Seneca – De brevitate vitae. Non è breve la vita, ma tale la rendiamo

Seneca

«Non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto. La vita è sufficientemente lunga e ce ne viene elargita in abbondanza per il conseguimento di ciò che vi è di più grande, se si fa uso saggiamente di ogni sua parte; ma quando scorre via nel lusso e nell’ignavia, quando non la si mette a frutto e alla fine, con l’incalzare della estrema necessità, ci accorgiamo che è passata, ma non ci siamo resi conto del suo trascorrere.
È così: non è breve la vita che ci è stata data, ma tale la rendiamo e non siamo poveri di essa, la sprechiamo. […]
Cosa dunque dobbiamo mettere sotto accusa? Il fatto che vivete come se doveste vivere in eterno, e mai vi soccorre il pensiero della vostra fragilità, non vi rendete conto di quanto tempo sia già trascorso. […] Temete ogni cosa come mortali, bramate ogni cosa come se foste dèi immortali. […]
Credimi, è proprio dell’uomo grande e che si eleva al di sopra delle umane miserie non permettere che gli venga sottratto alcunché del suo tempo […]. Nessuno ti restituirà i tuoi anni, nessuno ti restituirà te stesso.

Seneca, De brevitate vitae, a cura di Tommaso Gazzarri, Mondadori.

Giusi Marchetta – Lettori si cresce

Lettori si cresce

«Questo hanno davvero in comune le ultime generazioni:  una politica dominata dall’economia le cresce e mantiene affamate e folli. Le vuole così.

Un po’ alla volta sono state scardinate tutte le loro possibili difese, in modo da ottenere un popolo di consumatori privati non tanto della cultura, quanto della capacità di riconoscerla e del desiderio di goderne.

A mancare è quella che Latronico chiama “fiducia nel fatto che l’arte abbia qualcosa da dare”: l’idea che possa essere un valore aggiunto all’esistenza o che contribuisca per lo meno a renderla più interessante.

Il risultato è un popolo di giovani e meno giovani che non riescono a comprendere un testo con troppe subordinate.

Che non conoscono nemmeno la Storia che li riguarda.

Che non sanno perché il sole nasce e tramonta.

Sudditi col diritto di voto.

Perciò non sei stupida,Giulia.

Ti hanno solo detto che certe cose in questa società non contano e l’hanno reso vero.

Con la cultura non si mangia: lo hanno urlato a un microfono, lasciato intuire dal curriculum dei vip.

È nello sguardo di tua madre quando mi paga le ripetizioni, un cartello appeso al collo dei professori perennemente precari, perennemente frustrati. È uno spot elettorale.

Nei tuoi quindici anni di vita hai assimilato che leggere è noioso, difficile e non cambia le cose. Non ti diverte o rende felice. Leggere non serve a niente.

Quindi lascia che vi diano la colpa, i genitori attenti con le loro librerie strapiene, i professori che ti incalzano in groppa ai loro Ronzinante. Che ti rinneghino pure più di tre volte e che storcano il viso da te.

Sbagliano, perché nella giungla che li circonda non riconoscono i lupi che ti hanno cresciuta».

Giusi Marchetta, Lettori si cresce, Einaudi, 2015, p. 55.

Giusi Marchetta

Hanno dodici, quindici, sedici anni. Sono insicuri, confusi, hanno dubbi su tutto. Meno che su una cosa: leggere è noioso, difficile e non rende felici. Leggere, insomma, non serve a niente. I ragazzi fuggono dalla pagina scritta: le storie le trovano in tv, le informazioni su Google, e la bellezza se la cercano addosso. Pensare di poterne fare esperienza attraverso le parole che si trovano nei libri, nei fumetti, nelle riviste, è un’idea che non li sfiora neppure. Verrebbe quasi voglia di arrendersi e lasciarli andare. Oppure no. Dopo aver narrato la scuola nel romanzo L’iguana non vuole, Giusi Marchetta mette a frutto la sua esperienza di insegnante e di lettrice appassionata per raccontare agli altri insegnanti, ai genitori e anche ai ragazzi – ai quali queste pagine spigliate danno del tu – che il desiderio di leggere si può trasmettere. Certo, dire che leggere è bello, divertente, interessante, non può bastare. Servono pazienza e immaginazione. Ma l’amore per i libri può contagiare. Con un montaggio serratissimo che accosta ricordi d’infanzia, riferimenti letterari – da Dante a Hornby, da Calvino a King – ed esperimenti di didattica, Giusi Marchetta ci regala un libro intenso sui nostri ragazzi, e sul dovere che abbiamo di farli innamorare della lettura. Perché leggere, dopotutto, può cambiare la vita.

