Diego Lanza (1937-2018) – Nous e thanatos. Scritti su Anassagora e sulla filosofia antica. Prefazione di Gherardo Ugolini

Diego Lanza

Nous e thanatos. Scritti su Anassagora e sulla filosofia antica

Prefazione di Gherardo Ugolini: L‘Anassagora di Diego Lanza.

ISBN 978-88-7588-343-0, 2022, pp. 368, formato 140×210 mm., Euro 35 – Collana “Il giogo” [142].

In copertina: Thanatos e Hypnos trasportano il corpo di Sarpedonte via dal campo di battaglia di Troia. L’autore, il cosiddetto Pittore di Thanatos, è vissuto nel V secolo a.C. ad Atene. Dettaglio da una lekythos attica a fondo bianco datata agli anni 440-430 a.C. circa. British Museum, Londra (Cat. Vases D56).

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Il νοῦς (‘intelletto’, ‘mente’) è il principio che nel sistema cosmogonico di Anassagora dà origine al turbinoso movimento circolare da cui le sostanze si formano per separazione; θάνατος (‘morte’) è per Epicuro un semplice vuoto, mentre per Aristotele non era possibile intenderne il concetto altrimenti che in chiave biologica. Attorno a questi due temi ruota gran parte dell’analisi di Diego Lanza, presentata in alcuni saggi pubblicati tra il 1963 e il 2005 su riviste specializzate di studi classici e in miscellanee, ed ora raccolti nel presente volume. Nell’approccio al pensiero di Anassagora, come pure nell’indagine su concetti importanti della cultura greca antica quali σοφία, σωφροσύνη, ἀρετή etc., Lanza ricorre ad uno specifico approccio ermeneutico-filologico che muove dall’analisi linguistica e stilistica dei testi, e punta alla comprensione del contesto storico-culturale in cui inquadrare ogni singola testimonianza, con la finalità di smascherare e decostruire i modelli d’interpretazione che si sono costruiti e consolidati nel corso del tempo. Il tutto senza mai ostentare la presunzione di aver raggiunto un’interpretazione oggettivamente vera e definitiva, ma sempre nell’ottica di problematizzare le questioni illuminandole da molteplici punti di vista. Si tratta dello stesso metodo che Lanza ha utilizzato altrove per interpretare la tragedia greca, la figura del tiranno nel teatro, la Poetica e gli scritti biologici di Aristotele, gli snodi teorici della storia degli studi classici.






Diego Lanza (1937-2018) – Di mio padre ricordo l’orgoglio tenace, la fedeltà alle proprie decisioni, l’energia necessaria a una silenziosa coerenza, il disprezzo per il mormorio del senso comune. Mi ha insegnato ad essere come chi amiamo si aspetta che noi siamo, perché non pesare su chi ci ama con le nostre sofferenze è amorosa accortezza.
Diego Lanza (1937-2018) – La disciplina dell’emozione. Un’introduzione alla tragedia greca. Prefazione di Anna Beltrametti
Diego Lanza (1937-2018) – Appassionato filologo e grecista, innovativo nella lettura interdisciplinare dei testi, sempre in tensione etica, morale, filosofica, che ci consegna quale suggello, testimonianza vivificante e forte dono.
Diego Lanza (1937-2018) – «Lo stolto. Di Socrate, Eulenspiegel, Pinocchio e altri trasgressori del senso comune». Prefazione di M. Stella. Postfazione di G. Ugolini.
Diego Lanza (1937-2018) – Euripide porta sulla scena lo spettatore, l’uomo della vita di ogni giorno.
Diego Lanza, Gherardo Ugolini – «Storia della filologia classica». Si è cercato di illustrare tutta la problematicità della filologia, mostrando al contempo quanto lo studio dell’antico abbia sempre interferito con i dibattiti che hanno via via segnato lo svolgersi della cultura europea negli ultimi due secoli.
Diego Lanza (1937-2018) – Il libro di A. Meillet ci offre un’immagine della lingua greca oltremodo ricca, nel costante riferimento a precise condizioni storiche. Il rapporto tra lingua e società si definisce con chiarezza come rapporto tra lingua e civiltà, cultura in senso antropologico.
Diego Lanza (1937-2018) – «Il tiranno e il suo pubblico» è il tentativo di definire la genesi, lo sviluppo e la fortuna di una figura ideologica, che sempre meglio si precisa nella letteratura ateniese tra la metà del V e la metà del IV secolo a.C.
Silvia Gastaldi, Fulvia de Luise, Gherardo Ugolini, Giusto Picone – ** MARIO VEGETTI e DIEGO LANZA **, In ricordo di una amicizia filosofica.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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William Shakespeare (1564-1616) – Beati son coloro i cui impulsi e il cui giudizio non assomigliano per nulla a una zampogna su cui le dita della Fortuna possan suonare il tasto che le aggrada.

