Werner Jaeger (1888-1961) – Stato non è mai mera potenza, ma è sempre la struttura spirituale del portatore di questa potenza, dell’uomo. L’incultura è la causa per cui gli stati vanno in rovina. È chiaro allora che bisogna togliere agl’incolti la possibilità d’influire sull’azione del governare.

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008Ed ecco ormai venire al centro della considerazione questo problema: chi deve governare?


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«Per parlare con le parole di Platone nella Repubblica, il disfacimento dello stato nell’intimo animo del reggitore (591e; 592b) suggellava quella caduta che si compiva esteriormente, nei fatti. Stato non è mai mera potenza, ma è sempre la struttura spirituale del portatore di questa potenza, dell’uomo.
Se dunque è l’incultura la causa per cui gli stati vanno in rovina, cioè il difetto di accordo tra sentimenti e ragione nell’anima del reggitore, sia questi uno o più, è chiaro allora che bisogna togliere agl’incolti la possibilità d’influire sull’azione del governare. Incolto, in questo senso profondo, può essere proprio colui che la comune opinione considera come il tipico uomo colto: il calcolatore oculato, l’uomo di pronte reazioni intellettuali, il parlatore brillante: in quest’ultima qualità, anzi, sembra che Platone veda un sintomo specifico della prevalenza delle passioni sulla ragione (689 c-d). Ed ecco ormai venire al centro della considerazione questo problema: chi deve governare?»

Werner Jaeger, Paideia. La formazione dell’uomo greco, 3 voll., La Nuova Italia, Firenze 1999, vol. III, p. 412.


Werner Jaeger (1888-1961) – L’arte ha in sé una illimitata capacità di comunicazione spirituale, perché possiede ad un tempo quella universalità e quell’evidenza vitale immediata che sono le due condizioni più importanti dell’efficacia educativa. La poesia si trova così sempre in vantaggio, rispetto ad ogni ammaestramento meramente razionale e a tutte le verità di ragione universali. La poesia è più filosofica della vita reale, ma è anche più piena di vita che la conoscenza filosofica, mercé la sua concentrata realtà spirituale.

Werner Jaeger (1888-1961) – L’importanza storica dei Greci quali educatori deriva dalla nuova e consapevole concezione della posizione dell’individuo nella comunità. La loro scoperta dell’uomo non è la scoperta dell’Io soggettivo, ma l’acquistar coscienza delle leggi universali della natura umana.


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Salvatore Antonio Bravo – Il mercato e l’asservimento della Scuola: il mito dell’orientamento consapevole. Ciò che occorre invece è tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per il libero gioco delle energie vitali fisiche e mentali.

Karl Marx 300

Stele funeraria di Proclo

Stele funeraria di Proclo

Πρόκλος ἐγὼ γενόμην Λύκιος γένος, ὃν Συριανὸς
ἐνθάδ’ ἀμοιβὸν ἑῆς θρέψε διδασκαλίης.
ξυνὸς δ᾽ ἀμφοτέρων ὅδε σώματα δέξατο τύμβος·
αἴθε δὲ καὶ ψυχὰς χῶρος ἕεις λελάχοι

Io, Proclo, fui Licio di stirpe, e Siriano mi formò qui per succedergli nell’insegnamento. Questa tomba comune accolse il corpo d’entrambi; oh, se un solo luogo ricevesse anche le anime!


 

Salvatore Antonio Bravo

Il mercato e l’asservimento della Scuola:
il mito dell’orientamento consapevole


Versione per la stampa

Salvatore Antonio Bravo
Il mercato e l’asservimento della Scuola- il mito dell’orientamento consapevole


Miseria della contemporaneità, miseria del capitale che si erge ad unica legge della vita di ciascuno, fino ad assumere la forma di una insostanza perversa, parcellizzante – mentre la vera sostanza rimanda all’universale, alla Koinè, e rende immensi i pensatori del passato.
Si rifletta sulla modalità con cui si effettua l’orientamento universitario nelle scuole superiori. Platone nella Repubblica (libro IV), ci consegna un criterio per la scelta, sicuramente valido anche nella contemporaneità: seguire la propria indole affinché possa esserci armonia nella vita della persona e della comunità:

013«Allora», ripresi, «ascolta se le mie parole hanno un senso. A mio parere la giustizia è ciò che abbiamo posto come dovere assoluto sin dall’inizio, quando abbiamo fondato la città, o comunque una forma di questo dovere; se ti ricordi, abbiamo stabilito e ripetuto più volte che nella città ciascuno deve svolgere una sola attività, quella a cui la sua natura è più consona».

In poche razionali battute, Platone evidenzia l’assurda irrazionalità, la violenza con cui i giovani sono indotti a scegliere la facoltà universitaria: la negazione di sé in nome di una vita anonima, in cui la qualità del vivere è associata solo alle merci, ma mai alle persone. Il capitalismo assoluto negli ultimi decenni ha sferrato il suo attacco all’istituzione, che nella prassi democratica, dovrebbe consolidare la partecipazione alla vita democratica e formare alla metariflessione: la scuola.

Le controriforme espresse come riforme irrinunciabili per il progresso della nazione sono espressione di ciò che Marx definiva ideologia, ovvero una falsa rappresentazione del reale, in cui si spaccia per universale e necessario ciò che corrisponde agli interessi particolari. L’alternanza scuola lavoro in realtà rende manifesta un’operazione ormai decennale di colonizzazione delle menti. In primis i documenti scolastici riportano, con sempre più esplicita incisività, l’educazione all’imprenditorialità di cui l’alternanza dovrebbe essere la sua concretizzazione. Tale educazione ha l’obiettivo di formare alla competizione, all’atomismo sociale, proponendo nell’insegnamento in classe quella estrema frammentarietà del sapere che non porterà mai alla formazione di una cultura. Si vorrebbe che i docenti e l’istituzione scolastica, ora azienda, fossero complici di una mutazione antropologica.

La merce è la vera protagonista e il suo sostrato è il mercato con i suoi imperativi naturalisticamente resi indiscutibili. La formazione, l’educare, il trarre in luce le potenzialità inespresse di un alunno, tutto questo è eroso dalla spinta alla competizione, alla massimizzazione dei risultati.

Naturalmente manca il coraggio di rendere esplicito, e in modo trasparente, ciò che è veramente in opera. Anzi, l’operazione è parzialmente occultata dietro la facciata del dettato costituzionale. La scuola – per la Costituzione – dovrebbe formare l’uomo ed il cittadino solidale, e limitare gli effetti, non certo positivi, delle disuguaglianze sociali: scuola anche come argine al mercato. Malgrado tali principi non siano stati cancellati in modo esplicito, in questi decenni li si è svuotati di senso, rendendoli un guscio vuoto dove impiantare i germi nefasti dei peggiori principi neoliberisti. Si è cominciato col trasformare la scuola in una azienda per decreto (non discusso con i suoi operatori). Naturalmente i legislatori ben sanno che la scuola non potrà mai essere un’azienda (essa vive della relazione umana solidale), ma ciò malgrado si può depotenziare la comunità scolastica, la quale risulta trasgressiva rispetto ai processi economici e politici in corso d’opera, in modo da spezzare – letteralmente – ogni “luogo” dove sia possibile la resistenza ed il pensiero critico. Per rendere la comunità scolastica cellula del capitale si è introdotto un osceno linguaggio che per le nuove generazioni è davvero profondamente diseducativo: nei luoghi dove, al centro, dovrebbe essere la persona, nella sua irrinunciabile identità, gli alunni si esprimono con: credito, debito, offerta formativa, educazione all’imprenditorialità, flessibilità, ecc.
Le parole costruiscono mondi e relazioni umane, per cui il diffondersi della violenza nella scuola e fuori di essa è letta in astratto, ovvero come un evento accaduto a causa dell’irrefrenabile violenza naturale di taluni.
In verità un sistema competitivo è già violenza; nella competizione c’è chi perde; e chi vince, spesso, non è il migliore a vincere, ma chi ha avuto, in un mondo di diseguaglianze crescenti, maggiori opportunità rispetto ad altri. La violenza è ormai capillare: dalla violenza linguistica a quella materiale nelle nostre scuole e comunità la violenza è divenuta endemica perché il sistema è divenuto violento.
Si continua con ipocrisia a sorprendersi dinanzi ad episodi sempre più diffusi e trasversali, ma è palese che ovunque regna la legge del più forte: le aziende hanno ormai a capo i padroni che ricattano i dipendenti, in TV la parolaccia e l’insulto è d’obbligo per attrarre spettatori e quote di pubblicità, i telegiornali danno ampio spazio al lusso in un momento in cui la povertà è sempre più diffusa, il mercato entra con violenza nella vita di tutti, i consumatori sono perseguitati dalle merci. Ovunque ed in ogni contesto le persone subiscono l’offesa di essere considerati solo ed unicamente consumatori.[1] Si pensi all’orientamento scolastico con la presenza di università pubbliche e private a caccia di clienti. Le prime ricevendo pochi finanziamenti dallo Stato e sono costrette a competere con le private le cui rette sono proibitive. Entrambe utilizzano lo stesso linguaggio, inducono ad iscriversi facendo appello a numeri e statistiche. Pare che il successo formativo e lavorativo passi unicamente per taluni corsi universitari. L’università è ormai un’agenzia del lavoro, che invita ad iscriversi con la promessa di mirabilanti pseudoprospettive. La formazione ed i suoi luoghi esprimono pienamente le tragedie di un mondo di piazzisti. Le facoltà umanistiche hanno inoltre uno spazio minimale come le facoltà scientifiche che producono poco reddito e che non sono funzionali ai bisogni immediati del mercati. Si tagliano le informazioni, si determina la scelta e nel contempo i trombettieri della nuova pedagogia alzano inni alla scuola che, si dice, informa e che sarebbe di ausilio alla scelta dello studente (cliente-consumatore).
L’effetto è un clima di insopportabile manipolazione che la scuola subisce. Anche questa è violenza: negare ad una istituzione la sua identità, costringerla su binari che non le appartengono. Le nuove generazioni sono oggetto delle attenzioni sempre più precoci del mercato anche negli spazi dove dovrebbero crescere e maturare, pensando il mondo, e non subendolo. In questi anni l’orientamento avviene in tempi sempre più accelerati; anche alunni del quarto e del terzo anno della scuola secondaria superiore sono oggetto di tali particolari informazioni. Il mercato deve precocemente controllare il suo cliente, accompagnarlo «ad una scelta consapevole».

Siamo alla manipolazione più impensabile del linguaggio, belle parole che nascondono il nichilismo. Ad un semplice esame più attento, tale incultura empirista si mostra fragilissima, poiché se il mercato è globale, dinamico, veloce, le previsioni occupazionali che spesso documentano le università, per la libera scelta degli alunni, possono essere smentite dalla flessibilità e precarietà dello stesso sistema. Inoltre la linearità tra facoltà e lavoro è ormai saltata, per cui spessissimo anche laureati in facoltà scientifiche si ritrovano a vivere “una vita da precari”. La vera differenza è data dal privilegio sociale più che dal merito. I destini personali sono sempre più determinati dalla classe di appartenenza più che dal merito o dalla facoltà scelta. Vige l’eterogenesi dei fini. La scuola – per Costituzione – ha il compito di limitare tali derive. Si potrebbe allora definire incostituzionale l’attuale assetto pedagogico della scuola. Ora, un clima del genere spinge alla violenza, poiché si diffonde un senso di frustrazione nella comunità scolastica: i più fragili esprimono il loro male di vivere attraverso la violenza; dietro la cortina delle belle parole si cela una dura verità che in molti conoscono, e non pochi hanno deciso di ignorare. L’identità negata spinge ad una violenza incompresa. L’alternanza scuola lavoro è da inserire come termine finale di un lungo processo di svuotamento del fine costituzionale della formazione. È bene ricordare la Costituzione ed i suoi articoli fondamentali sulla scuola:

 

056Art. 33. L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

 

 

Art. 34. La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso».

L’alternanza scuola lavoro – vero ossimoro, perché la scuola è luogo di formazione e non di lavoro – è il cavallo di Troia da cui i guerrieri del mercato escono per l’assalto del nemico già indebolito dalle riforme. Educa al lavoro coatto senza retribuzione, ma specialmente ha il fine di erodere il tempo della formazione e di educare al “fare” e mai al “pensare”. È la scuola del “fare”, in cui i clienti tra alternanza, certificazioni in lingua inglese, progetti, pause didattiche sono formati alla stimolazione, al movimento decerebrato, poiché il mercato necessita di lavoratori disponibili allo sradicamento non solo geografico, ma specialmente da se stessi. Lo sradicamento geografico, la vita consumata come una monade alla ricerca delle opportunità del mercato, non è il soggetto ma l’oggetto di una conseguenza: l’io sempre più vuoto, più colonizzato dallo stimolo continuo, ormai disabitato di affetti, di appartenenze e da se stesso, insegue ogni qualsivoglia accattivante stimolazione, e si rende disponibile al mercato. Contribuisce a ciò il ridimensionamento della lingua italiana, sempre più minacciata dall’inglese commerciale. Le circolari ministeriali spesso riportano titoli in lingua inglese. Pare che il vocabolario della nostra lingua sia davvero minimale se dobbiamo utilizzare lingue altre per esprimere concetti che nella nostra lingua potrebbero essere perfettamente espressi e chiari negli intenti.
La società dove tutto dev’essere mostrato, fino alla pornografica mostra di sé, non ama la chiarezza concettuale, e sembra vergognarsi delle sue finalità al punto che deve occultare dietro la fumisteria della lingua inglese, a scuola come nella politica, le intenzioni esiziali e controriformistiche. Togliere ad una comunità l’uso della sua lingua significa togliere “la patria”, la comune d’origine. La distruzione della lingua nazionale serve allo sradicamento, a tagliare ogni senso di appartenenza, per creare l’uomo astratto, appartenente al mercato globale.

È l’epoca dei cosmopoliti delle mercificazioni. Dev’essere uomo astratto senza comunità, uomo astratto senza famiglia. L’istituzione scolastica è attaccata anche dalla “mostruosizzazione” dei docenti “molestatori”: singoli casi sono amplificati e, iperpresenti sui media, occupano spazi pruriginosi. Dovremmo domandarci se tutto ciò contribuisce a chiarire, a capire o se vi sono altre finalità: vendere un nuovo prodotto e delegittimare un’istituzione che malgrado le sue debolezze e contraddizioni in grandissima parte resiste e non condivide la strumentalizzazione della scuola, la sua riduzione a serva del mercato.

La scuola è rimasta sola, e comunque la percezione che hanno i docenti è di essere soli: i genitori hanno abbracciato in modo frettoloso e dogmatico il modernismo. Progresso coincide con l’innovazione tecnologica e con la destrutturazione del gruppo classe: fin quando tali dogmi saranno religione suffragata da liturgie lessicali, non si riuscirà a porre il tema della scuola a cui è legata la comunità tutta in modo profondo e serio. Dobbiamo uscire dal linguaggio economicistico aziendale per ritrovarci. Vorrei concludere citando Karl Marx (Capitale, libro primo, cap. VIII):

«Tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per il libero gioco delle energie vitali fisiche e mentali, perfino il tempo festivo domenicale e sia pure nella terra dei sabbatari: fronzoli puri e semplici! Ma il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di pluslavoro, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici. Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo».

