Nicola Capogreco – L’arte ci parla di ciò che è stato, di ciò che avrebbe potuto essere, ma anche di ciò che potrebbe essere per la soggettività umana.

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«L’arte non è un’esperienza della trascendenza, ma non è neanche un libero gioco della fantasia. Più esattamente, l’arte ci parla di ciò che manca […] di ciò che l’uomo ha “innescato” nella storia, ma che lì ha dimenticato o non ha saputo completare […]. L’arte ci parla di ciò che è stato, di ciò che avrebbe potuto essere, ma anche di ciò che potrebbe essere per la soggettività umana».

N. Capogreco, Simbolo, mito e memoria nella comunicazione musicale, Tesi di laurea, Università di Bologna [1990, p. 5r].

 

Cfr., anche, Arte e razionalità nella “nuova musica” di Amold Schonberg, in M. Bristiger, N. Capogreco e G. Reda (a cura di), Il pensiero musicale degli anni Venti e Trenta (Atti del Convegno di Arcavacata di Rende, 1-4 aprile 1993), Centro editoriale librario, Università degli studi della Calabria, Rende, 1996, pp. 183-93.

 


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Sigmund Freud (1856-1939) – Per la musica sono quasi incapace di godimento. Una disposizione razionalistica o forse analitica si oppone in me a ch’io mi lasci commuovere senza sapere perché e da cosa.

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«Siamo assolutamente pronti a riconoscere che un “sentimento oceanico esiste in molte persone, e propendiamo a ricondurlo a una prima fase del sentimento dell’Io».

 S. Freud, Disagio della civiltà [1929, trad.it. in Opere , vol. X, p. 564].
«Intendo dire questo: se si eseguono un paio di battute e qualcuno, come avviene nel Don Giovanni, dice “E’ dalle Nozze di Figaro di Mozart”, tutt’in una volta fluttuano in me ricordi, dei quali però, un attimo dopo, niente di isolato può giungere alla coscienza. La frase significativa serve da punto di irruzione, a partire dal quale viene posto contemporaneamente in eccitazione tutto un complesso. Potrebbe non succedere diversamente nel pensiero inconscio».
S. Freud, L’interpretazione dei sogni, 1900. Trad.it. in Opere, vol. III, p. 455.
«Premetto che in fatto d’arte non sono un intenditore, ma un profano. Ho notato spesso che il contenuto di un’opera d’arte esercita su di me un’attrazione più forte che non le sue qualità formali e tecniche, alle quali invece l’artista attribuisce un valore primario. Per molte manifestazioni e per più d’un effetto che l’arte produce mi manca invero l’esatta comprensione […].
Le opere d’arte esercitano tuttavia una forte influenza su di me, specialmente la letteratura e le arti plastiche su di me, più raramente la pittura. Sono stato indotto perciò a indugiare a lungo di fronte ad esse quando mi se ne è presentato l’occasione, con l’intento di capirle a modo mio, cioè di rendermi conto per qual via producano i loro effetti. Nel caso in cui ciò non mi riesce, come per esempio per la musica, sono quasi incapace di godimento. Una disposizione razionalistica o forse analitica si oppone in me a ch’io mi lasci commuovere senza sapere perché e da cosa.
La mia attenzione è caduta così sul fatto, apparentemente paradossale, che proprio alcune delle creazioni artistiche più meravigliose e travolgenti sono rimaste oscure alla nostra comprensione. Le ammiriamo, ci sentiamo sopraffatti dalla loro grandezza, ma non s appiamo dire che cosa rappresentano». [1913]

Sigmund Freud, Der Moses des Michelangelo, in Gesammelte Schriften, voI. X, Internationaler psychoanalytischer Verlag, Leipzig 1924, pp. 257-86 (trad . it. Il Mosé di Michelangelo, in Id., Opere complete, Bollati Boringhieri, Torino 1975, voi. VII, p. 299).


