Anna Beltrametti – Il punto più alto che Platone tocca nelle riflessioni sulla paura è proprio il reciproco implicarsi di potere personale e paura. Paura che l’uomo di potere riesce ad incutere ai suoi governati, ma anche paura provata dall’uomo di potere nei confronti di chi è migliore di lui, come pure della paura che ha di tutta la schiera di manutengoli che, dopo averlo lusingato, vogliono essere lusingati e pretendono lusinghe.

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Anna Beltrametti, Umberto Galimberti: “Paura” – LE PASSIONI DEGLI ANTICHI E DEI MODERNI

Lectio nell’ambito del 5° incontro del ciclo LE PASSIONI DEGLI ANTICHI E DEI MODERNI a cura di Mauro Bonazzi, Silvia Vegetti Finzi e Filippo Forcignanò

Pubblicato il 14 mar 2019

Pubblichiamo alcuni brevi passi della lectio
della Professoressa Anna Beltrametti
fruibile nella sua intierezza all’indirizzo della Casa della cultura di Milano,
cliccando qui.

 

Il punto più alto che Platone tocca nelle riflessioni sulla paura è proprio il reciproco implicarsi di potere personale e paura. Non genericamente del potere ma del potere personale, la tirannide. Tirannide è il potere personale assoluto, non temperato da altre istituzioni. Platone mette in luce in modo straordinario questa co-implicazione tra tirannide, potere personale assoluto e paura, φόβος. Non ci parla soltanto della paura che l’uomo di potere riesce ad incutere ai suoi governati, ma anche della paura provata dall’uomo di potere nei confronti di chi è migliore di lui, come pure della paura che ha di tutta la schiera di manutengoli che, dopo averlo lusingato, vogliono essere lusingati e pretendono lusinghe.
[…] L’argomento su cui vorrei soffermarmi di più, perché è un punto saliente della riflessione platonica che merita una attenzione particolare (fine del libro VIII e inizio del libro IX della Repubblica), è proprio la rappresentazione del tiranno, […] fino ad arrivare alla figura dell’uomo sommamente tirannico, non semplicemente tirannico.
Ma prima della Repubblica viene il Gorgia, forse il capolavoro della prima stagione di Platone. Il Gorgia, dialogo con ricadute politiche molto importanti, ha una figura centrale che è Archelao, di cui si narra. Archelao dovrebbe essere, per Callicle, l’uomo felice anche se ha molto trasgredito. Questa felicità non è condivisa da Platone. Per Platone Archelao, che è poi il capostipite della dinastia macedone (quella da cui si arriverà poi ad Alessandro il Grande), è il criminale per eccellenza. Nel Gorgia Platone incomincia a mettere a fuoco questo tema della paura che il tiranno prova nei confronti di chi è migliore di lui. Senza citarlo direttamente, rimette in circolo un aneddoto che Erodoto aveva raccontato meravigliosamente. Cito brevemente la pagina 510 del Gorgia in cui si dice: «Quando sia signore un tiranno [τύραννος], rozzo e incolto [ἄγριος καὶ ἀπαίδευτος], certamente avrebbe paura se ci fosse nella città uno migliore di lui e non potrebbe certo essergli amico. Ma se ci fosse uno anche troppo peggiore di lui, neppure a questi potrebbe essere amico e il tiranno non lo terrebbe in nessun conto. Al tiranno, come amico degno di considerazione, resta solo colui che avendo la stessa indole e in spregio e disprezzo le stesse cose, sia disposto a lasciarsi comandare e a soggiacere al volere del signore. Costui sarà molto potente nella città e nessuno potrà fargli ingiustizia impunemente». (cfr. Platone, Repubblica, 571 a – 577 b).
È un passo strepitoso, perché oltre a delineare la figura del τύραννος, Platone delinea le figure dei manutengoli del τύραννος, degli adulatori, adulati a loro volta.
Dietro questa riflessione platonica sul tiranno c’è sicuramente quell’aneddoto raccontato da Erodoto nel V libro delle Storie, in cui sono due i tiranni di cui si narra: Periandro e Trasibulo. Il primo, Periandro, è il tiranno per eccellenza di tutta la storia greca, e soprattutto dei racconti greci, Erodoto in primis. Periandro, giovane tiranno di Corinto, vuole chiedere all’amico Trasibulo, tiranno di Mileto, come si riesca a tenere a bada una situazione difficile nella città – ecco quindi la paura anche come strumento di coercizione, di contenimento e di controllo. Manda dunque un suo emissario a Mileto, da Trasibulo, per avere un consiglio. Trasibulo non proferisce parola, ma porta questo messo in un campo fuori dalla città, e mentre parla del più e del meno con il messaggero tronca tutte le spighe più alte del campo. Il messaggero non capisce, ma quando riferisce a Periandro la scena a cui ha assistito e il comportamento di Trasibulo, Periandro capisce immediatamente: per poter esercitare un potere assoluto bisogna liberarsi dalle teste pensanti, da quelle che emergono rispetto al livello medio della cittadinanza, che cittadinanza chiaramente non è più.
Queste non sono che le premesse che filtrano nel Gorgia attraverso questi racconti tradizionali, e dunque premesse della definizione del τύραννος nella Repubblica. […] Che cosa dice Platone del tiranno nella Repubblica?

