David Le Breton – Il mondo reale è mutato in immagini, e le immagini diventano esseri reali ed efficienti motivazioni di un comportamento ipnotico.

Le Breton 02
Il sapore del mondo

Il sapore del mondo

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«L'età dell'informazione si incarna nell'occhio».
I. Illich, La Perte des sens,
Fayard, Paris, 2004, p.221.

 

«Laddove il mondo reale si muta in semplici immagini, le semplici immagini diventano esseri reali ed efficienti motivazioni di un comportamento ipnotico. Lo spettacolo, come tendenza a far vedere attraverso differenti mediazioni specializzate il mondo che non è più direttamente afferrabile, trova normalmente nella vista il senso umano privilegiato, che in altre epoche fu il tatto; il senso più astratto, più mistificabile, è punto focale dell’astrazione generalizzata della società attuale».

David Le Breton,
Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi,
Raffaello Cortina Editore, 2007, p. 29.


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David Le Breton – La carezza è il tentativo di abolire la distanza avvicinandosi all’altro in una reciprocità che si vuole immediata. La carezza non è un semplice sfiorare: ma un foggiare.

Le Breton copia
Il sapore del mondo

Il sapore del mondo

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«L'altro in quanto altro non è qui oggetto che diventa nostro
 o che finisce per identificarsi con noi;
esso, al contrario, si ritira nel suo mistero.
 
EMMANUEL LÉVINAS, Il tempo e l'altro

«La carezza non significa prendere possesso dell’altro, bensì coincidere con lui o con lei in un avvicinamento senza fine. Il tatto è il senso principale dell’incontro e della sensualità, è il tentativo di abolire la distanza avvicinandosi all’altro in una reciprocità che si vuole immediata. In questo intreccio, nessuno tocca che non sia a sua volta toccato; nell’erotismo, la carezza è la mutua incarnazione degli amanti. Ciascuno si rivela a se stesso modellandosi sul corpo dell’altro. La reciprocità della mano e dell’oggetto trova qui la sua compiuta misura: la mano tocca nel momento stesso in cui è toccata. Essa incarnatutta la potenza creativa che le è propria. Scrive Sartre: “La carezza non è un semplice sfiorare: ma un foggiare. Carezzando l’altro, io faccio nascere la mia carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte delle cerimonie che incarnano l’altro; […] il desiderio si esprime con la carezza, come il pensiero con il linguaggio. E la carezza rivela la carne dell’altro proprio come carne a me e all’altro” (J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, 1984, pp. 476-477).  La carezza è virtuosa soltanto se è accettata da colui o colei che la riceva: se non è desiderata, è una forma di violenza. Il medesimo movimento, a seconda del modo in cui è ricevuto, può essere uno stupro o un’offerta. Imposto con la forza o l’intimidazione, è intollerabile. La dolcezza infinita di una carezza concerne in primo luogo la significazione». (pp- 226-227).