Angelo Villa, Pink Freud. Psicoanalis della cansone d'autore da Bob Dylan a Van De sfroos, Mimesis

Angelo Villa, Pink Freud. Psicoanalis della cansone d’autore da Bob Dylan a Van De sfroos, Mimesis


Gabriele Scaramuzza, Hegel e la musica


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François Hartog – Col canto e con l’arco Ulisse ritrova la propria identità, la coincidenza di sé con se stesso, trasformandosi, per una volta, in aedo davanti al popolo dei Feaci.

François Hartog
Memoria di Ulisse

Memoria di Ulisse

 

Omero Racconta:

«Quando ebbe alzato e osservato in ogni sua parte il grande arco, come un uomo esperto di cetra e di canto, che senza sforzo tende la corda intorno al bischero nuovo, attaccando ai due estremi il budello ritorto di pecora, così, senza sforzo, Odisseo tese il grande arco. Prese e saggiò con la destra la corda: essa cantò pienamente, con voce simile a rondine»

 (Odissea, XXI, 405-411).

Presso i Feaci, «uomini dei limiti», che beneficiano del particolare status di essere vicini agli dèi e di aver conservato alcuni tratti dell’età dell’oro, ma di essere al tempo stesso mortali tra i mortali, Odisseo, rifiutandosi di gareggiare nel tiro con l’arco, spiegava ad Alcinoo:

«Con gli uomini del tempo passato non voglio contendere, o con Eracle o con Eurito di Ecalia, i quali sfidavano anche gli immortali nell’arco. Perciò il grande Eurito morì presto e non arrivò alla vecchiaia nelle case: lo uccise Apollo adirato perché lo sfidava a tirare con l’arco» (Odissea , VIII, 223-28).

Odisseo conosceva bene quell’arco, perché egli stesso, partito per Troia, lo aveva fatto custodire nella stanza più remota, l’ultima, del palazzo di Itaca: vi teneva i tesori del re, bronzo, oro e ferro lavorato con molta fatica; v’erano l’arco flessibile e la faretra portasaette con molte frecce funeste: glieli donò un suo ospite che lo incontrò a Lacedemone, Ifito figlio di Eurito, simile agli immortali (Odissea, XXI, 9-14).

Nella società degli «ultimi» uomini»,

«che ignorano la violenza e la guerra, dove non esistono né eroi né kleos e dove, secondo Alcinoo, la morte di tanti guerrieri davanti a Troia è stata mandata dagli dèi agli uomini solo per fornire argomenti ai canti degli uomini che verranno […] Odisseo prova la dolorosa esperienza della non-coincidenza di sé con se stesso, […] l’esperienza dell’alterità radicale, rimettendo in discussione le frontiere, e attraverso la confusione delle categorie che separano gli uomini, le bestie, gli dèi»

François Hartog, Memoria di Ulisse. Racconti sulla frontiera nell’antica Grecia, trad. di Antonia Tadini, Einaudi.

 

Lodato Demodoco «al di sopra di tutti i mortali: o ti ha istruito la Musa, figlia di Zeus, o Apollo» (Odissea, VIII, 487-88), e avendogli chiesto di cantare il progetto del cavallo di legno ch’egli stesso aveva portato sull’acropoli di Troia, Odisseo piange nella sala delle danze e dei canti che procurano gioia, all’ascolto delle proprie imprese celebrate alla terza persona, e ritrova la propria identità, la coincidenza di sé con se stesso, solo trasformandosi, per una volta, in aedo della propria gloria, lodato a sua volta da Alcinoo: «Hai esposto con arte, come un aedo, il racconto, le tristi sventure di tutti gli Argivi e le tue» (Odissea, XI, 368-69). Il racconto o il canto svolgono la medesima funzione dell’arco: giunto a Itaca, per mezzo dell’arco di Eurito, di Ifito e infine suo, Odisseo ritrova la propria identità e la manifesta anche a tutti altri.