«Chi è davvero tiranno è davvero schiavo, costretto alle lusinghe e ai servilismi più estremi nel suo rendersi adulatore degli uomini peggiori e, lungi dal soddisfare i propri desideri, egli appare, a chi sappia osservarne l’anima nella sua interezza, bisognoso di tutto e povero davvero e pieno di paura in tutta la sua vita, pieno di turbamenti e di dolori, se somiglia alla condizione della città nella quale governa».

Qui tocchiamo il culmine nel disegnare il tiranno, spaventato a sua volta, e sono queste le pagine con cui Platone conclude la descrizione di quel capo che il popolo si alleva al proprio interno – il tiranno viene cresciuto dentro il popolo – e che dal popolo è fatto diventare grande e che si trasforma via via da capo del popolo, a τύραννος. Secondo quel mito arcadico del licantropo [τούτῳ λύκῳ γενέσθαι (Repubblica, VIII, 565 e)] si diventa tiranno se si riesce a cibarsi del sangue e delle interiora, anche solo ad assaggiarle, dei propri consanguinei, per arrivare successivamente a circondarsi di accozzaglia di varia provenienza, per arrivare a dar fondo ai tesori della città, e all’uccisione del proprio padre, il demos, cioè il popolo che lo ha allevato. Quindi, gustare via via il sangue dei propri congeneri per arrivare al parricidio nei confronti del demos-popolo che ha allevato il tiranno, nel compiere ancora o desiderare da sveglio – il tiranno – quello che ognuno può desiderare nel sogno, senza la repressione delle leggi, come per esempio accoppiarsi con la propria madre, o con chiunque altro tra uomini e dei, come commettere qualsiasi assassinio, come il non astenersi da alcun cibo, quindi non rispettare tabù di alcun genere, come il non trattenersi da alcuna follia o spudoratezza. I desideri della notte per il tiranno diventano desideri realizzabili di giorno. È questo che connota il tiranno.

Abbiamo qui pagine che meritano una riflessione particolare e soprattutto il punto alto di questo intreccio che Platone costruisce tra paura e potere. […]

Anna Beltrametti

 

Anna Beltrametti – C’è anche un pensiero delle donne? Le donne del teatro greco sono laboratori di utopia infiniti. Sono talmente forti in questa loro energia utopica di un mondo da rifondare, da rinnovare, di un mondo possibile, che è la filosofia stessa ad attingere al loro pensiero.
Anna Beltrametti – Scritti per onorare la memoria di Diego Lanza e Mario Vegetti

Karl Jaspers (1883-1969) – Filosofare presuppone una visione del mondo ed è espressione specifica di un se-stesso originariamente libero. Filosofano veramente solo quegli uomini che sono originariamente se stessi e che nel filosofare si incontrano e si legano tra loro.

