e mutilazioni identitarie.

Plebe ed emancipazione
La plebe non solo non è un soggetto politico, ma specialmente non ha valori linguistici e religiosi di cui si sente parte. È una massa esposta alle tragedie della storia, e si adatta. Ma, mentre si abbandona al nuovo dominatore a cui chiede identità e storia, diviene servile come i “lazzari napoletani”. La plebe non ha concetto, ma spera nell’obolo del nuovo vincitore. L’Italia meridionale è oggi l’espressione compiuta della condizione plebea, è l’archetipo dei popoli privati della loro anima collettiva e sostituita con i miti e gli incanti anglosassoni: i dialetti arretrano, la religione è in abbandono, la politica è sfregiata del suo senso dai nuovi sceriffi della legge, dall’invocazione impotente agli uomini forti che devono guidare il gregge verso un futuro che non c’è, ma si connota come l’ennesimo saccheggio delle risorse materiali e spirituali.
Ricordare l’Illuminismo meridionale significa riannodare i fili di una memoria spezzata da altri, perché il dominio si configura con la violenza della frantumazione dello spazio e del tempo. Nell’Illuminismo meridionale la differenza tra popolo e plebe non è soltanto delineata, ma specialmente si pone il problema di come trasformare le plebi in popoli. Eleonora Pimental de Fonseca[1] si impegnò nel coinvolgere la popolazione nella politica con il Monitore, il cui motto era “Far diventare la plebe popolo”. Francesco Mario Pagano[2] scrive i Saggi politici (1783 1785) e stese la Costituzione del 1799, mentre Gaetano Filangieri[3] delinea il concetto di felicità individuale mai scisso dal destino della comunità. Il popolo diventa plebe nella passività e specialmente nella rinuncia alla ricerca della felicità personale la quale è servizio alla comunità: la felicità di ordine acquisitivo è plebea, perché la soggettività è consegnata al disincanto delle merci. La Costituzione americana (17 settembre 1787) riporta il diritto alla felicità attraverso l’opera giuridico-filosofica di Gaetano Filangieri.

Limite e democrazia nella Costituzione del 1799
L’ostentazione della ricchezza è oggetto di censura nella Costituzione del 1799, coloro che usano il potere del denaro per offendere l’altrui condizione, e dunque si affermano sull’infelicità altrui, sono oggetto di una censura politica ed educativa. L’illimitatezza è il privato che assimila il pubblico, pertanto è nemico della cittadinanza. Nella Costituzione del 1799 vi è una parte che ha titolo Censura e, nell’articolo 314, si condannano con la censura gli eccessi: non si può essere cittadini senza il senso della misura. Per Pagano l’essere umano ha una sua natura etica, pertanto i diritti devono essere controbilanciati dai doveri. Il senso del limite restituisce dignità all’essere umano, il quale ha una natura etica che gli consente di razionalizzare i comportamenti. Pagano censura l’individualismo che rompe la comunità ed innesca processi di competizione che la disintegra dal suo interno. La costituzione del 1799 condanna l’individualismo in modo da favorire la coesione comunitaria nella quale si consolida la comunicazione e la maieutica. Non a caso gli articoli 398-399, nel Titolo XV, affermano la libertà di espressione come fondamentale per la Repubblica. La libertà di espressione dev’essere supportata da un contesto educato all’ascolto ed al contraddittorio, pertanto l’educazione al limite è la condizione per la comunicazione e la partecipazione politica. La cultura del diritto e del dialogo sono il centro della ricerca giuridica e filosofica di Pagano, il quale risponde al pericolo dei corsi e ricorsi storici vichiani con la cultura del diritto. Per Pagano il ritorno alla barbarie è scongiurato se i popoli non subiscono il diritto, ma partecipano vivamente alla sua elaborazione. L’Illuminismo meridionale dinanzi all’imbarbarimento dei costumi e del linguaggio ci indica un percorso per uscire dalla violenza della passività: il diritto alla cittadinanza partecipata e consapevole. L’alternativa non può che condurre all’anarchia della sregolatezza e all’infelicità generale. In un momento storico in cui si vaccinano i giovani inducendoli a tale operazione non con l’informazione, ma mediante “rave” organizzati nei “centri di vaccinazioni”, si può affermare che la barbarie è tra di noi. I giovani sono trattati come plebi, panem et circenses, in questo caso il panem è sostituito dal vaccino. Il paese dei balocchi si fonde con il biopotere producendo una barbarie unica nella storia: l’informazione ed il contraddittorio sono sostituiti con la musica assordante. La parola maieutica è sostituita con la propaganda, si trattano le nuove generazioni come sudditi da portare nel paese dei balocchi. Si celano gli interessi economici e si accompagnano le nuove generazioni al pascolo della barbarie: la scelta consapevole è sostituita con la musica e ciò rammenta altri periodi storici.

L’Illuminismo meridionale ha posto per primo, e fortemente, la differenza tra plebe e popolo. Ora che i popoli sono indotti dai nuovi piffererai verso l’abisso della plebe, dimostra la sua attualità e la necessità di ripensare il presente con il passato. Senza la tensione concettuale tra il presente ed il passato non vi è futuro, ma solo la sussunzione distruttiva. Forsan et haec olim meminisse iuvabit [“Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose”] (Virgilio, Eneide, I, 203), il verso virgiliano con cui la Pimental si avviò al patibolo risuona ancora, ma ancora non è ascoltato. Gli illuministi meridionali restano testimoni eroici che attendono di essere ripensati. Le parole di Mario Francesco Pagano, il Platone napoletano, nella Costituzione del 1799 risuonano, oggi: sono vere e lontane:

«La libertà è la facoltà dell’Uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche, come gli piace, colla sola limitazione di non impedire agli altri di far lo stesso. Contro l’oppressione ogni Uomo ha il dritto d’insorgere, il Popolo ha diritto di insorgere, ma quando diciamo Popolo, intendiamo parlare di quel Popolo che sia rischiarato ne’ suoi veri interessi, e non già d’una plebe assopita nell’ignoranza, e degradata nella schiavitù, non già della cancrenosa parte aristocratica. L’uno e l’altro estremo sono de’ morbosi tumori del corpo sociale, che ne corrompono la sanità».

Salvatore Bravo

[1] Eleonora Pimental de Fonseca (Roma, 13 gennaio 1752– Napoli, 20 agosto 1799).

[2] Francesco Mario Pagano (Brienza, 8 dicembre 1748 – Napoli, 29 ottobre 1799). 

[3] Gaetano Filangieri (San Sebastiano al Vesuvio, 22 agosto 1753 – Vico Equense, 21 luglio 1788).

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Salvatore Bravo – “Novel food”: la nuova frontiera del mutamento antropologico

Novel food

Salvatore Bravo

“Novel food”: la nuova frontiera del mutamento antropologico

 

