Walter Benjamin (1892-1940) – Che cos’erano per me i miei primi libri? Io non leggevo un libro, vi entravo, vivevo tra le sue righe; e quando lo riaprivo dopo un’interruzione, ritrovavo me stesso nel punto in cui ero rimasto.

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«Che cos’erano per me i miei primi libri?

 Per ricordarmene dovrei prima cancellare dalla memoria ogni altra cognizione di libri. È certo che tutto ciò che so oggi si basa sulla prontezza con cui allora mi aprii ai libri; ma mentre ora il contenuto, l’argomento, la meteria sono estranei al libro, come oggetto, allora ne erano parte essenziale e intrinseca, come la carta e il numero delle pagine. Il mondo che si rivelava nel libro e il libro stesso erano assolutamente indivisibili. Come il libro, anche il suo contenuto, il suo mondo, era palpabile, si poteva toccare con mano.
E parimenti quel contenuto e quel mondo gtrasfiguravano ogni parte del libro. Vi ardevano dentro, irradiavano da esso; inscritti non solo nella copertina e nelle figure, erano racchiusu nei titoli dei capitoli e nei capilettera, nei paragrafi e nelle colonne.
Io non leggevo un libro, vi entravo, vivevo tra le sue righe; e quando lo riaprivo dopo un’interruzione, ritrovavo me stesso nel punto in cui ero rimasto».
Walter Banjamin

 

 

La mia biblioteca

La mia biblioteca

Walter Benjamin, La mia biblioteca, Elliot, 2016

Quarta di copertina

Nel 1931 un trasloco costrinse Benjamin ad affrontare la mole sterminata dei volumi accumulati nel corso degli anni. Dal mezzogiorno alla mezzanotte, senza essere riuscito a terminare l?impresa, il filosofo tedesco aprì le casse che contenevano la sua biblioteca. Le ore passate tra la polvere e gli scatoloni ispirarono questo saggio. Dalla tensione non risolta tra ordine e disordine, alla presenza massiccia di libri mai letti sugli scaffali, passando per gli acquisti memorabili e le tattiche da adottare nelle aste pubbliche: tutto concorre a delineare la figura del collezionista, il cacciatore di libri, il flâneur che, perdendosi nelle grandi e piccole città, va alla ricerca di una botteguccia antiquaria o di una sperduta cartoleria. Un testo curioso, qui presentato insieme ad altri due scritti, Presso il camino e Come si spiega un grande successo editoriale?, nei quali Benjamin indaga la magia della lettura e le cause che possono rendere un trattato sulle erbe un imprevedibile best seller.


Walter Benjamin sul collezionismo librario: “Disfo la mia biblioteca”


Walter Benjamin (1892-1940) – «Esperienza» . Il giovane farà esperienza dello spirito e quanto più dovrà faticare per raggiungere qualcosa di grande, tanto più incontrerà lo spirito lungo il suo cammino e in tutti gli uomini. Quel giovane da uomo sarà indulgente. Il filisteo è intollerante.
Walter Benjamin (1892-1940) – Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera
Walter Benjamin (1892-1940) – La malinconia tradisce il mondo per amore di sapere. Ma la sua permanente meditazione abbraccia le cose morte nella propria contemplazione, per salvarle.

 


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Paul Valéry (1871-1945) – «Le livres ont le mêmes ennemis que l’homme: le feu, l’umide, les bêtes, le temps; et leur propre contenu». Possiamo tradurre «les bêtes» con «la stupidità».

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Valéry Littérature

P. Valéry, Littérature

 

Le livres ont le mêmes ennemis que l’homme:

le feu, l’umide, les bêtes, le temps;

et leur propre contenu.

 

Paul Valéry, Littérature, Gallimard, 1930.

 

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Salvatore Gullì – Opporsi al cinismo e alla sopraffazione dei poteri dominanti, nell’intento di suscitare un moto di indignazione che faccia nascere, nella coscienza di ciascuno, un germe di resistenza civile.

