Luigi Zoja – Se oggi interroghiamo il nostro mondo interiore sul suo bisogno più assoluto e originario, la risposta sarà un bene in cui la giustizia non è separabile dalla bellezza.

Luigi Zoja 001
Giustizia e Bellezza

Giustizia e Bellezza

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«Se oggi interroghiamo il nostro mondo interiore
sul suo bisogno più assoluto e originario,
la risposta sarà un bene
in cui la giustizia
non è separabile dalla bellezza».

 

Luigi Zoja, Giustizia e Bellezza, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p. 12.

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Fra gli studi sulla crisi della modernità, questo saggio si inserisce con forza da una prospettiva inattesa. I nostri antenati greci avevano un sistema di valori indivisibile, fatto di giustizia e bellezza. La bellezza, raccolgliendo approvazioni indiscutibili, aiutava ad assicurare un consenso anche alla morale. Una relazione armonica tra bellezza e giustizia sopravviveva nel Rinascimento, insieme a un rapporto tra piazza e palazzo. Ma il protestantesimo e la modernizzazione spaccano questa unione, in nome di una giustizia ascetica e della funzionalità. Il bello, non essendo direttamente utile, si incammina in direzione del passatempo e dell’investimento. Intanto, privatizzazione e razionalizzazione della vita eliminano la piazza, dove si godeva la bellezza gratuitamente e insieme. L’arte si fa specialistica e la massa si abitua alla bruttezza come condizione normale. Ma il cinismo verso i valori della giustizia, che la società di oggi si rimprovera, potrebbe derivare anche dall’aver eliminato quelli della bellezza, da cui la loro radice è inseparabile.


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Omero – Che non inetto, che non privo di gloria io muoia. Ma che io compia la grandezza del mio essere uomo, così che si trasmetta anche nella fama dei posteri.

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Scena dal libro XXIV dell’Iliade: Il corpo di Ettore riportato a Troia, rilievo su sarcofago romano (180-200 circa). Museo del Louvre (Ma 353 o MR 793), dalla collezione Borghese.

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Quando Ettore si avvede che cadrà irrimediabilmente nel duello con Achille,
il suo unico pensiero è questo:

«Che non inetto, che non privo di gloria io muoia.

Ma che io compia la grandezza del mio essere uomo,

così che si trasmetta anche nella fama dei posteri».

Omero, Iliade, XXII, 304-205.

Fisicamente perirà, ma preserverà il suo valore di uomo, perché il suo nome,
la sua umanità, gli sopravviva negli altri.
È quanto egli può opporre al destino.

È quanto noi tutti possiamo opporre alla morte fisica.

« μὴ μὰν ἀσπουδί γε καὶ ἀκλειῶς ἀπολοίμην,
ἀλλὰ μέγα ῥέξας τι καὶ ἐσσομένοισι πυθέσθαι. »

« Ma non fia per questo
che da codardo io cada: periremo,
ma glorïosi, e alle future genti
qualche bel fatto porterà il mio nome. »

(Ettore, prima dell’ultimo duello contro Achille; Iliade, XXII, 304-305.
Traduzione di Vincenzo Monti).


Luigi Zoja, Il gersto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Boringhieri

Luigi Zoja, Il gersto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Boringhieri


Coperta 182

Luca Grecchi, L’umanesimo di Omero

indicepresentazioneautoresintesiinvito alla lettura

Omero – Come è la stirpe delle foglie, così quella degli uomini.

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