«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
Gatti che s’aggirano con la loro enigmatica presenza nella nostra vita, una natura che scatena le sue forze tra tempi sospesi e riflessioni filosofiche giocate con un linguaggio all’apparenza semplice, con i ritmi della filastrocca. Amedeo Anelli scrive di sogni sognati, guarda la vita passare come davanti ad una stazione con i treni che corrono. Che senso ha la vita? Intanto i gatti giocano, si aggrappano alle maniglie e ci guardano vivere come fanno anche i tigli lungo la strada. Una poesia che riflette sul linguaggio e sul senso del vivere, del mistero delle cose che esistono e ci circondano accompagnando la nostra vita, Parole alla ricerca di un senso, con uno sorriso che forse masconde uno sberleffo. Guido Conti accetta la sfida e illustra i versi dei quartetti di Anelli in un dialogo complice e divertito, con gli acquerelli che sciolgono e raggrumano le forme, in una dinamica continua. Anche il pennello cerca un segno che diventi senso. E così i quartetti diventano un libro d’arte dove parola e disegni s’inseguono in un gioco in divenire tra segno e forma.
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AMEDEO ANELLI si occupa di poesia, filosofia, critica, teoria della Letteratura e d’Arte con numerose pubblicazioni. Neve pensata (Mursia, 2017; ed. in francese Libreria Ticinum, 2020, traduzione di Irène Duboeuf), Polifonii (Ikon, 2019) in romeno e in italiano, traduzione Eliza Macadan, L’Alfabet du monde, Editions du Cygne, 2020, traduzione di Irène Duboeuf, sono le sue ultime raccolte poetiche. Nel 2016 è stato inserito in Poesia d’ oggi. Un’antologia italiana a cura di Paolo Febbraro (Elliot) e Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazioni in Italia (Mursia) a cura di Daniela Marcheschi. Traduttore dal russo di diversi volumi di poeti novecenteschi ha pubblicato la raccolta di Nikolaj Gumilëv, Nel giorno in cui il mondo fu creato (Avagliano 2020). Ha fondato e dirige la rivista internazionale di poesia e filosofia «Kamen’». È membro di diverse istituzioni nazionali ed internazionali.
GUIDO CONTI è parmigiano, ha pubblicato antologie di racconti come Il coccodrillo sull’altare (Guanda, 1998, Premio Chiara); tra i suoi romanzi, I cieli di vetro (Guanda, 1999, Premio Selezione Campiello), Il tramonto sulla pianura (Guanda, 2005), e Le mille bocche della nostra sete (Mondadori, 2010) tradotto in Olanda e in Spagna. Ha curato la raccolta degli scritti di Cesare Zavattini, Dite la vostra (Guanda, 2002), ha scritto Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, (Rizzoli, 2008, Premio Hemingway per la critica) e come saggista ha pubblicato Cesare Zavattini a Milano, Letteratura, rotocalchi, radio, fotografia, editoria, fumetti, cinema, pittura (Libreria Ticinum Editore, 2019). Per i ragazzi ha scritto e illustrato la saga della cicogna Nilou: Il volo felice della cicogna Nilou, (Rizzoli, 2015), Nilou e i giorni meravigliosi dell’Africa (Rizzoli, 2015) e Nilou e le avventure del coraggioso Hadì, (Libreria Ticinum Editore) tradotti in Corea del Sud, Grecia, Spagna, Austria e Cina; e la favola ecologica tratta da una storia vera Un giorno tornerò da te, (Libreria Ticinum Editore 2020). Per Parma Capitale della Cultura 2020-2021 ha pubblicato La città d’oro, Parma e la letteratura, 1200-2020, (Libreria Ticinum Editore, 2020 e Giunti ha nel 2018 il romanzo Quando il cielo era il mare e le nuvole balene.
Un tuffo …
… tra alcuni dei libri di Amedeo Anelli …
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
L’umanesimo socratico, negli scritti di Labriola, ha come fine la felicità (εὐδαιμονία): è confronto con i propri conflitti, relazione con il comune fondamento comunitario di ogni individualità
Il concetto è una breccia che fende la cappa dell’immobilità che si nutre di dogmatismi e pregiudizi sclerotizzati: l’atto di fendere i “dis-valori” del politicamente corretto segna una faglia ed è l’incipit della storia e delle storie.
Il Socrate di Labriola Ogni epoca e ogni autore ha variamente interpretato Socrate. Il Socrate di Antonio Labriola coglie aspetti imperituri nella genesi del pensiero di Socrate. In Labriola Socrate rappresenta l’emergere della coscienza attraverso conflitti e contraddizioni. La coscienza socratica è già umanesimo nella sua forma matura, in quanto vi è nei dialoghi socratici la consapevolezza che il destino umano come le idee non cadono dal cielo, ma sono il punto di convergenza e divergenza con sé e con l’alterità. L’essere umano è il fondamento della legge, ogni obbedienza formale e non mediata dalla ragione non è che “offesa” alla dignità e all’autonomia umana. L’umanesimo socratico è un percorso in cui è inevitabile lo scontro-incontro tra la coscienza e le forme di sussunzione del potere. Socrate scopre che la vita psichica è abitata dal potere con le sue liturgie ed i suoi pregiudizi, ma il logos può mettere in atto processi di liberazione, che non sono miracolosi, ma necessitano della comunità educante. La libertà è attività che dà nuova forma all’anima, che in tal modo può risplendere nella sua armonia sempre viva:
«Il suo convivere coi giovani, il suo perpetuo ragionare, la sua preoccupazione logica, e fino la relazione con Cherefonte, vi appariscono come cose già note a tutti; e tali, che, senza essere caratterizzate con fedeltà storica, si prestavano a rappresentare vivamente su la scena una personalità già stata argomento di molti discorsi nel pubblico. Quanto lavoro e quante lotte non ha dovuto sostenere Socrate, per raggiungere una forma di coscienza così pronunziata; e quanti motivi non han dovuto esercitare la loro azione sul suo animo, dal momento che abbandonata la bottega del padre cominciò egli a vivere nella sua beata e laboriosa ἀπραγμοσύνῃ?».[1]
L’umanesimo socratico L’umanesimo di Socrate ha come fine la felicità (εὐδαιμονία). Quest’ultima non è uno stato di grazia improvviso, ma è cammino dialogico e comunitario. La felicità del singolo non può essere disgiunta dal benessere della comunità. L’umanesimo socratico dimostra che la natura umana è comunitaria: pertanto lo sviluppo dell’individualità è parallelo all’evolversi della comunità. I singoli devono rapportarsi con il “tutto” a cui appartengono, devono legare responsabilmente il loro destino alla comunità. La felicità in Socrate è confronto con i propri conflitti, relazione con il comune fondamento comunitario di ogni individualità, la quale non è mai astratta, ma concreta, perché dialettica. Il logos nel pensare se stesso rivive la pluralità delle relazioni che lo hanno formato, agisce sul passato che condiziona il presente per liberare il futuro dalle angustie che ne inibiscono le potenzialità:
«Il termine comune di tutti questi svariati fini è l’εὐδαιμονία, al cui conseguimento ci ha disposti l’ordine intero della natura, che nella sua bellezza ed armonia ha come ultimo scopo l’umana felicità: ma questo fine non si raggiunge per caso o per fortuite circostanze, né la sua misura sta in arbitrio dell’uomo, perché il conseguimento n’è coordinato alla esatta cognizione della propria capacità in relazione con l’ingenito bisogno del benessere, ed il limite n’è predeterminato dalle reali condizioni della vita».[2]
Socrate pone problemi eterni. Pertanto, mediante la sua parabola filosofica, è possibile leggere la tragedia della contemporaneità. L’individualismo sofistico conduceva inevitabilmente alla disintegrazione della comunità come l’economicismo crematistico attuale. La tirannia degli individui comportava il relativismo nichilistico, di conseguenza l’economico assimilava il politico. La contemporaneità è nel segno della scomparsa del politico e nella forma del totalitarismo dell’economico tecnocratico. La variopinta democrazia, come Platone definiva la tirannia della maggioranza, è la premessa del dispotismo. L’individualismo sregolato conduce al caos che legittima la presa del potere del tiranno. In Socrate vi è l’urgenza etica di porre un limite alla deriva nichilistica mediante l’elaborazione di un metodo capace di porre una “concettuale barriera” all’individualismo ed al degrado morale conseguente. Il metodo socratico è il corpo vivente della prassi socratica, è il limite (κατέχον) all’avanzare della tirannia del singolo. Contro l’arbitrarietà del singolo che erge i propri desideri a legge del mondo, Socrate contrappone la forza etica del metodo che si incarna nella consapevolezza della coscienza e del dialogo sempre vivo con se stesso e con l’alterità. La parola è salvifica, in quanto la dualità che essa comporta è segnata dalla presenza sempre viva dei soggetti dialoganti L’umanesimo è parola emancipatrice che consente lo sviluppo autentico di ogni individualità nella comunità. L’umanesimo comporta la liberazione della parola dalle pastoie dell’utilitarismo economico più bieco. Sotto i colpi dell’economicismo individualistico la prima vittima a cadere è la parola, la quale è negata nella sua natura per essere solo mezzo:
«Nella pratica della vita le tendenze degli individui, delle classi e dei partiti aveano preso a seguire direzioni divergenti, e di tale una intrinseca differenza ed opposizione, da presentare il triste spettacolo di una morale pubblica, che precipita pel declivio di una sicura rovina. Tutto piglia una piega arbitraria, ed in una sfera più alta assume il carattere di una ricerca, che non mira ad altro che alla piena soddisfazione del criterio personale, è soggettiva, diremmo noi nel nostro linguaggio (i Sofisti). Socrate, che era pure penetrato dal bisogno di valutare alla misura della convinzione il merito od il demerito degli uomini, reagì contro le tendenze arbitrarie con la sicurezza del metodo ricercativo, e con l’aver fissata la misura costante delle azioni in una stregua più alta, e di un carattere incondizionato, quello della obbiettività della legge nell’ordine delle cose naturali, e delle relazioni sociali. Egli va d’accordo con lo spirito del tempo, e non se ne avvede; perché la maggiore intimità delle sue convinzioni lo avea fornito dei mezzi per reagire[3]”.