«La pelle è rivestita di significati. Il tatto non è solamente fisico: è al tempo stesso semantico. Il vocabolario del tatto predilige metaforizzare la percezione e la qualità del contatto con l’altro, oltrepassando il mero riferimento tattile per esprimere il significato dell’interazione. […] La pelle funge da metafora del soggetto quand’egli ci tiene ancora, alla sua pelle. Comprendere rinvia a prendere insieme con l’altro mirando a un’impresa comune. Si tende la mano a chi è in difficoltà, oppure lo si lascia cadere. La corrente passa o non passa. Il fatto di sentire rinvia immediatamente alla percezione
tattile e all’ambito dei sentimenti. Avere tatto consiste nel limitarsi a sfiorare l’altro in merito a questioni delicate, usando la giusta discrezione che preserva chi agisce senza tenerlo all’oscuro di un’informazione essenziale. Tanta delicatezza testimonia il senso della distanza che – lo si intuisce – è necessario conservare nei confronti di qualcuno il cui temperamento è importante tenere nel massimo riguardo. Una formula tocca nel segno o tocca la corda sensibile. Si ha il senso del contatto, si percepiscono bene determinate cose grazie a una sensibilità a fior di pelle. E, allora, si va sul velluto, il percorso è liscio come l’olio.
Concedere la mano indica la parte per il tutto. Ma essere nelle mani di un altro significa perdere la propria autonomia, specie ove si tratti di persona capace di tenerci in pugno quando, magari, non vuole addirittura passare alle mani. […] Vi è chi si sente toccato, ma talvolta anche manipolato da una testimonianza commovente. Si lusinga qualcuno lisciandogli il pelo, oppure ci si sforza di trattarlo con i guanti per non urtarlo; altri, invece, vanno presi con le pinze […]. Se dobbiamo avanzare un’offerta sul cui buon esito nutriamo qualche dubbio, cominciamo con il tastare il terreno. E siamo punti sul vivo o ce ne abbiamo a male in presenza di un discorso indisponente o di un contatto che ci fa rizzare i capelli in testa o ci dà sui nervi; ancora, ci rendiamo conto di essere troppo sensibili ogni volta che abbiamo reazioni epidermiche. Una battuta acida ferisce, urta, fa sudare quando addirittura non scortica vivi. Una parola è capace di far venire i brividi alla schiena, la pelle d’oca o l’orticaria, oppure scalda il cuore. Allevia o irrita. L’imbarazzo copre di rossore. Una scena colpisce, prende alla gola. Il seduttore cerca di fare colpo. Una relazione è ardente, tenera, dolce, tiepida, piccante. Una persona è untuosa, pungente, appiccicosa; altri sono duri, persino carogne, oppure dei mollaccioni; altri ancora, calorosi o glaciali. Quando siamo in pericolo, rischiamo la pelle.
Tutti questi termini ricorrono al vocabolario del tatto per esprimere le diverse modalità degli incontri. Alcuni verbi, che coinvolgono la mano, servono a descrivere i nostri atti nei confronti dell’altro: prendiamo parte al suo dolore o prendiamo le sue parti, ci appoggiamo su di lui oppure siamo noi obbligati a dargli una mano o a sostenerlo poiché non ha fiducia in se stesso; afferriamo ciò che ha da dirci o lo comprendiamo, ma talvolta si rende necessario strappargli una confessione o toccare la corda dei sentimenti per onenerne un favore. La persona amata la portiamo nel cuore e l’accogliamo a braccia aperte: quella che detestiamo, invece, ci fa venire la pelle d’oca o rizzare il pelo o, ancora, suscita in noi repulsione. Alcuni vorrebbero fare la pelle ai nemici o conciarli per le feste. La qualità del rapporto con il mondo è anzitutto una questione di pelle» (pp.223-225).

David Le Breton,
Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi,
Raffaello Cortina Editore, 2007.


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Giovanni Semerano (1911-2005) – Vi sono parole fatte fluitare dalle onde di secoli remoti; occorre auscultarle acutamente per sentirvi dentro il loro segreto, come in una conchiglia si ascolta l’eco di oceani abissali.

Semerano Giovanni
«Chi non sa rendersi conto di tremila anni
resta all'oscuro,
ignaro, vive alla giornata».

J. W. Goethe, 1788
L'infinito, un equivoco millenario

L’infinito: un equivoco millenario.

