Renato Curcio – La materia più preziosa al mondo è l’anima degli umani, il loro immaginario. L’impero virtuale non è che la storia recente di una nuova e più insidiosa strategia di colonizzazione dell’immaginario.

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«[È emersa] una nuova oligarchia economica esperta nell’esercizio del potere digitale […] Uno sviluppo del capitalismo globale, una tecnologia innovatrice, un nuovo panottico di sorveglianza, una possibilità di controllo a distanza dei lavoratori, una produzione di identità virtuali, un’opportunità per mille operazioni di hackeraggio benefiche e malefiche, una possibilità di velocizzare e ampliare le nostre comunicazioni orizzontali e tante, tantissime altre cose ancora» (pp. 8-9).

«L’iperconnessione, la schiavitù mentale, l’app-dipendenza, l’alienazione della memoria, il furto dell’oblio, e il deterioramento della sensibilità relazionale» (p. 10).

«La materia più preziosa al mondo non è il petrolio, né l’oro e neppure l’energia. No, più prezioso di ogni altra cosa, come aveva già intuito il Papato ai tempi delle prime Crociate, è l’anima degli umani, il loro immaginario. L’impero virtuale non è che la storia recente di questa appropriazione, di una nuova e più insidiosa strategia di colonizzazione dell’immaginario» (p. 16).

«[Dobbiamo] raffigurarci l’utilizzatore della piattaforma come un lavoratore-consumatore che opera volontariamente per un’azienda produttiva senza percepire alcun salario; che produce con il suo lavoro valore, ma lo fa gratuitamente, volontariamente, e nella maggior parte dei casi senza esserne neppure consapevole; e che, infine, riceve nei suoi strumenti digitali inviti mirati all’acquisto di prodotti ai quali in qualche modo si è interessato (un volo, un libro, un tablet, un’auto, un appartamento). Ricordando che il popolo irretito nell’impero virtuale raggiunge attualmente circa tre miliardi di persone non stupisce che il gruzzolo finale raggiunga cifre astronomiche» (p. 36).

«Mentre i legami in presenza si generano, si consolidano e si sciolgono attraverso parole e messaggi non verbali che i corpi si scambiano reciprocamente, le connessioni elettroniche si affidano alle immagini morte, ai filmati, ai simboli e alla scrittura, vale a dire ai tipici sistemi di segni ai quali, da sempre, ricorrono i linguaggi dell’assenza» (pp. 63-64).

«Un ‘tweet’ qui e un ‘mi piace’ là. Un messaggino e uno scambio di fotografie. Esorcismi contro la solitudine, ma anche angoscianti domande. […] Il numero e non la qualità. Questo è lo specchio di qualunque Narciso virtuale. […] Nell’ordine di realtà virtuale a cui Narciso si consegna, la sua gloria e il suo destino dipendono dall’aritmetica» (70).

«Affidando i nostri ricordi alle implacabili memorie esterne, queste memorie ricorderanno di noi anche quello che noi non ricordiamo più o di cui ci siamo liberati. Figlie del pensiero quantitativo esse ignorano l’arte sottile e benefica dello scarto e dell’abbandono: esse ricorderanno per sempre anche quanto noi non vorremmo più ricordare. Ricorderanno nonostante noi e la nostra volontà, e saranno soltanto esse, infine, a costruire, giudicare e decidere quale debba essere il significato dei nostri trascorsi dimenticati.
Va detto ancora che la memoria senza oblio è anche una memoria senza storia, una memoria ‘morta’, rigida come un cadavere e patologicamente dissociata. È una memoria ‘cattiva’ che genera malessere. Tutto ciò che essa conserva ‘dorme’ fino a che l’oligarchia non ritenga di doverlo risvegliare per una sua qualsiasi ragione; dimora in un obitorio dell’impero in attesa di essere un giorno oscenamente scrutata da algoritmi curiosi in cerca di sempre nuove e imprevedibili associazioni» (77).

«[…] parole finte, contatti virtuali spacciati per legami amicali, maschere intercambiabili e ologrammi in marcia nelle piazze vuote» (99).

Si tratta della «schiavitù mentale» della quale parla Chomsky, «la schiavitù di cui sono vittime gli entusiastici abitanti dell’impero» (68), il quale si presenta «come una società della trasparenza identitaria; una società degli alias digitali accreditati e domiciliati in account, con-vinti e attivi, ma sempre trasversalmente monitorati senza alcuna pausa» (pp. 100-101).

«[Internet è] dentro il mondo, ma il mondo non si riduce a Internet. Il futuro passa anche dall’esterno di questa ragnatela e fuori dalle sue ossessioni» (p. 98).

«Stando all’evidenza storica tutti gli imperi esistiti sono anche crollati. Non vedo perché proprio questo dovrebbe fare eccezione» (p. 101).

