Salvatore Bravo – Estetiche del turbocapitalismo. La paideia negativa e nichilistica dell’immagine. Contrapporre alla notte delle immagini la cultura dell’impegno, sottraendosi alla violenza dell’incultura dell’immagine.

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                                     Estetiche del turbocapitalismo

 

L’ipercinetica dell’immagine

Forma e sostanza non sono mai state tanto lapalissiane come nell’epoca mediatica, nell’epoca dell’ipercinetica dell’immagine: l’estetica, l’immagine, il fenomeno – ad un’attenta lettura – svelano e rivelano il noumeno. Per estetica intendo il fenomeno che appare kantianamente nella sensibilità. Ora l’ipercinetica delle immagini, la ridondanza delle stesse, fa assomigliare il mondo sempre più alle vetrine parigine descritte da Benjamin: panciuti luoghi dell’abbondanza che svelano – nella carne dell’apparire – il contenuto olistico del turbocapitalismo. Hegel affermava che la quantità si cambia in qualità, ovvero l’esponenziale presenza di un dato ne altera la verità qualitativa. Il turbocapitalismo – sostenuto dall’incontenibile disseminazione del culto dell’immagine – rende palese la sua essenza, attraverso la circolazione delle immagini e mediante la qualità stessa delle immagini con la loro densità omologata ed omologante.

La paideia negativa e nichilistica dell’immagine

È in atto una vera paideia negativa e nichilistica dell’immagine, una sorta di perversione di ogni contenuto formativo, mediante la dismisura della produzione dell’immagine. Non si assiste al materializzarsi del bello kantiano – per Kant il bello ha un contenuto etico, in quanto espressione e proiezione dell’aspirazione all’armonia interiore, dell’equilibrio tra intenzione e volontà: si sta invece materializzando il regno del terrore nel sublime dinamico. Per Kant, il sublime è giudizio riflettente la cui effettualità comporta, certo, prima lo spavento dinanzi ai fenomeni naturali che ci sovrastano; ma poi l’essere umano recupera la propria dignità, poiché pensa il sublime che gli porge un senso di infinito. Oggi invece il “sublime” dell’ipercinetica delle immagini, è solo terrore. La quantità immensa delle immagini reca con sé il culto dell’immagine nel micro, nel quotidiano, casa per casa, attimo per attimo, mercato per mercato. Nel pulviscolo della competizione dell’immagine, si afferma e si solidifica la frustrazione collettiva. Non si è mai abbastanza perfetti in qualsiasi qualità somatica, poiché il senso della circolazione dell’immagine non solo sollecita il narcisismo personale ed il disimpegno verso ogni forma di socialità, ma costruisce specialmente la sostanza del capitalismo attuale: l’impotenza generalizzata. Le immagini ci assediano, ci inseguono, siamo stimolati a produrle fino al punto da scambiare l’idola, l’immagine per la sostanza, per l’identità.

Sublime senza riscatto, terrore senza possibilità escatologica

La reificazione è dunque totale, è la legge del sistema, che non teme neanche di nasconderla, di celarla, tale è la forza ostentata, in assenza di ogni opposizione. In questa rincorsa senza limiti e confini, in cui la competizione – ecco l’altra parola di sostanza del turbocapitalismo – si afferma in un mondo di sconfitti, a turno ciascuno è superato dall’immagine ostentata dell’altro, ogni immagine ha un contenuto di violenza, in quanto ha il fine di portare il silenzio nel chiasso pornografico del nuovo assoluto. Non è dunque iscritta in tale logica il recupero della propria dignità di persona pensante: si deve essere solo individui, atomi, e non persone, il cui valore passa attraverso uno scatto velocissimo presto superato dall’infinito della circolazione delle immagini. Sublime senza riscatto, terrore senza possibilità escatologica, condannati – alla maniera di Sisifo – ad essere oggetto di operazioni ripetute prive di senso. La cultura-culto dell’immagine ci relega nella caverna platonica. Il mito del VII libro della Repubblica ci insegna che la tragedia degli schiavi è la loro incapacità di rappresentarsi la caverna come afferma Blumenberg in Uscite dalla caverna. Lo schiavo è tale perché non ha i mezzi per intenzionare la caverna, pertanto aggredisce il liberatore, Socrate: non può credergli in quanto l’abitudine a subire il mondo delle immagini, e ad assumere la postura esistenziale in funzione del loro culto ha annichilito ogni capacità teoretica. Per lo schiavo prono al culto del falso – ritenuto l’unico mondo possibile – il mondo non esiste, in quanto il mondo è rappresentazione, relazione di pensiero, trascendenza. Dinanzi ad una umanità la cui caverna è la mente adattata al buio dell’immagine, ogni dialogo pare impossibile, ogni comprensione di un’alterità appare come violenza. Si rovesciano i ruoli, gli schiavi si sentono aggrediti dalla verità, minacciati dall’incomprensibile, credono fideisticamente ed ossessivamente nell’immagine. Condizione molto simile al culto dell’immagine della contemporaneità che associata alla competizione, all’incultura di un linguaggio sempre più depotenziato delle sue capacità teoretiche, produce in modo evidente un’umanità immiserita dalla storia effettiva del turbocapitale.