La formazione e soprattutto l’educazione sono dunque divenute «fronzoli», mentre il capitale si sta prendendo tutto: sonno, pensiero, vita.

Siamo chiamati a porci il problema.

 

Salvatore Antonio Bravo

[1] «Persone oltre le cose», recita lo slogan Conad. quando i clienti Conad vanno al supermercato, trovano ad attenderli un cartello con su scritto: «Siamo persone autentiche e disponibili, persone capaci di dare un senso a ciò che si vende e a ciò che non ha prezzo».

 

 


Salvatore Antonio Bravo – Una morale per M. Foucault?
Salvatore Bravo – Aldo Capitini e la omnicrazia. L’apertura è sentire la compresenza dell’altro, sentire la propria vita fluire nell’altro, lasciarlo essere, amarlo per quello che è, liberarlo dalla paura del potere, della mercificazione.
Salvatore Bravo – L’abitudine alla mera sopravvivenza diviene abitudine a subire. Ma possiamo scoprire, con il pensiero filosofico, che “oltre”, defatalizzando l’esistente, c’è la buona vita.
Salvatore Bravo – La filosofia è nella domanda di chi ha deciso di guardare il dolore del mondo. Responsabilità della filosofia è il riposizionarsi epistemico per mostrare la realtà della caverna e rimettere in azione la storia.
Salvatore Antonio Bravo – L’epoca del PILinguaggio. Il depotenziamento del linguaggio è attuato dalla globalizzazione capitalistica, nel suo allontanamento dalla persona e dalla comunità.
Salvatore Bravo – Sentire se stessi è possibile attraverso l’uscita dalla caverna dei cattivi pensieri quotidianamente inoculati assumendo la libertà di vivere i poliedrici colori del possibile.
Salvatore Bravo – La tolleranza è parola invocata nel quotidiano terrore dei giorni. La tolleranza nasconde il volto aggressivo della globalizzazione. È la concessione della legge del più forte, il diritto di vivere concesso dal potere.
Salvatore Antonio Bravo – Il tempo che ha la sua base nella produzione delle merci è esso stesso una merce consumabile. Ogni resistenza dev’essere svuotata della sua temporalità e colonizzata dalle immagini dello spettacolo globale.
Salvatore Antonio Bravo – Le miserie della società dell’abbondanza. La verità del consumo è che essa è in funzione non del godimento, bensì della produzione.
Salvatore Antonio Bravo – La società dei cacciatori. L’atomismo sociale e la deriva individualista dei nostri giorni, trovano la loro sostanza in un’immagine esplicativa della condizione umana postmoderna: il cacciatore.
Salvatore Antonio Bravo – «Le vespe di Panama» di Z. Bauman. La filosofia perde la sua credibilità e la sua natura critica e costruttiva se vive nel mondo temperato delle accademie e degli studi televisivi e mediatici, dove campeggia l’uomo economico: turista della vita, vagabondo tra le mercificazioni.
Salvatore Antonio Bravo – Il comunista è un pensatore militante, consapevole dunque che la sua azione è perenne: non vi sono sistemi o regimi che concludono la storia e pacificano gli animi. In Marx l’idea del comunismo si concretizza anzitutto nell’immagine di una società in cui l’individuo, liberato dall’alienazione, diventa un uomo totale, universale, cioè capace di dar pieno sviluppo alla sua personalità.
Salvatore Antonio Bravo – Theodor L. Adorno, in «Minima moralia. Meditazioni sulla vita offesa», ci comunica l’urgenza di un nuovo esserci. Chi vuol apprendere la verità sulla vita immediata, deve scrutare la sua forma alienata, le potenze oggettive che determinano l’esistenza individuale fin negli anditi più riposti. Colui che non vede e non ha più nient’altro da amare, finisce per amare le mura e le inferriate. In entrambi i casi trionfa la stessa ignominia dell’adattamento.
Salvatore Antonio Bravo – «Viva la Revoluciòn» di E. Hobsbawm.
Salvatore Antonio Bravo – Evald Ilyenkov e la logica dialettica. Occorre studiare il pensiero come un’attività collettiva, in cooperazione. Il capitalismo è profondamente anticomunitario, trasforma tutto in merce, disintegra le comunità, smantella la vita nella sua forma più alta: il pensiero comunitario consapevole.
Salvatore Antonio Bravo – «Il giovane Marx», di György Lukács. L’intera opera di Marx è finalizzata dall’amore per l’umanità che si fa pensiero consapevole della disumanità di ogni condizione di alienazione, e di ogni reificazione negatrice della libertà.

Salvatore Antonio Bravo – Il libro di Norman G. Finkelstein, «L’industria dell’olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei».


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Gaetano Salvemini (1873-1957) – Le riforme scolastiche benefiche non producono i loro effetti benefici che a lunga scadenza; le situazioni malefiche producono risultati immediati: rendere meno efficiente che sia possibile la scuola pubblica, e creare sulle sue rovine un sistema di scuole private.

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014  «Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere». Gaetano Salvemini

 

Scritti sulla scuola, Feltrinelli, Milano 1966

Scritti sulla scuola, Feltrinelli, Milano 1966

 

«Le riforme scolastiche benefiche non producono i loro effetti benefici che a lunga scadenza; le situazioni malefiche producono risultati immediati. Noi assistiamo oggi in Italia a uno sforzo metodico per rendere meno efficiente che sia possibile la scuola pubblica, e creare sulle sue rovine un sistema di scuole private».

Gaetano Salvemini


Il testo integrale

Gaetano Salvemini, Scuola e società


Gaetano Salvemini, Scuola e società,  Pubblicato come articolo sulla rivista «Scuola e città» (La Nuova Italia), Firenze 1952, poi in Id., Scritti sulla scuola, a cura di Lamberto Borghi e Beniamino Finocchiaro, Feltrinelli, Milano 1966. Lo si può leggere anche in «Punti Critici» n° 9, marzo 2004, pp. 113-139, con una presentazione di Angela Martini.


 

md18148565613Il libro da cui prende le mosse Salvemini è:

Lamberto Borghi, Educazione e autorità nell’Italia moderna, La Nuova Italia, Firenze 1951.

Ristampa del 1975

Ristampa del 1975


Un buon riferimento:

Antonio Gramsci, La formazione dell'uomo, Roma 1969

Antonio Gramsci, La formazione dell’uomo, Roma 1969


Gaetano Salvemini (1873-1957) – Siate non conformisti di fronte alla cultura ufficiale.

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Luca Grecchi – Educazione classica: educazione conservatrice? Il fine della formazione classica è dare ai giovani la “forma” della compiuta umanità, ossia aiutarli a realizzare, a porre in atto, le proprie migliori potenzialità, la loro natura di uomini

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Filosofare

Luca Grecchi

Educazione classica: educazione conservatrice?

Festival della filosofia di Roccabianca, 11 giugno 2017

 

 

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Luca Grecchi,
Educazione classica- educazione conservatrice?

 


Il fine della formazione classica
è dare ai giovani la “forma” della compiuta umanità

La cultura classica, la filosofia classica, aiuta a comprendere l’essenziale,
ossia come vivere per essere felici

Se non si può scegliere il fine di una vita, non c’è libertà;
e se non c’è libertà, non c’è felicità

I classici ragionavano innanzitutto in termini di intero,
di totalità sociale

Gli antichi criticavano anche il mercato,
che Aristotele definiva appunto «contro natura».

È il fine che determina l’essenza delle cose

La filosofia classica insegna  a ragionare
in termini di intero

Tre luoghi comuni

Il primo luogo comune

Il secondo luogo comune

Il terzo luogo comune

L’educazione classica serve a capire
cosa è realmente importante per essere felici


Immagino che la maggior parte delle persone, anche quelle qui convenute, risponderebbe in modo affermativo alla domanda che dà il titolo al mio intervento. Ebbene, se anch’io pensassi che l’educazione classica fosse un’educazione conservatrice (verso la realtà per come è oggi), probabilmente non avrei svolto questa relazione. Penso, invece, esattamente in modo contrario. Cercherò, dunque, di chiarire bene le mie tesi, che non sono molto di moda. Vi anticipo comunque innanzitutto alcune tesi che non sosterrò.

Non sosterrò, nella mia relazione, la tesi oggi dominante su questa tematica, argomentata ad esempio da Martha Nussbaum e da altri studiosi (alcuni dei quali ospitati, anche di recente, dall’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore, che mi pare faccia ormai da tempo di questa tesi un refrain), secondo cui la cultura classica è importante in quanto abitua i nostri ragazzi ad una maggiore duttilità mentale, rendendoli più flessibili, più aperti, ecc. Di fronte ad un mondo del lavoro in continua evoluzione, la cultura umanistica, il greco, il latino, la filosofia, ma anche la scienza e la matematica, offrirebbero la possibilità di uno sguardo d’insieme più ampio, e pertanto una maggiore duttilità mentale: ecco ciò che si sente ripetere spesso. E sono convinto che queste argomentazioni siano la causa principale che spinge molti genitori ad iscrivere i figli al Liceo Classico (che ultimamente sta conoscendo una discreta risalita degli iscritti), unita al fatto che solitamente questo tipo di scuola ospita adolescenti meno problematici, ed anche per questo si preferisce mandare lì i propri figli: bisogna sempre dire la verità se si vogliono spiegare bene i fenomeni.

Chi sostiene questa tesi, ossia che la cultura classica apre la mente più della istruzione tecnico-professionale, non sostiene una tesi falsa. Quanto costoro affermano è infatti corretto, come dimostrano i risultati mediamente più brillanti, in università, degli studenti provenienti dal Liceo Classico.

Il fine della formazione classica è dare ai giovani
la “forma” della compiuta umanità

Tuttavia, come sempre, bisogna ragionare sul fine per comprendere l’essenziale. Qual è il vero fine della cultura classica? Ecco allora la tesi che sosterrò oggi: il fine della formazione classica è dare ai giovani la “forma” della compiuta umanità, ossia aiutarli a realizzare, a porre in atto, le proprie migliori potenzialità, la loro natura di uomini, di persone, che la cultura umanistica antica evidentemente favorisce molto più della cultura tecnica contemporanea.

Qual è invece il fine della formazione classica teorizzato da alcuni studiosi, e che passa, tramite il senso comune, ai politici, ai genitori ed agli stessi giovani? Il fine sembra essere quello di formare lavoratori efficienti, produttivi, più competitivi rispetto agli altri nel mercato del lavoro. Cosa dovrebbe portare ai giovani la realizzazione di questo fine? Forse, in un futuro lontano, remunerazioni un po’ più elevate, impieghi un po’ meno umili, ma al contempo anche un maggiore impegno lavorativo in una attività magari non congeniale, un maggiore coinvolgimento nel ciclo lavoro-consumo, un minor tempo per se stessi e per i propri figli, ecc.

Tutto ciò renderà i nostri giovani più felici? Questa è la sola domanda che occorre porsi, proprio perché è la felicità l’argomento principale della filosofia classica, che è “educata” a ragionare sulle cose essenziali. Ebbene: se la felicità, il bene per un uomo, è la realizzazione della sua natura, di ciò che egli è nella sua essenza, io penso che con il falso fine dell’efficienza e della produttività non si rendano i nostri giovani più felici. E penso ciò, insieme a Platone ed Aristotele – che sono una bella compagnia –, proprio in quanto la natura dell’uomo è quella di essere un ente razionale e morale, un ente cioè che sta bene, che si realizza compiutamente, quando conosce con verità (non quando resta ignorante), e quando vive in armonia con gli altri (non quando vive nel conflitto). La verità ed il bene sono i due grandi temi della filosofia classica.

È evidente, dunque, che chi propone il Liceo Classico come strumento finalizzato alla maggiore produttività sul mercato del lavoro capitalistico, non ha capito l’essenziale della cultura classica. E chi non capisce l’essenziale, scusate la durezza, non è che non capisce qualche dettaglio: non capisce proprio niente! Oggi, ad esempio, sono stato invitato qui a parlare di filosofia, ma se, vedendo un palco ed un microfono, cominciassi a eseguire – peraltro senza base – tutto il repertorio di Iva Zanicchi, è evidente che non avrei capito l’essenziale del mio invito, ossia non avrei capito niente!

La cultura classica, la filosofia classica, aiuta a comprendere l’essenziale,
ossia come vivere per essere felici

La cultura classica, la filosofia classica, aiuta a comprendere l’essenziale, ossia come vivere per essere felici. E siccome viviamo in relazione agli altri, la nostra felicità non è indipendente da come in generale si vive, da cosa si produce, da come lo si fa, ecc. Questo insegna la filosofia classica, l’educazione classica (che è cosa diversa dalla istruzione, la quale fornisce meramente strumenti: l’inglese, l’informatica, l’economia; ma gli strumenti non sono il fine, e ciò che occorre scegliere bene è innanzitutto il fine della propria vita). Quando deve analizzare i tipi di vita, i bioi, che possono o meno portare alla felicità, Aristotele afferma chiaramente che una vita destinata a massimizzare il denaro è una vita insulsa, in quanto il denaro può al più essere un mezzo per realizzare cose buone, ma non può, per sua natura, essere un fine. Ora, se vale così per la parte, ossia per le singole persone, a maggior ragione ciò deve valere per l’intero, per la totalità sociale: una totalità sociale che ha come fine quello di massimizzare il profitto, è evidentemente una totalità sociale insulsa e degradante, che condanna le persone all’infelicità.

Se non si può scegliere il fine di una vita, non c’è libertà;
e se non c’è libertà, non c’è felicità

Se non si può scegliere il fine di una vita, non c’è libertà; e se non c’è libertà, non c’è felicità. Ma, affinché ci sia libertà occorre conoscenza (perché si è liberi solo se si conosce bene cosa si sceglie), e soprattutto occorre che ci siano le condizioni generali – economiche e politiche in primis – affinché essa possa essere esercitata, ossia affinché si possa scegliere un tipo di vita desiderabile.

Il pensiero di Platone ed Aristotele, ma anche di molti poeti e filosofi precedenti, a saperlo leggere bene, in questo senso ci insegna molto. La loro critica alle strutture economiche ancora fondamentali nel nostro tempo – ossia proprietà privata, mercato, denaro –, è fortissima! Eppure, nei tanti ripropositori moderni della classicità, che sono solitamente docenti universitari, questi contenuti sono completamente trascurati. Si trascura però, così facendo, l’essenziale, e sapete oramai cosa capisce chi trascura l’essenziale… Oggi – ma ciò accade quanto meno dal Rinascimento – è proposta una classicità che esclude queste tematiche. Ma è proprio su queste tematiche, specie nel nostro tempo in cui la privatizzazione e la mercificazione invadono tutti gli spazi di vita, che si misura il carattere classico, e pertanto sempre valido, sempre attuale, del pensiero greco, che invita in primo luogo a pensare con la propria testa per realizzare una vita buona.