Quarta di copertina

Alcune aziende che quindici anni fa non esistevano, come Google e Facebook, oggi costituiscono la nuova e potente oligarchia planetaria del capitalismo digitale. Internet ne rappresenta l’intelaiatura, e i suoi utenti, vale a dire circa tre miliardi di persone, la forza lavoro utilizzata. Le nuove tecnologie digitali fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, le portiamo addosso e controllano tutti gli ambienti della vita sociale, dai luoghi di lavoro ai templi del consumo. Questo libro propone una riflessione sui dispositivi attraverso i quali questa oligarchia e queste tecnologie catturano e colonizzano il nostro immaginario a fini di profitto economico e di controllo sociale. E mette in luce il risvolto di tutto ciò, ovvero l’emergere di una nuova e impercepita sudditanza di quel popolo virtuale che, riversando ingenuamente messaggi, fotografie, selfie, ansie e desideri su piattaforme e social-network, contribuisce con le sue stesse pratiche a rafforzare il dominio del nuovo impero. Non conosciamo ancora le conseguenze sui tempi lunghi di questo ulteriore passaggio del modo di produzione capitalistico. Chiara invece appare la necessità di immaginare pratiche di decolonizzazione personale e collettiva per istituire nei luoghi ordinari della vita varchi di liberazione.

 

 

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Massimo Ammaniti – Forse si invecchia veramente solo quando non ci si stupisce più, quando si dà tutto per scontato e la vita sembra non riservare più sorprese. Si può mantenere il gusto della conoscenza e sapersi ancora meravigliare di un fiore che si schiude o di una bambina che ti sorride.

Ammaniti 01

Forse si invecchia veramente solo quando non ci si stupisce più, quando si dà tutto per scontato e la vita sembra non riservare più sorprese. Ma si può essere vecchi e mantenere il gusto della conoscenza e sapersi ancora meravigliare degli insoliti colori di un tramonto, di un fiore che si schiude o di una bambina che ti sorride con aria divertita.

 

Massimo Ammaniti

La curiosità non invecchia

Massimo Ammaniti, La curiosità non invecchia. Elogio della quarta età, Mondadori, 2017.

 

«Forse si invecchia veramente solo quando non ci si stupisce più, quando si dà tutto per scontato e la vita sembra non riservare più sorprese. Ma si può essere vecchi e mantenere il gusto della conoscenza e sapersi ancora meravigliare degli insoliti colori di un tramonto, di un fiore che si schiude o di una bambina che ti sorride con aria divertita.» Il nuovo libro di Massimo Ammaniti è una riflessione sulla terza e quarta età, e più in generale sulla vecchiaia, stimolata anche dalle testimonianze di ottantenni e novantenni protagonisti della vita culturale e politica del nostro paese (come Andrea Camilleri, Raffaele La Capria, Aldo Masullo, Mario Pirani, Alfredo Reichlin, Luciana Castellina, Angela Levi Bianchini) che ora raccontano di come e quanto è cambiato il loro modo di vivere i sentimenti e le esperienze propri della vita di ogni essere umano: la famiglia, l’amore, l’amicizia, il senso del tempo, i sogni, il desiderio, i ricordi, i lutti. Ammaniti ci mostra che non lasciarsi sopraffare dalla rabbia e dal rancore, non ripiegarsi su se stessi, ma continuare a coltivare affetti, interessi e passioni, a rimanere agganciati al presente e a fare progetti per il futuro, magari condividendo in modo partecipe quelli di figli e nipoti, è il segreto per far sì che la vecchiaia non corrisponda al tetro stereotipo di periodo di inquietudine e sconforto, di abulia e rassegnazione, insomma di vuota attesa della morte. Come l’anziano professor Borg, l’indimenticabile protagonista del film Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, anche le persone intervistate rivisitano la storia della propria vita per rintracciare il filo rosso che l’ha attraversata e, con esso, la direzione e il significato del percorso compiuto. Così la dimensione anagrafica ed esistenziale della vecchiaia ritrova la sua verità, quella di una stagione indubbiamente difficile, irta di insidie fisiche e psicologiche, di paure e di perdite, ma che, se affrontata accettando la propria condizione senza risentimento né eccessivi rimpianti, e con la lucidità dovuta a una maggiore consapevolezza di sé e a un minor coinvolgimento emotivo nelle vicende del mondo, può rivelarsi una fase di straordinario arricchimento interiore e affettivo. Come quando il giorno concede al tramonto la sua luce più intensa e più vera.