Prassi e limite Il limite in ogni individualismo è vissuto ed interpretato come un’offesa alla libertà dell’individuo. Socrate dimostra che la consapevolezza di esso è la forma più alta di libertà e di umanità, altrimenti è oggetto di forze esterne, degli appetiti incontrollabili e di fantasie di onnipotenza. Il limite ricercato e razionalizzato permette al soggetto di dare forma alla propria vita, di disegnarne i margini d’azione e di definirne le possibilità entro cui la prassi può concretizzare l’azione personale e politica. Le individualità fioriscono all’ombra della forma, devono sottrarre le ridondanze dell’anima (desideri smodati, certezze ossificate, sogni d’onnipotenza senza realtà e verità) che ne impediscono lo sviluppo:
«Ma la differenza e la opposizione apparisce maggiormente in quel principio di Socrate, che poc’anzi abbiamo esaminato. Socrate, con l’ammettere la limitazione del sapere umano, non pronunziava solo una massima di morale rassegnazione, o di religiosa riverenza verso la divinità, ma esprimeva eziandio con maggiore evidenza il bisogno di un criterio di assoluta certezza. Il sapere diveniva così non solo formalmente certo, ma intrinsecamente predeterminato ad uno scopo, nel quale dovea attuare, e necessariamente esaurire, la propria attività e potenza».[4]
La libertà non è la soddisfazione immediata di un desiderio, ma un lungo lavoro razionale che presuppone la disposizione emotiva a conoscersi: il “conosci te stesso” (γνῶθι σαυτόν) è la libertà che si rivela al soggetto. Nessun individuo nasce libero, ma la libertà è possibile solo nell’incontro dialettico con una comunità che accoglie ed educa. La libertà è una potenzialità dell’essere umano che si impara con un lungo “addestramento”. I maestri della libertà appaiono nella vita di ciascuno, ma sta al soggetto disporsi ad un “sì” positivo e costruttivo irto di difficoltà, perché ripensare i propri convincimenti può essere doloroso: imparare a pensare non è attività spontanea, ma necessita di una non breve formazione. L’esperienza di Socrate palesa che la libertà non è una realtà astratta, in cui il soggetto è un assoluto sciolto da ogni legame etico, ma la libertà è il legame che si concretizza nella parola autentica, nella quale l’io appare nella sua forma viva, nelle sue potenzialità più autentiche. Il conoscersi diviene libertà di essere con e per la comunità senza rinunciare alla propria individualità profonda:
«La conoscenza di se stessi non ha luogo mediante un’apprensione immediata, ma è un risultato dell’esame. Bisogna dapprima cadere nell’aporia, e mettere in discussione il concetto esatto di quello che si prende a seguire, come termine e oggetto della propria attività. La discussione percorre tutti gli stadi che abbiamo esposti parlando del metodo in generale; ed una volta che il concetto è stato fermato mediante la definizione e determinato chiaramente in tutte le sue attinenze, si tratta in fine di vedere se l’individuo adegui o pur no, con le sue personali attitudini, le reali condizioni del fine propostosi. La conoscenza di se medesimo diviene così per l’individuo il reale convincimento della propria attitudine; e mette termine nella consapevolezza del fine cui deve tendere e dei mezzi per conseguirlo. L’apparente universalità logica del precetto sparisce innanzi alle reali condizioni nelle quali si svolge, e diviene in fine una esigenza pedagogica; mercé la quale il filosofo, suscitato dapprima il bisogno dell’esame, conduce il suo interlocutore a sottostare all’intrinseca virtù della convinzione».[5]
Filosofia come pratica radicale La consapevolezza in Socrate mette in discussione il principio di autorità. Non vi sono principi etici o religiosi che non possano essere posti in discussione. La pratica filosofica è radicale, non conosce recinti sacri. La dialettica dialogica pone in esame i fondamenti della comunità, non per distruggerli o per affermare l’illimitato, ma per aderire ad essi con la mediazione della coscienza e dunque vi è il passaggio dalla sussunzione ad una adesione di tipo qualitativo e partecipata che favorisce il benessere generale:
«Il concetto della vita dipendeva per Socrate, in tutto e per tutto, dal principio della consapevolezza; e la costante applicazione di questo criterio non poteva in qualche punto non contradire al naturale sentimento della domestica pietà. Egli in fatti non rifuggì dalla pericolosa opinione di far dipendere la filiale riverenza dal grado di capacità o d’intelligenza, che il figlio può presumere nel padre, autorizzandolo a non sacrificare la propria intellettuale capacità al principio istintivo del rispetto e dell’ubbidienza. Da questa ambigua posizione seppe trarre partito Aristofane nella interessante catastrofe delle Nuvole, per improntare nel suo dramma quel carattere di morale severità, che lo eleva dalla sfera ordinaria di un contrasto comico alla estetica dignità di una profonda antitesi etica e pedagogica».[6]
Il bene socratico Il bene in Socrate è l’utile nella forma di ciò che fortifica la coscienza e consente alla natura di ciascuno di esprimere l’universale concreto: “individuale ed universale” sono in un felice connubio che rende il soggetto disposto al riorientamento gestaltico, il quale è maieutico e dunque è una nuova nascita. Vi è, dunque, una gerarchia tra i beni, i quali sono molteplici, ma devono essere posti nella giusta teleologia da un bene maggiore, devono essere ordinati in funzione della buona vita:
«Il bene adunque è l’utile, cioè quello che favorisce la nostra natura e fortifica in noi il sentimento della felicità. Le due sfere di questi concetti non sono precedentemente determinate nella loro opposizione e poi ridotte all’identità logica del giudizio, per degradare il valore del bene a vantaggio dell’utile».[7]
Il bene è l’utile condiviso, ciò che nutre positivamente la coscienza della comunità e si realizza nelle individualità. Il bene non è un a priori predeterminato, ma la possibilità più autentica che si concretizza nella parola che emancipa dai pregiudizi e dalle caverne senza prospettive. Socrate ha testimoniato che è possibile un altro modo di vivere e di operare nel rispetto di un universale concreto e dinamico in cui ritrovarsi senza il timore di capirsi e conoscersi, in quanto non vi è altro modo per vivere una vita degna di essere definita “umana”. L’esperienza di Socrate è la prova che il potere non ammette che si “viva la verità”.
Socrate e Labriola Nell’opera di Labriola si rilevano tracce del pensiero socratico, in primis l’umanesimo, senza il quale ogni rivoluzione o riforma non può che cadere in un semplice avvicendarsi di poteri. Secondo il paradigma socratico nessuna teoretica può essere trasformata in dogma, pertanto lo stesso materialismo storico dev’essere rielaborato e ridefinito, in quanto vi è filosofia dove vi è critica. Il materialismo storico non è un sistema concluso da cui attingere in modo meccanico, ma un modello concettuale da ridefinire e ripensare in modo critico; ogni sacralizzazione del pensiero di un autore è negazione della pratica filosofica:
«Tutti cotesti scritti hanno un fondo comune; e questo è il materialismo storico, inteso nel triplice aspetto, di tendenza filosofica nella veduta generale della vita e del mondo, di critica dell’economia, che ha modi di procedimento riducibili in leggi solo perché rappresenta una determinata fase storica, e di interpretazione della politica, e soprattutto di quella che occorre e giova alla direzione del momento operaio verso il socialismo. Questi tre aspetti, che qui enumero astrattamente, come accade sempre per comodo di analisi, faceano uno nella mente degli autori stessi. Perciò quegli scritti, che, tranne il caso dell’Antidühring di Engels e del primo volume del Capitale, non parranno mai ai letterati di tradizione classica come condotti secondo i canoni dell’arte di faire le livre, sono in verità delle monografie, e nella più parte dei casi dei lavori d’occasione. Ossia, sono i frammenti di una scienza e di una politica che è in continuo divenire; e che altri – e non dico che ciò sia l’affare del primo venuto – deve e può continuare. Per intenderli, dunque, a pieno, bisogna ricollegarli biograficamente; e in tale biografia è come la traccia e l’orma, e a volte l’indice e il riflesso della genesi del socialismo moderno».[8]
Socrate è il modello archetipico della filosofia in cui la critica dialogante non sacralizza nessuna posizione, ma le rigenera nella storia. Vi è filosofia nel concetto che si definisce nel libero contributo storicamente condizionato. Se non vi fosse tale spazio di libertà non vi sarebbero né storia e né umanesimo, l’uno si intreccia e sostiene l’altro in una continuità inscindibile. Il marxismo è nella sua struttura attività critica, si potrebbe aggiungere socratica, per cui le categorie della teoretica marxiana includono la necessaria possibilità di ampliamento e rinnovamento della stessa dottrina:
«Il marxismo – giacché questo nome è oramai adottabile come simbolo e compendio di un molteplice indirizzo e di una complessa dottrina – non è e non rimarrà tutto rinchiuso negli scritti di Marx e di Engels. Ci vorrà, anzi, molto, prima che esso divenga la dottrina piena e completa di tutte le fasi storiche già ridotte alle rispettive forme della produzione economica, e regola al tempo istesso della politica. A ciò fare occorre, o studio accuratamente nuovo di fonti, per chi voglia ingegnarsi a studiare il passato secondo l’angolo visuale della nuova veduta storico-genetica, o speciali attitudini di orientazione politica in chi voglia praticamente operare al presente. Come quella dottrina è in sé la critica, così non può essere continuata, applicata e corretta, se non criticamente».[9]
La filosofia è l’arte di creare e ricreare concetti. Senza tale operazione non vi è filosofia e non vi è storia, poiché il concetto è una breccia che fende la cappa dell’immobilità che si nutre di dogmatismi e pregiudizi sclerotizzati: l’atto di fendere i “dis-valori” del politicamente corretto segna una faglia ed è l’incipit della storia e delle storie.
Salvatore Bravo
[1] Antonio Labriola, Socrate, Laterza Bari, 1909, pag. 23. [2]Ibidem,, pag. 37. [3]Ibidem, pag. 43. 4]Ibidem, pag. 59. [5]Ibidem, pag. 98. [6]Ibidem, pag. 110. [7]Ibidem, pag. 132. [8] Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, Liber Liber, 2002, pag. 10. [9]Ibidem, pag. 13.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
Tra le più imponenti creazioni che l’antichità ci ha trasmesso si colloca il Corpus delle opere mediche di Ippocrate, un passo capitale nella storia e nel progresso scientifico. Una sessantina di scritti radunati in età alessandrina, nove tomi, migliaia di pagine nell’edizione critica ottocentesca di Émile Littré affiancata da traduzione francese; certamente non tutte del Maestro ma aggregate dalla sua scuola. Si aprono col Giuramento che ancora non molti anni fa i medici prestavano nell’atto di discutere la tesi: «Giuro per Apollo medico e per Asclepio e per Igea e per Panacea che manterrò pura e santa la mia vita e la mia arte … »; e si chiudono col sigillo finale del primo e dell’ultimo Aforisma: «La vita è corta, l’arte vasta, l’occasione rapida, l’esperienza fallace, il giudizio arduo … Ciò che noncurano le medicine, cura il ferro; ciò che non cura il ferro, cura il fuoco; ciò che non cura il fuoco, bisogna giudicarlo incurabile» .
