Fernanda Mazzoli – L’io minimo ai tempi dell’epidemia. Lo spiritello esangue e pervicace della mentalità di sopravvivenza. Sopravvivere diviene preferibile a vivere nella consapevolezza.

L'io minimo e il covid 19
– Il robot è quasi perfetto. Gli manca solo un’anima.
– Ti sbagli, è meglio senz’anima.
Metropolis, 1927, Regia di  Friz Lang, soggetto e sceneggiatura di Thea von Harbou

« Ceux-là, quand la liberté serait entièrement perdue et toute hors du monde,
l’imaginent et la sentent en leur esprit, et encore la savourent, et la servitude ne leur est
de goût, pour tant bien qu’on l’accoutre».
Etienne de La Boétie,
Discours de la servitude volontaire.

Fernanda Mazzoli

L’io minimo ai tempi dell’epidemia

***

Lo spiritello esangue e pervicace della mentalità di sopravvivenza.

La vita quotidiana divenuta mero esercizio di sopravvivenza.

L’io fattosi ancor più minimo.

Il rapporto malato con il tempo.

La mentalità della sopravvivenza era già all’opera.

Misure securitarie e dispositivi di controllo sociale.

La nuova forma di governance è il catastrofismo di Stato.

In quarantena libertà ben più sostanziose.

Mentalità della sopravvivenza come modalità ordinaria.

La vita è considerata innanzitutto nella sua accezione biologica.

Sopravvivere diviene preferibile a vivere nella consapevolezza.

Assolutizzazione del presente.

La storia rimossa dall’orizzonte dell’homo consumens.