Salvatore Gullì
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Rivolta a venire: etica e utopia

Salvatore Gullì, Rivolta a venire: etica ed utopia, Città del Sole, 2015

 

 

Rivolta a venire è un volume di versi civili e di meditazioni in prosa attraverso cui l’autore ambisce a mettere in luce la valenza etica di figure esemplari, eroiche e geniali. La rivisitazione di tali figure – capaci di ampliare i confini del possibile e di favorire positive riflessioni – avviene in tempi di decadimento civile e culturale nel mondo politico e in quello economico-finanziario, con gravi ricadute sul comportamento dei singoli e delle collettività.
L’autore lancia il suo grido di accusa contro il cinismo e contro la sopraffazione dei poteri dominanti, nell’intento di suscitare un moto di indignazione che faccia nascere, nella coscienza di ciascuno, un germe di resistenza civile, alimentata da inestinguibili idealità e da imprescindibili spinte utopistiche. La rivolta a venire attende fautori disposti a contrastare la negativa corrente prevalente e prefigura una scossa che, accompagnata da crescita di consapevolezza – nel solco del concepimento di un avveduto progetto di cambiamento – potrà contribuire al risanamento delle comunità e alla restaurazione dell’etica. Ma anticipare il senso di un libro equivale a tradirne la funzione. Spetta perciò esclusivamente al volenteroso lettore decidere di rendersi fino in fondo partecipe e di scoprire il percorso ideale lungo il quale l’autore Salvatore Gullì, Rivolta a venire: etica ed utopia si prefigge di far affiorare verità vive ed attive.

***

Salvatore Gullì è laureato in Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza di Roma. Esercita la professione di avvocato. Studioso di filosofia, di teoria generale del diritto e di etica, è anche autore di testi e di brani musicali.


Un brano per musica di Salvatore Gullì.

1992

Alba fumosa,
lucciole in posa,
congreghe chiuse,
liquami a iosa,
siringhe e sporco,
sirene e pianto,
buio nei cuori
mercato e luci,
alti palazzi,
brutto che impera:
e quando arriva la primavera ?
E quando arriva ?
Soffoca la città !

Servono eroi.
Mancano eroi.
Eroi ne esistono ?
Eroi che salvino ?

Banche di culto,
mala e denari,
carceri piene,
mercati e cene,
mastica amaro chi più fatica,
chi non ne vede tanto cammino,
chi non ne vede segni di bene,
né leggi fatte come conviene,
ché è messa in gabbia l’anima di città.

Fragili noi,
subiamo noi,
Eroi ne esistono ?
Eroi che salvino ?

Teatri chiusi,
bambole-oche,
nuove catene,
mercati e seme,
maschere e feste,
si offende il vero,
vecchi reclini,
giovani muti,
destino in borsa
anime in gioco,
e chi decide è re di denari,
proprio non resta traccia di bene.

Servono eroi.
Mancano eroi.
Eroi ne esistono ?
Eroi che salvino ?

Bombe di mala,
anime in aria,
per sempre spenti in aria i buoni,
potere ignavo che, pur di stare, si volge indietro,
devia lo sguardo:
eccoli i frutti di azioni omesse !
In aria i giusti, in aria spenti,
per sempre spenti in terra i nostri eroi.

Fragili noi,
quanti rimpianti,
in tempi cupi fragili noi:
non ci eravamo neppure accorti
che c’era in gioco ciò che risplende,
ciò che per nulla al mondo si scambia,
ciò che per nulla al mondo si cambia,
ciò che fa luce nel buio che c’è.

Salvatore Gullì

 


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Euripide (480 a.C.-406 a.C.) – Gli dei non odiano chi è nobile d’animo, soltanto lo fanno soffrire di più di chi non vale niente.

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«Gli dei non odiano chi è nobile d’animo,
soltanto lo fanno soffrire di più di chi non vale niente».

Euripide, Elena, vv.1678-1679.

 

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Kurt Vonnegut (1922-2007) – C’era un albero che faceva soldi. Gli uomini ne erano continuamente attratti e si uccidevano l’un l’altro attorno alle sue radici, diventando così ottimo fertilizzante.

Pablo Picasso, Massacro corea

Pablo Picasso, Massacro corea.

 mattatoio
«Trout aveva scritto un libro a proposito di un albero che faceva soldi. Aveva per foglie dei biglietti da venti dollari; i suoi fiori erano obbligazioni statali, i frutti diamanti. Gli uomini ne erano continuamente attratti e si uccidevano l’un l’altro attorno alle sue radici, diventando così ottimo fertilizzante».
Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli, 2015.

18Il bombardamento di Dresda.


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Thomas Mann (1875-1955) – L’uomo era dunque il prodotto della curiosità di Dio di conoscere se stesso. Ma anche la Somma Saggezza poteva non bastare del tutto a prevenire errori.

