Juan Martín Guevara – Ernesto è mio fratello e il Che è il mio compagno di ideali. Non vivo nella sua ombra, ma alla luce della sua azione e del suo pensiero.

Ernesto Che Guevara08
Mon frère le Che

Mon frère le Che

 

Juan Martín Guevara

Juan Martín Guevara

 

Ernesto con la madre e in braccio Juan1943

Ernesto con la madre e in braccio Juan, 1943

 

 

Ernesto con il padre e in braccio Juan

Ernesto con il padre e in braccio Juan

 

 

Fratelli Guevara

Fratelli Guevara

 

«Lo scopo di Ernesro resta valido, come resta attuale il pensiero del Che. Ernesto è mio fratello e il Che è il mio compagno di ideali. Mi accompagna da quando ho cominciato ad avere coscienza politica e sociale. Non vivo nella sua ombra, ma alla luce della sua azione e del suo pensiero. Rimpiango di non essere stato di più al suo fianco, imparando e condividendo i suoi insegnamenti.
Già nel 1965 il Che prevedeva che l’URSS stava tornando al capitalismo […]».

Juan Martín Guevara, da una intervista a cura di Geraldina Collotti, Alias, il manifesto, 22-04-2017, p. 7.


Entrevista con Juan Martín Guevara, hermano de Ernesto ‘Che’ Guevara
Mon frère, le Che de Armelle Vincent et Juan Martin Guevara
Juan Martín Guevara ricorda il fratello Ernesto, il Che

Ernesto Che Guevara (1928-1967) – Ha più valore, un milione di volte, la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra.
Ernesto Che Guevara (1928-1967) – 1951 … adesso sapevo che io starò con il popolo. E preparo il mio essere come un tempio sacro in cui risuoni di nuove vibrazioni e nuove speranze il grido del proletariato.
Ernesto Che Guevara (1928-1967) – Non si può arrivare al comunismo con la facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua. Ma noi dobbiamo tenere lo sguardo fisso a quella meta. L’uomo è l’attore cosciente della storia. Senza questa coscienza, che abbraccia anche quella del proprio essere sociale, non può esserci comunismo.
Ernesto Che Guevara (1928-1967) – Nel cinquantesimo dell’assassinio di Ernesto Che Guevara (9 Ottobre 1967). Le sue lettere del 31 marzo 1965 e del 1° Aprile 1965 indirizzate a Fidel Castro, ai genitori e ai figli.

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Ernesto Che Guevara (1928-1967) – Nel cinquantesimo dell’assassinio di Ernesto Che Guevara (9 Ottobre 1967). Le sue lettere del 31 marzo 1965 e del 1° Aprile 1965 indirizzate a Fidel Castro, ai genitori e ai figli.

Ernesto Che Guevara07

che-guevara

Y sembrada en la sangre de mi muerte
ejana con raìces mudables
bajo un tiempo de piedra,
Soledad!,
flor nostàlgica de vivientes paredes,
Soledad de mi trànsito detenido en la tierra.

Ernesto Che Guevara

 

 

Il 31 marzo 1965 Ernesto Che Guevara scrive a Fidel Castro:

 

«A Fidel Castro

“Año de la Agricultura” La Habana,

31 marzo 1965

Fidel:
me recuerdo en esta hora de muchas cosas, de cuando te conocí en casa de María Antonia, de cuando me propusiste venir, de toda la tensión de los preparativos.
Un día pasaron preguntando a quién se debía avisar en caso de muerte y la posibilidad real del hecho nos golpeó a todos. Después supimos que era cierto, que en una revolución se triunfa o se muere (si es verdadera). Muchos compañeros quedaron a lo largo del camino hacia la victoria.
Hoy todo tiene un tono menos dramático porque somos más maduros, pero el hecho se repite. Siento que he cumplido la parte de mi deber que me ataba a la Revolución cubana en su territorio y me despido de ti, de los compañeros, de tu pueblo que ya es mío.
Hago formal renuncia de mis cargos en la Dirección del Partido, de mi puesto de Ministro, de mi grado de Comandante, de mi condición de cubano. Nada legal me ata a Cuba, sólo lazos de otra clase que no se pueden romper como los nombramientos.
Haciendo un recuento de mi vida pasada creo haber trabajado con suficiente honradez y dedicación para consolidar el triunfo de la Revolución.
Mi única falta dealguna gravedad es no haber confiado más en ti desde los primeros momentos de la Sierra Maestra y no haber comprendido con suficiente celeridad tus cualidades de conductor y de revolucionario.
He vivido días magníficos y sentí a tu lado el orgullo de pertenecer a nuestro pueblo en los días luminosos y tristes de la Crisis del Caribe.
Pocas veces brilló más alto un estadista que en esos días, me enorgullezco también de haberte seguido sin vacilaciones, identíficado con tu manera de pensar y de ver y apreciar los peligros y los principios.
Otras tierras del mundo reclaman el concurso de mis modestos esfuerzos. Yo puedo hacer lo que te está negado por tu responsabilidad al frente de Cuba y llegó la hora de separarnos.
Sépase que lo hago con una mezcla de alegría y dolor; aquí dejo lo más puro de mis esperanzas de constructor y lo más querido entre mis seres queridos…y dejo un pueblo que me admitió como un hijo; eso lacera una parte de mi espíritu. En los nuevos campos de batalla llevaré la fe que me inculcaste, el espíritu revolucionario de mi pueblo, la sensación de cumplir con el más sagrado de los deberes: luchar contra el imperialismo dondequiera que esté; esto reconforta y cura con creces cualquier desgarradura.
Digo una vez más que libero a Cuba de cualquier responsabilidad, salvo la que emane de su ejemplo. Que si me llega la hora definitiva bajo otros cielos, mi último pensamiento será para este pueblo y especialmente para ti. Que te doy las gracias por tus enseñanzas y tu ejemplo al que trataré de ser fiel hasta las últimas consecuencias de mis actos.
Que he estado identificado siempre con la política exterior de nuestra Revolución y lo sigo estando. Que en dondequiera que me pare sentiré la responsabilidad de ser revolucionario cubano, y como tal actuaré. Que no dejo a mis hijos y mi mujer nada material y no me apena: me alegra que así sea.
Que no pido nada para ellos pues el Estado les dará lo suficiente para vivir y educarse.
Tendría muchas cosas que decirte a ti y a nuestro pueblo, pero siento que son innecesarias, las palabras no pueden expresar lo que yo quisiera, y no vale la pena emborronar cuartillas.
Hasta la victoria siempre. ¡Patria o Muerte!
Te abraza con todo fervor revolucionario.