Novel food
L’uomo è ciò che mangia scrive Feuerbach in Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia, “Der Mensch ist was er isst” deriva dall’assonanza tra “ist” (terza persona singolare del verbo “sein”, “essere”) e “isst” (terza persona singolare del verbo “essen”, “mangiare”), con tale gioco di parole il filosofo comunica la relazione tra alimentazione e spirito. Il cibo condiziona lo spirito, perché il corpo e il sangue non sono semplici meccanismi, ma l’alimentazione configura l’attività del corpo vissuto che diviene spirito in una relazione circolare. Ogni gesto e comportamento vive nel corpo vissuto determinandone la sostanza. Lo spirito si magnifica nella vita, ascende o discende dalle sue possibilità di sviluppo in relazione all’aria che respira, all’ambiente in cui si muove, al cibo di cui si nutre, alle relazione che sostiene con ogni componente che lo tiene in vita. Il cibo non è solo energia, per un essere umano è veicolo di storia e comunità. La rivoluzione antropologica in atto ha lo scopo di “diminuire” e “diluire” l’umanità per renderla oggetto di dominio. La disumanizzazione contamina ogni spazio ed attività vitale per determinare una metamorfosi irreversibile. “Novel food” è la nuova frontiera che concorrerà al cambiamento antropologico che si aggiunge all’atomismo sociale, all’idolatria dell’economia e della scienza asservita alla stessa fino alla mutazione della lingua e dei linguaggi secondo le indicazioni dei signori della globalizzazione. Nessuna identità deve sopravvivere al rullo compressore della globalizzazione. Lo sradicamento dev’essere totale per condurre i popoli all’ateismo: la verità e l’universale devono essere rimossi dal linguaggio comune, devono scomparire dall’orizzonte dei significati per essere sostituiti dalle identità liquide e dallo scetticismo depressivo. L’attacco alle culture dell’alimentazione non è neutro, ma essenziale nello logica del nichilismo. L’unità europea ha decretato la possibilità e legittimità di cibarsi di insetti in nome della transizione verde con il regolamento 2015/2283 del 25 novembre 2015 entrato in vigore il primo gennaio 2018. Nessuna discussione sulle possibili alternative, nessun contradittorio, come ormai accade da decenni. Gli ordini giungono senza volto e senza dialettica: si prescrive il cambiamento nella quiescenza generale. L’alimentazione tramite gli insetti ha l’effetto di sradicare la cultura della terra, della trasformazione dei prodotti agricoli a cui è associata la cultura umanistica e della convivialità. Non è secondario in tale prospettiva inaugurare un nuovo mercato intonso, il capitalismo assoluto in affanno è alla perenne ricerca di nuove possibilità di espansione e ciò non può che avvenire nell’ottica di una falsa rivoluzione: in Francia, Belgio ed Olanda il mercato degli “insettivori” è fiorente e in ascesa, pertanto ci dobbiamo omogeneizzare alla nouvelle cuisine come se non avessimo storia e cultura alimentare. L’essere umano del futuro nella sua furia green dovrà nutrirsi di insetti proteici a basso costo. Si può immaginare, in primis, che il cibo tradizionale non scomparirà, ma sarà per pochi privilegiati, mentre le masse plebeizzate dovranno nutrirsi di insetti: la colpa demografica dev’essere pagata con il cambio di abitudini, con la dimenticanza della cultura alimentare di appartenenza. Il nuovo essere umano plebeizzato nel cibo e nello spirito guarderà agli insetti come ad un valore da acquisire per la sua alimentazione. Lo sguardo rapace si allargherà fino ad osservare gli insetti come fonte di energia, anche gli esseri più minuscoli saranno percepiti nell’ottica della trasformazione acquisitiva ed alimentare, nulla deve sfuggire allo sfruttamento e al plusvalore. La vita minuscola o grande che sia sarà categorizzata all’interno della sola logica acquisitiva e del mercato. L’unione europea solletica le nuove generazioni a non avere pregiudizi, ma ad adattarsi al nuovo corso alimentare. Cambieranno le estetiche e le percezioni sensoriali, il nuovo regime alimentare comporterà una serie di effetti volutamente rimossi. Come guarderemo e vivremo gli antichi ed i nostri genitori? Naturalmente come estranei e stranieri appartenenti ad una superata era umana. L’alimentazione non è solo cibo, ma spirito che ci unisce agli avi da cui abbiamo ereditato tecniche agricole e valori a cui sono associate culture comunitarie. La trasmissione di una tradizione non è cadaverica, ma plastica, si pensa e si crea all’interno di un legame che umanizza. La rivoluzione alimentare spezzerà ogni linea di contiguità e continuità nel tempo. L’identità liquida fino ad evaporare non si costruisce solo con l’annichilimento delle identità linguistiche, culturali e di genere, ma anche e specialmente mediante il cibo quest’ultimo è un gesto che si ripete più volte al giorno, per cui attraverso la nuova alimentazione deve passare il messaggio che il passato è un “Medioevo” da sotterrare con le nuove abitudini decise dalle oligarchie imperanti. La possibilità di sostituire la carne con i legumi è esclusa a priori, vi è un disegno di ridefinizione dell’essere umano da parte di un nuovo e tragico illuminismo che ha sostituito la razionalità critica con il dogmatismo economicistico e crematistico.


 

Senza alternative, solo obbedienza
Lo sfruttamento e l’inquinamento possono essere ampiamente limitati con un’agricoltura della decrescita, in cui l’agri-sfruttatore sia sostituito dal contadino che applica tecniche agricole tradizionali ed innovative a basso impatto ambientale. Non secondario è educare ad un diverso rapporto con il cibo e con le merci in genere, non sprecare, ma consumare in modo consapevole è una possibilità esclusa a priori, in quanto bisogna allevare in serie generazioni di sfruttatori e consumatori senza alternativa. Il problema autentico che non si vuole risolvere è il produttivismo e l’ingiusta distribuzione delle risorse. Per non riformare il sistema si è disposti a spingere i popoli e i meno abbienti a nutrirsi di insetti prodotti e venduti da coloro che continueranno a nutrirsi di cibo tradizionale. Il cibo per censo è la nuova frontiera dell’ordoliberismo europeo. La cementificazione avanza, il deserto da metafora filosofica diviene verità quotidiana, e dinanzi ad un disastro che potrebbe essere irreversibile la soluzione è “cibo per tutti a base di insetti”. Il paradigma del capitale deve restare invariato, ed affinché ciò sia ed avvenga ogni cambiamento è sostenuto e giustificato senza la mediazione della ragione dialettica. Il fine ultimo dietro la cortina fumosa delle parole è plebeizzare le masse, purché il mercato viva, addomesticarle alla passività, indurle in nome del progresso a rinunciare alla propria storia, globalizzarsi nel cibo come in ogni abitudine e scelta. Tale obiettivo ha lo scopo di debilitare le identità, senza di esse l’umanità non è che materiale terroso tra le mani del Prometeo furioso delle nuove oligarchie. Nel silenzio siderale del “nuovo che avanza” ogni parola veicolo di pensiero, ogni gesto consapevole di resistenza è prassi preziosa di difesa dell’umano contro l’ateismo programmato del sistema. I consumatori non sono ancora del tutto sudditi, ma cittadini che con le loro scelte determinano il futuro, ancora una volta “il nuovo avanza” non in modo neutro, sono i popoli a determinare con la loro obbedienza ed indifferenza la rivoluzione in atto, pertanto come ci ha insegnato Vico la storia è posta dall’umanità, pertanto sarà la scelta dei popoli l’ultima parola sulle trasformazioni in atto. La vera rivoluzione è nel comprendere, in primis, che se ognuno agisce per togliere la propria minuscola castagna dal fuoco l’incendio divamperà e travolgerà carnefici e vittime legati dal vincolo sottile di un’ambigua complicità. L’agricoltore in questa fase può essere protagonista della storia, se torna ad avere il controllo sulla produzione e a disinvestire sullo sfruttamento della terra. L’agricoltura vive in modo più immediato e diretto lo sfruttamento delle multinazionale e la desertificazione umana e morfologica: il cemento avanza dalle città in decrescita demografica verso le campagne annichilendole e sfruttandole. Ogni gesto personale è determinante per una svolta etica e politica, perché è molto di più di un gesto, esso si integra con la prassi critica di molti e diventa testimonianza da cui può sorgere un nuovo inizio, è solo potenzialità, ma la storia si gioca sulla fiducia nell’impossibile.

Salvatore Bravo

 


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Salvatore Bravo – il titanismo femminista della maternità di Naomi Campbell simboleggia il trionfo della tecnica (Gestell) come ir-razionalità calcolante.

Naomi Campbell mamma!

Nell’annuncio sui social non ha specificato il nome o quando è nata la bambina. La supermodella in passato aveva parlato a lungo sul suo desiderio di diventare mamma: nel 2014 aveva confidato alla stilista Diane von Furstenberg che “pensava tutto il tempo di avere bambini, a prescindere dell’essere o non essere in una relazione con un partner. Aveva poi detto tre anni dopo alla rivista dell'”Evening Standard” che “grazie alla scienza, pensava ora di poterlo fare quando avrebbe voluto“. (ANSA).


