Pierluigi Donini – La natura del segno demonico che visitava Socrate. La nuova traduzione del testo di Plutarco e il commento che la correda restituiscono significato unitario alla varietà dei temi del testo.

Pierluigi Donini 01
Plutarco, «Il demone di Socrate», Introduzione, traduzione e commento di Pierluigi Donini, Carocci, 2017.

Il trattato Il demone di Socrate, considerato da alcuni il capolavoro di Plutarco, riunisce una sorprendente molteplicità di temi, tra i quali primeggiano la narrazione di un importante episodio della storia greca – la liberazione di Tebe dall’occupazione spartana qualche decennio dopo la guerra del Peloponneso – e alcune discussioni di argomento filosofico, tra cui spicca quella intorno alla natura del segno demonico che visitava Socrate. Questa nuova traduzione del testo di Plutarco e il commento che la correda restituiscono un significato unitario alla varietà dei temi, mostrando come tutti gli aspetti del racconto siano unificati dall’intenzione di discutere quale fosse la più fedele interpretazione del platonismo tra le molte che allora si disputavano quel titolo, specialmente l’interpretazione socraticoacademica, quella neoacademica e quella pitagorizzante.



Pierluigi Donini, Franco Ferrari

L’esercizio della ragione nel mondo classico. Profilo della filosofia antica

Einaudi, 2005

La cultura occidentale, il nostro modo di rapportarsi al mondo e a noi stessi, la stessa identità europea affondano le radici nel cuore del pensiero filosofico classico: quello di Eraclito e di Parmenide, di Socrate e di Platone, di Aristotele e di Epicuro, di Seneca e di Plotino. Questo libro fornisce una guida ragionata alla filosofia antica, agli autori, ai movimenti, ai testi che hanno segnato in modo permanente la nostra tradizione culturale.

Indice

I. I presocratici. II. La sofistica, Socrate e i socratici. III. Platone. IV. Aristotele. V. La filosofia ellenistica. VI. La filosofia nel mondo romano. VII. Plotino. VIII. Il neoplatonismo dopo Plotino. – Bibliografia. – Indice dei nomi.



La Metafisica di Aristotele. Introduzione alla lettura

Un paradosso della storia della filosofia è il fatto che uno dei libri che l’hanno fondata non sia mai stato concepito come tale dal suo stesso autore. Questo volume, ridisegnandone la peculiare fisionomia storica, intende presentare le fondamentali questioni della “Metafisica” aristotelica, dalla polemica contro Platone e gli Accademici, alla dottrina dell'”essere in quanto essere”, alla trattazione della “sostanza”.

 

Indice

1.La storia della Metafisica 1.1.I dati della tradizione antica 1.2.Le ipotesi genetiche e la composizione della Metafisica 2.Prima della filosofia prima 2.1.Il libro ? e la fisica accademica 2.2.La datazione di A 2.3.La “scienza cercata” e i suoi caratteri secondo A 2.4.B e la serie delle aporie 2.5.La discussione dei precursori in A 2.6.Il libro ? 3.I libri di polemica contro Platone e gli Academici 3.1.La cronologia dei libri 3.2.Le dottrine di Platone e degli Accademici secondo Aristotele 3.3.La reazione di Aristotele contro le idee 3.4.La reazione di Aristotele contro le dottrine dei principi 3.5.Il libro I e la concezione del numero 3.6.La posizione della matematica in E I 3.7.Il significato dell’opposizione di Aristotele al platonismo 4.L’essere in quanto essere e la filosofia prima 4.1.La scienza generale dell´essere e la sua unità come scienza della sostanza in ? 4.2.La scienza della sostanza prima e la sua universalità secondo ? 4.3.La filosofia prima, la teologia e la loro universalità in E I 4.4.La difesa del principio di non contraddizione in ? 4.5.Carattere del libro E 5.I libri sulla sostanza 5.1.Composizione e cronologia di Z, H, ? 5.2.La concezione della sostanza in Z e H 5.3.L’individualità delle forme 5.4.Z e la sostanza sovrasensibile 5.5.La sostanza come atto in H e in ? 6.La sostanza sovrasensibile 6.1.I “libri teologici” e la collocazione di ? 6.2.La sostanza sovrasensibile come principio dl movimento 6.3.Natura e attività del motore immobile 6.4.La pluralità dei motori e il silenzio sulla forma 6.5.Il rapporto fra il divino, l’essere degli uomini e il loro sapere Cronologia della vita e delle opere. Nota bibliografica. Indice dei nomi.