«Molte parole sono giunte sino a noi, come diremo, attraverso gli incontri dei popoli.
Altra è però l’oralità che si identifica con la creazione quando è opera che muove fantasia, sentimento, estro, come il linguaggio della poesia o della preghiera.
Il ricordo delle opere e dei giorni fu in realtà fermato nella pietra come il grande blocco di diorite su cui sono incise le leggi di Hammurabi. Ciò che sappiamo di quei popoli del Vicino Oriente che crearono la prima grande civiltà come conquista perenne anche per l’Occidente noi possiamo leggerlo negli scritti che sono giunti sino a noi.
Nessun altro popolo celebrò con parole così vibranti il fascino della propria scrittura e chiamò le costellazioni scrittura dei cieli. E se i primordi culturali di altri popoli antichi hanno certo rilevanza conoscitiva, sono o possono essere arricchimento culturale, le creazioni dei popoli mesopotamici dal III millennio a.C. costituiscono invece per noi vita spirituale.
[…]
Ed ecco spalancarsi il paradiso dei miracoli sugli orizzonti dell’antico Eden. Vi sono parole fatte fluitare dalle onde di secoli remoti; giungono intatte sino a noi, ma non si possono accogliere solo col suono delle loro sillabe, occorre auscultarle acutamente per sentirvi dentro il loro segreto, come in una conchiglia si ascolta l’eco di oceani abissali.
Una di quelle parole che hanno sfidato i millenni è “mano”, dal latino manus.
Umberto Galimberti nel suo splendido Dizionario di psicologia (Utet, Torino 1994, p. 562) evocò la definizione kantiana della “mano” come proiezione esterna della mente. Manus, che non ebbe un’etimologia, ha il suo antecedente nell’antico accadico manû (calcolare, computare). Ne risulta la mano come strumento naturale del computo per indigitazione, quale emerge nei libri di matematica sino al Settecento.
A quella antica parola accadica manû ci riconduce una lunga serie di parole greche, latine, germaniche.
Il greco méne (luna), l’astro che guida i cicli biologici e segna i ritmi dei giorni: greco mén (mese). A méne, “luna”, ci richiama ilgotico mena, antico alto tedesco mano, anglosassone mona.
Il valore semantico di accadico manû (calcolare) torna in voci greche col senso di “ricordare”, “aver senso”: greco mévoç; (spirito, mente), e ovviamente in latino mens (mente), nell’inglese mean, germanico occidentale *mainjan.
La voce anglosassone, inglese, svedese hand (mano) conferma l’idea della mano come strumento di computo: hand appare con timbro oscurato in inglese hund-red.
Hand si identifica con il greco –kónta (un duale che denota le due mani, “dieci”) e con la base di greco ekatón (cento), ove la sillaba iniziale ha il senso di “venti”: eíkosi. La base di hand risale attraverso –katón ad accadico qatu (mano).
La nostra ignoranza delle antiche sorgenti ci ha precluso di conoscere la storia delle parole che vengono su dal cuore. Così il greco époç; (amore) che ritrova il suo antecedente in una voce antica che lo evoca come “desiderio”: accadico eresu (oggetto di desiderio), assiro erasu (desiderare).
Per la storia di Liebe (amore), antico alto tedesco liubi, luba, bastò il richiamo al latino libet, lubet, del quale nulla si seppe. Ci soccorre, in questo caso, l’accadico libbu, semitico lubb, libb, aramaico lebab (cuore, sentimento, amore).
Così per migliaia e migliaia di voci restate senza storia e che ritrovano rifugio nei lemmi dei Dizionari etimologici del mio Le origini della cultura europea (4 voll., Olschki, 1984-1994)».

Giovanni Semerano, L’infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco, Bruno Mondadori, 2001, pp. 4-6.

 

 

Immagine in evidenza:

Sargon I° (2334 – 2279)


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Raimondo Lullo (1232-1316) – L’amore può moltiplicarsi solo nell’amare

Raimondo Lullo

 

Il libro dell'amico e dell'amato

“Domandò l’amico al suo amato se in lui fosse rimasto qualcosa da amare.

Rispose l’amato che l’amore dell’amico poteva moltiplicarsi solo nell’amare”.

 

Raimondo Lullo, Il libro dell’amico e dell’amato, 1.

 

 

Risvolto di copertina

Quest’opera, raro esempio di poesia mistica in lingua catalana, descrive la relazione dell’essere umano, l’amico, con il trascendente, l’amato, e il legame che li unisce, l’amore: è un libro che ancora oggi ci colpisce perché capace di esprimere un sentimento universale, un desiderio che resiste all’erosione del tempo e della storia. Chiunque, a un certo punto della sua vita, abbia sperimentato in sé la segreta forza dell’amore, sarà commosso da queste parole: vi si riconoscerà e si sentirà compreso, scorgendo in esse i movimenti del proprio cuore.

 

 

 

Immagine in evidenza:

Raimondo Lullo ritratto da Riccardo Anckermann (IXI sec.).

 


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Alain Caillé – È donando che ci si dichiara concretamente pronti a giocare il gioco dell’associazione e dell’alleanza. La sola via che si apre dinanzi a noi è quella che consiste nell’effettuare nell’ordine politico una mutazione simbolica, morale e spirituale di portata universalistica.