William Shakespeare_ Amleto 01

«Dove vi sono maggiormente ragione (nous) e intelletto (logos), vi è minimamente fortuna (tyche) e dove vi è massimamente fortuna vi è minimamente ragione».

Aristotele, Etica Eudemia, II, 8,1207 a.

«Poiché tu fosti simile a uno che pur soffrendo ogni cosa, non soffre nulla, ed ha bene accetti, con la stessa riconoscenza, insieme le offese e i premi della sorte. E beati son davvero coloro i cui impulsi e il cui giudizio si offron così mescolati, ch’essi non assomigliano per nulla a una zampogna su cui le dita della Fortuna possan suonare il tasto che le aggrada».

William Shakespeare, Amleto, atto III, scena II, tr. it. in Opere complete,vol. III, p. 744.


William Shakespeare (1564-1616) – «Cesare non potrebbe fare il lupo se non fossero pecore, e nient’altro che pecore, i romani».
William Shakespeare (1564-1616) – La sua lezione di regia: «Tenetevi misurati, dovete ottenere e conservare quella sobrietà che consente morbidezza di toni. Accordate l’azione alla parola, la parola al gesto: lo strafare è contrario alla vocazione dell’arte teatrale. Il gigioneggiare quanto il recitarsi addosso non può che disgustare l’intenditore».
William Shakespeare (1564-1616) – Nell’uomo che non ha la musica in se stesso, i moti del suo cuore sono spenti come la notte.
William Shakespeare (1564-1616) – Date parole al dolore. La sofferenza interiore che non parla, sussurra al cuore troppo gonfio fino a quando si spezza.
William Shakespeare (1564-1616) – Se la musica è l’alimento dell’amore, seguitate a suonare, datemene senza risparmio. Oh, spirito d’amore, quanto sei vivo e fresco! Così multiforme si presenta amore, da esser, lui solo, il trionfo della fantasia.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Aristotele (384-322 a.C.) – Tutti gli uomini per natura tendono al sapere. L’intelletto è quanto di più elevato si possa pensare, è il «toccare» il vero, rappresenta la realtà più divina ed eccellente che c’è in noi.

Aristotele - Arianna Fermani - intelletto

Quando Aristotele parla della «virtù di ciò che è migliore» si riferisce alla virtù della sapienza, che costituisce la virtù della parte migliore, cioè dell’intelletto.

Arianna Fermani,
Aristotele, Le tre etiche …, op. cit., infra,[1] p. 991.

«Tutti gli uomini per natura tendono al sapere [toû eidénai]» (Aristotele, Metafisica, 980 a ).

Dell’intelletto, del noūs, Aristotele afferma che è quanto di più elevato si possa pensare: è il «toccare» (tighein) il vero (Metafisica, IX, 10, 1051 b 24), è la pura presenza dell’essere qual esso è.


Aristotele afferma (in (De anima, I, 4, 408 b 18-29) che l’intelletto potrebbe «corrompersi soprattutto per l’indebolimento della vecchiaia. E invece accade, in questo caso, come agli organi sensoriali: se un vecchio avesse l’occhio adatto vedrebbe al pari di un giovane. Dunque la vecchiaia non è dovuta a un’affezione dell’anima, ma del soggetto in cui essa viene ad essere […]. Anche il pensare e l’esercizio del conoscere si spengono quando qualche altra cosa si corrompe, ma esso [l’intelletto] è impassivo. Il ragionare, l’amare o l’odiare non sono affezioni dell’intelletto, ma del soggetto che lo possiede, in quanto lo possiede. Perciò, spento questo soggetto, non c’è più ricordo né amore, perché codesti atti non sono dell’intelletto ma del composto che è andato distrutto: l’intelletto è, senza dubbio, qualcosa di più divino e di impassivo (apathés)».