***

Uno spettro si aggira per l’Europa e, purtroppo, non è quello del comunismo. È lo spiritello esangue e pervicace della mentalità di sopravvivenza che si è saldamente installata nel cuore del vecchio continente, facendo accettare ai suoi sgomenti abitanti pesanti restrizioni di quelle libertà individuali di cui andavano tanto fieri e che, esauritisi i grandi movimenti per l’emancipazione sociale, sembravano essere restati i soli esiti di quelle gloriose stagioni.
Le paure scatenate dalla pandemia da Covid 19, alimentate dal chiacchiericcio costante dei media, dalle notizie di incerta attendibilità che rimbalzano da un social all’altro, dalle nude cifre degli scienziati e dagli allarmi di politici che, dopo avere distrutto scientemente la sanità pubblica, si ergono a difensori della stessa, hanno promosso la mentalità della sopravvivenza a fattore culturale-antropologico dominante.
Di questo mutamento si è occupato già a metà degli anni Ottanta del Novecento lo storico delle idee Christopher Lasch la cui indagine – che spazia negli ambiti più diversi dell’attività intellettuale e del costume – fornisce una chiave di lettura molto stimolante per affrontare gli aspetti culturali messi in gioco dall’attuale fase. Lo studioso individua il nucleo fondante di tale mentalità in un rapporto malato con il tempo: è preferibile non guardare al passato per non farsi sommergere dalla nostalgia; quanto al futuro, l’attenzione è tutta concentrata su come scampare agli eventi disastrosi che ci si attende. Così, la vita quotidiana diventa un esercizio di sopravvivenza.
Che altro è se non un esercizio di questo genere lo scarto del nostro passo, divenuto già istinto, quando incrociamo qualcuno per strada, lo sguardo preoccupato con cui squadriamo chiunque si trovi nel nostro raggio d’azione, la corsa all’acquisto di dispositivi di protezione, l’aggressione verbale verso qualche incauto camminatore che potrebbe mettere in pericolo la nostra salute?
L’identità personale si è ulteriormente rimpicciolita entro le protettive pareti domestiche, minuscole roccaforti dello stato d’assedio generalizzato, l’io si è fatto minimo, riducendosi ad «un nucleo difensivo armato contro le avversità».[1] L’altro è diventato un ricettacolo di virus, un propagatore, tanto più pericoloso quanto meno consapevole, di malattie, una minaccia immediata alla sopravvivenza individuale e della cerchia familiare più stretta.
Nell’eccezionalità fa sempre, tuttavia, capolino la normalità: se è stato così facile confinare in casa milioni di persone, interrompere i legami sociali e “sospendere” le loro vite nell’attesa della fine della pandemia è perché ce ne erano già le condizioni latenti, ovvero la mentalità della sopravvivenza era già all’opera da tempo. Il timore delle sanzioni applicate ai trasgressori non spiega se non in minima parte la riuscita quasi totale delle politiche di contenimento: basti pensare al fallimento delle misure repressive nei confronti della movida di cui erano ostaggio, fino a febbraio, i centri storici di tante città: ordinanze municipali, multe, chiusure temporanee di locali non avevano di certo dissuaso i forzati del divertimento dall’occupare piazze e vicoli fino a notte tarda. Non solo: ogni iniziativa in tale senso messa in atto da amministrazioni comunali costrette ad intervenire in seguito alle rimostranze dei residenti non aveva mancato di suscitare vibranti proteste da parte di improbabili difensori della libertà, pronti a ravvisare nei provvedimenti restrittivi il pugno di ferro di sindaci-sceriffi, se non a tirare in ballo nientedimeno che il fascismo!
Niente di tutto questo oggi, quando ad essere state messe in quarantena sono libertà ben più sostanziose di quelle del diritto allo schiamazzo notturno bicchiere in mano.
Certo, c’è di mezzo la pandemia, un’emergenza sanitaria che non sembra superiore per gravità ad altre già affrontate in passato dall’umanità e che, però, è riuscita a fare tabula rasa nel volgere di qualche giorno di comportamenti e modi di vivere consolidati ed orgogliosamente rivendicati come irrinunciabili diritti dell’individuo. Se ciò è stato possibile, è perché già la nostra civiltà aveva fatto della sopravvivenza un asse della propria dimensione quotidiana, un orizzonte privilegiato entro cui strutturare forme di pensiero e di vita. Incalzano non da oggi nel dibattito pubblico e nel senso comune, e non sempre senza una qualche ragione, apocalittiche visioni di un futuro segnato da catastrofi di ogni genere, fino all’estinzione finale del pianeta, con le quali si alimenta un incessante spettacolo mediatico spesso funzionale alla ristrutturazione del capitale e alle sue riconversioni produttive, nonché alla creazione di un clima di pericolo permanente che da un lato autorizza il consumismo sfrenato e l’edonismo disperato all’insegna del «di doman non v’è certezza», e dall’altro spinge le popolazioni impaurite ad accettare le misure securitarie e i dispositivi di controllo sociale messi a punto dai governi. Il catastrofismo di Stato[2] si configura come una nuova, efficace forma di governance che presenta il grande vantaggio di consolidare sotto allures paternalistiche – attente alla protezione dell’individuo – e solidaristiche – sollecite del bene comune – forme di dominio ben più capillari di quelle tradizionalmente esercitate, in quanto esse vengono introiettate dal singolo come necessario scotto da pagare per garantirsi un margine di salvezza di fronte al dilagare di una negatività distruttrice che assume i caratteri di una fatalità avulsa da ben precise dinamiche sociali.
L’io minimo trova conferma nella compiaciuta distillazione mediatica dei disastri in atto, generosamente sbandierati da esperti, giornalisti ed associazioni specializzate nei diversi rami della “cittadinanza attiva”, e nella prospettiva di quelli a venire che incombono sulla sorte di un’umanità troppo spensierata, quale castigo per “stili di vita” poco virtuosi che, da volano della crescita, sono divenuti il freno di un capitalismo lanciato verso una nuova fase.
Non solo: la mentalità della sopravvivenza, prima ancora di alimentarsi di disastri ecologici e di potenziali guerre, di cui predazione delle risorse e conflitti geo-politici costituiscono in effetti micce potenti, diventa una modalità ordinaria di affrontare la vita nella giungla della società di mercato, dove vigono ferree e non dichiarate leggi di “darwinismo sociale”.
Se il futuro è un incubo e il passato una successione di colpe, resta il presente che, per quanto stentato ed incerto, è pur sempre meglio di quello che ci aspetta. Ecco allora che l’humus dove nasce e si nutre incessantemente l’io minimo è quello dell’assolutizzazione del presente e della negazione della storia, i quali hanno rappresentato il tratto culturale ed ideologico caratterizzante gli ultimi decenni. In questa cornice angusta, la preoccupazione per la sopravvivenza si impone come prioritaria e rende tollerabile il ripiegamento dell’individuo-monade su se stesso e l’allentamento del vincolo sociale della cui contraddittorietà e ricchezza si percepisce solo il lato rischioso.
Anche l’io perde la sua complessità – il suo fascio relazionale, la sua storia – e si assottiglia su una dimensione sola: il malato, il paziente, il potenziale contagiato o l’inconsapevole untore. Queste nuove figure del disastro di oggi – l’epidemia da Covid 19 – sono permutabili con le figure del disastro di domani: le minacce non mancano e, quel che è peggio, non sono certo prive di fondamento. Tali figure sono le manifestazioni sociali dell’io minimo nell’ epoca della crisi permanente – nuova e accorta gestione della normalità – che presenta e promuove se stessa come evento spettacolare su scala planetaria.
L’io minimo è chiamato a fare la sua parte nella grande recita globale, per un verso passivizzato come vittima compassionevole di un’oscura calamità naturale – la peste del XXI secolo, la guerra dichiarata da un ignoto virus alla comunità mondiale – per l’altro arruolato d’ufficio nella battaglia contro il nemico alle cui sorti egli contribuisce con l’obbedienza fisica e l’adattamento mentale alle prescrizioni decise da uno Stato fattosi improvvisamente “paterno”, dopo essere stato a lungo patrigno.
L’io minimo può quotare la sua razione di spirito solidale sul mercato delle emozioni e rimpolpare il proprio spessore con una manciata di buoni sentimenti innaffiati da un pizzico di retorica umanitaria che è quella, poi, che olia ai nostri tempi gli ingranaggi altrimenti troppo stridenti del capitale. L’apparato propagandistico che sostiene e rilancia lo spettacolo opera inversioni di significato: così, il distanziamento sociale, invece di prefigurare scenari riconducibili all’homo homini lupus, ricopre la casella dell’altruismo e della responsabilità civica e offre una compensazione gratificante ad un soggetto ulteriormente impoverito, in quanto privato della sua dimensione pubblica, politica e fortemente dimidiato anche in quella privata.
L’altruismo, come la sollecitudine per l’altro non possono, infatti, essere imposti per via di decreto: per essere tali, avrebbero dovuto essere espressione di una libera e consapevole scelta. Invece, l’accettazione delle norme che hanno limitato, quando non annullato, nel silenzio quasi generale, libertà individuali e collettive scaturiscono dal terreno infido, aperto a tutti i giochi dell’egoismo e dell’isteria, della paura dell’evento disastroso. Questo terreno, poi, è stato sottoposto alla spietata potenza di fuoco dell’artiglieria pesante dell’informazione che, da tutti i canali, da tutti i siti, da tutte le testate e per ventiquattro ore al giorno, ha bombardato la popolazione con notizie, immagini e bollettini degni di un’esplosione nucleare o di un’invasione aliena del pianeta.
Non è questione di negazionismo; l’epidemia c’è stata, è ancora in corso, non è la prima nella storia dell’umanità e non sarà l’ultima. Il suo impatto, sulla psicologia e le condotte degli uomini, è stato, però, così violento da far pensare che questi abbiano dimenticato la verità elementare e sconvolgente che la vita biologica ha dei limiti – il deperimento fisico, la malattia, la morte – con i quali sia il pensiero individuale, sia la coscienza collettiva devono confrontarsi con lucidità ed umiltà, senza demandarne la definitiva, e distopica, risoluzione ad una scienza caricata di attese millenaristiche. Ciò non significa, naturalmente, che un buon sistema sanitario pubblico, i progressi della ricerca ed adeguate misure di prevenzione e di gestione dell’emergenza non possano contenere e ridurre i fattori patogeni e la mortalità.
La questione, qui affrontata, è un’altra: la mentalità e i comportamenti emersi in occasione di questa pandemia hanno proclamato a chiare lettere che sopravvivere è preferibile a vivere e ad assumersi i rischi che ogni vita mortale comporta.
Ciò che si è affermato in questi giorni è che le libertà politiche e le libertà personali – che non sono solo un fiore all’occhiello propagandistico dell’Occidente, ma l’esito storicamente determinatosi di battaglie secolari di carattere politico, sociale e culturale – sono divenuti un abito che si dismette facilmente di fronte a un pericolo che sembra minacciare la sopravvivenza dei singoli (il Covid 19 oggi, qualche altra emergenza, non necessariamente sanitaria, domani) e sono subordinate alla conservazione della vita, considerata innanzitutto nella sua accezione biologica.
Non è in gioco, qui, un giudizio moralistico, si tratta di constatare un fenomeno il cui rilievo non può sfuggire e che dovrebbe destare non poche preoccupazioni. Invece, si sono levate solo alcune voci isolate,[3] prontamente accusate di negazionismo, di irresponsabilità civica, di individualismo, come se ad essere stato congelato non fosse stato innanzitutto proprio l’ambito pubblico che si avvale di momenti politici – elezioni, manifestazioni, assemblee – e di momenti di socialità più generale, non necessariamente ascrivibili a peccaminoso intrattenimento. Penso ai malati terminali cui è stato negato il conforto di un ultimo contatto umano o ai loro familiari e amici che non hanno potuto essere loro vicini in quel passaggio estremo e, spesso, nemmeno seppellirli, compiendo quei gesti pietosi che hanno accompagnato l’uomo in tutta la sua storia e che sono patrimonio intimo di tutte le civiltà.
La storia, ancora una volta: ma è proprio essa ad essere azzerata nell’esperienza vissuta dall’io minimo, contratto sul proprio presente e sulla necessità di mettere in atto modalità di sopravvivenza efficaci. Certo, l’allestimento spettacolare del disastro non va mai disgiunto da una certa dose di manipolazione psicologica, di solito riservata ai media. Tuttavia, la sua riuscita, che ha superato le più rosee previsioni, non sarebbe stata coronata da un tale successo se non si fosse innestata su una già esistente predisposizione psicologico-antropologica, se non avesse trovato sulla sua strada l’io dimezzato dell’homo consumens, del cittadino-consumatore. Consumatore innanzitutto dello spettacolo offerto dalle merci, anche culturali, e di emozioni, come la voglia di compensare la perdita di una cittadinanza reale con un qualche simbolico gesto di integrazione in una comunità virtuale che canta dai balconi e si rassicura che tutto finirà bene, mentre gli speaker televisivi annunciano compunti per l’autunno una nuova offensiva del virus.
Le crisi ambientali, le cui cause vengono ascritte a comportamenti individuali, combinate all’esposizione alla “società del rischio”, che è prima di tutto perenne messa in discussione della capacità del singolo di restare a galla nella giungla economica del modo di produzione capitalistico e di essere all’altezza delle prestazioni richieste, hanno reso l’io disponibile alla sola avventura che gli resta, una volta che la storia – pensieri, azioni, lotte degli uomini in un interscambio ininterrotto fra passato e presente – è stata rimossa dal suo orizzonte ed è solo una disciplina di studio per gli specialisti. Restano il ripiegamento sulla sopravvivenza individuale/domestica – di cui si avrà cura di promuovere la resa spettacolare, moltiplicandola su scala globale, individui-monade l’uno accanto all’altro – e la disponibilità ad accogliere acriticamente, o come il male minore, ogni misura che si prefigga come fine il suo mantenimento.

