«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
Ecco quanto dice l’Abate Faria a Edmond Dantès in uno dei loro primi colloqui nella cella del vecchio studioso, detenuti entrambi senza colpa nella prigione del Castello d’If:
«C’è un assioma di grande profondità […]: il cattivo pensiero non nasce da una buona indole. Alla natura umana ripugna il delitto. Tuttavia la civiltà ci ha dato dei vizi, dei bisogni, degli appetiti fittizzi, che qualche volta hanno l’influsso di soffocare i nostri buoni istinti e di condurci al male» (p. 130).
Alexandre Dumas, Il Conte di Montecristo, Crescere Edizioni, 2018.
Veduta della prigione-fortezza nota come il Castello d’If
in una società disumana e soffocante come la nostra.
Si impazzisce perché si ha l’impressione che il mondo
non sappia che farsene dell’anima
né delle sue facoltà più importanti,
come ad esempio l’immaginazione».
Margherita Guidacci, Lettera a Mladen Machiedo, 15 giugno 1970, in Id., Lettere di Margherita Guidacci a Mladen Machiedo, a cura di Sara Lombardi, Firenze University Press, 2015.
Prigione
Se il muro fosse di pietra e non d’aria, se attraverso il muro non si toccassero gli alberi, se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare, se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi alla cintura del carceriere che si allontana: quale sollievo ne avresti nell’orrore! Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi, la rocca più imponente può essere distrutta. Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà. E non è muro: nessun muro sarà abbattuto. Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre, non saranno divelte. Tu confini con l’aria, tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera, e sei tu stessa la tua prigione che cammina.
Chi ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in questi vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è un pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo ...
Eritrea
Non qui, su questo sacro suolo di Eritre, dove siete venuti per riscrivere i libri che per impulso vostro non avreste mai scritto, e che ora il fuoco vi ha sottratto; non qui, dove in un tempo lontano io rivelai la prima volta la sapienza che vi era contenuta; né a Samo o Delfi o Cuma (più vicina a voi) da cui li trasse senza intenderli il vostro re superbo; né in alcuno dei luoghi che, come specchi successivi, mandarono lampi arcani, voi troverete mai quel che cercate. Troverete forse un mormorio trasognato di vecchi che storpiano parole già storpiate dai loro padri: e di quello farete i vostri nuovi libri, per illudere il popolo e voi stessi. Ma se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in questi vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è un pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio.
M. Guidacci, Sibille. Seguito da Come ho scritto “Sibille”, a cura di Ilaria Rabatti, Petite plaisance, Pistoia 2018, p. 20.
«In amore non si vede un punto di arrivo, né un appagamento. L’amore autentico è solo un continuo proseguire».
Max Frisch, II silenzio. Un racconto dalla montagna (Antwort aus der Stille. Eine Erzählung aus den Bergen, 1937), trad. di Paola Del Zoppo, Roma, Del Vecchio Editore, 2013.
Max frisch, Antwort aus der Stille, copertina della prima edizione.
Quarta di coepertina
Balz Leuthold non ha mai voluto essere una persona ordinaria. Poco prima del suo trentesimo compleanno, però, si rende conto di non potersi neanche considerare davvero una persona straordinaria. Nella vita, fino a ora, non ha compiuto azioni degne di particolare nota, nessuna invenzione, nessuna creazione artistica o letteraria che lo elevino a persona speciale. Allora ha preso una decisione: scalerà quella montagna che da giovane guardava ergersi sulle sue passeggiate, che faceva ombra ai discorsi con il fratello “adulto”. Compirà un atto eroico, e con questa azione “virile” darà un senso compiuto alla sua esistenza. È deciso: azione o morte. Ma giunto in montagna alla locanda dove sostava anche in gioventù, incontra una giovane straniera, che lo guarda e lo vede come nessuno fino ad allora lo ha mai guardato e visto. Chi è lei, da che vita proviene? Perché sembra non aver paura di nulla? E dall’incontro tra i due scaturiscono gli interrogativi, e la narrazione si sviluppa e trascina via il lettore proprio come un torrente montano scorre rumoreggiando tra i crepacci, e il vortice di pensieri e accadimenti lascia senza fiato, travolge come il senso di assoluto degli ambienti montani, dove il sorgere del giorno e il calare della notte sono eventi che penetrano le fibre dell’individuo tanto quanto fame, sonno e sete. E la domanda echeggia: cosa fa di una vita una vita veramente compiuta? Ha a che fare, questo, con la felicità?
