Anna Beltrametti, Silvana Borutti, Marco Francesconi, Alessia Fusilli De Camillis, Mariano Horenstein, Alfredo Lombardozzi, Lorena Preta, Daniela Scotto di Fasano – «Freud a Gaza. Un testimone auricolare: lo psicoanalista», a cura di Marco Francesconi e Daniela Scotto di Fasano.



ISBN 978-88-7588-413-0, 2024, pp. 160, Euro 15

Chi sono i perseguitati in Medio Oriente?”.

I palestinesi costretti a emigrare nel sud di Gaza o i giovani israeliani massacrati e presi in ostaggio dai terroristi di Hamas quando solo pochi secondi prima ballavano al ritmo della musica elettronica?

Gli ebrei della diaspora che sognavano di tornare in una terra sicura ed essere liberi dai pogrom avvenuti sul suolo europeo, o i palestinesi che, avendo vissuto per generazioni in quegli stessi luoghi, sono vessati sia dai coloni israeliani sia dai presunti fratelli arabi che chiudono loro le frontiere? I termini Shoah e Nakba possono essere usati nella stessa frase? Sono solo alcune delle domande del confronto tra vertici disciplinari diversi (tragedia greca, filosofia, psicoanalisi) aperte dalla riflessione dello psicoanalista ebreo argentino Mariano Horenstein. Che afferma che gli psicoanalisti devono stare sempre dalla parte dei perseguitati. Pensare dalla parte dei perseguitati. Perché se la psicoanalisi merita di continuare ad esistere, non è solo perché porta un notevole sollievo a chi vi si affida. Non solo perché offre un insieme di teorie che descrivono il funzionamento psichico dell’essere umano come nessun altro sapere. Soprattutto perché la psicoanalisi è pensiero critico in una contemporaneità dove prevale il pensiero unico, omologato e assertivo. Gli autori riflettono, come scrive nell’Introduzione Francesconi, sulla coazione a ripetersi della Storia, che, confermando Primo Levi, tende a distruggere ed espellere i perché, il pensiero causale, dando anche morte all’angoscia per liberarsi dell’angoscia di morte dopo averla depositata illusoriamente nella distruzione di un nostro simile, solo un po’ dissimile.

Freud a Gaza si propone come particolarmente prezioso non solo per chi si occupa di salute mentale ma anche per studenti, insegnanti, educatori e per quanti seguono con apprensione questo ‘declino’ dell’umanità nella guerra tra Israele e Hamas.

Gli psicoanalisti, di cui nel libro si presentano i contributi, fanno quasi tutti parte del Gruppo Internazionale Geografie della Psicoanalisi coordinato dal 2008 da Lorena Preta. Questo lavoro quasi ventennale ha insegnato a chi ne fa parte a immergersi nella rete complessa dell’esperienza dell’alterità (testimoniato in queste pagine dal contributo di una filosofa e di una studiosa dell’antichità classica) e del rimescolamento continuo delle necessità individuali e sociali, “in una ‘contaminazione’ feconda e una ‘dislocazione’ scomoda ma necessaria per tentare di ricostituire un ‘tessuto di esperienza’ che riesca a riesaminare da un’altra prospettiva i discorsi ‘catturati e presi in ostaggio’ dalle ragioni storiche e politiche”.

Ringraziamo il caro amico e apprezzato street artist e artista, noto con il nome di Exit Enter, per il dono dell’immagine di copertina. Dono che Exit Enter ha accompagnato con queste parole: «Uscire per trovare e innescare un mutamento». Due rappresentazioni stilizzate dell’uomo – silhouette che è la ‘cifra’ di Exit Enter sui muri delle strade di molte città – una che si trova soltanto per mera contingenza storico-geografica su un gradino più alto e che si china tendendo la sua mano verso l’altra figura che si trova, ancora per mera accidentalità, sul gradino sottostante e che verso di lei si protende. Gesto che ai curatori è parso evocare il compito dello psicoanalista, che – pur muovendo da una posizione asimmetrica –, porge orecchio e mette a disposizione del paziente la propria ‘cassetta degli attrezzi’, il proprio bagaglio teorico e metodologico. Nessuna disparità di essere – in tale posizione asimmetrica – tra le rispettive dignità, dell’uno e dell’altro soggetto dell’immagine.

