Arianna Fermani – Mino Ianne, Quando il vino e l’olio erano doni degli dèi. La filosofia della natura nel mondo antico

Mino Ianne - Arianna Fermani

«[…]  Prezioso è il capitolo iniziale del volume, dovuto ad Arianna Fermani e intitolato Tra ambiguità e misura: l’ “etica del bere” in alcuni snodi della riflessione di Platone e Aristotele: pregevole contributo alla definizione del rapporto tra vino e filosofia, un binomio che la studiosa definisce fecondo e che affonda le sue radici nella ricchissima e varia humus della cultura greca delle origini. Perché “ambiguità” e “misura”? Il vino costituisce la bevanda ambigua per eccellenza; esso è un dono del dio Dioniso, una bevanda propria dell’uomo, simbolo della civiltà di un popolo, portentosa medicina dell’anima e del corpo, ma al tempo stesso un potente e pericoloso veleno: oscillazione tra salute e malattia, tra bene e male, che – osserva la Fermani– era alla base del pensiero dionisiaco».

«Il capitolo di Mino Ianne, La natura “parla” ai filosofi. Conservazione dell’ambiente naturale e simbolismo dell’albero d’ulivo nel pensiero dei Greci, è diviso sostanzialmente in due parti; nella prima egli delinea l’idea di natura e di paesaggio nella filosofia greca, in particolare nei presocratici e in Platone; nella seconda esamina il simbolismo dell’ulivo, tra l’altro, nella mitologia greca, in Omero e nei lirici greci… Per Ianne ripercorrere la storia dell’ulivo nel mondo greco permette di illuminare, da un’angolatura particolare, l’intero ecosistema della civiltà greca”

dalla Premessa introduttiva di Mario Capasso



Stig Dagerman (1923-1954) – La vita umana non è una prestazione, ma è uno svilupparsi e ampliarsi verso la perfezione. E ciò che è perfetto non dà prestazioni, opera nella quiete.

Stig Dagerman

Attenti al cane

«Certo è deplorevole
che gente che vive di sumdi
tenga poi un cane»,
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
nel Viirmland.
La legge ha i suoi difetti.
I poveri han diritto di tenere un cane.
Potrebbero tenere dei topi, invece:
van bene anche loro e sono esentasse.
Se ne stanno in anguste stanzette
coi loro costosi bastardi.
Perché non giocano con le mosche?
Non sono animali da compagnia?
E al Comune tocca pagare.
Bisogna farIa finita
o c’è da temere
che si comprino delle balene.
Una decisione va presa:
abbattere i cani. Non è una buona idea?
Il prossimo provvedimento: abbattere i poveri
Così il Comune risparmierà qualcosa.

Stig Dagerman

«È privo di senso sostenere che il mare esiste per sostenere flotte e delfini. Lo fa, certo, mantenendo però la sua libertà. Ed è altrettanto privo di senso affermare che l’uomo esiste per qualcos’altro che non sia il vivere […]. Se i pianeti potessero amare uscirebbero dalle loro orbite […]. Anche l’uomo che ama ha il presentimento che l’amore sia fratello della morte. Ma questo non gli impedisce, lui prigioniero della sua orbita, di aprirsi una breccia fino alla cella del vicino, gridando con gioia: Sono libero! […] Depongo dunque il fardello del tempo dalle mie spalle e, con esso, quello delle prestazioni che da me si pretendono. La mia vita non è qualcosa che si debba misurare. Né il salto del capriolo né il sorgere del sole sono delle prestazioni. E nemmeno una vita umana è una prestazione, ma uno svilupparsi e ampliarsi verso la perfezione. E ciò che è perfetto non dà prestazioni, opera nella quiete».

Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione, Iperborea, Milano 2015.