Philip Schultz – La vita di un artista è simile a quella di un dislessico. La lettura contiua a essere per me una sfida

Philip Schultz, La mia dislessia

Quanti sono i modi in cui si può leggere …
In La mia dislessia, Philip Schultz
(premio Pulitzer per la poesia e fondatore della prestigiosa scuola di scrittura Writers Studio)
ci dice di aver imparato a leggere emotivamente,
usando il potere dell’immaginazione, dell’intuizione e della sensibilità per capire e decifrare la lingua scritta.

 

SCHULTZ

«La vita di un artista è per molti versi simile a quella di un dislessico. È nella natura di entrambi rendere il creatore una vittima, facendone un escluso e un disadattato. Se non fosse per la mia lotta con la dislessia, dubito che sarei mai diventato scrittore o che avrei mai saputo insegnare a scrivere.
Una cosa è chiara: la mente di un dislessico è diversa da quella degli altri. Ho impiegato gran parte della mia vita per capire che non era la stupidità l’origine dei miei problemi di elaborazione del linguaggio. […]
Mentre leggo nella mia mente avviene una sorta di baratto tra l’insicurezza e il desiderio di conoscenza, in cui devo riusscire a vincere un senso di ansia e di scoramento. Ho imparato a leggere come un corridore che impara ad aspettarsi di trovare la seconda e la terza curva, o come un atleta che si spinge oltre il proprio limite.
Leggo parola per parola, a volte congratulandomi con me stesso quando completo una frase, un paragrafo, un capitolo. Forse per questo trovo particolarmente difficile leggere qualcosa che non sia emozionante e ben scritto; per questo sono diventato poeta, perché la poesia è serrata e spesso emozionante e ben scritta. […]
Ogni volta che mi accorgo che la mia mente si sta allontanando da quello che sto leggendo, devo attivare questo processo e andare oltre le mie incapacità, abbandonandomi all’eccitazione della voce narrante: un modo intuitivo ed emotivo di leggere. A tutt’oggi la lettura contiua a essere per me una sfida».

Philip Schultz, La mia dislessia, Donzelli, 2015

Arnold Schönberg – Compito della teoria è risvegliare l’amore per il passato e aprire lo sguardo verso il futuro

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«L’impulso più nobile, quello della conoscenza, ci impone il dovere della ricerca; e una erronea dottrina che sia frutto di una onesta ricerca sta sempre più in alto della sicurezza contemplativa di chi la rinnega, perché crede di sapere senza aver cercato di persona. È addirittura nostro dovere meditare continuamente sulle cause misteriose di ogni risultato artistico, senza mai stancarci di cominciare da principio, sempre osservando e sempre cercando un nostro ordine […].
Uno dei compiti più nobili della teoria è di risvegliare l’amore per il passato e di aprire, nello stesso tempo, lo sguardo verso il futuro: in tal modo essa può essere storica, stabilendo legami tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che presumibilmente sarà. Lo storico può svolgere un compito fecondo quando presenta non delle date ma una concezione della storia, e quando non si limita ad enumerare, ma si adopera a leggere nel passato il futuro. […]
Abbiamo il diritto e l’obbligo di dubitare, ma farsi indipendenti dall’istinto è difficile quanto pericoloso, perché accanto alle cose giuste e sbagliate, accanto alle esperienze e alle osservazioni dei nostri padri, accanto a ciò che noi dobbiamo alla loro e alla nostra tradizione, abbiamo forse nell’istinto una capacità in divenire, che è la conoscenza del futuro; e forse ne possediamo anche altre, di cui l’uomo acquisterà un giorno coscienza, e che oggi può al massimo presentire e intravedere senza poterle però mettere in azione».