Questa la forza iconica del messaggio di Exit Enter.

M. F. e D. S. di F.

Autori

Anna Beltrametti, già professoressa ordinaria di Letteratura greca e Drammaturgia antica presso l’Università di Pavia, dove ha diretto il CRIMTA (Centro di Ricerca Interdisciplinare Multimediale sul Teatro Antico). I suoi interessi sono focalizzati principalmente sul rapporto tra letteratura e storia con particolare attenzione per la storiografia e il teatro attico del V secolo. Nel 2005 è stata componente del comitato fondatore della rivista «Storia delle donne» e tuttora è membro della redazione. Dal 2011 al 2018 ha fatto parte della redazione di «Dioniso», annale dell’Inda. A tutt’oggi è nel CTS della rivista «Il confronto letterario» e nel Comitato di garanzia della rivista «Engramma». Tra le sue molte pubblicazioni: Erodoto: una storia governata dal discorso (1986); Euripide, le tragedie. Introduzioni tematiche, notizie storiche (2002); Dalla Repubblica di Platone (2003); La letteratura greca. Tempi e luoghi, occasioni e forme (2005); Studi e Materiali per le Baccanti di Euripide. Storia Memorie Spettacoli (2007); La storia sulla scena. Quello che gli storici antichi non hanno raccontato (2011).

Silvana Borutti, già professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Pavia, e Visiting Professor all’Università di Losanna. È direttore della rivista filosofica «Paradigmi», socio onorario della Società Italiana di Filosofia Teoretica e co-direttore con Ute Heidmann del Groupe de recherche CLE – Comparer les littératures en langues européennes. Continua le sue ricerche sull’epistemologia delle scienze umane, le teorie dell’immagine e le teorie della traduzione. Tra le pubblicazioni più recenti: con U. Heidmann, La Babele in cui viviamo. Traduzioni, riscritture, culture (Bollati Boringhieri, 2012); Nodi della verità. Concetti e strumenti per le scienze umane (Mimesis, 2017); La forma dell’immagine. Filosofia e universi letterari (Rosenberg & Sellier, 2023).

Marco Francesconi, Medico, specializzato in Neurologia e in Psichiatria; Membro Associato IIPG; Docente presso diverse scuole riconosciute di Psicoterapia (IRG, AIPPI, IIPG, Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica di Lugano). Dal 2023 è Docente dell’insegnamento di psicoterapia delle psicosi al secondo biennio e Supervisore del Corso dell’Adulto della Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica (SPP) di Milano. Ha insegnato presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università di Pavia. È attualmente Docente di Psicodinamica al Corso di Laurea in Psicologia dell’Università di Pavia, dove ha insegnato Psicologia Dinamica dal 2001 al 2021, facendo seguito a analogo incarico presso l’Università di Parma dal 1996 al 2001. Fa parte del Gruppo di Ricerca Internazionale Geografie della Psicoanalisi. Ha curato – con D. Scotto di Fasano – la pubblicazione di: L’appetito: un crimine? (FrancoAngeli, 2004); L’interpretazione della colpa, la colpa dell’interpretazione (B. Mondadori, 2005); Adolescenti: cultura del rischio ed etica dei limiti (FrancoAngeli, 2009); Apprendere dal bambino. Riflessioni a partire dall’Infant Observation (Borla, 2009); L’ambiguità nella clinica, nella società, nell’arte (Antigone ed., 2012); Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza (Liguori, 2014); La complessità della memoria. Neuroscienze, etica, filosofia, psicoanalisi (IPOC, 2014); Aree di confine. Cosa, corpo, parole tra Filosofia e Psicoanalisi (Mimesis, 2017); Nec Nomine. Nell’Argentina delle stragi: Menzogne, Identità, Verità (Edizioni Bette, 2024).