 

 

Massimo Ammaniti è professore onorario della Sapienza Università di Roma, psicoanalista dell’International Psychoanalytical Association ed è stato nel Board of Directors della World Association of Infant Mental Health. I suoi interessi di studio e di ricerca si sono orientati in prevalenza ai temi della genitorialità e della maternità, dello sviluppo infantile e dell’adolescenza. Autore di numerosi testi scientifici, tradotti anche all’estero, ha fra l’altro pubblicato: Nel nome del figlio (con N. Ammaniti, 1995), Crescere con i figli (1997), Pensare per due. Nella mente delle madri (2008), Noi. Perché due sono meglio di uno (2014), La nascita dell’intersoggettività (con V. Gallese, 2014), La famiglia adolescente (2015).

 


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Jonathan Crary – Il capitalismo all’assalto del sonno nel tentativo di imporre al corpo umano schemi artificiali di temporalità e di prestazione efficiente.

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24:7. Il capitalismo all'assalto del sonno

24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno

«Seguendo l’iniziativa dell’Agenzia per le ricerche avanzate del Pentagono, i ricercatori di varie accademie stanno conducendo test sperimentali su una varietà di tecniche antisonno […]. Gli studi sull’insonnia efficiente si inseriscono in un programma che mira alla creazione di un nuovo genere di soldato […] I passeri dalla corona bianca sono stati prelevati dall’ecosistema della costa del Pacifico, dove compiono i consueti percorsi stagionali, affinché diano il loro contributo al tentativo di imporre al corpo umano schemi artificiali di temporalità e di prestazione efficiente. Come la storia insegna, le innovazioni in campo militare vengono poi inevitabilmente assimilate in una sfera sociale più ampia, per cui il soldato a prova di sonno è l’antesignano del lavoratore o del consumatore immuni dal sonno. I farmaci contro il sonno, opportunamente presentati attraverso martellanti campagne pubblicitarie, diventerebbero in prima battuta un’opzione legata a un particolare stile di vita per poi tramutarsi, infine, in un’esigenza imprescindibile per grandi masse di persone. I sistemi di mercato 24/7 e un’infrastrutura globale concepita per forme di produzione e consumo senza limiti sono già una realtà da tempo, ma ora si tratta di costruire un soggetto umano che possa adeguarvisi in modo sempre più completo».

Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, 2015, pp. 5-6.

 

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Aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7, è il mantra del capitalismo contemporaneo, l’ideale perverso di una vita senza pause, attivata in qualsiasi momento del giorno o della notte, in una sorta di condizione di veglia globale. Viviamo in un non tempo interminabile che erode ogni separazione tra un intenso e ubiquo consumismo e le strategie di controllo e sorveglianza. Sembra impossibile non lavorare, mangiare, giocare, chattare o twittare lungo l’intero arco della giornata, non c’è momento della vita che sia realmente libero. Con la sua presenza ossessiva, il mercato dissolve ogni forma di comunità e di espressione politica, invadendo il tessuto della vita quotidiana.


Jonathan Crary,
Che l’uomo diventi come il passero dalla corona bianca


Le tecniche dell'osservatore

Le tecniche dell’osservatore


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Luis Buñuel (1900-1983) – Bisogna incominciare a perdere la memoria, anche solo a pezzi e bocconi, per rendersi conto che è proprio questa memoria a fare la nostra vita. Una vita senza memoria non sarebbe una vita, così come un’intelligenza senza possibilità di esprimersi non sarebbe un’intelligenza. La nostra memoria è la nostra coerenza, la ragione, l’azione, il sentimento. Senza di lei, siamo niente.

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dei miei sospiri estremi, edizione se, milano, 1991

