Karl Jaspers (1883-1969) – La discussione con i teologi si arresta sempre nei punti più decisivi. Un vero dialogo richiede che si ascolti e si risponda realmente, non tollera che si taccia o si eviti la questione.

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«È una sofferenza della mia vita, che si affatica nella ricerca della verità, il constatare che la discussione con i teologi si arresta sempre nei punti più decisivi, perché essi tacciono, enunciano qualche proposizione incomprensibile, parlano d’altro, affermano qualcosa di incondizionato, discorrono amichevolmente senza aver realmente presente ciò che prima s’era detto, e alla fine non mostrano alcun autentico interesse per la discussione. Da una parte infatti si sentono sicuri, terribilmente sicuri, nelle loro verità, dall’altra par loro che non valga la pena prendersi cura di noi, uomini duri di cuore. Ma un vero dialogo richiede che si ascolti e si risponda realmente, non tollera che si taccia o si eviti la questione, e soprattutto esige che ogni questione fideistica, in quanto enunciata nel linguaggio umano, in quanto rivolta a oggetti e appartenente al mondo, possa essere messa di nuovo in questione, non solo esteriormente e a parole, ma dal profondo di noi stessi. Chi si trova nel possesso definitivo della verità non può parlare veramente con un altro, perché interrompe la comunicazione autentica a favore del suo contenuto di fede».

Karl Jaspers, La fede filosofica, a cura di U. Galimberti, Cortina, 2005, pp. 132-133.


Karl Jaspers (1883-1969) – Solo attraverso la verità diveniamo liberi, la verità è la dignità dell’uomo.
Karl Jaspers (1883-1969) – Filosofare presuppone una visione del mondo ed è espressione specifica di un se-stesso originariamente libero. Filosofano veramente solo quegli uomini che sono originariamente se stessi e che nel filosofare si incontrano e si legano tra loro.
Karl Jaspers (1883-1969) – La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità e risulta dall’intreccio di pensiero e vita, compiendo l’uomo una metamorfosi di se stesso.

 


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Karl Jaspers (1883-1969) – La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità e risulta dall’intreccio di pensiero e vita, compiendo l’uomo una metamorfosi di se stesso.

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La coscienza della verità deve ricrescere ogni volta di nuovo in ogni epoca storica

La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità

La verità risulta dall’intreccio di pensiero e vita

Conquistare la verità significa che l’uomo
deve compiere una metamorfosi di se stesso

La verità è costituita dal processo di educazione ed autoeducazione
in un mondo in via di formazione

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La coscienza della verità deve ricrescere ogni volta di nuovo in ogni epoca storica

«L’offuscamento della coscienza della verità è […] espressione della mancanza di ordine tipica di questa epoca storica.

La coscienza della verità non si trova semplicemente già qui presente in una immediatezza vivente. Essa deve piuttosto ricrescere ogni volta di nuovo in ogni epoca storica e negli uomini che ne fanno parte: cresce attraverso la tradizione in quel processo di formazione dell’umanità che essa stessa ha acquisito; questo processo incomincia, stando alla nostra memoria, con i Greci, ha il proprio retroterra culturale in Asia e nell’oscurità misteriosa della preistoria, e sorge dall’esperienza del mondo nell’agire interiore del singolo che appartiene alla propria comunità.

La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità

La coscienza della verità ha la propria fonte in una profondità a partire dalla quale si fa incontro all’intelletto ciò che diventa chiaro solo grazie ad esso. La verità non è semplicemente presente né nell’intelletto né nel sentimento. Io non posso, contro l’intelletto, fare appello al sentimento, all’istinto, agli impulsi, ma nemmeno vedere nell’oscurità solo una riprovevole insensatezza a causa di una qualche superbia intellettuale. La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità, che ha anche nel sentimento un modo d’esserci sì immediato (e come tale di per sé ancora incomunicabile), ma che non può essere trascurato. Il sentimento diventa vero solo quando ciò che si trova in esso diventa un pensiero chiaro e un’azione sensata o assume una figura visibile.