Alessia Fusilli De Camillis è psicologa, associanda della Società Psicoanalitica Italiana e capo redattore di Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica. Redattore della Collana Psicopatologia diretta da Mario Rossi Monti per FrancoAngeli Editore, e ad hoc reviewer per riviste scientifiche italiane e internazionali. Ha insegnato Psicologia e Psicopatologia Dinamica presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara. Ha pubblicato lavori sull’area borderline e delle psicosi, e volumi tra cui: Atlante di fenomenologia dinamica, con G. Stanghellini, A. Ambrosini e R. Ciglia (Magi, 2008) e Effetto borderline. Soggettivazione e movimenti del desiderio (Franco Angeli, 2016).

Mariano Horenstein, è psicoanalista con funzioni di training della Cordoba Psychoanalytic Society (di cui è past President), membro della Federazione Psicoanalitica dell’America Latina e full member della International Psychoanalytical Association, nel cui Booard è rappresentante per l’America Latina. Ha diretto la rivista «Caliban» della società dell’America Latina ed è membro del Gruppo Internazionale Geografie della psicoanalisi. Molte le pubblicazioni in Argentina, tra cui: Conversaciones de diván, La Fábrica Editorial, 2021. In Europa, ha pubblicato per Mimesis, nel 2019, nella collana “Geografie della Psicoanalisi International”, The compass and the couch. Psychoanalysis and its necessary foreigness. È anche direttore dell’Istituto di Formazione dellAssociazione Psicoanalitica di Córdoba (Argentina). Tra gli altri riconoscimenti, ha ricevuto il Premio Elise Hayman per lo studio dell’Olocausto e del Genocidio (Associazione Psicoanalitica Internazionale, 2011), il premio Ángel Garma (Associazione Spagnola di Neuropsichiatria, 2013) e il premio FEPAL (Federazione Psicoanalitica dell’America Latina, 2020).

Alfredo Lombardozzi è psicoanalista individuale e di gruppo, socio ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalitical Association (IPA). Antropologo di formazione è stato docente di Antropologia psicoanalitica all’Università di Chieti e de L’Aquila.  È stato direttore della rivista Koinos – Gruppo e funzione analitica. È direttore della «Rivista di Psicoanalisi». Ha pubblicato molti contributi sul rapporto tra antropologia e psicoanalisi, tra cui i volumi: Figure del dialogo tra antropologia e psicoanalisi (Borla, 2006), L’imperfezione dell’identità (AlpesItalia, 2015), Culture di gruppo. Per un’antropologia del gruppo psicoanalitico (AlpesItalia, 2021).

Lorena Preta, Ordinario SPI, Full Member IPA, Direttore di «Psiche Rivista di cultura della SPI» dal 2001 al 2009, Responsabile del Gruppo di Ricerca Internazionale Geografie della Psicoanalisi. Ha ideato e diretto Spoletoscienza, da cui molte pubblicazioni per la casa Editrice Laterza, tra le quali Che cos’è la conoscenza, con M. Ceruti (1990), La narrazione delle origini (1991), Immagini e metafore della scienza (1992); sempre per Laterza Nuove Geometrie della mente (1999). Cura due collane: Geografie della psicoanalisi (per Mimesis) e Geographies of Pshychoanalisis (per Mimesis International). È autrice di diversi articoli e curatrice di molte pubblicazioni tra cui: Cartografie dell’inconscio (Mimesis, 2016), Dislocazioni. Nuove forme del disagio psichico e sociale (Mimesis, 2018), La Brutalità delle cose. Trasformazioni psichiche della realtà (Mimesis, 2015) tradotto in varie lingue. Recentemente ha curato Prendersi cura (Alpes, 2021) e ultimo Still Life. Ai confini tra vivere e morire (Mimesis, 2023).

Daniela Scotto di Fasano, Psicologa, Psicoanalista, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytic Association, ha fatto parte della Redazione di «Psiche» (rivista della S.P.I.) e collabora con la Redazione dello SPIWEB. Presso il Corso di Laurea in Psicologia dell’Università degli Studi di Pavia ha avviato, nel 2000, i Seminari di Infant Observation. Dal 2008 fa parte del gruppo di ricerca internazionale Geografie della Psicoanalisi. Ha curato, con M. Rampazi, la pubblicazione de Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza, (Dell’Arco, Milano 1993) e, con M. Francesconi, Apprendere dal bambino. Riflessioni a partire dall’Infant Observation (Borla, 2009); L’ambiguità nella clinica, nella società, nell’arte (Antigone edizioni, 2012); Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza (Liguori, 2014), La complessità della memoria. Neuroscienze, etica, filosofia, psicoanalisi (IPOC, 2014); Aree di Confine. Cosa, Corpo, Parole tra Filosofia e Psicoanalisi, (Mimesis, 2017); Nec Nomine. Nell’Argentina delle stragi: Menzogne, Identità, Verità (Edizioni Bette, 2024).