La cultura dell’immagine nel turbocapitalismo

L’armigero con cui il capitale domina ed utilizza ogni individuo trasformandolo in mezzo di diffusione del narcisismo consumistico è la cultura dell’immagine. Perversione capitalistica della comunicazione, l’immagine dall’essere veicolo di significato, metafora del concetto, analogia tra concetto ed immagine come è descritta in la Poetica di Aristotele, o polisemica attività del pensiero secondo Ricoeur, diventa soltanto veicolo della competizione, della cultura imprenditoriale: la prima merce da vendere non è il prodotto, ma se stessi. Lo sbattere delle spade, si rende funzione operativa con l’immagine, che sostituisce le identità delle persone non più formate ad essere persone, ma merce dal valore di scambio variabile come le turbolenze ricattatrici dello spread. La vittoria del capitale è nell’arretramento della lingua: meno lingua più immagini, con il conseguente tramonto del pensiero critico. Il mondo, in quanto rappresentazione dell’assenza del dato percepito mediante la parola, è sostituito dall’abbondanza paurosa del cattivo infinito delle immagini. La loro quantità è tale che val bene, in questo caso, quanto affermato da Hegel nella critica a Schelling, ovvero viviamo in un infinito in cui tutte le vacche nere si confondono nella notte delle immagini. Nello splendore del supplizio delle immagini, la loro quantità oscura tutto, o meglio l’una oscura l’altra in una crudele rincorsa tra abbaglio ed ombra. La notte è scura per l’indifferenziazione delle immagini, a ciò contribuisce non solo la quantità ma anche la rincorsa verso modelli dell’apparire sempre più eguali. Vedasi le meteorine della politica e dello spettacolo, ciascuna rincorre – tra palestre, diete, chirurghi – modelli dell’eguale, lottano all’ultimo sangue, e non è una battura o iperbole lessicale, per sembrare sempre più … ma tutti allo stesso modo, fino al ridicolo – venato d’orrore – nell’assistere a volti paralizzati nell’espressione, all’anestesia facciale, a labbra voraci di tutto … tranne che di pensiero. Lo spettacolo dell’orrore estetico-apparire rende concreta la verità del turbocapitalismo. Plotino – racconta un suo discepolo – non voleva che si disegnasse la sua immagine per timore che si scambiasse il corpo per la sua essenza.

Contrapporre alla notte delle immagini
la cultura dell’impegno, sottraendosi alla violenza dell’incultura dell’immagine

Oggi più che mai, pur col rischio dell’isolamento, è necessario contrapporre alla notte delle immagini – in cui tutte le vacche sono nere, e le persone sono trattate come se valessero meno dei bovini – la cultura dell’impegno, sottraendosi alla violenza dell’incultura dell’immagine. Dal mito della caverna possiamo imparare, ponendoci un quesito: ovvero che forse l’attività liberatrice di Socrate ha sbagliato nei tempi. Prima di poter intavolare il dialogo con i cavernicoli del capitale, forse bisogna impegnarsi in una lenta diffusione della cultura della parola, contro il culto liturgico dei rituali mediatici. I tempi potrebbero essere lunghissimi, ma la sovraesposizione mediatica rischia di portare l’opposizione teoretica all’interno della sublime violenza mediatica. Ripartire dal logos, dalla parola, per poter argomentare e mostrare, con l’esempio vissuto, che un’altra vita possibile. Parlare, dialogare, comunicare per diffondere, per porre le condizioni della parola teoretica. Davide contro Golia, così appare la sfida. Eppure, dinanzi all’evidenza della sostanza del turbocapitalismo, la sfida dev’essere sperimentata, ognuno in ragione delle proprie possibilità. La caverna è la condizione prima della nascita, il buio prima dell’apertura alla nascita. Identità non nate, ma esposte al circolo mediatico: questa è la realtà dei nostri giorni, dinanzi alla quale non possiamo fatalmente affermare come Heidegger “Solo un dio ci può salvare”. La Filosofia ha insegnato che la salvezza è possibile, la prassi è logos, trasformazione e nascita delle vite, siamo chiamati a sottrarci al gioco dell’apparire per vivere la pratica dell’agorà.

 

Salvatore Antonio Bravo


 



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Fernanda Mazzoli – Una voce poetica dimenticata: Isaak Ėmmanuilovič Babel’. Fondare la rivoluzione sull’anima umana, sulla sua aspirazione al bene, alla verità, al pieno dispiegarsi delle sue facoltà. La rivoluzione non può negare la spiritualità, l’esperienza interiore dell’uomo, i suoi fondamenti morali.

Isaak Babel’

Fernanda Mazzoli

Una voce poetica dimenticata: Isaak Ėmmanuilovič Babel’

Fondare la rivoluzione sull’anima umana,
sulla sua aspirazione al bene, alla verità,
al pieno dispiegarsi delle sue facoltà.

 

 

La rivoluzione non può negare il sabato – la spiritualità, l’esperienza interiore dell’uomo, i suoi fondamenti morali – a costo di non sapersi più distinguere dai suoi nemici e finire per distruggere, come aveva colto Camus nel suo L’homme révolté, nello stesso tempo uomini e principi.

