Franco Toscani – Umanità e società nel tempo della pandemia.

coronavirus 2020

Franco Toscani

Umanità e società nel tempo della pandemia

 

Nel tempo della pandemia (che, come ha sancito ufficialmente all’inizio di marzo l’Organizzazione mondiale della sanità, è l’epidemia di coronavirus o Covid-19 estesasi a livello planetario) la sofferenza è universale. In questi frangenti ci sono rivelate nel modo più brutale, spietato e collettivo la fragilità, la finitezza e la mortalità costitutive degli esseri umani, l’assurdità della dismisura, di ogni mito e culto dell’onnipotenza. Tutti in qualche modo soffriamo, però in modi e forme anche notevolmente diversi.

La sofferenza e il peso maggiori – non va mai dimenticato – riguardano i malati e gli emarginati, tutto il personale sanitario costretto a turni di lavoro massacranti e a prodigarsi in condizioni difficilissime, tutti quei lavoratori della produzione e dei servizi che sono in prima linea per aiutare in vari modi la società. Un’immensa gratitudine, non del tutto esprimibile a parole, va a tutti coloro che operano continuamente per gli altri, per risanare, provvedere ai bisogni essenziali della popolazione, alleviare le pene, limitare i danni, evitare il peggio.

Ci sono poi una sofferenza psichica e interiore, un disagio e un malessere, una paura e un’angoscia che ci concernono tutti indistintamente, in varia misura, coi quali dovremo imparare a convivere e che già cerchiamo faticosamente di gestire e controllare, in nome dell’amore per la vita e per la convivenza. Ci proviamo, almeno dobbiamo assolutamente provarci, perché la mera disperazione non conduce da nessuna parte, anzi ci paralizza e impedisce l’azione.

Anche la prospettiva che questa situazione, soprattutto il rischio di contagio, possa durare non pochi mesi, è davvero rattristante e inquietante. Per non parlare della crisi economico-sociale che si sta profilando, con ogni probabilità di proporzioni gigantesche, planetarie. Come ha detto un medico intelligente, riferendosi a sé stesso, recentemente intervistato in televisione, oggi «nessuno può fare lo Zarathustra» e atteggiarsi a facile profeta. Un pizzico di umorismo e di sana autoironia ci fa bene anche in questi frangenti.

Fatti per la vita sociale, di gruppo e di relazione, abituati ai riti e ai culti della civiltà di massa, nelle presenti circostanze agli uomini è improvvisamente impedita la normalità di questa vita, pensiamo soltanto all’obbligo del mantenimento delle distanze tra le persone, all’impedimento degli abbracci, delle strette di mano, dei gesti affettuosi, dei contatti ravvicinati. Ognuno è in qualche modo paradossalmente invitato e per certi aspetti obbligato – proprio per rispettarci più profondamente – a diffidare dell’altro, a non aprirsi all’altro, a sospettare il contagio ovunque, a mantenere le distanze, appunto. È amarissima – ancorché indispensabile e necessaria, beninteso – questa riduzione drastica e pesante, questa perdita secca dei livelli normali della qualità della vita, delle relazioni e della socialità.

Colpiscono molti volti, sguardi, movimenti, atteggiamenti, gesti, spesso muti, mesti, discreti e quasi impercettibili, ma anche pietosi, solidali, gentili, cortesi, partecipi, più che mai coscienti e rispettosi. È la ricchezza della nostra umanità colpita e ferita, che non può esprimersi pienamente, ma che scopre e vive la condizione comune di sofferenza, disagio e impedimento. Ci sono pure meravigliosi volontari che prestano aiuto come possono, veri e propri piccoli e grandi eroi della nostra vita quotidiana tribolata, testimonianze luminose della nostra umanità.

Molti, per fortuna, capiscono che siamo tutti “sulla stessa barca”, che nessuno – nemmeno Trump, Johnson e Bolsonaro – può permettersi di fare il gradasso o lo sbruffone in questa situazione così tragica e dolorosa. Nessuno di quelli che, giovani o vecchi, sono ancora sani o non contagiati dovrebbe dimenticare che ci sono quelli che hanno bisogno, stanno male o, comunque, stanno peggio di loro.

Nell’isolamento, nell’apprensione e nella desolazione universale, io, ad esempio, riesco ancora, almeno per il momento, a lavorare e a scrivere queste note: ne sono pienamente cosciente e quasi me ne vergogno, ma è pur vero che devo farlo e che ciascuno è chiamato anche al dovere sacrosanto di non cadere vittima di una depressione paralizzante e pericolosa (specialmente in queste condizioni di vita sociale), alle esigenze della convivenza, di proteggersi e di proteggere gli altri, come e per quanto possibile, almeno cercando di non ammalarsi e di non contagiare.