Arnold Schönberg, Manuale di armonia, Il Saggiatore, 1980.

Mario Brunello – «Silenzio», Il Mulino, 2014. «Più penso al silenzio e più la musica mi parla»

Mario Brunello

Mario Brunello

«Silenzio, parola controtempo: il silenzio sta fuori del tempo, fuori dal suo gioco, fuori dal sopravvenire del tempo. Il controtempo viene a sorprendere il tempo nella sua inerzia, che lo spinge verso un’unica direzione. Il silenzio prende controtempo il tempo. In musica il controtempo si prende lo spazio cosiddetto “debole” della battuta, ma è lo spazio che dà la libertà all’esecuzione, che dà la libertà di un “rubato”, sia con il suono sia con il silenzio.
Anche nella scansione del tempo data dal ticchettio dell’orologio, il silenzio è in controtempo, e se la scansione è lenta il silenzio che intercorre può essere infinito. Il battere del tempo riporta alla realtà, il silenzio controtempo lascia spazio al sogno.

 

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Il silenzio, per prendere in controtempo il tempo, si presenta in ogni momento del giorno, ma il succedersi frettoloso degli eventi lo pone in ombra.
Scrivo la parola “silenzio” per metterlo in controtempo, per ascoltarlo, come questo libro che è più da ascoltare che da leggere. Nel silenzio.
Lo stesso silenzio, che assomiglia di più alla “cura” con cui si preparava l’ascolto di un trentatré giri, un LP, su un giradischi. Non so quanti lo ricordano. Provo a ripassare mentalmente i passaggi e i gesti di quell’ascoltare privilegiato, la possibilità di ascoltare la musica in casa, preceduta da un rituale in un certo senso silenzioso. Dedicarsi a una sola cosa, senza preoccuparsi del tempo richiesto.
Senza pretendere che quell’atto abbia più di un risultato, nessun collegamento a link, playlist, siti senza luogo nel mondo o condivisioni di “mi piace” con sconosciuti.
L’ascoltare è da molto tempo ormai collegato al vedere o, peggio, al fare; l’ascoltare è strettamente collegato a un’altra azione.
Il vinile prevedeva prima di tutto un tempo per una scelta, ponderata, molto spesso premeditata e pregustata, in quanto si era consapevoli del tempo e della quantità di azioni che l’ascolto del disco metteva in moto. Era previsto anche uno spazio fisico ben preciso in casa, una specie di rifugio musicale dove, oltre alla postazione di ascolto, c’era anche il posto fisso per il giradischi e per stivare i dischi. Ora lo spazio musicale è trasportabile facilmente, ricreabile direttamente intorno o dentro le nostre orecchie, e la scelta passa attraverso un touch screen dalle infinite possibilità di collegamenti. Era prevista anche la cura dell’oggetto, la pulizia dei solchi entro i quali magicamente la musica veniva scritta e letta poi dalla puntina, delicatissima estremità di un ancora più delicato braccio. Con gesto lento e calibrato bisognava accompagnare il braccio del giradischi a posarsi sul vinile in movimento e soprattutto c’era, una volta messo in pista, l’invito implicito a non assentarsi ma ad aspettare la fine del disco e perciò stare ad ascoltare. Prendersi volutamente uno spazio e un tempo per ascoltare.
Tra ciò che mi ha spinto a scrivere sul silenzio vi è proprio il ricordo di questi gesti. Il silenzio è un tema talmente sconfinato e profondo: il mio sguardo è certo parziale, ma privilegiato. È quello di chi il silenzio lo usa e vive quotidianamente come materia prima. Circoscritto nell’ambito musicale, mi è sembrato un tema di grande stimolo.
Prendermi cura del silenzio che incontro ogni giorno nella musica che faccio, cercare di descriverlo e comprenderlo, mi ha riportato ai gesti e alla considerazione necessari all’ ascolto di un vinile, come ricordato sopra. Ho immaginato di offrire un momento di “ascolto” più che una lettura. Una serie di riflessioni “lente” che, come la musica, hanno bisogno di tempo.
Il libro è suddiviso in quattro movimenti, da “ascoltare” come una Sonata: il primo movimento in forma sonata nella sua tipica struttura di esposizione, sviluppo, ripresa e coda, il secondo in forma di Lied, il terzo uno Scherzo, e un Finale con Tema e Variazioni.
Come dire “il silenzio non si legge, si ascolta”».