 


Leggere l’impaginato di  otto pagine in PDF cliccando qui:

Fernanda Mazzoli, Isaak Emmanuilovič Babel’


 

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Isaak Babel’

 

Precoce fu la passione per i libri di Isaak Babel’ (13 luglio 1894, Odessa, Ucraina / 27 gennaio 1940, Prigione di Butyrka, Mosca, Russia). Gli accesero l’immaginazione e gli regalarono una fertile inventiva con la quale alterare «tutte le cose del mondo», fino a non sapere più distinguere fra realtà e fantasia e ingannare se stesso e chi voleva ascoltarlo con le sue avvincenti storie. Leggeva sempre, ricorda in un suo racconto (Nel sottoscala, 1930), «durante le lezioni, nelle ricreazioni,lungo la strada di casa,di notte, a tavola», e per un libro rinunciava a tutti i divertimenti condivisi dai compagni, dalle fughe da scuola per bighellonare al porto, alle partite di bigliardo nei caffé, alle nuotate nel fiume che attraversava Odessa. A causa dei libri, e della bizzarria che a loro e all’ambiente familiare doveva, non aveva amici: «E chi poteva aver voglia di frequentare un tipo simile?». La solitudine lo seguirà come un’ombra discreta nascosta nelle pieghe di una vita avventurosa, compagna muta tra i compagni dell’armata a cavallo, fino al silenzio degli ultimi anni, quando l’assalto al cielo tentato dai bolscevichi era precipitato nelle secche della normalizzazione stalinista.

Isaak Ėmmanuilovič Babel'

Isaak Babel’

Che non gliene sarebbe venuto niente di buono dalla sua passione per i libri, la madre, con una sensibilità tutta ebraica per le sventure, lo aveva presagito e proprio nel momento in cui una brillante carriera sembrava attendere il figlio. Il giovane Isaak era stato ammesso alla classe preparatoria del ginnasio, superando la bassissima soglia del cinque per cento riservata agli Ebrei. Mentre il padre, come impazzito dalla gioia, chiusa la bottega, si era precipitato a comperargli un berretto da ginnasiale, la madre «intuiva il destino nei miei occhi e mi guardava con amara pietà, perché lei sola sapeva quanto fosse sfortunata la nostra famiglia» (La storia della mia colombaia, 1925).

Correva l’anno 1905, anno di moti rivoluzionari che portarono alla creazione della Duma, anno di disordini che non di rado sfociavano in pogrom contro la comunità ebraica ed il decenne Isaak si trovò nel bel mezzo di uno di questi e vi perse il nonno, massacrato dai russi, e la «colomba color ciliegia», regalatagli dal padre come premio per l’ammissione e schiacciata dal venditore ambulante Makarenko che colpisce il bambino, scagliandolo a terra, e gli uccelli appena presi al mercato. «Da ragazzo ho desiderato ardentemente di possedere una colombaia: in tutta la vita non ho avuto desiderio più forte. Avevo dieci anni quando mio padre promise di darmi il denaro per l’acquisto di un’assicella e di tre coppie di colombi». Costruita la colombaia e avuto il denaro promesso, il mattino del 20 ottobre Isaak, malgrado le fucilate che echeggiavano in città, corse al mercato venatorio e comperò finalmente gli agognati colombi, ma «in qualche luogo lontano cavalcava la sfortuna su un gran cavallo» e il ragazzo si ritrovò a terra, insanguinato dalle viscere dell’uccello schiacciato. «Il tenero intestino del colombo strisciava sulla mia fronte, ed io chiusi l’occhio che m’era rimasto ancora aperto perché non vedesse il mondo che mi si stendeva davanti. Quel mondo era piccolo e orribile».

Distrutto il negozio del padre, nascosto con i genitori in casa di amici russi per tutta la durata del pogrom, il bambino contrsse una malattia nervosa che richiese il suo allontanamento dalla cittadina di Nikolaev per luoghi più salubri. Così, si imbarcò con la madre per Odessa, dove era nato dieci anni prima, nella Moldavanka – il ghetto ebraico – e si stabilì in casa del nonno paterno, rabbino cacciato dalla sua città per contraffazione di cambiali, stravagante inventore, erudito straccione e pazzo agli occhi dei concittadini.

A Odessa studiò all’Istituto commerciale dove ebbe la fortuna di incontrare uno straordinario insegnante di francese, un bretone, che gli insegnò la lingua e l’amore per la letteratura del suo paese, al punto che scrisse i suoi primi racconti, che poi butterà via, giudicandoli incolori, in quella lingua. Fino al sedicesimo anno, su insistenza del padre, studiò anche l’ebraico, la Bibbia, il Talmud e il violino, ma agli esercizi musicali preferiva la lettura di Turgenev e di Dumas e, strimpellando per ingannare il padre che si era messo in testa di fare di lui un violinista di successo, divorava le pagine dei romanzi posti sul leggio. Intanto, scriveva di notte le storie che raccontava di giorno ai ragazzi dei vicini.

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Antonina Pirozhkova e Isaac Babel’.