 

Descrizione

L’inalienabile aspirazione umana alla felicità, alla libertà, al riscatto, al diritto di esistere senz’altra giustificazione che la propria inviolabilità e insie­me la disperata consapevolezza che rimarranno irraggiungibili: è questa la toccante confessione di uno scrittore malato del male di vivere e che ha sempre sentito di “attirare il dolore come un amante”. Benché Il nostro bisogno di consolazione non sia l’ultima opera di Dagerman, appare come un vero e proprio testamento spirituale, in cui si leggono fra le righe i motivi del suo silenzio finale e del suo suicidio. Schiavo del proprio nome e del proprio talento al punto di non avere “il coraggio di farne uso per il timore di averlo perso”, osses­sionato dal tempo e dalla morte, incapace di sottrarsi alle pressioni che si sente imporre dalla società e più ancora dalla propria intransigenza, resta tuttavia convinto che il valore di un uomo non può essere misurato dalle sue prestazioni e che nessuno può richiedergli tanto da intaccare la sua voglia di vivere. Vi sono sempre le parole da opporre a ogni tipo di sopraffazione, “perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà”. Ma se anche queste non bastano, rimane il silenzio, “perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente”.



Robert Spaemann (1927-2018) – Perché una vita possa realizzarsi compiutamente occorre “spendersi” senza risparmiarsi, dato che la felicità, la riuscita della vita, non può in alcun modo avere un prezzo troppo alto.

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Perché una vita possa realizzarsi compiutamente occorre “spendersi” senza risparmiarsi, dato che «la felicità, la riuscita della vita, non può in alcun modo avere un prezzo troppo alto».

«La riuscita della vita, al contrario di tutto ciò, non ha “costi esterni” tali che si possa dire, una volta raggiunta, che non ne sia valsa la pena».

Robert Spaemann, Felicità e benevolenza, Vita e Pensiero, Milano, 1998, p. 18 e p. 33.


Erich Fromm (1900-1980) – La nostra è una società composta da individui in preda a stati depressivi e a impulsi distruttivi, incapaci di indipendenza.

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«La nostra è una società composta da individui notoriamente infelici: isolati, ansiosi, in preda a stati depressivi e a impulsi distruttivi, incapaci di indipendenza, in una parola esseri umani ben lieti di poter ammazzare il tempo che con tanto accanimento cercano di risparmiare».

Eric Fromm, Avere o Essere ?, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977, 19937, p. 16.


Julián Marí­as Aguilera (1914-2005) – Si può “scivolare” attraverso la vita senza dedicarsi ad essa con energia. Spesso si tratta dell’avarizia vitale, dell’incapacità di dare, che è principalmente darsi.

Julián Marí­as Aguilera

«le persone comuni mirano soltanto a passare il tempo, chi ha un po’ d’ingegno a utilizzarlo».
A. Schopenhauer, Aphorismen zur Lebensweisheit, in Parerga und Paralipomena: kleine philosophischen Schriften, 1851; trad. it. Pocar E., Mondadori, Milano1991, p. 29.

«Una vita minima è una povera vita, scarsamente stimabile. Indica una mancanza di sfruttamento delle possibilità, una rinuncia alla vita […]. Per debolezza vitale – biografica, non biologica – per codardia, per paura del rischio, per mancanza d’amore, si riduce la vita a un livello inferiore a quello possibile. […] Si può “scivolare” attraverso la vita senza dedicarsi ad essa con energia: non esporsi alle tentazioni, agli insuccessi, alle delusioni, agli errori, alle avversità, al dolore. Sono forme larvate di suicidio, di negazione della vita, un risparmio di ciò che si può fare, in tutti i campi […]. Spesso si tratta dell’avarizia vitale, dell’incapacità di dare, che è principalmente darsi»

Julián Marí­as Aguilera, Tratado de lo mejor, Alianza Editorial, Madrid, 1995; trad. il. M. Magnati Fagiolo, Piccolo trattato del bene e del meglio. La morale e le forme della vita, Edizioni San Paolo, Milano 1999, p. 80-81).


Salvatore A. Bravo – Salviamo le Cattedrali dalle fiamme del plusvalore.

Notre Dame de Paris

«Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa, ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c’era una grande fiamma che montava tra i due campanili, con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un limbo nel fumo».

Victor Hugo, Notre Dame de Paris, (1831)

Lo scrittore francese criticava aspramente lo stato di degrado della cattedrale di Parigi nel romanzo che gli avrebbe dato il successo eterno, con l’obiettivo di riuscire a far partire i necessari restauri per fermarne la rovina. «Il tempo è cieco e l’uomo è stolto», scrisse. E come monito aggiunse: «Se avessimo il piacere di esaminare una ad una le diverse tracce di distruzione impresse sull’antica chiesa, quelle dovute al tempo sarebbero la minima parte, le peggiori sarebbero dovute agli uomini».