«Progettare significa costruire il luogo della differenza, perché ciò che è solo possibile diventi reale. In questo senso, tutta la speculazione del primo Schlegel intorno alle figure della combinazione della pluralità, e in primo luogo intorno all’arabesco, sono la definizione di questo progetto e, in questo, atopiche, vale a dire in grado di trasformare le leggi della “ragione solo ragionante”. Nel frammento 22 dell’Athenäum Schlegel affronta direttamente il problema del progetto. “Il progetto è il germe soggettivo di un oggetto in divenire”, che si caratterizza, per la sua totale soggettività e per la sua necessaria oggettività fisica e morale, in rapporto al tempo. I progetti sono infatti “frammenti dell’avvenire”. Rispetto ad essi “essenziale è la capacità di idealizzare immediatamente degli oggetti e, insieme, di realizzarli, di integrarli, e parzialmente eseguirli in sé. E siccome trascendentale è ciò che ha relazione con la connessione o separazione dell’ideale con il reale, potremmo ben dire che il senso dei frammenti e progetti è la parte trascendentale dello spirito storico”. Lo spirito storico, dunque, organizza i frammenti del passato e dell’avvenire, come il luogo decisivo della tensione fra il soggetto e l’oggetto in rapporto al tempo».
Franco Rella, Limina. Il pensiero e le cose, Feltrinelli, Milano 1987, p. 18.
«Magellano ha dimostrato per l’eternità che un’idea, se ispirata dal genio, se sorretta da una tenace passione, è più forte di tutti gli elementi naturali, che l’individuo singolo con la sua piccola vita fugace è pur sempre in grado di trasformare in realtà e in verità imperitura quello che a centinaia di generazioni è apparso puro sogno illusorio».
Ogni lettura è un atto di resistenza. Di resistenza a cosa? A tutte le contingenze.
Daniel Pennac, Come un romanzo, 1992.
«Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara. Ed è a una persona cara che subito ne parleremo. Forse proprio perché la peculiarità del sentimento, come del desiderio di leggere, è il fatto di preferire. Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l’invisibile cittadella della nostra libertà. Noi siamo abitati da libri e da amici».
Daniel Pennac
«È dal più remoto ieri che i libri ci mettono in guardia contro le conseguenze delle nostre azioni. […] a volte credo che il grande sogno dell’Occidente finirà in un incubo. Ma sono stati i libri a salvarmi dalla tristezza cronica, perché la loro grandezza sta nellassolvere a una doppia funzione. Da un lato i libri ti parlano del tuo tempo, ma dall’altro lato è indubbio che leggendo perdiamo la nostra età, il nostro vivere qui ed ora: chi è immerso nella lettura – come il sognatore o l’amante – non è più un consumatore o un cittadino, vive in un universo più grande, quello della letteratura, per definizione atemporale».
Daniel Pennac, Chi legge non ha paura, “Robinson” – La Repubblica, 3-8-2019, pp. 2, 5.
«[…] Nella figura del personaggio del Cappotto, Devuskin si vede, per così dire, soppesato, misurato e definito fino in fondo: eccoti, sei tutto qui, e in te non c’è nient’altro, e di te non c’è altro da dire. Egli si sente irrimediabilmente predeterminato e finito, come già morto prima di morire, e al tempo stesso sente anche la falsità di un tale atteggiamento.
[…] Il senso serio, profondo, di questa rivolta si può esprimere così: non si può trasformare l’uomo vivo in muto oggetto di una conoscenza esteriore compiutamente definitoria. Nell’uomo vi è sempre qualcosa che solo lui può scoprire nel libero atto dell’autocoscienza e della parola, che non si assoggetta alla determinazione esterna ed esteriorizzante.
[…] La vera vita della persona è accessibile soltanto a una penetrazione dialogica alla quale essa si apre liberamente in risposta».
Michail M. Bachtin [1963], Dostoevskij. Poetica e stilistica, trad. it. di G. Garritano, Einaudi, Torino1968, pp. 66-68.
«Quel che sarà la nostra vita, almeno in parte, è il risultato di ciò che ognuno di noi vuole. […] Quello che mi interessa non è se c’è la vita dopo la morte, ma che ci sia vita prima. E che questa vita sia buona, non semplice sopravvivenza o continua paura di morire».
Fernando Savater, Etica per un figlio, Laterza, Laterza, Bari 2007, p. 111.
la ferma convinzione della necessità e della possibilità
del completo declino dell’attuale ordine di questa vita
per avere la forza di rappresentarla poeticamente e teoreticamente».
***
Nikolaj Aleksandrovič Dobroljubov, Stichotvorenija Ivana Nikitina, Sobr. soc. v devjati tomach, Goslitizdat, Leningrad 1963, tomo, VI, p. 167.
Nikolaj Aleksandrovič Dobroljubov
critico letterario russo (Nižnij Novgorod 1836-Pietroburgo 1861). Teorico radicale, assertore convinto degli ideali democratici, si formò come critico su Belinskij e su Herzen acquistando una buona conoscenza di Feuerbach e della sinistra hegeliana. La sua amicizia con Černyševskij lo introdusse al Contemporaneo a cui collaborò dal 1856. La sua attività critica fu breve ma assai intensa. Il suo nome è rimasto legato agli articoli su Ostrovskij (Il regno tenebroso, 1859), su Turgenev (Quando verrà il vero giorno?, 1860) e soprattutto al saggio Che cos’è l’oblomovismo? (1859), in cui la sua analisi sul famoso protagonista del romanzo di Gončarov si allarga a una critica della borghesia russa del tempo. Sono da ricordare, infine, le sue acute Lettere da Torino su Cavour e l’Italia.
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