Isaak Babel con Antonina e la figlia

Isaak Babel’ con Antonina e la figlia.

 

Più tardi, la Moldavanka, con la sua vita rumorosa, i suoi tuguri abitati da un’umanità dedita a bizzarri traffici, i suoi banditi generosi e trucidi, diventerà il teatro di molti suoi racconti che – ricostruendo con vivacità e un tocco d’umorismo l’ambiente della prima giovinezza – ripercorrono, in realtà, il maturare della sua vocazione letteraria, a cui attribuisce un’origine familiare, nella somiglianza che avverte con il nonno mezzo pazzo, autore di un’autobiografia in ebraico dal significativo titolo L’uomo senza testa.

 

Racconti di Odessa

Racconti di Odessa

Altro mentore di quegli anni fu un singolare abitante della Moldavanka, correttore di bozze di un giornale di Odessa, nonché «filosofo della scuola naturalistica» che gli consigliò, dopo avere letto una tragedia che il quattordicenne Babel’ gli aveva sottoposto a giudizio, di immergersi nella natura, come una pietra o come un animale, se davvero aveva l’intenzione di scrivere qualcosa che valesse la pena.

Racconti proibiti e lettere intime, Feltrinelli, 1961

Racconti proibiti e lettere intime, Feltrinelli, 1961

 

Cronache dell'anno 1918

Cronache dell’anno 1918

 

Qualche anno più tardi, sarà Gorkij – che pubblicherà nel 1916 i suoi primi racconti, rifiutati da molti giornali –, a dargli un consiglio decisivo: di andare fra la gente, come ricordò lo scrittore in una breve ed intensa Autobiografia, pubblicata per una rivista nel 1924. E per sette anni – anni che sconvolsero il mondo – Isaak Babel’ andò fra la gente, si immerse nel turbine della Rivoluzione, lasciò che il suo universo poetico maturasse lentamente nel fragore, nel caos, nella stanchezza e nel fervore della guerra rivoluzionaria, fra un attacco e un ripiegamento e si facesse strada al passo dei cavalli dell’Armata cosacca di Budënnyj che, agli ordini del nuovo potere sovietico, respinse fin quasi a Varsavia i Polacchi che avevano conquistato Kiev.

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L’Armata a cavallo. Titolo originale: Конармия.

 

L'armata a cavallo

L’armata a cavallo

 

Anni turbinosi per la Russia e per il giovane Babel’: soldato sul fronte rumeno nel 1917, prestò servizio nell’anno seguente nella Ceka e al commissariato del Popolo per l’istruzione, combattè nell’armata del Nord e poi nella Prima armata di Cavalleria, strano soldato dall’aria poco marziale, piccolo, occhialuto, con la sacca piena di manoscritti e giornali. Lavorò come tipografo ad Odessa e fu cronista a Pietroburgo e nell’anno 1923 riprese a scrivere, dopo avere imparato ad esprimere i suoi pensieri «con chiarezza e in forma sintetica», come se «i sogni impossibili» e le «canzoni dissonanti» che covava in sé dall’ infanzia si fossero asciugati nelle notti all’addiaccio, dilaniate «dal latte della luna» o nella polvere e nel fumo delle battaglie che avevano incendiato la pianura polacca «levigata come un asse». La guerra rivoluzionaria, il contatto diretto con gli eventi e gli uomini avevano finito per mettere le briglie alle «tempeste» della sua immaginazione , affinatasi e sublimatasi in un tirocinio linguistico – che si affiancò all’esistenziale – all’insegna della concisione.

L’asciuttezza del cronista si compenetra senza sforzo con il lirismo del poeta che ha saputo trovare «il senso della natura», raccontata per squarci improvvisi, di grande efficacia pittorica, capaci di fondere il movimento dell’Armata a cavallo con il dispiegarsi dei campi di papaveri e il gioco del «vento di mezzogiorno tra la segale gialligna». Dilaga l’armata cosacca nella steppa, tutt’attorno cadaveri e villaggi distrutti, e intanto «il sole arancione rotola nel cielo, come una testa recisa, una tenera luce s’accende nelle fenditure delle nubi, svettano sulle nostre teste gli stendardi del tramonto. Il lezzo del sangue di ieri e dei cavalli uccisi geme nel fresco della sera». Come un fiume in piena, l’armata continua la sua marcia verso Novograd e al sole succede la luna che si adagia sulle onde del nero Zbruč che i cosacchi sono costretti a guadare, non essendoci più ponti.

L'Armata a cavallo

L’Armata a cavallo

 

È così che si apre il primo dei racconti che compongono l’opera più nota di Isaak Babel’ e che introduce il lettore in un mondo sconvolto dalla guerra e dalla rivoluzione, eroico e crudele, capace di grande coraggio e smisurate speranze, così come di spietate azioni e meschini sentimenti. Le «orde pezzenti» che si rovesciano sulle antiche città polacche portano con sé il vento impetuoso del nuovo mondo che i bolscevichi stanno cercando faticosamente di costruire, ma anche la violenza cieca e la sete di vendetta e la brama di saccheggio di ogni esercito. Per quanto sia arrivato l’ordine di Trotskij di non scannare i prigionieri, ma di sottoporli a regolare processo, sul fronte le passioni degli uomini esacerbati dalle lunghe privazioni, dalle perdite subite, dai traditori annidati in ogni villaggio, hanno spesso la meglio sui richiami alla nuova legalità rivoluzionaria e, semplicemente, all’umana pietà. Il nostro narratore, assegnato allo stato maggiore della divisione come corispondente, si vede più di una volta costretto a compilare rapporti di denuncia di azioni banditesche, che porteranno i colpevoli davanti al tribunale di guerra.