“Che”».

«A Fidel Castro

L’Avana, “Anno dell’agricoltura”

31 marzo 1965

Fidel,
in questa ora mi ricordo di molte cose, di quando ti ho conosciuto in casa di Maria Antonia, di quando mi hai proposto di venire, di tutta la tensione dei preparativi.
Un giorno passarono a domandare chi si doveva avvisare in caso di morte, e la possibilità reale del fatto ci colpì tutti. Poi sapemmo che era proprio così, che in una rivoluzione, se è vera, si vince o si muore, e molti compagni sono rimasti lungo il cammino verso la vittoria.
Oggi tutto ha un tono meno drammatico, perché siamo più maturi, ma il fatto si ripete. Sento che ho compiuto la parte del mio dovere che mi legava alla rivoluzione cubana nel suo territorio e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo, che ormai è il mio.
Faccio formale rinuncia ai miei incarichi nella direzione del partito, al mio posto di ministro, al mio grado di comandante, alla mia condizione di cubano. Niente di giuridico mi lega a Cuba; solo rapporti di altro tipo che non si possono spezzare come le nomine.
Se faccio un bilancio della mia vita, credo di poter dire che ho lavorato con sufficiente rettitudine e abnegazione a consolidare la vittoria della rivoluzione.
Il mio unico errore di una certa gravità è stato quello di non aver avuto fiducia in te fin dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità le tue qualità di dirigente e di rivoluzionario.
Ho vissuto giorni magnifici e al tuo fianco ho sentito l’orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi dei Caraibi.
Poche volte uno statista ha brillato di una luce più alta che in quei giorni; mi inorgoglisce anche il pensiero di averti seguito senza esitazioni, identificandomi con la tua maniera di pensare e di vedere e di valutare i pericoli e i princìpi.
Altre sierras nel mondo reclamano il contributo delle mie modeste forze. Io posso fare quello che a te è negato per le responsabilità che hai alla testa di Cuba, ed è arrivata l’ora di separarci.
Lo faccio con un misto di allegria e di dolore; lascio qui gli esseri che amo, e lascio un popolo che mi ha accettato come figlio; tutto ciò rinascerà nel mio spirito; sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l’imperialismo dovunque esso sia; questo riconforta e guarisce in abbondanza di qualunque lacerazione.

Ripeto ancora una volta che libero Cuba da qualsiasi responsabilità tranne da quella che emanerà dal suo esempio; se l’ora definitiva arriverà per me sotto un altro cielo, il mio ultimo pensiero sarà per questo popolo e in modo speciale per te; ti ringrazio per i tuoi insegnamenti e per il tuo esempio a cui cercherò di essere fedele fino alle ultime conseguenze delle mie azioni.
Mi sono sempre identificato con la politica estera della nostra rivoluzione e continuo a farlo; dovunque andrò sentirò la responsabilità di essere un rivoluzionario cubano e come tale agirò; non lascio a mia moglie e ai miei figli niente di materiale, ma questo non è per me ragione di pena: mi rallegro che sia così.
Non chiedo niente per loro perché lo stato gli darà il necessario per vivere e per educarsi.
Avrei molte cose da dire a te e al nostro popolo, ma sento che le parole non sono necessarie e che non possono esprimere quello che io vorrei dire; non vale la pena di consumare altri fogli.
Fino alla vittoria sempre. Patria o Morte!
Ti abbraccio con grande fervore rivoluzionario

“Che”».

 


Il 1º aprile del 1965, Ernesto Che Guevara

scrive le lettere di addio ai suoi genitori e ai suoi figli:

 

 

 

Il piccolo Che in braccio alla madre.

Il piccolo Che in braccio alla madre.

 

004. Piccolo Ernesto

1929 – Il piccolo Ernesto con il padre.

 

Ernesto, Celia, Ana Maria e Roberto in piscina con i genitori.

Ernesto, Celia, Ana Maria e Roberto in piscina con i genitori.

Ai miei genitori

«Miei cari, ancora una volta sento sotto i talloni le costole di Ronzinante; mi rimetto in cammino col mio scudo al braccio. Sono passati quasi dieci anni da quando vi scrissi un’altra lettera di commiato.
A quel che mi ricordo, mi rammaricavo allora di non essere miglior soldato e miglior medico; la seconda cosa ormai non m’interessa, come soldato non sono tanto male.
Nulla è cambiato di essenziale, salvo che sono molto più cosciente, e il mio marxismo si è radicato e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi e sono coerente con le mie convinzioni.
Molti mi diranno che sono un avventuriero, e lo sono, solo di un tipo diverso, di quelli che rischiano la pelle per dimostrare le proprie verità. Può darsi che questa sia la volta definitiva. Non lo cerco, ma rientra nel calcolo logico delle probabilità. Se è così, questo è il mio ultimo abbraccio.
Vi ho amato molto, solo che non ho saputo esprimere il mio affetto; sono estremamente rigoroso nelle mie azioni e credo che a volte non mi abbiate capito. Non era facile capirmi, d’altra parte; credetemi, almeno oggi.Ora una volontà che ho perfezionato con compiacimento da artista sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi.
Ricordatevi di tanto in tanto di questo piccolo condottiero del secolo XX. Un bacio a Celia a Roberto, Juan Martin e Pototín, a Beatriz, a tutti. A voi un grande abbraccio da figliol prodigo e ribelle.

