Simone Weil (1909-1943) – Silenzi che educano l’intelligenza

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«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
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«Tendere ha il significato di tendenza, inclinazione, propensione in una data direzione, movimento; e significa anche occuparsi di, badare, attendere, mostrare sollecitudine per. In questo senso è la fonte dell’amore e della volontà».
Rollo May, L’amore e la volontà, Astrolabio, 1969, p. 285.
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Mischa Askenazy, Album giapponese per schizzi.
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Albert Anker, Das Bilderbuch, 1868
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CASSIO
Cesare […] so che non potrebbe fare il lupo se non fossero pecore, e nient’altro che pecore, i romani.
Non farebbe il leone se non vedesse tanto cervi i romani.
Quelli che vogliono accendere una gran fiamma in fretta, cominciano con una brancatella di vilissima paglia; ora, che immondezzaio è Roma, che letamaio, che secchio di rifiuti, se si lascia adoprare come materia vile a illuminare una sostanza vile come Cesare! Ma, dove mi hai trascinato, mia tristezza? Io parlo così a uno che si acconcia forse volentieri a vivere da schiavo […].
[…]
ANTONIO
Fu, Bruto, il più nobile romano fra tutti i congiurati.
Tutti gli altri agirono per odio contro Cesare.
Lui solo, onesto nel suo pensiero, unicamente per l’interesse pubblico ed il bene comune si unì a loro.
Fu di nobile vita; e furono in lui così armonicamente commisti gli elementi naturali, che la Natura può levarsi e dire all’universo: «Questo fu un uomo».
William Shakespeare, Giulio Cesare, in Teatro, III, Einaudi, 1960, pp. 181-264
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È forse un’arte minore conquistare il mondo con lo stilo che con la spada? È vero, non si appendono gli stili nei templi della gloria! Perché? mi domando. Cosa dà questa prerogativa alla spada? Da ogni macellaio si può vedere una spada in uso, non ha in sé niente di venerabile.
Perché conservare i libri gentilizi piuttosto che i libri contabili? È un costume marcio di voi giovanotti, quello di ridere quando si parla degli ideali che il commercio ha portato nel mondo. Imitate soltanto certi sfaccendati della buona società che arricciano il naso.
Si vede l’eroico soltanto nella guerra?
E ammesso che sia così, il commercio non è forse anche una guerra?
Parole come «commercio pacifico» potranno entusiasmare qualche giovane commerciante pieno di zelo. Nella storia non hanno un posto.
Il commercio non è mai pacifico.
I confini che le merci non possono superare, vengono superati dagli eserciti.
Tra gli arnesi del tessitore di lana, non c’è soltanto il telaio, ma anche la catapulta. E oltre a tutto questo, il commercio ha anche una sua guerra propria.
Una guerra incruenta, questo sì, ma nondimeno una guerra mortale, direi.
Questa guerra incruenta infuria in ogni strada di bottegai durante le ore di apertura. Ogni manciata di lana che si vende in fondo alla strada, provoca un urlo di dolore in cima alla strada. Il falegname copre il tetto della tua casa, ma il suo conto ti mette in balia delle intemperie. La fame di pane uccide quelli che l’hanno e quelli che non l’hanno. E non soltanto la fame di pane, ma anche l’appetito di ostriche.
[…] Deve essere stato nel cervello del mercante che sorse il primo pensiero pacifico, l’idea dell’utilità di procedere con mitezza. Comprende, l’idea che con mezzi incruenti si possano ottenere vantaggi maggiori che con mezzi cruenti. Effettivamente una condanna a morire di fame è qualcosa di più mite della condanna a morte per mezzo della spada. Come anche la sorte di una mucca da latte è pià benigna di quella di un maiale da ingrasso. Deve essere stato il commerciante a scoprire che da un uomo si può tirare fuori di più che le sole budella. Ma a questo proposito non dimentichi mai: «vivere e lasciar vivere», la grande massima umana, significa sicuramente «vivere» per il bevitore di latte, e «lasciar vivere» per la mucca. E se lei dà un’occhiata alla storia, a quale risultato giunge? Se gli ideali vengono presi sul serio soltanto se per essi è scorso sangue, allora i nostri, quelli della democrazia, vanno presi molto sul serio. Molto sangue è corso per essa.
Bertolt Brecht, Gli affari del signor Giulio Cesare, Einaudi, 1975, pp. 36-37.
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«L’assenza di paura, la purificazione dell’esistenza, lo sviluppo della conoscenza spirituale, la carità, il controllo di sé, il compimento di sacrifici, lo studio dei Veda, l’austerità, la semplicità, la non-violenza, la veridicità, l’assenza di collera, la rinuncia, la serenità, l’avversione per la critica, la compassione verso tutti gli esseri, l’assenza di cupidigia, la dolcezza, la modestia, la ferma determinazione, il vigore, il perdono, la forza morale, la purezza, la libertà dall’invidia e dalla sete di onori – queste sono qualità trascendentali, proprie degli uomini virtuosi …».
La Bhagavad-Gītā così com’è, a cura di Srila Prabhupada, Bhaktivedanta book trust, Firenze 2003, pag. 636.
Kṛṣṇa ed Arjuna a Kurukṣetra, pittura del XVIII-XIX secolo
Bhagavadgītā (sanscrito, sf.pl.; devanāgarī: भगवद्गीता, , “Canto del Divino” o “Canto dell’Adorabile” o, meno comunemente, Śrīmadbhagavadgītā; devanāgarī: श्रीमद्भगवद्गीता, il “Meraviglioso canto del Divino”[1]) è quella parte dall’importante contenuto religioso, di circa 700 versi (śloka, quartine di ottonari) divisi in 18 canti (adhyāya, “letture”), nella versione detta vulgata, collocata nel VI parvan del grande poema epico Mahābhārata.
La Bhagavadgītā ha valore di testo sacro, ed è divenuto nella storia tra i testi più prestigiosi, diffusi e amati tra i fedeli dell’Induismo.
In tale contesto la Bhagavadgītā è il testo sacro per eccellenza delle scuole viṣṇuite e kṛṣṇaite, eredi dell’antico culto devozionale del Bhagavat, ma è venerato come testo rivelato anche dagli śivaiti e dai seguaci dei culti śākta.
L’unicità di questo testo, rispetto ad altri coevi, consiste anche nel fatto che qui non viene data un’astratta descrizione del Bhagavat[2], qui inteso come il dio Kṛṣṇa, la Persona Suprema che si rivela, ma questa figura divina è un personaggio protagonista che parla in prima persona, offrendo all’uditore la sua darśana (dottrina) completa. (da Wikipedia)
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Henry Stacy Marks, The Odd Volume, 1894.
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Edouard Manet, Jeune fille dans un jardin, 1881.
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«La moda è totalmente dalla parte della violenza:
violenza della conformità e dell’adesione ai modelli,
violenza del consenso sociale e del disprezzo che essa dissimula».
Georges Perec, Pensare/Classificare: Dodici sguardi obliqui, Rizzoli, 1989.
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