Risvolto di copertina

Al principio c’è Ulisse, l’uomo-frontiera, colui che ha visto tutto fino ai confini dei confini, il viaggiatore errante fra cultura e barbarie, fra i mondi degli dèi, degli animali e degli uomini. Ma altri poi lo seguono, forti del suo esempio, viaggiatori veri o fittizi, che ci conducono in Grecia, a Roma, in parti lontane del mondo. Tuttavia nessuno di loro sembra interessarsi veramente alle “saggezze straniere” considerate nel loro proprio contesto, nella loro vera essenza, nella lingua che le esprime. Il loro viaggio è sempre sulla falsariga di quello dell’Odissea. Un ritorno all’isola natia, un compiacimento del Medesimo, in fondo un disconoscimento dell’Altro. Compiacersi, ritornare, Hartog legge cosí l’avventura di Ulisse, che testimonia in una sola volta l’aprirsi e il richiudersi della civiltà greca. Eppure viaggio dopo viaggio, racconto dopo racconto, i Greci si interrogano sulla propria identità. Raccontando l’altro, facendogli visita, scoprendo il sapere egizio o assistendo al trionfo di Roma, i Greci si confermano o dubitano di sé, pur restando i padroni del gioco. Ambasciatori di certezze, ma anche propagatori di dubbi, questi viaggiatori rappresentano l’inquietudine di una identità oscillante e condividono la ricerca di una piú profonda conoscenza di sé attraverso l’interminabile confronto con l’altro e gli altri.

«In queste pagine si parlerà di antropologia e di storia della Grecia antica, o meglio di una storia culturale di lunga durata, che prende come punti di riferimento ed elegge a guide alcune figure di “viaggiatori”. Cominciando dal primo e piú famoso: Ulisse, l’eroe che “a lungo errò [¿] di molti uomini le città vide e conobbe la mente”. Altri lo seguiranno, richiamandosi a lui, viaggiatori veri o fittizi, portandoci in Egitto, nel cuore della Grecia, a Roma, o in giro per il mondo. Ulisse è colui che ha visto, che sa perché ha visto, e ci indica immediatamente un rapporto con il mondo che è al centro della civiltà greca: il privilegio dell’occhio come modo della conoscenza. Vedere, il vedere in se stesso, e sapere, sono “tutt’uno”. “Infatti noi preferiamo, per cosí dire, la vista a tutte le altre sensazioni, dice Aristotele. “E il motivo sta nel fatto che questa sensazione, piú di ogni altra, ci fa acquistare conoscenza e ci presenta con immediatezza una molteplicità di differenze”».

François Hartog


Immagine in evicenza: Ulisse alla corte di Alcinoo è un dipinto a olio su tela (350×580 cm) del pittore italiano Francesco Hayez, realizzato tra il 1814 e il 1816 e conservato al museo nazionale di Capodimonte, a Napoli.


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Immanuel Kant (1724-1804) – Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.

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«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte, io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza».

Immanuel Kant, Conclusione della Critica della ragion pratica [1788].


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Immanuel Kant (1724-1804)  – Nell’uomo esiste un tribunale interno: è la coscienza. Egli può magari cadere in un grado tale d’abbiezione da non prestare più alcuna attenzione a questa voce, ma non può evitare di udirla
Immanuel Kant (1724-1804) – Lo studente non deve imparare dei “pensieri”, ma a “pensare”. Non lo si deve “portare” ma “guidare”, se si vuole che in seguito sia capace di camminare da solo. Rovesciando questo metodo, lo studente acciuffa una sorta di ragione prima ancora che in lui si sia formato “l’intelletto” e s’appropria d’una “scienza” posticcia che in lui è soltanto appiccicata , non maturata.

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Marsilio Ficino (1433-1499) – Il lume dello spirito più copiosamente risplende per gli occhi: perché gli occhi sono sopra gli altri membri trasparenti e nitidi.

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Sopra lo amore

«E come il sole che è cuore del mondo, per il suo corso spande il lume, e per il lume le sue virtù diffonde in terra: cos1 il cuore del corpo nostro per un suo perpetuo movimento, agitando il sangue a sé propinquo, da quello spande gli spiriti in tutto il corpo: e per quelli diffonde le scintille de’ raggi in tutti i membri, massime per gli occhi: perché lo spirito essendo levissimo facilmente saglie a le parti del corpo altissime. E il lume dello spirito più copiosamente risplende per gli occhi: perché gli occhi sono sopra gli altri membri trasparenti e nitidi».