Ernesto»


Ai miei figli

che-family

Marzo 1965, con Aleida, Celia, Aleida, Camilo ed Ernesto.

«Queridos Hildita, Aleidita, Camilo, Celia y Ernesto: si alguna vez tienen que leer esta carta, será porque yo no este entre Uds. Casi no se acordaran de mí y los más chiquitos no recordarán nada.
Su padre ha sido un hombre que actúa como piensa y, seguro ha sido leal a sus convicciones.
Crezcan como buenos revolucionarlos. Estudien mucho para poder dominar la técnica que permite dominar la naturaleza. Acuérdense que la Revolución es lo importante y que cada uno de nosotros, solo, no vale nada.
Sobre todo, sean siempre capaces de sentir en lo más hondo cualquier injusticia cometida contra cualquiera en cualquier parte del mundo. Es la cualidad mas linda de un revolucionario.
Hasta siempre hijitos, espero verlos todavía.
Un beso grandote y un abrazo de papà.

Cari Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto, se un giorno dovreste leggere questa lettera, è perché non sarò più tra voi. Quasi non vi ricorderete di me e i più piccolini non mi ricorderanno affatto.
Vostro padre è stato un uomo che agisce come pensa ed è certamente stato fedele alle sue convinzioni.
Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per poter dominare la tecnica che permette di dominare la natura. Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale niente.
Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario.
Arrivederci, bambini miei, spero di rivedervi ancora.
Un grande bacio e abbraccio da papà».


 

Ultima pagina del Diario di Guevara in Bolivia

Ultima pagina del Diario di Guevara in Bolivia

 


Ernesto Che Guevara (1928-1967) – Ha più valore, un milione di volte, la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra.
Ernesto Che Guevara (1928-1967) – 1951 … adesso sapevo che io starò con il popolo. E preparo il mio essere come un tempio sacro in cui risuoni di nuove vibrazioni e nuove speranze il grido del proletariato.
Ernesto Che Guevara (1928-1967) – Non si può arrivare al comunismo con la facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua. Ma noi dobbiamo tenere lo sguardo fisso a quella meta. L’uomo è l’attore cosciente della storia. Senza questa coscienza, che abbraccia anche quella del proprio essere sociale, non può esserci comunismo.

 


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Ricardo Piglia (1941-2017) – Ernesto Che Guevara è colui che persevera nella decifrazione dei segni, è la pura espressione della costruzione del senso, sostenitore della pedagogia sempre, fino all’ultimo respiro: “Yo sé leer”, “Io so leggere”.

Piglia Ricardo_Che Guevara

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Una straordinaria immagine di Guevara in Bolivia:
si è arrampicato su un albero e legge.

***

«Le mie fondamentali debolezze: il tabacco e la lettura».

E. Che Guevara

«Guevara non propone niente che non faccia lui stesso […] non comanda agli altri di fare ciò che egli sostiene. Questa è una differenza essenziale, la differenza che lo ha fatto diventare quello che è. Un  uomo che paga con la vita la fedeltà a quello che pensa. […] E quello che propone come esempio, quello che trasmette come esperienza, è la propria vita.
Parallelamente, persiste in Guevara ciò che ho chiamato la figura del lettore. Colui che rimane isolato […], contrapposto al politico. Il lettore come colui che persevera, pacifico, nella decifrazione dei segni. Colui che costruisce il senso nell’isolamento e nella solitudine. Fuori da ogni contesto, in mezzo a ogni situazione, risoluto nella sua determinazione. Intransigente, pedagogo di se stesso e di tutti, non perde mai la convinzione assoluta della verità che ha decifrato. Una figura estrema dell’intellettuale come rappresentante puro della costruzione del senso (o, comunque sia, di un certo modo di costruire il senso).
E nell’ epilogo di Guevara le due figure tornano a unirsi, perché sono indissolubili sin dal principio. C’è una scena che costituisce quasi un’allegoria: l’ultima notte prima di essere assassinato, Guevara la trascorre nella scuoletta di La Higuera. L’unica persona ad avere un atteggiamento compassionevole nei suoi confronti è la maestra del posto, Julia Cortés, che gli porta un piatto di stufato preparato da sua madre. Quando entra, il Che è sdraiato, ferito, sul pavimento dell’aula. In quel momento – e queste sono le sue ultime parole – Guevara indica alla maestra una frase scritta alla lavagna, e le dice che è mal scritta, che c’è un errore […]: “Manca l’accento”. Fa questa piccola osservazione alla maestra. La pedagogia sempre, fino all’ultimo.
La frase (scritta sulla lavagna della scuoletta di La Higuera) è “Yo sé leer”, lo so leggere. Che sia questa la frase, che nell’epilogo della sua vita l’ultima cosa che Guevara nota sia una frase legata alla lettura, è come un oracolo […]» (pp. 122-123)

Ricardo Piglia, L’ultimo lettore, Feltrinelli, 2007.