Fernanda Mazzoli

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[1] C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Feltrinelli, Milano, 1996, p. 7.

[2] Devo l’espressione a René Riesel e Jaime Semprún che nel loro Catastrophisme, administration du désastre et soumission durable, Editions de l’Encyclopédie des Nuisances, Paris, 2008, affrontano il nesso tra rappresentazioni del disastro e fabbricazione del consenso sociale.

[3] Cfr. le riflessioni sviluppate da Giorgio Agamben nel suo blog Quodlibet e da Alberto Giovanni Biuso su https://www.biuso.eu/2020/04/06/corpi-e-politica/



Fernanda Mazzoli – Il problema non è chi taglia il traguardo: il problema è il traguardo. Nella Scuola  si vuole imporre come traguardo il passaggio dalla formazione della personalità umana alla formazione del capitale umano
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Fernanza Mazzoli, Javier Heraud (1942-1963) – Non rido mai della morte. Semplicemente succede che non ho paura di morire tra uccelli e alberi. Vado a combattere per amore dei poveri della mia terra, in una pioggia di parole silenziose, in un bosco di palpiti e di speranze, con il canto dei popoli oppressi, il nuovo canto dei popoli liberi.
Fernanda Mazzoli – Per una seria cultura generale comune: una proposta di Lucio Russo.
Fernanda Mazzoli – Leggendo il libro di Giancarlo Paciello «Elogio sì, ma di quale democrazia?».
Fernanda Mazzoli Attila József (1905-1937) – Con libera mente non recito la parte sciocca e volgare del servo. Il capitalismo ha spezzato il suo fragile corpo.
Fernanda Mazzoli – René Char (1907-1988) – Résistance n’est qu’espérance. Speranza indomabile di un umanesimo cosciente dei suoi doveri, discreto sulle sue virtù, desideroso di riservare l’inaccessibile campo libero alla fantasia dei suoi soli, e deciso a pagarne il prezzo. Les mots qui vont surgir savent de nous de choses que nous ignorons d’eux.
Fernanda Mazzoli – Ripensare la scuola per mantenere aperta, all’interno dell’istituzione scolastica, quella dimensione “utopica” così intimamente legata all’idea stessa di educazione, idea che comporta una tensione intrinseca verso “un altrove” che nulla ha a che vedere con l’adattamento al presente.
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Fernanda Mazzoli – La poesia di Xu Lizhi nella fabbrica globale del capitalismo assoluto. La gioventù chinata sulle macchine muore prima del suo tempo. Senza il tempo per esprimersi, il sentimento si sgretola in polvere.
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Fernanda Mazzoli – La ripresa, finalmente! Ma chi guida la task force incaricata di traghettare il Paese fuori dell’emergenza da Covid 19? La mitologia del cambiamento e la sua necessaria demistificazione
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Bartolomeo Bellanova – Riflessioni sul saggio di Etienne De La Boetie : “Discorso sulla servitù volontaria”

Etienne De La Boetie

Etienne De La Boetie

Riflessione di Bartolomeo Bellanova sul celebre “Discorso sulla servitù volontaria” scritto dal giovane Etienne De La Boetie probabilmente nel 1552-1553