Dei miei sospiri estremi

«Negli ultimi dieci anni di vita, mia madre perse a poco a poco la memoria. Quando andavo a trovarla, a Saragozza, dove abitava con i miei fratelli, ci capitava di darle una rivista che lei sfogliava minuziosamente dalla prima all’ultima pagina. Dopo di che gliela riprendevamo per dargliene un’altra, che in realtà era la stessa. Ricominciava a sfogliarla con la medesima cura.
Arrivò a non riconoscere più i figli, a non sapere più chi eravamo, chi era. Entravo, la baciavo, passavo un po’ di tempo con lei – la salute fisica restava intatta, era anzi piuttosto agile per la sua età – poi uscivo, rientravo subito dopo, e mi accoglieva con lo stesso sorriso, mi pregava di accomodarmi, come se mi vedesse per la prima volta. Del resto, non ricordava neanche più il nome.
In collegio, a Saragozza, ero in grado di recitare a memoria l’elenco dei re visigoti spagnoli, superfici e popolazioni di tutti gli stati europei, e molte altre futilità. Questo genere di memoria meccanica è generalmente disprezzato nei collegi. In Spagna questo tipo di allievo si chiama memorion. Ed io, memorion com’ero, ero bersagliato da sarcasmi per quelle esibizioni mediocri.
A mano a mano, col passar degli anni, questa memoria un tempo così disdegnata ci diventa preziosa nella vita. I ricordi si accumulano a nostra insaputa e un giorno, all’improvviso, cerchiamo inutilmente il nome di un amico, di un parente. Lo abbiamo dimenticato. Può capitarci di diventare furiosi, alla vana ricerca di una parola che conoscevamo, che abbiamo sulla punta della lingua, e che si ostina a non ritornare.
Con questa dimenticanza, e le altre che non tarderanno a farsi avanti, incominciamo a capire e ad ammettere l’importanza della memoria. L’amnesia – di cui, per quanto mi riguarda, ho incominciato a soffrire verso i settant’anni – inizia con i nomi propri e i ricordi più vicini: dove ho messo l’accendino, cinque minuti fa? Cosa volevo dire avventurandomi in questa frase? È l’amnesia anterograda, cui segue quella antero-retrograda che si riferisce agli avvenimenti degli ultimi mesi, degli ultimi anni: come si chiamava il mio albergo, quando sono andato a Madrid, nel maggio 1980? E il titolo di quel libro che mi ha tanto interessato, sei mesi fa? Non ricordo più, cerco a lungo, invano. E finalmente arriva l’amnesia retrograda che può cancellare una vita intera, com’è accaduto a mia madre.
Quanto a me, non ho ancora subito i colpi di questa terza forma di amnesia. Del mio passato remoto, dell’infanzia, della giovinezza, serbo ancora ricordi molteplici e precisi, così come una gran quantità di volti e di nomi. Se mi capita di dimenticarne uno, non mi preoccupo troppo. So che tornerà improvvisamente, per uno dei molti capricci dell’incoscio, che lavora instancabile nell’ombra.
In compenso mi capita di avvertire una grande preoccupazione, angoscia direi, quando non riesco a ricordare un avvenimento recente, che ho vissuto, oppure il nome di una persona incontrata negli ultimi mesi, e perfino di una cosa. D’un tratto la mia personalità si sgretola, si sfascia. Non mi riesce di pensare ad altro, eppure tutti i miei sforzi, le mie ire sono inutili. Che sia l’inizio di una scomparsa totale? Sensazione tremenda, dover usare una metafora per dire “tavolo”. E oltre ogni limite, l’angoscia peggiore: esser vivo, ma non riconoscere più, non sapere chi sei.
Bisogna incominciare a perdere la memoria, anche solo a pezzi e bocconi, per rendersi conto che è proprio questa memoria a fare la nostra vita. Una vita senza memoria non sarebbe una vita, così come un’intelligenza senza possibilità di esprimersi non sarebbe un’intelligenza. La nostra memoria è la nostra coerenza, la ragione, l’azione, il sentimento. Senza di lei, siamo niente.
Ho immaginato spesso d’inserire in un film una scena con un uomo che cerchi di raccontare una storia a un amico. Ma dimentica una parola su quattro, parole generalmente molto semplici, come “automobile”, “via”, “poliziotto”.Farfuglia, esita, gesticola, cerca degli equivalenti patetici, fino a quando l’amico irritatissimo lo schiaffeggia e se ne va. Mi capita anche, per difendermi ridendo dalle crisi di panico, di raccontare l’aneddoto del tizio che va da uno psichiatra e lamenta disturbi della memoria, lacune. Lo psichiatra gli fa un paio di domande formali, poi gli dice:
“E allora? Queste lacune?”.
“Quali lacune?” risponde l’altro.
Indispensabile e onnipotente, la memoria è anche fragile e minacciata. Minacciata non solo dalla dimenticanza, sua vecchia nemica, ma anche dai ricordi fasulli che la sommergono, e l’invadono ogni giorno di più. Un esempio: ho raccontato per anni agli amici (e in questo libro lo cito) il matrimonio di Paul Nizam, brillante intellettuale marxista degli anni Trenta. Rivedevo chiaramente la chiesa di Saint-Germain-des-Prés, il pubblico di cui facevo parte, l’altare, il prete, Jean-Paul Sartre testimone dello sposo. Un giorno, l’anno scorso, mi dissi improvvisamente: ma è impossibile! Paul Nizam, marzista convinto, e sua moglie che apparteneva a una famiglia di agnostici, non si sarebbero mai sposati in chiesa! Una cosa assolutamente impensabile. Avevo quindi trasformato un ricordo? Si trattava di un ricordo inventato? Di una confessione? Ho rivestito di un ambiente familiare, chiesastico una scena soltanto orecchiata? Non lo so, non sono mai riuscito capire.
La memoria è perennemente invasa dall’immaginazione e dalle fantasticherie, e poiché esiste una tentazione di credere nella realtà dell’immaginario, finiamo col fare delle nostre menzogne verità. Il che del resto ha un’importanza molto relativa, dato che sono anch’esse cose vissute, e personali.
In questo libro semibiografico, nel quale mi capiterà di perdermi come in un romanzo picaresco, di abbandonarmi al fascino irresistibile del racconto inaspettato, forse, malgrado la mia vigilanza, continuerà a sussistere qualche ricordo fasullo. Ma la cosa ha veramente poca importanza, ripeto. Sono fatto dei miei errori e dei miei dubbi, come delle mie certezze. Non essendo uno storico, non mi sono aiutato con appunti né libri e il ritratto proposto è comunque il mio, con tutte le mie affermazioni, esitazioni, lacune, con le mie verità e le mie bugie, in una parola: la mia memoria».