 

Mario Brunello, Silenzio, Il Mulino, 2014: Premessa, pp. 7-11.

 

 

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Recensioni:

Oliviero La Stella, Il suono del silenzio

 

Lev S. Vygotskij – Diventiamo noi stessi attraverso gli altri. La cultura è il prodotto della vita sociale e dell’attività collettiva dell’uomo

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«La funzione psicologica originaria della parola è una funzione sociale, e, se desideriamo indagare come funziona la parola nel comportamento della persona, dobbiamo studiare dapprima come essa ha operato nell’ambito del comportamento sociale degli uomini. […] Potremmo dire che diventiamo noi stessi attraverso gli altri, e che tale regola ri riferisce non solo alla personalità nel suo complesso, ma anche alla storia di ogni singola funzione. In questo sta la sostanza del processo dello sviluppo culturale. La persona diventa “per sé” per il fatto che è “in sé” e attraverso il fatto che si manifesta “per gli altri”. Questo è il processo di formazione della persona. Qui si pone per la prima volta in psicologia, in tutta la sua grandiosa importanza, il problema dei rapporti tra le funzioni psichiche esterne e interne. Qui […] si fa chiaro il perché tutto ciò che era interno, in queste forme superiori, è stato prima esterno, cioé è stato per gli altri in tanto, in quanto era prima per sé. Ogni funzione psichica superiore attraversa necessariamente uno stadio esterno nel suo sviluppo, in quanto è una funzione originariamente sociale. Questo è il centro di tutto il problema del comportamento esterno e interno. […] La parola “sociale” applicata al nostro oggetto ha un significato importante. Innanzitutto, come dice il significato più ampio della parola, significa che tutto ciò che è culturale è sociale. La cultura è il prodotto della vita sociale e dell’attività collettiva dell’uomo, e perciò la stessa posizione del problema dello sviluppo culturale del comportamento ci introduce immediatamente sul piano sociale dello sviluppo. […] Potremmo ulteriormente dire che tutte le funzioni superiori non si sono venute costituendo nell’ambito della biologia, e neppure semplicemente nella storia della sola filogenesi, ma che il meccanismo che sta a loro fondamento è il calco di quello sociale. Tutte le funzioni psichiche superiori rappresentano delle relazioni sociali interiorizzate, il fondamento della struttura sociale della persona. La loro composizione, la struttura genetica, il loro funzionamento, in una parola tutta la loro natura è sociale; persino trasformandosi in processi psichici la natura ne rimane sociale […]. Modificando la nota affermazione di Marx, potremmo dire che la natura psicologica dell’uomo rappresenta l’insieme delle relazioni sociali trasportate all’interno e divenute funzioni della personalità e forme della sua struttura».

Lev S. Vygotskij
, Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori, 1960 (tr. it. 1974)

Antonio Bonacchi – Che lavoro fai? …IL VIOLINISTA! Sì, ma di lavoro? Arte, mestiere, misteri del suonare il violino

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Che lavoro fai? …IL VIOLINISTA! Sì, ma di lavoro?

Arte, mestiere, misteri del suonare il violino. ISBN 9-788863-951196, Edizioni CURCI, 2012.

IL VIOLINISTA, un manuale completo per strumentisti e aspiranti tali, violino ed arco analizzati e spiegati in tutti i loro aspetti estetici e funzionali. Che suoniate per diletto o per passione il vostro violino non avrà più segreti. La viola… è solo un po’ più grande! Lo trovate nei negozi di musica e nelle librerie.

Acquistabile on line su www-musicherie.com

 

Antonio Bonacchi

Che lavoro fai? …IL VIOLINISTA! Sì, ma di lavoro?
Arte, mestiere, misteri del suonare il violino.