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«Il filosofare vive fondamentalmente grazie a pochi filosofi che nel corso di due millenni e mezzo sono apparsi, ciascuno nella propria unicità e nella propria misura, come apice e origine del filosofare stesso. Gli altri procedono da essi, ma non partecipano alla loro origine se non la incontrano a partire dalla propria. Nessuno è acceso dalla verità tramandata se già non ne possiede in sé la scintilla, e anche in questo caso non è propriamente creativo anche se è vero e originario.
Per l’identità del vero filosofare e di quello originario è impossibile imparare la filosofia o limitarsi a recepirne la verità. L’appropriazione, che non è né progresso né irrigidimento, è la realtà del filosofare che si diffonde ridestando.
Quando la propria originarietà, cercando l’origine nei grandi filosofi, è sospinta verso ciò che traspare dalle loro dottrine, il filosofare che ne risulta, e che mentre interpreta sussiste da sé, può esprimersi svolgendo una filosofia sistematica che, se non riesce mai ad entrare, neppure in piccolissima parte, nello spazio riservato ai grandi, costItuisce però quell’organo del filosofare che, pur non creando da sé, rimane sempre un filosofare originale che mantiene aperto l’accesso ai grandi. Questa filosofia non potrà evitare di cercare di nuovo, in ogni situazione storica, la propria forma. Chi la cerca nell’appropriazione, nella tradizione e nella venerazione incondizionata di quei filosofi secolari che non compaiono in ogni tempo, finisce col non distinguersi più da essi.
Poiché l’appropriazione presuppone che il filosofare mi giunga in forma oggettiva, e poiché per comprendere si richiede un certo mestiere, il filosofare si traduce inevitabilmente in dottrina che, come tale, espone il filosofare a quei possibili fraintendimenti che lo annichiliscono. La dottrina e la scuola, nonostante rappresentino un pericolo per il filosofare autentico, costituiscono pur sempre un compito a cui nessun filosofare si può sottrarre se vuoi comunicarsi ad un esserci nel mondo.
Le Università, come strutture di coesistenza di tutte le scienze per realizzare in tutte le direzioni le possibilità del sapere, per indagare, per comprendere e apprendere tutto ciò che può presentarsi, tanto nei fatti, quanto nelle costruzioni intellettuali, possiedono un’unità e una vita intensa dovuta al filosofare che è presente in ogni ricercatore e in ogni erudito. Questo qualcosa in “più rispetto alla scienza” di cui tra l’altro ne costituisce il senso, oltre a stabilirne le reciproche relazioni, nell’insegnamento della filosofia diventa coscienza esplicita come anima del complesso. Le Università prosperano e fioriscono nella misura in cui sono penetrate e ispirate da quest’anima.
[…]
La scuola, a causa della stabilizzazione della filosofia, incorre nella perdita del filosofare nella misura in cui gli uomini tendono a raggiungere in una dottrina quella stabilità che li dispensa dall’esigenza d’esser-se-stessi. In questa forma di irrigidimento aumenta per la filosofia il pericolo di tradursi in un’attività ricercata per ottener prestigio, soprattutto quando, per la sua tradizione nelle istituzioni sociologiche (nell’antichità e nelle Università moderne), seduce quanti, privi di vocazione, sono indotti a crearsi con essa una posizione. Allora chi non ha filosofato a proprio rischio, a contatto col mondo, con gli uomini e con la tradizione storica, è indotto a trattare la filosofia come se fosse una scienza costituita, una disciplina specifica che si può apprendere, che si può incrementare con operazioni intellettuali e quindi insegnare.
[…]
Ma chi filosofa con l’intenzione di fondare una scuola non può che esser falso fino alla radice. Non solo, infatti, tratta la filosofia come se fosse una scienza, ma suppone d’esser l’unico a possederla veramente per averla posta, come scienza, sul retto cammino. Separa, ad esempio, la filosofia dalla visione del mondo perché, a suo giudizio, la filosofia contiene affermazioni universalmente valide, e alla visione del mondo non riconosce altro valore se non quello d’esser una tra le molte; secondo lui la filosofia deve essere possibile senza una visione del mondo. Esige riconoscimenti per la sua dottrina e ritiene che ciò che gli altri hanno fatto non sia filosofia. È polemico, perché vive originariamente senza quel se-stesso che lo porterebbe a filosofare, per cui si limita a negare gli altri e a solidificare la propra posizione. […]