Luis Buñuel, Dei miei sospiri estremi, SE, Milano, 1991, traduzione di Dianela Selvatico Estense.


Dei miei sospiri estremi copia

Luis Buñuel Portolés nacque a Calanda (vicino Saragozza, in Aragona) il 22 febbraio 1900  e ci lasciò il 29 luglio 1983 a Città del Messico. Scrisse questo libro già ottantenne con il suo fido sceneggiatore Jean-Claude Carrière. Il titolo originale è: Mon derniere soupir. Il libro fu pubblicato nel 1982 da Edition Robert Laffont, S.A. di Parigi e tradotto in Italia, a Milano, da SE nel 1991. La mia copia è la prima edizione (dubito che ce ne sia stata una seconda). Sono 280 pp. e costava la bella cifra di 38.000 lire. In copertina c’è il particolare di un quadro del 1904 di Dalì (La persistenza della memoria), la IV di copertina è realizzata con una fotografia di Man Ray che ritrae il regista nel 1929. E’ un libro che ho appena riletto: semplicemente strepitoso. Strepitoso come la sua vita: gli amici intimi di questo artista impareggiabile erano personaggi come Lorca, Dalì, Tanguy, Picasso, Man Ray …

Vincenzo Reda

Luis Bunuel ritratto d Man Ray

Luis Buñuel ritratto da Man Ray

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Oliver Sacks (1933-2015) – Sono riuscito a considerare la mia vita come da una grande altezza quasi fosse una sorta di paesaggio, e con una percezione sempre più profonda della connessione fra tutte le sue parti.

Sacks Oliver 03
La storia individuale del malato
 e l'intera vita del malato
 non devono mai passare in secondo ordine.

Salute, malattie e reazioni non possono essere capite in vitro, da sole;
 possono essere capite solo se riferite a noi,
 quali espressioni della nostra natura,
 del nostro vivere, del nostro esser-ci (Da-sein).

L'anima è armonica.

O. Sacks

 

Gratitudine

 

«Negli ultimi giorni sono riuscito a considerare la mia vita come da una grande altezza quasi fosse una sorta di paesaggio, e con una percezione sempre più profonda della connessione fra tutte le sue parti […]. Non posso fingere di non aver paura. A dominare, però, è un sentimento di gratitudine. Ho amato e sono stato amato; ho ricevuto molto, e ho dato qualcosa in cambio; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Più di tutto sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo pianeta bellissimo, il che ha rappresentato di per sé un immenso privilegio e una grandissima avventura».

Oliver Sacks, Gratitudine (2015), tr. it. Adelphi, Milano, 2016, pp. 27-29.

 

Risvolto di copertina
I quattro scritti qui raccolti sono la lettera di congedo che Oliver Sacks ha voluto indirizzare ai suoi lettori, dapprima rendendoli partecipi delle proprie sensazioni di fronte alla soglia degli ottant'anni, e più tardi informandoli, con perfetta sobrietà, di essere affetto da un male incurabile. Ma non ci si inganni: sono pagine vibranti di contagiosa vitalità quelle che Sacks ci regala, dove più che mai si respirano freschezza, passione, urgenza espressiva. Come quando, riflettendo sulla vecchiaia, rivela di percepire «non una riduzione ma un ampliamento della vita mentale e della prospettiva»; o quando si ripromette, nel breve tempo che gli resta, di «vivere nel modo più ricco, più intenso e più produttivo possibile»; o quando racconta di aver visitato, fra una terapia e l'altra, il centro di ricerca sui lemuri della Duke University: «... mi piace pensare che, cinquanta milioni di anni fa, uno dei miei antenati fosse una piccola creatura arboricola non troppo dissimile dai lemuri odierni»; o quando, pochi giorni prima della morte, contemplando la sua vita dall'alto «quasi che fosse una sorta di paesaggio», ne rievoca i momenti essenziali: del tutto simile, in questo, a un filosofo da lui molto amato, David Hume, il quale, appreso di avere una malattia mortale, scriveva nella sua breve autobiografia: «È difficile essere più distaccati dalla vita di quanto lo sia io adesso».

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Sherry Turkle – “La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale”. La sola cura per le connessioni fallimentari del nostro mondo digitale è parlare.