ISBN 9-788863-951196, Edizioni CURCI, 2012,
pp. 224, formato 14 x 21 cm., € 19,00

Edizioni Curci logo

In copertina: Pietro Gargini, violino – Giovanni Lucchi, arco (cb). Foto Lucio Ghilardi


 

Antonio Bonacchi

Babbo a giorni alterni, scrittore della domenica, editor e grafico quasi per caso, violinista per passione, liutaio e archettaio per diletto, tornitore autodidatta, informatico per necessità, imprenditore per divertimento, inventore per passatempo, cuoco per amicizia.

WHAT IS HE (D. H. Lawrence)

Che cos’? è
– Un uomo, naturalmente.
Si, ma cosa fa?
– Vive, ed è un uomo.
Certo, ma deve pur lavorare. Avrà una qualunque occupazione.
– Perché?
Perché si vede che non appartiene ad una classe agiata.
– Non so. Ha molto tempo per sé, e fa delle bellissime sedie.
Qui ti volevo! Allora è un ebanista.
– No, No!
Insomma un falegname.
– Nient’affatto.
Ma l’hai detto tu.
– Che cosa avrei detto io?
Che faceva sedie, era un falegname.
– Ho detto che faceva sedie, non che è un falegname.
Va bene. Allora le fa per diletto?
– Forse! Secondo te, un tordo è un flautista di professione, o solo un dilettante?
Direi che è soltanto un uccello.
– E io dico che lui è solo un uomo.
Ho capito! Cavilli sempre.

Alcune pagine dal libro

Origini

Il capitolo si apre con le due pagine relative alla nomenclatura.

la nomenclatura del violino

La nascita del violino

Per mia praticità parlerò del violino, ma quanto segue è per buona parte consono agli altri strumenti della famiglia: viola, violoncello, contrabbasso.

Per quanto si cerchino documenti e fonti è ancora difficile attribuire un luogo ed un momento esatto per la comparsa del violino, quindi più che di “nascita” parlerei di un suo “divenire” dalla progressiva evoluzione e trasformazione di strumenti simili per forme, numero di corde e modo di produrre il suono (come il rebeb, la gigua, la ribeca, la viola da braccio, la viella ed altri), sicuramente influenzato dalle dirompenti idee del Rinascimento fiorentino¹ incentrate sulla ricerca di proporzioni, armonia di linee, rapporti geometrici. Sulla sua oggettiva paternità, su forme, varianti e misure ideali, sono stati scritti fiumi di parole e si trovano eccellenti ed esaustive pubblicazioni; le ipotesi più accreditate vedono la sua comparsa intorno al 1530, probabilmente a Cremona ad opera di Andrea Amati, altre, ugualmente valide, a Brescia per mano di Gasparo da Salò. Alcuni documenti riguardanti l’acquisto di violini cremonesi da parte di Carlo IX di Francia fanno ipotizzare che la liuteria di Cremona abbia avuto più tempo per propagare la sua notorietà e sia quindi antecedente a quella bresciana, ma niente toglie che in entrambi i casi si possa aver ottenuto parimenti lo stesso risultato: nel bresciano, Zanetto da Montichiari veniva registrato nel 1527 come Joannettus de li violettis. In quegli stessi anni gli Amati avevano nel cremonese botteghe liutarie già avviate, ma non erano gli unici ad operare intorno agli strumenti, sto infatti trascurando del tutto la contemporanea e fervente attività liutaria […] tutto il resto lo trovate nel libro!

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1 I toscanacci son sempre in mezzo! Per altro il M° Fiorenzo Copertini Amati scrive in un intrigante articolo, nel n° 2/2009 di Liuteria Musica Cultura, sul “violino raffigurato nel bassorilievo del Palazzo Scala a Firenze (1480). E chissà che pure Leonardo da Vinci non ci abbia messo del suo!