Salvatore Bravo

il titanismo femminista della maternità di Naomi Campbell
simboleggia il trionfo della tecnica (Gestell) come ir-razionalità calcolante


Naomi Campbell è diventata madre a 51 anni. L’annuncio sui social: i media esaltano la scelta di essere madre nella maturità e la discrezione con cui la modella ha curato la nascita “che annunciano”. Nessuna riflessione è stata svolta, non contro la persona, ma su una tendenza ormai consolidata e sempre sostenuta dal neo-femminismo liberale. La maternità in età avanzata è esaltata come una nuova conquista, un nuovo diritto del neoliberismo alleato con le tecnologie. Si occultano i dati essenziali. La maternità senza padre avvenuta molto probabilmente con le tecniche di riproduzione, in questo caso, è il segno di un nuovo individualismo, mai apparso nella storia umana, in cui la nascita appartiene all’individuo e non alla coppia. Si nega la natura duale della nascita in nome di un diritto che ha il sapore di altro. Il diritto è della sola madre, il figlio non ha diritto ad un padre e ad una madre, ma nasce nel taglio di un desiderio solitario consolidato dal potere economico e dal successo. Il destino del figlio è consegnato alla classe sociale del desiderante. L’età avanzata espone la madre, in questo caso, al rischio potenziale di non poter accudire per motivi di salute il figlio in futuro, ma a tale contingenza compensa la ricchezza della stessa. La possibilità di vivere la seconda giovinezza in un’età in cui le persone comuni già si orientano verso la vecchiaia, pensando alla futura pensione e a quello che sarà, denota l’appartenenza della modella ad un mondo di dèi e dee irraggiungibili. I media occultano, dunque, la verità di fondo che la maternità avanzata è “diritto” per censo e non altro. Le altre donne, invece, hanno un tasso di natalità basso per la precarietà lavorativa e per la violenza della cultura individualista imperante: sono spinte alla carriera, che spesso presuppone uno sfruttamento legalizzato, la speranza di un lavoro stabile e di un avanzamento comportano con gli anni la rinuncia alla generazione, ad una vita affettiva e comunitaria. Lo stesso modello di vita diventa a seconda del censo privilegio per alcune e per altre/altri semplice rinuncia che si rivela con gli anni ad una vita indegna di essere vissuta: naufragano in un mondo di cose e di illusioni e la libertà da tutto e da tutti si rivela essere solo disincanto. La violenza di tale condizione è taciuta dai media come dalle donne, le quali diventano più realiste del re, difendono il sogno titanico di una libertà senza limite e progetti, in tal modo devengono, loro malgrado, le crociate di un potere che le vuole suddite e silenziose. Le violenze peggiori sono quelle subite senza consapevolezza. La maternità di Naomi Campbell, inoltre, simboleggia il trionfo della tecnica (Gestell) come ir-razionalità calcolante: un figlio a fine carriera, quando non può essere di impaccio alla stessa. Il calcolo razionale stabilisce obiettivi e tempi in base a finalità soggettive. Il nuovo modello rampante del neo-femminismo anglosassone è organico al liberismo; ogni azione è finalizzata ad un risultato, non ci sono sorprese, la vita dev’essere dominata in base ai programmi personali, non c’è spazio per gli uomini, e la vita di coppia. Il nuovo nucleo sociale di base è la donna che si autoriproduce in solitudine, se il censo lo permette, e consegna la nascita ai media per un altro successo, per una nuova visibilità organizzata ad arte (si pensi all’immagine dell’annuncio). La violenza del neoliberismo va colta non solo nelle sue contraddizioni sociali, ma anche nella concretezza della vita quotidiana, negli episodi apparentemente minori, ma che rilevano la verità di un sistema censitario e violento che ha dissolto ogni limite e razionalità oggettiva in nome del diritto che si ribalta in titanico capriccio. Non una parola da parte dei media e delle donne sugli uomini e le donne costretti a rinunciare alla maternità e alla paternità ed indotti a vivere in una realtà di violenza, in cui il diritto a tutto è solo privilegio per pochi e tristezza quotidiana per tutti. Il transumanesimo si realizza a piccoli passi, dietro le nascite tardive vi è anche il desiderio di dirigere la natura ed i ritmi biologici verso finalità soggettive: si profila un’età di esseri che possono tutto e troppo e di servi (la maggioranza) che devono imparare a rinunciare. La sussunzione è la verità del capitalismo liberista che fa fatica ad emergere nella consapevolezza collettiva in metamorfosi verso nuove forme di antiumanesimo.

Salvatore Bravo

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Massimo Bontempelli (1946-2011) – Di lui Salvatore Bravo propone lo studio di «Filosofia e realtà». Ripensare la metafisica come percorso per ritornare alla realtà, “sinolo dinamico di esistenza e sostanza”: la sostanza non vive fuori della storia, ma si svela nel visibile empirico dando ad esso senso e concretezza.

Massimo Bontempelli - Salvatore Bravo

Massimo Bontempelli

Filosofia e Realtà. Saggio sul concetto di realtà in Hegel e sul nichilismo contemporaneo. IIa Edizione.

ISBN 978–88–7588-301-0, 2020, pp. 288, Euro 25

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Salvatore Bravo

Ripensare la metafisica come percorso per ritornare alla realtà
“sinolo dinamico di esistenza e sostanza”:
la sostanza non vive fuori della storia, ma si svela nel visibile empirico dando ad esso senso e concretezza.

Storia e concetto
La contemporaneità è regressiva, perché manca di pensiero autoriflettente. L’espulsione della metafisica e di ogni prospettiva teoretica è la verità dei nostri giorni. È in atto un processo di conservazione del sistema mediante l’inoculazione di automatismi che sostituiscono il tempo del pensiero. I processi di derealizzazione si consolidano con il tempo dell’immediatezza. Il soggetto rispecchia la rappresentazione senza mediarne il concetto. Il semplice rispecchiamento produce vite anonime: il soggetto riproduce l’immediatezza e dispone le “datità empiriche” nel tempo semplice e lineare della successione, le accoglie con “spontaneità”, abdica, così, alla sua attività razionale. In tal modo ogni pensiero critico e divergente tace, al suo posto vige l’irrealtà, in quanto l’esistenza del dato senza l’essenza lo riduce ad accadimento instabile che viene dal nulla per ritornare nel nulla. L’instabilità nichilistica non consente ai dati di configurarsi nella forma stabile dell’esperienza consapevole. Senza esperienza mediata dalla ragione e dal concetto il movimento della storia è annichilito. Vi è un parallelismo di relazione tra movimento della storia e movimento teoretico del pensiero. La storia accade, devia dal suo percorso solo se il concetto con i suoi processi di astrazione è patrimonio comune della comunità. Se c’è il concetto che attraverso il movimento astrae l’essenza (il negativo) ritornando a se stesso non vi può che essere la storia in atto. La storia divergente e progettuale non è che un’evoluzione che porta verso la realtà. Il concetto è la storia che diviene concreta realizzazione dell’umanizzazione dell’essere umano. Massimo Bontempelli[1] storico e filosofo nel suo commento alla Scienza della logica di Hegel evidenzia la necessità di ripensare la metafisica come percorso per ritornare alla realtà “sinolo dinamico di esistenza e sostanza”: la sostanza non vive fuori della storia, ma si svela nel visibile empirico dando ad esso senso e concretezza:

“L’esistenza reale è quell’esistenza che, passando nell’essenza, non perde il proprio essere, ma attraverso essa vi ritorna[2]”.