Nietzsche diceva, grosso modo, che se il modo di produzione ha bisogno di lavoratori e di consumatori per funzionare bene (oggi, peraltro, dei secondi più che dei primi), ossia per aumentare il profitto (perché il profitto è appunto il suo fine – ovvero, per esso, l’essenziale), l’ultima cosa che bisogna fare è educare i giovani con la filosofia, la letteratura e la storia, ossia farli pensare con la propria testa, fargli avere dei fini propri. Questi nostri studiosi che tessono le lodi della cultura classica – filosofica o scientifica che sia –, e dunque del Liceo classico competitivamente inteso, non hanno capito che lo ripropongono a vantaggio di un mondo che il classico, nella sua essenza umanistica, lo vuole abolire. Perché pensare con la propria testa, volere realizzare il bene della totalità sociale, confligge con il buon esito dei processi economici privatistici e mercificati. Consentitemi, allora, una breve sintesi di alcune tesi della filosofia classica su questi temi oggi così importanti, volte a mostrare quale critica della attuale “economia” avrebbero fatto i classici. Sarà forse un po’ straniante, e ciò in quanto siamo abituati ad ascoltare tesi diverse non solo nei salotti televisivi, ma anche in libri di pensatori considerati “di sinistra”, o “radicali”. Tuttavia, vedrete presto con quale maggiore serietà questi temi erano affrontati oltre duemila anni fa.

I classici ragionavano innanzitutto in termini di intero, di totalità sociale

In generale i classici ragionavano innanzitutto in termini di intero, di totalità sociale, perché spesso è il funzionamento dell’intero che determina il funzionamento della parte. Per questo si occuparono delle strutture fondamentali dell’economia – ossia del processo che consente agli uomini di sussistere –, ovvero delle forme della produzione e della distribuzione sociale dei beni, della proprietà privata e del mercato, che costituivano anche allora i cardini del sistema. E le criticavano. Perché le criticavano? Innanzitutto perché non sono forme naturali, e pertanto non sono immodificabili, dunque “incriticabili”. Non si deve infatti necessariamente vivere in un mondo in cui i mezzi della produzione sociale (cioè della produzione del necessario per vivere) siano privati, ed in cui tutto (anche l’uomo e la natura) sia merce. Inoltre, la proprietà privata era criticata in quanto essa, anche etimologicamente, rinvia al fatto che chi la detiene, ossia chi ha il possesso di certi mezzi della produzione sociale, può privare gli altri di quei mezzi e dei prodotti che ne derivano. Se alcune multinazionali possiedono il brevetto di alcuni farmaci, decidono loro a chi dare i farmaci (a chi paga); e questo può valere per tutto, anche per l’acqua. Questa cosa, secondo voi, favorisce la realizzazione di quella armonia sociale così necessaria alla buona vita di tutti? Se una minoranza di ricchi proprietari – ed il modo di produzione capitalistico, come mostrano le statistiche, va strutturalmente in questa direzione – può escludere una maggioranza di persone anche da beni e servizi essenziali, si viene secondo voi a creare un mondo più giusto in cui vivere?

Gli antichi criticavano anche il mercato,
che Aristotele definiva appunto «contro natura».

Gli antichi criticavano anche il mercato, che Aristotele definiva appunto «contro natura». Come ho già detto in altre occasioni, se il fine è il profitto, tutto diventa strumento (per quel fine), e quindi merce: anche l’uomo e la natura. C’è un mercato del lavoro, dell’acqua, addirittura dell’inquinamento. Peccato che il mercato, “luogo” in cui si dà solo per avere in cambio qualcosa di più, sia l’opposto della comunità (ben rappresentata dalla famiglia), luogo in cui si dà per il semplice piacere di dare. E la comunità, dove regna l’amicizia, è per la filosofia classica il solo contesto sociale in cui si vive bene, poiché vi regna l’armonia. Secondo voi, un modo di produzione incentrato sul mercato, che è l’opposto della comunità, può favorire un modo comunitario, amicale, fraterno di vita?

Ebbene, su queste ed altre “piccole” questioni riflettevano i classici. Se non ci credete, ve ne fornisco la prova. Ometto tutta una serie di citazioni che si potrebbero fare – da Omero ai Presocratici –, in cui già comunque è presente la critica alle strutture privatistiche e mercificate; mi limito solo ai “classici classici”, Platone ed Aristotele.

Per quanto concerne Platone, la inumanità di un modo di produzione sociale finalizzato all’accumulazione di denaro, si trova delineata in più dialoghi. Mi limito ad una sola citazione, tratta da uno dei suoi testi più maturi e più ampi, ma forse meno studiati, ossia le Leggi: «Lo Stato primo, la costituzione e le leggi più perfette, si trovano là dove l’antico detto I beni degli amici sono davvero comuni trova la sua più completa realizzazione» (Leggi, V, 739 B). Non è la consueta tirata contro la proprietà od il denaro, ma una tesi costruttiva, progettuale. Ebbene: cosa voleva dire Platone – ma prima di lui Pitagora, cui la massima risale – con l’affermare che i beni degli amici devono essere comuni? Voleva dire che si crea veramente amicizia in una società (e l’amicizia è ancor più importante della giustizia, in quanto la prima implica la seconda, quindi è più vasta, mentre la seconda non implica la prima) solo se le cose essenziali sono a disposizione di tutti. Questo, come Platone sapeva bene, non accade in un mondo in cui domina la privatezza della proprietà.

È il fine che determina l’essenza delle cose

Fatemi citare anche Aristotele. Fra i suoi testi principali, in merito, vi è il I libro della Politica, in cui egli distinse fra «economia» e «crematistica». La distinzione è data dal fine. La crematistica è una modalità di produrre beni o servizi finalizzata a ricavare il massimo profitto; l’economia è un modo di gestire la produzione di beni e servizi finalizzata a soddisfare equamente i bisogni di tutti. La differenza è nel fine, ed è una differenza radicale, essenziale appunto. È il fine che determina l’essenza delle cose.

Platone ed Aristotele mostravano dunque che occorre guardare non ai dettagli, ma alla struttura del modo di produzione sociale. Perché ci sono tanti bisogni sociali insoddisfatti per i poveri (cibo, medicine, assistenza, ecc.), ed al contempo tanti beni di lusso (gioielli, abiti, cellulari, ecc.) soddisfatti per i ricchi? Semplice: perché i ricchi possono pagare, ed i poveri no, per cui i primi creano una domanda (ed una conseguente offerta) di mercato, i secondi no. Perché ci sono tanti bisogni sociali insoddisfatti e tante persone disoccupate che vorrebbero lavorare? Altrettanto semplice, in quanto dipende sempre dalla struttura complessiva di funzionamento del modo di produzione sociale: perché i poveri non possono pagare, quindi non possono trasformare i loro bisogni in domanda di mercato (di lavoro in questo caso), la quale dunque non produce l’offerta, sicché restano da un lato molte persone in difficoltà, e dall’altro molte persone disoccupate (spesso le due categorie, peraltro, coincidono). Hai voglia a dare gli incentivi alle imprese per assumere, se questa è la struttura di funzionamento del sistema. È come immettere una cascata d’acqua in un acquedotto che ha le condutture bucate! Certo, qualche goccia in più alla fine può arrivare, ma il problema è appunto la struttura di funzionamento del sistema idrico. Una bella differenza – non trovate? – rispetto ai discorsi che sentite fare in TV dagli attuali politici…

La filosofia classica insegna  a ragionare in termini di intero

La filosofia classica insegna dunque a ragionare in termini di intero, di totalità sociale, di strutture fondamentali, di ciò che è giusto, vero, buono, del fine da porre in essere per condurre una vita felice. Ciò si scontra con l’attuale modo di vivere capitalistico? Certo che si scontra. Possiamo sicuramente, nei confronti dell’attuale modo di produzione, essere ribelli, ossia dire che l’euro fa schifo, che l’alta finanza è fatta da sanguisughe, che i politici sono tutti dei disonesti, ecc. Ma tutto questo è “ribellismo” con scarsa base teoretica; e senza una base teoretica non si costruisce nulla, non si progetta. L’educazione classica, la filosofia classica, insegna proprio questa base, ossia insegna a comprendere e valutare la totalità sociale in cui si vive, alla luce dei veri fini che l’uomo – fondamento del senso e del valore – si deve porre per essere felice.

Tutto il discorso fatto finora tende a mostrare che si è realmente critici solo se si è anche progettuali: e questa dimensione progettuale è il fulcro, sul piano politico, della educazione classica. La critica fine a se stessa, anche se urlata, non conduce da nessuna parte; mentre una progettualità fondata ed argomentata, forse, sì. In ogni caso, essa è per i giovani l’unica guida educativa possibile.

Tre luoghi comuni

Utilizzerò ora gli ultimi minuti del mio intervento, per applicare questo discorso generale a tre luoghi comuni del nostro tempo, che corrispondono a tre famose dichiarazioni di ministri sui nostri giovani. Non mi interessano i nomi, né le aree politiche di appartenenza di questi ministri, perché, in quanto luoghi comuni, questi temi sono condivisi anche, appunto, dalla gente comune.

Il primo luogo comune

Il primo luogo comune consiste in tutte quelle dichiarazioni, svolte anche da docenti universitari, in cui sostanzialmente si plaude alla mobilità dei giovani, e li si invita a non fare i bamboccioni a casa propria, ma a girare il mondo alla ricerca della occupazione migliore, con cui evidentemente si identifica la realizzazione nella vita. Ora: su questo punto è necessario intendersi. Se la scelta di vivere all’estero fosse realmente libera, ossia rispondesse davvero ad un desiderio autonomo consapevole di lasciare la famiglia e gli amici, potrei chiedermene il perché – non è naturale abbandonare chi si ama –, ma essa sarebbe accettabile. Tuttavia, il fenomeno che quotidianamente si verifica è un altro. Quando non è fuga per mero bisogno, ad esempio nelle regioni del Sud Italia, questa fuga è spesso nei giovani laureati inseguimento di un miraggio che il modo di produzione capitalistico fa balenare davanti agli occhi, ma che – come tutti i miraggi – svanisce non appena ci si arriva vicino. Non discuto che in altri paesi le condizioni lavorative siano migliori che in Italia, ma occorre sempre essere consapevoli che lo sradicamento, l’allontanamento dalla famiglia di origine, è una perdita fondamentale di felicità per ogni essere umano. Come tale, quanto meno, essa non dovrebbe essere propagandata, specie da istituzioni politiche ed accademiche.

Mi giunge voce che un docente universitario piuttosto noto abbia detto, a lezione, che è meglio vivere sotto i ponti che accettare di vivere nella casa lasciata in eredità dai nonni: come se la comunità famigliare fosse una prigione, e non anche un luogo di realizzazione personale! Pensate che la radice greca da cui deriva la parola eleutheria, che traduciamo con “libertà”, ospita proprio l’idea del crescere in un ambiente protetto, famigliare, comunitario, in cui si può gradualmente divenire “autonomi”, ossia appunto – sempre etimologicamente – essere “legge a se stessi”. Lo schiavo invece (così come oggi il giovane precario sradicato) non aveva questo contesto favorevole di crescita, e ciò gli provocava perdita di identità ed umanità, dunque incapacità di essere pienamente libero, autonomo. In una commedia di Menandro si legge che per lo schiavo «solo il padrone è legge e giudice di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto». Oggi “il padrone” sono queste false idee funzionali ai processi capitalistici di mercato.

Vi chiedo allora: davvero è da considerare così deprecabile voler continuare a vivere, magari accontentandosi di meno dal punto di vista economico, nel paese in cui si è sempre vissuti, ed in cui si condividono con gli altri, quanto meno, lingua e tradizioni, oltre che radici e rapporti? Io auguro a tutti i giovani qui presenti di trovare dei compagni o delle compagne che vorranno loro un bene enorme per tutta la vita, ma tenete conto che ben difficilmente, nella vita, si potrà trovare anche una sola persona che vi vorrà bene come la vostra mamma o come il vostro papà (salvo eccezioni, purtroppo ahimè sempre possibili in natura). Tenetelo sempre presente nelle vostre scelte di vivere o meno all’estero.

Il secondo luogo comune

Il secondo luogo comune è quello che ritiene i giovani schizzinosi. Ricordate infatti che un famoso ministro, anche lei docente universitario, disse una volta che i giovani non devono essere troppo schizzinosi nello scegliere il lavoro, ossia, specie all’inizio, devono prendere quello che gli capita, perché il curriculum inizia anche così. Questa disponibilità a fare di tutto è infatti molto apprezzata dalle aziende. E ci credo che è apprezzata! Se poi lo si fa gratis – con un bello stage – è ancora più apprezzata!

Ovviamente, la questione va analizzata sempre a prescindere dalla simpatia/antipatia che suscita chi ha detto la frase, e quanto meno da un duplice punto di vista, individuale e sociale. Sul piano individuale, è evidente che se si è in estrema difficoltà a mettere insieme il pranzo e la cena, si è costretti a non essere schizzinosi e ad accettare quello che arriva. È naturale. Semmai, la politica dovrebbe fare di tutto per evitare almeno queste situazioni. I giovani che però non sono in queste condizioni, come di solito non lo sono i giovani laureati, perché dovrebbero farlo? Perché dovrebbero fare la prima cosa che trovano? Se la loro umanità, la loro vita, indipendentemente da quello che hanno studiato, si arricchisce di più – ed è così – passando del tempo facendo, ad esempio, volontariato con gli anziani, o con persone in difficoltà, o accudendo i genitori, perché dovrebbero scegliere il peggio per sé stessi, anche se ciò assume la forma di un lavoro remunerato? A mio avviso la politica, e la filosofia su cui essa dovrebbe appoggiarsi, dovrebbe iniziare a smitizzare il lavoro, il quale – almeno nelle condizioni capitalistiche nelle quali ci troviamo, in cui non si può scegliere cosa fare in base alla utilità sociale di quel che si fa, o in base a ciò verso cui siamo portati: ci si può solo adattare a cosa offre il mercato in base alle aspettative di profitto delle imprese – come tale può solo essere uno strumento, ma non il fine della vita stessa. Il fine giusto per la vita può essere solo la felicità, ossia la piena realizzazione di sé in un mondo che si deve cercare di rendere il più possibile armonico (perché vivere in un mondo armonico consente a tutti di essere più felici). Un lavoro che abbrutisce, anche se svolto in giacca e cravatta, non è una opportunità, ma è qualcosa che ci plasma negativamente facendoci diventare peggiori! Le abitudini non sono mai prive di effetti. Aristotele diceva che, ferma restando la natura di ciascuno, le abitudini – apprese da piccoli dai genitori, e poi dai contesti sociali che si praticano – creano una sorta di “seconda natura”, che talvolta anche l’educazione migliore fa fatica a modificare.

Ecco perché chi ha modo di influire sulla politica e sulla educazione non deve fare entrare nella testa dei giovani il messaggio per cui ciascuno deve pensare principalmente a sé stesso. Il messaggio da dare ai giovani deve essere sempre un messaggio educativo, il quale mostri – come diceva appunto Platone – che non si pensa realmente a sé stessi senza al contempo pensare anche agli altri, al mondo nel suo complesso, poiché nessuno può essere pienamente felice in un mondo infelice e conflittuale. Per questo motivo ai ragazzi occorre consigliare non di non essere schizzinosi, ma di stare sempre attenti nelle scelte, ossia di cercare sempre di scegliere bene, avendo rispetto e cura di sé stessi e degli altri. Le scelte che si fanno a 18 anni, o a 20 anni, non sono irreversibili, ma comunque condizionano. Un’attività lavorativa avvilente condotta per un certo periodo di tempo, un fidanzato sbagliato, anche una singola esperienza sbagliata fatta magari con leggerezza, a volte segnano la vita per sempre. Alcune ferite non si rimarginano mai. Il più delle volte si può certo tornare indietro, ma le esperienze, dunque le scelte, non sono solo opportunità, ma hanno anche dei costi: qualcosa si paga sempre. Io sarò forse un po’ troppo protettivo, da papà quale sono di una bambina che va alle scuole elementari, ma occorre davvero oggi essere sempre prudenti, e dunque saggi, nel porre in essere le proprie scelte.