Marsilio Ficino, Sopra lo amore ovvero Convito di Platone [1544], trad. di Neri Dortellata, a cura di Giuseppe Rensi, Carabba, Lanciano 1914


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Lev Nikolàevič Tolstòj (1828 – 1910) – «Se lascio la vita con la coscienza d’aver sciupato tutto quanto mi fu dato e che ormai non c’è più nulla da fare, allora che sarà?». Ivan Il’ič è il personaggio dell’esteriorità. La sua è un’interiorità priva di ricerca, priva di interrogazione.

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Che cosa accade quando in una vita priva di risonanza interiore,

priva di raccoglimento

– di abitudine al raccoglimento presso di sé –

e dunque tutta consegnata all’esteriorità,

irrompe l’inatteso, l’altro come inatteso?

 

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La morte di Ivan Il’ič

«Gli era venuto in capo che quanto gli era fin qui sembrato assolutamente inammissibile, di aver cioè vissuto non come si doveva, potesse invece essere la verità. Gli era venuto in capo che i suoi timidissimi tentativi di ribellione a ciò che la gente altolocata stimava il bene, tentativi che subito aveva soffocato in sé – che essi soli potessero essere gusti, e tutto il resto essere sbagliato. Il suo ufficio, il suo modo di vivere, e la famiglia, e gli interessi mondani e professionali, – tutto poteva essere sbagliato. S’era provato a difendere davanti a se stesso quelle cose. E a un tratto sentiva tutta l’inconsistenza di ciò che difendeva. Non c’era niente da difendere.
“E se così è, – s’era detto – e se lascio la vita colla coscienza d’aver sciupato tutto quanto mi fu dato e che ormai non c’è più nulla da fare, allora che sarà?”. S’era così disteso supino e aveva ricominciato a considerare tutta le sua vita sotto un nuovo aspetto. E quando al mattino venne il domestico, e poi la moglie, e poi la figlia, e poi il dottore, – ogni loro gesto, ogni loro parola gli avevano confermato l’orribile verità che gli si era aperta la notte. In loro vedeva se stesso, le cose di cui aveva vissuto; e chiaramente intendeva che tutto ciò non era quello che avrebbe dovuto essere, ma solo un enorme, uno spaventoso inganno che nascondeva la vita e la morte».

 Lev Nikolàevič Tolstòj, La morte di Ivan Il’ič, trad, di Tommaso Landolfi, Rizzoli, 1989, pp. 85-86.

 

Ivan Il’ič è il personaggio dell’esteriorità,

totalmente assorbito in essa.

Ma poiché il personaggio non ha mai, fino a quel momento,

alimentato in sé un dialogo con se stesso,

ecco che l’interiorità che si vorrebbe edificare

è un’interiorità priva di ricerca, priva di interrogazione.

 