Abitudine e saggezza. Aristotele dall’etica eudemia all’etica nicomachea

Edizioni dell’Orso, 2014

Nel presente volume l’autore cerca di risolvere preliminarmente il problema della cronologia relativa alle Etiche aristoteliche mostrando che soltanto la nicomachea presuppone la conoscenza, da parte di Aristotele, dell’ultima opera di Platone, le Leggi. L’Etica eudemia deve dunque essere anteriore alla nicomachea e avere un’origine abbastanza antica nella carriera del filosofo. Ma molto più importante della precisazione sulla cronologia è il risultato che lo studio delle due Etiche permette di ottenere se le loro dottrine sono messe a confronto alla luce dell’influenza, peculiare della più recente, dell’ultima opera di Platone. Mentre l’eudemia insiste sul fondamento naturale delle virtù e sulla relazione tra questo e la razionalità, la nicomachea, esplicitamente rifacendosi alle Leggi, ignora del tutto le doti naturali e mette al centro della formazione morale l’educazione delle abitudini, da cui dipende infine anche la corretta maturazione della razionalità. Le tracce di questa nuova concezione sono visibili anche nella trattazione di altri temi connessi a quello della virtù, come quello, fondamentale nelle Etiche, della felicità e quello dell’amicizia.

 



Le scuole, l’anima, l’impero: la filosofia antica da Antioco a Plotino

Rosemberh & Sellier, 1982

Pierluigi Donini già professore di storia della filosofia antica nell’Università di Milano. È autore di studi, volumi e saggi su Aristotele e sulla tradizione aristotelica, sul problema del determinismo nel pensiero antico, sullo stoicismo e sulla filosofia dell’età imperiale romana (Seneca, Plutarco Alcinoo, Galeno). Per Einaudi ha curato la Poetica di Aristotele (Piccola Biblioteca Einaudi, 2008).



IL PIACERE COGNITIVO E LA FUNZIONE DELLA TRAGEDIA IN ARISTOTELE

PIERLUIGI DONINI

Méthexis

Vol. 25 (2012), pp. 109-130

Plutarco (46/48 d.C. – 125/127 d.C.) – Quanti hanno assennatezza devono preoccuparsi di tutte quelle ragioni che recano conforto contro le sofferenze, prima che le sofferenze stesse si manifestino.

Plutarco 002

La serenità d'animo

La serenità d’animo

«Quanti hanno assennatezza devono preoccuparsi di tutte quelle ragioni che recano conforto contro le sofferenze, prima che le sofferenze stesse si manifestino, perché, preparati ormai da molto tempo, possano recare maggiore giovamento».

Plutarco, La serenità d’animo, 1, 465b.

 

Mentre

« […] non è facile attutire le passioni dell’anima, quando sono selvaggiamente scatenate, se non sono presenti ragionamenti familiari e abituali che riescano a dominarle quando sono in piena tempesta».

Plutarco, La serenità d’animo, 1, 465c.


Plutarco (45 d.C.-120 d.C.) – Lo sguardo ininterrotto sui soli nostri pensieri, specie se in preda all’ira, impedendoci di guadagnare una distanza prospettica, può nascondere alla vista errori e discordanze

Plutarco (46/48 d.C. – 125/127 d.C.) – Occorre un’educazione seria e un’istruzione corretta. La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma di una scintilla, che la accenda, che vi infonda l’impulso alla ricerca e il desiderio della verità. Bisogna assegnare un ruolo preminente alla filosofia.