La verità risulta dall’intreccio di pensiero e vita

La verità risulta dall’intreccio di pensiero e vita, mentre l’offuscamento della coscienza della verità nasce dalla decadenza: qui rimane, al posto della verità, la vuotezza dell’intelletto e la cecità della vita vissuta, rimangono l’inaffidabilità e l’instabilità di entrambi. L’uomo diventa se stesso sulla via della verità concentrandosi e costituendo un legame unitario tra elementi che spingono per separarsi. Distraendosi, l’uomo si perde, facendo appello alternativamente al mero intelletto o al mero istinto, senza mai essere qui presente in quanto se stesso. L’uomo autentico percepisce come estraneo alla sua essenza il fare, l’essere e il sentire, qualora questi siano separati dal pensiero. Egli infatti non ha mai certezza e autocoscienza senza pensare; ma al tempo stesso esperisce come altrettanto estraneo alla sua essenza il pensiero fuori dal tempo e lontano dalla realtà. Infatti il suo pensiero è vero per lui solo entrando nel tempo, divenendo vita e legandosi come tale alla realtà storica.

Conquistare la verità significa che l’uomo
deve compiere una metamorfosi di se stesso

L’offuscamento della coscienza della verità in un mondo in decadenza sollecita, come ha fatto fin dai sofisti greci e come fa sempre di nuovo, alla chiarezza di ciò che è autenticamente vero. Ma non si può ottenere la verità attraverso affermazioni apparentemente ovvie, perché una verità perduta non può essere ritrovata con asserzioni dogmatiche che saltano fuori dal nulla. Conquistare la verità significa che l’uomo deve compiere una metamorfosi di se stesso, passando da una condizione confusa e cieca ad una condizione chiara della propria essenza in quel mondo che egli stesso occupa: ciò è possibile solo se egli afferra l’essere nella sua realtà effettiva.

La verità è costituita dal processo di educazione ed autoeducazione
in un mondo in via di formazione

La verità non è mai costituita, nella sua pienezza sostanziale, dal solo pensiero filosofico, ma dal processo di educazione ed autoeducazione in un mondo in via di formazione. In considerazione di ciò, però, si chiarisce che la verità si costituisce, filosofando, a partire dall’esperienza comune di questo destino».

Karl Jaspers, Della verità. Logica filosofica, trad. di Diego D’Angelo, Bompiani, 2015, pp. 9 e 11.


Karl Jaspers (1883-1969) – Solo attraverso la verità diveniamo liberi, la verità è la dignità dell’uomo.
Karl Jaspers (1883-1969) – Filosofare presuppone una visione del mondo ed è espressione specifica di un se-stesso originariamente libero. Filosofano veramente solo quegli uomini che sono originariamente se stessi e che nel filosofare si incontrano e si legano tra loro.

 