Guevara legge

Guevara legge


Guevara legge e fuma

Guevara legge e fuma


Autoritratto di Guevara in Thailandia, 1964

Autoritratto di Guevara in Thailandia, 1964


Guevara-legge Goethe

Guevara legge Goethe


La scuola di La Higuera, dove Guevara fu assassinato il 9 ottobre 1967

La scuola di La Higuera, dove Guevara fu assassinato il 9 ottobre 1967


 

 

Ultima pagina del Diario di Guevara in Bolivia

Ultima pagina del Diario di Guevara in Bolivia del 7-10-1967

 


Ernesto Che Guevara (1928-1967) – Ha più valore, un milione di volte, la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra.
Ernesto Che Guevara (1928-1967) – 1951 … adesso sapevo che io starò con il popolo. E preparo il mio essere come un tempio sacro in cui risuoni di nuove vibrazioni e nuove speranze il grido del proletariato.
Ernesto Che Guevara (1928-1967) – Non si può arrivare al comunismo con la facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua. Ma noi dobbiamo tenere lo sguardo fisso a quella meta. L’uomo è l’attore cosciente della storia. Senza questa coscienza, che abbraccia anche quella del proprio essere sociale, non può esserci comunismo.

 



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César Vallejo (1892-1938) – Me moriré en París con aguacero, un día del cual tengo ya el recuerdo. Hay golpes en la vida, tan fuertes… ¡Yo no sé!

César Vallejo

Vallejo

Piedra negra sobre una piedra bianca

Me moriré en París con aguacero,
un día del cual tengo ya el recuerdo.
Me moriré en París – y no me corro –
tal vez un jueves, como es hoy de otoño.

Jueves será, porque hoy, jueves, que proso
estos versos, los húmeros me he puesto
a la mala y,
jamás como hoy, me he vuelto,
con todo mi camino, a verme solo.

César Vallejo ha muerto, le pegaban
todos sin que él les haga nada;
le daban duro con un palo y duro

también con una soga; son testigos
los días jueves y los huesos húmeros,
la soledad, la lluvia, los caminos…

***

Pietra nera su una pietra bianca

Morirò a Parigi nello scroscio
di un giorno che ho già vivo nel ricordo.
Morirò a Parigi – non m’inganno –
come oggi forse un giovedì d’autunno.
Di giovedì sarà. Oggi che proso
questi versi e gli omeri ho malmesso,
è giovedì e mai come oggi giunsi,
con tanta strada a rivedermi solo.
César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui facesse nulla;
lo legnavano sodo e duramente
lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’ossa degli omeri,
la vita sola, la pioggia, le strade…

***

200px-Los_heraldos_negros

  LOS HERALDOS NEGROS

Hay golpes en la vida, tan fuertes… ¡Yo no sé!
Golpes como del odio de Dios; como si ante ellos,
la resaca de todo lo sufrido
se empozara en el alma… ¡Yo no sé!

Son pocos; pero son… Abren zanjas oscuras
en el rostro más fiero y en el lomo más fuerte.
Serán tal vez los potros de bárbaros Atilas;
o los heraldos negros que nos manda la Muerte.

Son las caídas hondas de los Cristos del alma
de alguna fe adorable que el Destino blasfema.
Esos golpes sangrientos son las crepitaciones
de algún pan que en la puerta del horno se nos quema.

Y el hombre… Pobre… ¡pobre! Vuelve los ojos, como
cuando por sobre el hombro nos llama una palmada;
vuelve los ojos locos, y todo lo vivido
se empoza, como charco de culpa, en la mirada.

Hay golpes en la vida, tan fuertes… ¡Yo no sé!

César Vallejo, 1918



César Vallejo, Opera Poetica completa, Edizioni Gorée

A cura di Roberto Paoli e Antonio Melis
Traduzione di Roberto Paoli
Prefazione di Antonio Melis e Roberto Paoli

L’opera, in due volumi, è pubblicata con testo a fronte in lingua originale spagnola. Comprende l’opera completa di César Vallejo (composta dalle raccolte “Araldi neri”, “Trilce”, “Poemi in prosa”, “Poemi umani”, “Spagna, allontana da me questo calice”),

Il poeta peruviano César Vallejo (1892-1938), emerge sempre di più come la voce più originale e profonda della poesia latinoamericana. Il suo messaggio umano e poetico ha profonde radici nell’anima india, ma non nasce da un’intenzione bardica e celebrativa, esterna e, per così dire, paternalistica rispetto ai valori di un gruppo emarginato ed oppresso, bensì da un’originaria identità. Con Vallejo il lettore europeo si trova davanti a un linguaggio tanto inaudito e atipico quanto sommamente espressivo.

 

***

César Vallejo es uno de los poetas peruanos más reconocidos de todo el mundo, dada la impresionante innovación que supuso su obra para la poesía del siglo XX. Nació el 16 de marzo de 1892 en Santiago de Chuco y falleció en París a los 46 años.
Su poesía se caracteriza por presentar un lenguaje poético muy auténtico que, si bien se apoyó en sus comienzos (“Los heraldos negros“) en las bases del modernismo, poco a poco consiguió diferenciarse tanto que no tuvo punto de comparación (“Trilce“). Además cultivó la narrativa, ofreciendo obras como “Escalas” y “Paco Yunque“, uno de sus relatos más famosos.
Se considera que Vallejo es uno de los autores que supo anticipar el vanguardismo; su legado como artista implicó una renovación del lenguaje literario al que se unirían muchos poetas que le sucedieron, como Huidobro o Joyce.
La mirada de Vallejo siempre había estado puesta en el viejo mundo y cuando finalmente consiguió visitarlo se sintió tan cerca de todo lo que siempre había deseado que jamás deseó volver a su tierra natal. Estuvo en Francia, España y Rusia pero lamentablemente, a causa de trabajar excesivamente, falleció siendo aún muy joven. Como se lo había pedido su esposa, sus restos fueron enterrados en el Cementerio de Montparnasse.