Per tornare comunque al tema degli schizzinosi, alle scuole superiori, con le ultime riforme, centinaia di ore saranno dedicate alla cosiddetta alternanza scuola/lavoro. Ciò lancia purtroppo chiaramente ai ragazzi il messaggio che a scuola, nel migliore dei casi, stanno ricevendo istruzione (strumenti per andare a lavorare), non educazione (formazione di una umanità compiuta, necessaria alla loro felicità). I ministri peraltro, di tutti gli schieramenti, su questo tema gongolano: “Ecco, grazie a noi i ragazzi iniziano finalmente ad entrare già da adolescenti nel mondo del lavoro…”. Ora: a parte il fatto che anche mia nonna, 90 anni fa, lavorava già alle scuole elementari – evidentemente era avanti sui tempi –, mi chiedo perché non si ragioni mai su cosa queste attività “lavorative” tolgono ai ragazzi. Queste centinaia di ore investite nella letteratura, nella storia, nella filosofia, non favorirebbero giovani, e poi cittadini, più intelligenti e consapevoli? Forse il punto è proprio qui, come aveva capito Nietzsche: all’attuale modo di produzione servono lavoratori docili e consumatori frenetici. Per questo motivo la cultura classica, l’educazione, con la loro riflessione e lentezza, risultano di impaccio.

Il terzo luogo comune

Vengo al terzo ed ultimo luogo comune, frutto della superficialità di un ministro dell’attuale governo, che ogni tanto fa qualche gaffe, e che qualche mese or sono pare abbia detto che per trovare lavoro è quasi meglio andare a giocare a calcetto con le persone giuste, che non avere degli ottimi curriculum. E su questa frase, come ricorderete, polemiche a non finire. Il ministro si è in realtà subito affrettato a chiarire il proprio pensiero, dicendo che non voleva affatto sminuire il valore del curriculum, ma che constatava comunque che il lavoro oggi, in Italia, si trova più per conoscenze che per capacità.

Evidente che, per quanto colga un aspetto di verità, la giustificazione rischia di essere peggiore della gaffe. Il ministro in questione infatti non si è accorto nemmeno – questa la cosa più grave, a mio avviso – di avere invertito il fine con i mezzi. Il fine di una buona vita è infatti, come dicevamo, l’essere felici e, come scrisse Aristotele, dei veri amici costituiscono una componente imprescindibile della felicità, in quanto anche la più grande fortuna, o il più grande successo, non sono nulla senza amici veri con cui condividerli. Ora: lasciare intendere che è preferibile scegliersi le amicizie in funzione del vantaggio occupazionale che un domani potrebbe derivarne, mi fa proprio pensare ai tre tipi di amicizia di cui parlava Aristotele. Lo Stagirita teorizzava infatti tre tipi di “amicizia”, l’ultimo soltanto dei quali, però, propriamente tale. Il primo tipo è la cosiddetta amicizia “per il piacere”: si sta insieme a qualcuno soltanto finché costui – è cosa tipica dei giovani – è bello, simpatico, affascinante, ecc.; ma se gli capita qualche accidente, lo si abbandona subito. Evidente che questa amicizia non è stabile, dunque non è tale. Il secondo tipo è la cosiddetta amicizia “per utilità”: si sta insieme a qualcuno soltanto finché costui – è cosa tipica degli adulti – è potente, ricco, in grado comunque di aiutarci; quando costui smarrisce il proprio potere, lo si abbandona. Evidente che anche questa forma di amicizia non è tale, ossia non è conforme al suo concetto. Il terzo tipo è la cosiddetta amicizia “per il bene”: si sta insieme a qualcuno perché questo qualcuno ha delle doti che riteniamo buone, perché condividiamo quello che fa, perché in certo modo ci assomiglia, sicché tutto ciò che gli accade di buono è come se accadesse a noi (questa la philia greca, che è un po’ come l’amore: il sostantivo greco indica infatti sia l’amicizia che l’amore). Evidente che questa amicizia è realmente tale, e pertanto è destinata a durare, a crescere, a perfezionarsi. Ecco: nella sua giustificazione ex post del calcetto, è come se il ministro consigliasse di strumentalizzare, ossia un po’ di mercificare, anche le relazioni sociali, dunque l’amicizia. Sicuramente lo ha fatto senza cattiva volontà, ossia in modo inconscio. Questa, tuttavia, è a mio avviso una aggravante, in quanto significa che il senso comune, cui i politici spesso si attengono, reputa ormai normale la strumentalizzazione di ogni aspetto della vita.

L’educazione classica serve a capire cosa è realmente importante per essere felici

Ecco a cosa serve l’educazione classica: a capire cosa è realmente importante per essere felici, e come cercare di agire concretamente per realizzarlo. Se ciò richiede anche di modificare l’attuale modo di produzione sociale, perché le strutture privatistiche e mercificate impediscono la buona vita, ebbene, allora sarà in questo senso che occorrerà iniziare a riflettere e ad agire.

Mia figlia – che mi vede spesso con i libri anche alla sera, perché per me la filosofia è una vera passione – mi chiede spesso: «Papà, perché studi filosofia?». Lei probabilmente ancora associa la filosofia ad una rottura di scatole che mi fa giocare meno con lei. La domanda non è comunque da poco. Io le rispondo così: per cercare di capire bene le cose importanti che ci fanno vivere meglio, in quanto, se non si comprende cosa è importante e cosa non lo è, si vive male. A questo serve la educazione classica: a riflettere sui fini migliori da dare alla vita, sia sul piano individuale che sul piano sociale, perché la filosofia classica nasce politica, e questo fatto non può essere rimosso.

Luca Grecchi

 


Luca Grecchi – Quando il più non è meglio. Pochi insegnamenti, ma buoni: avere chiari i fondamenti, ovvero quei contenuti culturali cardinali che faranno dei nostri giovani degli uomini, in grado di avere rispetto e cura di se stessi e del mondo.
Luca Grecchi – A cosa non servono le “riforme” di stampo renziano e qual è la vera riforma da realizzare
Luca Grecchi – Cosa direbbe oggi Aristotele a un elettore (deluso) del PD
Luca Grecchi – Platone e il piacere: la felicità nell’era del consumismo
Luca Grecchi – Un mondo migliore è possibile. Ma per immaginarlo ci vuole filosofia
Luca Grecchi – «L’umanesimo nella cultura medioevale» (IV-XIII secolo) e «L’umanesimo nella cultura rinascimentale» (XIV-XV secolo), Diogene Multimedia.
Luca Grecchi – Il mito del “fare esperienza”: sulla alternanza scuola-lavoro.
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Luca Grecchi – La virtù è nell’esempio, non nelle parole. Chi ha contenuti filosofici importanti da trasmettere, che potrebbero favorire la realizzazione di buoni progetti comunitari, li rende credibili solo vivendo coerentemente in modo conforme a quei contenuti: ogni scissione tra il “detto” e il “vissuto” pregiudica l’affidabilità della comunicazione e non contribuisce in nulla alla persuasione.
Luca Grecchi – Aristotele: la rivoluzione è nel progetto. La «critica» rinvia alla «decisione» di delineare un progetto di modo di produzione alternativo. Se non conosciamo il fine da raggiungere, dove tiriamo la freccia, ossia dove orientiamo le nostre energie, come organizziamo i nostri strumenti?
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Luca Grecchi – «Commenti» [Nel merito dei commenti di Giacomo Pezzano]
Luca Grecchi – Aristotele, la democrazia e la riforma costituzionale.
Luca Grecchi – Platone, la democrazia e la riforma costituzionale.
Luca Grecchi – La metafisica umanistica non vuole limitarsi a descrivere come le cose sono e nemmeno a valutare negativamente l’attuale stato di cose. Deve dire come un modo di produzione sociale ha da strutturarsi per essere conforme al fondamento onto-assiologico.
Luca Grecchi – Scuola “elementare”? Dalla filosofia antica ai giorni nostri
Luca Grecchi – La metafisica umanistica è soprattutto importante nella nostra epoca, la più antiumanistica e filo-crematistica che sia mai esistita.
Luca Grecchi – Logos, pathos, ethos. La “Retorica” di Aristotele e la retorica… di oggi. È credibile solo quel filosofo che si comporta, nella vita, in maniera conforme a quello che argomenta essere il giusto modo di vivere.

 


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Derek Walcott (1930-2017) – Mappa del mondo nuovo. Rendi il cuore a se stesso, allo straniero che ti ha amato per tutta la tua vita.

Derek Walcott

Omeros

Omeros

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Mappa del mondo nuovo

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo
proprio specchio,
e ognuno sorriderà
al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero
che era il tuo Io.
0ffH vino. 0ffH pane.
Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero
che ti ha amato
per tutta la tua vita,
che hai ignorato
per un altro che ti sa
a memoria.
Dallo scaffale tira giù
le lettere d’amore,
le fotografie, le note
disperate,
sbuccia via dallo specchio
la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita
è in tavola.

Derek Walcott

 

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Prima luce

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Mario Vegetti – Il lettore viene introdotto a una sorta di visita guidata in uno dei più straordinari laboratori di pensiero politico nella storia d’Occidente.

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«Ci sono parecchie cose che il letrore non troverà in queste pagine. Non troverà un commento analitico dei testi antichi condotto secondo le intenzioni d’aurore e l’ordine delle argomentazioni: un lavoro questo imprescindibile, ma che va compiuto in altra sede. Non troverà neppure una storia delle idee politiche sviluppata secondo le sequenze cronologiche di autori e di testi, per la quale si può rinviare a ottimi strumenti di consultazione. Di conseguenza, non troverà una bibliografia disciplinare organica: le indicazioni  contenute nelle note sono suggerimenti di lettura senza alcuna pretesa sistematica.
Mi sono proposto invece di introdurre il lettore a una sorta di visita guidata in uno dei più straordinari laboratori di pensiero politico nella storia d’Occidente, che fu attivo in Atene nel secolo che va all’incirca dal 430 al 330 a.c. Utilizzando le idee e i testi via via prodotti in questo laboratorio, si è allestita la messa in scena di un dibattito a più voci, che coinvolge filosofi, srorici, poeti, politici, intorno alle domande decisive su che cosa sia il potere e come possa venire legittimato o giustificato. Nella rappresentazione che ne viene offerta, questo dibattito è stato articolato intorno a cinque assi tematici principali (la maggioranza, la legge, la forza, la virtù, il sapere) che, com’è naturale, si intrecciano e interagiscono reciprocamente. Per il senso comune politologico, il confronto tra le idee politiche prodotte in questo laboratorio riserva qualche sorpresa: persino un regime rassicurante come la democrazia maggioritaria viene messo radicalmente in discussione, e d’altra parte un potere esecrabile come quello tirannico riscuote talvolta consensi significativi. D’altra parte, testi noti possono acquistare un rilievo e un significato inattesi per la vulgata storiografica. Ma non ho affatto inteso mostrare chi ha ragione e chi ha torto, oppure chi vince e chi perde.
Gli aspetti che davvero interessano sono la forza teorica, la spregiudicatezza intellettuale, la radicalità di approccio che caratterizzano la discussione qui rivisitata. Vi troviamo, da un lato, un modello insuperato di come la riflessione politica possa andare al fondo dei problemi, magari non per risolverli ma per renderli almeno più chiari nei loro presupposti e nelle loro implicazioni; dall’altro, una strumentazione concettuale che certo appartiene a un mondo lontano, ma che forse non ha del tutto esaurito la sua capacità di offrire stimoli e prospettive che ancora oggi sarebbe sbagliato ignorare».

Mario Vegetti, Chi comanda nella città. I Greci e il potere, Carocci editore, 2017, pp.7-8.

Risvolto di copertina

Il libro introduce il lettore  a una sorta di visita guidata  in uno dei più straordinari laboratori  di pensiero politico nella storia  d’Occidente, che fu attivo in Atene  nel secolo che va all’incirca  dal 430 al 330 a.C.  Si è allestita la messa in scena  di un dibattito a più voci,  che coinvolge filosofi, storici,  poeti, politici, intorno  alle domande decisive su che cosa  sia il potere e come possa venire  legittimato o giustificato.  Si confrontano così le ragioni  della maggioranza, della legge,  della forza, del capo carismatico,  della competenza scientifica,  su temi che ancor oggi risultano  attuali quando ci si interroga  sulla crisi della democrazia  e sulle sue alternative decisioniste.  Il testo si rivolge tanto agli studiosi  del pensiero antico quanto a chiunque  sia interessato ai problemi  della politica contemporanea.


 

Mario Vegetti – La filosofia e la città: processi e assoluzioni .

Mario Vegetti e Francesco Ademollo – Incontro con Aristotele: la potenza del suo pensiero è ancora in grado di parlarci.