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«Il filosofare vive fondamentalmente grazie a pochi filosofi che nel corso di due millenni e mezzo sono apparsi, ciascuno nella propria unicità e nella propria misura, come apice e origine del filosofare stesso. Gli altri procedono da essi, ma non partecipano alla loro origine se non la incontrano a partire dalla propria. Nessuno è acceso dalla verità tramandata se già non ne possiede in sé la scintilla, e anche in questo caso non è propriamente creativo anche se è vero e originario.
Per l’identità del vero filosofare e di quello originario è impossibile imparare la filosofia o limitarsi a recepirne la verità. L’appropriazione, che non è né progresso né irrigidimento, è la realtà del filosofare che si diffonde ridestando.
Quando la propria originarietà, cercando l’origine nei grandi filosofi, è sospinta verso ciò che traspare dalle loro dottrine, il filosofare che ne risulta, e che mentre interpreta sussiste da sé, può esprimersi svolgendo una filosofia sistematica che, se non riesce mai ad entrare, neppure in piccolissima parte, nello spazio riservato ai grandi, costItuisce però quell’organo del filosofare che, pur non creando da sé, rimane sempre un filosofare originale che mantiene aperto l’accesso ai grandi. Questa filosofia non potrà evitare di cercare di nuovo, in ogni situazione storica, la propria forma. Chi la cerca nell’appropriazione, nella tradizione e nella venerazione incondizionata di quei filosofi secolari che non compaiono in ogni tempo, finisce col non distinguersi più da essi.
Poiché l’appropriazione presuppone che il filosofare mi giunga in forma oggettiva, e poiché per comprendere si richiede un certo mestiere, il filosofare si traduce inevitabilmente in dottrina che, come tale, espone il filosofare a quei possibili fraintendimenti che lo annichiliscono. La dottrina e la scuola, nonostante rappresentino un pericolo per il filosofare autentico, costituiscono pur sempre un compito a cui nessun filosofare si può sottrarre se vuoi comunicarsi ad un esserci nel mondo.
Le Università, come strutture di coesistenza di tutte le scienze per realizzare in tutte le direzioni le possibilità del sapere, per indagare, per comprendere e apprendere tutto ciò che può presentarsi, tanto nei fatti, quanto nelle costruzioni intellettuali, possiedono un’unità e una vita intensa dovuta al filosofare che è presente in ogni ricercatore e in ogni erudito. Questo qualcosa in “più rispetto alla scienza” di cui tra l’altro ne costituisce il senso, oltre a stabilirne le reciproche relazioni, nell’insegnamento della filosofia diventa coscienza esplicita come anima del complesso. Le Università prosperano e fioriscono nella misura in cui sono penetrate e ispirate da quest’anima.
[…]
La scuola, a causa della stabilizzazione della filosofia, incorre nella perdita del filosofare nella misura in cui gli uomini tendono a raggiungere in una dottrina quella stabilità che li dispensa dall’esigenza d’esser-se-stessi. In questa forma di irrigidimento aumenta per la filosofia il pericolo di tradursi in un’attività ricercata per ottener prestigio, soprattutto quando, per la sua tradizione nelle istituzioni sociologiche (nell’antichità e nelle Università moderne), seduce quanti, privi di vocazione, sono indotti a crearsi con essa una posizione. Allora chi non ha filosofato a proprio rischio, a contatto col mondo, con gli uomini e con la tradizione storica, è indotto a trattare la filosofia come se fosse una scienza costituita, una disciplina specifica che si può apprendere, che si può incrementare con operazioni intellettuali e quindi insegnare.
[…]
Ma chi filosofa con l’intenzione di fondare una scuola non può che esser falso fino alla radice. Non solo, infatti, tratta la filosofia come se fosse una scienza, ma suppone d’esser l’unico a possederla veramente per averla posta, come scienza, sul retto cammino. Separa, ad esempio, la filosofia dalla visione del mondo perché, a suo giudizio, la filosofia contiene affermazioni universalmente valide, e alla visione del mondo non riconosce altro valore se non quello d’esser una tra le molte; secondo lui la filosofia deve essere possibile senza una visione del mondo. Esige riconoscimenti per la sua dottrina e ritiene che ciò che gli altri hanno fatto non sia filosofia. È polemico, perché vive originariamente senza quel se-stesso che lo porterebbe a filosofare, per cui si limita a negare gli altri e a solidificare la propra posizione. […]
Chi, come discepolo, adotta la dottrina e il metodo di un altro che funge da maestro, traduce l’una e l’altro in qualcosa di estraneo, anche quando il maestro, filosofando originariamente, si limita a dare espressione a un contenuto. La storia della filosofia ci mostra i modi attraverso cui la filosofia s’è trasformata in un giro vuoto di concetti o nell’arte dei metodi. La condizione di discepolo può avere la funzione storica di conservare gli scritti di un grande filosofo e di darne notizia; modificando le sue costruzioni intellettuali, il discepolo può gettare una luce retroattiva sul filosofo, può ampliarne qualche aspetto tecnico, e, per il contrasto che esiste tra il suo essere e quello del filosofo, può delinearlo con maggior esattezza, ma non può filosofare, perché il filosofare è l’espressione specifica di un se-stesso originariamente libero.