Con processo di astrazione il soggetto è strappato dagli automatismi per essere soggetto e non oggetto del reale storico. Ci si umanizza in tale gesto della mente, poiché l’essere umano non è semplice ente tra gli enti, ma attività concettualizzante che dispone il soggetto ad essere attore responsabile della storia. Il concetto è il negativo, perché non coincide con il dato, ma lo inserisce con l’invisibilità dell’astrazione all’interno di una complessità capace di decodificare il dato. Senza la decodifica teoretica il dato storico è ossificato nel presente, è paragonabile ad un dato naturale su cui non si ha margine d’intervento. Il negativo riporta l’esistenza alla sua essenza fondando il concetto:

“L’esistenza ha piena intellegibilità razionale in quanto ha realtà razionale, ed ha realtà soltanto in quanto è in unità con l’essenza, ed ha realtà soltanto in quanto è in unità con l’essenza, ossia in quanto la negatività che dissolve il suo essere, cioè appunto l’essenza, la riporta nondimeno al suo essere.

Ma come è possibile questo? Come può l’essenza, che nella terminologia hegeliana è la negatività che dissolve ogni positiva determinazione, riducendola a non poter essere ciò che è e ad apparire soltanto quale labile parvenza, trovarsi unita all’esistenza, riconsegnandole la positività dell’essere?[3]”.

La ragione teoretica unisce, è totalità storica pensante, ovvero l’esistenza trova la sua ragion d’essere nell’unità con la sostanza- realtà, non è scissione, frammento che si impone nella disintegrazione della totalità, ma unità del concetto capace di riconfigurare il tessuto storico, identificandolo nella sua verità. È un atto di significazione intenzionale dinamico nel quale emerge la verità dell’essere umano come agente del pensiero senza il quale è consegnato all’entificazione, all’automatismo che si estende in una coazione a ripetere senza limiti e nel contempo rivela la verità storica di cui è partecipe senza esserne assimilato:

“La loro verità sta nella realtà che le unisce, e che, rendendole entrambe reali nella loro unità, le trasforma entrambe. L’essenza inconfigurata, diventata reale, preserva le configurazioni dell’esistenza, e il suo sussistere indeterminato ne fa sussistere le molteplici determinazioni. L’esistenza, diventa reale, non si vede più togliere dall’essenza stabilità e permanenza, perché l’essenza viene ad identificarsi con la sua positività[4]”.

Irreale è la separazione, la divisione che spinge l’essere umano ad essere oggetto dell’immediato e determinato dalla sola logica del fabbricare che agisce sulla parte funzionale alla produzione oscurando la totalità con le sue relazioni interne. L’attività diviene esecuzione motoria, nel silenzio del concetto.

 

Fondamento e maieutica del ritorno
La prassi storica si rende visibile nella contingenza, ma ha la sua origine nella mediazione razionale del soggetto. Il fondamento (der Grund) non è fissa positività, ma atto riflessivo, su cui il pensiero può ritornare una pluralità di volte per far emergere fortemente il reale-razionale. La positività empirica è povertà del pensiero, depotenziamento esistenziale, poiché cade nel rispecchiamento automatico senza autoriflessione. Il fondamento ha la stabilità del concetto su cui si può agire, è attività maieutica, poiché il concetto non è verità definitiva, ma maieutica del ritorno, profondità della riflessione senza la quale l’essere umano è consegnato alla tragedia dell’irriflesso:

“Hegel, invece, concettualizzando il fondamento come categoria dell’essenza, vale a dire della negatività intrinseca all’essere, lo pensa come un movimento negativo, non come una positiva fissità, come un’astrazione, non come un sostegno concreto simile ad un suolo, ad un pavimento[5]”.

L’avanzamento dialettico è il percorso verso la realtà, è il filo d’Arianna senza il quale il soggetto è nel mondo senza riconoscerlo, si estranea per alienarsi nel mito crematistico e dell’ esteriorità senza concetto:

“La sostanza si rende presente nell’esistenza solo dopo un lungo avanzamento dialettico nella considerazione dell’esistenza stessa, quando essa è pensata come aderente al funzionamento di un mondo, e nello stesso tempo, come mantenente il suo essere nel suo venire coinvolta in tale funzionamento. Se è pensata fuori da qualsiasi mondo, l’esistenza non può avere alcuna sostanza, perché fuori di essa, senza mondo, non ci sono che alterità destrutturate, in cui il suo essere si perde[6]”.

La Scienza della Logica non è un semplice strumento, ma è la verità profonda dell’umanità, il logos che ricompone la struttura della realtà e crea il mondo con la dialettica. Senza la ragione metafisica il mondo resta muto, è solo lo scorrere delle rappresentazioni, ma l’umano è assente, perché è solo lo spettatore di un gioco deciso da altri. La denuncia dei processi di derealizzazione sono il sintomo che l’umanità sopravvive, malgrado l’avanzare del deserto, in un climax sempre più evidente ed ascendente: tanto più il deserto avanza tanto più è necessario riportare il pensiero alla sua condizione ontologica. La denuncia, a volte solitaria, trascende il tempo dell’immediato per offrirsi alla comunità. La filosofia necessita di eroi nel tempo della tecnica, Massimo Bontempelli lo è stato.
La “cultura intensiva” della tecnica avanza, poiché non trova l’opposizione della ragione metafisica e dialettica dalla quale scaturisce l’esigenza di un nuovo ordine etico contro l’anarchia dei tecno-mercati. Il mercato e la tecnica sono gli elementi passivi che limitano l’esplicarsi della libertà dell’essere umano. Libertà, per Hegel, ci rammenta Massimo Bontempelli è azione reciproca[7] tra sostanze umane, il “bene” presuppone il logos e l’astrazione per cogliere le trame di significato che intercorrono tra i segmenti del sapere. Il fare poietico non può sostituire la conoscenza ed il bene. La conoscenza non è manipolazione, ma riflessione sul valore dell’agire e ciò non può che concretizzarsi mediante il pensiero logico e dialettico. Nell’azione reciproca si genera la libertà che si materializza nella storia e nelle istituzioni nella forma del bene (universale). La libertà è l’interrogarsi comunitario per ritrovare i nessi che ricostruiscono il testo del mondo. Realtà e razionalità sono un sinolo che trascendono il pericolo della passività e dell’alienazione estraniante:

“Sono un soggetto libero, perché sono capace di sottrarmi alla passività dell’immediatezza della mia singolarità, scegliendo fuori di me stesso il mio essere[8]”.

 La passione etica di Massimo Bontempelli per la logica hegeliana è stata prassi e giudizio critico verso la tirannia dei mercati e del potere che trasformano la libertà in acquisizione violenta e proprietaria. Ha pagato e, paga ancora, il suo impegno per il fondamento veritativo con il silenzio dell’azienda della cultura. Il suo impegno continua carsicamente a vivere e a germogliare. Il filosofo pisano aveva la chiarezza del nemico, ed anche tale lucidità può essere un’indicazione da cui riprendere il cammino interrotto della storia:

“Ebbene: la storia umana è ormai occupata da qualcosa di simile ad un esercito che è nemico del suo carattere umano. Questo esercito è il meccanismo economico autoreferenziale. Esso è volto a sterminare ogni aspetto del genere umano ancora radicato nella sua autentica realtà. L’artiglieria di cui si avvale è la pura accumulazione quantitativa di valore di scambio, che depaupera l’uomo della sua realtà[9]”.

L’esercito d’occupazione è la categoria della quantità e della dismisura che occupano le menti ed offuscano il pensiero, contro gli invasori siamo chiamati a testimoniare l’emancipazione dall’economicismo in nome di un umanesimo dell’impegno.

Salvatore Bravo

***

[1] Massimo Bontempelli (Pisa, 26 gennaio 1946 –Pisa, 31 luglio 2011) .

[2] Massimo Bontempelli, Filosofia e realtà. Saggio sul concetto di realtà in Hegel e sul nichilismo contemporaneo, Petite Plaisance Pistoia 2000, nuova ed. 2020, p. 70.

[3] Ibidem, p. 71.