 

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Ernst Chladni – pag. 12

figure di Chladni in liuteria

[…]

Negli anni Cinquanta Carleen Maley Hutchins, oltreoceano, inizia e porta avanti interessanti ricerche partendo dalle teorie del Savart il quale affermava che i migliori violini presentano una tavola armonica che se percossa, emette una nota di un semitono più alta del fondo. L’ausilio di strumentazioni elettroniche rivoluzionarie per l’epoca ed i suggerimenti nonché le collaborazioni con liutai, chimici e ricercatori (Karl a. Berger, alvin S. Hopping, fernando Sacconi) la portano a scoprire ed applicare alla liuteria le figure di Ernst Chladni. Grazie alla Hutchins la costruzione del violino si può avvalere di una nuova tecnica scientifica […]

*****

 

Chiamato frequentemente anche archetto, dal francese archet specialmente se da violino o viola, fino al ’600 era realizzato con legni comuni quali acero, noce, pioppo, faggio; un arco piuttosto grossolano e poco efficace. La necessità di allungarlo e la modifica radicale della curva portarono alla scelta di legni più compatti ed elastici quali il legno ferro ed il legno serpente¹ ancora oggi utilizzati per gli archi barocchi. Un tassello di legno, che diventerà il moderno nasetto, veniva incastrato nella zona “al tallone” tra crine e bacchetta per mettere in tensione il crine.

A partire dall’arco “curvo” (con i crini semplicemente fissati in cima ed in fondo), possiamo definire l’evoluzione dell’arco in Italia in quattro periodi:


Non esistono ancora la punta d’avorio², la slitta in madreperla³, l’anello, la coulisse, il ginocchio e la fasciatura, propri dell’arco moderno che deve probabilmente la sua evoluzione al trinomio Corelli-Tartini-Viotti, musicisti virtuosi, teorici geniali e “girelloni”. Dai loro incontri con i vari costruttori di Cremona, Parigi, Mirecourt, Londra, per assecondare teorie ed esigenze personali, si origina l’evoluzione dell’arco barocco fino alle forme e caratteristiche che a tutt’oggi mantiene. Se vogliamo cercare una data per la nascita dell’arco moderno possiamo pensare al 1785-86 quando Louis Spohr lo descrive minuziosamente (pubblicandolo nel 1832 nel suo Violinschule) o al 1792 circa quando Tourte aveva oramai definite con Viotti le misure e le caratteristiche che perfezionerà in seguito con Kreutzer. Anche se in Italia i liutai cremonesi avevano già dato il via diversi anni prima all’evoluzione dell’arco, Tourte fu il primo ad utilizzare il legno di pernambuco8 e la tecnica della piegatura a caldo: la bacchetta veniva tagliata praticamente dritta (o quasi, seguendo la venatura del legno) e piegata dopo una parziale lavorazio- ne; in questo modo la fibra della bacchetta ha una continuità che consente migliore elasticità e maggiore resistenza anche alle rotture.

[…] tutto il resto lo trovate nel libro!

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1 Il nome scientifico è Piratinera Guianensis o Brosimum Guianensis e proviene dalle Guiane (Brasile ai confini con le Guiane-Venezuela). Il suo peso specifico è 1,05-1,30, il colore è bruno rossastro o rosso cupo maculato nero. Conosciuto anche come Snake wood (Ingl.) Pau tartarugo o Amoretta.
2 O scarpetta, voluta da Tartini.
3 Introdotta da Vuillaume.

 

 


 

 

INDICE DEL LIBRO

Scritto con un entusiasmo contagioso da un cultore della materia, arricchito di un prezioso apparato iconografico di oltre 360 immagini, IL VIOLINISTA è un libro indispensabile per gli strumentisti di tutti i livelli (studenti, professionisti, amatori) ma per la varietà degli argomenti trattati e lo stile quasi narrativo è godibile anche dagli appassionati di musica e dello strumento.

Puoi virtualmente sfogliare tutto il libro per avere un’idea panoramica di tutto il volume.

da pag 1 a pag 100

 

da pag 101 a pag 224

 

 

Alcuni commenti

 

Luca Rinaldi

Una splendida lettura per chi si occupa di strumenti ad arco e di musica in genere. Mi congratulo con l’amico Antonio per l’interessante libro, in cui si trovano notizie molto utili, curiosità e aneddoti tratti da una vita dedicata alla musica, scritti in maniera simpatica e leggera.