«Che cosa accade quando in una vita priva di risonanza interiore, priva di raccoglimento – di abitudine al raccoglimento presso di sé – e dunque tutta consegnata all’esteriorità, irrompe l’inatteso, l’altro come inatteso? Un racconto di Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič, mette in scena questo incontro dell’uomo esteriore con la figura estrema che nega ogni mondanità, ogni sociale convenzione, cioè la morte. Il giudice Ivan Il’ič: ha costruito le sue giornate, e il suo pubblico apparire, la sua sociale identità comme il faut, cioè così come occorre essere, come davvero ci si attende che uno sia, quando la vita è pensata come adeguazione piena ai costumi, alle convenzioni sul piano pubblico e alle convenienze sul piano privato. In tribunale, nei salotti, in famiglia Ivan Il’ič: è sempre all’altezza della situazione. Il suo stesso matrimonio è stato piegato alle convenienze, ma per essere all’altezza non è stato separato da quel tanto di amore che è pur necessario secondo le convenzioni sociali. Ivan Il’ič è il personaggio dell’esteriorità, totalmente assorbito in essa. Nessun turbamento, nessuna esitazione, nessuna debolezza in questa identità riuscita e sicura. Ma a un certo punto l’irruzione della malattia, e con essa, il rivelarsi della morte, del suo profilo, della sua attesa, comincia a sgretolare i contorni dell’esteriorità. Rivela, di colpo, l’inautentico di un’esistenza, la quale ha cancellato, o almeno rimosso, il rapporto con la morte, l’essere per la morte. Si mostra, per la prima volta, il disegno di un’interiorità come possibile spazio di un dialogo con l’altro, con la sua misteriosa presenza. Ma poiché il personaggio non ha mai, fino a quel momento, alimentato in sé un dialogo con se stesso, ecco che l’interiorità che si vorrebbe edificare è un’interiorità priva di ricerca, priva di interrogazione. Il racconto di Tolstoj si può leggere come una sorta di drammaturgia della coscienza: lo spazio della coscienza, riempito dai richiami delle sociali abitudini, si ritrova vuoto quando la malattia impone una nuova estrema relazione, quella con la morte. Il personaggio, nella sopravvenuta solitudine, percepisce che tutto continua al di fuori di lui, senza di lui, la moglie e la figlia continuano a uscire, a incontrare un mondo, forse quello che era il suo mondo, mentre lui è prigioniero di un nuovo ospite che implacabilmente, giorno dopo giorno, lo spoglia di ogni legame con gli altri, e persino con se stesso. Ivan Il’ič cade nel gelo di un’attesa che non può né riconoscersi come attesa né stemperarsi in un dialogo, un’attesa priva di pensieri. Estraneo all’esteriorità di un tempo, estraneo all’interiorità che il nuovo tempo esige».

Antonio Prete, Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità, Bollati Boringhieri, 2016, pp. 50-52.


Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910) – Tutti i grandi cambiamenti cominciano e si compiono nel pensiero
Lev Tolstoj (1828-1910) – L’elevazione del lavoro a virtù è altrettanto assurda come l’innalzamento del nutrirsi dell’uomo a dignità e a virtù. nella nostra società falsamente ordinata, esso è per lo più un mezzo che uccide la sensibilità morale …
Lev Tolstoj – Che cos’è l’arte: L’arte incomincia là, dove incomincia l’appena appena
Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910) – In una società dove esiste, sotto qualunque forma, lo sfruttamento o la violenza, il denaro non può assolutamente rappresentare il lavoro. La semplicità è la principale condizione della bellezza morale.
Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910) – Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso.
Lev Nicolaevič Tolstoj (1828-1910) – Non appena ho compreso l’essenza della ricchezza e del denaro, mi si è chiarito quanto in realtà sapevo già da molto.

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María Zambrano (1904-1991) – L’amore è l’elemento della trascendenza umana. Originariamente fecondo, quindi, se persiste, creatore di luce, di vita, di coscienza. È l’amore a illuminare la nascita della coscienza.

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La tomba di Antigone

 «Nessuna vittima di sacrificio, dunque, e meno che mai se è mossa dall’amore, può fare a meno di attraversare gli inferni. Accade così, diremmo, già su questa terra, dove chi è stato votato all’amore deve passare, senza per questo abbandonarla, per tutto – per gli inferni della solitudine, per quelli del delirio, del fuoco – prima di emettere finalmente quella luce che solo nel cuore, che solo per mezzo del cuore, si accende. Sembra che questa di dover discendere negli abissi, sia la condizione per poter ascendere attraversando tutte le regioni in cui l’amore è l’elemento, per così dire, della trascendenza umana: originariamente fecondo, quindi, se persiste, creatore. Creatore di luce, di vita, di coscienza. È l’amore, infatti, con questo suo rituale viaggio agli inferi, a illuminare la nascita della coscienza».

Maria Zambrano, La tomba di Antigone / Diotima di Mantinea, traduzione e introduzione di Carlo Ferrucci, con un saggio di Rosella Prezzo, Milano, La Tartaruga Edizioni, 1995, p. 45 (La tumba de Antìgona e Diotima de Mantinea, 1983).