[4] Ibidem, pp. 72 -73.

[5] Ibidem, p. 73.

[6] Ibidem, p. 114.

[7] Ibidem, p.157.

[8] Ibidem, p. 159.

[9] Ibidem, pp. 242-243.


Massimo Bontempelli – IL PREGIUDIZIO ANTIMETAFISICO DELLA SCIENZA CONTEMPORANEA
Massimo Bontempelli (1946-2011) – Quale asse culturale per il sistema della scuola italiana?
Massimo Bontempelli – La convergenza del centrosinistra e del centrodestra nella distruzione della scuola italiana.
Massimo Bontempelli – In cammino verso la realtà. La realtà non è la semplice esistenza, ma è l’esistenza che si inscrive nelle condizioni dell’azione reciproca tra gli esseri umani, diventando così sostanza possibile del loro mutuo riconoscimento.
Massimo Bontempelli – Il pensiero nichilista contemporaneo. Lettura critica del libro di Umberto Galimberti « Psiche e tecne».
Massimo Bontempelli (1946-2011) – L’EPILOGO DELLA RAZIONALIZZAZIONE IRRAZIONALE: demente rinuncia alla razionalità degli orizzonti di senso, e perdita della conoscenza del bene e del male. L’universalizzazione delle relazioni tecniche ha plasmato la razionalizzazione irrazionale, razionalità che non ha scopi, che è cioè irrazionale.
Massimo Bontempelli (1946-2011) – L’unico luogo in cui è possibile custodire la memoria del passato è la progettazione del futuro, così come l’unico modo per progettare un futuro ricco di essere è quello di costruirne il progetto con le memorie del passato.
Massimo Bontempelli (1946-2011) – C’è un filo teoretico nichilistico che unisce Heidegger, Galimberti e Severino: l’oscuramento del capitalismo nello scenario della tecnica. Per Galimberti non c’è varco pensabile nell’orizzonte dell’epoca presente ed offre solo una filosofia dell’impotenza e dell’adattamento.
 
Massimo Bontempelli (1946-2011) – L’uomo, proprio perché elevato al di sopra della vita meramente biologica da una divina capacità di conoscenza, deve mantenere tale elevazione con il distacco dall’immediatezza vitale che è costituito dalla coscienza della certezza della morte. Sapere il bene e il male e sapere la morte sono due lati indisgiungibili di una stessa realtà, che non è né animale né divina, ma specificamente umana.
Massimo Bontempelli – Gesù di Nazareth, uomo nella storia, Dio nel pensiero, ci ha dato la simultanea figurazione metastorica della forza creatrice dell’amore, del valore universale dell’individualità, della priorità assiologica della giustizia, del principio della speranza, che sono, filosoficamente parlando, le dimensioni di esistenza della libertà, e le articolazioni concettuali della verità logico-ontologica.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Salvatore Bravo – Il nuovo regime scolastico. Il fine delle riforme è la standardizzazione dell’essere umano: la scuola deve formare “il tecnico” e non la persona.

Riforma della scuola

Salvatore Bravo

Il nuovo regime scolastico

Il fine delle riforme è la standardizzazione dell’essere umano:
la scuola deve formare “il tecnico” e non la persona

***

L’anno scolastico volge al termine, le circostanze pandemiche hanno favorito i processi che erano in atto da decenni, in primis la riduzione della scuola a semplice costola del mercato. Si è trattato di un anno di passaggio, già da più parti si proclama che la nuova normalità investirà la società tutta. Per la scuola si prevede un’accelerazione sulla digitalizzazione e la trasformazione dei docenti in quantificatori, in registratori delle competenze. Docenti anonimi per una scuola al servizio della crescita economica. La persona e la comunità scompaiono dietro la cortina di ferro dell’asservimento al mercato. È il mercato de facto a stabilire fini e contenuti dei programmi e l’azione didattica, ogni fine costituzionale è ridotto ad elemento di sottofondo secondario. L’articolo tre della Costituzione per il quale la Repubblica promuove il libero sviluppo delle personalità, ed a tal scopo rimuove le disuguaglianze iniziali, è superato dalle logiche acquisitive e competitive. La scuola (articolo 33 e 34) presidio e prassi della democrazia è sostituita dalla legge del mercato. Sempre meno scuola e sempre meno contenuti comportano la contrazione della democrazia, l’homo oeconomicus è il nuovo modello antropologico a cui ci si “deve adattare”. La svolta implica il definitivo abbandono della tradizione italiana per l’imitazione dei modelli anglosassoni. L’obiettivo è l’uniformità dei sistemi d’istruzione europei, ogni tradizione patria dev’essere trascesa in nome di un’unità europea che si svela essere strumento delle oligarchie. Il liceo dev’essere superato, al suo posto si impone “il regime degli istituti tecnici” per formare non più cittadini, ma ubbidienti lavoratori: si insegna la sussunzione e non la cittadinanza. Inquieta il silenzio dei docenti e della cittadinanza. La scuola pubblica è di tutti e per tutti, se ha la chiarezza del suo fondamento costituzionale e didattico. “Il falso progressismo” è entrato nella scuola e non solo, governa con i suoi automatismi e le parole ad effetto dietro cui si nasconde il nulla che avanza. Per comprendere la decadenza ammantata di progresso dei tempi attuali è sufficiente leggere qualche pagina della pedagogia di Giovanni Gentile che nel 1923 istituì il liceo:

“L’insegnante insegna, in quanto non misura, né ricorda neppure le ore che passa nella scuola; e chi guarda a ogni minuto l’orologio, non può riuscire a concentrare il proprio pensiero, a unire l’anima propria con quella dei suoi scolari nel lavoro fecondo che è proprio dell’insegnamento, in quella comunione degli animi in cui si adempie una delle forme più pure della vita religiosa dell’uomo […] Esso consiste, a dir vero, in un bene che, diviso, non diminuisce; comunicato non si perde da chi lo produce, anzi s’accresce con suo vantaggio sempre maggiore” [1].

Il docente non è un misuratore del tempo della lezione e delle prestazioni dell’alunno, oggi diremmo delle competenze, ma è “un maestro” che ha come scopo la formazione dell’alunno: docente ed alunno, pur nell’asimmetria dei ruoli si formano reciprocamente in una relazione che non può essere quantificata.

Incontro educativo
L‘incontro educativo è una relazione in cui i tempi della crescita conoscono regressioni, stasi ed improvvise svolte, se il docente assume il comportamento di uno scienziato che in laboratorio stimola “il fenomeno alunno”, lo descrive e lo quantifica, siamo di fronte ad un nuovo autoritarismo non riconosciuto. Lo studente che deve continuamente certificare le competenze non può che percepirsi come un produttore di competenze, “è chiamato” a mostrare il suo valore con la sola documentazione. La scuola selettiva di Giovanni Gentile era meno competitiva e classista della scuola che si profila, in quanto le certificazioni sono ad uso delle classi più abbienti. Sarà il denaro a fare le competenze, e specialmente la relazione docente-alunno sarà inquinata dal più bieco positivismo che si coniuga con l’economicismo.

La pedagogia di Giovanni Gentile ha la chiarezza che la didattica è relazione umana. L’essere umano è dinamico, la coscienza ed il vissuto impongono continuamente la capacità di ascoltare “l’invisibile”, se il docente si limita a raccogliere la documentazione, la relazione sarà sostituita dalla “transazione burocratica”. L’attività scolastica è vita che si rinnova nel quotidiano e nello scorrere dei giorni e non può essere irrigidita in prestazioni da quantificare in certificazioni, crediti, debiti, attività culturali a cui l’alunno ha partecipato. La valutazione diviene di censo, i contenuti senza i quali nessuna attività critica e creativa è possibile sono sostituiti da attestati che si comprano sul mercato della formazione:

“Non c’è un sapere che insegni l’arte di fare scuola: se per fare scuola s’intende farla davvero, a certi giorni, a certe ore, via via, a certi alunni, sempre nuovi, con animo sempre nuovo, in circostanze sempre diverse, su problemi che mai non si ripetono. […] E guai al maestro che non sappia procedere se non sulle dande dei precetti! La vita è creazione eterna[2]”.