***

César Vallejo, in un disegno di Pablo Picasso

César Vallejo, in un disegno di Pablo Picasso


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Ernesto Che Guevara05
«L’atteggiamento comunista di fronte alla vita
 è quello di mostrare
 con l’esempio
 la strada che bisogna seguire».

Ernesto Che Guevara, 1964

***

«Il salario è un male antico, che nasce con l’affermarsi del capitalismo, quando la borghesia prende il potere distruggendo la società feudale, e non muore neppure nella fase socialista. Ultima sopravvivenza, morirà, si esaurirà, per dir così, quando il denaro cesserà di circolare, quando si raggiungerà la società ideale: il comunismo» (15 aprile 1962, in un discorso al I Convegno nazionale dei sindacati; dal febbraio 1961 era stato nominato Ministro dell’Industria e dell’Economia della Repubblica di Cuba, carica che ricoprirà fino al 1965)

***

«Non si può arrivare al comunismo con la facilità con cui si parla, come facciamo noi qui, o come si beve un bicchiere d’acqua. Ma noi naturalmente dobbiamo tenere lo sguardo fisso a quella meta. Non dobbiamo farci illusioni, pensare che queste cose sono semplici parole, che si possa credere che entrare nel comunismo sia come fare il biglietto per andare al cinema, dobbiamo pensare che è un processo molto lungo. Ma dobbiamo vedere qual è lo scopo finale, e tenerlo presente quandanche passino molti anni, e tutta la nostra generazione si consumi…» (Conferenza televisiva del 25 febbraio 1964 sui temi del pieno impiego).

***

«I paesi socialisti hanno il dovere morale di farla finita con la loro tacita complicità con i paesi occidentali sfruttatori. […] Per noi, la sola definizione valida di socialismo è l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Finché ciò non avviene, si è nel periodo della costruzione della società socialista; e se questo fenomeno non si verifica, se la lotta per la soppressione dello sfruttamento ristagna o, addirittura, fa passi indietro, non è legittimo neppure parlare di costruzione del socialismo» (24 febbraio 1965, ritornato in Algeria, pronuncia il suo ultimo discorso politico al II seminario economico di solidarietà afro-asiatica).

***

«Il peso del Capitale di Marx, di questo monumento dell’intelligenza umana è tale che ci ha fatto dimenticare assai spesso il carattere umanista (nel senso più nobile della parola) delle inquietudini marxiane. La meccanica dei rapporti di produzione e la sua conseguenza, la lotta di classe, nasconde in una certa misura il fatto oggettivo che sono gli uomini a muoversi nell’ambiente della storia. Adesso c’interessa l’uomo, e perciò scegliamo questa citazione che non perde certo valore, come espressione del pensiero del filosofo, per il fatto che appartiene al suo periodo giovanile» [Febbraio 1964; segue la citazione del notissimo brano in cui Marx definisce il comunismo come reale appropriazione dell’essenza umana da parte dell’uomo e per l’uomo, attraverso la soppressione della proprietà privata quale autoalienazione dell’uomo]. «Marx pensava alla liberazione dell’uomo e vedeva il comunismo come la soluzione delle contraddizioni che hanno prodotto la sua alienazione, intendendola, tuttavia, come un atto cosciente. Il comunismo, cioè, non può essere visto unicamente come e il risultato delle contraddizioni di classe in una società altamente sviluppata, che dovrebbero essere risolte in una tappa di transizione per raggiungere la vetta: l’uomo è l’attore cosciente della storia. Senza questa coscienza, che abbraccia anche quella del proprio essere sociale, non può esserci comunismo».

***

«La merce è la cellula economica della società capitalista, finché essa esiste i suoi effetti si faranno sentire nell’organizzazione della produzione, e quindi nella coscienza […]. C’è il rischio che gli alberi impediscano di vedere il bosco. Inseguendo la chimera di realizzare il socialismo con l’aiuto delle armi screditate che ci ha lasciato il capitalismo (la merce come cellula economica, la redditività, l’interesse materiale individuale come leva, ecc.), si può finire in un vicolo senza uscita. E vi si giunge dopo aver percorso molta strada, nella quale i cammini si incrociano molte volte, e in cui è difficile rendersi conto di quando si è sbagliato direzione. Nel frattempo la base economica adattata a quei modelli ha minato sotterraneamente lo sviluppo della coscienza. Per costruire il comunismo, contemporaneamente alla base materiale bisogna fare l’uomo nuovo […]. Da molto tempo l’uomo cerca di liberarsi dall’alienazione per mezzo della cultura e dell’arte. Egli muore ogni giorno durante le otto o più ore in cui agisce come merce, per poi risuscitare nella sua creazione spirituale. Però questo rimedio reca in sé i germi della stessa malattia: è un essere solitario colui che cerca la comunione con la natura. Difende la sua individualità oppressa dall’ambiente, e reagisce di fronte alle idee estetiche come un essere unico la cui aspirazione è rimanere immacolato» (lettera inviata nel marzo del 1965 al giornalista uruguayano Carlos Quijano, nota con il titolo Il socialismo e l’uomo a Cuba).

Ernesto Che Guevara

Firma di Che Guevara


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Ernesto Che Guevara (1928-1967) – 1951 … adesso sapevo che io starò con il popolo. E preparo il mio essere come un tempio sacro in cui risuoni di nuove vibrazioni e nuove speranze il grido del proletariato.