Etienne De La Boetie nasce a Sarlat il primo novembre 1530. Si laurea in giurisprudenza all’Università di Orleans e nel 1554 ottiene la carica di consigliere al Parlamento di Bordeaux dove incontrerà poi Michel De Montaigne, anch’egli eletto nello stesso parlamento, con il quale sorge un forte legame di amicizia. Siamo nella Francia di Caterina dei Medici (reggente al trono per il piccolo Carlo IX), afflitta dalle lotte di religione tra cattolici e ugonotti, che culmina con la violenta repressione di questi ultimi. Nel 1560 viene conferito a La Boite l’incarico segreto di tentare una riconciliazione religiosa che ottiene discreti risultati. Muore il 18 agosto 1563 all’età di 33 anni dopo una fulminea malattia, tra le braccia dell’amico Montaigne, affidandogli il compito di pubblicare le sue opere. Montaigne assolve il desiderio dell’amico per le poesie e le traduzioni di Senofonte e Plutarco, ma non per le opere di carattere politico, compreso il Discorso sulla servitù volontaria. Era successo un caso di “pirateria editoriale”: il testo inedito era venuto in mano ad alcuni ugonotti che, nella loro feroce polemica contro la monarchia, non esitarono a inserire alcuni passaggi dello stesso dove si descrive lo strapotere del tiranno e la condizione miserevole dei sudditi, in un loro pamphlet anonimo fatto circolare nel 1574. Due anni più tardi il testo integrale viene pubblicato con il titolo di “Cont’un” (“Contro uno”) all’interno di una raccolta di vari scritti anti monarchici a cura del calvinista ginevrino Goulard. Da allora ad oggi in varie occasioni durante periodi rivoluzionari lo scritto di La Boetie ricompare con interpretazioni più o meno partigiane; non sfugge soprattutto all’attenzione dei primi comunisti che si rifanno all’esperienza di Babeuf, ma è il socialismo cristiano francese, quello che solitamente viene chiamato utopistico, che fa di La Boetie uno dei suoi diretti antecedenti, così come avverrà all’inizio del novecento con la lucida analisi di Landauer che ne esplora profondità ancora irrisolte.

Quello che segue è il flusso di emozioni, pensieri e poesie sgorgato in modo naturale dalla lettura e dall’attualizzazione dello scritto di La Boetie.

******

Lo stato di natura dell’uomo è essere libero, viene prima di fare il bene o il male, lo precede: è la nostra condizione originaria. Siamo stati creati tutti fratelli in quanto della stessa specie, perché potessimo riconoscerci: bipedi pensanti con una testa, due occhi da cui tracima l’anima, due mani.

La natura non ha previsto il ruolo di servo, sottoposto e sottomesso: le differenze di forza e ingegno avrebbero dovuto compensarci le vite, non sopraffarci l’un l’altro con l’accanimento che nemmeno la peggior fiera può immaginare.

La lingua parlata è stata creata per aiutare la comprensione: un’unica lingua per un’unica specie. Poi secolo dopo secolo, impero dopo impero, ecco le regole, le caste, gli intoccabili, i servi della gleba, gli schiavi, le etnie. Nasce il potere, piovra che si legittima scomodando il Divino, mille tentacoli che s’allungano e circondano la vita dei semplici, la stritolano. E a ogni rivoluzione i tentacoli falciati via rinascono come Medusa.

Che evoluzione involuta! Fino ad oggi anno di disgrazia 2015 d.c. : tablet, p.c., connessione, banda larga, fame, pianto, raccapriccio, silenzio!

Siria: bambini di occhi d’ulivo, dormono la morte, silenzio!

Lampedusa: bambini di occhi di ebano galleggiano la morte, silenzio!

Dimezzati

Viviamo dimezzati dai mezzi amori
dai mezzi lavori, dai mezzi politici,
dalle mezze parole.
Abbiamo dimenticato l’altra metà
in qualche fondo di bottiglia,
in qualche tubo di scappamento,
tra due pagine incollate dagli acari
dei ricordi ancestrali.
Allora deglutiamo confetti amari
d’indifferenza, di abitudine, di solitudine,
ignavia spalmata sulle palpebre,
per non vedere.
Noi che siamo fatti per baciare la luna piena
sulle guance d’argento.
Noi con la forza di arpionare il sole
a un lenzuolo di cielo.
E poi avvolgerlo addosso e vivere,
bollore di sangue e terra vivere,
bollore di sangue e sperma, nascere.
Non avevamo padroni, noi,
generali, banchieri, sacerdoti, cerimonieri,
solo fratelli e sorelle.
Mani nelle mani a benedire ogni giorno il Creatore.
Ora ci pesa anche spostare un granello d’indignazione.
Un granello ognuno fanno sette miliardi di granelli.
Si rovescerebbe il globo superbo:
sopra il sud e giù il nord.
Cos’è questa spianata che ci contiene tutti,
ci nutre, ci allatta, ci prosciuga,
c’inonda, ci maledice ?
E’ un pianoforte a coda con sette miliardi di tasti
bianchi e di tasti neri.
Quante note diverse, quante corde intime
se suonassero insieme!
Sarebbe meno triste la nostra breve scampagnata
su questa terra.
Si potrebbe danzare sotto la pioggia dei fiori di pesco.

Quale oscuro male, quale malevolo incantesimo può aver cancellato così profondamente nella memoria degli uomini l’attaccamento vitale alla propria libertà? Perché l’uomo ha rinunciato alla propria libertà? Non certo per la superiorità fisica o cerebrale di chi ha iniziato a rivendicare il potere che, mangia come noi, piange e ride come noi e non è dotato di un cervello geniale. Nemmeno possono essere solo la viltà e la codardia a ordinare questa rinuncia. Che vita sarà mai questa, sottoposta agli altrui capricci e perversioni?

Dilemma irrisolto! Per qualcuno potrebbe essere la ricerca di sicurezza e protezione che fa abdicare parte della propria libertà a favore di chi può assicurare una minima percezione di stabilità, quando invece l’instabilità è la nostra compagna inseparabile di ogni giorno.

L’assuefazione a servire ci pervade fin dalla nascita: chi non conosce lo stato originario non può rimpiangerlo, chi non ha memoria della libertà vera nei suo geni trova normale la cattività.