Introduzione


Mi sarebbe piaciuto per questa occasione tornare a descrivere in una breve nota introduttiva il senso del lavoro ormai quasi ventennale del Gruppo Internazionale Geografie della Psicoanalisi ma mi rendo conto che mi vengono incontro immagini, descrizioni, enunciazioni che sottolineano come la vera sostanza di questa operazione culturale, pur nella sua complessità, stia nel suo valore di ‘esperienza’, il che rende più complicato riportarne la vitalità.

Le cose che ci siamo detti in tanti e svariati contesti, le diverse lingue, i mix di molteplici vertici disciplinari, le multiformi personalità che vi hanno dato voce, sono certo documentate nei tanti libri, nei podcast, nei siti di Geografie addetti, sia nazionali (come quello della Società Psicoanalitica Italiana)1 che internazionali (come quello dell’International Psychoanalytical Association)2 ma nulla può dare conto del tutto del vissuto emozionale e del lavoro di definizione concettuale che hanno prodotto i viaggi nei diversi Paesi e gli approfondimenti operati nei vari incontri rispetto a specifici argomenti, provocando una ‘contaminazione’ feconda e una ‘dislocazione’ scomoda ma necessaria.

Ogni tema lanciato, come quello attualissimo di questo libro, è come se richiedesse per essere approcciato, uno spostamento dai punti originari di osservazione.

Siamo noi che cerchiamo di portare la psicoanalisi, con il suo centenario apparato clinico-teorico, in mezzo alle ennesime rovine della guerra, alle atrocità attuali dovute ai conflitti irrisolvibili di quei Popoli, cercando di mettere in funzione i suoi strumenti per comprendere e cercare di dare un barlume di interpretazione alle dinamiche che si ripropongono instancabili in ogni guerra ma che assumono ogni volta la cifra particolare e irripetibile di quella situazione storica e geografica?

Oppure noi stessi, assaliti dalla violenza indescrivibile degli eventi, cerchiamo disperatamente di muoverci nella rete intersecata e planetaria delle motivazioni che si intrecciano e che ci coinvolgono, anzi più esattamente ci risucchiano, noi che siamo apparentemente in altri Paesi, in altre realtà del mondo.

E siamo così costretti ad ‘aggrapparci’ all’esperienza dell’alterità e del rimescolamento continuo delle istanze individuali e sociali cercando di individuarne le sfaccettature, come la psicoanalisi dovrebbe aiutarci a fare, scomponendo e sciogliendo nodi inestricabili nel tentativo quasi impossibile di continuare a far funzionare il ‘pensiero’ in queste circostanze.

Non possiamo che lasciarci inizialmente travolgere, dai movimenti profondi che portano purtroppo alle violente azioni che sfociano nella realtà, per cercare di uscirne ogni tanto riemergendo dagli abissi, per tentare di ricostituire un ‘tessuto di esperienza’ che riesca a riesaminare da un’altra prospettiva i discorsi ‘catturati e presi in ostaggio’ dalle ragioni storiche e politiche.

Queste tendono a fissare le traiettorie della storia in una mappa rigida e intrasformabile oppure in una inflessibile ‘denegazione’ che cancella nella sostanza appartenenze e diversità, immaginari individuali e sociali.

Non siamo soli però nel tentativo di mettere in atto una sorta di “costruzione anomala” che ribalti queste modalità. Come avviene in questo libro, incontriamo altri saperi, la filosofia, il pensiero dell’antichità, che ci consentono di rimescolare le carte, le nostre insieme alle loro, per ritrovarci a porre le stesse domande ma da tradizioni differenti. In questo processo mischiamo anche concettualizzazioni psicoanalitiche molto diverse tra loro, appartenenti a tradizioni di pensiero a volte lontane.