Chi, come discepolo, adotta la dottrina e il metodo di un altro che funge da maestro, traduce l’una e l’altro in qualcosa di estraneo, anche quando il maestro, filosofando originariamente, si limita a dare espressione a un contenuto. La storia della filosofia ci mostra i modi attraverso cui la filosofia s’è trasformata in un giro vuoto di concetti o nell’arte dei metodi. La condizione di discepolo può avere la funzione storica di conservare gli scritti di un grande filosofo e di darne notizia; modificando le sue costruzioni intellettuali, il discepolo può gettare una luce retroattiva sul filosofo, può ampliarne qualche aspetto tecnico, e, per il contrasto che esiste tra il suo essere e quello del filosofo, può delinearlo con maggior esattezza, ma non può filosofare, perché il filosofare è l’espressione specifica di un se-stesso originariamente libero.
La scuola che risolve la filosofia in una scienza specifica fa assumere al maestro un atteggiamento che lo induce a promettere continuamente ciò che non può mantenere, per l’impossibilità di fornire la conoscenza della verità dell’incondizionato nelle forme di un sapere oggettivo. Nel discepolo, invece, fa sorgere il desiderio di impadronirsi a poco a poco della filosofia, memorizzandone le tesi. Ma quando il maestro e il discepolo s’aggrappano tenacemente a qualcosa, la filosofia in essi si estingue senza neppure diventare scienza, perché di fatto sia l’uno sia l’altro non hanno tra le mani proprio nulla.
Filosofano veramente solo quegli uomini che sono originariamente se stessi e che nel filosofare si incontrano e si legano tra loro. Si porta la bandiera della filosofia ancor più nobilmente quando si coglie ciò che v’è di autentico nella totalità, attraverso itinerari che si inoltrano nel vuoto senza alcun aiuto, mentre si vien meno all’intento quando, per dignità professionale, si affossa il filosofare nell’ordine convenzionale di un atteggiamento condizionato dalla superstizione scientifica. Se dunque la realtà della filosofia si affianca necessariamente alla corrente dell’attività scolare, ciò avviene solo
nell’intento di assicurare la trasmissione professionale del pensiero e di accompagnare nella ricerca chi impara, affinché questi si separi con l’inizio del suo filosofare e rischi tutto su di sé. La filosofia si realizza se ci si riprende dallo smarrimento in cui sempre e di nuovo si cade. Essa non può rivolgersi, come fa la scienza, a degli specialisti, ma solo alla vita fiosofica presente in ogni uomo, sia esso scienziato, ricercatore o erudito. Originariamente filosofi, costoro si prendono la libertà di oltrepassare, nel pensiero, il pensiero, per giungere là dove non si ha a che fare col sapere vincolante, ma con la totalità, ossia con l’essere stesso.
La vera scuola, quindi, sia pure in un senso del tutto indeterminato, ossia senza l’unità di una dottrina, è l’insieme di una vita filosofica che si trasmette. Gli individui, che sono insostituibili, scelgono già nel punto di partenza del loro filosofare le loro prossimità e le loro distanze. Questa scuola non si raccoglie intorno al nome di un maestro. I suoi membri si incontrano in un rapporto di autentica indipendenza perché possiedono la solidarietà della libertà, mentre gli insinceri considerano un valore la solidarietà che nasce dall’appartenenza a un circolo. La libertà si avverte dove c’è libertà, la si percepisce con entusiasmo anche là dove c’è dell’ostilità. I membri di questa scuola possono incorrere in una situazione di ostilità filosofica che è tanto radicale quanto cavalleresca perché cercano di convertire i nemici in amici. Infatti anche nell’opposizione perdura quella comunità che ha le sue radici profonde nel possibile essere libero. Questa scuola è l’atmosfera del filosofare occidentale iniziato dai greci come un regno anonimo che perdura nel tempo.
Nel legame indeterminato che si stabilisce in questa scuola, la tradizione è assicurata dall’istituzione e, ciò nonostante, è libera; essa si limita a porre una disciplina nelle premesse e non pretende di prolungare se stessa nella forma di una dottrina conquistata, ma piuttosto spera di ridestare l’altro se-stesso. È una forma di decadenza indugiare nel ruolo di discepoli soddisfatti d’esser seguaci, perché l’amore per l’altro, che nasce dal profondo della propria libertà, permette solo che si instauri un identico livello di comunicazione come realtà, oppure una lontananza che consenta di prendere le distanze come difesa della possibilità».