La manipolazione finanziaria

I totalitarismi – pur nelle loro differenze di genere, di fini e di contesti – si eguagliano in taluni comportamenti: anzi, l’attenzione al dettaglio ne svela la processualità cannibalica. L’agire totalitario non tollera le differenze: ne tollera la presenza solo se sono organiche al potere.

L’incendio della cattedrale di Notre Dame ha certamente infuocato un dibattito, ma eludendo sistematicamente i contenuti cui rimanda la struttura architettonica, spazio dello spirito, luogo interiore della cristianità, il cui fine è il raccoglimento della comunità cristiana. I totalitarismi – nella loro violenza – deviano i fini, li piegano alle necessità del sistema: è messa in opera, sempre, la razionalità strumentale. Notre Dame, per i media, ha il suo senso non nell’essere uno dei centri più significativi  della comunità cristiana, ma sui numeri

Certamente, la cattedrale ha valore simbolico, e – quel che più conta per i media e i potentati finanziari – valore economico: ma simbolico solo in quanto rammenta la grandeur francese, ed economico proprio perché sono ben sedici milioni i visitatori annui. La chiesa dunque, in quanto tale, scompare. La vita spirituale che ha reso solida nei secoli la cattedrale, e che ne costituisce l’essenza profonda, ha smesso di parlare: è sostituita dall’affarismo, dalla questione di prestigio che prende il posto dell’asse valoriale di cui è intima espressione. Grandeur ed economia sono i parametri veri che hanno sfregiato Notre Dame: la ricostruzione è solo un affare, non una questione di senso e pensiero.

Totalitarismo e beneficienza

Il milionario François-Henri Pinault, proprietario delle più grandi holding del settore lusso, e di marchi come Gucci, Bottega Veneta, Saint Laurent e Pomellato con un fatturato di 15 miliardi l’anno e 40.000 dipendenti finanzierà con cento milioni di euro la ricostruzione. Mentre la cattedrale ancora brucia, nel suo spirito, ogni valore cristiano e comunitario è negato: un singolo “dona cento milioni” – con tutti gli sgravi fiscali che se ne guadagna – per un’abile operazione di “cause-related marketing”, ovvero si finanzia la ricostruzione per farsi pubblicità ed aumentare gli introiti. Si può comprendere la rabbia dei gilet gialli: da una parte la precarizzazione, l’affossamento delle classi medie, dall’altro un manipolo di privilegiati che usa ogni evento per trasformarlo in marketing. Inquieta la somma. Mentre milioni di persone bruciano consumando la loro vita nell’indigenza o lottano per non caderci, c’è chi può donare tale cifra frutto dello sfruttamento del popolo. Naturalmente nessuno dei media si è posto il problema dell’origine di tanto denaro, anzi, in generale, tali magnati sono stati rappresentati come alfieri dell’arte e della nazione. Non può non sfuggire la proposta di Trump di usare i canadair che avrebbero distrutto la cattedrale con il getto d’acqua; non bisogna essere ingegneri sopraffini per capire che tonnellate d’acqua cadenti su una struttura di legno, ne avrebbero decretato la fine. Eppure è il Presidente degli Stati Uniti. Si evince da questo piccolo dettaglio quanto il martello del bombardamento oltre che dell’economia continui ad operare, al punto che in questi anni bombardare è ritenuto risolutivo in ogni circostanza. Il bombardamento come sostanza e fondamento del capitalismo assoluto in tale fase, tragica verità che si ammanta di ridicolo e di incompetenza.

San Lamberto a Immerath

Prendiamo un altro esempio, la chiesa di San Lamberto a Immerath, costruita nel 1891, in stile gotico, è stata abbattuta (10 Gennaio 2018) per lasciare spazio ad una miniera di lignite gestita da un colosso dell’energia RWE che distribuisce energia a 120 milioni di utenti. Lignite implica inquinamento dell’aria in quanto energia di origine fossile, malgrado la Merkel si faccia paladina dell’ambiente, al punto che la Germania ha promesso di ridurre del 40% le immissioni di CO2 entro il 2020. In precedenza anche il cimitero di Immerath era stato trasferito in altro luogo per far spazio alla miniera di lignite, il cui appetito non conosce limite: né la morte, né il sacro possono limitarla. Ancora una volta i magnati agiscono, ciò che non è funzionale al processo di valorizzazione è eliminato. Anche in questo caso, malgrado l’azione di Greenpeace, tutto si è consumato nel silenzio generale. Non solo si è abbattuto un simbolo assiologico di una comunità, ma specialmente, al posto della chiesa, oggi vi è una miniera che produce energia altamente inquinante.