Possiamo considerarla come la costruzione di una mappa inedita?

Mi servirò di una considerazione da me già usata in un libro, ma che può rendere più evidente il discorso:

Nel 1949 Fernand Braudel scrive un libro fondamentale per tutta la storiografia a venire dopo di lui, Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni:3

Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi. Non un mare ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”.

Da questo coacervo di paesaggi fisici ed umani, crocevia eteroclito, mescolanza antica e sempre rinnovata, il Mediterraneo descritto da Braudel emerge secondo un’immagine coerente, con una sua unitarietà ed originalità. Il modello di lettura proposto che riesce a tenere insieme le varie realtà geografiche e storiche e i diversi intrecci che le hanno caratterizzate, porta all’“invenzione” del Mediterraneo.

Se fino ad allora si poteva pensare quel mare come un bacino su cui si affacciavano le varie civiltà, o un insieme di stati o popolazioni, ora lo si vede come l’origine e allo stesso tempo il motore propulsivo delle differenti culture, molto più che un denominatore comune che consente la loro chiave di lettura (anche se in realtà non è possibile trovare il Mediterraneo inteso in questo senso nelle carte geografiche e neanche nella storia).

È così che un modello riesce ad essere insieme strumento d’interpretazione di una realtà e artefice della stessa.4

È possibile a volte immettere, nella pur necessaria definizione del modello o del punto di vista che usiamo, quell’attività immaginifica che ci permette di tracciare confini nuovi e panorami originali e dare sostanza e voce e immagine a qualcosa che prima non era neanche pensabile, come il caso del Mediterraneo.

Nulla può cambiare nella mappa politica esistente ma si può mettere in moto un processo di scomposizione e ricomposizione che attingendo alla dinamica inesprimibile dell’inconscio, porti sulla scena nuove figure e inedite combinazioni che ci aiutino a tracciare scenari alternativi.

Non per lasciare affidata all’alienità di queste istanze, che sempre dobbiamo considerare vengono dal profondo, il disegno della mappa culturale e sociale diversa che si andrebbe delineando, ma per metterle in contatto con il piano che ci è dato osservare delle spiegazioni storiche che, pur essendo giustamente vincolanti, rischiano a volte di fissare la realtà in un quadro già dato, conseguente e lineare impedendo magari di valutarne la dinamicità.

In questo senso Geografie può essere l’invenzione di una mappa. Non di quelle destinate a una libreria polverosa, che possono essere consultate e lette ma non ridisegnate, e neanche l’opera d’arte di un artista creativo che proponga una sua personalissima visione, ma un ‘artifizio metodologico’ per cartografare in maniera inedita il territorio psichico e sociale che si incontra. Uno strumento di interpretazione della realtà, dicevo più sopra, e un artefice della stessa.

Portiamo Freud a Gaza come lui a suo tempo pensava di portare in maniera onnipotente la peste in America? O ci ritroviamo noi stessi tra le rovine di Gaza come degli increduli, impreparati osservatori o testimoni auricolari e per non soccombere cerchiamo di tracciare percorsi di pensabilità e di rappresentabilità dell’indicibile?

Siamo in ogni caso dei “guaritori feriti” e solo tenendo aperta la nostra piaga di sconcerto, ignoranza, impossibilità di pensare, possiamo tentare ogni volta una cura.

In questo libro assolutamente emozionante, dove i pensieri si intrecciano intorno alla proposta originale e generosa di Mariano Horenstein, molte riflessioni diverse sono offerte al tentativo di ‘pensabilità’ della realtà brutale che ci è di fronte.

Sono indicazioni che vengono da saperi differenti, da menti ‘speciali’ impegnate nel loro campo da tempo per costruire, a mio avviso, mappe inedite per orientarci senza perdere di vista le circostanze ma anche la necessità di pensarle altrimenti, in un altrove forse, che solo la fiducia e la speranza di una sopravvivenza dell’umanità, di quello che ancora consideriamo ‘essere umani’ ci consente di concepire.