Sardine

Sardine a migliaia
stretti stretti boccheggiamo
nei gusci di latta,
nei cubi di cemento,
protetti, avvolti, uccisi un po’ per giorno.

Risaliamo come scimmie due metri di stelo verde e turgido.
Nuotiamo a bocca aperta nel getto fucsia del giacinto di marzo.
Beviamo le scie odorose, mangiamo i petali piovuti.

Sull’attenti immobili scacciamo i pensieri,
sull’attenti dritti sotterriamo le fantasie coi tacchi.

Dalle squame trasudiamo invidia e ansia,
trucco secco dagli occhi.
Abortisce il bulbo del giacinto di marzo.

Tutti in fila, codici a barre in fronte.
Sette miliardi siamo arrivati stipati al capolinea.

La trottola gira, clacson, strepiti, grida e urla.
Non abbiamo udito il manovratore rauco:
ultima corsa e i regali sono esauriti.

Il tiranno per comandare ha bisogno di servi sciocchi che si illudano di godere di una briciola del suo potere, altrimenti come potrebbe spadroneggiare le vite di milioni di persone? Sono i moderni vassalli, valvassini e valvassori; è la moderna piramide di trasmissione del potere che olia gli ingranaggi con le illusioni del soldo, con paccottiglia di vario genere. Sappiamo bene che siamo golosi di inutili vanità!

I dominatori sono diventati sempre più furbi e subdoli: ci illudono, sanno rabbonire, sanno farsi sentire indispensabili, finanche farsi amare, ma, prima o poi, ci stritolano con il nostro ebete consenso.

E se un giorno smettessimo di servire il tiranno, di non attribuirgli più valore, di ignorare ogni sua leccornia, ogni suo richiamo mellifluo che ci schiavizza?

Pensa se un giorno si svuotassero gli uffici, le fabbriche, le banche tutte insieme e non circolasse moneta e capitale di preda. Pensa se lo stesso giorno si cancellassero i confini delle nazioni e si potesse camminare insieme sulla terra. Cadrebbe di sicuro il gigante dai piedi d’argilla, tutte le carte in mano al potere precipiterebbero come in un enorme effetto domino.

“Il lavoro rende liberi” – “Arbeit macht frei” sta scritto col ferro e col sangue di milioni d’innocenti sulla lugubre entrata di Auschwitz , che dal 1943 fu anche campo di lavoro, non solo di sterminio. Umorismo mortuario, fradicio e nero. Ma chi ci ha inculcato che contestare questa verità è una bestemmia? Sono gli stessi tiranni che necessitano di milioni di flessibili strumenti di produzione e di consumo per tramandare il loro potere. I Dominatori sono riusciti a realizzare un incantesimo perfetto nella nostra società: sono passati dall’arma della repressione a quella della collaborazione entusiastica. Fin dalla scuola veniamo formati per realizzarci attraverso il lavoro che diventa fine per realizzare false libertà. E’ più facile dominare con le rose piuttosto che coi manganelli! Così lo sciame s’adegua nei comportamenti e negli stili di vita per far crescere le ricchezze dei potenti, sorridendo anche. Il tempo non lavorato va ridotto al minimo, è inutile, è tempo perso! E allora tutti nella centrifuga a cercare un lavoro, a mantenere un lavoro, a sopravvivere a un lavoro. Che utopia meravigliosa: essere padroni del nostro tempo, prezioso, leggero che si potrebbe donare liberamente agli altri o contemplare da solo come dentro a una limonaia fiorita, in silenzio assoluto. E’ il tempo dell’amore che dimentica l’ansia da prestazione da catena di montaggio, il tempo dell’affettività sapiente. Ma nella stanza di controllo dei nostri destini sanno che non ci possono far oziare troppo a lungo.  L’ozio diventerebbe non tanto padre dei vizi, ma padre dei dubbi. Chi ha troppo tempo per pensare si fa domande inopportune e può costituire un cattivo esempio per la truppa che deve produrre a testa bassa. Anche nel Terzo Reich se non eri produttivo eri inutile. Dove ha fallito Hitler sta vincendo il capitale finanziario senza baffetti e occhi esaltati, ma con il nostro pieno aiuto tacito e beota.

Cinquanta centesimi

Cinquanta centesimi al pezzo è la paga.
Cantine, gabbie, puzzo di gatti in amore, coriandolo a mestoli, ciotole di riso scotto e una distesa ordinata di macchine per cucire.
Aghi fini trivellano il cotone, mille punti, mille punture di cavallette, non c’è sosta nel ronzio uniforme, non c’è riposo sotto ai neon.
Madre e figlia in batteria si sfuggono gli occhi, sguardi a terra sui pedali consunti ad evitar domande senza risposte.
La madre sfiorata da un passato a pelo d’acqua ferma di una risaia, col destino misero, su una terra stabile da millenni.
La figlia elettrizzata da luminarie, draghi portentosi di luci e grattacieli lontani, grattasogni vicini che sembrano raggiungibili.
Poi entrambe dentro a quelle mura straniere insieme alle altre, in fila, tacere e produrre.
Solo venti euro la tovaglia color panna, coi cuori panna e i nodi d’amore panna e dodici degni tovaglioli. A centinaia, uguali, replicanti, accatastate in cento negozi uguali e replicanti in altrettanti anonimi centri commerciali dalla parte giusta del mondo.
Il padrone spia dal retro bottega l’assalto al regalo natalizio e benedice il mercato e l’ordine costituito, i droni, i dittatori da operetta e quelli da macello, gli spioni, le trivelle e i bordelli, i generali e i colonnelli, i nuovi miliardari e gli utili zimbelli, tutti insieme a zittire, sopire e annullare le voci stonate nella parte sbagliata del mondo.
“Mamma, mamma è un vero affare a soli venti euro!. C’è scritto made in Vietnam, cosa vuol dire?”
E la donna arrossita: “zitta, zitta è la peggior bestemmia che tuo padre mastica ogni giorno, è il suo incubo, l’inferno delle sue notti, da quando hanno chiuso la fabbrica e l’hanno riaperta laggiù! Per questo Natale, solo tovaglioli di carta con la stella cometa”.