Amicizia e dono

La cattedrale di Rodin
che ho posto in evdenza con le parole di Caillé
è il  grazie per gli  agli amici che oggi mi hanno inviato i loro pensieri.
Quelle mani sono il “tempio” nel quale ognuno di noi dovrebbe cercare quotidianamente
l’incontro, il confronto, l’amicizia, l’amore in tutte le sue sfaccettature.
Quelle mani che si sfiorano (e sono due mani destre)
provano a unirsi
come a stringere in dono questo patto, questa promessa di solidarietà.

C. Fiorillo

 

Il terzo paradigma

A. Caillé, Il terzo paradigma

 

«Nella vita ordinaria noi raramente ci rendiamo conto
che riceviamo molto di più di ciò che diamo,
e che è solo con la gratitudine che la vita si arricchisce».

Dietrich Bonhoeffer

 

 

«Una società regolata unicamente […] dall’obbligo, cadrà nella sterilità, nel formalismo […]. Né si può farla poggiare sulla meccanica simmetrica dei soli interessi individuali che, in mancanza di regole comuni in grado di coordinarli, cadranno nel caos generale. Non è sottomettendosi al dispotismo della Legge o rifugiandosi nel ciascuno per sé e nell’inganno che gli uomini possono riuscire […] a trovare un po’ di pace, di sicurezza e di felicità. E, invece, imparando ad allearsi e ad associarsi, a dare (darsi) gli uni agli altri fidandosi e per fidarsi gli uni degli altri. […] Abbiamo bisogno, per superare i punti di vista ugualmente limitati dell’individualismo e dell’olismo di un paradigma del dono. Esso non pretende di pensare la generazione del legame sociale né dal basso – a partire dagli individui sempre separati –, né dall’alto – a partire da una totalità sociale sovrastante e sempre preesistente –; ma in qualche modo a partire dal suo ambiente, orizzontalmente, a partire dall’insieme delle interrelazioni che legano gli individui e li trasformano in attori propriamente sociali. La scommessa sulla quale si basa il paradigma del dono è che il dono costituisca il performatore per eccellenza delle alleanze. Ciò che le suggella, le simboleggia, le garantisce e le rende vive. Si tratti di un dono iniziale o di un dono ripetuto
talmente tante volte da non apparire più neanche tale, è donando che ci si dichiara concretamente pronti a giocare il gioco dell’associazione e dell’alleanza e che si sollecita la partecipazione degli altri allo stesso gioco» (p. 12).

 

«Finora l’ordine della società funzionale-utilitaria ha funzionato bene perché attingeva a riserve di senso, extra o antiutilitaristico, ereditate dai secoli passati. Appare ormai con sufficiente chiarezza che queste riserve di senso si esauriscono […].  Le nostre democrazie si sono pensate essenzialmente nel quadro del pensiero contrattualistico. Questo fondamento immaginario si esaurisce […] si mostra ormai impotente a opporsi alla generalizzazione di una corruzione che deve tanto più esplodere in quanto la scala delle società si dilata e in quanto la mondializzazione si generalizza. […] La sola via che si apre dinanzi a noi è  quella che consiste nell’effettuare nell’ordine politico una mutazione simbolica, morale e spirituale della stessa ampiezza di quella che è stata compiuta a suo tempo dalle grandi religioni universalistiche. Queste avevano proceduto a una riorganizzazione da cima a fondo del sistema arcaico del dono proprio delle piccole società basate sulla conoscenza reciproca. Tale riorganizzazione […] è consistita in una universalizzazione, una radicalizzazione e una interiorizzazione dell’imperativo del dono. Universalizzazione: bisognava donare non soltanto ai vicini ma anche agli estranei. Radicalizzazione: donare in modo sempre più incondizionale […]. Interiorizzazione: all’ostentazione un po’ istrionica del dono selvaggio, preferire la discrezione di colui che sa che dona veramente e non per farne mostra» (p. 134).

Alain Caillé, Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, Bollati Boringhieri, 1998.