«Non è assurdo raccomandare la saggezza per molte circostanze della vita», tanto più se non associata a un lucro turpe e a una condotta disonesta, prosegue Ippocrate in un altro testo altissimo sul comportamento dei medici. E i medici in particolare devono «trasferire la filosofia nella medicina e la medicina nella filosofia: il medico filosofo è pari a un dio». Sappiano che la loro arte è la più insigne di tutte le arti umane; e se oggi la si relega all’ultimo posto, la colpa è dell’ignoranza di chi la esercita.
«Non essere disumano – si raccomanda nelle Prescrizioni – «Considera i mezzi e le risorse altrui, per cui talvolta non esigerai nulla, memore di qualche beneficio che hai ricevuto in passato anziché della reputazione di cui godi ora […] È bello darsi pensiero della guarigione degli malati e ottenere che i sani non si ammalino, affinché abbiano anche un bell’aspetto».
E ancora: «Ti esorto a curare qualche volta gratuitamente, valutando la riconoscenza di chi ne serba memoria, preferibile all’apprezzamento momentaneo; per cui, presentandosi l’occasione di essere generoso con uno straniero o un povero, soccorrili risolutamente. Chi infatti si dimostra umano verso gli uomini, è ritenuto preso da vero amore per la sua arte».
Carlo Carena (a cura di), Ippocrate. L’arte della medicina, Einaudi, Torino 2020.
Quarta di copertina
Un’ampia antologia dei trattati con l’aggiunta degli aforismi, delle cartelle cliniche e delle lettere
A partire dal famoso giuramento, Carlo Carena ha selezionato, tradotto e commentato le pagine piú importanti delle opere di Ippocrate. Un gigante del pensiero scientifico dell’antica Grecia, che basò ogni discorso medico sulla conoscenza dell’uomo e della natura. Una conoscenza fondata sull’osservazione di dati accertati, elaborati razionalmente, correlati all’esame clinico complessivo del malato nel suo ambiente. Ovviamente le nozioni di allora sul corpo umano erano spesso sbagliate e dunque le diagnosi ci possono sembrare approssimative, quando non fantasiose, e le terapie indicate possono a volte far sorridere. Ma il metodo, su cui Ippocrate insiste in tutte le sue opere, quello è di una modernità estrema: lontano da ogni influsso magico-religioso. Le parti piú ampie scelte da Carena, quelle sul regime alimentare e i quattro libri che oggi definiremmo di “patologia generale” sono i piú interessanti anche per un improbabile, ma divertente confronto con la medicina di oggi. Oltre ai trattati, il volume comprende l’intera serie degli aforismi e una selezione delle lettere. Nel commento Carena illustra la fortuna nel tempo dei brani ippocratici attraverso il riutilizzo o il commento di scrittori come Galeno, Cardano e Rabelais. La vita è breve, l’arte vasta, l’occasione rapida, l’esperienza fallace, il giudizio arduo. Occorre non solo essere disposti a fare quanto occorre, ma che lo siano anche l’ammalato, gli assistenti e le circostanze esterne. A mali estremi, estremi rimedi rigidamente applicati: sono i piú efficaci. Ciò che occorre rimuovere, farlo per la via piú naturale, per i passaggi piú appropriati. Quanto nelle malattie rimane in corpo dopo la crisi, suole provocare ricadute. Nelle malattie acute predire decesso o guarigione non è sicuro. I molto grassi di costituzione sono piú soggetti a morte repentina che i magri. Quando si fa tutto secondo regola, e i risultati non corrispondono, non cambiare cura se l’indicazione iniziale permane. La medicina ippocratica si costituisce in scienza autonoma escludendo le componenti magiche e uscendo dal flusso religioso e mistico, dall’empirismo asistematico, per fondarsi sulla conoscenza dell’uomo e della sua natura e sull’osservazione razionale di dati accertati; sulle correlazioni delle componenti fisiche, psichiche e sull’esame clinico complessivo dell’ammalato nel suo ambiente e del decorso delle infermità, su motivazioni scientifiche e logiche o come risultato sperimentale. La lettura del trattato sulle Malattie dà l’impressione vivida ed evidente di essere il risultato di una continua osservazione e sperimentazione clinica. (dall’Introduzione di Carlo Carena)
I saggi raccolti in questo volume ripercorrono gli ultimi cinquant’anni di ricerca ippocratica. Gli entusiasmi iniziali, ben motivati dalla “scoperta” di un grande territorio del sapere scientifico fino ad allora relativamente inesplorato, dei suoi metodi e della sua efficacia terapeutica, hanno via via ceduto in parte il campo a un più equilibrato atteggiamento critico-storico. Nel suo insieme, una lettura di questi testi può continuare ad offrire un panorama intellettuale utile a comprendere le coordinate metodiche e sociali che hanno consentito la comparsa di uno dei fenomeni più rilevanti dell’antica tradizione scientifica dell’Occidente. I saggi sono disposti in ordine cronologico, ad eccezione delle due introduzioni al volume ippocratico (1964 e 1973) che sono poste al termine per il loro carattere riassuntivo.
Sommario
Introduzione
Technai e filosofia nel perì technes pseudoippocratico
Il De Locis in Homine fra Anassagora ed Ippocrate
Teoria ed esperienza nel metodo ippocratico
La medicina ippocratica nella cultura e nella società greca
Nascita dello scienziato
Legge e natura nel De aëre ippocratico
Kompsoi Asklepiades. La critica di Platone alla medicina nel III libro della Repubblica
Empedocle “medico e sofista”
Saperi terapeutici: medicina e filosofia nell’antichità
Il volume raccoglie i principali scritti su Galeno e sul Galenismo composti da Mario Vegetti in circa un cinquantennio di attività. La selezione dei saggi qui pubblicati è stata realizzata dall’Autore negli ultimi mesi della sua vita. A causa della sua morte, avvenuta il giorno 11 marzo 2018, l’Autore non ha potuto rivedere le bozze.
Questo libro, cui l’Autore teneva tanto, ci consente di mantenere vivo il ricordo anche di questa parte della sua opera; ecco dunque il motivo per cui siamo lieti, insieme alla sua famiglia, di offrire ai lettori, soprattutto a quelli più giovani, la presente raccolta. Per la quale, innanzitutto, dobbiamo ringraziare Mario.
Sommario
Nota preliminare di Luca Grecchi
Introduzione a Galeno
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Tradizione e verità. Forme della storiografia filosofico-scientifica nel De placitis Hippocratis et Platonis di Galeno
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I nervi dell’anima
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Enciclopedia ed antienciclopedia: Galeno e Sesto Empirico
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Galeno e la rifondazione della medicina
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L’épistémologie d’Érasistrate et la technologie hellénistique
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La psicopatologia delle passioni nella medicina antica
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Historiographical strategies in Galen’s physiology (De usu partium, De naturalibus facultatibus)
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De caelo in terram. Il Timeo in Galeno (De placitis Hippocratis et Platonis, Quod animi mores corporis temperamenta sequuntur)
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Il confronto degli antichi e dei moderni in Galeno
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Galeno
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Corpo e anima in Galeno
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Corpo, temperamenti e personalità in Galeno
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Galeno, il “divinissimo” Platone e i platonici
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Fra Platone e Galeno: curare il corpo attraverso l’anima, o l’anima attraverso il corpo?
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I nuovi testi di Galeno: tra epistemologia e storia della cultura
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Indice dei nomi
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
Pieter Holsteyn II, da Lucas van Leyden, «Till Eulenspiegel», 1520, Frankfurt am Main, Städel Museum.
«In mezzo a quelle anatre, era un uomo, ma non si capiva cosa diavolo facesse, camminava, accoccolato, le mani dietro la schiena, alzando i piedi di piatto come un palmipede, col collo teso e dicendo: “Quà … quà … quà …”. Le anatre non gli badavano nemmeno, come se lo riconoscessero per uno di loro». Lo sciocco Gurdulù – siamo nel Cavaliere inesistente di Calvino – si comporta come se non avesse percezione di sé e si identifica immediatamente con quello che vede. Lo stolto, che guarda il mondo da una prospettiva particolare, eccentrica e sconclusionata per i suoi interlocutori, è riconoscibile anche per i tratti del viso, per nulla nobili, piuttosto tendenti alla bruttezza, e indizio di lentezza, di inerzia, di stupidità. O anche dall’abito, come il «Matto» dei Tarocchi, quale ce lo descrive Matteo Maria Boiardo: «“Lo quale è dipinto a cavallo de uno asino, senza briglia, vestito de rosso, con un capuccio giallo in capo, e cum due campanelle rotonde atacate a due orechie che nel capuccio sono, una per banda; et ha questo capuccio una verde coda, si com’ sono le rechie, che, da le spalle drieto incominciando se rivolta inverso el capo suo». Sono tutte tessere, tra le tante, che ci offre Diego Lanza in un affascinante saggio in cui ricostruisce lo spirito di questa ambigua e conturbante figura, comica ma anche demoniaca: Lo stolto, apparso nei «Saggi» Einaudi nel 1997 e ora molto opportunamente riproposto (Editrice Petite Plaisance, pp. 436, € 35).
Originale studioso di Aristotele, della tragedia, della commedia di Aristofane, Lanza è stato un grande grecista, ma in questo libro scavalca ogni barriera accademica avventurandosi nel folklore, nel mondo delle fiabe e nei magnifici territori della letteratura universale, della Weltliteratur. Il sottotitolo, Di Socrate, Eulenspiegel, Pinocchio e altri trasgressori del senso comune, evidenzia la vertiginosa ampiezza dell’indagine, che tiene conto dei possibili tratti comuni della figura dello stolto, ma che soprattutto si interroga ogni volta sulla strategia narrativa dei testi, sull’«esprit du récit». L’impresa è audace e possiamo paragonarla, oggi, soltanto alla fenomenologia del «marginale», del distruttore del senso comune e delle regole stabilite, che ci propone Dieter Thomä in Puer robustus. Eine Philosophie des Störenfrieds (Suhrkamp, 2018).
Lanza non segue un percorso diacronico ma ci presenta, in quello che lui stesso definisce un «vagabondaggio», una galleria di personaggi e un arco di questioni. Lo stolto, nell’Antico Testamento, può manifestarsi come un «veggente invasato», come un profeta attraverso cui ci giunge la parola divina, ma anche – è il caso di Esaù – come un insensato che con un gesto empio baratta il suo diritto di primogenitura con un piatto di lenticchie. Può muoversi, nello spazio della corte, come una marionetta, come uno specchio deformato e deformante del cortigiano, e della figura stessa del re. Può, come il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij, rovesciare le viete convenzioni sociali con incondizionata sincerità, con meraviglioso e pericoloso candore, recuperando tutti i tratti che la tradizione popolare attribuisce all’«innocente» illuminato da Dio. Può essere un bizzarro storico della musica, come Wendell Kretzschmar nel Doktor Faustus di Thomas Mann, l’unica persona che il genio solitario di Adrian Leverkühn riconosce come maestro: «Le sue conferenze sono seguite solo da pochi appassionati; come i discorsi di Socrate, esse sembrano promettere soltanto oziose banalità, e giungono invece sempre a porre questioni fondamentali. Anche il suo eloquio si potrebbe dire socratico, la sua balbuzie sollecita infatti l’intervento di chi lo ascolta, che non di rado è indotto ad assisterlo, talvolta persino a completargli la frase, quando l’inciampo nervoso lo blocca proprio alla conclusione di un ragionamento». Può, come Till Eulenspiegel, essere ossessivamente affascinato dal significato letterale delle parole, tanto che la maggior parte delle sue avventure partono da, o arrivano a, un gioco verbale: all’ordine di ungere la carrozza, ubbidisce ungendo l’interno, anziché soltanto le ruote; quando il padrone lo manda sulla forca, conduce il carro sotto il patibolo da cui pendono gli impiccati; all’ingiunzione di sgombrare la casa, fa trovare tutta la mobilia per strada.