È questo un tema che viene ripreso da Aristotele anche in De partibus animalium, IV, 10, 686 a 28. Ma è interessante in proposito soprattutto quanto lo Stagirita scrive in Etica Nicomachea, X, 7, 1177 a 15 e ss., che qui riproponiamo nella bella traduzione di Arianna Fermani:

«Se, poi, la felicità si configura come attività secondo virtù, è logico che lo sia secondo la più eccellente; questa verrà ad essere la virtù di ciò che è migliore; sia che si tratti dell’intelletto o di qualcos’altro, ciò che per natura sembra destinato a comandare, a dominare e ad avere conoscenza delle realtà belle e divine, sia che l’intelletto stesso sia divino, sia che esso rappresenti la realtà più divina che è in noi, la sua attività secondo la virtù sua propria costituirà la felicità perfetta. E che si tratti, poi, di un’attività teoretica lo abbiamo già detto. […] Tale attività, infatti, è la più eccellente (infatti anche l’intelletto è ciò che di più eccellente c’è in noi, e gli oggetti verso cui si rivolge l’intelletto sono i più eccellenti di quelli di cui abbiamo conoscenza). Inoltre tale attività è la più continua: infatti siamo in grado di contemplare in modo più continuo di quanto possiamo compiere qualsiasi altra cosa.

Riteniamo poi che il piacere debba essere mescolato alla felicità e, per opinione comune, l’attività connessa alla sapienza è la più piacevole delle attività che derivano dalle virtù; in ogni caso si ammette che la filosofia abbia in sé piaceri meravigliosi per purezza e per stabilità, ed è logico che coloro che già sanno passino il loro tempo in modo più piacevole rispetto a coloro che ricercano. Inoltre, ciò che chiamiamo autosufficienza si realizzerà al massimo nell’attività contemplativa: infatti delle cose necessarie per vivere hanno bisogno sia chi è sapiente, sia chi è giusto, sia tutti gli altri, ma una volta che tali individui giusti siano sufficientemente provvisti di che vivere, allora l’individuo giusto avrà bisogno di persone verso le quali compiere azioni giuste e di altri individui a cui unirsi per questo scopo, e lo stesso sarà per il temperante, il coraggioso e tutti gli altri, mentre il sapiente sarà in grado di contemplare anche da solo, e tanto più quanto più è sapiente […]».

(Aristotele, Le tre etiche e il Trattato sulle virtù e sui vizi, a cura di Arianna Fermani, presentazione di Maurizio Migliori, testo greco a fronte, Bompiani, Milano 2018, pp. 915-917).

[1] Aristotele, Le tre etiche e il Trattato sulle virtù e sui vizi, a cura di Arianna Fermani, presentazione di Maurizio Migliori, testo greco a fronte, Bompiani, Milano 2018, p. 991.

Aristotele – Questa è la vita secondo intelletto: vivere secondo la parte più nobile che è in noi
Aristotele (384-322 a.C.) – La «crematistica»: la polis e la logica del profitto. Il commercio è un’arte più scaltrita per realizzare un profitto maggiore. Il denaro è l’oggetto del commercio e della crematistica. Ma il denaro è una mera convenzione, priva di valore naturale.
Aristotele (384-322 a.C.) – La mano di Aristotele: più intelligente dev’essere colui che sa opportunamente servirsi del maggior numero di strumenti; la mano costituisce non uno ma più strumenti, è uno strumento preposto ad altri strumenti.
Aristotele (384-322 a.C.) – Da ciascun seme non si forma a caso una creatura qualunque. La nascita viene dal seme.
Aristotele (384-322 a.C.) – In tutte le cose naturali si trova qualcosa di meraviglioso.
Aristotele (384-322 a.C.) – Se l’intelletto costituisce qualcosa di divino rispetto all’essere umano, anche la vita secondo l’intelletto sarà divina rispetto alla vita umana. Per quanto è possibile, ci si deve immortalare e fare di tutto per vivere secondo la parte migliore che è in noi
Aristotele (384-322 a.C.) – Se uno possiede la teoria senza l’esperienza e conosce l’universale ma non conosce il particolare che vi è contenuto, più volte sbaglierà la cura, perché ciò cui è diretta la cura è, appunto, l’individuo particolare.
Aristotele (384-322 a.C.) – Diventiamo giusti facendo ciò che è giusto. Nessuno che vuol diventare buono lo diventerà senza fare cose buone. Il fine deve essere ipotizzato come un inizio perché il fine è l’inizio del pensiero, e il completamento del pensiero è l’inizio di azione. ⇒ Una Trilogia su Aristotele: «Sistema e sistematicità in Aristotele». «Immanenza e trascendenza in Aristotele». «Teoria e prassi in Aristotele».
Aristotele (384-322 a.C.) – Le radici della ‘paideia’ sono amare, ma i frutti sono dolci. Il modello più razionale di ‘paideia’ abbisogna di tre condizioni: natura, apprendimento, esercizio.
Aristotele (384-322 a.C.) – La virtù è uno stato abituale che orienta la scelta, individua il giusto mezzo e lo sceglie. Il male ha la caratteristica dell’illimitato, mentre il bene ha la caratteristica di ciò che è limitato.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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