Con i secoli, oltre ad aver perso il significato profondo di libertà, abbiamo associato il concetto stesso di libertà alla lotta per il dominio. Ma perché la libertà non può essere pensata e vissuta se non con riferimento al dominio, come se non esistesse alternativa a un potere che viene soppiantato da un altro? Troppo spesso “rivoluzione” è diventato sinonimo di tradimento, di nuova oppressione, quante illusioni di nuove società violentate nella storia del novecento da nuova oppressione.

Fucilatemi

Paziente attendo il mio turno.
Fucilatemi sul fianco sinistro,
il costato dell’indignazione,
dei sì, sì, no, no.

Ci sono venuti a prendere a uno a uno
gli aguzzini albini e senza volto.
Ci sono venuti a prendere mentre
sbriciolavo il colore delle pupille tue
nelle mie.

A un becero che bolliva bava d’intolleranza
abbiamo crivellato il cuore
con una scarica di parole calibro poetico,
colpa gravissima !

A un banchiere che leccava franchi svizzeri
abbiamo sciolto il portafoglio imbottito
con soffi di fantasia a novanta gradi
colpa imperdonabile!

Fucilatemi sul fianco destro,
il costato della passione,
del lenzuolo pelle di pesca
che ci avvolge sotto la luna.

L’ho vista ieri sera,
aveva i baffi di Salvador Dalì,
ci guardava corrucciata e faceta
e tu inspiravi il mio calore
a ogni respiro.

Se vorranno fucilarmi di schiena
digli che vuoi vedere ancora
i miei occhi accesi di luce.

La questione non è tanto far scoppiare la rivolta, ma prima riflettere sul non senso dell’attuale condizione di cattività : la libertà politica non si conquista senza una vera e profonda liberazione interiore.

L’osteria

Hai il viso spazioso per affettare meglio la tramontana e una folta lana di barba bianca che arrotonda la tua saggezza.

 Le tue pupille dilatate annaspano dentro a un bicchiere di rosso alla ricerca dell’isola che non c’è e le tue parole di lambrusco sciolgono presto la cortina di fritto che ci divideva, seduti da parti opposte al tuo tavolo preferito.

 E allora mi porti con le tue mani callose dentro a cento battaglie combattute con la generosità muta delle tue spalle larghe. Ogni volta ti battevano le tempie a inseguire la rivoluzione come la sottana delle tua donna nei campi di girasole e ogni volta non la raggiungevi, la rivoluzione, e mentre giacevi con lei sotto agli steli possenti ridevi e piangevi per quel dolore subdolo che lievitava.

 Poi ti ritrovavi con i soliti tre compari ingrigiti a ipnotizzare la delusione dentro alle spire ipnotiche di qualche sigaretta.

Ma avevi davanti a te un prato verde a perdicuore e attendevi la prossima sottana coi primi tremori delle dita ingiallite di tabacco.

 Ora in questo confessionale pagano ti liberi delle illusioni tue e dei peccati diabolici di tanti finti compagni che ti hanno assalito i sonni e io insieme a te, padre mai visto prima ma intimamente mio, mi sento marziano su una terra violata. Nei crateri dell’indifferenza, della protervia, dell’eccesso e della meschinità scaviamo a mani nude cercando un senso, inseguiti dalle campane a morto della resa.

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Le poesie fanno parte della raccolta A perdicuore versi scomposti e liberati, Arte&Muse Editore, ottobre 2015 – www.artemuse.it

Autori, e loro scritti

L

L

Etienne de La Boétie (1530-1563) – Della servitù volontaria.

Tommaso Labranca (1962-2016) – Andy Warhol era un coatto. Decise di fare più soldi possibile con i suoi quadri coatti, la cui ispirazione nasceva nei supermercati. Andy come coatto era comunque un numero uno, una specie di capo banda. Ed incontrò Ronald Trump.

Raffaele La Capria – La funzione dello scrittore è sempre quella di porsi come critico della società cui appartiene.

Ronald D. Laing (1927-1989) – Fuori formazione o … fuori rotta? Il criterio di “fuori formazione” è quello positivistico. Il criterio di “fuori rotta” è quello ontologico.

Mario Lancisi – “Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani”: «Ognuno deve sentirsi responsabile di tutto».

Paul-Ludwig Landsberg (1901-1944) – In Heidegger il “con-essere” è e rimane una categoria estremamente formale. La sua filosofia non contiene l’amore.

Diego Lanza (1937-2018) – Di mio padre ricordo l’orgoglio tenace, la fedeltà alle proprie decisioni, l’energia necessaria a una silenziosa coerenza, il disprezzo per il mormorio del senso comune. Mi ha insegnato ad essere come chi amiamo si aspetta che noi siamo, perché non pesare su chi ci ama con le nostre sofferenze è amorosa accortezza.

Diego Lanza (1937-2018) – La disciplina dell’emozione. Un’introduzione alla tragedia greca. Prefazione di Anna Beltrametti

Diego Lanza (1937-2018) – Appassionato filologo e grecista, innovativo nella lettura interdisciplinare dei testi, sempre in tensione etica, morale, filosofica, che ci consegna quale suggello, testimonianza vivificante e forte dono.

Diego Lanza (1937-2018) – «Lo stolto. Di Socrate, Eulenspiegel, Pinocchio e altri trasgressori del senso comune». Prefazione di M. Stella. Postfazione di G. Ugolini.

Simone Lanza – Perdere tempo per educare. Di fronte a una società che non perde tempo, il compito della pedagogia oggi è quello di rallentare ancora di più. Come già insegnava Rousseau, saper perdere tempo, lasciare spazio all’imprevisto, all’incontro, per dialogare con bambini/e, per sorprenderci e stupirci.

Christopher Lasch (1932-1994) – Il capitalismo assoluto pone tutto sulla stessa linea d’orizzonte perché tutto dev’essere valore di scambio. La tolleranza diventa indifferenza, il pluralismo culturale, deprivato di giudizio etico, degenera in mero spettacolo estetico e rende inappropriato parlare di impegno etico in qualsiasi senso.

Rossella Latempa – La scuola fabbrica di Capitale Disumano

David Herbert Lawrence (1885-1930) – Ciò che vogliamo è distruggere i rapporti falsi e inorganici, specialmente quelli connessi al denaro.

David Herbert Lawrence (1885-1930) – Tutta la loro vita si basa sul denaro che spendono. Se si potesse soltanto dir loro che vivere e spendere non sono la stessa cosa. Il denaro avvelena quelli che ne hanno e affama quelli che ne sono privi.