Nella galleria dei personaggi spiccano due grandi figure, diversamente mitiche e ugualmente care a Lanza, Pinocchio e Socrate. L’immortale burattino è ingenuo e sciocco perché crede ciecamente al Gatto e alla Volpe, perché è convinto che gli zecchini possano riprodursi come i semi e i frutti delle piante, ma tutto il suo agire – ed è questa la grandezza di Collodi – evoca il gioco del magico potere che dà vita alle cose e parola agli animali. Prima di venire inserito nella convenzionale quotidianità degli umani, Pinocchio incarna la precaria pienezza dell’infanzia: «Del bambino, come del semplice, dello sciocco, si contempla l’ingenuità, ma si invidia una riposta onnipotenzialità, si sospetta la magica facoltà di un tramite con una condizione altra, con un mondo diverso».
Socrate. A partire dal famoso paragone di Alcibiade nel Simposio – Socrate è come una statuetta di Sileno, essere grottesco, ferino, sfrenato, che però, una volta aperta, mostra al suo interno immagini divine – Lanza analizza acutamente il suo sottile equilibrio tra buffoneria e passione filosofica, le modalità di sapore aristofanesco con cui decostruisce e sbeffeggia i sofisti come «incantatori di serpenti, tarantole, ragni», l’evocazione di Diotima che, come in un’iniziazione misterica, pone la generazione del pensiero sotto i segni di Eros. Con una mossa forte, Lanza invita a trasporre l’ironia di Socrate, così ricca di filosofia e insieme di umori da commedia, al pensiero stesso di Platone, che troppi interpreti leggono come un sistema chiuso, relegandolo in uno spazio «cipigliosamente dottrinario».
Un luogo privilegiato per i movimenti dello stolto, come osserva Massimo Stella nella lucida Introduzione al volume, è il mondo della fiaba, così sospeso tra oralità e letterarietà, così ricco di insegnamenti e di rovesciamenti. Molti esempi ci arrivano dalle antiche fiabe russe di Afanas’ev – dove spesso lo sciocco, caduto nei guai per la propria credulità, riesce a uscirne con l’astuzia e persino a guadagnare – dai racconti di Bertoldo di Giulio Cesare Croce, dalle storie che vedono protagonista Giufà, dalla raccolta dei fratelli Grimm.
Colpisce lo splendido close reading che Lanza ci offre di una fiaba di questi ultimi, Storia di uno che andò in cerca della paura. Il protagonista è immune dalle paure della gente normale, attraversa, con una sciocca imperturbabilità, le situazioni più orride e terribili, colorate di tratti demoniaci. Messo a montare la guardia a sette impiccati in una notte fredda e ventosa, si preoccupa di disporli accanto al fuoco per riscaldarli, poi li invita a non avvicinarsi troppo alle fiamme e, davanti al loro silenzio, spazientito, li riattacca alle forche. Lanza collega questa sindrome, che è un solipsistico stato di mancanza, all’analisi che Aristotele fa della tragedia, dove la conoscenza della paura è un fatto fondamentale. Perché la paura «è un necessario atto di partecipazione alle credenze comuni e, in quanto tale, una garanzia di integrazione nella società in cui si vive, una garanzia di conquistata identità».
Un filo rosso, sottile ma tenace, è sotteso a tutte queste analisi: lo statuto del soggetto e i confini della ragione. Lanza ricorda che Bruno Snell, in La cultura greca e le origini del pensiero europeo, ha mostrato come la formula omerica «un dio gli gettò nell’animo …» non è soltanto un prezioso sintagma poetico, ma riflette una concezione dell’animo umano quale aperto all’intervento di presenze “esterne”, divine o demoniache, nell’ “interno” dell’uomo. Diversa è la concezione occidentale della persona come un mondo motivazionale e cognitivo armonico, e non è un caso che «la scoperta della precarietà dell’io nel mondo antico si vada attuando in un’epoca che già per proprio conto deve riconoscere la crisi di una troppo compatta soggettività individuale». Proprio per questo la razionalità ha avuto e ha costantemente bisogno della propria sospensione, «del conflitto con quel che poteva apparire volta a volta ingenuità, scherzo, gioco, follia».
Mario Mancini, Statuto del soggetto e confini della ragione, da Socrate ai Grimm. Una galleria di «trasgressori del senso comune»: L’Esaù biblico, il principe Miskin nell’Idiota, Till Eulenspiegel coi suoi giochi verbali, Pinocchio … , articolo comparso su «Alias», il manifesto, domenica 1 novembre 2020, p. 8.
Mario Mancini
Lettori e lettrici di romanzi
Uno dei tratti costitutivi della civiltà cortese, del mondo dei cavalieri e delle dame, è una forte coscienza di sé e dei propri valori, del proprio stile di vita. La nuova leisure class delle corti sviluppa un gusto naturale del fasto e della socialità, si compiace di creare e produrre forme belle, nell’ordine dei pensieri, dei sentimenti, dei comportamenti, nella scelta e nella produzione degli oggetti, vesti, gioielli, arazzi. La sua etica si fonda sulla generosità, sulla lealtà, sulla fedeltà, sulla discrezione, sul culto della dama, sul rifiuto di ogni bassezza e viltà (questo almeno nello specchio idealizzante in cui ama, compiaciuta, contemplarsi). Lo slancio del cuore è tutt’uno con il rituale, creando un linguaggio nuovo, fatto di eleganza, di sensibilità, di erotismo.
In questo stile di vita ha un ruolo determinante la “letteratura”, che entra come canzone, come racconto, come romanzo nella sfera pubblica e nella sfera privata di dame e cavalieri. Che media il rapporto con il passato, che fornisce le conoscenze, le motivazioni, gli scenari dei gesti e delle azioni.
[…] La cultura cortese ci consegna innumerevoli “scene di lettura”. Già nelle chansans de toile, arcaiche o arcaizzanti che siano, la giovane fanciulla innamorata, seduta alla finestra, «lit en un livre mais au cuer ne l’en tient (legge in un libro, ma il suo cuore è altrove)».
[…] Il libro, segno di distinzione e strumento di svago, assume anche una funzione, più o meno forte, di riferimento, di orientamento per i comportamenti: con i suoi personaggi e con le sue storie offre dei “modelli”. Nel prologo e nella chiusa dei romanzi cortesi compaiono spesso degli appelli al lettore perché entri nella strada dell’imitatio. […] Il libro, la letteratura, possono configurare addirittura, con funzione di guida, e in uno spazio immaginario sospeso tra il conscio e l’inconscio, una sorta di anticipazione di quanto verrà offerto nella vita. […] Nel famoso episodio di Paolo e Francesca, nel canto quinto dell’Inferno, Dante ha colto e fissato, in una icona indimenticabile, la forza del libro sulle emozioni e sui destini.
[…] L’ammirazione per dei personaggi letterari, immaginari, può trasformarsi nell’animo del lettore, se l’immedesimazione prevale sulla percezione del mondo che lo circonda, nella proiezione assoluta in un modello ideale. Egli diventa così prigioniero di un “desiderio mimetico”, se vogliamo seguire le riflessioni di René Girard, che ha indagato con grande acutezza teorica e con ben ragionati esempi – Paolo e Francesca, Don Chisciotte, Julien in Le Rouge et le Noir, il principe Miskin nell’Idiota di Dostoevskij, il personaggio-poeta della Recherche… – gli aspetti di fascino metafisico, di possessione e di illusione che possono acquisire degli eroi letterari, delle persone che vivono solo nei libri.
[…] L’illustrazione forse più impressionante – per l’intensità, per lo scavo psicologico e retorico, per il ritmo potentemente rallentato e onirico – della “chiusura” e della réverie in tutta la letteratura medievale, la dobbiamo a Boccaccio, nell’Elegia di madonna Fiammetta. […] Nell’animo di Fiammetta la passione si afferma come esclusiva, tanto più tenacemente quanto più la scelta adultera si presenta combattuta e rischiosa. Le convenienze morali e sociali – tutta la sua vicenda, in parallelo a quella dell’amante Panfilo, è lì a dimostrarlo – pesano più per lei che per l’uomo. […]
Nel quadro di queste riflessioni sull’atto della lettura, sul libro come mediatore, ci interessano in particolare le letture, i modelli di Fiammetta. Sì perché Fiammetta è una grande “lettrice di romanzi”. Per l’abbondante utilizzazione di temi e personaggi della classicità greco-romana, per il quasi completo travestimento classico della geografia e del costume trecentesco – non solo nella scrittura del narratore, ma anche negli atteggiamenti di Fiammetta e di Panfilo – Cesare Segre ha suggerito la felice formula di «firmamento di archetipi».
Mario Mancini, Lettori e lettrici di romanzi, in in AA. VV., Lo spazio letterario del medioevo. 2. Il medioevo volgare, vol. III: La recezione del testo, Salermo Editrice, Roma 2003, pp. 155-176.
Mario Mancini è un filologo, saggista e accademico italiano. Con i suoi scritti, ha dato un forte contributo allo studio ed alla diffusione di opere letterarie provenzali, come per la poesia dell’occitano Bernard de Ventadorn e per il romanzo cortese Roman de Flamenca (della cui edizione italiana è curatore). Ha studiato a Padova, Vienna e Heidelberg. Dal 1976 fino al pensionamento è stato professore ordinario di Filologia romanza nell’Università di Bologna. Ha coordinato il lavoro di équipe di un’ampia Letteratura francese medievale (Bologna, Il Mulino 1997). È nella direzione della rivista “Medioevo romanzo” e nel comitato scientifico di “Critica del testo”. Condirige la collana “Biblioteca Medievale” (Roma, Carocci), dove sono stati pubblicati più di cento volumi. Ha curato, tra l’altro, l’edizione delle Canzoni di Bernart de Ventadorn (Roma, Carocci, 2003) e Roman de Flamenca, proponendo un’edizione italiana con testo in provenzale a fronte. Ha pubblicato saggi, in una prospettiva stilistica e di storia delle idee, principalmente sull’epica, sui trovatori, sul Roman d’Alexandre, sul Roman de la Rose, sull’impatto della letteratura medievale nella modernità. Fondamentale nella sua formazione fu l’incontro con Erich Köhler, che definì l’impronta dello studio sociologico dell’amor cortese nella letteratura, di cui ha tradotto e curato Sociologia della fin’amor: saggi trobadorici (Padova, Liviana, 1987).