L'armata a cavallo

L’armata a cavallo

 

È la lucida consapevolezza di stare vivendo una storia grande e terribile a fare de L’Armata a cavallo un’opera epica, nel senso più alto: scevra da ogni retorica, da ogni compiacimento, da ogni intento agiografico. Il giovane Isaak, andato fra la gente e buttatosi a capofitto nel tumulto della guerra e della rivoluzione, sia per intima adesione alle ragioni di questa, sia per trovare se stesso in quanto scrittore, mette a segno quell’immissione di «realismo quotidiano nella sublimità tragica» che, secondo Auerbach, caratterizza la grande epica omerica. E così, mentre combatte con la cavalleria cosacca, condividendo con i suoi compagni fatiche, stenti, pericoli, «la cronaca dei misfatti quotidiani» lo opprime «senza posa come un vizio di cuore». È lo sterminio delle api, di cui sono stati profanati gli alveari intossicati dallo zolfo, ma anche gli stupri di gruppo, i saccheggi delle chiese, le esecuzioni sommarie per un sospetto di tradimento. Il cronista-combattente di Odessa tiene un diario minuzioso, da cui poi svilupperà i suoi racconti, in cui compare sotto il nome di Ljutov, e non nasconde nulla, né a sé stesso, né al lettore. I compagni dell’armata a cavallo non sono eroi esemplari, sono uomini capaci di eroismo e di ferocia, una massa in movimento sui «binari precipitosi» che il partito bolscevico ha aperto «nella pasta acida delle storie russe», sospinti dalla marcia frenetica di una storia che corre più veloce di loro, ancora incrostati dalla scorie di un passato che sa di servitù, sopraffazione, pregiudizi, «ansimante crudeltà contadina». Dunque, Babel’-Ljutov decide di assumere pienamente, senza infingimenti e romantiche illusioni, «la curva misteriosa della retta di Lenin», che ha scagliato in prima fila la comunità cosacca e che da quelle scorie saprà liberarla, come osserva sentenziosamente Galin che lavora con lui al giornale del fronte.

 

Sëmen Budënnyj, il popolare e combattivo comandante dell'Armata a cavallo.

Semen Budennyj, il popolare e combattivo comandante dell’Armata a cavallo.

Non piacquero questi racconti al generale Budënnyj che accusò l’autore di avere denigrato l’Armata che aveva comandato, dando prova di sraordinario coraggio e capacità decisionale che lo scrittore non mancò di riconoscere, cogliendo nel suo «sorriso abbagliante» e nelle sue scarne parole la grandezza del personaggio, nuovo tipo di condottiero popolare. Mentre nomina un comandante di brigata, il generale, che deve l’incarico alla sua non comune audacia, si limita a dirgli, sorridendo: «Il serpente ci attanaglia. Si vince o si crepa! Non c’è altra via, hai capito?», e lo minaccia, sempre sorridendo, di fucilarlo, se scappa. Budënnyj, naturalmente, ha ragione: è con uomini come lui che si vincono le rivoluzioni e Babel’ è il primo a riconoscerlo, ma sa altrettanto bene distinguere tra propaganda e letteratura e non sarà mai disposto a sottomettere l’una all’altra, fino a preferire il silenzio negli anni dello stalinismo trionfante.

È nel racconto forse più struggente di tutta la raccolta, Gedali, fantastico, diafano e malinconico come un dipinto di Chagall, che «la sublimità tragica» vissuta dal narratore e da milioni di uomini con lui, si staglia con icastica evidenza. A Gedali, padrone di una botteguccia nel ghetto ebraico della cittadina polacca di Žitomir, studioso del Talmud e di Maimonide, nonché fondatore di una impossibile Internazionale, soddisfatto che la rivoluzione le abbia suonate ai cani malvagi degli antisemiti, ma tuttavia preoccupato perché i fucili continuano a sparare, il narratore risponde che la rivoluzione «non può fare a meno di sparare». È un’Internazionale impossibile, quella di Gedali e il combattente dell’Armata a cavallo, spinto verso di lui alla vigilia del sabato dalla «densa malinconia dei ricordi», non si fa illusioni in merito e non ne offre al suo bizzarro interlocutore. Tuttavia, ne è affascinato e non solamente per un richiamo della tradizione in cui è stato cresciuto: sono la sua intelligenza e la sua sensibilità di rivoluzionario a confrontarsi con le parole dello strambo vecchio. Lui accoglie la rivoluzione, ma accoglie anche il sabato ed è deluso che la rivoluzione mandi avanti solo i fucili. Sparavano i polacchi e sparano i rivoluzionari e questo lui non lo capisce, perché «la rivoluzione è gioia. E alla gioia non piace avere orfani in casa». Gedali non sa più dove è la rivoluzione e dove la controrivoluzione. Lui vuole «un’Internazionale di brava gente» e che «sia tesserata ogni anima e le assegnino una razione di prima categoria. Prendi, anima, mangia e ricevi dalla vita il tuo godimento!». E invece, rincara Gedali, loro ignorano completamente con quale companatico si mangi l’Internazionale