 Talebani

I talebani tanto vituperati sono fra noi. Ogni totalitarismo ha i propri. I nostri sono i magnati della finanza e delle grandi industrie che dove non è possibile trasformare un monumento, un paesaggio, una comunità in attività economiche, le distruggono. È un processo meccanico, automatico, accettato come normale, che non trova resistenza. Non vi è scandalo. Si donano cento milioni per una cattedrale, ma quotidianamente vi è il silenzio sulla violenza perpetrata a carico dei lavoratori; si abbattono le chiese per allargare le miniere, e ci si batte il petto per l’ambiente osannando Greta.

Il nichilismo economicistico necessita di essere guardato in pieno volto per scorgerne le contraddizioni, le illogicità. Solo in questa maniera i monumenti potranno essere salvi dalle fiamme del plusvalore. Il capitalismo malthusiano di questi anni vuole la circolazione del denaro quale assoluto che deve trasmutare ogni esistenza e possibilità in denaro:

«Nella circolazione assistiamo al rovesciamento delle cose nel loro contrario, un fenomeno che evoca la magia e che costituisce l’essenza stessa della circolazione mercantile. Questa permette alla classe dei redditieri di assurgere a classe determinante della società e di concretizzare il proprio dominio sociale. Nella circolazione (dove il capitale si realizza) la merce si trasforma in danaro, divinità visibile che, mutando tutte le qualità e le attività umane nel loro opposto, genera l’universale confusione e concilia le cose inconciliabili. È questo anche il luogo preferito da Malthus che, ergendosi a demiurgo, rovescia tutti i valori: il consumo diventa più importante della produzione e le classi redditiere più necessarie di quelle produttive».[1]

Salvatore A. Bravo


[1] Capitalismo malthusiano, 1978, pag. 13.


Sergio Rinaldelli – Come una foglia a primavera. Pagine di diario (2000-2018)

Sergio Rinaldelli 01

Sergio Rinaldelli

Come una foglia a primavera

Pagine di diario (2000-2018)


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Ho iniziato a tenere un diario in giovane età, parallelamente alla scoperta della pittura, che è divenuta nel tempo scelta di vita. Scrittura e pittura sono procedute da allora di pari passo: la prima, affiancando il ruolo principale di autoanalisi a quello non meno importante di supporto critico ed elemento di verifica nei confronti della seconda; questa, a sua volta, rifondendo non di rado le proprie immagini in una trama narrativa, chiudendo il cerchio in un’ideale continuità espressiva.
Il libro raccoglie una scelta di brani degli ultimi venti anni, che in pittura coincidono con l’abbandono della figurazione iniziale per una maggior semplificazione compositiva, volta alla riformulazione in chiave astratta di elementi naturalistici nell’ottica di un’ interpretazione simbolica del visibile.
 Dopo la laurea in Lingue e letterature slave, ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Come pittore ho tenuto molte mostre personali e partecipato a collettive in Italia e all’estero; ho realizzato illustrazioni per libri di poesia e riviste letterarie. Fra le opere presenti in collezioni private e pubbliche, amo ricordare una serie di chine dedicate all’opera di Cristina Campo, acquisite dalla Biblioteca Marucelliana di Firenze.
La mia attività è documentata presso il Kunsthistorisches Institut in Florenz; la Biblioteca Nazionale Centrale, la Biblioteca Marucelliana e l’Istituto Olandese di Storia dell’arte di Firenze; la Biblioteka Jagiellońska di Cracovia, Polonia.

 




Gigi Richetto – Promemoria per il ministro Salvini in visita al cantiere-fortino di Chiomonte, per complimentarsi con chi sta “difendendo” la zona devastata e il buco inutile.

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La farsa del fortino-cantiere di Chiomonte.