Un tuffo …
… tra alcuni dei libri di Mario Mancini …
Società feudale e ideologia nel «Charroi de Nîmes», Olschki, 1972
Metafora feudale. Per una storia dei trovatori, il Mulino, 1993
La gaia scienza dei trovatori
Canzoni/Bernart de Ventadorn, Carocci, 2003
Il “lai” di Narciso, Carocci, 2004
Il punto su I trovatori, Laterza, 2004
Lo spirito della Provenza. Da Guglielmo IX a Pound, Carocci, 2004
Flamenca, Carocci, 2006
Metafora medioevale. Il “libro degli amici” di Mario Mancini, Carocci, 2011
La letteratura francese medievale, 2014
Cahiers de Civilisation Médiévale
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
«[…] Tutto lascia pensare che gli antichi greci avessero percezione diffusa della fragilità del loro mondo di vita, e che forse per questo cercassero con insistenza dei punti ideali in grado di orientarli verso qualcosa di più saldo e sicuro. Non amavano le fughe dalla realtà, non erano dei contemplativi inveterati, né si abbandonavano facilmente al fatalismo. Avvertivano tuttavia come un limite la loro esperienza del precario, del non definito, della dismisura. Non li aiutavano, certo, le avare condizioni del loro ambiente naturale, la frammentazione delle etnie e dei dialetti, il particolarismo delle comunità, le divisioni interne e gli stessi umori della gente, facili a mutare e non esenti da estremismi. Ma forse proprio ciò dovette rafforzare in quel popolo, nella parte più sensibile e intelligente di esso, l’esigenza di una misura ideale, di modelli superiori di coerenza e di equilibrio, in cui riflettere la propria esperienza del mondo e della vita. Era nella coscienza comune delle antiche civiltà l’idea che esistesse un ordine nelle cose del mondo e che la natura stessa lo rivelasse nelle sue molteplici manifestazioni, nei fenomeni celesti come in quelli della vita sulla terra. Il movimento periodico degli astri, il succedersi delle stagioni, i cicli della vita animale e vegetale palesano delle costanti, quasi obbediscono a delle leggi. I sistemi mitologici di quei popoli, elaborati con sorprendente varietà di immagini e di disegni cosmogonici, si preoccupano di raccontare come ciò sia potuto avvenire, attraverso quali emblematiche vicende il mondo abbia trovato il suo assetto attuale. L’antichissima teologia egizia, con incredibile audacia speculativa, era giunta a individuare in Maat il principio stesso dell’ordine […]. La figura di Themis, in qualche misura equivalente alla Maat egiziana, rimase in Grecia una divinità minore, di limitato richiamo, anche dopo che Esiodo aveva visto in essa la rappresentante unitaria dei valori normativi. […] Nondimeno, è proprio intorno a Themis e al gruppo di divinità a lei collegato che il pensiero mitico compie il più avanzato sforzo di individuazione dell’idea di ordine universale. E lo compie in una direzione che appare subito tipicamente e originalmente greca: la stessa, in sostanza, nella quale si muoverà più tardi la riflessione filosofica, seguendo il suo proprio metodo d’indagine. È la direzione volta a definire le condizioni di un ordine complesso e dinamico, necessario ma non deterministico, quello per cui in ogni parte del mondo si scopre una regolarità che non esclude varietà di situazioni e non esige uniformità di posizioni. La sensibilità e l’intelligenza greche coglievano nella natura tutta, nei fenomeni fisici come nei processi vitali, la vigenza di ritmi o di costanti perfettamente conciliantisi con la ricchezza e la polimorfia delle sue manifestazioni. Giungevano a scorgere ciò, o comunque aspiravano a vedere realizzarsi qualcosa di simile, anche sul terreno dell’organizzazione politica, dove il buon governo e le leggi comuni possono realizzare la concordia collettiva nel rispetto della libertà dei singoli e dei gruppi. La prospettiva generale verso la quale s’indirizzò, dall’inizio, la migliore cultura greca postulava, dunque, non un ordine qualsiasi, bensì un ordine qualificato da una specifica sapienza, quella sapienza che individua il criterio in base al quale enti molteplici e forze differenti possono coesistere in un tutto armonico, diversificato, non monolitico. […] Sappiamo che Themis era venerata già in epoca micenea, ma purtroppo i testi rimastici ci hanno conservato quasi soltanto il nome. I poemi omerici, però, con i termini comuni themis e themistes, delineano un ampio capitolo relativo ai comportamenti sociali, a ciò che è lecito o dovuto, al ruolo delle istituzioni di governo e giudiziarie. I due termini vengono usati tutte le volte che entrano in gioco le norme fondamentali poste a garanzia dell’ordine civile. Nei poemi e in altri documenti di quell’epoca compare anche la Themis che favorisce la decisione ponderata nell’assemblea degli dèi o degli uomini, la dea del saggio consiglio, a cui si collega il rispetto dei limiti del potere sovrano. La lungimiranza di Themis appare essenziale per la stessa conservazione del dominio di Zeus, come per la legittimazione di ogni potere costituito. Su altro fronte, in un diverso ambiente, affiora l’immagine di una Themis profetica, collegata a Gaia e Apollo. Questa Themis, inserita dalla teologia delfica nella sequenza mitica delle divinità detentrici di quell’oracolo, accentua la sua natura di divinità cosmica, portatrice di una sapienza antica, che ella ha attinto dalla protomantis Gaia e che ha trasmesso, trasfigurata, a Apollo, i cui responsi, non a caso, prendono il nome di themistes. Fra la sapienza radicale ma oscura di Gaia, la Terra, e la sapienza luminosa ma distante di Apollo, il Cielo, si pone la sapienza ordinatrice di Themis, che assegna alle cose tutte limiti, norme, misure convenienti.
Themis, la dea del buon consiglio, dello scultore Chairestratos, c. 300 a.C.
Esiodo, nella Theogonia, giunge a tracciare della dea il profilo teologico più organico e avanzato. […] Themis eredita dalla madre [Gaia] la conoscenza delle strutture originarie dell’universo e la capacità di prevedere ciò che serve alla stabilità del mondo; dal padre [Urano], invece, riceve la conoscenza delle misure dell’ordine disegnato in cielo dalle stelle e dalle loro costellazioni. In lei si combinano quindi le condizioni basilari dell’ordine cosmico. In secondo luogo, Themis diventa una delle spose di Zeus, il quale, dopo avere conquistato il suo regno, deve riconoscere prima e rispettare poi le prerogative di tutti gli altri dèi, chiamati a condividere con lui il potere. La sovranità di Zeus, dice il poeta, deve essere ispirata sempre ai dettami di themis, per il cui tramite soltanto si realizza l’equilibrato rapporto fra le molteplici sfere divine (ossia, le diverse dimensioni del reale) e l’unità del governo del mondo. Il principio dell’ordine si collega al principio della sovranità, ma rimane distinto da questo, poiché altrimenti verrebbe meno la garanzia del rispetto delle diverse componenti del tutto. In terzo luogo, Themis diventa la madre di due importanti terne divine, le Horai e le Moire, le quali esplicano in tutte le direzioni il principio unitario dell’ordine impersonato dalla madre e contribuiscono pertanto a rendere il mondo governato da Zeus un universo sapientemente articolato nelle sue parti. Proprio queste due terne divine testimoniano che l’ordine impresso al mondo non è qualcosa di uniforme, valido dappertutto, bensì qualcosa di diversificato e vario secondo la natura o la destinazione propria di ciascun ambito definito della realtà. […] La letteratura mitico-poetica dell’età seguente non ha saputo far propria integralmente la lezione esiodea. Divenuto preminente l’interesse per i temi della vita sociale e della politica, secondo la vocazione tipica della grecità, è passato in secondo piano il collegamento di ciò con il più generale tema dell’ordine cosmico. Dike ha preso gradualmente il sopravvento su Themis, a partire già dagli Erga, il poema che si è soliti attribuire allo stesso Esiodo. L’esperienza di governo porta Solone a non ritenere più del tutto inconciliabile bia e dike. Con Pindaro si affaccia l’idea che il nomos universale, in sostanza, coincide con la volontà sovrana di Zeus. Eschilo può pensare che Zeus, sia pure nella prima fase del tempo mitico, abbia esercitato sugli altri dèi un potere tirannico, senza limiti. Il tragediografo attico praticamente schiaccia la figura di Themis su quella di Gaia, nel mentre riporta Dike nel potere di Zeus. […] Nella seconda metà del V secolo, col primato accordato alla politica, passa al centro del dibattito ideologico la discussione sulla natura e la validità del nomos. Si apre un contrasto di vedute senza precedenti fra coloro che sostengono i valori della tradizione e quelli che propugnano i nuovi orientamenti costituzionali, fra chi si richiama alle leggi non scritte e chi alle leggi deliberate con procedure riconosciute, fra quanti pongono il fondamento di legittimazione delle norme giuridiche nella divinità stessa oppure nella natura o ancora nella convenzione umana. L’antichissima convinzione di una ideale corrispondenza fra ordine divino, naturale e civile appare scossa; si perde ogni intesa sulla possibilità di riconoscere un superiore punto d’incontro dei diversi valori normativi; teologia, etica e politica sembrano separarsi senza possibilità di conciliazione. […] Nelle due principali proposte di teologia mitica, quella esiodea e quella orfica, Themis si rivela dunque portatrice di un sapere specifico, essenziale, il sapere originario e fondativo dell’ordine cosmico. […] Il criterio fondativo dell’ordine è il medesimo: consiste nel riconoscimento che il tutto risulta dall’accordo di una pluralità di enti differenti. Ad ogni livello di realtà, il disordine si trasforma in ordine soltanto se si realizzano le condizioni per cui tutte le diverse componenti