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Giuseppe il nutritore

Giuseppe il nutritore

Nelle sfere e nelle gerarchie celesti regnava […] una soddisfazione lievemente ironica […]. E ciò a causa di una idea bizzarra […] di Colui che tale idea aveva concepito e attuato. E l’idea era questa: «Gli angeli sono creati a nostra immagine, ma non sono fecondi. Gli animali invece, guarda, sono fecondi, ma non sono a immagine nostra. Vogliamo creare l’uomo: a immagine degli angeli, ma fecondo».
Un’idea assurda. Più che superflua, aberrante, capricciosa, e gravida di pentimento e di amarezza. Noi non eravamo “fecondi”, certamente no. Camerlenghi della luce, taciti cortigiani eravamo noi […]
Questa onnipotenza, questa facoltà assoluta di immaginare e suscitar nuove forme, di dare esistenza con un semplice “fiat” aveva naturalmente i suoi pericoli … Anche la Somma Saggezza poteva non essere pienamente in grado di superarli, poteva non bastare del tutto a prevenire errori e passi inopportuni nell’esercizio di queste sue facoltà assolute. Per puro istinto di agire, puro bisogno di attuazione, ardente desiderio del “dopo questo anche quest’altro”, “dopo gli angeli e gli animali anche l’animale angelico”, la Somma Saggezza si avventurò in impresa non saggia, creò un essere palesemente precario e imbarazzante […].
Ma Iddio, era Egli stato tratto da sé, di propria iniziativa, a questa creazione spiacevole? Nelle gerarchie e negli ordini celesti correvano supposizioni che, confidenzialmente e segretamente, negavano questa indipendenza; supposizioni indimostrabili ma con un fondamento di verosimiglianza, secondo le quali tutto era dovuto a un suggerimento del grande Semael, che, prima della folgorante caduta, era stato molto vicino al Trono. Il suggerimento rispecchiava proprio la sua natura e le sue intenzioni […]. Affinché il Male venisse nel mondo era esattamente necessaria quella creatura che, secondo ogni supposizione, Semael aveva proposto di creare: un essere a somiglianza di Dio, eppur fecondo: l’uomo. […]
La malizia di Semael consisteva in questo: se gli animali, dotati di fecondità, non furono creati a somiglianza di Dio nemmeno noi, cortigiane immagini di Dio, a giudicar rigorosamente, lo fummo, perché noi, grazie, al cielo, venne pulitamente negata la fecondità. Le qualità ripartite tra gli animali e noi, divinità e fecondltà, originariamente erano unite nello stesso Creatore, e a immagine sua sarebbe stato creato soltanto l’essere proposto da Semael, e in cui appunto si effettuò questa unione. Ma con questo essere, con l’uomo, venne il Male nel mondo.
Non era un caso ironico da suscitare un risolino di scherno? Proprio la creatura che, se si vuole, era la più somigliante al Creatore, portò con sé il Male. Per consiglio di Semael, Iddio si creò in essa uno specchio, non certo lusinghevole, anzi tutto l’opposto, e che Egli in seguito era stato più volte sul punto di annientare per collera e per imbarazzo, senza tuttavia giungere mai all’estremo; o perché non gli bastasse l’animo di far ricadere nel nulla l’essere da lui stesso chiamato in vita; o che amasse di più quest’opera mancata che quelle ben riuscite; o che non volesse riconoscere come definitivamente sbagliata una creatura tanto simile a lui; o infine perché uno specchio è un mezzo per conoscer se stessi […].
L’uomo era dunque il prodotto della curiosità di Dio di conoscere se stesso: curiosità accortamente prevista da Semael e da lui sfruttata con l’astuto consiglio. […]
Il “peccato originale” consisté solo in questo: l’anima, mossa da una specie di malinconica sensualità, che in uno dei principi primi del mondo superiore ci turba e sorprende, si lasciò, per suscitar forme da cui trarre piaceri corporei, vincere dal desiderio di penetrare con amore la materia ancora informe e tenacemente risoluta a rimaner tale. E chi se non Dio stesso le venne in aiuto in quella sua lotta d’amore troppo superiore alle sue forze; chi creò per lei l’avventuroso mondo dell’accadere, il mondo delle forme e della morte? Egli lo fece per compassione delle angustie in cui si dibatteva la sua traviata compagna, per una comprensione che lascia arguire una certa affinità costituzionale e sentimentale tra i due. Ma là dove si può si deve anche trarre una conclusione, anche se paia ardita e perfino sacrilega, poiché nello stesso istante si parla di traviamento.
[…] Semael contava sull’errore universalmente diffuso per cui si crede che, se due persone hanno lo stesso pensiero, quel pensiero dev’essere buono.
È inutile far misteri e usar parole timidamente allusive. Quello che il grande Semael, una mano al mento, l’altra tesa perorante verso il Trono, propose, fu l’incarnazione del Sommo in una stirpe eletta ancora inesistente ma da crearsi, l’assumere corpo secondo il modello delle altre divinità etniche e razziali della terra, ricche di magica potenza e carnalmente piene di vita. Non a caso adopriamo l’espressione “piene di vita”, perché come una volta con la proposta di crear l’uomo anche ora, ma in un senso più drastico anzi carnale, l’argomento primo del Maligno era l’accrescimento di vitalità che, seguendo quel consiglio, il Dio spirituale, estraneo e superiore al mondo, avrebbe ottenuto.[…]
La sfera affettiva, a cui quegli argomenti si volgevano, era l’ambizione; un’ambizione necessariamente rivolta verso il basso perché nell’Essere Supremo ogni ambizione verso l’alto è impensabile, ambizione verso il basso, uguagliarsi agli altri, “volere-anche-essere-come-gli-altri”, rinunciare a ogni qualità eccezionale e straordinaria. Facile fu per il Maligno appellarsi al sentimento di sé troppo vergognosamente generico e astratto, troppo incolore e insapore, che Dio, confrontando la sua ultramondana spiritualità con la sensualità magica degli dèi etnici e razziali, doveva inevitabilmente provare. Da tali confronti nasceva appunto quell’ambizione di abbassarsi, di fortemente limitarsi, di dare alla propria forma di vita più sensuale sapore e colore.
Cedere la sublimità un po’ pallida di una spirituale universalità per la sanguigna e carnale esistenza di un Dio fattosi corpo vivo di una gente, essere come gli altri dèi: questa l’aspirazione più segreta, il pensiero ancora latente del Sommo. E a questo pensiero Semael venne incontro con il suo insidioso consiglio. […]