Il redattore del Krasnyj Kavalerist – il giornale del fronte – ha bello offrirgli con spavalderia il suo companatico: «polvere da sparo» da innaffiare «con il sangue migliore», perché la sua pronta e un po’ scontata risposta si deve far da parte per lasciare avanzare il sabato, «un sabato fanciullo» che «dall’azzurra oscurità saliva in cattedra».

Pagina straordinaria, e per la qualità della scrittura – incisiva, sognante e densa, intimamente aderente a luoghi e personaggi – e per la sconvolgente lucidità che si annida nelle parole di Gedali sotto l’incalzare delle immagini. Parole profetiche, ad un secolo dall’Ottobre la cui demiurgica ambizione è ripiegata nella costruzione di quel «socialismo reale» che, nonostante indubbi meriti, non ha certo realizzato le promesse di emancipazione che mobilitarono milioni di uomini in Russia e nel mondo intero. Non è certo questa la sede per anche solamente accennare ad un bilancio dell’esperienza della rivoluzione bolscevica che ha segnato una svolta epocale, ineludibile. Ritengo, però, che l’esaurirsi della sua spinta ideale e il crollo miserevole dell’Unione sovietica, le cui macerie hanno finito per trascinare con sé – almeno per i più – l’idea stessa della possibilità di una società non fondata sui rapporti di produzione capitalistici, rinserrando più che mai gli uomini nella gabbia d’acciaio dell’attuale sistema sociale, possano essere lette (e corrette in un futuro che abbiamo il dovere di immaginare diverso dall’attuale presente “senza storia”) anche alla luce delle considerazioni del bizzarro rigattiere di Žitomir che vuole fondare la rivoluzione sull’anima umana, sulla sua aspirazione al bene, alla verità, al pieno dispiegarsi delle sue facoltà. La rivoluzione non può negare il sabato – la spiritualità, l’esperienza interiore dell’uomo, i suoi fondamenti morali – a costo di non sapersi più distinguere dai suoi nemici e finire per distruggere, come aveva colto Camus nel suo L’homme révolté, nello stesso tempo uomini e principi. Ma nella steppa nel 1920 la rivoluzione è ancora giovane, muove i suoi primi passi, impetuosi, sgraziati, commoventi e pieni di promesse e Afonka Bida, capoplotone di Babel’-Ljutov, può ancora ritenere di stare combattendo anche per le api «sterminate dagli eserciti in lotta».

Pochi rapidi tratti, battute essenziali ed incisive, capaci di restituire in un’istantanea un uomo e uno sprazzo della sua verità, il coraggio sfrontato con cui si presenta al mondo, o la sua disperazione, o la sua tenace convinzione: si susseguono pagina dopo pagina i compagni di lotta, gesti e parole scorrono in un grande ritratto corale che è quello dell’armata in perpetuo nomadismo, scandito dal «lamento dei convogli», dagli spari, dai gemiti dei feriti, dai nitriti dei cavalli.

Sfilano davanti al lettore il giovane comandante di brigata Kolesnikov, dalla cui andatura Babel-Ljutov riconosce «l’indifferenza imperiosa del chan tartaro», il caposquadra Chlebnikov che guarda il mondo «come un prato di maggio», appassionato di cavalli e che per un cavallo che gli è stato preso abbandona il partito, Ilija, figlio ribelle del rabbino di Žitomar, agitatore e poeta che nella sacca da soldato tiene i ritratti di Lenin e Maimonide e muore di tifo «tra i versi, il filatterio e le pezze da piedi». E il mite pastore Saška, cantore dello squadrone, che con le sue canzoni «lastricava di suoni e lacrime le nostre strade estenuanti», Sidorov, inetto al combattimento dopo una ferita, che cerca scampo dalla «zampa pelosa della sua angoscia», sognando l’Italia che gli è entrata nel cuore come un’ossessione e dove sta covando un fuoco che lui potrebbe attizzare, il capoplotone Surokov con il suo curioso paragone fra Lenin e la gallina, entrambi capaci di tirare fuori dal mucchio e prendere al primo colpo, il primo la verità, l’altra i chicchi di grano. E il fabbro Baulin, «forte, laconico, ostinato» caposquadrone poco più che ventenne, che non ha mai conosciuto la frivolezza, incrollabile sulla strada che ha intrapreso, incurante delle privazioni, al punto da potere dormire seduto: uno di quegli uomini – sottolinea lo scrittore – decisivi per il trionfo della Rivoluzione.