trovano posto nell’equilibrio dell’insieme. Più precisamente, il criterio universale dell’ordine implica il verificarsi di tre condizioni fondamentali: a) una pluralità di enti, ognuno dei quali è riconosciuto essenziale, autonomo, ineliminabile; b) la varietà qualitativa di funzioni o competenze, che individuano e distinguono fra loro i singoli enti; c) una serie diversificata di relazioni che collegano i singoli enti a un centro di riferimento unitario, in grado di rispettare la singolarità di quelli e nel contempo di garantirne la coesistenza. Per la sua via, quindi, il pensiero mitico greco è giunto a individuare nell’accordo di unità e pluralità il principio base dell’ ordine universale. Non si ha ordine, infatti, quando una parte s’impone senza limiti sulle altre o quando si realizza una disciplina che mortifica l’autonomia dei singoli. Ciò viene espresso paradigmaticamente nel sistema del pantheon olimpico, dove non c’è il dominio esclusivo o totalitario di un dio. C’è il governo di un dio più potente, che si afferma all’inizio con la forza, ma subito legittima il suo potere seguendo i dettami di themis, associando nel governo del mondo gli altri dèi, guidandoli anche e però rispettando pienamente le prerogative di ciascuno e di tutti. Gli dèi, d’altra parte, non sono che paradigmi di una realtà complessa, variegata, che dal suo interno si dispiega per assumere le forme compiute delle diverse nature che la compongono. Il cosmo non è stato creato dall’esterno, da un dio con un suo atto di volontà. Si è invece dischiuso dal chaos, che resta una dimensione ineliminabile della realtà. Esso contiene, tuttavia, anche il suo contrario, il principio di ogni possibile ordinamento, dispiegato da una sapienza immanente, per cui le cose tendono ad accordarsi intorno a un centro unitario, a mantenere un giusto equilibrio nel tutto. L’ordine olimpico non è dato comunque una volta per tutte. Resta precario, perché sempre esposto all’azione di forze contrastanti. Gli stessi piani provvidenziali di Zeus sono minacciati di continuo dalla resistenza di quelle forze e persino dalla incostanza o possibilità di arbitrio del medesimo sovrano dei numi. Da qui l’esigenza, riconosciuta dal mito, che l’opera di questo sovrano venga costantemente sorretta dalla presenza al suo fianco della dea del saggio consiglio, di colei che ha conoscenza dei limiti, delle giuste misure, dei ritmi appropriati delle cose e del loro ponderato equilibrio. Zeus potrà restare alla guida del mondo, non come un dio unico e totalitario, bensì soltanto come un dio che condivide con gli altri il governo, come sovrano che si riconosce al centro di un sistema di poteri differenti e autonomi. […] Si potrebbe dire che la vigenza dei valori di Themis rappresenta l’acme del processo di costituzione del mondo. Il kosmos risulta costituito da una pluralità di sfere distinte, ciascuna delle quali segue proprie leggi (nomoi), legittimate da una legge superiore (thesmos), che esige l’unità nella distinzione (themis). Il disordine, provocato da hybris o da bia, resta sempre e dovunque possibile. Ogni forma di kratos porta connaturata una dimesione di hybris. E però il disordine può ritrovare l’ordine tutte le volte in cui si riscoprono le ragioni di un’equa distribuzione dei poteri e delle responsabilità (diataxis), per la quale è indispensabile individuare le misure appropriate (metra) e i limiti (moirai) di ogni ente, riaffermare i valori (eunomia, dike, eirene) che devono guidare una molteplicità armonica, e per ciò stesso ristabilire la legittimità (themis) dell’organizzazione. Un’organizzazione, dunque, necessaria, ma di una necessità (ananke) che appartiene al piano della razionalità e della doverosità, anziché a quello della fattualità. Una necessità non assoluta, cieca, ineluttabile, bensì suggerita dalla ragione oggettiva delle cose e da questa misurata. Soltanto l’intelligenza della natura delle cose e del mondo può consentire che si realizzi un ordine giusto e stabile. Così come soltanto il sapere può guidare il ripristino (nemesis) dell’ordine turbato. La medesima intelligenza o sapienza ci dice che l’ordine in nessun caso comporta uniformità di atteggiamenti, rigidità di condizioni, cieca disciplina e subordinazione. Al contrario, esso esige sempre varietà di situazioni, elasticità di condotta, misure aperte e tali da favorire libere disposizioni convergenti. Le condizioni dell’ordine sapiente sono sempre le stesse, sia negli ordinamenti particolari e settoriali sia in quello complessivo dell’universo. All’interno di ciascun ordinamento, i differenti soggetti o le differenti funzioni interagiscono variamente e pur convergono nell’obiettivo comune. Il sistema di regole si adatterà, in ogni caso, alle caratteristiche delle diverse situazioni, e tuttavia risulterà sempre ispirato allo stesso principio ordinatore che ne garantisce la convergenza. Questa intuizione di fondo, di una sapienza dell’ordine immanente alle cose e per la quale è il mondo stesso a dettare le condizioni della sua organizzazione, costituisce forse il maggior contributo del pensiero mitico greco all’affermazione di una razionalità laica, antidogmatica. I greci hanno mostrato in atto la loro convinzione dipingendo una comunità olimpica dove ogni divinità agisce autonomamente nel campo a lei riservato, è persino gelosa delle sue prerogative, ma riconosce sempre l’autorità del comune sovrano e concorre con lui a dirigere le cose del mondo. L’idea di un equilibrio dinamico fra entità distinte, idea secondo la quale è possibile conciliare una molteplicità non anarchica e una unità non tirannica, deve essersi maturata in Grecia insieme alla formazione di quel particolare e originale politeismo, una formazione certamente graduale, ma che appare già in una fase avanzata nei poemi omerici e nell’ opera teologica di Esiodo. La razionalità essenziale espressa da detto politeismo, che pure riflette la polimorfia della natura e delle sue leggi come erano percepiti dalla sensibilità greca, deve avere contribuito verosimilmente non poco alla nascita del pensiero filosofico e scientifico.
Aldo Lo Schiavo, Themis e la sapienza dell’ordine cosmico, Bibliopolis, Napoli 1977, pp. 227-237.
Quarta di copertina
È possibile pensare a una forma di ordine che non si riduca a strumento del potere, ma che anzi questo condizioni e guidi al rispetto di tutte le componenti del consorzio? Per quanto paradossale possa sembrare, l’idea di un ordine armonico e policentrico è nata nella Grecia antica dall’esperienza del libero disordine, dall’urto spesso doloroso di spinte opposte che agitarono la vita di quel popolo. E da tale esperienza quell’idea è rimasta influenzata, contribuendo alla lezione di civiltà e di razionalità laica che ci viene dal mondo greco. Di ciò si rende interprete per primo il pensiero mitico, che arriva a intuire il criterio universale fondativo dell’ordine, facendo della divina figura di Themis la sapiente cosigliera di Zeus e la madre delle celesti Horai e delle severe Moire. Avendo diretta esperienza delle vicende tragiche per la successione al governo del cosmo, da Urano a Crono e a Zeus, Themis sa guardare all’avvenire del mondo, per il quale auspica un ordinamento al tempo stesso stabile e giusto, senza prevaricazioni e violenze.Themis pertanto esprime una normatività non costrittiva, non cieca, perché portatrice di una specifica sapienza cosmica. Lo stesso sistema del pantheon greco si caratterizza per il fatto di riconoscere la presenza attiva di una pluralità di dèi, autonomi e diversi fra loro, i quali tuttavia si raccordano e si legittimano in una unità equilibrata, dove perciò la molteplicità non è anarchica e l’unità non è esclusiva o tirannica. Il pensiero filosofico, da Anassimandro a Filolao, da Platone a Aristotele agli Stoici, ha affrontato con la coerenza sua propria lo stesso tema di fondo affacciatosi al pensiero mitico, ne ha chiarito le premesse teoriche e ha sviluppato posizioni originali, forse però senza cogliere tutte le potenzialità di certe intuizioni mitiche.
Gli studiosi della religione e del mito ellenici hanno prestato in genere scarsa attenzione alla figura delle Charites, che pure ritorna non di rado nelle fonti poetiche e letterarie e persino nelle testimonianze archeologiche. Ha poca consistenza una teoria di qualche tempo fa, ma di largo seguito, che le considera espressione di una religiosità agraria e ctonia, interessata ai fenomeni della vegetazione e fertilità dei campi. La stessa cosa, invero, potrebbe dirsi di un’infinità di altre divinità venerate in tempi remoti, quando quella preoccupazione assorbiva quasi per intero le energie della comunità. In realtà sfugge a detta ipotesi un’ampia gamma di funzioni e di qualità che le fonti, fin dall’età arcaica, ascrivevano a quelle dee; qualità e funzioni diverse fra loro, relative a campi di esperienza molteplici, ma che tuttavia, ad un esame attento, rivelano una nota o tratto comune, a sua volta indicativo di uno specifico ruolo assegnato alle dee. Tale ruolo specifico va individuato e riconosciuto alle Charites, come del resto ad altri gruppi divini, quali le Muse, le Horai, le Moire, sebbene essi compaiono per lo più nel corteggio di grandi divinità. Il fatto è che nel fluido pantheon della religione olimpica ogni figura divina, maggiore o minore che sia, va considerata, più che in sé e isolatamente, nell’intreccio molto ampio di nessi e relazioni che la legano ad altre divinità secondo schemi mutevoli, variamente significativi. Se dietro ogni divinità traluce un’idea del mondo sotto questo o quell’aspetto particolare, è pur vero che nell’intreccio dei rapporti fra i diversi personaggi dell’Olimpo emerge la visione d’insieme di un universo, ritmico