Un grazie infinito a loro tutti.

1 https://search.app/mY22UBkCvMmUEebn7 –– https://geographiesofpsychoanalysis.podbean.com/e/podcast-3-1615881067/

2 https://www.ipa.world/IPA/en/en/Psychoanalysis/Geographies_of_Psychoanalysis_folder/Landing_Page.aspx

3 F. Braudel, Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, Newton Compton, Roma 2002.

4 L. Preta, La brutalità delle cose. Trasformazioni psichiche della realtà, Mimesis, Milano 2015, pp. 47-48


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Fulvio Papi – La morte e il simbolico: una tragedia borghese. Papi ci accompagna a comprendere la povertà del nostro pensiero della morte: una morte “dislocata” e naturalizzata nelle pratiche oggettivanti del sapere scientifico.


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Silvana Borutti – Per Fulvio Papi. In memoriam. I ricordi forse più emozionanti sono legati alle lezioni sulla “Fenomenologia dello spirito” di Hegel. Ricordo in particolare il suo commento al concetto di «Herrschaft», signoria. Ci diceva che lo spirito è ciò che sa portare quello che si sa e che si è all’altezza della morte.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Silvana Borutti – Una comunità che si costituisce sull’assunzione della responsabilità dell’altro deve connettere l’ethos non alla polis costituita, ma piuttosto alla polis in costituzione, deve legiferare perché siano tutelate le condizioni della comunità che viene.

Silvana Borutti 01

Il tema dell’ethos come appartenenza va a mio parere chiarito. Non credo che questo tema possa dirci molto a proposito dell’orizzonte etico se l’appartenenza è pensata come rapporto di reciprocità, come un contratto a due, come una specie di narcisismo della relazione duale in cui mi specchio nell’altro come un altro me stesso. Il rapporto con l’altro è in questo caso un rapporto di empatia o di carità: un rapporto in cui l’altro è uguale a me. Ma una comunità di altri me stessi non è una comunità, perché manca in essa l’asimmetria originaria, la legge dell’altro come terzo su cui si costituisce ogni comunità.
L’appartenenza a una comunità significa piuttosto che io mi costituisco nel rapporto con l’altro in quanto l’altro non è me […]. In questa prospettiva, possiamo parlare di una fondazione comunitaria dell’ethos: in quanto esseri comunitari, non possiamo non assumerci la responsabilità dell’altro.
[…] A mio parere, una comunità che si costituisce sull’assunzione della responsabilità dell’altro deve connettere l’ethos non alla polis costituita, ma piuttosto alla polis in costituzione: deve legiferare, perché a partire da ciò una comunità possa costituirsi, per noi e per le generazioni future; in altre parole, deve legiferare perché siano tutelate le condizioni della comunità che viene.

Silvana Borutti, Per un etica del discorso antropologico, Guerini e Associati, Milano, 1993, pp. 21-22.


Un tuffo …

… tra alcuni dei  libri di Silvana Borutti …

Silvana Borutti, Luca Vanzago, Dubitare, riflettere, argomentare. Percorsi di filosofia teoretica.

Nella “Logica” Kant scrive: «A filosofare s’impara soltanto con l’esercizio e usando autonomamente la ragione», dando così all’esercizio un significato altamente formativo. Questo libro è nato da un’esperienza didattica viva, dalla lettura diretta di opere filosofiche della tradizione: ha origine dunque da un “esercizio” inteso in senso kantiano. Come palestra teoretica, si sono scelti testi che “filosofassero” nella forma aurorale dell’interrogazione e del dubbio, e insieme nella forma matura della procedura riflessiva e argomentativa. Si è così individuato come percorso elettivamente teoretico l’atteggiamento autoriflessivo: cioè la disposizione che porta le filosofie a interrogarsi sulla propria natura, sui propri compiti e sul proprio metodo di indagine. A partire dalle rappresentazioni antiche dell’inizio della filosofia, declinate da una parte come risveglio e meraviglia, dall’altra come domanda scettica sulla possibilità della conoscenza, i capitoli del volume affrontano ciascuno la lettura diretta di classici del pensiero considerati come paradigmi del formarsi di stili filosofici e dell’argomentare per concetti, da Agostino a Cartesio, da Hume a Husserl, da Hegel a Wittgenstein.