Uomini semplici, non di rado rozzi, ma consapevoli, e fieri di essere al centro di un esperimento senza precedenti nella storia dell’umanità: il governo operaio-contadino, il primo nel mondo, per il quale vale la pena battersi e resistere alla fame, al freddo, alla nostalgia di casa, al dolore per i compagni uccisi e per i cavalli cui i Cosacchi sono legati da un vincolo di fraterna amicizia. Con questi uomini Isaak Babel’ attraversa gli anni della guerra rivoluzionaria, con loro condivide le costanti privazioni e gli improvvisi entusiasmi, per un attacco riuscito, per un discorso di Lenin o un volantino di Trotskij, con loro scopre la fraternità, intorno ad un misero pasto messo in comune, ad un giaciglio sotto un fienile, alle note pensose di una canzone e a un gesto di compassione per il cadavere di un nemico. Bagliori che si accendono nell’ombra vischiosa di una solitudine che non smette di accompagnare Babel’-Ljutov: difficoltà di farsi accettare – lui, intellettuale ebreo dal portamento poco marziale dai bellicosi e rustici Cosacchi – certamente, eredità del ghetto, forse, oppure conseguenza di un’inguaribile propensione alla malinconia e alla fantasticheria, contratta nell’infanzia; comunque sia, la solitudine gli aleggia intorno, «nel deserto polveroso e arroventato dei campi», «sotto l’instancabile pioggia galiziana», nella notte pronta a volargli incontro «su cavalli focosi».

È proprio il riuscito e mai banale intreccio tra ispirazione lirica ed epopea collettiva a fare de L’Armata a cavallo un’opera singolare ed autentica, in cui senso della storia e sentimento dell’umana condizione si fondono in una soluzione linguistica originale, capace di abbracciare con naturalezza registri molto diversi in un fluire incessante che sposa il ritmo incalzante della neonata rivoluzione.

 

Copertina della rivista del Fronte di Sinistra delle Arti (LEF), 1923, litografia

Copertina della rivista del Fronte di Sinistra delle Arti (LEF), 1923, litografia

Diversi racconti, poi inclusi nel libro, vennero pubblicati nel 1924 sulla prestigiosa rivista Lef, diretta da Majakovskij; ad essi ne seguiranno altri, dedicati alla città di Odessa, ed alcune commedie. Dieci anni dopo, al primo congresso degli scrittori sovietici, Babel’ si definì ironicamente maestro del genere letterario del silenzio.

 

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Qualcuno, nel frattempo, non aveva mancato di incolparlo di formalismo e scarsa produttività. Intervenne ancora l’anno successivo al Congresso internazionale antifascista degli scrittori, tenutosi a Parigi; poi, sempre più estraneo al clima politico e culturale imposto dallo stalinismo, finì per ritirarsi dalla vita pubblica e chiudersi in un definitivo silenzio, di fronte agli esiti di una rivoluzione che non aveva saputo – o potuto – conciliare Budënnyj e Gedali e si stava arenando nell’impasse di una nuova autocrazia. Come altri comunisti della prima ora, sarà accusato di spionaggio e arrestato e come loro confesserà crimini inesistenti: cedimento di fronte alle pressioni poliziesche, forse, disperazione, impotenza, senso del fallimento – sicuramente e, nel più profondo, un’oscura, tenace e tragica fedeltà, fino all’autoannientamento, a quel governo primo nel mondo che l’Armata a cavallo aveva contribuito a fare trionfare.

La foto di Babel' eseguita dal NKVD dopo il suo arresto

La foto di Babel’ eseguita dal NKVD dopo il suo arresto

Processato e condannato, sarà fucilato sul finire del gennaio 1940. I suoi archivi e manoscritti, confiscati, sono andati perduti. Sarà pubblicamente riabilitato nel 1954 dalle accuse che gli costarono la vita.

Fernanda Mazzoli

Le citazioni sono prese da Isaac Babel’, L’armata a cavallo e altri racconti, Feltrinelli, Milano, 1976, trad. dal russo di Ignazio Ambrogio, Filippo Frassati e Maria Olsoufieva.

 



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Carlo Formenti – La critica della società capitalistica non può non accompagnarsi a una critica radicale dell’ideologia “modernista” e della sua grottesca variante postmoderna, il “nuovismo”. Presentazione del libro di Carlo Formenti, «Oligarchi e plebei».

Formenti Carlo 02

Sinistra senza popolo,

popolo senza sinistra?

 

***

Sabato 26 maggio, ore 10,30

presso il Polo del ‘900

Sala didattica di Palazzo San Daniele

Via del Carmine, 14  – Torino

***

Presentazione del volume di

Carlo Formenti

Oligarchi e plebei

 

Ne discuterà con l’autore Alessandro Monchietto (ANPPIA)

Presiede e modera Bruno Segre, Presidente dell’ANPPIA

LOGO ANPPIA

giordano bruno

partener

 

 Logo-Adobe-Acrobat-300x293  Locandina_Presentazione Oligarchi e plebei



Oligarchi e plebei

Carlo Formenti,

Oligarchi e plebei. Diario di un conflitto globale

Mimesis edizioni, 2018.

logo Mimesis

 

Quali sono le nuove forme di dominio esercitate dal capitalismo sui più deboli? Quali strategie di resistenza sono state escogitate dalle classi subalterne per difendersi da condizioni di vita sempre più critiche? Come nascono i nuovi populismi di destra e di sinistra e quali prerogative li caratterizzano? Carlo Formenti prosegue la sua opera di analisi dei conflitti fra élite globali con una raccolta di saggi che intende commentare in presa diretta i principali eventi occorsi negli ultimi anni in ambito sociale, politico e finanziario. Economia, lavoro, tecnologia, ideologie, guerra, populismi, America Latina, polemiche. Suddiviso in otto sezioni, il volume organizza un percorso cronologico e tematico all’interno dei grandi argomenti della contemporaneità, per raccontare cosa sta accadendo sul fronte della lotta di classe e del conflitto globale e per provare a ipotizzare alcuni possibili scenari futuri.