Non possiamo però dimenticare che, nemmeno in queste circostanze così aspre per tutti, continua ad agire l’umanità meschina, peggiore degli sciacalli e degli avvoltoi, degli approfittatori e degli opportunisti, del “familismo amorale”, di coloro per cui vale il motto “tanto peggio per gli altri” e che pensano soltanto a sé stessi, al proprio “particulare”: mi riferisco, ad esempio, a quegli sciagurati che cercano di truffare gli anziani introducendosi nelle abitazioni e spacciandosi per personale sanitario, a quelli che hanno consapevolmente contagiato altri andandosene tranquillamente in giro o speculato sul prezzo delle mascherine, a coloro che corrono all’accaparramento di beni alimentari nei supermercati o di prodotti sanitari nelle farmacie. Occorre fare attenzione anche a questa umanità irresponsabile e incosciente o comunque scarsamente responsabile tuttora in piena attività.

Sarebbe auspicabile che da questa tragedia potesse spuntare un “nuovo inizio”, una ri-nascita, avviarsi un processo di umanizzazione reale, in nome di quella globalizzazione della fraternità e della cooperazione, della solidarietà e della condivisione indicata pure, profeticamente, da papa Francesco.

Una delle verità principali che questa pandemia ci consente di riscoprire è quella che il buddhismo chiama la «co-produzione condizionata» o «genesi interdipendente» di tutti i fenomeni, ossia il fatto che l’interrelazione o interdipendenza universale concerne tutti gli esseri e le cose; nessuno o nessuna cosa può sognarsi uno “splendido isolamento”, può fare l’ “anima bella”. L’uomo non è un dio né una bestia, diceva già Aristotele, ma un animale razionale, sociale e politico.

In questa stessa direzione, anche il grande pensiero filosofico europeo e italiano ha parlato sovente di intersoggettività, di relazionismo e di «ontologia chiasmatica»: penso qui soprattutto a Edmund Husserl, Enzo Paci e Maurice Merleau-Ponty.

Più che mai attuale è pure il messagio della poesia La ginestra (1836) di Giacomo Leopardi, che richiama gli uomini – a partire dalla condizione umana e dalla sventura comune – a riscoprire le ragioni della fratellanza e dell’amore reciproco, della solidarietà e della cooperazione.

Molti potranno riconsiderare e rivalutare tutto ciò, ma non è scontato. Per il momento, siamo ancora nella bufera, ci occorrono molta pazienza e molto coraggio (o forza del cuore, come dice ottimamente Vito Mancuso), molta coscienza, responsabilità, azione solidale e concreta.

(Piacenza, 14-16 marzo 2020)

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M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Benedetta e Luca Grecchi – Omero tra padre e figlia. Una piccola introduzione alla filosofia.

Omero tra padre e figlia

Luca e Benedetta Grecchi

Omero tra padre e figlia. Una piccola introduzione alla filosofia

ISBN 978-88-7588-103-0, 2014, pp. 64, Euro 5.