 

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La tomba di Antigone

 

Risvolto di copertina

La tomba di Antigone, testo filosofico-poetico-teatrale del 1967, è non solo una lettura in chiave filosofica del personaggio sofocleo, ma soprattutto una riscrittura che fa vivere Antigone di un tempo supplementare e di una vita propria, dentro e oltre la tragedia assegnatale. Maria Zambrano riprende la figlia di Edipo là dove Sofocle la abbandona e discende con lei agli inferi, che sono anche gli inferni dell’anima, dei legami familiari e della città (la guerra civile e la tirannia). Nella tomba in cui Antigone è sepolta viva si fa strada l’evento impercettibile attraverso cui va germinando il significato fondamentale della sua figura mediatrice fra amore e conoscenza. E tutti gli altri personaggi tornano per trovare riscatto dalla loro storia sanguinosa.

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Maria Zambrano – La virtù della delicatezza
Maria Zambrano (1904-1991) – Il silenzio che accoglie la parola assoluta del pensiero umano diventa il dialogo silenzioso dell’anima con se stessa.
Maria Zambrano (1904-1991) – Saper guardare un’icona significa liberarne l’essenza, portarla alla nostra vita
María Zambrano (1904-1991 – Il punto dolente della cultura moderna è la sua mancanza di trasformazione della conoscenza pura in conoscenza attiva, che possa alimentare la vita dell’uomo di ciò che necessita.

 


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Mariangela Maraviglia – David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992). «A me interessa la scelta di stare dalla parte dell’“uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico”, capitato in una società di ladri, caricato di ferite, spogliato e lasciato mezzo morto ai margini della strada».

David Maria Turoldo

Turoldo con

Mariangela Maraviglia

David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992),
Morcelliana, Brescia 2016

cfr. Academia.edu

In occasione dei cento anni dalla nascita di padre David Maria Turoldo,
è in uscita la prima biografia completa e fondata su fonti archivistiche.

David Maria Turoldo - La vita, la testimonianza

«Poeta, profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini»: così l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini salutava padre David Maria Turoldo celebrandone il funerale 1’8 febbraio 1992, restituendo in pochi tratti un’esistenza cristiana tra le più intense del Novecento italiano, spesa per la sal¬vezza de «l’Uomo» – nome emblematico di una testata promossa in gioventù -, e volta alla penetrazione del silenzio di Dio. Nella Milano della Resistenza e del dopoguerra, nella Firenze di Giorgio La Pira, a Sotto il Monte – terra di Giovanni XXIII – negli anni precedenti e successivi al Concilio Vaticano Il, dentro e fuori i canoni dell’Ordine dei Servi di Maria a cui con convinzione appartenne, Turoldo die¬de corpo e voce alle aspirazioni di rinascita religiosa, civile, sociale della sua generazione, guadagnando consensi e suscitando dissensi. Le censure e le sanzioni in cui incorse per via gerarchica non gli impedirono – consolato da una vena poetica che si completò negli anni con una fertile ispirazione di traduttore dei Salmi e creatore di inni per la liturgia – di esprimere in molteplici forme comunicative le domande di libertà, giustizia, pace, che animavano gli scenari e le coscienze del suo tempo.
Questo volume ricostruisce per la prima volta, attraverso un’accurata indagine d’archivio, l’intera vicenda esistenziale di David Maria Tu¬roldo, nell’intento di restituire alla storia una figura più volte rievo¬cata in termini mitizzanti o aneddotici: la ricchezza dei suoi incontri permette di recuperare la memoria di ideali, tensioni, disincanti che, in ambito cattolico e oltre, hanno percorso il secolo scorso.

 


Le prime pagine del libro: Anteprima cfr. Academia.edu


Recensioni e interviste per
David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992)
Morcelliana, Brescia 2016

Giorgio Campanini, “Munera”, 6 (2017) 1, pp. 143-144

Silvano M. Maggiani OSM, “Marianum”, 78 (2016), 549-551

Intervista di Pierluigi Vito, TV2000, “Terza pagina”, I cento anni di padre Turoldo

Intervista Maraviglia, Ravasi, Perrella, Radio Vaticana, “Al di là della notizia”, 16 novembre 2016

Gianfranco Ravasi, “Il sole 24 ore”, 13 novembre 2016

Enzo Bianchi, “La Stampa”, 18 giugno 2016

Altre recensioni e interviste


 


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Renato Curcio – La materia più preziosa al mondo è l’anima degli umani, il loro immaginario. L’impero virtuale non è che la storia recente di una nuova e più insidiosa strategia di colonizzazione dell’immaginario.