Scuola della prassi o antipositivistica
L’antipositivismo di Giovanni Gentile è oggi più attuale che mai. Se il positivismo è il principio di ogni processo di sussunzione, in quanto l’essere umano deve fatalmente piegarsi al giogo fatale dell’empirico, l’Idealismo è prassi e Spirito, ovvero l’essere umano è la fonte della storia e del suo destino. La prassi gentiliana ha fecondato anche Antonio Gramsci, perché mette in atto processi di consapevolezza che dimostrano che l’umanità è “la radice” della storia. Se il fascismo non è riuscito ad omologare totalmente la nazione italiana, forse, lo si deve anche alla Riforma Gentile, al suo antipositivismo che non ha consentito la completa omologazione fascista, ma ha contribuito a consolidare in molti soggetti il pensiero divergente e riflessivo, malgrado le finalità totalitarie del regime:

“Noi siamo la radice da cui tutto germoglia, e da noi, come appunto da propria radice, tutto torna ad attingere il succo vitale che lo mantiene in essere. Noi, dunque, siamo il principio del mondo che è il nostro mondo, noi, non già in quanto siamo o ci facciamo uno tra gli oggetti della nostra coscienza, bensì proprio in quanto siamo il soggetto attivo del conoscere[3]”.

Il neopositivismo di cui è affetta la scuola italiana ed europea è l’espressione compiuta del nuovo autoritarismo in atto. La quantificazione degli esseri umani è il nuovo razzismo da smascherare che si cela tra le parole della propaganda: inclusione, debiti, crediti, eccellenze, competizione e competenze. Il fine delle nuove riforme è la standardizzazione dell’essere umano, la scuola deve formare “il tecnico” e non la persona. Il presente con il suo linguaggio ci descrive il futuro, spetterà a noi confermarlo o trasformarlo con la nostra indifferenza o con la nostra sana partecipazione capace di filtrare il meglio della tradizione e dell’esperienza storica non per trasmetterla pedissequamente, ma per ripensarla nelle mutate condizioni storiche. Si profila una società senza significato, in cui il logos sarà sostituito dalla propaganda, siamo tutti corresponsabili del presente e del nuovo che avanza nella forma della desertificazione dell’umano.

 

[1] G. Gentile, Lavoro e cultura. Discorso prefascista ai lavoratori di Roma. In G. Gentile, Opere, XLV, Politica e cultura, Le Lettere, 1990, pag. 247.

[2] G. Gentile, Sommario di pedagogia, cit., vol. I, pp. 123 124.

[3] Ibidem, pag. 15.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Salvatore Bravo – Liberarsi del dominio e non delle identità di genere. La libertà non è la pratica del nulla, ma la tensione tra le identità, il cui fine è conoscersi per donarsi.

gender ideologia

Salvatore Bravo

Liberarsi del dominio e non delle identità di genere.
La libertà non è la pratica del nulla, ma la tensione tra le identità,
il cui fine è conoscersi per donarsi

L’indifferenziato
L’indifferenziato è la nuova frontiera del capitalismo assoluto, normare ed omogeneizzare sono strumenti con cui l’economicismo trasforma il diritto al riconoscimento delle differenze in “indifferenza programmata”. Il capitalismo assoluto deve governare le differenze, le deve evirare dei loro contenuti per strumentalizzarle. Dietro la cortina di ferro dell’esaltazione delle differenze difese da una pluralità di statuti giuridici si cela la paura del diverso. Ogni diversità autentica è una prospettiva sul mondo, reca in potenza la possibilità di favorire il materializzarsi pubblico delle contraddizioni del sistema. Esse indicano un altro modo di vivere, denunciano con la loro esistenza che il presente non è tutto, ma è il configurarsi di un periodo storico nel quale la vita è offesa dalla crematistica, dalla disintegrazione di ogni identità comune. Il capitalismo assoluto ha ribaltato l’essere in nulla per eternizzarsi, per neutralizzare ogni prassi. Il capitalismo assoluto ha organizzato un nuovo totalitarismo, si usano le parole dell’emancipazione e il piacere congiunto al desiderio di onnipotenza per ipostatizzare il presente. Si utilizzano le indubitabili sofferenze e contraddizioni del passato per impossessarsene e consolidare il sistema capitale. Vi è uno spostamento del dispositivo repressivo, le differenze sono acclamate, sono obbligate a dichiararsi per essere strumentalizzate all’interno della logica dei consumi. Solo la visione d’insieme restituisce l’immagine ed il fondamento che guida le differenze: devono emergere per omologarsi nell’infinito piacere, nel consumo tracotante che consente al capitale di espandersi. La questione gender è interna a tale logica, svuotare ogni differenza per legittimarle tutte consente di spazzare via con la famiglia, i legami stabili per favorire forme di individualismo liquido: esseri umani senza identità, senza ruoli, negati nella loro differenza fisica sono liberati da ogni responsabilità-progettualità per entrare nella precarietà lavorativa organica alle identità liquide. La precarietà di genere e lavorativa diviene un corpo unico, in tal modo “i precari” del nuovo mondo possono muoversi all’interno del dispositivo della precarietà con assoluta normalità ed indifferenza. Nella condizione attuale le persone omosessuali sono discriminate diversamente dal passato, poiché le si usa come modello per legittimare la precarietà affettiva che introduce al consumo senza limiti. Non sono trattate da “persone”, ma come atomi che si aggregano e disgregano, in modo da diventare “archetipo dell’emancipazione” ed “educare” al nuovo modello sociale ed economico. La nuova emancipazione neoliberista non parte dalle condizioni materiali del soggetto, in cui vi è la condizione sociale, il gruppo di appartenenza e il genere, ma dal concetto di individuo: definizione generica che vorrebbe eliminare ogni identità, in nome di una libertà nullificante e nullificatrice. Coloro che identificano l’omosessualità come la causa di ogni male, non hanno la chiarezza del problema, spostano la loro attenzione sull’effetto, rimuovendo la causa, ed in questo gioco di rimandi volutamente o in modo ideologico conservano il sistema attuale. Si soffermano sui sintomi per evitare di affrontare la causa profonda del problema. La teoria gender la si può comprendere solo all’interno della cultura scettica e storicista, secondo la quale non vi è che il tempo della storia ad annichilire forme e culture, pertanto nega l’esistenza della natura umana e con essa ogni fondamento veritativo. Lo scetticismo filosofico è promosso in ogni istituzione educativa, che diviene il centro di trasmissione e giustificazione del capitalismo assoluto. Uomini e donne hanno, sicuramente, gli stessi diritti, ma nel riconoscimento della differenza: il corpo non è un semplice accidente, ma condiziona senza determinare rigidamente ruoli e comportamenti. Una società plurale vive della dialettica tra diversi modi di ascoltare il mondo, la complementarietà è un valore che educa all’integrazione. Le differenze naturali non sono la fonte della discriminazione, ma l’uso ideologico delle differenze ha determinato rigidità dei ruoli e tragedie

 