 

Leggere il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein.

Il Tractatus logico-philosophicus, un piccolo volume di 80 pagine pubblicato in tedesco nel 1921 e con traduzione inglese a fronte nel 1922, grazie all’interessamento del celebre logico e filosofo Bertrand Russell, è un libro scritto in uno stile inconsueto e inimitabile, fatto di un’architettura di proposizioni numerate con decimali. Wittgenstein vi sviluppa una concezione del significato delle proposizioni del linguaggio che avrà un ruolo decisivo nella formazione delle teorie epistemologiche e semantiche del neopositivismo e della filosofia analitica. Il libro si apre parlando del mondo come ci è dato nella raffigurazione linguistica, e si chiude con la proposizione: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Nella sua Introduzione, Russell espone i temi del Tractatus in tono ammirato, ma esprime perplessità nei confronti delle proposizioni finali sulla necessità del silenzio. Eppure, nella concezione di Wittgenstein, il silenzio non è un orpello esoterico né una concessione al misticismo, ma ha a che fare con le condizioni del significare, che non possono essere dette, ma solo mostrate.


 

«Mi è gradita l’occasione». Autobiografia del parlare in pubblico

Rivolgersi al pubblico in situazioni ufficiali con pertinenza, empatia, leggerezza, rispetto, e sempre con la necessaria brevità: Silvana Borutti racconta la propria esperienza di docente e di politico in quei particolari momenti in cui un indirizzo di saluto interviene ad accogliere il pubblico. Il saluto è una convenzione rituale, è un discorso che dura poco ed è subito dimenticato da chi lo ascolta: ma proprio perché accoglie e inaugura, ha la responsabilità di facilitare la vita delle istituzioni – di fare in modo che “l’occasione sia gradita” non solo all’oratore, ma anche al suo pubblico.


La filosofia dei sensi. Estetica del pensiero tra filosofia, arte e letteratura

L’autrice si interroga sulla continuità tra sensibilità e intelligenza, tra sensi e pensiero e suggerisce che tale continuità sia consegnata all’immaginazione, considerata come attività che è a un tempo ricettiva e produttiva. Nella seconda parte del volume l’analisi verte sulla natura sensibile e immaginativa di differenti esperienze artistiche, in cui le immagini mostrano la propria forza conoscitiva, e si propone un’interpretazione filosofica di forme artistiche e letterarie, tra Bacon, Caravaggio, Klee, Calvino, Manganelli e altri.


 

La Babele in cui viviamo. Traduzioni, riscritture, culture

Secondo l’interpretazione canonica del mito di Babele, all’edenica lingua delle origini, nella quale parole e cose si appartengono reciprocamente, fa seguito una moltitudine caotica di idiomi divenuti opachi l’uno all’altro. Ma il regno del disordine che leggendariamente subentra all’unità perduta può anche assumere una valenza opposta a quella espiativa tramandata dalla Bibbia. Per la filosofa Silvana Borutti e la comparatista Ute Heidmann è proprio il plurilinguismo che salvaguarda la straordinaria varietà delle forme di vita umane, creando un baluardo contro l’indifferenziato e rendendo necessaria quell’opera incessante di traduzione che potenzia la forza significante di ogni lingua nel momento stesso in cui la apre all’alterità. Nel saggio più aggiornato sugli aspetti teorici, la portata antropologica e gli orizzonti testuali del tradurre, Borutti e Heidmann riflettono sulla mediazione – tra lingue, sistemi simbolici complessi, intere culture – come paradigma di conoscenza. Se esiste un compito elettivo della traduzione, è permettere alle differenze di rompere il loro isolamento, percorrere la distanza che le divide, esporsi alla metamorfosi; Altrimenti il mondo non sarebbe vivibile.


 

Filosofia delle scienze umane. Le categorie dell’antropologia e della sociologia


Giovanni Campus. Tempo in processo. Rapporti, misure, connessioni. Ediz. bilingue


 

Teoria e interpretazione. Per una epistemologia delle scienze umane


 

Nodi della verità


 


Le parole del’etica


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