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«[È emersa] una nuova oligarchia economica esperta nell’esercizio del potere digitale […] Uno sviluppo del capitalismo globale, una tecnologia innovatrice, un nuovo panottico di sorveglianza, una possibilità di controllo a distanza dei lavoratori, una produzione di identità virtuali, un’opportunità per mille operazioni di hackeraggio benefiche e malefiche, una possibilità di velocizzare e ampliare le nostre comunicazioni orizzontali e tante, tantissime altre cose ancora» (pp. 8-9).

«L’iperconnessione, la schiavitù mentale, l’app-dipendenza, l’alienazione della memoria, il furto dell’oblio, e il deterioramento della sensibilità relazionale» (p. 10).

«La materia più preziosa al mondo non è il petrolio, né l’oro e neppure l’energia. No, più prezioso di ogni altra cosa, come aveva già intuito il Papato ai tempi delle prime Crociate, è l’anima degli umani, il loro immaginario. L’impero virtuale non è che la storia recente di questa appropriazione, di una nuova e più insidiosa strategia di colonizzazione dell’immaginario» (p. 16).

«[Dobbiamo] raffigurarci l’utilizzatore della piattaforma come un lavoratore-consumatore che opera volontariamente per un’azienda produttiva senza percepire alcun salario; che produce con il suo lavoro valore, ma lo fa gratuitamente, volontariamente, e nella maggior parte dei casi senza esserne neppure consapevole; e che, infine, riceve nei suoi strumenti digitali inviti mirati all’acquisto di prodotti ai quali in qualche modo si è interessato (un volo, un libro, un tablet, un’auto, un appartamento). Ricordando che il popolo irretito nell’impero virtuale raggiunge attualmente circa tre miliardi di persone non stupisce che il gruzzolo finale raggiunga cifre astronomiche» (p. 36).

«Mentre i legami in presenza si generano, si consolidano e si sciolgono attraverso parole e messaggi non verbali che i corpi si scambiano reciprocamente, le connessioni elettroniche si affidano alle immagini morte, ai filmati, ai simboli e alla scrittura, vale a dire ai tipici sistemi di segni ai quali, da sempre, ricorrono i linguaggi dell’assenza» (pp. 63-64).

«Un ‘tweet’ qui e un ‘mi piace’ là. Un messaggino e uno scambio di fotografie. Esorcismi contro la solitudine, ma anche angoscianti domande. […] Il numero e non la qualità. Questo è lo specchio di qualunque Narciso virtuale. […] Nell’ordine di realtà virtuale a cui Narciso si consegna, la sua gloria e il suo destino dipendono dall’aritmetica» (70).

«Affidando i nostri ricordi alle implacabili memorie esterne, queste memorie ricorderanno di noi anche quello che noi non ricordiamo più o di cui ci siamo liberati. Figlie del pensiero quantitativo esse ignorano l’arte sottile e benefica dello scarto e dell’abbandono: esse ricorderanno per sempre anche quanto noi non vorremmo più ricordare. Ricorderanno nonostante noi e la nostra volontà, e saranno soltanto esse, infine, a costruire, giudicare e decidere quale debba essere il significato dei nostri trascorsi dimenticati.
Va detto ancora che la memoria senza oblio è anche una memoria senza storia, una memoria ‘morta’, rigida come un cadavere e patologicamente dissociata. È una memoria ‘cattiva’ che genera malessere. Tutto ciò che essa conserva ‘dorme’ fino a che l’oligarchia non ritenga di doverlo risvegliare per una sua qualsiasi ragione; dimora in un obitorio dell’impero in attesa di essere un giorno oscenamente scrutata da algoritmi curiosi in cerca di sempre nuove e imprevedibili associazioni» (77).

«[…] parole finte, contatti virtuali spacciati per legami amicali, maschere intercambiabili e ologrammi in marcia nelle piazze vuote» (99).