Karl Jaspers,
Filosofia, a cura di Umberto Galimberti,
Utet, 1978, pp.410-415.

 

 

 

KARL JASPERS (1883 - 1969) Philosophe allemand en 1910.

KARL JASPERS nel  1910.


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Giovanni Semerano (1911-2005) – Vi sono parole fatte fluitare dalle onde di secoli remoti; occorre auscultarle acutamente per sentirvi dentro il loro segreto, come in una conchiglia si ascolta l’eco di oceani abissali.

Semerano Giovanni
«Chi non sa rendersi conto di tremila anni
resta all'oscuro,
ignaro, vive alla giornata».

J. W. Goethe, 1788
L'infinito, un equivoco millenario

L’infinito: un equivoco millenario.

«Molte parole sono giunte sino a noi, come diremo, attraverso gli incontri dei popoli.
Altra è però l’oralità che si identifica con la creazione quando è opera che muove fantasia, sentimento, estro, come il linguaggio della poesia o della preghiera.
Il ricordo delle opere e dei giorni fu in realtà fermato nella pietra come il grande blocco di diorite su cui sono incise le leggi di Hammurabi. Ciò che sappiamo di quei popoli del Vicino Oriente che crearono la prima grande civiltà come conquista perenne anche per l’Occidente noi possiamo leggerlo negli scritti che sono giunti sino a noi.
Nessun altro popolo celebrò con parole così vibranti il fascino della propria scrittura e chiamò le costellazioni scrittura dei cieli. E se i primordi culturali di altri popoli antichi hanno certo rilevanza conoscitiva, sono o possono essere arricchimento culturale, le creazioni dei popoli mesopotamici dal III millennio a.C. costituiscono invece per noi vita spirituale.
[…]
Ed ecco spalancarsi il paradiso dei miracoli sugli orizzonti dell’antico Eden. Vi sono parole fatte fluitare dalle onde di secoli remoti; giungono intatte sino a noi, ma non si possono accogliere solo col suono delle loro sillabe, occorre auscultarle acutamente per sentirvi dentro il loro segreto, come in una conchiglia si ascolta l’eco di oceani abissali.
Una di quelle parole che hanno sfidato i millenni è “mano”, dal latino manus.
Umberto Galimberti nel suo splendido Dizionario di psicologia (Utet, Torino 1994, p. 562) evocò la definizione kantiana della “mano” come proiezione esterna della mente. Manus, che non ebbe un’etimologia, ha il suo antecedente nell’antico accadico manû (calcolare, computare). Ne risulta la mano come strumento naturale del computo per indigitazione, quale emerge nei libri di matematica sino al Settecento.
A quella antica parola accadica manû ci riconduce una lunga serie di parole greche, latine, germaniche.
Il greco méne (luna), l’astro che guida i cicli biologici e segna i ritmi dei giorni: greco mén (mese). A méne, “luna”, ci richiama ilgotico mena, antico alto tedesco mano, anglosassone mona.
Il valore semantico di accadico manû (calcolare) torna in voci greche col senso di “ricordare”, “aver senso”: greco mévoç; (spirito, mente), e ovviamente in latino mens (mente), nell’inglese mean, germanico occidentale *mainjan.
La voce anglosassone, inglese, svedese hand (mano) conferma l’idea della mano come strumento di computo: hand appare con timbro oscurato in inglese hund-red.
Hand si identifica con il greco –kónta (un duale che denota le due mani, “dieci”) e con la base di greco ekatón (cento), ove la sillaba iniziale ha il senso di “venti”: eíkosi. La base di hand risale attraverso –katón ad accadico qatu (mano).
La nostra ignoranza delle antiche sorgenti ci ha precluso di conoscere la storia delle parole che vengono su dal cuore. Così il greco époç; (amore) che ritrova il suo antecedente in una voce antica che lo evoca come “desiderio”: accadico eresu (oggetto di desiderio), assiro erasu (desiderare).
Per la storia di Liebe (amore), antico alto tedesco liubi, luba, bastò il richiamo al latino libet, lubet, del quale nulla si seppe. Ci soccorre, in questo caso, l’accadico libbu, semitico lubb, libb, aramaico lebab (cuore, sentimento, amore).
Così per migliaia e migliaia di voci restate senza storia e che ritrovano rifugio nei lemmi dei Dizionari etimologici del mio Le origini della cultura europea (4 voll., Olschki, 1984-1994)».

Giovanni Semerano, L’infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco, Bruno Mondadori, 2001, pp. 4-6.

 

 

Immagine in evidenza:

Sargon I° (2334 – 2279)


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Massimo Bontempelli – Il pensiero nichilista contemporaneo. Lettura critica del libro di Umberto Galimberti « Psiche e tecne».

Psiche

Filosofare

Il 31 luglio 2011 veniva improvvisamente a mancare, a Pisa, Massimo Bontempelli. Chi ha avuto la fortuna di leggere i suoi libri, sa che, con lui, è venuto a mancare uno dei pensatori italiani più originali, autore di opere filosofiche, storiche e politiche che trovano raramente degli uguali fra quelle più note ai contemporanei; essendo pensatore critico verso il modo di produzione capitalistico, ed estraneo alla università, né in vita né in morte i suoi meriti gli sono (almeno per ora) stati adeguatamente riconosciuti. Queste pagine non ripagano il debito, né ne ricostruiscono l’opera, ma vogliono semplicemente essere un ricordo filosofico.