Sherry Turkle

 

«La sola cura
per le connessioni fallimentari del nostro mondo digitale
è parlare».

S. Turkle

meno conversazione = meno empatia = meno introspezione = meno conoscenza

La conversazione necessaria

Sherry Turkle

La conversazione necessaria

La forza del dialogo nell’era digitale

 

«Il fascino di questo libro sta nell’evocazione di un’epoca,
non molto lontana, in cui la conversazione, la privacy,
la complessità delle discussioni non erano beni di lusso».
Jonathan Franzen

 

Viviamo in un mondo che sempre piú sacrifica i piaceri e i benefici della conversazione sull’altare delle tecnologie digitali. Parliamo con un amico, ma nel frattempo diamo piú di un’occhiata allo smartphone, e spesso i nostri figli si lagnano se non hanno tra le mani un dispositivo elettronico. Viviamo costantemente in un altrove digitale. Ma per capire chi siamo, per comprendere appieno il mondo che ci circonda, per crescere, per amare ed essere amati, dobbiamo saper conversare. La perdita della capacità di parlare «faccia a faccia» con gli altri – con empatia, imparando nel contempo a sopportare solitudine e inquietudini – rischia di ridurre le nostre capacità di riflessione e concentrazione, portandoci, nei casi estremi, a stati di dissociazione psichica e cognitiva. In questo libro, frutto di anni di interviste e di indagini sul campo, Sherry Turkle, «l’antropologa del cyber-spazio», sottolinea le insidie e gli effetti delle appendici tecnologiche che ci circondano nella società e nella nostra vita quotidiana, per far sí che ognuno ridiventi padrone di se stesso, senza farsene acriticamente dominare.


Leggi un estratto (pdf)

I diari dell’empatia

***

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Sigmund Freud (1856-1939) – Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Se un fiore fiorisce una sola notte, non per ciò la sua fioritura ci appare meno splendida.

Sigmund Freud 01
Opere, Vol VIII

Opere, Vol VIII

Caducità

«Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato. […] Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. […] Se un fiore fiorisce una sola notte, non per ciò la sua fioritura ci appare meno splendida. …».[L’intera pagina nel PDF allegato]

Sigmund Freud, Caducità, in Opere, a cura di C. L. Musatti, Boringhieri, 1982, vol. VIII, p. 174.

 

Sigmund Freud, Caducità

 

Saggi sull'arte, la letteratura e il linguaggio

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Aldous Huxley (1894-1946) – Medicus curat, natura sanat: il medico cura, la natura guarisce.

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«Medicus curat, natura sanat: il medico cura, la natura guarisce. Il vecchio aforisma riassume perfettamente lo scopo della medicina, che è quello di assicurare agli organismi le condizioni interne ed esterne più favorevoli all’azione delle forze autoregolatrici e restauratrici.
Se non vi fosse alcuna vis medicalrix nalurae, alcuna naturale forza risanatrice, la medicina sarebbe impotente e il minimo disordine porterebbe subito alla morte o si tramuterebbe in malattia cronica.
Quando le condizioni sono favorevoli, gli organismi malati tendono a riprendersi mettendo in azione le forze autorisanatrici».

Aldous Huxley, L’arte di vedere, Adelphi, 1989; The art of seeing, 1942.

 

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Risvolto di copertina

Colpito, fin da giovane, da una grave diminuzione della vista, Aldous Huxley rieducò i suoi occhi seguendo il «metodo Bates», assai discusso in quegli anni. E in questo libro vuole comunicarci quanto ha appreso nel corso di questa sua esperienza di autoguarigione. Ma, come sempre in Huxley, anche se il discorso ha un riferimento fattuale e fisiologico estremamente preciso, la sua portata va molto al di là. Per aiutare la natura a risanarci, osserva Huxley, bisogna innanzitutto arginare l’invadenza dell’io cosciente, perché «quanto più c’è io tanto meno c’è Natura, cioè il funzionamento proprio e corretto dell’organismo». Nell’atto del vedere entra dunque in gioco tutto il rapporto fra la mente e l’organo che le è più vicino. Così questo resoconto, che ci permette di addentrarci in tutti i meandri di quelle funzioni altamente complesse che compiono i nostri occhi in ogni momento, diventa un libro di esercizi per l’immaginazione, una guida sapiente a quella «vigile passività» che ci è preziosa per vedere bene in ogni possibile senso – e innanzitutto in noi stessi.

 


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Bruno Bettelheim (1903-1990) – Una lettura della fiaba «I tre porcellini». Non dobbiamo ingannare noi stessi: la lotta sarà lunga e difficile, e inciderà su tutte le nostre energie morali e spirituali, se vogliamo non un “nuovo mondo” alla Huxely, ma un’epoca dominata dalla ragione e dall’umanità.