 

Thomas Mann, Giuseppe il nutritore, Mondadori, 1982, pp. 19-27.

 

Thomas Mann – La conoscenza umana e l’approfondimento della vita umana hanno un carattere di maggiore maturità che non la speculazione sulla Via Lattea. Il vero studio dell’umanità è l’uomo.
Thomas Mann (1875 – 1955) – L’arte è come se ricominciasse ogni volta da capo. Essa non minaccia la vita poiché è creata per dare alla vita la vita dello spirito. È alleata del bene, e nel suo fondo vi è la bontà. Nata dalla solitudine, il suo effetto è il ricongiungimento.

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Herbert George Wells (1866-1946) – Ecco la logica conseguenza dell’odierno sistema industriale. Il suo trionfo non era stato solo un trionfo sulla natura, ma un trionfo sulla natura e sull’uomo.

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Herbert George Wells, La macchina del tempo

H. G. Wells, La macchina del tempo

 «Il grande trionfo dell’umanità di cui mi ero illuso assunse nella mia mente ben altra fisionomia. L’educazione morale e la cooperazione universale non avevano affatto vinto come mi ero immaginato: al contrario, mi trovavo di fronte ad una vera aristocrazia che […] aveva portato alla sua logica conseguenza l’odierno sistema industriale. Il suo trionfo non era stato solo un trionfo sulla natura, ma un trionfo sulla natura e sull’uomo».
Herbert George Wells, La macchina del tempo, traduzione di Michele Mari, Einaudi, 2017, p. 64.

Leggi un estratto

Quarta di copertina

Un inventore mette a punto una macchina del tempo con la quale riesce a raggiungere l’anno 802 701. Vi trova un mondo diviso in due razze umane: gli Eloj, creature delicate e pacifiche che conducono una vita di svaghi, e i Morlock, esseri pallidi e ripugnanti che vivono nei sotterranei. Dopo angoscianti avventure, riuscirà ad andare ancora più lontano nel tempo, vedrà una Terra senza più tracce di uomini, abitata soltanto da crostacei con «occhi maligni» e «bocche bramose di cibo». Fantascienza, critica sociale, romanzo distopico: il capolavoro di Wells è soprattutto l’opera di un grande visionario. Michele Mari, nel ritradurlo, ha trovato pane per i suoi denti: il fantastico, l’avventura, l’horror vampiresco, lo sguardo cosmico sugli affanni del mondo. L’incontro tra lo scrittore-traduttore e uno dei suoi romanzi preferiti era destinato a produrre scintille…