David Le Breton – La carezza è il tentativo di abolire la distanza avvicinandosi all’altro in una reciprocità che si vuole immediata. La carezza non è un semplice sfiorare: ma un foggiare.

David Le Breton – Il rumore non molla mai la presa sull’umanità contemporanea e nasce la nostalgia del silenzio e l’aspirazione a ritrovarlo. Il silenzio è un omaggio che la parola rende allo spirito.

Joseph LeDouxNatura e cultura contribuiscono a ciò che siamo. I nostri geni possono condizionare la maniera in cui ci comportiamo, ma i sistemi di gran lunga responsabili di ciò che facciamo e di come lo facciamo sono plasmati dall’apprendimento. Apprendimento e sviluppo sono due facce della stessa medaglia.

Ursula K. Le Guin (1929-2018) – Non si può cambiare niente dall’esterno. Stando al di fuori, puoi scorgere le linee del disegno. Vedi cosa è sbagliato, cosa manca. Vorresti aggiustarlo. Ma non puoi annodare i fili. Devi esserci dentro, tesserli. Tu stesso devi esser parte del tessuto.

Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716) – Quando si discute intorno alla libertà del volere o del libero arbitrio, non si domanda se l’uomo possa fare ciò che vuole, bensì se nella sua volontà vi sia sufficiente indipendenza.

Gottfried W. von Leibniz (1646-1716) – La causa perché la mente agisca, ovvero il fine delle cose, è l’armonia. Il fine della mente è l’armonia massima.

G. Wilhelm von Leibniz (1646-1716) – Tutti i possibili, ossia tutto ciò che esprime l’essenza o realtà possibile, tendono con egual diritto all’esistenza.

Alessandro Leogrande (1977-2017) – Mi chiedo se lo sguardo di Caravaggio nel «Martirio di San Matteo» non sia anche il nostro sguardo nei confronti dei naufragi, dei viaggi dei migranti e soprattutto della violenza politica o economica che li genera. La violenza del mondo. Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte.

Leonardo da Vinci (1452-1519) – Quelli che si innamorano della pratica senza scientia sono come nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola. Sempre la pratica deve essere edificata sopra la buona teoria.

Giacomo Leopardi – Cos’è la lettura per l’arte dello scrivere.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – La felicità non è che la perfezione, il compimento della vita.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – Un sorriso e una poesia possono aggiungere un filo alla trama brevissima della vita, accrescendo la nostra vitalità.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – La più sublime, la più nobile tra le Fisiche scienze ella è senza dubbio l’Astronomia. L’uomo s’innalza per mezzo di essa come al di sopra di se medesimo.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – «Dialogo della Moda e della Morte». La moda appartiene perciò a quel tipo di fenomeni che tendono a un’estensione illimitata. Cara Morte, mostri di non conoscere la potenza della Moda, perché ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo, è più morta che viva.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – Parlerò della miseria umana, degli assurdi della politica, dei vizi e delle infamie non degli uomini ma dell’uomo.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – Come l’uomo dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, l’altezza e nobiltà sua, l’immensa capacità della sua mente.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – Niente nella natura annunzia l’infinito, l’esistenza di alcuna cosa infinita. L’infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – Gli uomini compassionevoli sono sì rari, e la pietà è posta, massimamente in questi tempi, fra le qualità le più riguardevoli e distintive dell’uomo sensibile e virtuoso.

Giacomo Leopardi (1798-1837) – Desiderio naturale, necessario, e perpetuo nell’uomo, di un futuro miglior del presente. Importanza quindi dell’avere una prospettiva e una speranza. Questo è ufficio del filosofo, ed è pratica incomparabilmente utile al viver felice.

Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781) – Il valore dell’uomo non sta nella verità che qualcuno possiede, ma nella sincera fatica compiuta per raggiungerla. Il possesso rende quieti, indolenti, superbi.

Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781) – Ciò che è l’educazione per il singolo uomo, è la rivelazione per l’intero genere umano. A costituire il valore dell’uomo è non la verità di cui chicchessia sia in possesso, o pretenda di esserlo, bensì l’impegno sincero che l’uomo ha profuso per scoprirla. È attraverso la ricerca della verità, e non col possesso di essa, che le sue forze si fanno più grandi.

José Jorge Letria – Il deserto innominabile

Emmanuel Lévinas (1906-1995) – Un mondo senza volto ha bisogno della carezza, che è accoglienza, e non chiede altro che essere partecipe dell’infinito, della traccia di infinito presente sul volto dell’alterità.

Mario Vargas Llosa – Elogio della lettura.

Primo Levi (1919-1987) – Ogni tempo ha il suo fascismo.

Claude Lévi-Strauss (1908–2009) – La specie umana non può appropriarsi del nostro pianeta come se fosse una cosa e per comportarvisi senza pudore e senza discrezione.

Claude Lévi-Strauss (1908–2009) – Lo scienziato non è l’uomo che fornisce le vere risposte, è quello che pone le vere domande.

David Lifodi – Il grido è già un coro: in Argentina libera Milagro Sala.

Jean-Etienne Liotard (1702-1789) – La passione della lettura nel ritratto.

Gilles Lipovetsky e la società della seduzione. Se il capitalismo immateriale avanza senza limiti, ciò è possibile perché mancano le narrazioni veritative. Se la Filosofia si limita ad una critica sociologica e non propone la verità come centro di un processo rivoluzionario, la sua critica è solo puro parlare senza effetti.

Li Zhi, detto Zhowu (卓吾. 1527–1602) – Ride, la gente colma d’ignoranza, Di chi per i suoi libri arde d’amore … il vero amante è chi li sfoglia … coloro che si danno allo studio cercano di scoprire in se stessi il fondo della vita e della morte.

John Locke (1632-1704) – Conoscendo la nostra forza, sapremo meglio che cosa intraprendere con qualche speranza di successo.

Jack London (1876-1916) – Nella macchina industriale nessuno è libero delle proprie azioni, tranne il grosso capitalista. Questi signori sono stolti. S’intendono solo di affari. Non comprendono né il genere umano né il mondo, e tuttavia si ergono ad arbitri della sorte di milioni di affamati e di tutta la massa umana.