La scuola che risolve la filosofia in una scienza specifica fa assumere al maestro un atteggiamento che lo induce a promettere continuamente ciò che non può mantenere, per l’impossibilità di fornire la conoscenza della verità dell’incondizionato nelle forme di un sapere oggettivo. Nel discepolo, invece, fa sorgere il desiderio di impadronirsi a poco a poco della filosofia, memorizzandone le tesi. Ma quando il maestro e il discepolo s’aggrappano tenacemente a qualcosa, la filosofia in essi si estingue senza neppure diventare scienza, perché di fatto sia l’uno sia l’altro non hanno tra le mani proprio nulla.
Filosofano veramente solo quegli uomini che sono originariamente se stessi e che nel filosofare si incontrano e si legano tra loro. Si porta la bandiera della filosofia ancor più nobilmente quando si coglie ciò che v’è di autentico nella totalità, attraverso itinerari che si inoltrano nel vuoto senza alcun aiuto, mentre si vien meno all’intento quando, per dignità professionale, si affossa il filosofare nell’ordine convenzionale di un atteggiamento condizionato dalla superstizione scientifica. Se dunque la realtà della filosofia si affianca necessariamente alla corrente dell’attività scolare, ciò avviene solo
nell’intento di assicurare la trasmissione professionale del pensiero e di accompagnare nella ricerca chi impara, affinché questi si separi con l’inizio del suo filosofare e rischi tutto su di sé. La filosofia si realizza se ci si riprende dallo smarrimento in cui sempre e di nuovo si cade. Essa non può rivolgersi, come fa la scienza, a degli specialisti, ma solo alla vita fiosofica presente in ogni uomo, sia esso scienziato, ricercatore o erudito. Originariamente filosofi, costoro si prendono la libertà di oltrepassare, nel pensiero, il pensiero, per giungere là dove non si ha a che fare col sapere vincolante, ma con la totalità, ossia con l’essere stesso.
La vera scuola, quindi, sia pure in un senso del tutto indeterminato, ossia senza l’unità di una dottrina, è l’insieme di una vita filosofica che si trasmette. Gli individui, che sono insostituibili, scelgono già nel punto di partenza del loro filosofare le loro prossimità e le loro distanze. Questa scuola non si raccoglie intorno al nome di un maestro. I suoi membri si incontrano in un rapporto di autentica indipendenza perché possiedono la solidarietà della libertà, mentre gli insinceri considerano un valore la solidarietà che nasce dall’appartenenza a un circolo. La libertà si avverte dove c’è libertà, la si percepisce con entusiasmo anche là dove c’è dell’ostilità. I membri di questa scuola possono incorrere in una situazione di ostilità filosofica che è tanto radicale quanto cavalleresca perché cercano di convertire i nemici in amici. Infatti anche nell’opposizione perdura quella comunità che ha le sue radici profonde nel possibile essere libero. Questa scuola è l’atmosfera del filosofare occidentale iniziato dai greci come un regno anonimo che perdura nel tempo.
Nel legame indeterminato che si stabilisce in questa scuola, la tradizione è assicurata dall’istituzione e, ciò nonostante, è libera; essa si limita a porre una disciplina nelle premesse e non pretende di prolungare se stessa nella forma di una dottrina conquistata, ma piuttosto spera di ridestare l’altro se-stesso. È una forma di decadenza indugiare nel ruolo di discepoli soddisfatti d’esser seguaci, perché l’amore per l’altro, che nasce dal profondo della propria libertà, permette solo che si instauri un identico livello di comunicazione come realtà, oppure una lontananza che consenta di prendere le distanze come difesa della possibilità».

Karl Jaspers,
Filosofia, a cura di Umberto Galimberti,
Utet, 1978, pp.410-415.

 

 

 

KARL JASPERS (1883 - 1969) Philosophe allemand en 1910.

KARL JASPERS nel  1910.


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Karl Jaspers (1883-1969) – Solo attraverso la verità diveniamo liberi, la verità è la dignità dell’uomo.

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«Scorgere la verità è la dignità dell’uomo.
Solo attraverso la verità diveniamo liberi,
e solo la libertà ci rende pronti incondizionatamente
per la verità».

Karl Jaspers, Piccola scuola del pensiero filosofico, SE, 2006.

***

Risvolto di copertina

In quest'opera l'autore affronta i grandi temi della condizione umana. Scrive, nella Prefazione: "Quando la radio bavarese mi invitò a tenere un corso di filosofia accettai con entusiasmo pur senza nascondermi le difficoltà del compito. Come titolo proposi: «Piccola scuola del pensiero filosofico». Il che vuol dire che cercherò di battere le strade del pensiero empirico e razionale sinché non si mostrino le sue origini. E cercherò di porre in una luce più intensa il fondamento in noi stessi e al di là di noi, da cui scaturiscono i significati e gli orientamenti universali".

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