Complimenti e grazie

https://www.facebook.com/luca.rinaldi.526

 


Angelo Andrulli

Angelo Andrulli

Non è un semplice libro ma, un MERAVIGLIOSO TRATTATO artistico/formativo, di facile lettura e comprensione. Ho trovato numerose informazioni e illuminanti argomenti che mi hanno regalato infiniti stimoli artistici. Non sfugge l’entusiasmo e la passione con cui l’opera è stata creata. Nei miei seminari rivolti ai ragazzi “Il Bonacchi”  lo porto ormai sempre con me, come se fosse una bibbia… Con tanta stima e affetto rivolgo al caro Maestro Bonacchi i miei complimenti… e un grazie per gli insegnamenti trasmessi.

Angelo R. Andrulli

http://www.angeloandrulli.it


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Maura Del Serra – Adattamento teatrale de “La vita accanto” di Mariapia Veladiano

Coperta La vita accanto

Maura Del Serra

Adattamento teatrale de “La vita accanto” di Mariapia Veladiano

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http://www.petiteplaisance.it/libri/201-220/214/int214.html

Se non ci fossero specchi, resterebbero gli occhi a dire ad una donna brutta che è brutta. Gli occhi degli altri sono uno specchio. Sono il giudice che decreta se esistiamo o no. Se siamo belli o brutti.

Possiamo ignorare il giudizio, cercare di esserne indipendenti, ma tutti desideriamo che qualcuno nel mondo si accorga e guardi la nostra bellezza. La ricononosca.  Non essere guardati equivale a non essere amati.

Crescere storti, rinchiusi, evitati dallo sguardo degli altri, provoca dolore. Ma la possibilità di trasformare il dolore genera a volte una nuova inaspettata bellezza.

La bellezza della musica, della poesia, la bellezza che sta nelle mani di questa bambina brutta. L’atto scandaloso di una bellezza che ha bisogno di orecchie e di anima per essere vista, più che di occhi.

Questa storia sfida il tempo in cui è stata scritta: un’epoca in cui l’apparire ha seppellito l’essere, in cui “photoshoppare” visi e corpi è la regola che si impone per correggere e falsificare ogni minima imperfezione del corpo umano.

Mettere in scena la bruttezza come metafora, conservarne il mistero, non banalizzarlo rendendo realisticamente “mostruosa” la protagonista, è un compito non piccolo poiché tutto quello che accade nel romanzo di Mariapia Veladiano e nella efficace riduzione teatrale di Maura Del Serra, ruota intorno a questa condizione.

La letteratura e la poesia possono far vedere solo dicendo, il teatro deve far vedere anche agli occhi.  L’invenzione della bruttezza sarà dunque il nostro punto di partenza, il cambio dello sguardo del pubblico alla fine del racconto; ci auguriamo sia il punto di arrivo.

Cristina Pezzoli, la regista

Cristina Pezzoli

Monica Menchi, l’interprete

Monica Menchi, l'interprete

A Pistoia “La vita accanto” debutta a teatro

di Laura Montanaro

“La vita accanto” a teatro a Casalguidi

di Laura Montanaro

 

Il viaggio di Monica Menchi nel mistero della bruttezza

“La Vita Accanto” – Intervista a Monica Menchi e Cristina Pezzoli

 

Monica MenchiMonica Menchi, l’interprete

Annalisa Strada – Dove inizia e dove finisce un posto? I libri sono una forza …

libro aperto

«Dove inizia e dove finisce un posto? La legge definisce dei confini, a volte l’uso li conferma, altre li ritocca oppurte li aggiusta. Ma il confine più importante non è il tratto fisico che separa un “qui” da un “là”: il confine più importante è quello che scavalca la nostra mente quando ci fa dire “sono dove non voglio essere” oppure “sono dove voglio essere”. […] Se c’è un posto dove posso vivere infinite vite […] è la biblioteca. […] accogliere con te i lettori […]: gli unici che possono davvero cambiare le cose sono loro. E se non ci riuscissero … forse potrebbero cambiare la loro vita. […] Mi auguro che ti riesca a creare una rete di resistenza e di ribellione […]. I libri sono una forza …»
Annalisa Strada, L’isola dei libri perduti, Einaudi, 2014.
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