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«Non dobbiamo ingannare noi stessi:
la lotta sarà lunga e difficile,
e inciderà su tutte le nostre energie morali e spirituali,
se vogliamo non un "nuovo mondo" alla Huxely,
ma un'epoca dominata dalla ragione e dall'umanità».


B. Bettelheim, Il prezzo della vita.
La psicanalisi e i campi di concentramento nazisti, Bompiani, 1976, p. 266.
La fiaba «I tre porcellini», nella versione di Joseph Jacobs (1854–1916)
C'erano una volta tre porcellini che vivevano con i genitori. I tre porcellini crebbero così in fretta che la loro madre un giorno li chiamò e disse loro: "Siete troppo grandi per rimanere ancora qui. Andate a costruirvi la vostra casa". Prima di andarsene da casa li avvisò di non fare entrare il lupo in casa: "Vi prenderebbe per mangiarvi!" E così i tre porcellini se ne andarono. Presto la strada si divise in tre parti. Il Porcellino Grande spiegò che ognuno di loro avrebbe dovuto scegliere una direzione. Li avvisò del lupo e poi andò a sinistra. Il Porcellino Medio andò a destra e quello piccolo nella via centrale. Sulla sua strada il Porcellino Piccolo incontrò un uomo che portava della paglia. "Per piacere, dammi un po' di paglia!" disse "Voglio costruirmi una casa". In poco tempo costruì la sua casa e pensò di essere salvo dal lupo. La casa non era molto bella e nemmeno fatta bene ma a lui piaceva molto. Gli altri due porcellini se ne andarono assieme e presto incontrarono un uomo che portava della legna. "Costruirò la mia casa con il legno" disse il Porcellino Medio "Il legno è più resistente della paglia". Il Porcellino Medio lavorò duramente tutto il giorno per costruire la sua casa. "Adesso il lupo non mi prenderà e non mi mangerà" disse. Il Porcellino Grande camminò per conto suo. Presto incontrò un uomo che trasportava mattoni. "Per piacere, dammi un po' di mattoni" disse il Porcellino Grande "Voglio costruirmi una casa." Così l'uomo gli diede dei mattoni per costruire una bella casa. "Ora il lupo non potrà prendermi per mangiarmi" pensò. Il giorno dopo il lupo arrivò alla casetta di paglia: " Porcellino, porcellino, fammi entrare" gridò il lupo. Ma il Porcellino Piccolo sapeva che era il lupo e non lo lasciò entrare. Ma il Porcellino Piccolo sapeva che era il lupo e non lo lasciò entrare. Ma il lupo cominciò a sbuffare stizzito. E sbuffava e sbuffava e buttò giù la casetta del Porcellino Piccolo. Poi se lo mangiò in un baleno. Il giorno seguente il lupo andò a casa del Porcellino Medio e bussò alla sua porta. "Chi è?" chiese. "Tuo fratello" rispose il lupo. Ma il Porcellino Medio sapeva che non si trattava del fratello e non aprì al lupo. Così questi sbuffò stizzito e buttò giù la casa del Porcellino Medio. La casa di legno cadde e il lupo se lo mangiò. Il giorno dopo il lupo arrivò alla casa di mattoni e gridò: "Porcellino, Porcellino, fammi entrare!" Ma il Porcellino Grande rispose: "No, non ti farò entrare!" quando improvvisamente sentì bussare nuovamente alla porta. "Apri la porta e vedrai chi sono!" disse il lupo con una vocetta. Quindi il lupo cominciò a sbuffare e sbuffare ma non riuscì a buttare giù la casa. Il lupo era furibondo! Gridava: "Porcellino, Porcellino, scenderò per il camino e ti mangerò!" Il Porcellino era spaventato ma non rispose. Dentro casa c'era una grossa pentola sopra il fuoco del camino. L'acqua stava per bollire. Il lupo si calò dal camino. Siccome non c'era il coperchio sulla pentola il lupo vi ruzzolò dentro e finì nell'acqua bollente. E questa è la fine del lupo cattivo e la storia di tre piccoli porcellini.

Per diverse versioni dei Tre porcellini vedi Katherine M. Briggs (18981980), A Dictionary of British Folk Tales, 4 voll., Indiana University, Bloomington, 1970. La trattazione da parte di B. Bettheleim di questa fiaba si basa sulla sua più antica forma pubblicata nel libro di J. O. Halliwell (1820-1889), Nursery Rhymes ad Nursery Tales, London, 1843 circa. Soltanto in alcune delle più recenti versioni della storia i due porcellini più giovanbi sopravvivono, e questo priva la storia di gran parte del suo impatto.