 


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Luca Grecchi – Scuola “elementare”? Dalla filosofia antica ai giorni nostri

Luca Grecchi_Scuola elementare

Nei tempi antichi, Eraclito scrisse che colui che sa non è chi conosce tante cose in modo superficiale e disordinato, ma chi conosce poche cose essenziali, in modo profondo ed ordinato. Questo messaggio risulta a mio avviso particolarmente importante per chi si trova agli inizi del percorso conoscitivo, ossia per i bambini della scuola elementare. La scuola “elementare” infatti, come dice la parola stessa, deve fornire proprio gli elementi primi, i mattoncini, su cui poi si costruisce l’intero sapere educativo. Così come la fisica si apprende partendo dagli atomi, o meglio dalle componenti più piccole della materia, che poi formano le molecole; così come la matematica si impara inizialmente dai numeri, su cui poi si strutturano le operazioni; così come la lingua si impara partendo dalle lettere dell’alfabeto, su cui poi si costruiscono le parole, è importante che ai bambini delle scuole elementari vengano fornite soprattutto solide conoscenze di base sulle materie fondamentali (italiano, storia, matematica, scienze, geografia), le quali consentiranno poi loro, appunto, di costruire uno stabile edificio di sapere.
Questa idea di fondo è già presente nella filosofia antica. Nel suo De rerum natura  ad esempio, Lucrezio, basandosi sulla precedente opera di Democrito ed Epicuro, esplicitò chiaramente il principio della formazione degli enti, ponendolo in stretta connessione col principio della formazione delle parole. Così come nel I libro egli scrisse infatti degli elementi primi fisici, ossia degli atomi, che formano i corpi, nel II libro trattò con gli stessi termini degli elementi primi grafici, ossia delle lettere, che formano le parole. Tale parallelismo è peraltro favorito proprio dalla parola latina elementum, che, al pari della parola greca stoicheion, indica sia l’atomo che la lettera. Così dunque come, unendo gli elementi fisici secondo precise modalità si formano le cose, unendo gli elementi grafici secondo precise modalità si formano le parole. Tale parallelismo fu presente anche in Platone, che nel Teeteto considerava le lettere dell’alfabeto come quegli elementi visibili e noti, in grado forse di farci conoscere gli elementi invisibili ed ignoti del cosmo. In maniera analoga Aristotele, nella Metafisica, indagando la causa materiale dei fenomeni fisici, scrisse che occorre innanzitutto indagare gli elementi costitutivi degli enti che strutturano tali fenomeni; significativamente, egli comunque intese la causa materiale in un senso molto ampio, tanto che, citando qualche esempio della medesima, lo Stagirita menzionò appunto le lettere dell’alfabeto, costitutive delle parole, e le premesse dei sillogismi, costitutive delle conclusioni.
I paradigmi che mostrano la necessità, per progredire nel sapere, di conoscere bene gli elementi primi della realtà, si potrebbero ampliare. Nella chimica ad esempio, già Empedocle, e dopo di lui la maggior parte del pensiero scientifico greco, ritenne che i 4 elementi costitutivi del cosmo (acqua, aria, terra, fuoco) fossero la base per comprenderne le trasformazioni; dalla loro combinazione infatti, in base alle loro caratteristiche strutturali, derivano tutti gli enti ed i fenomeni del cosmo fisico. Dopo Mendeleev il sistema periodico degli elementi ha raggiunto la cifra di 109, e non più di 4, ma mantenendo lo stesso ragionamento di fondo: gli elementi sono i principi costitutivi della materia sicché, se si vuole comprendere la realtà fisica, composta di materia, occorre conoscere bene gli elementi.
Il pensiero antico, filosofico e scientifico, mostra dunque un parallelismo fra materia e linguaggio. Così infatti come nella materia gli atomi formano le molecole, queste ultime i sistemi supramolecolari, da qui le cellule e con esse gli organi, gli apparati ed infine il corpo, nel mondo linguistico le lettere formano prima le sillabe, poi le parole, poi le frasi, i libri, le enciclopedie ed infine l’intera biblioteca del sapere. La realtà è in effetti sistematica, ossia interconnessa, sicché è fondamentale comprenderne gli elementi costitutivi, ossia le parti, in quanto esse sono i mattoni su cui si strutturano le connessioni della realtà medesima. Senza conoscere gli elementi primi e le connessioni di base, dunque, non si può comprendere la realtà.
Ho svolto questa lunga premessa non tanto per ribadire cose ampiamente conosciute dagli studiosi del pensiero antico – ma non, ovviamente, da tutte le persone –, quanto per rendere più agevole la comprensione di come le riforme della scuola degli ultimi anni, comprese quelle della scuola elementare (con il recente cospicuo apporto della cosiddetta “buona scuola”), stiano andando in una direzione totalmente opposta rispetto a quella concordemente auspicata dai più grandi filosofi della Grecia classica: autorità, se me lo si concede, degne sempre di un certo ascolto. Anziché, infatti, rinsaldare gli elementi primari del sapere, in una visione unitaria – che peraltro la figura del maestro unico favoriva – facilitante la comprensione dell’intero, la scuola elementare propone oggi al contrario proprio quella polymathia criticata da Eraclito, ossia quel presuntuoso voler sapere tante cose (che poi, semplicemente spiluccate, non vengono interiorizzate, e vengono per questo rapidamente dimenticate), che alla fine non lascia in mano nulla. Non è infatti un segreto, ma è anzi per le attuali forze politiche un motivo di vanto, che nelle scuole elementari siano non solo insegnate – in maniera differenziata, ma comunque diffusa – materie come inglese, informatica, economia, ma che vengano anche svolte, nelle ore di lezione, attività tipo corsi di scacchi, o simili, che sottraggono tempo e considerazione alle materie di base, solitamente alla lingua italiana.
La maggior parte dei genitori, che risente del clima culturale del nostro tempo, tende di solito a ben considerare queste novità, che si ritiene da un lato alleggeriscano i figli dalla presunta seriosità della scuola, e dall’altro li avvicinino da subito alle esigenze del mercato del lavoro (l’inglese, l’informatica, tra qualche anno l’impresa…). Dal mio punto di vista, ossia dal punto di vista di un papà che insegna anche Storia della filosofia alla università statale, mi pare invece che in questo modo si stia arrecando ai ragazzi un danno, i cui effetti – queste riforme essendo in corso da una ventina d’anni – sono già visibili nelle attuali generazioni di studenti.
Chiunque infatti si trovi a leggere elaborati scritti dei giovani universitari, sa che la qualità degli stessi è negli anni notevolmente peggiorata, anche a livello delle più elementari (appunto) norme grammaticali: ortografia, sintassi, punteggiatura. Non parlo poi della poca capacità di approfondire con originalità i contenuti, della precaria coordinazione logica delle proposizioni, della esigua povertà del lessico: anche gli esami orali mostrano sovente – salvo eccezioni, come ovvio sempre presenti – un quadro desolante. Naturalmente, come emerge analizzando l’intero sistema scolastico italiano (sul quale i libri di Massimo Bontempelli e Lucio Russo continuano ad essere insuperati),  non tutte le colpe sono da far risalire alle scuole elementari. Tuttavia, il fatto che sin dall’inizio si punti non a rendere stabili le fondamenta, le pietre d’angolo, i mattoni del sapere, ma si disperda il tempo in molte materie/iniziative che non hanno come finalità primaria l’educazione (il favorire la formazione della persona), ma solo, quando va bene, la istruzione (il fornire, appunto, strumenti ai futuri lavoratori/consumatori: a questo servono l’inglese, l’informatica e l’economia spicciola), non è una buona cosa. I bambini infatti non sentono più di stare costruendo a scuola il proprio futuro – cosa particolarmente importante soprattutto per chi viene da famiglie non agiate –, ma solo di stare passando il proprio tempo facendo varie cose non sempre collegate fra loro. Tuttavia, per una vera educazione, una solida struttura di base è necessaria: solo così, in futuro, cresceranno infatti persone stabilmente in grado di ragionare con la propria testa, di comprendere la realtà e di appassionarsi ad essa, cercando di mutarla per il meglio. Viene talvolta il dubbio purtroppo, alla luce delle argomentazioni qui presentate, che le riforme della scuola degli ultimi anni, peraltro simili in tutti i paesi occidentali, abbiano come fine proprio la riduzione della possibilità che si formino, nel tempo, persone siffatte.

Luca Grecchi
13/02/2017

 

 

Già pubblicato su “Diogene Magazine” del 13-02-2017.

Diogene Magazine

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Luca Grecchi

Luca Grecchi (1972), direttore della rivista di filosofia Koinè e della collana di studi filosofici Il giogo presso la casa editrice Petite Plaisance di Pistoia, insegna Storia della Filosofia presso la Università degli Studi di Milano Bicocca. Da alcuni anni sta strutturando un sistema onto-assiologico definito “metafisica umanistica”, che vorrebbe costituire una sintesi della struttura sistematica della verità dell’essere. Esso rappresenta, nella sua opera, la base teoretica di riferimento sia per la fondazione di una progettualità sociale anticrematistica, sia per la interpretazione dei principali pensieri filosofici. Grecchi è soprattutto autore di una ampia interpretazione umanistica dell’antico pensiero greco, nonché di alcuni studi monografici su filosofi moderni e contemporanei, e di libri tematici su importanti argomenti (la metafisica, la felicità, il bene, la morte, l’Occidente). Collabora con la rivista on line Diogene Magazine e con il quotidiano on line Sicilia Journal. Ha pubblicato libri-dialogo con alcuni fra i maggiori filosofi italiani, quali Enrico Berti, Umberto Galimberti, Costanzo Preve, Carmelo Vigna.

Libri di Luca Grecchi

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L’anima umana come fondamento della verità (2002) è il primo libro di Grecchi, che pone, in maniera stilizzata, il sistema metafisico umanistico su cui sono poi strutturati i suoi libri successivi. La tesi centrale di questo libro è appunto che l’anima umana, intesa come la natura razionale e morale dell’uomo, è il fondamento onto-assiologico della verità dell’essere. Questo sistema metafisico costituisce la base per una analisi critica della attuale totalità sociale, e per una progettualità comunitaria finalizzata alla realizzazione di un modo di produzione sociale conforme alle esigenze della natura umana. (Invito alla lettura: Scarica alcune pagine del libro)

Karl Marx nel sentiero della verità (2003) costituisce una interpretazione metafisico-umanistica del pensiero di Marx, che viene analizzato nei suoi nodi essenziali, spesso in aperta critica con la secolare tradizione marxista. Nato originariamente come elaborazione degli studi di economia politica dell’autore compiuti negli anni novanta del Novecento, il testo assume carattere filosofico-politico. Marx è analizzato come il pensatore moderno che, rifacendosi implicitamente al pensiero greco, realizza la migliore critica al modo di produzione capitalistico, pur non elaborando – per carenza di fondazione filosofica – un adeguato discorso progettuale.

Verità e dialettica. La dialettica di Hegel e la teoria di Marx costituisce in un certo senso una integrazione del precedente Karl Marx nel sentiero della verità. Il testo effettua una sintesi originale, appunto, sia della dialettica di Hegel che della teoria di Marx. Pur riconoscendo l’influenza del pensiero di Hegel nelle opere del Marx maturo, Grecchi propone la tesi che il pensiero di Marx, strutturatosi nei suoi punti cardinali prima del suo studio attento ed approfondito della Scienza della Logica, sia nella sua essenza non dialettico. Una versione sintetica di questo libro è stata pubblicata sulla rivista Il Protagora nel 2007.

La verità umana nel pensiero religioso di Sergio Quinzio (2004) con introduzione di Franco Toscani, è una sintesi monografica sul pensiero del grande teologo scomparso nel 1996. Il testo presenta al proprio interno una analisi del pensiero ebraico e cristiano, unita ad una rilettura poetica ed umanistica del testo biblico. Il tema centrale è quello della morte, e della speranza nella resurrezione su cui Quinzio ripetutamente riflette, e che vede continuamente delusa. Al di là dei riferimenti religiosi, la riflessione del teologo si presta ad una profonda considerazione sulla fragilità della vita umana.

Nel pensiero filosofico di Emanuele Severino (2005) con introduzione di Alberto Giovanni Biuso, è una sintesi monografica sul pensiero del grande filosofo italiano. Il testo presenta al proprio interno una analisi critica del nucleo essenziale della ontologia di Severino e delle sue analisi storico-filosofiche e politiche. Esiste uno scambio di lettere fra Severino e Grecchi in cui il filosofo bresciano mostra la sua netta contrarietà alla interpretazione ricevuta. Il testo, tuttavia, è segnalato nella Enciclopedia filosofica Bompiani come uno dei libri di riferimento per la interpretazione del pensiero severiniano.

Il necessario fondamento umanistico della metafisica (2005) è un breve saggio in cui, prendendo come riferimento la metafisica classica (ed in particolare le posizioni di Carmelo Vigna), l’autore critica la centralità dell’approccio logico-fenomenologico rispetto al tema della verità, ritenendo necessario anche l’approccio onto-assiologico. Per Grecchi infatti la verità consiste non solo nella descrizione corretta di come la realtà è, ma anche di come essa – la parte che può modificarsi – deve essere per conformarsi alla natura umana. Si tratta del primo confronto esplicito fra la proposta di Grecchi della metafisica umanistica e la metafisica classica di matrice aristotelico-tomista.

Filosofia e biografia (2005) è un libro-dialogo composto con uno dei maggiori filosofi italiani, Umberto Galimberti. Nel testo si ripercorre il pensiero galimbertiano nei suoi contenuti essenziali, ma si pone in essere anche una serrata analisi di molti temi filosofici, politici e sociali, in cui spesso emerge una sostanziale differenza di posizioni fra i due autori. Di particolare interesse le pagine dedicate al pensiero simbolico, all’analisi della società, ed alla interpretazione dell’opera di Emanuele Severino. Percorre il testo la tesi per cui la genesi di un pensiero filosofico deve necessariamente essere indagata, per giungere alla piena comprensione dell’opera di un autore.

Il pensiero filosofico di Umberto Galimberti (2005), con introduzione di Carmelo Vigna, è un testo monografico completo sul pensiero di questo importante filosofo contemporaneo. Si tratta di un testo in cui Grecchi, sintetizzando la complessa opera di questo autore, prende al contempo posizione non solo nei confronti della medesima, ma anche di filosofi quali Nietzsche, Heidegger, Jaspers, che nel pensiero di Galimberti costituiscono riferimento imprescindibili. Vigna, nella sua introduzione, ha definito il libro «una ricostruzione seria ed attendibile del pensiero del filosofo» in esame.

Conoscenza della felicità (2005), con introduzione di Mario Vegetti, è uno dei testi principali di Grecchi, in cui l’autore applica il proprio approccio classico umanistico alla società attuale, mostrando come essa si ponga in radicale opposizione alle possibilità di felicità. L’autore, seguendo la matrice onto-assiologica del pensiero greco, mostra che solo conoscendo che cosa è l’uomo risulta possibile conoscere cosa è la felicità. Scrive Vegetti, nel testo, che Grecchi è «pensatore a suo modo classico», per il suo «andar diritto verso il cuore dei problemi». Il libro è assunto come riferimento bibliografico, per il tema in oggetto, dalla Enciclopedia filosofica Bompiani. .

Marx e gli antichi Greci (2006) è un libro-dialogo composto con uno dei maggiori filosofi italiani, Costanzo Preve. Nel testo viene effettuata una analisi non tanto filologica, quanto ermeneutica e teoretica dei rapporti del pensiero di Marx col pensiero greco. I due autori, concordando su molti punti, colmano così in parte una lacuna della pubblicistica su questo tema, che risulta essere stato nel tempo assai poco indagato. Di particolare interesse l’analisi effettuata dai due autori di quale potrebbe essere, sulla base insieme del pensiero dei Greci e di Marx, il miglior modo di produzione sociale alternativo rispetto a quello attuale. (Invito alla lettura: Scarica alcune pagine del libro)

Vivere o morire. Dialogo sul senso dell’esistenza fra Platone e Nietzsche (2006), con introduzione di Enrico Berti, è un saggio composto ponendo in ideale dialogo Platone e Nietzsche su importanti temi filosofici, politico e morali: l’amore, la morte, la metafisica, la vita ed altro ancora. Scrive Berti, nella sua introduzione, che, come accadeva nel genere letterario antico dell’invenzione, Grecchi non nasconde lo scopo “politico” della sua opera, la quale «risulta essere innanzitutto un documento significativo di amore per la filosofia e di vitalità di quest’ultima, in un momento in cui l’epoca della filosofia sembrava conclusa».  

Il filosofo e la politica. I consigli di Platone, e dei classici Greci, per la vita politica (2006) è una ricostruzione del pensiero filosofico-politico di Platone effettuata in un continuo confronto con le vicende della attualità. In questo libro Grecchi pone esplicitamente Platone, in maniera insieme divulgativa ed originale, come proprio pensatore di riferimento. Il filosofo ateniese infatti, a suo avviso, pur scrivendo molti secoli or sono, rimane tuttora colui che ha offerto le migliori analisi, e le migliori soluzioni, per pensare una migliore totalità sociale, ossia un ambiente comunitario adatto alla buona vita dell’uomo.