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Plutarco (46/48 d.C. – 125/127 d.C.) – Occorre un’educazione seria e un’istruzione corretta. La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma di una scintilla, che la accenda, che vi infonda l’impulso alla ricerca e il desiderio della verità. Bisogna assegnare un ruolo preminente alla filosofia.

Plutarco 001

Plutarco, Moralia

Nel De liberis educandis, Plutarco sottolinea che
 il fine dell’educazione
è quello di formare l’individuo nel pieno delle sue capacità
Per fare questo, l’educazione dovrebbe condurre l’uomo alla virtù,
e quindi alla felicità.

 

«Riassumendo, io ribadisco che nella vita il punto unico, primo, centrale e ultimo, è costituito da un’educazione seria e un’istruzione corretta, e sostengo che il concorso di questi due fattori è efficace per acquisire la virtù e la felicità».

«Gli altri non sono che beni umani, insignificanti e indegni di considerazione. La nobiltà è una bella cosa, ma è un bene proprio degli antenati; la ricchezza è preziosa, ma appartiene alla sorte, che spesso la toglie a chi ce l’ha e la dona a chi non lo sperava. La gloria è meravigliosa, ma instabile; la bellezza ambita, ma caduca; la salute preziosa, ma fragile. La forza fisica è invidiabile, ma comoda preda della malattia e della vecchiaia. L’educazione è l’unico nostro bene immortale e divino».

 

 

«La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma, come un fuoco da ardere, ha bisogno solo di una scintilla, che la accenda, che vi infonda l’impulso alla ricerca e il desiderio della verità».

 

 

«Rivestono grande importanza i principi educativi, gli insegnamenti e gli orientamenti di vita, e ve lo dimostrerò subito con assoluta chiarezza»

.

 

 

«Bisogna assegnare un ruolo preminente alla filosofia. Posso esemplificare la mia idea con un’immagine: è bello, viaggiando per mare, scendere a visitare molte città, ma utile è andare a risiedere in quella migliore. Perciò la filosofia deve costituire il coronamento dell’intero processo educativo».

***

Ecco alcuni brani del libro di Plutarco

***

«Passiamo ora ad occuparci dell’educazione. In generale, anche per la virtù si devono ribadire i concetti che abitualmente enunciamo a proposito delle arti e delle scienze, e cioè che per pervenire a una condotta impeccabile si richiede il concorso di tre fattori: natura, parola e abitudine. Per parola intendo l’istruzione, per abitudine l’esercizio. Le basi sono offerte dalla natura, i progressi dall’istruzione, le acquisizioni dall’applicazione, la perfetta riuscita dalla concomitanza di tutte queste condizioni. Se ne viene a mancare una, la virtù risulta inevitabilmente zoppa da quella parte: la natura senza l’istruzione è cieca, l’istruzione senza la natura è insufficiente, e l’esercizio, se difettano le altre due, è inconcludente. […] Tutte queste condizioni, posso affermarlo decisamente, si incontrarono e cospirarono per dar vita alle anime, universalmente celebrate, di Pitagora, Socrate, Platone e di quanti hanno conseguito una gloria che non tramonterà mai. Segno dunque di felicità e di predilezione celeste è ricevere da un Dio tutti questi doni. Se qualcuno invece pensa che chi è scarsamente dotato, nonostante un’istruzione e un’applicazione correttamente indirizzate alla virtù, non possa compensare, nei limiti del possibile, la propria naturale pochezza, sappia che si sta sbagliando di molto, anzi del tutto. Se l’indolenza guasta le buone qualità naturali, l’insegnamento ne corregge i difetti; le mete facili sfuggono ai negligenti, ma con l’impegno si conquistano quelle difficili. Si può comprendere quanto efficaci e determinanti siano impegno e fatica osservando molti fenomeni. Le gocce d’acqua incavano le pietrei; il ferro e il bronzo si consumano al continuo contatto delle mani; le ruote dei carri, una volta curvate dal tornio, non potrebbero mai, in nessun caso, riacquistare la forma rettilinea d’un tempo; è impossibile raddrizzare i bastoni ricurvi degli attori, ma ciò che è contro natura diventa con la fatica migliore di ciò che è secondo natura. Sono forse questi i soli esempi che dimostrano l’efficacia del l’impegno? No, ce ne sono infiniti altri. Un terreno è di per sé fertile, ma se lo si trascura isterilisce e anzi, quanto migliore è per natura, tanto più incuria ed abbandono lo traggono a rovina. Un altro, invece, è duro e accidentato più del dovuto, ma se lo si coltiva produce subito messi rigogliose. Quali piante, se poco curate, non crescono storte e non diventano infruttifere, mentre con un’adeguata coltivazione danno frutti e riescono a portarli a maturazione? Quale robusta costituzione non s’infiacchisce e consuma per trascuratezza, mollezza e cattiva condizione fisica? Quale natura fiacca non ha compiuto, invece, decisi progressi in robustezza, sottoponendosi a duri e faticosi allenamenti? […]