Guevara 020 copia

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«Leggete questi appunti,
scritti con tanto amore, freschezza e sincerità,
che più di ogni altra cosa
mi hanno fatto sentire vcina a mio padre.
Vi lascio quindi con l'uomo che ho conosciuto
e che amo profondamente per la forza e la tenerezza
che ha dimostrato di possedere
con il suo modo di vivere»


Aleida Guevara March
CheG1951-1

E. Guevara nel 1951

Annotazione al margine

«Le stelle punteggiavano di luci il cielo di quel villaggio di montagna e il silenzio e il freddo rendevano immateriale l’oscurità. Era – non so bene come spiegarlo – come se ogni sostanza solida si volatilizzasse nello spazio etereo che ci circondava, privandoci dell’individualità e fondendoci, intirizziti, a quel buio immenso. Non vi era una sola nube che, carpendo una porzione di cielo stellato, desse una qualche prospettiva allo spazio. A pochi metri appena, la funerea luce di un lampione stemperava le tenebre circostanti.
li volto dell’uomo si perdeva nell’ombra, emergevano soltanto lo scintillio dei suoi occhi e il candore dei quattro denti anteriori. Tuttora non saprei dire se fu l’ambiente o la personalità di quell’individuo che mi preparò a ricevere la rivelazione, ma so che gli stessi argomenti li avevo sentiti molte altre volte espressi da differenti persone e mai mi avevano impressionato. In realtà, era un tipo interessante, il nostro interlocutore; fuggito ancor giovane da un paese d’Europa per non cadere sotto il pugnale del dogma, conosceva il sapore della paura (una delle poche esperienze che portano a valorizzare la vita), poi, passando di paese in paese e attraversando migliaia di avventure, aveva finito col posare le sue ossa in quel luogo dimenticato e lì aspettava pazientemente il momento del grande evento.
Dopo le frasi banali e i luoghi comuni con cui ciascuno spiegò la propria posizione, quando ormai languiva la discussione ed eravamo sul punto di separarci, buttò lì, con lo stesso sorriso di ragazzo picaro che non lo abbandonava mai, accentuando la disparità dei suoi quattro denti incisivi: «L’avvenire è del popolo che, a poco a poco o in un sol colpo, conquisterà il potere qui e su tutta la terra. Il peggio è che deve civilizzarsi, e questo non può realizzarsi prima, ma dopo averlo preso. Si civilizzerà solo imparando dai propri errori, che saranno anche gravi, e costeranno molte vite innocenti. O forse no, forse non saranno innocenti perché avranno commesso l’enorme peccato contro natura di non avere capacità
di adattamento. Tutti loro, tutti i disadattati, anche lei e io, per esempio, moriranno maledicendo il potere che hanno contribuito a creare con il proprio sacrificio, a volte immenso. È che la rivoluzione, con la sua forma impersonale, prenderà la loro vita e persino ne utilizzerà la memoria, che resterà come esempio e strumento di dottrina per i giovani che verranno. Il mio peccato è ancor più grande, perché io, più accorto o con maggior esperienza, la chiami come preferisce, morirò sapendo che il mio sacrificio obbedisce soltanto a un’ostinazione simbolo della civiltà putrefatta che si sta sgretolando, e che per lo stesso motivo, senza che per questo ne venga modificato il corso della storia, e neppure l’impressione che si è fatto di me, lei morirà con il pugno chiuso e la mascella serrata, in una perfetta rappresentazione dell’odio e della lotta, perché non è un simbolo (qualcosa di inanimato che si prende come esempio), lei è parte integrante della società che sta crollando: lo spirito del branco parla attraverso la sua bocca e si muove nei suoi gesti; lei è acuto quanto me, però ignora quanto sia utile l’apporto che dà alla stessa società che lo sacrifica».
Vidi i suoi denti e la smorfia picaresca con cui anticipava la storia, sentii la stretta delle sue mani e, come un mormorio ormai lontano, il formale saluto di commiato. La notte, svanita al contatto delle sue parole, tornava ad avvolgermi, confondendomi in lei; però, malgrado le sue parole, adesso sapevo … sapevo che nel momento in cui il grande spirito che governa ogni cosa darà un taglio netto dividendo l’umanità intera in due sole parti, antagoniste, io starò con il popolo, e lo so, perché lo vedo impresso nella notte, che io, eclettico sezionatore di dottrine e psicoanalista di dogmi, urlando come un ossesso, assalterò barricate o trincee, tingerò di sangue la mia arma e, come impazzito, sgozzerò ogni nemico mi si parerà davanti. E mi vedo, come se una stanchezza infinita stesse già esaurendo questa mia esaltazione, cadere immolato per l’autentica rivoluzione uniformatrice di volontà, pronunciando un mea culpa esemplare. Già sento dilatarsi le mie narici, assaporando l’odore acre della polvere e del sangue, della morte nemica; già si contrae il mio corpo, pronto al combattimento, e preparo il mio essere come un tempio sacro in cui risuoni di nuove vibrazioni e nuove speranze il grido belluino del proletariato trionfante» [1951].

 

Ernesto Che Guevara, Latinoamerica. I diari della motocicletta [1951], Mondadori, 2016. pp. 172-174.