«Era orribile sentire nel buio tutte quelle creature viscide ammucchiate su di me, come essere in una mostruosa ragnatela»

La Macchina del Tempo è del 1895, l’edizione definitiva dell’Uomo delinquente di Lombroso è del 1897: a Darwin, rapidamente divulgato, era già subentrato il darwinismo, tanto che Wells, che pure aveva fatto un discreto tirocinio prima come studente e poi come docente di biologia, arriva a concepire la regressione per una via tutta formale: se dalla scimmia è derivato l’uomo, si chiede, perché non immaginare un’ulteriore evoluzione non in avanti ma all’indietro? Perché escludere «l’idea opposta», cioè una «regressione zoologica»? Per questa via Wells giunse a ipotizzare la totale estinzione del genere umano, come inscenato appunto nella parte finale (la cosiddetta «visione ulteriore») della Macchina del Tempo. Dipendendo dal raffreddamento del Sole, la visione finale – un mondo senza esseri umani né mammiferi – ha comunque una sua pace; la cupezza della profezia wellsiana è invece tutta nel complementare destino dei ricchi e dei poveri rispettivamente come vegetali e come bruti, secondo la logica di un dissidio tutto interno all’evoluzionismo: da una parte Huxley e Wells, dall’altra un evoluzionista della prim’ora come Herbert Spencer, convinto che l’uomo avrebbe indefinitamente migliorato se stesso.
Dalla prefazione di Michele Mari


Prima edizione del 1895

Prima edizione del 1895


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Clara Usón – Il valore assoluto, il dogma, l’ideale del XXI secolo è il profitto, il denaro. Il valore morale equivale a quello economico.

Clara Usón

«Il valore assoluto, il dogma, l’ideale del XXI secolo è il profitto, il denaro. Il valore morale equivale a quello economico». Clara Usón, il manifesto, 13-09-2016.

 

Valori

Clara Usón, Valori, Sellerio, 2016

Quarta di copertina

«Una volta gli eroi erano persone che dimostravano il loro valore, o la loro dignità. Oggi gli eroi sono i calciatori, non altro che mercenari, oppure gli imprenditori come Steve Jobs. Adesso che il lavoro è scarso ammiriamo i ricchi, i milionari. Siamo diventati schiavi consapevoli, rassegnati e vili». In queste parole di Clara Usón è la traccia di un romanzo di sorprendenti corrispondenze e simmetrie, in cui il destino dei personaggi diventa materia di riflessione e di passione civile.
Nei nostri giorni una direttrice di banca vende ai suoi clienti azioni privilegiate ma di nessuna consistenza economica. Nel 1930 un giovane militare, fedele agli ideali repubblicani, insorge con una rivolta armata contro l’oppressione della monarchia. Durante la seconda guerra mondiale un prete rivela il suo fanatismo nel campo di concentramento di Jasenovac, in Croazia. Un legame profondo, un comune dilemma morale, accomuna queste vicende distanti solo in apparenza. Nel mettere alla prova il proprio sistema di valori, che sia l’idealismo politico, la fede religiosa o il culto della ricchezza, i tre personaggi cercano di assicurarsi un futuro, di realizzare la propria vita. Nella loro sorte si incarnano la venerazione del denaro, il prezzo della libertà, la violenza della religione che diventa dogma, e la divergenza delle loro scelte li mette di fronte alla felicità o a un baratro di disperazione, a un segno esemplare di libertà e coraggio o allo stigma della più infame colpevolezza.
Clara Usón intreccia magistralmente i piani temporali e narrativi, e ispirandosi a fatti reali racconta l’integrità e la spregevolezza morale, i paradossi dell’audacia e della viltà, la potenza delle convinzioni personali, tratteggiando in momenti diversi della Storia le idee e i principi che hanno ispirato e causato atti di umanità esemplare, o di sconcertante barbarie. Nasce così una poetica della sopravvivenza, che nella simultaneità dei tempi e delle circostanze dei protagonisti dà forma a una nuova coniugazione, tutta contemporanea, del «romanzo politico».