La filosofia politica di Eschilo. Il pensiero “filosofico-politico” del più grande tragediografo greco (2007) costituisce una interpretazione, in chiave appunto filosofico-politica, dell’opera di Eschilo. Lo scopo principale di questo libro è quello di “togliere” Eschilo dallo specialismo degli studi poetico-letterari, per inserirlo – come si dovrebbe fare per tutti i tragici greci – nell’ambito del pensiero filosofico-politico. Nel testo viene presa in carico l’analisi precedentemente svolta da Emanuele Severino ne Il giogo (1988), ritenendone validi molti aspetti ma giungendo, alla fine, a conclusioni opposte circa il presunto “nichilismo” di Eschilo.

Il presente della filosofia italiana (2007) è un libro in cui vengono analizzati testi di alcuni fra i più importanti filosofi italiani contemporanei pubblicati dopo il 2000. Gli autori analizzati vengono ripartiti in quattro categorie: 1) pensatori “ermeneutici-simbolici” (Sini, Vattimo, Cacciari, Natoli); 2) pensatori “scientifici-razionalisti” (Tarca, Antiseri, Giorello); 3) pensatori “marxisti-radicali” (Preve, Losurdo); 4) pensatori “metafisici-teologici” (Reale). Il testo è arricchito da due appendici e da una ampia postfazione di Costanzo Preve. In questi testi Grecchi oppone criticamente, ai vari approcci, il proprio discorso metafisico-umanistico.

Corrispondenze di metafisica umanistica (2007) è una raccolta di testi in cui sono contenuti scambi epistolari, nonché risposte di Grecchi ad introduzioni e recensioni di suoi libri. Il testo rispecchia la tendenza dell’autore a prendere sempre seriamente in carico le altrui posizioni; secondo Grecchi, infatti, di fronte a critiche intelligenti, sono solo due gli atteggiamenti filosofici possibili: o fornire argomentate risposte, o prendere atto della correttezza delle critiche e rivedere le proprie posizioni. Il tema caratterizzante il testo è dunque la “lotta amichevole” per la emersione della verità.

L’umanesimo della antica filosofia greca (2007) è un libro in cui Grecchi effettua, in sintesi, la propria interpretazione complessiva della Grecità. Partendo da Omero, e giungendo fino al pensiero ellenistico, l’autore mostra come non la natura, né il divino, né l’essere furono i temi principali del pensiero greco, bensì l’uomo, soprattutto nella sua dimensione politico-sociale. L’uomo infatti assume centralità, in vario modo, in tutti i vari filoni culturali della Grecità, dal pensiero omerico a quello presocratico, dal teatro fino all’ellenismo.

L’umanesimo di Platone (2007) è un testo monografico sul pensiero di Platone, da Grecchi in quegli anni ritenuto come il più rappresentativo della Grecità. Ponendo in essere una analisi complessiva delle diverse interpretazioni finora effettuate del pensiero platonico, Grecchi applica al medesimo il proprio paradigma ermeneutico metafisico-umanistico, cogliendo in Platone la centralità del ruolo filosofico-politico dell’uomo, ed insieme la centralità della posizione anti-crematistica, all’interno di una considerazione progettuale e della totalità sociale.

L’umanesimo di Aristotele (2008) è un testo monografico sul pensiero di Aristotele, che sarà poi da Grecchi ripreso negli anni successivi come struttura teoretica di riferimento. Ponendo in essere una analisi complessiva delle diverse tematiche del pensiero aristotelico, Grecchi applica al medesimo il proprio paradigma ermeneutico metafisico-umanistico, cogliendo in Aristotele – così come in Platone, ma in forma differente – la centralità del ruolo filosofico-politico dell’uomo, ed insieme la centralità della posizione anti-crematistica, all’interno di una considerazione progettuale della totalità sociale.

Chi fu il primo filosofo? E dunque: cos’è la filosofia? (2008), con introduzione di Giovanni Casertano, è un libro suddiviso in due parti. Nella prima parte, prendendo come riferimento alcuni fra i principali manuali di storia della filosofia italiani, Grecchi mostra come essi spesso non definiscano l’oggetto del loro studio, ossia la filosofia, dichiarandola talvolta addirittura indefinibile. L’autore, invece, offre in questo libro la propria definizione di filosofia come caratterizzata da due contenuti imprescindibili: a) la centralità dell’uomo; b) la ricerca, il più possibile fondata ed argomentata, della verità dell’intero. Nella seconda parte l’autore esamina dieci possibilità alternative su “chi fu il primo filosofo”, giungendo a concludere che, pur all’interno del contesto comunitario della riflessione greca, il candidato più accreditato risulta essere Socrate.

Socrate. Discorso su Le Nuvole di Aristofane (2008) è una ricostruzione di fantasia, pubblicata nella collana Autentici falsi d’autore dell’editore Guida, di un discorso che avrebbe potuto essere tenuto da Socrate ad Atene l’indomani della rappresentazione della famosa commedia di Aristofane. Si tratta, come è nello stile della collana, di una ricostruzione al contempo verosimile e spiritosa, in cui Grecchi coglie l’occasione per offrire la propria interpretazione, insieme umanistica ed anticrematistica, del pensiero socratico. Tale interpretazione risulta convergente con quelle offerte, nella medesima collana, da Mario Vegetti su Platone e da Enrico Berti su Aristotele.

Occidente: radici, essenza, futuro (2009), con introduzione di Diego Fusaro, è un testo in cui l’autore analizza il concetto di Occidente e le sue tradizioni culturali costitutive, sempre in base al proprio sistema metafisico-umanistico. Analizzando le radici greche, ebraiche, cristiane, romane e moderne, ma soprattutto l’attuale contesto storico-sociale, Grecchi coglie nella prevaricazione derivante dalla smodata ricerca crematistica l’essenza dell’Occidente, ed individua per lo stesso un futuro cupo. Il testo è arricchito dal dialogo con Fusaro, alla cui introduzione Grecchi risponde in una appendice finale.

Il filosofo e la vita. I consigli di Platone, e dei classici Greci, per la buona vita (2009), è una raccolta di brevi saggi in cui l’autore, prendendo spunto da alcuni passi del pensiero platonico, e più in generale del pensiero greco classico, affronta sinteticamente alcune tematiche centrali per la vita umana (l’amore, la famiglia, la filosofia, la storia, le leggi, la democrazia, l’educazione, l’università, la mafia, la libertà, ecc.), col consueto approccio attualizzante, ovvero facendo interagire – nel rispetto del contesto storico-sociale dell’epoca in cui tale pensiero nacque – il pensiero platonico col nostro tempo. Il libro è arricchito da un lungo saggio finale di Costanzo Preve, intitolato “Luca Grecchi interprete dei filosofi classici Greci” (con risposta), in cui il filosofo torinese sintetizza le posizioni dell’autore.

L’umanesimo della antica filosofia cinese (2009) costituisce il primo volume di una trilogia sull’umanesimo dell’antico pensiero orientale (l’unica nel nostro paese effettuata da un solo autore). Il libro parte dalla constatazione che l’Oriente risulta essere pressoché assente dalle principali storie della filosofia occidentali. Tuttavia, in base alla definizione di filosofia fornita dall’autore, l’antico pensiero cinese risulta possedere, nei contenuti e talvolta anche nei metodi, caratteristiche tali da non poter essere considerato pregiudizialmente assente dal quadro filosofico. Non si tratta, comunque, di un manuale di storia della filosofia cinese, ma di una interpretazione umanistica dei principali contenuti costitutivi dell’antico pensiero cinese.

L’umanesimo della antica filosofia indiana (2009) costituisce il secondo volume di una trilogia sull’umanesimo dell’antico pensiero orientale. Il libro parte dalla constatazione che l’Oriente risulta essere pressoché assente dalle principali storie della filosofia occidentali. Tuttavia, in base alla definizione di filosofia fornita dall’autore, l’antico pensiero indiano risulta possedere, nei contenuti e talvolta anche nei metodi, caratteristiche tali da non poter essere considerato pregiudizialmente assente dal quadro filosofico. Non si tratta, comunque, di un manuale di storia della filosofia indiana, ma di una interpretazione umanistica dei principali contenuti costitutivi dell’antico pensiero indiano.

L’umanesimo della antica filosofia islamica (2009) costituisce il terzo volume di una trilogia sull’umanesimo dell’antico pensiero orientale. Il libro parte dalla constatazione che l’Oriente risulta essere pressoché assente dalle principali storie della filosofia occidentali. Tuttavia, in base alla definizione di filosofia fornita dall’autore, l’antico pensiero islamico risulta possedere, nei contenuti e talvolta anche nei metodi, caratteristiche tali da non poter essere considerato pregiudizialmente assente dal quadro filosofico. Non si tratta, comunque, di un manuale di storia della filosofia islamica, ma di una interpretazione umanistica dei principali contenuti costitutivi dell’antico pensiero islamico.

A partire dai filosofi antichi (2010), con introduzione di Carmelo Vigna, è un libro-dialogo composto con uno dei maggiori filosofi italiani, Enrico Berti. In questo testo viene ripercorsa l’intera storia della filosofia, apportando interpretazioni originali non soltanto – anche se soprattutto – dei principali filosofi antichi, ma anche di quelli moderni e contemporanei. Non mancano inoltre considerazioni su temi di attualità, nonché su temi di interesse generale, quali l’educazione, la scuola e la politica. Scrive Vigna, nella introduzione, che «questo testo è tra le cose più interessanti che si possano leggere oggi nel panorama della filosofia italiana».

L’umanesimo di Plotino (2010) è un libro in cui l’autore colma una distanza temporale fra il periodo classico ed il periodo ellenistico della Roma imperiale. Il testo si divide in due parti. Nella prima, in ossequio alla tesi per cui ogni pensiero filosofico deve essere inserito all’interno del proprio contesto storico-sociale (anche in quanto è all’interno del medesimo che esso spesso “deduce” le proprie categorie), l’autore realizza una analisi del modo di produzione sociale greco e di quello romano, per tracciare alcune differenze importanti fra l’epoca classica e l’epoca ellenistica. Nella seconda parte, che è la più ampia, è invece analizzato, in base alle dieci tematiche ritenute centrali, il pensiero di Plotino.

Perché non possiamo non dirci Greci (2010) è un libro in cui l’autore sintetizza, in termini divulgativi, le proprie posizioni generali sui Greci. Il testo prende spunto dalla rilettura, in controluce, del classico di Benedetto Croce intitolato Perché non possiamo non dirci cristiani, per mostrare non solo come le radici greche siano almeno altrettanto importanti di quelle cristiane per la cultura europea, ma soprattutto che una loro ripresa sarebbe fortemente auspicabile. Il testo è completato da una ampia appendice inedita che costituisce una analisi critica del pensiero ellenistico (in rapporto a quello classico) incentrata sulle opere di Epicuro e di Luciano di Samosata.

La filosofia della storia nella Grecia classica (2010) è il testo ermeneutico forse più originale di Grecchi. Alla cultura greca si attribuisce infatti, solitamente, la nascita dei tronchi di pressoché tutte le discipline filosofiche e scientifiche tuttora studiate nella modernità (con varie ramificazioni). Tradizionalmente, tuttavia, la filosofia della storia è ritenuta essere disciplina moderna, senza precedenti antichi. Analizzando l’opera di storici, letterati e filosofi dell’epoca preclassica e classica, l’autore mostra invece le radici antiche anche di questo campo di studi, contribuendo ad un chiarimento teoretico della disciplina stessa.

Sulla verità e sul bene (2011), con introduzione di Enrico Berti e postfazione di Costanzo Preve, è un libro-dialogo con uno dei maggiori filosofi italiani, Carmelo Vigna. In questo testo viene ripercorsa l’intera storia della filosofia, insieme agli importanti temi teoretici ed etici che danno il titolo al volume. Scrive Berti, nella introduzione, che si tratta di «una serie di discussioni oltremodo interessanti tra due filosofi che sono divisi da due diverse, anzi opposte, concezioni della metafisica, ma sono accomunati dalla considerazione per la filosofia classica e soprattutto da un grande amore per la filosofia in sé stessa».

Gli stranieri nella Grecia classica (2011) è un libro in cui l’autore, prendendo distanza dalle interpretazioni tradizionali che caratterizzano gli antichi Greci come vicini alla xenofobia, mostra che, sin dall’epoca omerica, essi furono invece aperti all’ospitalità verso gli stranieri. Preceduto da una analisi anti-ideologica delle categorie di “razza”, “etnia”, “multiculturalismo” ed altre, Grecchi rimarca come sia stato centrale, nel pensiero greco classico, il concetto di “natura umana”, il quale possiede basi teoretiche salde ed una costante presenza nella riflessione greca, che l’autore appunto caratterizza come “umanistica”.

Diritto e proprietà nella Grecia classica (2011) è un libro in cui l’autore prende in carico i temi poco indagati del diritto e della proprietà nella antica Grecia. Si tratta di temi molto importanti per comprendere il contesto storico-sociale in cui nacque la cultura greca, e che pertanto non possono essere ignorati da chi studia la filosofia di questo periodo. Il testo sviluppa inoltre un confronto con il diritto romano – che si rivela assai meno comunitario di quello greco – e con il nostro tempo, per mostrare come la cultura greca possieda, anche sul piano giuridico, contenuti che sarebbero tuttora importanti da applicare.

L’umanesimo di Omero (2012) è un libro in cui l’autore effettua una analisi teoretica ed etica del pensiero omerico, inserendo l’antico poeta nel novero del pensiero filosofico, rompendo il tradizionale isolamento nel campo letterario che da secoli caratterizza questo autore. Grecchi insiste in particolare sul carattere di educazione filosofica dei poemi omerici, mostrando come essi abbozzino temi ontologici e soprattutto assiologici poi elaborati dalla intera riflessione classica. Il testo si distingue per il continuo aggancio dei miti omerici alla contemporaneità.

L’umanesimo politico dei “Presocratici” (2012) è un libro in cui l’autore, centralizzando il carattere politico-sociale del loro pensiero, prende distanza dalle interpretazioni tradizionali che caratterizzano questi pensatori come “naturalisti”, e che li separano sia dalla poesia e dal teatro precedenti, sia dalla filosofia e dalla scienza successive. L’autore, facendo riferimento agli studi di Mondolfo, Capizzi, Bontempelli e soprattutto Preve, mostra il nesso di continuità del pensiero presocratico con l’intero pensiero greco classico. Risultano centrali, in questa trattazione, le figure di Solone e Clistene, oltre a quelle più consuete di Eraclito, Parmenide e Pitagora.

Il presente della filosofia nel mondo (2012), con postfazione di Giacomo Pezzano, è un libro in cui vengono analizzati testi di alcuni fra i maggiori filosofi contemporanei non italiani (fra gli altri Bauman, Habermas, Hobsbawm, Latouche, Nussbaum, Onfray, Zizek). Nella introduzione si rileva, come caratteristica principale della filosofia del nostro tempo, la presenza in solidarietà antitetico-polare di una corrente scientifico-razionalistica ed, al contempo, di una corrente aurorale-simbolica. Esse occupano il centro della scena escludendo dal “campo di gioco” la filosofia onto-assiologica di matrice classica, presente oramai solo in un numero limitato di studiosi.