Gigi Richetto

Promemoria per il ministro Salvini

Signor ministro Salvini,
sappiamo che vuol visitare il cantiere-fortino di Chiomonte, per complimentarsi con chi sta “difendendo” la zona devastata e il buco inutile. Forse le sarà utile un po’ di documentazione preliminare per sapere dove si trova e con chi. Gliela offriamo come promemoria, molto in sintesi, perché la nostra è una storia lunga, che giornaloni e governi di varie stagioni fanno finta di non conoscere…

Premetto che c’è una variabile indipendente, da cui nessuna analisi costi-benefici potrà mai prescindere: la salute, che riguarda tutti i cittadini e l’ambiente che li ospita, residenti o turisti, compresi i guardiani del buco inutile e gli operai del pollaio-cantiere. Questi da anni stanno beneficiando di polveri sottili, uranio, amianto, ecc. I danni si vedono già adesso e ancor più si vedranno nel futuro non troppo lontano, un po’ come è capitato ai nostri soldati in Kosovo o ai pastori e greggi della Sardegna dove operavano i poligoni di tiro a uranio impoverito!

Il 30 marzo 2004 a Bussoleno, il “Coordinamento sanitario dei medici di base”, con l’oncologo Gays, aveva messo in guardia la popolazione dai concreti rischi per la salute che il Tav comportava e nel gennaio 2005 il dottor Marco Tomalino aveva inviato in tal senso una petizione al Parlamento europeo. Poi iniziarono le montature giornalistiche e le provocazioni del terrorismo dei servizi (deviati?). E allora la valle disse basta, come aveva fatto il 31 ottobre al Seghino. E il 5 novembre 2005 a Susa, una fiaccolata di 15mila persone, aperta dall’Anpi e dagli studenti dei licei valsusini, che portavano sul petto gli articoli della Costituzione, denunciò le provocazioni di questa non troppo nuova “strategia della tensione”.

Nello stesso 2005 la Val Ceruschia subiva una militarizzazione infame, che gli anziani paragonarono, in peggio, all’occupazione nazista. Vennero sospese le garanzie costituzionali, un po’ come fa lei ogni giorno a danno dei migranti. L’europarlamentare Vittorio Agnoletto venne picchiato dalle “forze (forse) dell’ordine” e venne impedito alla commissione di parlamentari europei in visita in valle di Susa di svolgere l’indagine conoscitiva sulla questione Tav. Nella notte tra il 5 e 6 dicembre 2005 il governo Berlusconi-Pisanu diede il via libera a squadre di poliziotti con il volto coperto che picchiarono selvaggiamente pacifici cittadini, di ogni età e sesso, mentre dormivano nelle tende erette a presidio dei loro terreni. Naturalmente i responsabili di quella “notte delle infamie” non vennero mai identificati.

Così venne l’8 dicembre, “l’immacolata ribellione” e i valsusini in 30mila marciarono da Susa a Venaus e si ripresero i terreni violati dalla prepotenza del potere. Anziché rispondere con la violenza organizzammo il 12, 13, 14 dicembre, in pochi giorni, un convegno straordinario itinerante, a Bardonecchia, Susa, Bussoleno, Condove, sul tema “Presidiare la democrazia, realizzare la Costituzione”. Vi parteciparono centinaia di giovani dei licei, lavoratori, giornalisti, partigiani, sindaci. E l’anno dopo pubblicammo gli Atti del convegno, con annesso un libro bianco che documentava le violenze subite: nasi spaccati dai manganelli, mani e polsi fratturati, lesioni plurime al capo e al petto anche verso medici presenti alle dimostrazioni anti Tav.

Vede, ministro protempore degli interni, la Costituzione ci è cara da sempre, da quando Carlo Cattaneo – le ricorda qualcosa del federalismo (quello vero) per caso? – ci ha insegnato che «bisogna sempre tenere le mani sulla libertà»!

Così il 17 giugno 2006 fu sempre il Movimento No Tav a organizzare una fiaccolata di migliaia di cittadini dal Seghino di Mompantero a Susa, in difesa della Costituzione e contro le prime denunce che colpivano la protesta No Tav.

Ma il veleno mediatico contro la Valle che resiste, che non accetta compensazioni e non svende la sua dignità, proseguiva e i poteri forti prepararono altri soprusi e provocazioni. Nella notte tra il 23 e il 24 gennaio 2010 un incendio di stampo mafioso distruggeva il presidio No Tav di Borgone e lo stesso accadeva a quello di Bruzolo. Così all’inizio del 2010 un nuovo pestaggio infame veniva attuato dalle forze di occupazione contro Marinella Alotto e Simone, picchiati selvaggiamente nel fango dei terreni di Traduerivi, presso Susa. Poi a fine giugno venne lo sgombero violento della Maddalena a Chiomonte, con l’impiego massiccio dei gas lacrimogeni Cs, proibiti dalle convenzioni internazionali.