L’educazione è l’unico nostro bene immortale e divino. Nella natura umana due sono in assoluto gli elementi più importanti: intelletto e parola.
L’intelletto è signore della parola e la parola è al servizio dell’intelletto: è inespugnabile dalla sorte, inattaccabile dalla calunnia, indenne dalla malattia, al riparo dai guasti della vecchiaia, perché solo l’intelletto invecchiando ringiovanisce e il tempo, che porta via ogni altra cosa, alla vecchiaia aggiunge invece la saggezza. […] È bene non dire né fare niente a caso e, come dice il proverbio, «il bello è difficile». I discorsi improvvisati sono pieni di molta sciatteria e superficialità, e tipici di chi non sa da dove cominciare né dove finire. Senza contare le altre stonature, è fatale che chi parla improvvisando cada in una tremenda dismisura e verbosità. La riflessione, invece, non consente al discorso di eccedere la giusta simmetria. […] Con questo, però, non intendo sostenere la condanna assoluta dell’improvvisazione o proibirne l’impiego anche nei casi che la richiedono, ma piuttosto la necessità di adoperarla come si fa con una medicina. Fino all’età adulta ritengo che non si debba mai parlare improvvisando, ma una volta radicate le proprie capacità, allora è bene, se le circostanze lo esigono, godere di piena libertà nell’esprimersi. Perché uno rimasto a lungo in ceppi, anche se riacquista la libertà, per la lunga abitudine alle catene non riesce a camminare spedito ma zoppica, e così pure chi per molto tempo ha avuto sotto chiave la parola, anche se un giorno si trova a dover improvvisare un discorso, fatalmente conserva nel modo d’esprimersi lo stesso sigillo. Comunque, consentire ai ragazzi di parlare improvvisando diventa causa del peggiore vaniloquio. […]

Ma desidero, finché ancora tratto di questo aspetto dell’educazione, esprimere la mia idea al riguardo: un discorso monocorde è anzitutto, a mio modo di vedere, un non trascurabile indizio di povertà culturale, e in secondo luogo, anche ai fini pratici, lo giudico noioso e assolutamente privo di incisività. La monotonia è sempre stucchevole e antipatica: la varietà, invece, è gradevole, come avviene anche in tutti gli altri campi, negli spettacoli musicali, ad esempio, o in quelli teatrali. […] Si deve dunque consentire a un ragazzo libero di ascoltare e conoscere anche tutte le altre discipline, che formano la cosiddetta educazione di base: queste, comunque, le dovrà apprendere di corsa, limitandosi, per così dire, a un assaggio (raggiungere la perfezione in ogni campo è impossibile), e assegnando invece un ruolo preminente alla filosofia. Posso esemplificare la mia idea con un’immagine: è bello, viaggiando per mare, scendere a visitare molte città, ma utile è andare a risiedere in quella migliore. […] Perciò la filosofia deve costituire il coronamento dell’intero processo educativo. Per la cura del corpo gli uomini hanno escogitato due scienze, la medicina e la ginnastica, che assicurano rispettivamente la salute e la vigoria. Il solo rimedio alle malattie e alle passioni dell’anima è dato, invece, dalla filosofia. Per essa e con essa è possibile capire in che cosa consistano il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, quello che, in breve, si deve ricercare o evitare. […]