 

 

 

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Risvolto di copertina
Dicembre 1951. Due giovani studenti di medicina argentini, Ernesto Guevara de la Serna e Alberto Granado, partono in sella a una sgangherata motocicletta, pomposamente battezzata "Poderosa", per attraversare l'America Latina. In quei sette mesi di avventure e incontri, destinati a forgiarli per sempre, toccheranno mille luoghi, dalle rovine di Machu Picchu al lebbrosario di San Pablo. Durante il viaggio Ernesto raccoglie appunti e, una volta rientrato, li riordina in un diario che è ormai un mito, l'opera più celebre del Che, un libro di culto letto e amato da almeno tre generazioni. Queste pagine svelano lo sguardo fresco ma già critico e intelligente dell'uomo destinato a diventare, di lì a poco, il comandante Che Guevara; contengono i mille volti dell'America, la miseria degli Indios e la folgorante bellezza del paesaggio; raccontano il desiderio di conoscere, esplorare, capire, emozionarsi come solo a vent'anni si può, mentre la moto perde pezzi per strada e due ragazzi si trasformano in uomini. Come scrisse Guevara riflettendo su quell'esperienza, «quel vagare senza meta per la nostra "Maiuscola America" mi ha cambiato più di quanto credessi».

 


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Ernesto Che Guevara (1928-1967) – Ha più valore, un milione di volte, la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra.

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Essere uomo è precisamente essere responsabile.
Ognuno è responsabile di tutti.
Ognuno da solo è responsabile di tutti.
Ognuno è l'unico responsabile di tutti. 
Antoine de Saint-Exupéry

 

 

Guevara, Prima di morire

 

Ernesto Che Guevara, Prima di morire. Appunti e note di lettura, Feltrinelli, 2010.

 

Nobile pellegrino dei pellegrini,
che santificasti tutti i sentieri
con l'augusto passo del tuo eroismo,
contro le certezze, contro le coscienze,
e contro le leggi e contro le scienze,
contro la menzogna, contro la verità ...


Cavaliere errante dei cavalieri,
gentiluomo degli uomini fieri, principe dei valorosi,
pari tra i pari, maestro, salve!
Salve, perché ritengo che oggi ben poco ti resti
tra gli applausi o il disprezzo,
e tra le corone e gli encomi
e le sciocchezze della moltitudine!

Rubén Darío,
Litanie per il nostro signore Don Chisciotte,
da Otros poemas

 

 

Risvolto di copertina

Un libretto di citazioni: le letture preferite del Che. Un documento che viene pubblicato per la prima volta nel mondo. Avventurosamente ritrovato, il materiale di questo volume fa parte dei taccuini sui quali Ernesto Che Guevara veniva annotando i passi più significativi delle sue letture. Vi si leggono citazioni di Rosa Luxemburg, Lenin, Trotskij, Stalin, Mao Zedong, Lukács, Hegel, Engels, Castro. Compilate con la pazienza e la disciplina di uno studioso severo – un’attitudine che si avverte nella stessa calligrafia, nell’ordine dei paragrafi, nella precisione dei riferimenti bibliografici – queste note di lettura sono accompagnate dalle fotografie dei quaderni, dei documenti, dei reperti. Ma Prima di morire non è solo uno straordinario inedito, è anche la testimonianza di una passione intellettuale, di una coscienza politica che volentieri si intreccia a fantasia e poesia.

 

 


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Pablo Neruda (1904-1973) – È cosi che nasce la poesia: viene da altezze invisibili. Canto e fecondazione è la poesia: l’ho concentrata come prodotto vitale della mia stessa esperienza, circondato dalla folla adorabile, dall’infinita e ricca moltitudine dell’uomo.

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Antonio Melis, Neruda, Il Castoro, n. 38 del 1970

A. Melis, Neruda, Il Castoro, n. 38 1970


 

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«Andando molti anni fa per il lago Ranco verso !’interno mi sembrò di trovare la fonte della patria o la culla silvestre della Poesia, attaccata e difesa da tutta la natura.
Il cielo si stagliava tra le superbe chiome dei cipressi, l’aria agitava le sostanze balsamiche della macchia, tutto aveva voce ed era silenzio, il sussurro degli uccelli nascosti, i frutti e gli stecchi che cadendo sfioravano il fogliame, tutto stava sospeso in un istante di solennità segreta, tutto nella selva sembrava aspettare.
Era imminente una nascita e quello che nasceva era un fiume. Non so come si chiama, ma le sue prime acque, vergini e oscure, erano quasi invisibili, deboli e silenziose, cercando un’uscita in mezzo ai grandi tronchi morti e alle pietre colossali.
Mille anni di foglie cadute nella sua sorgente, tutto il passato voleva trattenerlo, ma imbalsamava soltanto la sua strada. Il giovane fiume distruggeva le vecchie foglie morte e si impregnava di freschezza nutritiva che sarebbe andato ripartendo nel corso del suo cammino.
lo pensai: è cosi che nasce la poesia. Viene da altezze invisibili, è segreta e oscura nelle sue origini, solitaria e fragrante, e, come il fiume, dissolverà tutto quello che cade nella sua corrente, cercherà una strada tra le montagne e scuoterà il suo manto cristallino nelle praterie. Irrigherà i campi e darà pane all’affamato. Camminerà tra le spighe. Sazieranno in essa la loro sete i viandanti e canterà quando lottano o riposano gli uomini. E li unirà allora e tra di loro passerà, fondando paesi. Taglierà le vallate portando alle radici la moltiplicazione della vita.
Canto e fecondazione è la poesia. Ha lasciato le sue viscere segrete e corre fecondando e cantando. Accende l’energia con il suo movimento accresciuto, lavora producendo farina, conciando il cuoio, tagliando il legno, dando luce alle città. È utile e si risveglia con bandiere ai suoi margini. Le feste si celebrano accanto all’acqua che canta.
Mi ricordo a Firenze un giorno in cui andai a visitare una fabbrica. Vi lessi alcune mie poesie agli operai riuniti, le lessi con tutto il pudore che un uomo del continente giovane può provare parlando accanto all’ombra sacra che li soprawive. Gli operai della fabbrica mi fecero poi un regalo. Lo conservo ancora. È un’edizione del Petrarca dell’anno 1484.
La poesia era passata con le sue acque, aveva cantato in quella fabbrica e aveva convissuto per secoli con i lavoratori. Quel Petrarca, che vidi sempre imbacuccato sotto un cappuccio da monaco, era uno di quei semplici italiani e quel libro, che presi nelle mie mani con adorazione, assunse per me un nuovo prestigio, era solo un arnese divino nelle mani dell’uomo».