In copertina: Disegno di Benedetta Grecchi, 2014

indicepresentazioneautoresintesi

Questo piccolo dialogo si colloca a metà strada fra il ricordo ed il desiderio. Il ricordo, perché in termini assai vicini a quelli qui riportati esso si è effettivamente svolto, nel settembre 2013, fra me e mia figlia Benedetta, allora di cinque anni e mezzo. Il desiderio: spero infatti che questo sia uno dei primi passi della mia bimba verso una ricerca di verità e di bene, necessaria per una vita felice.
Ogni persona che si occupa di filosofia, e che ha dei figli, spera – se realmente ama la filosofia – che anche loro se ne interesseranno in futuro, una volta giunti ad una età adeguata. La filosofia, infatti, indica (o dovrebbe indicare) come riflettere sul senso e sul valore della vita, sicché si pone come una conoscenza imprescindibile e concreta, anche se oggi viene dipinta come una cosa inutile ed astratta. Soprattutto, chi si occupa di filosofia spera di poter dare ai propri figli – così come spera di poterla dare in generale – una “educazione filosofica”, ossia una capacità di aprirsi agli altri in modo benevolo, di ragionare in modo adeguato, di comportarsi in modo giusto. Tutto oggi, nel mondo, conduce nella direzione opposta: le attuali modalità sociali portano alla chiusura agli altri; la ragione non è sviluppata in modo dialettico; la giustizia, infine, è negata in un mondo che ruota tutto intorno al denaro. Per questo, specialmente oggi, serve la filosofia.
Un padre, o una madre, sebbene debbano nuotare controcorrente, possono fare molto. Con l’esempio personale, certo, ma anche cercando di avvicinare i piccoli alle letture; sempre, ben inteso, senza esagerare, perché i bambini devono innanzitutto giocare, e, quindi, devono approcciarsi ai testi in modo adeguato alla loro età ed alle loro attitudini. Il rischio è, altrimenti, che essi inizino ad odiare la filosofia ancor prima di quando solitamente accade, cioè al Liceo, dove talvolta questo effetto viene involontariamente prodotto da insegnanti poco educati e poco appassionati. Per il bambino, il primo approccio alla filosofia deve essere un gioco educativo, sicché essa non deve essere presentata come una cosa difficile e strana. Fatto questo danno, altrimenti, è poi difficile rimediare, perché appunto tutto conduce, nel mondo, contro una ripresa in età adulta della educazione filosofica.
Per chi scrive, come ricordato, la filosofia è molto importante, in quanto essa rappresenta la principale forma conoscitiva che consente di vivere in modo libero e felice, pur nei limiti ristretti concessi dalle attuali modalità sociali. Ciò nonostante, in questo libro, non intendo presentare un metodo generale, valido sempre, su come avvicinare i bambini alla filosofia. Questo scritto è semplicemente il mio modo, personale ed in larga parte intuitivo, con cui ho cercato di avvicinare mia figlia alla filosofia. Se poi, da questo approccio, si potranno trarre indicazioni più generali, ne sarò contento.
Una introduzione ad un libricino come questo non deve essere eccessiva; tuttavia, prima di lasciare al dialogo, vorrei solo brevemente rimarcare le mie perplessità nei confronti della vena anglosassone accademicamente dominante in questo campo, ossia la cosiddetta Philosophy for Childrens (P4C). Mi pare infatti, da quello che ho potuto leggere in merito, che essa intenda l’educazione filosofica dei bambini come una sorta di tentativo di sviluppo delle facoltà logiche, razionali, cognitive (come se il compito della filosofia fosse quello di far diventare i bambini più “intelligenti”, magari per prepararli al “successo” nel mondo del lavoro), anziché di sviluppo delle loro facoltà dialogiche, comunitarie, affettive.
Questo breve dialogo non vuole nemmeno essere una concessione alla moda, oggi assai diffusa, di trasformare la filosofia in un racconto esistenziale. Chi conosce i miei libri sa che non condivido questo orientamento, in quanto ritengo che la filosofia debba ricercare innanzitutto la verità ed il bene, con contenuti e forme proprie, e che quando si fa della “letteratura filosofica” (come pure anche a me è capitato di fare),1 occorre sapere che non si fa in senso proprio filosofia, ma qualcosa di differente. La filosofia non è, insomma, riducibile alla biografia ed alla narrazione.
Questo breve dialogo ha – se così si può dire – un solo fine generale, quello di indicare la priorità della educazione alla buona vita sulla istruzione alla vita professionale. Si tratta, mi pare, di una banalità, ma è una banalità disattesa – tranne che nelle dichiarazioni di intenti, sempre inosservate, dei pedagogisti – da parecchi anni, nelle scuole di ogni ordine e grado dei paesi occidentali, oltre che nella mentalità diffusa della gente comune. Nelle scuole elementari, e perfino nella scuola materna, si sono fatti entrare in pompa magna l’inglese (la lingua degli affari) e l’informatica (lo strumento degli affari); nelle scuole superiori e nelle università, poi, specialmente in Italia, si sono sempre più diffusi gli indirizzi tecnico-professionali rispetto a quelli storico-umanistici, con effetti disastrosi sia sulla qualità umana dei nostri giovani, sia sulla capacità generale di elaborare orizzonti fondati di senso e di valore.
Mi si potrebbe infine chiedere il motivo per cui, pur essendo tanti i miti ed i racconti antichi, e diverse le tradizioni cui attingere, io abbia deciso di cominciare con Omero. Sicuramente, si comincia sempre dal luogo che si conosce meglio. Ritengo, tuttavia, che ci sia di più. Considero infatti Omero, oltre che la migliore introduzione alla letteratura, anche la migliore introduzione alla filosofia,2 e dato che considero la filosofia la migliore forma di educazione, il lettore desideroso di sapere si sarà già risposto.
Concludo dicendo che sono stato a lungo incerto sul titolo. Non mi sembrano infatti rispettosi titoli del tipo “l’etica” (o “il razzismo”, o “altro”) “spiegato/a a mio/a figlio/a”, in cui sembra che ci si rivolga ai figli facendo lezione; non c’è modo migliore, peraltro, per non essere ascoltati. Inizialmente avevo pensato, come titolo, ad “Omero raccontato con”, o “compreso con” mia figlia, che ambedue contenevano un elemento di verità, perché nel rendere partecipe un figlio di questi contenuti, si è sempre costretti a raccontarli “con” lui/lei, ossia a (ri)comprenderli “insieme” a lui/lei. Tuttavia, mi sembrava in questo modo di torcere troppo il bastone dalla parte opposta, seguendo quella moda “amicale” nei rapporti fra genitori e figli che, specie se i bimbi sono piccoli, viene oggi giustamente (anche se a volte un po’ esageratamente) criticata. Per questo motivo il titolo è rimasto Omero tra padre e figlia, con il sottotitolo Una piccola introduzione alla filosofia.

Ringrazio infine la coautrice, Benedetta, per la gioia che ogni giorno mi dona.

 

Luca Grecchi

1 Rinvio, in merito, a L. Grecchi, Socrate. Discorso su Le Nuvole di Aristofane, Guida, Napoli, 2007 (collana autentici falsi d’autore); L. Grecchi, Vivere o morire. Dialogo fra Platone e Nietzsche sul senso della esistenza, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2007, con introduzione di Enrico Berti; L. Grecchi, Confucio. Sulla buona vita, sul buon governo e su me stesso, Guida, Napoli, 2011.

2 L. Grecchi, L’umanesimo di Omero, Petite Plaisance, Pistoia, 2012, con introduzione di C. Preve.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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