Clara Usón è nata nel 1961 a Barcellona. Autrice di sette romanzi, all’esordio nel 1998 ha vinto il Premio Lumen e nel 2009 il Premio Biblioteca Breve Seix Barral con Corazón de napalm. È stata riconosciuta dalla critica spagnola come una delle maggiori scrittrici contemporanee, dotata di una grande creatività e di un’originale sensibilità espressiva, che fanno di lei una «degna erede di Čechov» (El Mundo). Con questa casa editrice ha pubblicato La figlia (2013), un caso letterario in Italia, e un grande successo di critica e di pubblico, e Valori (2016).


 


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Juan Goytisolo (1931-2017) – La letteraura è il territorio del dubbio. Il romanzo non serve a dare risposte ma a fare domande. La censura prima era politica, ma quella di oggi, quella commerciale, è ancora più terribile.

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«La censura prima era politica, ma quella di oggi, quella commerciale, è ancora più terribile, perché gli editori pensano che se un’opera non venderà più di duemila copie non vale la pena di pubblicarla. E con questo criterio si rischia di perdere metà della letteratura migliore». Juan Goytisolo

«La letteraura è il territorio del dubbio. Una volta tenni un corso su Le mille e una notte. Mi piace moltissimo quando Sherazad dice «si dice che…», «si narra che…», ma poi c’è una contraddizione in quel che si dice, in quel che si narra. È il territorio del dubbio. Io non credo nel Corano, né nella Bibbia, né nella Torah o nei Vangeli. Credo invece ne Le mille e una notte. Lì tutto è dubbioso. Il romanzo non serve a dare risposte ma a fare domande, perché il lettore si faccia delle domande nuove. Tutti danno risposte. Tutti i governi, tutti i partiti, tutti i sistemi danno risposte. La maggior parte false, però comunque si tratta di risposte. Invece bisogna fare domande».

«La mia vita è stata una emigrazione costante: dalla Spagna a Parigi, da Parigi agli Stati Uniti, dagli Stati Uniti all’interesse per il mondo arabo, per la Turchia, per il Marocco; interesse che in gran parte deriva dalla mia permanenza a Parigi, possiamo dire. Non lo so, uno non sa mai in anticipo quale sarà il suo destino. È il destino che va tracciando le cose. L’importanza dell’oralità, tutto ciò che ho scritto a partire da Don Julián… che ho incorniciato in Don Julián, in Juan sin tierra, in Makbara, e soprattutto in Las virtudes del pájaro solitario, ma anche in Telón de boca, è tutto scritto per essere letto a voce alta. È allo stesso tempo prosa e poesia. Niente a che vedere con la cosiddetta “prosa poetica”, che mi inorridisce, mi pare spaventosa. Invece è allo stesso tempo prosa e poesia: vuol dire che all’interno del testo è presente quella che si chiama oralità secondaria. Conta molto per me, tanto quanto la gestualità. Prendiamo degli esempi. Quando stavo preparando il saggio sull’Arciprete di Hita capii un episodio che nessuno aveva mai capito vedendo un narratore della piazza che raccontava qualcosa di simile, però facendo una serie di gesti. La gestualità è molto importante nell’oralità. Lo capì bene anche Diderot. In Jacques il fatalista di Diderot il lettore interviene sempre, interviene e dice: «Bene, e che hai fatto della storia?». Gli viene risposo: «Non aver fretta, lettore!». Ma alla fine la storia non viene raccontata. Il lettore interviene sempre in maniera molto creativa nel romanzo. Per me l’esperienza dell’oralità nella piazza fu molto importante. Capii come un episodio del Libro de buen amor acquistava significato vedendo e ascoltando uno dei migliori narratori, che poi morì. Tutto questo mi ha sempre suscitato molto interesse per le culture antiche. Ricordo di aver letto un saggio sui versi di Omero, un Omero che veniva letto a voce alta e il cui ritmo veniva adattato in base alla gente che stava ascoltando. Per esempio ci sono passaggi dei miei romanzi che sono scritti assolutamente in funzione della loro lettura a voce alta, con un ritmo molto preciso e marcato. La stessa cosa si ritrova in Carlo Emilio Gadda, per esempio. Purtroppo non padroneggio l’italiano. Una volta provai a leggere la Via Merulana, che è una meraviglia. È tradotto molto bene in spagnolo. Quando non capivo il testo in italiano ricorrevo alla traduzione spagnola. Chiaramente era un po’ difficile, non era come leggere un romanzo italiano normale. Per me Calvino, Gadda e Svevo sono i tre grandi italiani del secolo scorso».