Risvolto di copertina
Il libro di Alain Caillé tocca temi come l'obbligo di donare, dono e sacrificio; dono, interesse e disinteresse. dono e simbolismo; dono e associazione ecc. Si inserisce, su un piano più filosofico, ma sempre con grande concretezza di riferimenti all'esperienza, in una linea di pensiero ben rappresentata da "Lo spirito del dono", di Jacques T. Godbout, cui ha collaborato lo stesso Caillé, e da tutti i libri di Serge Latouche. Dopo aver proposto, con "Critica della ragione utilitaristica", un vero e proprio "manifesto dell'antiutilitarismo", con "Il terzo paradigma" Alain Caillé fornisce il quadro completo di una riflessione molto raffinata nel campo della filosofia delle scienze sociali. L'idea centrale è quella che consiste nel contrapporre il paradosso del dono (per cui il disinteresse proclamato nell'atto del donare, confermando o istituendo il legame sociale, risulta in fin dei conti il miglior modo di garantire gli interessi individuali e collettivi) ai due approcci che si contendono il terreno nelle scienze sociali: individualismo metodologico e olismo. Mentre per l'individualismo metodologico il rapporto sociale sarebbe la risultante dei calcoli effettuati da individui interessati, e mentre per l'olismo nelle sue varie forme sarebbe sempre in definitiva il tutto a determinare i comportamenti individuali, per l'antiutilitarismo è proprio il rapporto di obbligazione reciproca, ovvero di dono, più o meno liberamente consentito tra individui e gruppi che istituisce la società, in altri termini che ne costituisce la base.

***

Immagine in evidenza:

La cattedrale, Auguste Rodin, 1908, pietra, Musée Rodin, Paris.

 


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Sensibili alle foglie / Spin Time Labs – Il dono delle lingue. Domenica 29 Maggio 2016

il dono delle lingue

sensibili_alle_foglie X

logoScrittaSENSIBILI ALLE FOGLIE e SPIN TIME LABS


Propongono

 Domenica 29 Maggio – dalle ore 10 alle ore 20

presso

SPIN TIME LABS

Via Santa Croce in Gerusalemme, 59  – Roma

 

Il dono delle lingue

lingue u.v.xxx

Poesie, canzoni e messaggi in

amarico
amazigh
arabo classico
farsi
giapponese
hassaniya
igbo
lingala
mandinga
pashto
peul
portoghese
romanes
rumeno
russo
soninke
tigre
urdu
wolof

 

 

momenti di riflessione sulle migrazioni con

Marcella Guidoni, Fiabe del Marocco.
Andrea Pizzorno, Clandestino italiano,
Giusi Sammartino, L’interpretazione del dolore

Monologo sulla colonizzazione tratto da Clandestino italiano,
recitato da Caterina Venturini

***

Nella pausa pranzo sarà aperta l’osteria di Spin Time Labs, per momenti conviviali


Una giornata in cui tutti possono parlare la loro lingua, per aiutarci a sentire e riconoscere le diverse sonorità delle lingue del pianeta, perché la lingua è cultura, è ricchezza. Un incontro contro il razzismo, per l’accoglienza delle culture che giungono con i migranti. L’organizzazione dell’incontro è in progressione, saranno presenti anche altre lingue

SCALETTA PROVVISORIA (ELASTICA)

DOMENICA 29 MAGGIO – DALLE ORE 10:00 ALLE 20:00 –
AUDITORIUM DI SPIN TIME LABS.
VIA SANTA CROCE IN GERUSALEMME 59. ROMA

 

h. 10 Presentazione dell’incontro a cura di Spin Time Labs e Sensibili alle foglie

Introduzione ai gruppi linguistici del Nordafrica e dell’Asia
Said, Bashir e altri (poesie e messaggi in arabo classico)
Omran Algallal e altri (messaggio sulla fratellanza universale e messaggi in amazigh)
Marcella Guidoni, Fiabe del Marocco
Jamil Awan Ahamede, (poesia del poeta Iqbal in urdu, poesia di Faiz in farsi)
Shah Hussain (messaggio in pashto)
Giusi Sammartino, L’interpretazione del dolore
Miki Hirashima (intervento pacifista – art. 9 Costituzione del Giappone – in giapponese)
Edilson Araujo dos Santos (recita il testo di una canzone di Renato Manfredini – Renato
Russo, cantautore brasiliano – in portoghese)
***
Pausa durante la quale nell’Osteria di Spin Time si potrà mangiare qualcosa a prezzi modici
***
h. 15 Introduzione ai gruppi linguistici centroafricani