Massimo Bontempelli

Un esempio di pensiero nichilista contemporaneo.  Lettura critica del libro di Umberto Galimberti
Psiche e tecne

Sommario del saggio

Il nichilismo contemporaneo va criticato nel suo più alto livello di espressione

Il discorso filosofico di Galimberti è prigioniero del suo presente storico
avendolo pensato come assoluto

Il dispositivo teorico di Galimberti è derivato dalla filosofia heideggeriana

Nel dispositivo teorico heideggeriano
non c’è varco pensabile nell’orizzonte dell’epoca presente

L’heideggerismo è una filosofia dell’impotenza che adatta il pensiero al tempo storico

Per Galimberti la tecnica è l’essenza dell’uomo

L’angustia teorica dell’impostazione filosofica heideggeriana

Il dispositivo teorico hedeggeriano è devastante
delle poche risorse culturali non ancora avvelenate dal nichilismo

L’errore capitale di Hedigger appare come verità alle intelligenze di oggi

Il filo teoretico che unisce Heidegger, Galimberti e Severino

La tecnica non è il fondamento dell’attuale orizzonte storico

Il sistema capitalistico tecnicizzato non è la fine della storia

Non è vero che non si dia essenza dell’uomo al di là del condizionamento tecnico

Il compito più degno della filosofia oggi è quello di tematizzare
le forme ontologiche oscurate dall’orizzonte della tecnica

Il principio hegeliano secondo il quale il reale è razionale rappresenta una posizione culturale niente affatto prefigurante la razionalità tecnica, ma del tutto alternativa

La povertà filosofica di Galimberti in ordine a:
conoscenza, verità, anima, cultura e valori spirituali

Leggi e stampa le 16 pagine

Il nichilismo contemporaneo
va criticato nel suo più alto livello di espressione

Hegel ha una volta osservato che per confutare veramente un sistema di pensiero è necessario penetrarne la forza e le ragioni, e criticarlo, quindi, soltanto nel suo più alto livello di espressione. Alla luce di questa osservazione di Hegel, una lettura critica dell’ultimo libro di Umberto Galimberti, Psiche e tecne (Feltrinelli), rappresenta il terreno più adatto per la confutazione del nichilismo contemporaneo. Si tratta, infatti, di un libro di alto livello. Il suo primo pregio è quello di affrontare, in un’epoca la cui produzione scritta per lo più si aggira con superficialità tra cose del tutto fatue, oppure si inoltra in maniera soltanto erudita in questioni di arido specialismo, un argomento della massima serietà umana. Ciò di cui Galimberti ci parla, infatti, è il modo in cui la nostra umanità è stata interamente riplasmata dal fatto storicamente inedito di abitare un ambiente tecnicamente organizzato in ogni sua articolazione. Pochi sono gli argomenti altrettanto degni di essere discussi e approfonditi… [Continua a leggere le 16 pagine]

  Freccia rossa  Massimo Bontempelli
Un esempio di pensiero nichilista contemporaneo
Lettura critica del libro di Umberto Galimberti, “Psiche e tecne”


Già pubblicato in

Filosofia e realtàMassimo Bontempelli
Filosofia e realtà.

Saggio sul concetto di realtà in Hegel e sul nichilismo contemporaneo

Petite Plaisance, 2000, pp. 255-283.

ISBN 88-87296-71-5, 2000, pp. 288, formato 140×225 mm, Euro 15,00

indicepresentazioneautoresintesi

Altri testi di M. Bontempelli

La convergenza del centrosinistra e del centrodestra nella distruzione della scuola italiana

Quale asse culturale per il sistema della scuola italiana?

Gesù uomo nella storia, Dio nel pensiero

Il pregiudizio antimetafisico della scienza contemporanea, in: Scienza, Cultura, Filosofia  

Il respiro del Novecento. Percorso di storia del XX secolo (1914-1945)

Il sintomo e la malattia. Una riflessione sull’ambiente di Bin Laden e su quello di Bush 

L’agonia della scuola italiana 

La conoscenza del bene e del male

La convergenza del centrosinistra e del centrodestra nella distruzione della scuola italiana, in:  Visioni di scuola. Buoni e cattivi maestri

La disgregazione futura del capitalismo mondializzato

Nichilismo Verità Storia. Un manifesto filosofico della fine del XX secolo 

Quale asse culturale per il sistema della scuola italiana?, in: Metamorfosi della scuola italiana

Tempo e Memoria. La filosofia del tempo tra memoria del passato, identità del presente e progetto del futuro


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