Tre sono i modelli di vita possibili: l’attivo, lo speculativo e il gaudente. Quest’ultimo, che s’abbandona e si fa schiavo dei piaceri, è animalesco e meschino; quello attivo, se non è assistito dalla filosofia, è goffo e stonato; quello speculativo, se fallisce sul piano pratico, inutile.

Si deve cercare dunque, con il massimo impegno, di occuparsi degli affari pubblici e dedicarsi alla filosofia per quanto le circostanze consentano. […] Sostengo anche questo, che bisogna guidare i ragazzi a comportarsi bene ricorrendo a consigli e parole, e non, per Zeus!, a percosse o maltrattamenti».


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Solone (638-558 a.C.) – Armonizzerò le leggi con i bisogni dei cittadini in maniera tale che tutti vedano chiaramente come meglio giovi vivere nella giustizia che trasgredire le leggi.

Solone 01

solone

Solone

«Ai greci [...] il dio ha dato di essere misurati in tutto
e per questo senso della misura siamo partecipi di una saggezza cauta [...].
Vedendo che la vita è soggetta continuamente a vicende d'ogni genere,
essa non ci permette di ingorgoglirci dei beni presenti
né di ammirare la sorte di un uomo
quando ancora ha il tempo di cambiare.
A ciascuno, infatti, vario sopravviene dall'ignoto il futuro».

Diogene Laerzio, Le Vite dei Filosofi, VIII, 51.
 °°°
«Anacarsi, avendo saputo che Solone attendeva alla stesura della sua costituzione, scoppiò a ridere dell’impresa cui si era accinto, poiché pensava di combattere l’iniquità e l’avidità degli uomini mediante parole scritte:
– Il tuo codice, – disse, – sarà come una ragnatela: come le ragnatele stringerà i deboli e i timidi che vi incapperanno, mentre i potenti e i ricchi la stracceranno.
Al che Solone gli rispose:
– Gli uomini osservano i contratti quando non gioverebbe a nessuna delle due parti violarne le clausole. lo armonizzerò le leggi con i bisogni dei cittadini in maniera tale che tutti vedano chiaramente come meglio giovi vivere nella giustizia che trasgredire le leggi».
 °°°
Plutarco, Solone, 5. Cfr., inoltre, Diogene Laerzio I, 58.

La vita di Solone

La vita di Solone


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Plutarco (45 d.C.-120 d.C.) – Lo sguardo ininterrotto sui soli nostri pensieri, specie se in preda all’ira, impedendoci di guadagnare una distanza prospettica, può nascondere alla vista errori e discordanze

Plutarco 01

Busto di Plutarco, oggi conservato al museo archeologico di Delfi.

Busto di Plutarco, oggi conservato al museo archeologico di Delfi.

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«Un buon metodo, mi sembra, […] è quello seguito dai pittori, che osservano di tanto in tanto i loro dipinti prima di considerarli finiti. Fanno così perché, allontanando lo sguardo ed osservando spesso il lavoro, sono in grado di farsi un giudizio preciso, capace di soffermarsi sulla più piccola divergenza, che invece la familiarità di uno sguardo ininterrotto potrebbe nascondere alla vista».

Plutarco, Sul controllo dell’ira, 452f-453a)

 

 


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