Federico García Lorca (1898-1936) – «Libri, Libri!»: Chi non è percorso da un minimo anelito di sapere non conosce amore, né conosce una scintilla di pensiero, e neppure una fede o una minima ansia di liberazione, prerogative imprenscindibili per tutti gli uomini degni di tale nome.

Federico García Lorca (1898-1936) – Parole sul teatro: Il teatro è uno degli strumenti più espressivi e più utili per la formazione di un paese, ed è il barometro che ne segna la grandezza o la decadenza.

Federico García Lorca (1898-1936) – Poeta a New York: «La luce è sepolta da catene e rumori in sfida impudica di scienza senza radici: qui non esiste domani né speranza possibile. Le monete a sciami furiosi penetrano e divorano bambini addormentati: sanno che vanno nel fango di numeri e leggi, nei giochi senz’arte, in sudori senza frutto».

Federico García Lorca (1898-1936) – La poesia è qualcosa che cammina per le strade. Il teatro è sempre stato la mia vocazione. Adesso sto lavorando a una nuova commedia. Gli uomini non riusciranno mai a immaginarsi l’allegria che esploderà il giorno della Grande Rivoluzione. Non è vero che sto parlando proprio come un socialista?

Federico García Lorca (1898-1936) – Il “duende” brucia il sangue, estenua, rompe gli stili, ama il bordo, la ferita, e si avvicina ai luoghi dove le forme si fondono in un anelito superiore alle loro espressioni visibili.

Franco Lorenzoni, «I bambini pensano grande», Sellerio, 2014: «Tra le tante culture che ci sono al mondo, io credo che esista anche la cultura infantile».

Jurij Michajlovič Lotman scrive su Aleksandr Nikolaevič Radiščev (1749-1802) – Vuoi sapere chi sono? cosa faccio? dove vado? Sono colui che ero e sarò sempre nella vita: uomo! Lo scrittore può essere profeta di verità o essere al servizio della menzogna.

Johannes Baptist Lotz (1903-1992) – La solitudine è esperienza dell’uomo in quanto uomo.

Leo Löwenthal – In una società terroristica, dove tutto è pianificato nel dettaglio, il progetto per gli individui consiste in questo:per loro non c’è, né può esserci un progetto.

Michael Löwy, «Walter Benjamin. Esthétique et politique de l’émancipation», L’Harmattan, Paris, 2014.

Michael Löwy – La tensione rivoluzionaria di Benjamin si alimenta alle immagini utopiche del rapporto armonico con la natura, nella critica all’ideologia del progresso.

Julia von Lucadou – Il capitalismo feticizza i corpi imponendo loro prestazionalità e sfruttamento. Tutto ciò ci allontana da noi stessi rendendoci infelici. I dispositivi digitali mettono aziende e governi in una posizione di potere per controllare il comportamento.

Uliano Lucas – Tatiana Agliani – La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia.

Giulio A. Lucchetta – La salvezza della città. Ethos e logos in democrazia. Tornare a credere nell’educazione e nella crescita culturale dei “cittadini” è l’unica premessa possibile all’esercizio della “buona politica”.

Giulio A. Lucchetta – L’ulivo è immagine del processo di produzione del cosmo, perché esso è eterno ed è prodotto dell’intelligenza. Il profumo dell’olio è il profumo dell’utopia, cioè simbolo di un rapporto lavorativo dove regni una spiccata armonia d’intenti e una grande sagacia organizzativa.

Claudio Lucchini – Alcune riflessioni sulle nozioni di felicità e di natura umana nel pensiero di Luca Grecchi.

Claudio Lucchini – La progettualità comunista tra utopia concreta e necessità di funzionamento quotidiano.

Claudio Lucchini – Annotazioni sulla progettabilità del bene etico-sociale e sulla determinatezza materiale-naturale dell’uomo.

Claudio Lucchini – L’etica umana tra natura e storia. Sulla possibilità di un universalismo radicalmente democratizzante.

Claudio Lucchini – Carrelli e moduli: i problemi dell’etica umana nell’intreccio di biologia e storicità concreta.

György Lukács (1885-1971)  –  «Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna». Il momento puramente soggettivo, l’estraniarsi da ogni collettività, il disprezzare ogni comunità annulla ogni vincolo con la società e nell’opera stessa: autodissoluzione dell’arte in seguito a quella lontananza dalla vita ch’essa si pone per principio.

György Lukács (1885 – 1971) – Il fuoco che arde nell’anima partecipa all’essenza delle stelle. Perché il fuoco è l’anima di ogni luce, e nella luce si avvolge il fuoco.

György Lukács (1885-1971) – Considerazioni su «Marx, il cinema e la critica del film», un libro di Guido Aristarco (1918-1996). La tendenza generale è il dominio della manipolazione, a cui in misura sempre più vasta si va assoggettando anche, e tutt’intero, il campo dell’arte.

György Lukács (1885-1971) – Questo trasformarsi in merce di una funzione umana rivela con la massima pregnanza il carattere disumanizzato e disumanizzante del rapporto di merce.

György Lukács (1885-1971) – Uno dei tratti più fecondi e caratteristici di Lenin è che egli non cessò mai di imparare teoricamente dalla realtà e che in pari tempo era sempre pronto ad agire.

Raimondo Lullo (1232-1316) – L’amore può moltiplicarsi solo nell’amare.

Romano Luperini – Non si dà educazione senza utopia, senza un progetto. Ogni educazione presuppone una utopia, la esige. La scuola deve educare coltivando l’universale umano che è in tutti noi.

Romano Luperini – Prigionieri di una logica e di un linguaggio esclusivamente economici, dovevamo subito seppellire questo linguaggio. E invece con questo linguaggio ci hanno perfettamente addomesticato e addestrato. Noi stessi, noi docenti, siamo diventati la macchina amministrativa del sistema.

Romano Luperini – La scena dell’incontro è fondativa della società umana, ne indica simbolicamente l’orizzonte linguistico, comunicativo e interdialogico. L’incontro è anche scambio di segni, dunque linguaggio. il prisma dell’incontro indica un percorso che presuppone ancora fiducia nella libertà e nella responsabilità dell’uomo

Lu Xun (1881-1936) – La speranza è come una strada e le strade si formano quando gli uomini, molti uomini, percorrono insieme lo stesso cammino.