Il pensiero filosofico di Enrico Berti (2013), con presentazione di Carmelo Vigna e postfazione di Enrico Berti, è un testo monografico introduttivo sul pensiero di questo importante filosofo contemporaneo, uno dei maggiori studiosi mondiali del pensiero di Aristotele. Rapportandosi a tematiche quali l’interpretazione degli antichi, la storia della filosofia, l’educazione, l’etica, la politica, la metafisica, la religione, Grecchi non si limita a descrivere il pensiero dell’autore considerato ma, come è nel suo approccio, valuta; in maniera solitamente concorde, eppure talvolta anche critica, in particolare nella opposizione fra metafisica classica e metafisica umanistica.

Il necessario fondamento umanistico del “comunismo” (2013) è un libro scritto a quattro mani con Carmine Fiorillo, in cui gli autori mostrano come la diffusa critica (marxista e non) al modo di produzione capitalistico, priva di una fondata progettualità, risulti sterile ed inefficace. Assumendo come base principalmente il pensiero greco classico (ma anche le componenti umanistiche di altri orizzonti culturali), gli autori mostrano che solo mediante una solida fondazione filosofica è possibile favorire la progettualità di un ideale modo di produzione sociale in cui vivere, che gli autori appunto definiscono – ma differenziandosi fortemente dalla tradizione marxista – “comunismo”.

Perché, nelle aule universitarie di filosofia, non si fa (quasi) più filosofia (2013) è un pamphlet in cui si mostra che le attuali modalità accademiche di insegnamento della filosofia, incentrate sullo specialismo, non ripropongono più il modello greco classico della filosofia come ricerca fondata ed argomentata della verità onto-assiologica dell’intero, che Grecchi assume invece ancora come centrale. L’autore mostra come la causa principale di questa situazione sia attribuibile ai processi socio-culturali del modo di produzione capitalistico.

La musa metafisica. Lettere su filosofia e università (2013), con Giovanni Stelli, costituisce uno scambio epistolare nato dal commento di Stelli al pamphlet Perché, nelle aule universitarie di filosofia, non si fa (quasi) più filosofia. A partire da questo tema lo scambio ha assunto una rilevanza ed una ampiezza tale, estendendosi a contenuti storici, culturali e politici, da renderne di qualche utilità la pubblicazione. In esso Grecchi anticipa alcuni temi portanti del suo testo che sarà intitolato Metafisica umanistica. La struttura sistematica della verità dell’essere, cui sta lavorando dal 2003.

Discorsi di filosofia antica (2014) è un libro che raccoglie i testi del corso di lezioni sull’uomo nella cultura greca, da Omero all’ellenismo, tenuto dall’autore alla università degli studi di Milano Bicocca nel 2013. Esso accoglie inoltre i testi di alcune conferenze sul pensiero antico svolte dall’autore nel 2013 e 2014, ed in particolare, in appendice, un saggio inedito sulla alienazione nella antica Grecia. Quest’ultimo è un tema poco indagato in quanto mancano, alla mentalità filologica – poco teoretica – tipica del mondo accademico di oggi, i necessari riferimenti testuali (i Greci non avevano nemmeno la parola “alienazione”); questo saggio tuttavia può aprire un filone di ricerca su una tematica tuttora inesplorata.

Omero tra padre e figlia (2014) è un libro-dialogo con Benedetta Grecchi, figlia di 6 anni dell’autore, sulle vicende di Odisseo narrate appunto nella Odissea di Omero. Il testo costituisce – come recita il sottotitolo – una “piccola introduzione alla filosofia”, passando attraverso i contenuti educativi dell’opera omerica già delineati dall’autore nel libro L’umanesimo di Omero. Questo dialogo tra padre e figlia mostra come la filosofia possa passare anche ai bambini evitando, da un lato, di essere ridotta a “gioco logico”, e dal lato opposto di essere presentata come “chiacchiera inconcludente”.

Discorsi sul bene (2015) è un libro che raccoglie i testi del corso di lezioni sul Bene tenuto dall’autore alla università degli studi di Milano Bicocca nel 2014. In appendice sono aggiunte una intervista filosofica e due relazioni su temi etico-politici. Il testo si rivela importante in quanto, all’interno di un approccio aristotelico – in cui in sostanza il Bene è il fine verso cui ogni ente, per natura, tende –, Grecchi indica nel rispetto e nella cura dell’uomo (e del cosmo: gli elementi portanti del suo Umanesimo) i contenuti fondamentali del Bene.

Discorsi sulla morte (2015) è un libro che raccoglie i testi del corso di lezioni tenuto dall’autore alla università degli studi di Milano Bicocca nel 2015. L’autore, delineando le principali concezioni della morte presenti nella storia della filosofia, con particolare riferimento agli antichi Greci ed a Giacomo Leopardi, mostra come la rimozione di questo tema costituisca una delle principali concause di alcune psicopatologie del nostro tempo.

L’umanesimo della cultura medievale (2016) è un libro che raccoglie i contenuti umanistici del pensiero medievale. Rispetto alle interpretazioni tradizionali, ancora caratterizzate da una descrizione del Medioevo come età oscura, questo testo mostra il carattere umanistico in particolare della Scolastica aristotelica. Rispetto ai consueti autori di riferimento, ossia Agostino e Tommaso, particolare importanza è attribuita in questo volume a due autori del XIII secolo, Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia (solitamente poco considerati), nonché alle ripetute condanne ecclesiastico-accademiche dell’aristotelismo che ebbero il loro punto culminante nel 1277.

L’umanesimo della cultura rinascimentale (2016) è un libro che critica la tradizionale interpretazione umanistica del pensiero rinascimentale del XIV e XV secolo. Rispetto, infatti, alla vulgata comune, che ritiene centrale in questo periodo la riscoperta filologica ed ermeneutica dei testi di Platone e di altri autori antichi, Grecchi reputa centrale la filocrematistica, e dunque la rottura – operata da modalità sociali sempre più privatistiche e mercificate, cui la cultura dell’epoca si adeguò – del legame sociale comunitario proprio dell’epoca medievale. Il Rinascimento costituì dunque, a suo avviso, la prima apertura culturale verso la modernità capitalistica.

In preparazione:

Umanesimo ed antiumanesimo nella filosofia moderna (e contemporanea);

L’umanesimo greco-classico di Spinoza;

Il sistema filosofico di Aristotele;

Metafisica umanistica. La struttura sistematica della verità dell’essere.

 

 

 

 


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Andrea Marcolongo – I Greci si esprimevano in un modo che considerava l’effetto delle azioni sui parlanti. Loro, liberi, si chiedevano sempre “come”. Noi, prigionieri, ci chiediamo sempre “quando”.

***

«Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato,
la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola
si afferma il contatto diretto e vario della realtà.
L'ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini hanno detto di meglio
è stato detto in greco».
Marguerite Yourcenar



Andrea Marcolongo

La lingua geniale.
9 ragioni per amare il greco

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Laterza, 2016.

 

 

«I Greci si esprimevano in un modo che considerava l’effetto delle azioni sui parlanti. Loro, liberi, si chiedevano sempre come. Noi, prigionieri, ci chiediamo sempre quando» (p. 3)

Un piccolo brano

«Il greco antico, grammaticalmente parlando, contava fino a tre: uno, due, due o più. Oltre agli stessi numeri con cui si contano le cose e quindi si misura la vita in italiano, il singolare -io- e il plurale -noi-, la lingua greca conteneva anche un terzo numero: il duale -noi due-. […] Il numero duale non esprimeva una mera somma matematica […] esprimeva invece una entità duplice, uno più uno uguale uno formato da due cose o persone legate tra loro da un’intima connessione. Il duale è il numero del patto, dell’accordo, dell’intesa. È il numero della coppia, per natura, o del farsi coppia, per scelta.
Il duale è allo stesso tempo il numero dell’alleanza e dell’esclusione. Due non è solo la coppia. Due è anche il contrario di uno: è il contrario della solitudine. […] Si tratta di un numero antico, puro. Un modo di dare numericamente senso al mondo. […] Era un numero […] molto umano. […] Ecco la mia personalissima definizione di duale: uno più uno uguale uno formato da due, non semplicemente ‘due’» (pp. 56-59).

Indice

In breve

Innanzitutto questo libro parla di amore: il greco antico è stata la storia più lunga e bella della mia vita. Non importa che sappiate il greco oppure no. Se sì, vi svelerò particolarità di cui al liceo nessuno vi ha parlato, mentre vi tormentavano tra declinazioni e paradigmi. Se no, ma state cominciando a studiarlo, ancora meglio. La vostra curiosità sarà una pagina bianca da riempire. Per tutti, questa lingua nasconde modi di dire che vi faranno sentire a casa, permettendovi di esprimere parole o concetti ai quali pensate ogni giorno, ma che proprio non si possono dire in italiano. Ad esempio, i numeri delle parole erano tre, singolare, plurale e duale – due per gli occhi, due per gli amanti; esisteva un modo verbale per esprimere il desiderio, l’ottativo, e non esisteva il futuro. Insomma, il greco antico era un modo di vedere il mondo, un modo ancora e soprattutto oggi utile e geniale. Non sono previsti esami né compiti in classe: se alla fine della lettura sarò riuscita a coinvolgervi e a rispondere a domande che mai vi eravate posti, se finalmente avrete capito la ragione di tante ore di studio, avrò raggiunto il mio obiettivo.

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Massimo Bontempelli (1946-2011) – L’EPILOGO DELLA RAZIONALIZZAZIONE IRRAZIONALE: demente rinuncia alla razionalità degli orizzonti di senso, e perdita della conoscenza del bene e del male. L’universalizzazione delle relazioni tecniche ha plasmato la razionalizzazione irrazionale, razionalità che non ha scopi, che è cioè irrazionale.

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La conoscenza del bene e del male

Massimo Bontempelli

La conoscenza del bene e del male

indicepresentazioneautoresintesi

***

Tanta fretta.
Perché?
Per prendere la barca
che non va da nessuna parte.
Amici miei, tornate!
Tornate alla vostra sorgente!

Non abbandonate l’anima
nel bicchiere
della morte.