Cittadini inermi vennero gasati e intossicati nelle tende dai “professionisti della legalità” del suo socio Maroni, mentre sostavano sui terreni garantiti all’agibilità democratica dalla Comunità Montana. E il 3 luglio 2011 venne ancora la violenza contro i dimostranti feriti e torturati dai responsabili della famigerata “operazione Hunter”, che “la giustizia a senso unico” si rifiuta di perseguire, come già per “la notte delle infamie” di Venaus.

E il 24 luglio 2011 un fotografo manifestante, Alessandro L., viene colpito al volto e sfigurato da un candelotto sparato ad altezza d’uomo da distanza ravvicinata; e due giorni dopo riceve un messaggio che parte dalla rete interna di un noto quotidiano, che lo consiglia di dire che si è fatto male … cadendo! Tutto questo fu ricostruito da Carlo Gubitosa su “Liberazione” del 24 novembre 2011. Attendiamo ancora dall’Ordine dei Giornalisti una risposta.

Ma la pratica violenta contro i valsusini non si ferma: l’8 dicembre 2011 un altro lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo colpisce con danni irreparabili all’udito Yuri, studente di 16 anni e nella stessa occasione un suo coetaneo di Padova perde un occhio grazie ai “professionisti della legalità” … A fine febbraio 2012 vengono incendiate tre auto di cittadini No Tav e continuano per settimane atti di intimidazione con manomissione dei freni alle auto e danni alle carrozzerie. I membri del comitato No Tav di Susa-Mompantero vengono minacciati di morte, come documentato anche dalla trasmissione televisiva “Servizio Pubblico” …

Ad inizio marzo 2012 l’infermiera Titti Giorgione viene calpestata e si ritrova con la caviglia fratturata, mentre è a terra per un sit-in presso lo svincolo di Chianocco, dopo che manganelli e gas Cs vengono profusi a volontà… Clamorosa, in quel periodo, la devastazione del bar “La rosa blu” di Chianocco da parte della “forza pubblica”. E poi ancora, violenza contro le donne, come quella perpetrala nei confronti di Marta, che subisce oltraggio presso le reti del cantiere di Chiomonte sempre da “professionisti della legalità” impuniti… Dopo l’incendio dei presìdi non meno vergognosi e infami furono i candelotti di gas Cs sparati nelle case del Vernetto e di San Giuliano, con intossicazione di bambini e anziani e compromissione ambientale di vigne, orti e coltivazioni, la distruzione di 5mila alberi secolari in Clarea, l’avvelenamento di acqua e aria … Non se ne può più!

Il 17 marzo 2012, promosso dal centro “Sereno Regis” si svolge in piazza Castello a Torino, e in contemporanea nella sala consiliare di Villarfocchiardo, il digiuno intitolato “Ascoltateli”. Va avanti per settimane, nella totale assenza di copertura mediatica e nell’indifferenza dei politici torinesi. Poi, il 2 novembre 2013, un nuovo incendio mafioso distrusse il presidio No Tav di Vaie! Si giunse anche ad avvelenare la cagnetta di Alberto Perino a Condove e a minacce di morte contro di lui e il presidente della Comunità Montana Sandro Plano.

Vede, signor ministro, questo promemoria è solo una parte di quello che abbiamo subito e a cui resistiamo da anni. Non so se tra un selfie e l’altro avrà tempo di rileggersi l’Adelchi del Manzoni, già allora ambientato … in Valle di Susa, al tempo del conflitto tra Longobardi e Franchi. Nell’atto V, scena ottava, si afferma che all’uomo «non resta che far torto o patirlo»; e si aggiunge subito dopo: «Una feroce forza il mondo possiede, e fa nomarsi dritto» …

Ecco, l’eresia valsusina del popolo No Tav sta tutta qui: noi vogliamo infrangere quello schema che ci vorrebbe condurre o alla sottomissione o alla violenza; non vogliamo commettere abusi né subirli. Per questo continueremo a lottare in maniera pacifica e determinata, fino alla vittoria e … anche oltre, per un orizzonte che liberi tutti, anche lei, dalla volontà di potenza e di prevaricazione. E se ha ancora tempo, si legga “Rassa nostrana” di Nino Costa …

Ringraziandola della sicura attenzione, mi saluti anche gli altri suoi soci di governo, tutti presi dall’osservazione delle stelle.