Pablo Neruda, dal discorso pronunciato a Santiago il 12 luglio del 1954, in occasione del 50° anniversario dell’Università del Cile.

***

«Sincerità, in questa parola cosi modesta, cosi arretrata, cosi calpestata e disprezzata dal seguito sfavillante che accompagna eroticamente l’estetica, si trova forse definita la mia azione costante. Ma semplicità non significa un abbandono semplicistico all’emozione
o alla conoscenza.
Quando rifuggii prima per vocazione e poi per decisione qualsiasi posizione di maestro letterario, ogni ambiguità esteriore che mi avrebbe esposto al rischio continuo di esteriorizzare, e non di costruire, compresi in maniera vaga che il mio lavoro doveva prodursi in forma cosi organica e totale che la mia poesia fosse come la mia stessa respirazione, prodotto ritmato della mia esistenza, risultato della mia crescita naturale.
Per questo, se qualche lezione proveniva da un’opera cosi intimamente e cosi oscuramente legata al mio essere, questa lezione avrebbe potuto essere sfruttata al di là della mia azione, al di là della mia attività, e soltanto attraverso il mio silenzio.
Sono uscito in strada durante tutti questi anni, disposto a difendere principi di solidarietà con uomini e con popoli, ma la mia poesia non ha potuto essere insegnata a nessuno. Volli che si diluisse sulla mia terra, come le piogge delle mie latitudini natali. Non ho preteso che frequentasse cenacoli o accademie, non l’ho imposta a giovani emigranti, l’ho concentrata come prodotto vitale della mia stessa esperienza, dei miei sensi, che rimasero aperti all’estensione dell’amore ardente e del mondo spazioso.
Non pretendo per me nessun privilegio di solitudine: non l’ebbi se non quando mi fu imposta come condizione terribile della mia vita. E allora scrissi i miei libri, come li scrissi circondato dalla folla adorabile, dall’infinita e ricca moltitudine dell’uomo. Né la solitudine né la società possono alterare i requisiti del poeta e quelli che si richiamano esclusi vamente all’una o all’altra falsificano la loro condizione di api che costruiscono da secoli la stessa cellula fragrante, con lo stesso alimento di cui ha bisogno il cuore umano. Tuttavia, non condanno né i poeti della solitudine né gli altoparlanti del grido collettivo: il silenzio, il suono, la separazione e l’integrazione degli uomini, tutto è materiale adeguato affinché le sillabe della poesia si aggreghino precipitando la combustione di un fuoco incancellabile, di una comunicazione inerente, di un’eredità sacra che da migliaia di anni si traduce nella parola e si innalza nel canto.

Pablo Neruda, da La torre, Prado e la mia stessa ombra (Discorso pronunciato all’Università del Cile il 30 marzo 1962).

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I testi sono publicati in: Antonio Melis, Neruda, «Il Castoro», n. 38, Febbraio 1970, La Nuova Italia, pp. 6-8.


 

AntonioMelis

Antonio Melis.

 

Antonio Melis è nato nel 1942, a Vignola (PD). È professore ordinario di Lingue e Letterature Ispanoamericane presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Siena, dove insegna anche Civiltà Indigene d’America. Presso la stessa Facoltà coordina il Master in Traduzione Letteraria e Editing dei Testi e dirige il CISAI (Centro Interdipartimentale di Studi sull’America Indigena). È professore onorario dell’Università Nacional Mayor de San Marcos di Lima. Fa parte del comitato di redazione della Revista de Crítica Literaria Latinoamericana e di In Forma di Parole. Ha fatto parte della giuria di numerosi premi letterari internazionali, tra i quali il Casa de las Américas, il Juan Rulfo, il José Donoso e il Premio Italo Calvino. A partire dallo studio di alcune figure centrali dell’esperienza letteraria contemporanea come José Carlos, Mariátegui, César Vallejo e José María Arguedas, la sua ricerca si è andata orientando progressivamente verso le radici precoloniali e coloniali della cultura andina, con lavori su Juan de Espinosa Medrano e Waman Puma. Alla letteratura peruviana contemporanea ha dedicato numerosi studi e le traduzioni di poeti come Martín Adán, Carlos Germán Belli, Alejandro Romualdo, César Calvo, Luis Hernández, Antonio Cisneros, José Luis Ayala.  Accanto a questo filone centrale ha condotto ricerche sull’area antillana, in particolare con lavori su José Martí, Fernando Ortiz e Alejo Carpentier. Ha tradotto buona parte dell’opera poetica di Ernesto Cardenal. Negli ultimi anni, insieme a Fabio Rodríguez Amaya e Tommaso Scarano, cura per la casa editrice Adelphi l’edizione italiana delle opere complete di Borges, di cui ha tradotto Finzioni. Lo studio delle culture indigene americane è stato sviluppato in direzione del rapporto tra oralità e scrittura e in riferimento alla problematica ecologica. Per la casa editrice Gorée cura la collana “Le voci della terra”, dedicata alla poesia indigena, e “Impronte di parole”, che si occupa delle forme dell’improvvisazione poetica nel Mediterraneo e nell’America Latina. Ha pubblicato saggi monografici su Pablo Neruda, Federico García Lorca ed Ernesto Che Guevara.


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