Federico Garcia Lorca

***

L’EPILOGO DELLA RAZIONALIZZAZIONE IRRAZIONALE

[…] C’è stato […] nell’Occidente degli ultimi secoli un processo direzionalmente univoco, anche se differentemente articolato nei differenti tempi e luoghi, e variamente accidentato da ritorni e deviazioni, di razionalizzazione irrazionale delle forme di conoscenza.
Le forme di conoscenza, cioè, si sono gradualmente ristrutturate in relazione alla ridefinizione dei loro oggetti teorici. Questa ridefinizione è sempre andata nella direzione di un restringimento e di un isolamento dell’oggetto teorico. Ad esempio la nozione di moto, diventando oggetto teorico della nuova fisica galileo-newtoniana, subisce un restringimento di significato rispetto alla cornspondente nozione platonico-aristotelica: ora i processi di germinazione, di invecchiamento, di alterazione qualitativa non rientrano più nel moto fisico. Questo moto è ora solo spostamento nello spazio nel corso del tempo. Ad
esempio la nozione di ricchezza, diventando oggetto teorico della nuova economia di Quesnay, va a designare uno spettro molto più ristretto di fenomeni: ora è ricchezza soltanto il prodotto netto economico di una società, e non sono una sua ricchezza i livelli di intelligenza e di moralità dei suoi membri. Ad esempio le nozioni di rivoluzione e di reazione acquistano con Constant un significato molto più ristretto che in passato: ora esse indicano soltanto un mutamento forte delle istituzioni che organizzano la società.
La costituzione di un oggetto teorico dal significato più ristretto e maggiormente separato dagli altri, rispetto ad un precedente oggetto da cui è derivato, rappresenta un progresso nel possesso razionale del mondo, è cioè un momento di razionalizzazlone delle cose. Definire un oggetto teorico attraverso il restringimento e il maggiore isolamento di un oggetto anteriore significa infatti migliorare la precisione con cui esso identifica un aspett.o
della realtà. Quando ad esempio Quesnay restringe il significato della ricchezza a quello del prodotto netto sociale, fa emergere una nozione di ricchezza meno vaga e meglio identificabile che in passato. D’altra parte ragionare è distinguere, come spiegava Croce, e per distinguere occorre astrarre. Il restringimento e l’isolamento dei significati sono il processo stesso dell’astrazione, e per questo costituiscono sempre un momento di razionalizzazione. La rivoluzione scientifica cinque-seicentesca ha rappresentato un formidabile salto in avanti nello sviluppo dei procedimenti razionali proprio perché ha ridefinito gli oggetti teorici attraverso nettissime astrazioni dai significati dell’esperienza comune. Inoltre, ogni riduzione e maggiore separazione di un oggetto teorico accresce la sua efficacia come strumento di previsione, e quindi di azione. Ciò è mostrato, a livello molto banale, da qualsiasi esperienza pratica quotidiana, in cui quanto più numerose e indiscriminate sono le cose che si vedono, tanto minore è l’efficacia con cui le si possono controllare. Nella scienza ciò è ancora più vero: quanto più un oggetto teorico è ritagliato dal suo sfondo, e quanto più sono isolate le sue singole relazioni con gli altri oggetti, tanto più risultano prevedibili e riproducibili determinati suoi effetti particolari.
La consapevolezza della crescente precisione ed efficacia che la ragione può ottenere frammentando e separando i suoi oggetti è molto antica. Già Platone, infatti, nel Sofista e nel Politico guida il lettore in faticose e progressive scomposizioni e separazioni di concetti. In età moderna Hegel ha scritto, nella famosa Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito, che «il fatto che ciò che è legato ad altro ed è reale solo in connessione ad altro ottenga un’esistenza propria ed una libertà separata, tutto ciò costituisce l’immane potenza del negativo, che è l’energia del pensiero». L’energia del pensiero è definita negativa perché consiste, per così dire, nell’irrealizzare la realtà, scindendone la totalità in elementi teorici separati, resi irreali, cioè estranei alla totalità che sola è reale, appunto dalla loro separazione. Ma, osserva Hegel, «l’elemento scisso e irreale è tuttavia essenziale: il concreto, infatti, è automovimento solo perché si scinde e si fa irreale». La negatività dell’astrazione, dunque, è positività razionale nella prassi.
Platone ed Hegel sapevano, però, che la negatività che frammenta il campo teorico e separa i suoi oggetti tra loro scissi, pur generando l’analisi, la precisione, l’efficacia e la potenza della razionalità, è in se stessa irrazionale.
Perciò Platone, nel Fedro, pone accanto alla divisione la sinossi, come momento essenziale di un equilibrato sviluppo della facoltà razionale. Perciò Hegel, nella Scienza della logica, fa valere l’esigenza che, accanto ad un intelletto «astraente e con ciò separante, che permane nelle sue separazioni», operi una ragione che riunifichi l’intero campo teorico mediante la congiunzione dialettica dei concetti separati. Là dove l’oggetto teorico è costituito in modo da poter essere pensato soltanto dall’intelletto astraente, e non anche dalla ragione dialettizzante, allora, scrive Hegel nella Introduzione alla Scienza della logica, «in questa rinuncia della ragione a se stessa il concetto della verità va perduto, la ragione viene ristretta a conoscere una verità soltanto soggettiva, a conoscere cioè soltanto qualcosa cui la natura dell’oggetto non corrisponda. Il sapere torna ad essere l’opinione» .
Questo è stato appunto l’epilogo della razionalizzazione irrazionale della modernità. Si tratta di un epilogo di non facile lettura, sia perché vi siamo ancora completamente immersi, e ci manca quindi quella distanza cronologica ed ideale che consentirebbe di metterlo meglio a fuoco, sia perché è costituito dalla massima intensificazione di elementi intrinsecamente antinomici. Abbiamo simultaneamente raggiunto, in primo luogo, il massimo della razionalità ed il massimo della irrazionalità storicamente prodotte, ed alla ragione non risulta facile pensare congiuntamente, come deve, entrambi questi aspetti della situazione.
D’altra parte, se essa non comprende l’irrazionalità delle attuali forme di conoscenza, si condanna a sottomettersi alle corrispondenti forme di vita come ad una fine della storia, a pensare come inconoscibile ciò che è più importante per la condizione umana, a veder emergere questo inconoscibile come sentimento primitivo, disperato, nichilistico. Se non comprende, invece, la razionalità delle attuali forme di conoscenza, si condanna ad una critica antiscientifica, regressiva ed impotente della modernità.
È dunque importante capire che la modernizzazione delle idee è stata […] un’opera simultaneamente di razionalizzazione e di irrazionalizzazione.
La costituzione di oggetti teorici sempre più astratti, tipizzati, parziali e separati ha potenziato al massimo la razionalità come precisione, previsione, calcolo ed efficacia settoriale. Ma questa stessa costituzione ha potenziato al massimo anche l’irrazionalità come incapacità di dialettizzare concetti separati, come impotenza di fronte al movimento della totalità sociale, come demente rinuncia alla razionalità degli orizzonti di senso, come perdita della conoscenza del bene e del male.
Questo epilogo è antinomico anche perché da un lato esalta al massimo l’individualità, separandola come non mai nella storia da ogni matrice socializzante, e dall’altro la deprime al massimo con la serializzazione dei comportamenti e degli stessi pensieri. Ed è antinomico perché porta a compimento e invera la modernità, abbandonando nello stesso tempo tutte le sue promesse emancipatrici, tanto che si è parlato, in contrapposizione al moderno, di un postmoderno.
Il processo di razionalizzazione irrazionale è stato alimentato […] dai processi sociali di generalizzazione della fonna di merce e di universalizzazione delle relazioni tecniche. Anzi, è stata proprio la razionalizzazione irrazionale progressivamente diffusasi nelle relazioni sociali che ha generato quegli snodi nelle idee. […]
Ebbene: il modo di produzione moderno, la cui logica si dispiega nella circolazione delle merci, è sempre più penetrato, nel corso degli ultimi secoli, nello spazio sociale. Negli ultimi decenni lo spazio sociale ne è stato quasi interamente pervaso, cosicché oggi viviamo, per fare un paragone fisico anziché biologico, in un universo le cui masse interagenti sono merci e galassie di merci.
Dove tutto è merce, tutto è quantificabile, e, su scala locale, tutto diventa calcolabile, prevedibile, manovrabile: la razionalità trionfa. Ma il movimento globale, frutto di innumerevoli interazioni, diventa incontrollabile, e valori, vincoli e sentimenti perdono qualsiasi visibilità: l’irrazionalità trionfa.
L’universalizzazione delle relazioni tecniche è l’altro processo sociale che ha prodotto e plasmato la razionalizzazione irrazionale. Tecnica è, in senso proprio, una capacità di produzione data dall’uso di determinati strumenti in conformità a determinate regole. Si parla più specificamente di tecnologia quando le regole, o addirittura gli strumenti, della tecnica, sono la concretizzazione di nozioni scientifiche. Lo sviluppo dei mezzi tecnici e dei concetti scientifici nel corso dell’età moderna ha dato un’impronta sempre più tecnica, e tecnologica, alle relazioni sociali.
Oggi viviamo infatti in un universo tecnico. Ciò significa non tanto che viviamo in mezzo ad apparecchi tecnici, quanto piuttosto che le regole tecniche da un lato sono condizioni di efficacia di tutte le nostre azioni, e dall’altro non sono estrinseche agli strumenti, ma sono incorporate in strumenti, i quali sono a loro volta semplici articolazioni di un apparato complessivo. Questo apparato scientifico-tecnologico è dunque l’apparato di comando dell’azione sociale, che determina la divisione sociale del lavoro e i corrispondenti rapporti sociali. […]
In un siffatto universo tecnico si realizza il paradigma, proprio della razionalità, dell’unità della molteplicità. Innumerevoli interazioni sociali hanno infatti un unico apparato come luogo di coordinamento (sia pure di un coordinamento che amplifica, invece di comporre, gli antagonismi). Ogni azione, inoltre, viene esattamente predeterminata dalla tecnica, in conformità al criterio razionale della precisione e del rigore. Infine si determina la prevedibilità di catene, lunghe quanto mai in passato, di cause e di effetti. La razionalità, insomma, trionfa.
Nell’universo tecnico, d’altra parte, il soggetto non è più sorgente di azioni, in quanto le azioni si trovano già prescritte nel complessivo apparato scientifico-tecnologico. La libertà, quindi, perde di significato, e con essa la ragione. Prendersi la libertà di compiere un’azione contraria alle prescrizioni implicite nelle relazioni tecniche significa farla scadere dall’efficacia all’inefficacia, e quindi spogliarla del suo carattere attivo. Un’azione inefficace, cioè, non è più un’azione. Né è possibile farle attribuire un valore di altro genere, perché il riconoscimento di un valore presuppone l’accoglimento di un messaggio, e nell’universo tecnico gli unici messaggi di cui è possibile la trasmissione sono quelli conformi alle regole tecniche delle relazioni sociali, sono cioè quelle regole stesse. Nell’universo tecnico, dunque, cade la distinzione, paradigmatica della ragione, tra valore ed efficacia, perché il valore viene a coincidere con l’efficacia. L’irrazionalità, insomma, trionfa.
Una razionalità irrazionale non è affatto, come potrebbe sembrare, una contraddizione in termini. Si tratta, invece, di un modello di razionalità, che possiede, cioè, caratterizzazioni proprie della ragione (precisione, rigore, calcolabilità, prevedibilità, efficacia), ma che non ha scopi, e che perciò include tutte quelle caratterizzazioni in un orizzonte di irrazionalità. Nell’universo tecnico la razionalità non può che non avere scopi, ed essere perciò irrazionale, in quanto la tecnica appartiene per definizione alla sfera dei mezzi, non degli scopi. Finché dunque la tecnica è subordinata ad altre istanze sociali, essa è ancora compatibile con una razionalità connessa a scopi.
Ma in un universo tecnico lo scopo è lo stesso apparato scientifico-tecnologico, cioè un mezzo senza alcun intrinseco scopo che non sia la sua natura di mezzo. Inoltre, il nostro universo è anche un universo di merci, e la circolazione delle merci ha come scopo l’accrescimento senza limite del denaro, che è un altro mezzo senza alcun intrinseco scopo che non sia la sua natura di mezzo.
La storia degli ultimi secoli, dunque, da un lato ha potenziato ininterrottamente la razionalità, e dall’altro ci ha condotto, per la prima volta nella storia, ad una razionalità che non ha scopi, che è cioè irrazionale. Il terreno a questo epilogo è stato preparato, sul piano delle idee, da tutti quegli autori che hanno dissociato la ragione dal valore degli scopi della esistenza umana. […]
Il modello di una razionalità divenuta priva di scopi, a cui è approdato il processo di razionalizzazione irrazionale degli ultimi secoli, annulla qualsiasi possibilità di distinguere la vita dalla morte, il bene dal male. Abbiamo visto infatti, nel secondo capitolo, come la vita e la morte, il bene e il male, siano connessi alla intrinseca natura teleologica dell’esistenza. Un modello di razionalità come quello dell’attuale epilogo della razionalizzazione irrazionale, costruito separando la ragione dalla teleologia, è perciò necessariamente cieco di fronte alla vita e al bene. Esso si rispecchia, quindi, in uno stile di
vita e di pensiero in cui l’orizzonte della morte è rimosso, oppure nichilisticamente contemplato, in cui l’operare della morte è scambiato per espressione di vita e di conoscenza, in cui il bene è ineffabile, e sostituito in pratica dall’efficacia.

L’universo sociale contemporaneo, risultato dal processo di razionalizzazione irrazionale della modernità, è realmente l’inferno dello spirito. Dirlo non è elegante, non
fa fare buona figura nell’ambiente sedicente colto della sinistra intellettuale e dell’intellettualità accademica e mediatica, e suscita il sarcasmo riservato, da ogni buon scientista o detentore del potere culturale, alle nostalgie premoderne e alle visioni apocalittiche. Lo si deve però dire, se si vuol dire la verità. Come altrimenti definire un mondo in cui la produzione economica, cresciuta e “razionalizzata” al punto da avvelenare sempre più la terra, l’acqua e l’aria con i suoi rifiuti, tiene tuttavia i tre quarti del genere umano in una penuria superiore a quella dei secoli precedenti?

Massimo Bontempelli,
La conoscenza del bene e del male, Petite Plaisance, 1998, pp. 115-125.

Filosofare

Il 31 luglio 2011 veniva improvvisamente a mancare, a Pisa, Massimo Bontempelli. Chi ha avuto la fortuna di leggere i suoi libri, sa che, con lui, è venuto a mancare uno dei pensatori italiani più originali, autore di opere filosofiche, storiche e politiche che trovano raramente degli uguali fra quelle più note ai contemporanei; essendo pensatore critico verso il modo di produzione capitalistico, ed estraneo alla università, né in vita né in morte i suoi meriti gli sono (almeno per ora) stati adeguatamente riconosciuti. Queste pagine non ripagano il debito, né ne ricostruiscono l’opera, ma vogliono semplicemente essere un ricordo filosofico.

 ***

Massimo Bontempelli – IL PREGIUDIZIO ANTIMETAFISICO DELLA SCIENZA CONTEMPORANEA
Massimo Bontempelli (1946-2011) – Quale asse culturale per il sistema della scuola italiana?
Massimo Bontempelli – La convergenza del centrosinistra e del centrodestra nella distruzione della scuola italiana.
Massimo Bontempelli – In cammino verso la realtà. La realtà non è la semplice esistenza, ma è l’esistenza che si inscrive nelle condizioni dell’azione reciproca tra gli esseri umani, diventando così sostanza possibile del loro mutuo riconoscimento.
Massimo Bontempelli – Il pensiero nichilista contemporaneo. Lettura critica del libro di Umberto Galimberti « Psiche e tecne».


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Luigina Mortari – “Pensare” risponde alla necessità di stare alla ricerca di orizzonti di senso. A muovere il pensare è il desiderio di significato. Il non pensare liberamente è segno di una vita non vissuta nella sua essenza.

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A scuola di libertà

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«Gli esseri umani […] sono innanzitutto esseri pensanti, nel senso che disegnano il cammino del proprio esistere con il pensiero, perché il pensare risponde alla necessità di stare alla ricerca di orizzonti di senso alla luce dei quali rischiarare il cammino esistenziale.
Ne consegue che la libertà ha una necessità irrevocabile del pensare, così come, reciprocamente, il pensare ha bisogno di libertà. Il filosofo, la figura che rappresenta chi ama pensare, è infatti colui che è “allevato davvero nella libertà”, perché solo chi ha esperienza della libertà può apprezzarla e averne cura. L’arte del pensare è, dunque, quella che si apprende per essere liberi cittadini.
[…] La ragione calcolante è mossa dall’ansia di dominio, dal desiderio di tenere sotto controllo gli eventi, da una volontà di potenza che deve far presa sulle cose. È rispetto a questo tipo di ragione che tutte le cose, viventi e non viventi, sono ridotte a mera risorsa, dal momento che non sarebbero di alcun valore se non per quello che noi possiamo fare di loro.
A muovere il pensare, invece, non è l’ansia di dominio, ma il desiderio di significato, ossia la tensione a cercare modi esistentivi capaci di inverare l’esistenza. In questo senso, pensare è “l’assoluto essere desti”, cioè stare con consapevolezza radicati nel presente per dare un’impronta originale al proprio esserci.
La mancanza di pensiero si rende evidente in un linguaggio dominato dai cliché, dalle frasi consumate, dall’adesione a codici di espressione e di condotta convenzionali e standardizzati, nell’incurante superficialità con cui si affrontano molte questioni decisive per la qualità dell’esistenza umana. Quando il pensiero manca, la mente diviene preda delle mezze verità, che altro non sono se non mere opinioni messe a lucido. Affidarsi a unità standardizzate di pensiero risponde al bisogno di difendersi dall’intensa problematicità dell’ esperienza umana […].
Usare pensieri già pensati e affidarsi a regole routinarie non può esaurire l’intera vita cognitiva, perché il male si compie non solo quando ci si lascia muovere da motivi abietti, ma anche, semplicemente, lasciando che le cose accadano così come stanno per accadere, poiché ci si astiene dal prestare attenzione al reale, dall’interrogarlo per comprenderlo.
Quando il processo di decisione relativo all’ agire si affida alle regole date, senza avvertire la necessità di interrogare il senso di ciò che si fa, si finisce per dismettere la responsabilità dell’esercizio della propria libertà di decidere consapevolmente.
Se l’essere umano è l’ente chiamato a decidere il possibile, allora il non pensare liberamente è segno di una vita non vissuta nella sua essenza: una situazione, questa, decisamente problematica, perché fa dipendere il nostro agire dalle decisioni di altri. La storia dimostra come tutte le volte che, in un contesto nel quale il pensare fatica a essere coltivato, arriva qualcuno che con forza intende modificare le regole di condotta vigenti sostituendole con altre senza passare attraverso un processo di negoziazione condivisa […]; infatti, chi tende a restare nel non-pensare si adegua passivamente ai nuovi codici senza avvertire la necessità di un’interrogazione etica sulla sensatezza o meno di quanto sta accadendo.
[…] È in atto una grave erosione della libertà individuale di pensare da sé per decidere da sé, e poiché questa è la qualità che definisce l’essenza dell’ essere umano rispetto agli altri viventi, allora è in atto anche una mancanza di rispetto dell’umanità dell’altro. Nel momento in cui si legittima l’azione di sottrarre all’altro la facoltà di decidere, si presuppone che il volere non appartenga più alla persona come sua disposizione sostanziale […]. Sottrarre all’altro la responsabilità di decidere significa, invece, decurtarlo della possibilità di rispondere alla chiamata a esistere, che consiste nel rispondere alla chiamata di scegliere di scegliere.
Arroganza e mancanza di rispetto sono due tra i fenomeni più gravi che ogni coscienza dovrebbe combattere, perché […] allora c’è il rischio del proliferare della crudeltà e dove c’è crudeltà viene meno la condizione di una buona qualità della vita, quel “vivere e fare bene” in cui consiste l’eudaimonia, cioè una vita buona per l’essere umano [Aristotele, Etica Nicomachea, I, 3, 1095a 19]» (pp. XI-XVIII).

Luigina Mortari,
A scuola di libertà. Formazione e pensiero autonomo, Raffaello Cortina Editore, 2008.

 

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Luigina Mortari,
Educare la persona alla passione della progettazione esistenziale

 

 



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