Juan Goytisolo, Intervista a cura di Ferdinando Guadalupi, in “Zibaldoni e altre meraviglie”, 5-9-2013.


Scrittore e poeta spagnolo, che si ascrive alla corrente letteraria dei “nuova ola”.
Nato in una famiglia aristocratica, da giovane si avvicina al Partito Comunista. Il padre viene imprigionato e ucciso durante la Guerra Civile Spagnola, e la madre rimane vittima del primo raid aereo sulla Spagna nel 1938.
Il giovane Juan scrive il suo primo libro a 25 anni, a Parigi, dove lavora come “lettore” per Gallimard e conosce Guy Debord.
A causa del regime franchista infatti, è costretto ad espatriare; e vive in Francia per molti anni, dove approfondisce il tema dell’immigrazione e dell’Islam.  Si sposa con Monique Lange (anche lei scrittrice) e continua a risiedere in Francia, pur recandosi spesso a Marrakech per le sue ricerche.
Tra i suoi titoli più importanti in traduzione italiana ricordiamo Oltre il sipario (L’ancora del Mediterraneo, 2004), Le settimane del giardino (Einaudi, 2004), Paesaggi dopo la battaglia (Cargo, 2009), Esiliato di qua e di là. La vita postuma del Mostro del Sentier (Mimesis, 2014).
Juan Gotysolo vince il Premio Cervantes 2014.


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Pubblicato per la prima volta nel 1982, “Paesaggi dopo la battaglia” è considerato il capolavoro di Goytisolo, oltre a essere un romanzo incredibilmente attuale, tanto che l’autore ne ha ripreso il protagonista per il suo ultimo romanzo, appena uscito in Spagna. Lo scenario è Parigi, l’ambiente è il Sentier, quartiere a forte immigrazione; il protagonista è Charles, alias il Reverendo, alias “II mostro”, oscuro personaggio che ha tutti i tratti dell’antieroe: brutto, grassoccio, pederasta e misantropo, cerca relazioni tramite annunci pornografici sui giornali e, per il resto, si isola sistematicamente dal genere umano. I temi sono quelli attualissimi dell’immigrazione e della difficile convivenza di culture diverse. Che rappresentano anche, per Goytisolo, un punto di partenza per una dissacrante satira dei valori occidentali, una critica feroce che non risparmia niente e nessuno, dai movimenti rivoluzionari al terrorismo, alle ideologie politiche e religiose.


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Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – La mente deve essere addestrata, calzata e stretta in stivali spagnoli, perché s’incammini con prudenza sulle vie del pensiero, e non sfavilli come un fuoco fatuo.

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La libertà come la vita
si merita soltanto chi ogni giorno
la dovrà conquistare».
J.W. Goethe, Faust.

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Vi consiglio per questo, caro amico,
di cominciare dal Collegium Logicum.
La mente vi sarà addestrata bene,
calzata e stretta in stivali spagnoli,
perché s’incammini con prudenza
sulle vie del pensiero, d’ora in poi,
e non sfavilli come un fuoco fatuo
di qua e di là, per dritto e per rovescio […].
Entra il filosofo, e vi dimostra
che deve essere così per forza:
se così sono Primo e Secondo,
così saranno il Terzo e il Quarto;
se non ci fossero Primo e Secondo,
il Terzo e il Quarto non ci sarebbero […].

 

 

Johann Wolfgang von Goethe, Faust. Urfaust, Volume I, trad. it. di A. Casalegno, Garzanti, 1974, pp. 115-118.


Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Non si può chiedere al fisico di essere filosofo; ma ci si può attendere da esso che abbia sufficiente formazione filosofica
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Qualunque sogno tu possa sognare, comincia ora.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Questa è l’ultima conclusione della saggezza: la libertà come la vita si merita soltanto chi ogni giorno la dovrà conquistare.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ma le notti Amore mi vuole intento a opere diverse: vedo con occhio che sente, sento con mano che vede.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Nell’uomo vi è una scintilla più alta, la quale, se non riceve nutrimento, se non è ravvivata, viene coperta dalle ceneri della necessità e dell’indifferenza quotidiana.
Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) – Ciascun momento, ciascun attimo è di un valore infinito. Noi esistiamo proprio per rendere eterno ciò che è passeggero.

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