Gigi Richetto

Bussoleno


L’articolo di Gigi Richetto è apparso, nella rubrica Lettere al Direttore, sul bisettimanale valsusino «Luna Nuova» il 1° febbraio 2019, in occasione della visita di Salvini al cantiere-fortino di Chiomonte. Tutto quanto vi è descritto è attuale.


NoTav – Le ragioni del prof. Gigi Richetto

Gigi Richetto


 

 

 

 

 

Thomas Mann (1875-1955) – Sì, oggi vengon su gli istituti industriali e gli istituti tecnici e le scuole di commercio; il ginnasio e l’educazione classica sono improvvisamente ‘bétises’ e tutti pensano a niente altro se non a miniere … a industrie … e a far soldi … bravi! Ma anche un poco stupido, no?

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Thomas Mann, Buddenbrooks. Verfall einer Familie .
Copertine dell’edizione originale del 1901. Prima ed. it. :1930.

«Ideali pratici … sì, certo … », il vecchio Buddenbrook, in una pausa concessa alle sue mascelle, giocherellava con la tabacchiera d’oro, «Ideali prarici … no, non sono nulla favorevole!».
Per il dispetto scivolò nella parlata dialettale:
«Sì, oggi vengon su gli istituti industriali e gli istituti tecnici e le scuole di commercio; il ginnasio e l’educazione classica sono improvvisamente bétises e tutti pensano a niente altro se non a miniere … a industrie … e a far soldi … bravi!
È tutto, molto bravi!
Ma d’altra parte, con l’andar del tempo, un poco stupide, no?».

Thomas Mann, Buddenbrooks. Decadenza di una famiglia, Introduzione di Cesare Cases, Traduzione di Anita Rho, 2 voll., vol.  I, Einaudi, Torino 2014.

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Thomas Mann – La conoscenza umana e l’approfondimento della vita umana hanno un carattere di maggiore maturità che non la speculazione sulla Via Lattea. Il vero studio dell’umanità è l’uomo

Thomas Mann (1875 – 1955) – L’arte è come se ricominciasse ogni volta da capo. Essa non minaccia la vita poiché è creata per dare alla vita la vita dello spirito. È alleata del bene, e nel suo fondo vi è la bontà. Nata dalla solitudine, il suo effetto è il ricongiungimento.

Thomas Mann (1875-1955) – L’uomo era dunque il prodotto della curiosità di Dio di conoscere se stesso. Ma anche la Somma Saggezza poteva non bastare del tutto a prevenire errori.


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Luc Tuymans -Siamo bombardati da informazioni e immagini, ma la pittura è prima di tutto un fatto fisico, ci permette di tornare indietro, di concederci una pausa e attivare la sfocatura del distacco e della riflessione. Se la pittura è solo uno “show”, allora la pittura è morta, ma credo che questo valga per tutte le forme d’arte.

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Luc Tuymans, Apple.

«C’è sempre un conflitto tra astrazione e figurazione: è necessario che il nostro sguardo coltivi l’idea dei sottintesi, che vada oltre la trivialità di ciò che vediamo. Nell’epoca dei social network e di Netflix, siamo bombardati da informazioni e immagini, ma la pittura è prima di tutto un fatto fisico, ci permette di tornare indietro, di concederci una pausa e attivare la sfocatura del distacco e della riflessione».

« La pittura è una forma d’arte persistente, che ha a che fare con la maniera in cui una persona contempla un’immagine, attraverso il tempo, con il tempo e oltre il tempo. Molti artisti hanno cominciato con la pittura perché è la prima immagine concettuale. In questo senso, è e resterà un aspetto fortemente radicato nella civiltà e nella cultura. Se la pittura è solo uno “show”, frutto di più elementi su una tela, allora la pittura è morta, ma credo che questo valga per tutte le forme d’arte»

Luc Tuymans, Lumumba/em, 2000.



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cicogna petite

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