Il male e l’onnipotenza
Eliminare la natura umana, in nome della libertà, è la piena realizzazione di un nuovo nichilismo, il quale ha dismesso i panni della critica sociale e della trasgressione concettuale per affermare una nuova forma di “conservazione”. Dominare con il mito del piacere e dell’eccesso è un nuovo tipo di autoritarismo mascherato ed occulto difficile da individuare e comprendere. La fuga dalla natura umana per il paradiso edenico dell’identità liquida comporta la fuga da ogni responsabilità sociale e comunitaria, per cui non resta che l’esperienza del piacere e dell’eccesso da cui il capitale trae plusvalore. L’illimitatezza è il mezzo con cui il modo di produzione attuale trae il profitto ed i capitali per attuale le logiche di sussunzione. Gli uomini non sono più utili, sono espressione dell’ apparato simbolico del limite, pertanto si associa il maschio al male. La figure maschile è sempre stata l’autorità etica, che a prescindere dalle sue forme storiche, ha dato forma ad ogni civiltà con la collaborazione simbolica dell’archetipo femminile. Eliminare uno dei due poli significa desimbolizzare per istituzionalizzare una società di atomi senza destino, storia e progetto. Esseri senza idee e senza valori sono facilmente dominabili e molto condizionabili. La libertà assoluta è il mezzo culturale utilizzato dal capitalismo assoluto per il consenso: si coltiva l’illusione dell’onnipotenza. Ogni figura simbolica che rappresenta il limite, la forma, la progettualità è abbattuta. La figura paterna è perennemente sotto attacco in nome della libertà senza freni. La figura maschile è rappresentata come mostruosa, è la presenza patologica che impedisce la piena e totale realizzazione della felicità in terra. La violenza è solo al maschile, si occulta la quotidiana violenza delle differenze di censo, della precarietà, dei diritti sociali negati e si incanala l’aggressività verso gli uomini, a cui si chiede di rinunciare di essere tali, per essere copia del femminile.

Desimbolizzare e pregiudizi
L’omosessualità è utilizzata per indicare la nuova via da seguire, il nuovo modello da cui gli uomini devono imparare “la convivenza civile”. Si tratta di un’omosessualità edulcorata, le persone omosessuali sono rappresentate secondo stereotipi utili a destabilizzare la comunità. La fuga da ogni ordine simbolico ha l’effetto di partorire una nuova visione antropologica: l’essere umano è causa sui, non ha legami con la comunità, né con il passato, non ha doveri. La nuova e unica legge a cui ci si deve attenere è il proprio immediato desiderio. Regressione generale ad uno stadio preedipico e dominio sono il fondamento del capitalismo assoluto. I padri di famiglia con annessi significati simbolici sono destituiti di ogni autorevolezza ed autorità. Non restano che le donne perennemente vittime, e nel contempo obbedienti all’inclusione. Il capitale le usa per “stabilizzare” la precarietà e ne sollecita la liberazione da ogni vincolo. La santificazione delle donne è menzognera, le donne sono persone e quindi possono essere violente come gli uomini e specialmente diversamente: l’aggressività delle donne è più spirituale per una naturale differenza fisica. La storia e l’attualità non dimostrano che le donne in posizioni di potere siano “eticamente” migliori degli uomini, anzi, paiono più determinate e meno propense all’ascolto ed al compromesso. L’illusione di onnipotenza diventa presto incubo, le nuove generazioni sono senza padri e senza madri, sono gli eredi di un mondo desimbolizzato. La tragedia etica è nel nostro quotidiano, giovani senza padri, madri e maestri difficilmente potranno generare famiglie o ideologie di resistenza sono consegnati ad una solitudine impari nella quale scorgono solo la presenza delle merci. Ogni essere umano si forma avendo come punto di riferimento dei modelli, con cui confliggere e confrontarsi, ma fondare una personalità sull’autogenerazione significa rinunciare alla “cura dell’altro” per consegnarlo al caos informe delle pulsioni. Una società senza generi non è l’equivalente di una società senza classi, ma è la compiuta peccaminosità in atto: il regno dell’eccesso e dell’informe non può che produrre una nuova inedita forma di barbarie. La libertà in questa cornice è la violenza deregolamentata, la legge del più forte utilizzata da “esseri camaleontici”. Uscire dal linguaggio del capitale per decodificarlo e riportarlo alla sua verità strutturale e materiale è il primo passo per uscire dall’inutile guerra dei generi. È necessario orientarsi verso il vero nemico che assimila e destruttura natura e personalità mostrandosi “diabolico”, nel significato etimologico della parola, ovvero, divisorio. Per riprendere il percorso di emancipazione è indispensabile dissipare le fumisterie con cui il capitale inganna i suoi sudditi solleticandone la fuga verso un Eden intessuto di autodistruzione. Bisogna liberarsi del dominio e non delle identità di genere. La libertà non è la pratica del nulla, ma la tensione tra le identità, il cui fine è conoscersi per donarsi.

Salvatore Bravo

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Salvatore Bravo – Diceva Danilo Dolci: «Chi si spaventa quando sente dire “Rivoluzione” forse non ha capito». Per i partigiani di oggi la Rivoluzione è cura e responsabilità verso il presente ed il futuro, è scoprire la verità senza la quale nessun movimento di profonda trasformazione è possibile.

Danilo Dolci 01

Una nuova stella gialla
Lunedì 8 marzo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno reso pubblico la prima guida per le persone vaccinate. Si afferma che i vaccinati potranno togliere le mascherina e tornare alla normalità senza distanziamento. I non vaccinati dovranno conservare mascherina e rispettare il perenne distanziamento. La ragione scientifica non è chiara. Normalmente chi non è vaccinato non è un pericolo per i vaccinati. La documentazione scientifica insegna che i virus mutano a causa dei vaccini, pertanto le varianti saranno il prodotto della campagna vaccinale, a cui le multinazionali del farmaco risponderanno con vaccini da “inoculare” nel mercato. Il nuovo ciclo produttivo con il biopotere conseguente è, ormai, lapalissiano. Nel ciclo produttivo medicale vi è un’eccedenza rispetto al lucro che bisogna far emergere, vi è un disegno politico che ammicca al passato e vuole riprodurre nuove logiche di dominio con il consenso dei nuovi sudditi. Definire gli spazi ed i reticolati per la categoria dei non vaccinati ed aggiungere ad essi lo stigma del segno (mascherina) di riconoscimento con pubblico disprezzo è la riproduzione di una tragica verità storica che l’Europa ha già conosciuto: la stella gialla per gli ebrei. Il biopotere inventa nuove categorie su cui esercitare il potere e scaricare la pubblica aggressività. Si può immaginare che qualora ciò fosse attuato i non vaccinati potrebbero diventare la causa di ogni male da utilizzare in ogni frangente di crisi. Le contraddizioni sociali hanno trovato un colpevole su cui scaricare la causa di ogni male. Si ottiene, dunque, un doppio risultato: si costringe i resistenti ad entrare nel mercato del farmaco “liberamente”, e nel contempo gli ultimi resistenti sono oggetto di una marginalità socialmente codificata. Il potere diviene dominio e saggia la sua onnipotenza verificando la passività degli stessi. Questi ultimi dopo decenni di individualismo supportato da una formazione specialistica sono incapaci di decodificare le derive in atto, pertanto il potere ritiene di poter procedere dopo i pass ed i treni per i soli vaccinati per un ultimo salto verso una nuova forma di segregazione, la quale non necessita, al momento, di confini o reticolati geograficamente codificati e strutturati, ma il confino è più insidioso e violento, forse, in quanto è interno. La logica della gradualità nell’introdurre provvedimenti di esclusione è stata ampiamente utilizzata in tutti i regimi definiti “totalitari”. Si immagini una persona non vaccinata perennemente con la mascherina e distanziata oggetto degli sguardi di disapprovazione ed isolata. Si mette in atto un meccanismo di distruzione dell’altrui vita e personalità pur lasciandolo in vita. La sua parola è nulla, la sua identità sociale semicancellata, colpevolizzata con ragioni pseudoscientifica a cui religiosamente i nuovi sudditi credono. In un’epoca di precarietà ed emigrazione, chiunque non voglia vaccinarsi è costretto ad essere, inoltre, separato dai suoi affetti ed isolato nella nuova realtà, in cui è costretto a vivere. La violenza si moltiplica e la si coglie solo se si passa da ordini astratti ad un sapere concreto e materiale.