Carlo Formenti è nato nel 1947 a Zurigo. Laureato in scienze politiche, è giornalista (ha collaborato con “Alfabeta”, “L’Europeo”, “Il Corriere della Sera”), docente universitario (ha insegnato Teoria dei nuovi media all’Università di Lecce), blogger (su Micromega online). Tra le sue pubblicazioni si segnala: La fine del valore d’uso (1980); Incantati dalla Rete (2000); Mercanti di futuro (2002); Felici e sfruttati (2011); Utopie letali (2013); La variante populista (2016).


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di Giovanni Iozzoli


Alcuni libri di Carlo Formenti

La variante populista

La variante populista

Felici e sfruttati

Felici e sfruttati

Incantati dalla rete

Incantati dalla rete

La fine del valore d'uso

La fine del valore d’uso

Mercanti di futuro

Mercanti di futuro

Oligarchi e plebei

Oligarchi e plebei

Piccole apocalissi

Piccole apocalissi

Utopie letali

Utopie letali



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Carlo Formenti – Le sinistre (tutte!) hanno regalato ai populismi di destra la rappresentanza degli interessi delle classi inferiori.

Formenti Carlo 01

SINISTRA, NAZIONE, POPOLO

Presentazione del libro di

Carlo Formenti

La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo

Ne discuterà con l’autore

Mimmo Porcaro

 

Venerdì 25 Maggio, ore 21

Libreria Comunardi

Via Bogino 2, Torino

comunardi-verso


La variante populista

La variante populista

Carlo Formenti,
La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo,
Derive Approdi, 2016.

Logo DeriveApprodi


Perché trincerarsi a difesa della democrazia, se viviamo in un regime postdemocratico costruito da decenni di guerra civile contro il lavoro? Prendere atto della sconfitta del movimento operaio non basta: occorre ammettere che tutte le sinistre (moderate, radicali e antagoniste) ne sono corresponsabili.
Contro le ideologie partorite dalla «svolta linguistica» delle scienze sociali, che hanno sostituito la lotta per i diritti delle classi subordinate con l’impegno per i diritti individuali delle classi medie, occorre tornare alla parola «egemonia» di Antonio Gramsci. Dunque: occorre battersi per la sovranità popolare e nazionale contro le oligarchie transnazionali. E sconfiggere il populismo di destra con un nuovo populismo di sinistra.


Un assaggio

«Capisco che è dura da digerire, ma è evidente che negli ultimi anni le sinistre (tutte!) hanno regalato ai populismi di destra la rappresentanza degli interessi delle classi inferiori accontentandosi di gestire interessi e diritti di individui e minoranze appartenenti alle classi medie colte, mentre solo i populismi di sinistra hanno cercato di raddrizzare il timone. Accettare la sfida del populismo significa comprendere che non è possibile opporsi al capitale globale senza lottare per la riconquista della sovranità popolare, la quale a sua volta comporta la riconquista della sovranità nazionale. Se a egemonizzare la lotta sarà il populismo di destra, assisteremo al trionfo di razzismo e xenofobia, se sarà invece quello di sinistra, potremmo assistere alla nascita di un’idea “postnazionalista” di nazione, intesa cioè come comunità di tutti quelli che lavorano e lottano in un determinato territorio.

Accettare tale punto di vista implica assumere un atteggiamento totalmente controcorrente rispetto a quello delle sinistre europeiste: difendere questa Europa oligarchica, ordoliberista e irriformabile significa scambiare il cosmopolitismo borghese per internazionalismo proletario. La lotta anticapitalista, nel nostro continente, passa inevitabilmente dalla lotta contro l’Europa».

 


Carlo Formenti è nato nel 1947 a Zurigo. Laureato in scienze politiche, è giornalista (ha collaborato con “Alfabeta”, “L’Europeo”, “Il Corriere della Sera”), docente universitario (ha insegnato Teoria dei nuovi media all’Università di Lecce), blogger (su Micromega online). Tra le sue pubblicazioni si segnala: La fine del valore d’uso (1980); Incantati dalla Rete (2000); Mercanti di futuro (2002); Felici e sfruttati (2011); Utopie letali (2013); La variante populista (2016).


Alcuni libri di Carlo Formenti

La variante populista

La variante populista

Felici e sfruttati

Felici e sfruttati

Incantati dalla rete

Incantati dalla rete

La fine del valore d'uso

La fine del valore d’uso

Mercanti di futuro

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Oligarchi e plebei

Oligarchi e plebei

Piccole apocalissi

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Utopie letali

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