e ordinato, quale i Greci se lo rappresentarono. Le Charites non si sottraggono a questa norma, poiché anch’esse concorrono con la loro natura specifica a definire quel cosmo, esse che lasciano il segno del loro splendore là dove liete posano lo sguardo. Circostanze di tempo e di luogo incidono, ovviamente, sulla caratterizzazione del gruppo delle Charites, mettendo in evidenza ora uno ora altro elemento della loro natura, segnalando una funzione ed altre lasciandole in ombra. Questo vale per ogni figura del pantheon greco. Non si può prescindere, perciò, dall’indagine storica per chiarire lo svolgersi di idee o intuizioni che pur si celano dietro le rappresentazioni di ciascun personaggio divino. Si tratta di idee che, da una prima intuizione mitica, a volte assai penetrante, riemergono e si chiariscono anche in altre espressioni della vita culturale. Nondimeno, scorgere nel loro svolgimento storico una linea evolutiva coerente verso la piena esplicazione razionale delle stesse, secondo l’abusato paradigma ‘dal mito al logo’, risulta oggi alquanto ingenuo, schematico o semplicistico. Pensiero mitico e pensiero logico s’intersecano più spesso di quanto comunemente si creda; e ciò, per la verità, non solo nel mondo letterario e filosofico della Grecia antica. Del resto, l’intuizione sottesa all’immagine mitica costituisce pur sempre un’operazione intellettuale. E se, da una parte, il mito utilizza schemi mentali a cui non si può negare una certa razionalità, dall’altra parte la riflessione critica muove quasi sempre da un assunto, da un dato intuitivo, da un quid non dimostrato. Con qualche prudenza metodica, è possibile ritrovare nello sviluppo di temi filosofici impostazioni e atteggiamenti mentali recepiti pure in altri ambiti culturali. Il cammino delle idee, all’interno di un’esperienza determinata di civiltà, presenta innovazioni e approfondimenti persino talvolta radicali, ma rivela anche una sua continuità di fondo, senza di cui quella civiltà non avrebbe unità e identità storica. Nella presente indagine, comunque, si è cercato di contemperare per quanto possibile e la linea analitico-sistematica e quella propriamente storica, nell’intento di evitare i rischi che entrambe comportano se utilizzate separatamente l’una dall’altra, in maniera esclusiva. Infatti, privilegiando il metodo analitico si finisce per racchiudere in un modello rigido, definito una volta per tutte, elementi che invece hanno assunto modulazioni differenti in tempi e situazioni mutate; per contro, adottando esclusivamente il metodo storico, il più delle volte si perde per strada il senso unitario di un’idea che permane al di là delle sue molteplici manifestazioni nel corso delle vicende culturali. I contributi fomiti negli ultimi decenni dalla riflessione sul mito rimangono ancora poco sfruttati dagli storici del pensiero filosofico; i quali, salvo rare eccezioni, continuano a guardare alla produzione mitica delle culture antiche come ad un fenomeno confinato nel tempo delle origini di quelle culture, rivelatore di una mentalità in sostanza prerazionale, radicalmente diversa da quella scientifica e logica espressa dalla prima filosofia . Si continua cioè a presupporre una cesura netta fra l’uno e l’altro fronte. Eppure la filosofia greca, persino nei suoi momenti più alti, si è misurata sempre con temi, immagini, categorie elaborate dalla letteratura mito-poetica e mito-teologica che l’hanno preceduta e che l’hanno accompagnata fino alla tarda antichità. In ciò sta certo una delle ragioni della sua ricchezza problematica, dell’apertura e laicità dei suoi interessi. Del resto è noto che il sapere filosofico, quando non si isola in un formalismo tecnico fine a se stesso, non può che trarre sostanziale giovamento dall’analisi delle origini e del radicamento delle rappresentazioni mentali nel fitto tessuto di esigenze, sentimenti, reazioni individuali e collettive espresse nelle concrete situazioni in cui gli uomini operano e costruiscono la loro civiltà. La storia delle idee si pone a mezza strada, come un ponte di raccordo, fra le espressioni diffuse di cultura e la pura ricerca filosofica. Il transito su tale ponte resta possibile in entrambe le direzioni. Possibilità storica, non c’è dubbio, perché di fatto verificatasi; ma anche possibilità teorica, se le manifestazioni di cultura diffusa non vogliono privarsi della luce della ragione e se la razionalità filosofica non intende perdere i contatti con la ricchezza della vita. Omero, per ricordare il caso più eclatante, è citato dai filosofi greci di ogni età; e però, lo stesso Omero in certo senso filosofa, fin già nel modo in cui organizza la materia del suo racconto. Come ben sanno i filologi, ogni analisi dell’evoluzione del linguaggio, compresi alcuni termini del vocabolario filosofico, non può che prendere le mosse dagli antichi poemi. In Omero poi (come ho cercato di mostrare in un capitolo dell’Omero filosofo dedicato alla teologia dei poemi e alle strutture del mito) troviamo applicati al mondo divino una serie di correlazioni, di schemi formali, di principi regola tori, i quali non raggiungono certo l’astrazione e la chiarezza e la sinteticità dei concetti, ma riescono tuttavia a svolgere un’importante funzione di organizzazione dell’esperienza e a riflettere una determinata visione del mondo. La successiva letteratura greca, a partire dalla Theogonia di Esiodo, continua a offrire materiali preziosi in questo campo; e le figure degli dèi, col variopinto corredo di racconti che li riguardano, restano a lungo il centro di un vasto sforzo di pensiero, una parte almeno del quale esprime una forma embrionale di categorizzazione del reale. Il presente lavoro sulle Charites s’inserisce in tale linea di ricerca, che ovviamente si avvale secondo i casi di tutte quelle testimonianze in cui si rivela la forza di un’idea, la sua prima formazione e la sua capacità di affermarsi in contesti più ampi. Perciò, oltre i documenti privilegiati costituiti da testi poetici, teologici e filosofici, anche le testimonianze relative alle forme di culto, alle espressioni artistiche, alle istituzioni sociali e politiche diventano utili nel tentativo di ricostruire quel complesso di significati e valori che, nel caso in esame, sono stati tramandati sotto il nome collettivo delle tre figlie di Zeus e di Eurynome.
Aldo Lo Schiavo, Charites. Il segno della distinzione, Bibliopolis, Napoli 1993, pp. 9-13.
INDICE
Premessa I. Le Charites nel culto II. Charis e la luce. Lo splendore delle Charites III. Elementi di uno statuto teologico. Aglala, Euphrosyne e Thalia, figlie di Zeus e di Eurynome IV. Nel segno di Apollo. La vittorza negli agoni, il canto del poeta, l’educazione degli efebi V. Nel segno di Afrodite. Amore, bellezza e grazIa VI. Nel segno di Efesto. Bellezza e ornamenti. Natura, tecnica, arte VII. Nel segno di Hermes. Le Charites degli incontri sociali, la parola eloquente, peitho e apate VIII. La charis della città democratica. Demos, Charites e la gratitudine pubblica IX. La charis della paideia filosofica e la kalokagathia X. Il contributo del pensiero mitico all’etica-estetica della distinzione
Bibliografia delle opere citate
Aldo Lo Schiavo (n. 1934) è stato ispettore centrale nel Ministero della pubblica istruzione per l’insegnamento della filosofia. È stato redattore capo e poi direttore della rivista «Annali della Pubblica Istruzione». Ha presentato un’interpretazione critica del pensiero gentiliano nel saggio La religione nel pensiero di G. Gentile («La Cultura», 1968, pp. 333-378) e nei due volumi La filosofia politica di G. Gentile (Roma 1971) e Introduzione a Gentile (Roma-Bari 1974, collana «I Filosofi»). Si è poi dedicato allo studio del pensiero greco, ed ha pubblicato a riguardo: Il contributo della tragedia attica al razionalismo antico (Roma 1979) e Omero filosofo. L‘enciclopedia omerica e le origini del razionalismo greco (Firenze 1983).
Quarta di copertina
Sebbene frequentemente richiamate da poeti e scrittori greci, le Charites sono state poco studiate dalla critica moderna nella loro natura specifica e nei nessi che le legano alle figure maggiori del pantheon olimpico. Eppure esse conferiscono a quel pantheon una luce particolare, espressiva dei valori laici della civiltà greca. Quasi dappertutto i Greci scorgevano il segno della loro presenza, delle loro splendide qualità: nel cielo illuminato dal vario splendore degli astri, sulla terra colorata di fiori a primavera, negli oggetti lavorati con maestria, nell’impresa dell’atleta vittorioso, sul viso delle giovani donne, nella parola perspicua dell’oratore, negli incontri festosi della comunità, nel buon governo della città, in tutto ciò che si fa apprezzare e ammirare per una qualche nota superiore, per un tratto di particolare distinzione. In effetti, dietro il mondo a vivi colori delle Charites s’intravede un’etica-estetica della distinzione, che tende a mettere d’accordo la natura e l’uomo, la bellezza fisica e le qualità morali, la valentìa dei singoli ed il prestigio della comunità. Un’etica-estetica a cui hanno collaborato pensiero mitico e pensiero filosofico, entrambi attenti a non sacrificare la varietà, la molteplicità, le differenze presenti nel reale, a favore di un’unità monolitica che tutto livella ed oscura.
Un tuffo …
… tra alcuni dei libri di Aldo Lo Schiavo…
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
La filosofia è cura di sé e della comunità. Dove trionfa l’utile individuale vige il regno del silenzio, mentre l’essere umano è fatto per la parola significante. Senza la libera ricerca l’umanità resterebbe estranea all’infinito che reca dentro di sé. Socrate è l’esempio vissuto del limite che si coniuga con la grandezza della verità.