Yacoub Diarra (messaggio sulla schiavitù in Mauritania in hassaniya e soninke)
Leone (messaggio in amarico – si potrà ammirare l’alfabeto amarico esposto nell’atrio)
Bah Fallo (canzone in mandinga)
Hope (messaggio poetico in igbo)
Diop (la favola di Esopo La volpe e l’uva in wolof)
Omar Diamanka (messaggio contro il razzismo in peul)
Djby Ka (favola senegalese in wolof)
Alain Alphonse (canzone d’amore in lingala)
Hummed Mohammednur (messaggio in tigre)

Andrea Pizzorno Clandestino italiano
(connessione con la colonizzazione italiana in Africa)

Caterina Venturini recita monologhi tratti da Clandestino italiano
Intervento in romanes di una donna rom di origine rumena

Introduzione alle lingue slave
Valentina (messaggio in ucraino o russo)
Anna (poesia di Octavian Goga in rumeno)
Altre persone porteranno messaggi in lingua (russo, urobo e altre)
non ancora in scaletta.


Logo-Adobe-Acrobat-300x293Locandina Il dono delle lingue

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Hélder Pessoa Câmara (1909-1999) – Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo, prendi il largo!

Camara

 

Se sogniamo insieme ...

Se sogniamo insieme …

«Quando il tuo battello
comincerà a mettere radici
nell’immobilità del molo,
prendi il largo!».

 

 

Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.

Se uno sogna da solo, il suo rimane un sogno; se il sogno è fatto insieme ad altri, esso è già l’inizio della realtà.

Felice è colui che comprende che è necessario rinnovarsi molto, per essere sempre lo stesso.

 

 

Hélder Pessoa Câmara

 


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Ernst Bloch (1885 – 1977) – Chi è scialbo si colora come se ardesse. La via esteriore è la più facile. Apparire più che essere: questo il suo motto.

Bloch Ernst

Bloch-Il principio speranza

«Non tutti fanno una certa figura. Ma i più vogliono fare buona impressione e si sforzano di piacere. La via esteriore è la più facile. Chi è scialbo si colora come se ardesse. E allora c’è chi compare più di altri, si mette in mostra.

Ad agghindarsi si impara rapidamente. Il corteggiatore si mostra, come si suol dire, dal lato migliore. L’io si trasforma in merce, facile da spacciare, anche splendida. Egli osserva come altri si atteggiano, che cosa portano, che cosa c’è in vetrina, e ci si mette anche lui. Certo, nessuno può fare di sé quel che già prima non è cominciato in lui. E fuori, nei begli involucri, nei gesti e nelle cose, lo attira solo quel che già da lungo tempo vive nei suoi desideri, anche se vagamente, e perciò volentieri si lascia sedurre. Rossetto, trucco, piumaggi altrui aiutano per così dire il sogno di se stessi a uscire dalla caverna. Ed eccolo che va e si mette in posa, incipria quel poco che c’è e lo falsifica. Però non proprio come se uno potesse falsificarsi completamente; almeno il suo desiderio è autentico. Nell’atteggiamento preso esso si mostra, anzi si tradisce… Apparire più che essere è tutto ciò che così gli viene consentito nell’assillo di passare per qualcuno di migliore. Ma essere più che apparire, questa inversione non c’è nessun agghindarsi che la contraffaccia; perciò da nessuna parte c’è tanto kitsch quanto nel ceto che sopporta se stesso come inautentico”.

Ernst Bloch, Das Prinzip Hoffnung (1959) [Il principio speranza (Garzanti, 1994)].