Partigiani della contemporaneità
La nuova inquisizione è tra di noi ed ha l’aspetto modernissimo della medicina non più al servizio della persona, ma del mercato. La colpa di coloro che potrebbero portare la nuova stella gialla, non sul petto, ma sul volto è aver messo in discussione le verità del mercato delle multinazionali del farmaco. La nuova colpa non è di tipo etico, ma inceppare il consumo, osare non essere massa, ma assumere una posizione personale senza nuocere a nessuno.
Si festeggia e si ricorda ogni anno la fine dei totalitarismi, ma è solo propaganda, perché si vuole orientare lo sguardo nel passato, in modo che non si colgano le derive totalitarie nel presente con le indebite pressioni per anestetizzare il senso critico. I nuovi partigiani, di cui abbiamo necessità, sono coloro che si battono per rendere evidenti le dinamiche in corso con le sue conseguenze. Si osannano i partigiani del passato per presentare il tempo odierno come “il migliore dei mondi possibili”, necessitiamo di partigiani che svelino la verità dell’esattezza dei mercati e delle scienze destrutturando criticamente i miti annessi. I nuovi partigiani hanno il dovere di informare e comunicare con ogni mezzo i pericoli in corso. Essere partigiani, oggi, è più difficile che in passato, poiché il partigiano, come suggerisce la parola, deve schierarsi, scegliere, separarsi dall’informe per dare il suo contributo civile per trasformare il dominio gerarchico in potere di tutti, ovvero in sana e comunitaria partecipazione. Il partigiano ha il compito di ricucire le divisioni e le fratture orizzontali che la verticalizzazione del dominio produce con i “nuovi saperi” finalizzati all’atomocrazia depressiva ed aggressiva.

La Rivoluzione di Danilo Dolci
Danilo Dolci ((28 giugno 1924 Sesana, Slovenia – 30 dicembre 1997)) dimenticato dalla cultura ufficiale, ci ha donato nei suoi innumerevoli scritti e poesie la necessaria differenza tra dominio e potere: il primo è gerarchizzato e si fonda sulla logica della trasmissione dei comandi e dei saperi senza mediazione razionale e comunitaria, mentre il secondo appartiene a tutti. Il potere è possibilità diffusa e comunitaria che ha come principio primo la comunicazione maieutica, ovvero il mettere in comune, in modo che ciascuno possa trasformare in atto le proprie potenzialità nella vita comunitaria, la quale è prassi politica, poiché in essa si decide della vita di ciascuno senza escludere nessuno. La vera Rivoluzione auspicata da Danilo dolci è la demassificazione mediante lo sviluppo delle personalità in un clima di positiva dialettica sociale che non esclude il conflitto, il quale è capace di segnare positivamente la vita interiore di ogni cittadino. Il conflitto dialettico è il fondamento della comunicazione maieutica, poiché il confronto implica una tensione che conduce verso l’universale concreto e partecipato. In un momento fosco e dubbio per la nostra democrazia ricordare un “partigiano” come Danilo Dolci può essere occasione per riflettere sul senso della politica sepolta da scandali e violenze:

Rivoluzione è cura del presente, responsabilità verso il presente ed il futuro, aprirsi a dimensioni che pongano in tensione realtà apparentemente separate. Rivoluzione è scoprire la verità senza la quale nessun movimento di profonda trasformazione può esserci. Ogni partigiano lavora per la Rivoluzione anche quando la storia sembra fare pericolosi giri di boa e tornare indietro. Siamo tutti implicati nella Storia, la quale è di tutti. L’esperienza partigiana ha visto la partecipazione di persone appartenenti a realtà ideologiche diverse, perché quando il pericolo è vicino, la salvezza necessita della partecipazione di tutti, ognuno ha il suo compito per impedire nuove regressioni sociali.

Salvatore Bravo

 

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

Petite Plaisance – Pubblicazioni recenti

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N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio.
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e saranno immediatamente rimossi.

Copertine e schede editoriali (371-380) – Aldo Lo Schiavo, Silvia Gastaldi, Fulvia de Luise, Mario Vegetti, Diego Lanza, Gherardo Ugolini, Giusto Picone, Livio Rossetti, Costanzo Preve, Mauro Serra, Claudio Lucchini, Salvatore A. Bravo, Margherita Guidacci, Ilaria Rabatti.

371-380

http://www.petiteplaisance.it/libri/371-380/378/int378.html371
Silvia Gastaldi, Fulvia de Luise w Mario Vegetti / Diego Lanza v Gherardo Ugolini, Giusto Picone, In ricordo di una amicizia filosofica. ISBN 978–88–7588-282-2, 2021, pp. 120, formato 140×210 mm, Euro 13 – Collana “Il giogo” [128]. In copertina: Raffaello Sanzio, Autoritratto con un amico, Parigi, Museo del Louvre, 1518-1520 circa.

372
Costanzo Preve, Hegel Marx Heidegger. Un percorso nella filosofia contemporanea. II Edizione.
ISBN 978-88-7588-284-6, 2021, pp. 96, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [72]. In copertina: Elaborazione creativa dell’opera di Eduardo Chillida, Elogio del Horizonte, Gijón (1990).

373
Aldo Lo Schiavo, Il contributo della tragedia attica al razionalismo antico.
ISBN 978–88–7588-286-0, 2021, pp. 96, formato 140×210 mm, Euro 10 – Collana “Il giogo” [129].
In copertina: Epigrafe scolpita sulla pietra, Teatro antico della Acropoli di Atene.

374
Livio Rossetti, Strategie macro-retoriche. Prefazione di Mauro Serra.
ISBN 978–88–7588-280-8, 2021, pp. 192, formato 130×200 mm, Euro 16 – Collana “Il giogo” [130].
In copertina: Joan Mirò, Il mio Alfabeto, 1972.

375
Costanzo Preve, Destra e Sinistra. La natura inservibile di due categorie tradizionali. Seconda Edizione.
ISBN 978-88-7588-288-4, 2021, pp. 112, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [73]. In copertina: Disegno di M. Vulcanescu.

376
Costanzo Preve, Marxismo Filosofia Verità. Seconda Edizione.
ISBN 978-88-7588-290-7, 2021, pp. 112, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [74]. In copertina: Gustav Klimt, Nuda Veritas, olio su tela, 1899, Österreichisches Theatermuseum, Vienna. In quarta: G. Klimt, Nuda Veritas, tavola pubblicata nel 1898 sulla rivista viennese “Ver Sacrum”.

377
Claudio Lucchini, La scuola della merce e le esigenze della libera individualità.
ISBN 978-88-7588-292-1, 2021, pp. 80, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Il giogo” [131]. In copertina: Andy Warhol, Campbell’s Soup Cans, 1962 e Henri Matisse, La Danse, 1910.

378
Salvatore A. Bravo, Pilocchio. Storia di un Pinocchio dei nostri giorni.
ISBN 978-88-7588-294-5, 2021, pp. 128, formato 140×210 mm., Euro 15 – Collana “Divergenze” [75]. In copertina: Antonio de Curtis, Totò nel quadro «Pinocchio e Lucignolo», Rivista teatrale Volumineide, 1942.

379
Aldo Lo Schiavo, Filosofia del mito greco. In Appendice: Themis, la dea del giusto consiglio.
ISBN 978–88–7588-296-9, 2021, pp. 80, formato 140×210 mm, Euro 10 – Collana “Il giogo” [132].
In copertina: Themis di Ramnunte, dal tempio di Nemesi (ca. 300 a.C.), Museo Archeologico Nazionale di Atene. In quarta: Charites (grazie), rilievo votivo, periodo arcaico. Glyptothek, Monaco di Baviera, Germania.

380
Margherita Guidacci, Lato di ponente. A cura di Ilaria Rabatti.
ISBN 978–88–7588-267-9, 2021, pp. 112, formato 140×210 mm, Euro 13 – Collana “Egeria” [20].
In copertina: Giorgione, La vecchia, 1506 circa, part. Gallerie dell’Accademia, Venezia.



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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