Socrate e la meraviglia Socrate è l’archetipo della filosofia, è la personificazione dell’eterna ricerca, sempre sulla soglia delle istituzioni, perché il filosofo serve la comunità, ma non le appartiene completamente. La filosofia vive nelle istituzioni, senza esserne organica, per cui è sempre sul limitare; l’attività critica esige l’autonomia senza solitudine. Dove vi è umanità, vi è filosofia, perché l’essere umano cerca la verità. In quanto dotato di logos, nell’atto della ricerca mette in atto processi di riorientamento, si oggettivizza, analizza se stesso per trascendersi: senza tali atti speculativi non è che individualità acefala, e pertanto senza fondamento. La ricerca lo scopre creatura altra rispetto agli animali non umani. La meraviglia[1] non è nella verità, ma nel tendere verso di essa: l’atto dialettico consente di cogliere, di comprendere, il sublime che alberga nell’umanità. Lo sgomento – dinanzi all’anima umana e al logos – è nello scoprire l’infinito nel finito: mentre si vive la finitezza dello spazio-tempo si svela – in un lungo processo – la verità e, quindi, l’universale. Tale meraviglia è il fondamento –silenzioso e vivo – di ogni civiltà. Senza la libera ricerca l’umanità resterebbe estranea all’infinito che reca dentro di sé. Socrate è l’esempio vissuto del limite che si coniuga con la grandezza della verità limitrofa alla doxa, della razionalità critica sempre sul limite dell’abisso. Ma senza il pericoloso sentiero non vi è umanità, bensì solo addomesticamento del gregge al consenso. La ricerca è “meraviglia panica”, perché ci si può perdere nei suoi sentieri. I sentieri della filosofia non portano fuori della comunità, ma conducono al suo cuore pulsante senza il quale non vi che l’atomismo delle solitudini. La filosofia insegna a non fuggire dalle istituzioni, ma a conservare la distanza critica che impedisce il consenso automatico ad esse. Socrate è l’esempio archetipico del dialogo con se stesso e con l’alterità, è l’immagine della sospensione dell’azione in funzione della sua comprensione e della conseguente valutazione etica. Il bene, in Socrate, non è mai definito in un contenuto determinato, in quanto è il processo del pensiero ad essere “il bene”. Il pensiero interrogante inibisce il male, limita gli effetti non voluti dell’agire, poiché non si consegna all’immediatezza dell’azione, ma la media con i processi logici ed argomentativi, i quali non sono solitari, ma si rafforzano nell’intreccio nella parola, nell’incontro con il proprio “io” e con l’alterità. Il capitale ha timore del logos socratico/filosofico, in quanto la legge, il nomos[2] è sempre mediato dalla ragione comunitaria. Tra la natura e il logos vi è l’attività pensante umana che intenziona la natura, la legge e la tradizione. Il dubbio non è semplice postura, il dubbio è pensiero in atto che cerca la chiarezza di sé, che si sottrae al gioco delle forze naturali, politiche e delle tradizioni per non subirle, ma per rimapparle. In tal modo l’essere umano diviene soggetto e si sottrae alla fatalità che incombe sul suo destino:
«Fondamentale, nella prima accusa, è l’impiego del verbo nomizein. Derivato dal termine nomos, che indica sia l’abitudine sia, più specificatamente, la legge, esso può essere inteso in due modi differenti: può indicare il rifiuto di rispettare le pratiche culturali della città oppure, più rapidamente, la negazione dell’esistenza degli dèi. Nel primo caso la traduzione corretta sarebbe “non rispetta gli dèi”, nel secondo “non crede agli dèi”. Nell’Apologia platonica il significato del verbo sembra essere il secondo, intendendo la frase in senso radicale: se Socrate può irridere il suo accusatore, è perché l’accusa è di non credere agli dei in assoluto (e non soltanto agli “dei che la città riconosce”). Una volta che Meleto ha concesso questo punto, Socrate ha buon punto nel confutarlo, sfruttando il secondo capo d’imputazione: se introduce nuovi daimonia. Esseri demoniaci o divini, è evidente che non può negare le divinità».[3]
Processo a Socrate Socrate ed il suo processo (399 a.C.) simboleggiano l’eterna tensione tra la filosofia e le istituzioni. Queste ultime vorrebbero tacitare il potenziale eversivo della filosofia “accademizzandola”, rendendola un eunuco, pronta a consegnarsi al silenzio dell’impotenza. Il pensiero, invece, è duale, nasce dialettico e comunitario, poiché la dualità interiore è già comunità inscritta nel pensiero, nella sua attività che prende forma con la dualità significante. Socrate ascolta la sua voce divina, la quale è il segno del logos, della profondità senza confini che abita il corpo vissuto. Socrate è stato processato perché insegnava l’ascolto di essa, formava invitando a mettersi in contatto con l’io interiore, a dis-alienarsi dal taglio della cieca obbedienza al potere. Dove vi sono relazioni di dominio si cerca di silenziare la voce del logos e dell’autocoscienza. Il potere in ogni epoca cerca di ridurre la vita umana a poche variabili controllabili; affinché ciò possa avvenire, è necessario sviluppare l’abitudine all’obbedienza ed ipostatizzare leggi e tradizioni. La filosofia disincrosta i pregiudizi, libera la mente dai ceppi invisibili delle ossificazioni indotte. In Platone l’immagine di Glauco marino, incrostato dai sedimenti del tempo, è la metafora che esprime il lavoro filosofico, il suo liberare l’anima dalle prigioni delle sovrastrutture. Socrate fa e farà sempre paura, perché personifica il bisogno di autenticità e pratica la filosofia per fendere la caverna con le sue stratificazioni ideologiche:
«Per cominciare, andrebbe osservato un elemento linguistico. Troppo raramente si è prestata la dovuta attenzione al fatto che nell’accusa il termine impiegato è l’aggettivo daimonion e non il sostantivo daimon. Come ha opportunamente osservato Louis-André Dorion, nel linguaggio del V secolo daimonion, usato spesso come sostantivo con l’aggiunta dell’articolo to, vale a dire un sinonimo di theos o theion; esso indica la “divinità” o, più genericamente “il divino”. Niente a che vedere, dunque, con il celebre “demone” (daimon) di Socrate, che è in realtà un’invenzione dei platonici della prima età imperiale: in Platone e in Senofonte non si fa mai menzione di un “demone”, ma sempre qualcosa di “demoniaco”. Quando parlava di questa “voce” o di questo “segno”, Socrate non faceva altro che rivendicare un rapporto privilegiato che avrebbe avuto con il mondo della divinità: ciò serve a delineare, una volta di più, che Socrate non era ateo, ma non giustifica la tesi secondo cui Socrate opporrebbe il suo demone (tanto più che nell’accusa si allude a ta daimonia, al plurale) agli dèi tradizionali».[4]
Filosofia ed oligarchia Socrate dimostra l’assurdo che si cela dietro norme apparentemente razionali. La filosofia ha il compito di discernere tra la razionalità critica e la razionalità ideologica. La democrazia ateniese si fonda sulla costrizione alla partecipazione e sull’estrazione degli incarichi. La democrazia non può essere partecipazione “su pressione pubblica”, né distribuzione degli incarichi pubblici con criteri non razionali. Il potere si consolida con il falso egualitarismo. Socrate è avverso alla democrazia che si auto-fonda sull’irrilevanza, in tal modo la democrazia non è che la maschera dell’oligarchia. Solo la competenza e la consapevolezza del bene pubblico permettono la vera partecipazione. L’oligarchia paludata da democrazia distribuisce gli incarichi su paradigmi egualitaristici, in modo da poter condizionare l’attività dell’inesperto di turno. Gli incarichi sono “servizio” alla comunità, per cui rivestire un ruolo sociale deve implicare motivazione e perizia. Socrate svela che la democrazia di Atene è una plutocrazia senza futuro:
«L’apragmosyne è l’opposto esatto della partecipazione, che Pericle celebra come la virtù principale del buon cittadino democratico nell’epitaffio tucidideo. A questo proposito è interessante ricordare la già menzionata descrizione tucididea di Antifonte (VIII 68, 1), che si era sempre tenuto in disparte dalla vita politica di Atene: nel caso il significato antidemocratico della scelta era evidente. Anche se non può essere ricondotto solo a questo, il contesto politico potrebbe aver giocato un ruolo importante pure nel caso di Socrate. Nella stessa direzione vanno anche le perplessità che riguardano alcune pratiche fondamentali della democrazia ateniese. Pur nelle loro divergenze, le fonti antiche ci restituiscono compatte l’immagine di un Socrate decisamente avverso alla pratica del sorteggio».[5]
Filosofia è cura di sé e della comunità Socrate, in piena sofistica e crematistica è uno scandalo, in quanto si occupa in modo disinteressato della cura dei suoi cittadini ed in particolare delle nuove generazioni. Il potere non può tollerare che si dimostri con l’esempio vissuto che è possibile un altro modo di vivere che metta in discussione l’individualismo trasformato in sistema e visione antropologica. Socrate vuole insegnare il bene, non come formula, ma come processo in cui la soggettività ritrova la comunità, e non il collettivismo dogmatico. La scelta di accettare il percorso maieutico è individuale, ma la pratica è comunitaria, la libertà è nell’universale concreto, nel quale la soggettività è in tensione con l’universale:
«Sono solo alcuni esempi, che confermano nella relazione specifica con Alcibiade quello che Socrate è stato per Atene: l’unico che si è preoccupato del bene dei suoi cittadini; più precisamente: del bene della loro anima, e in particolare dei giovani. Parlare dell’amore è servito a chiarire il senso del suo insegnamento: una lezione che ha riguardato la vita prima ancora delle nozioni grammaticali o delle tecniche argomentative».[6]
La filosofia è cura di sé e della comunità, l’una è speculare l’altra, non vi può essere benessere individuale senza il bene pubblico. Socrate ha testimoniato che nessuno si salva da solo, che ogni comunità è sana solo se smaschera le oligarchie travestite da democrazie, ed i lupi camuffati da cani, come dirà il suo discepolo Platone. Socrate ci parla, oggi, più di prima, in quanto l’economicismo abietto votato all’illimitatezza ci mostra una società senza comunità, in cui è plurale solo l’infelicità. Ciascuno è infelice a proprio modo, dato che ogni legame con la verità e la dialettica sono stati recisi in nome dell’utile immediato e della mutilazione razionale ed emotiva di ciascuno. Dove trionfa l’utile individuale vige il regno del silenzio, mentre l’essere umano è fatto per la parola significante.
«Per essere conseguente l’ontologia di Heidegger finisce in una terra di nessuno. Essa deve eliminare gli elementi a posteriori, tantomeno essa deve essere logica, come dottrina del pensiero e una disciplina particolare; ogni passo del pensiero dovrebbe condurla oltre il punto, in cui soltanto le è lecito di sperare di bastare a se stessa. Alla fine, essa non osa quasi più predicare qualcosa dell’essere. In ciò si manifesta non tanto una meditazione mistica quanto la miseria del pensiero che vuoI giungere al suo altro, e non può permettersi nulla senza timore di perdervi ciò che afferma. La filosofia diventa tendenzialmente gesto rituale. In esso però c’è anche qualcosa di vero: il suo ammutolirsi».
Theodor L. Adorno, Negative Dialektik [1966], tr. it. Dialettica negativa, Einaudi, Torino 1970, p. 69.
«Le grandi opere della maturità di Marx che si accingono a presentare la società capitalistica iniziano con l’analisi della merce. Infatti, non esiste problema che non rimandi in ultima analisi a questa questione e la cui soluzione non debba essere ricercata in quella dell’enigma della struttura della merce […]. L’essenza della struttura di merce consiste nel fatto che un rapporto, una relazione tra persone riceve il carattere della cosalità e quindi un’”oggettualità spettrale” che occulta nella sua legalità autonoma, rigorosa, apparentemente conclusa e razionale, ogni traccia della propria essenza fondamentale: il rapporto tra uomini […] Questo trasformarsi in merce di una funzione umana rivela con la massima pregnanza il carattere disumanizzato e disumanizzante del rapporto di merce»
G. Lukács, Storia e Coscienza di classe, Mondadori, 1973, pp. 107-108.
«Platone mostra così che nell’atto di scegliere a quale scopo indirizzare la sua esistenza la vicenda socratica giocò un ruolo determinante. Egli considerava altamente significativo, in particolare, il fatto che l’integerrima morale di Socrate si era più di una volta opposta alla prassi politica impura corrente in Atene sullo scorcio del V secolo. Decidendo di fare filosofia sulla scia di Socrate, e con l’occhio concentrato sugli esiti negativi della prassi etica e politica corrente, Platone inaugura dunque un’idea di filosofia in cui il sapere che si ricerca (ricordiamo che la parola “filosofia” significa “amore del sapere”) non è tanto un sapere fine a sé stesso, orientato al puro conoscere, ma è un sapere diretto a conoscere quei principi generali di fondo che soli possono promuovere il benessere dell’uomo (ovvero la sua felicità) sia nella vita privata sia in quella pubblica. Una delle più importanti eredità che Socrate consegna a Platone è dunque la stretta connessione tra filosofia e vita. Un paio di volte nel corso dei dialoghi (Gorgia 500c; Repubblica 352.d) il Soccate di Platone spiega che l’argomento di cui si discute è straordinariamente importante, perché di tratta di “come si debba vivere”. Pertanto nessun uomo può davvero dichiararsi estraneo alla filosofia, perché sarebbe come se dichiarasse il proprio disinteresse nei confronti della felicità».
Franco Trabattoni, La filosofia di Platone. Verità e ragione umana, Carocci, Roma 2020, p. 41.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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