 

 


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Tonino Perna – Schiavi della visibilità. Pensiamo di esistere, di valere, di avere un ruolo nel mondo o nella storia, solo quando siamo “visibili”

schiavi

Schiavi della visibilità

rubbettino

 

Basta osservare un bambino per accorgersi che il bisogno di “visibilità” è innato quanto il bisogno di affetto. Ma, nel nostro tempo, questo bisogno è diventato una ossessione fino a trasformarsi in una vera e propria patologia: siamo diventati “schiavi della visibilità” fino a perdere ogni valore, pudore, vincolo. Le nuove tecnologie della comunicazione hanno esaltato questo bisogno, hanno creato un nuovo modello di vita che sta generando una mutazione antropologica. Tra iperconnessione e lotta per la visibilità c’è un nesso forte, un intreccio perverso che ci porta a vivere in altre coordinate spazio-temporali. Possiamo arrenderci al fatto che pensiamo di esistere, di valere, di avere un ruolo nel mondo o nella storia, solo quando siamo “visibili”? E’ rivolgendo lo sguardo al mondo degli “invisibili”, ai soggetti sociali che lottano per uscire dai sotterranei della storia, che possiamo ritrovare l’essenza della nostra umanità. E’ questa la sfida che gli intellettuali, gli artisti, i giornalisti, non possono non assumersi nella nuova era in cui siamo entrati.

Tonino Perna, Schiavi della visibilità, Rubettino, 2014.

 

Tonino Perna, economista e sociologo, è docente di Sociologia Economica presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Messina.Il suo impegno sociale e politico si è diviso tra il Sud d’Italia e il Sud del mondo. Fondatore della Ong Cric, si è occupato a lungo di commercio equo e solidale, è stato presidente del “comitato etico” di Banca Etica e -per cinque anni- presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte.

 


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Ray Bradbury (1920-2012) – Sostanza (identificazione della vita), tempo per pensare (tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita), diritto di agire in base a ciò che apprendiamo. Rileggiamo “Fahrenheit 451”.

Bradbury

 

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Fahrenheit_451_(1966)_Francois_Truffaut

«[…] Sapete cosa fanno? Riempiono i crani della gente di dati non combustibili, li imbottiscono di “fatti” al punto che non possano più muoversi tanto sono pieni, ma sicuri di essere “veramente bene informati”. Dopo di che avranno la certezza di “pensare”, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. […] Non daranno loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti e idee che è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, dicono, pescherebbero la malinconia e la tristezza. Chiunque possa far scomparire una parete TV e farla riapparire a volontà, e la maggioranza dei cittadini oggi può farlo, [riterrà di essere felice proprio perché deprivato del pensiero critico]. […] Sapete perché libri come questo siano tanto importanti? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo caso “sostanza”? Per me significa struttura, tessuto connettivo. Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Trovereste che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. […] Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. Viviamo in un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. […] Questa è la prima cosa delle tre che ci mancano: sostanza, tessuto di elementi vitali.
La seconda è avere tempo per pensare. […] Il televisore vi dice lui quello che dovete pensare. Vi spinge con tanta rapidità e irruenza alle sue conclusioni che la vostra mente non ha tempo di protestare, di dirsi: “Quante sciocchezze!”.
Qualcuno dice che i libri non sono “reali”. Li si può almeno chiudere, dire: “Aspetta un momento”. Ma chi mai è riuscito a strapparsi dall’artiglio che v’imprigiona quando mettete piede nel salotto TV? Vi foggia secondo l’aspetto che esso più desidera! L’ambiente in cui vi chiude è reale come il mondo. Diviene e pertanto è la verità.
I libri invece possono essere battuti con la ragione. […] I libri potranno esserci di aiuto? Soltanto se potremo avere la terza cosa che ci manca.
La prima, come ho detto, è sostanza, identificazione della vita. La seconda, agio, tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita. La terza: diritto di agire in base a ciò che apprendiamo dall’influenza che le prime due possono esercitare su di noi. […]

[…] E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Ricordiamo. […] Per ogni cosa c’è una stagione. Sì. Il tempo della demolizione, il tempo della costruzione. Sì. Il tempo del silenzio e il tempo della parola […] E sull’una e sull’altra riva del fiume v’era l’albero della vita che dava dodici specie di frutti, rendendo il suo frutto per ciascun mese; e le fronde dell’albero erano per la guarigione delle genti».

Ray Bradbury, Fahrenheit 451, pubblicato nel 1951

 

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