Si tratta della «schiavitù mentale» della quale parla Chomsky, «la schiavitù di cui sono vittime gli entusiastici abitanti dell’impero» (68), il quale si presenta «come una società della trasparenza identitaria; una società degli alias digitali accreditati e domiciliati in account, con-vinti e attivi, ma sempre trasversalmente monitorati senza alcuna pausa» (pp. 100-101).

«[Internet è] dentro il mondo, ma il mondo non si riduce a Internet. Il futuro passa anche dall’esterno di questa ragnatela e fuori dalle sue ossessioni» (p. 98).

«Stando all’evidenza storica tutti gli imperi esistiti sono anche crollati. Non vedo perché proprio questo dovrebbe fare eccezione» (p. 101).

Quarta di copertina

Alcune aziende che quindici anni fa non esistevano, come Google e Facebook, oggi costituiscono la nuova e potente oligarchia planetaria del capitalismo digitale. Internet ne rappresenta l’intelaiatura, e i suoi utenti, vale a dire circa tre miliardi di persone, la forza lavoro utilizzata. Le nuove tecnologie digitali fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, le portiamo addosso e controllano tutti gli ambienti della vita sociale, dai luoghi di lavoro ai templi del consumo. Questo libro propone una riflessione sui dispositivi attraverso i quali questa oligarchia e queste tecnologie catturano e colonizzano il nostro immaginario a fini di profitto economico e di controllo sociale. E mette in luce il risvolto di tutto ciò, ovvero l’emergere di una nuova e impercepita sudditanza di quel popolo virtuale che, riversando ingenuamente messaggi, fotografie, selfie, ansie e desideri su piattaforme e social-network, contribuisce con le sue stesse pratiche a rafforzare il dominio del nuovo impero. Non conosciamo ancora le conseguenze sui tempi lunghi di questo ulteriore passaggio del modo di produzione capitalistico. Chiara invece appare la necessità di immaginare pratiche di decolonizzazione personale e collettiva per istituire nei luoghi ordinari della vita varchi di liberazione.

 

 

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Jesús Marchamalo – Toccare i libri. Una passeggiata romantica e sensuale tra le pagine in tempi come i nostri di vertigine digitale.

Marchamalo Jesús

 

Toccare i libri

Toccare i libri

 

«In tempi come i nostri di vertigine digitale, in cui la tecnologia mette a repentaglio il futuro del libro quale noi lo conosciamo, Toccare i libri propone una difesa appassionata, complice e ironica, a volte umoristica, del libro e della lettura: parla del suono della carta, delle orecchie sugli angoli, degli appunti sui margini, delle dediche… Una rivendicazione con un pizzico di nostalgia anticipata – e ci auguriamo gratuita – di quello che significa vivere con i libri: gli scaffali strapieni, le pile negli angoli, i libri prestati, il disordine funesto, incorreggibile».

Jesús Marchamalo, Toccare i libri. Una passeggiata romantica e sensuale tra le pagine, Ponte alle Grazie, 2011.

 

 

Quarta di copertina

 Se vi piace toccare i libri, e lo state facendo anche ora, sapete di cosa parliamo. Libri. Da leggere, da sfogliare, da desiderare e da possedere, da perdere, prestare e regalare. Libri da contare, da sistemare, da classificare. Amici per una vita o incontri di un solo giorno, ricordati per sempre o subito dimenticati; libri illeggibili, letti e riletti... Nella passeggiata lungo queste pagine incontriamo tanti lettori illustri, curiosiamo nelle loro biblioteche e veniamo a sapere delle loro buone e cattive abitudini di lettura, talvolta così simili alle nostre. Quanti libri è possibile leggere in una vita? In che modo disporli? Come fare quando sono troppi? Ci piacciono di più tenuti come nuovi o un po’ maltrattati? Bisogna davvero leggerli tutti, o certi sono fatti apposta per non esserlo? Jesús Marchamalo racconta gli intrecci e i personaggi della grande storia d’amore fra libri e lettori con la divertita partecipazione di un innamorato che la sa lunga, e argutamente ci ricorda che come tutte le passioni, anche questa dev’essere assaporata con un po’ di sana ironia.

 


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