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«La fiaba I tre porcellini insegna in forma molto divertente e drammatica al bambino […] che non dobbiamo essere pigri e prendercela comoda, perché altrimenti potremmo perire. L’intelligente programmazione e la previdenza unite al duro lavoro ci permetteranno di trionfare anche sul nostro più feroce nemico: il lupo! La storia mostra anche […] che il terzo porcellino, [è] quello più saggio, [ed] è solitamente presentato come […] il più anziano.
Le case che i tre porcellini costruiscono simboleggiano il progresso dell’uomo nella storia: prima una baracca e poi una casa di legno, e per finire una solida casa di mattoni. Internamente, le azioni dei porcellini rivelano un progresso dalla personalità […]. Il porcellino piu piccolo costruisce la sua casetta nel modo più sbrigativo, con della paglia; il secondo si serve di bastoni; entrambi tirano su i loro rifugi con la massima fretta e col minimo dispendio di energie, così da poter giocare per il resto della giornata. […] Il porcellino più piccolo cerca un’immediata gratificazione, senza darsi pensiero del futuro e dei pericoli della realtà, mentre il porcellino mediano dà prova di maggiore maturità cercando di costruire una casa un po’ più solida di quella del porcellino più piccolo.
Soltanto il terzo porcellino […] ha imparato ad agire in conformità col principio di realtà: egli […] agisce invece conformemente alla sua capacità di prevedere quello che può accadere nel futuro. È perfino in grado di prevedere correttamente il comportamento del lupo: il nemico […] che cerca di sedurci e di prenderei in trappola; perciò il terzo porcellino può sconfiggere potenze piu forti […] di lui. Il selvaggio e distruttivo lupo rappresenta tutte le forze asociali, inconsce e divoranti da cui l’individuo deve imparare a difendersi, e che egli può sconfiggere […].
I tre porcellini colpisce molto di più […] che non la favola di Esopo, affine ma apertamente moralista, La cicala e la formica. In questa favola una cicala, ridotta alla fame in inverno, supplica una formica di darle un po’ del cibo da lei faticosamente raccolto e immagazzinato
durante l’intera estate. La formica chiede alla cicala cosa fece durante l’estate. La cicala risponde che cantò senza mai lavorare, e la formica respinge la sua richiesta d’aiuto dicendole: “Visto che hai cantato per tutta l’estate, adesso che è inverno balla pure”.
Questa chiusa è tipica delle favole […]. La fiaba, al contrario, lascia a noi ogni decisione […]. Sta a noi applicare la fiaba alla nostra vita […].
Un raffronto fra I tre porcellini e La cicala e la formica accentua la differenza fra una fiaba e una favola. La cicala, similmente ai porcellini e al bambino stesso, è decisa a trastullarsi, senza preoccuparsi molto del futuro. In entrambe le storie il bambino s’identifica con gli animali (anche se solo un ipocrita saputello può identificarsi con la spietata formica, e soltanto un bambino malato di mente col lupo); ma secondo la favola, una volta che il bambino si è identificato con la cicala può abbandonare ogni speranza. La cicala votata al principio di piacere non può aspettarsi che la rovina; è una situazione senza altre alternative, in cui l’aver fatto una scelta una volta sistema le cose per sempre.
Ma l’identificazione coi tre porcellini della fiaba insegna che ci sono degli sviluppi […] La storia dei tre porcellini suggerisce una trasiormazione in cui è mante nuta una notevole misura di piacere, perché ora la soddisfazione è rIcercata con autentico rispetto per le esigenze della realtà. L’astuto e gaio terzo porcellino mette nel sacco il lupo parecchie volte […]. Al bambino, che dal principio alla fine della storia è stato invitato a identificarsi con uno dei protagonisti, non solo s’infonde speranza ma viene anche detto che sviluppando la propria intelligenza potrà sconfiggere anche un avversario molto piu forte.
Dato che secondo il senso di giustizia dei primitivi […] dei bambini soltanto chi ha compiuto qualcosa di veramente cattivo viene distrutto, la favola [La cicala e la formica] sembra insegnare che è sbagliato godersi la vita quando il tempo è propizio, come d’estate. Peggio ancora, in questa favola la formica è un animale cattivo, senza la minima compassione per le sofferenze della cicala: ed è questa la figura che si chiede al bambino di prendere ad esempio.
Il lupo, al contrario, è manifestamente un animale malvagio, perché vuole distruggere. La cattiveria del lupo è qualcosa che il bambino piccolo riconosce nel proprio intimo: il suo desiderio di divorare, e la sua conseguenza: l’angoscia di poter subire anche lui una sorte del genere. […] Quale miglior dimostrazione del valore dell’agire in base al principio di realtà […] frustrando i malvagi disegni del lupo? […] I tre porcellini è una fiaba perché ha un lieto fine, e perché il lupo riceve quanto si merita.
Mentre la concezione della giustizia del bambino è offesa dal fatto che la povera cicala deve morire di fame pur non avendo fatto niente di male, il suo senso di onestà è soddisfatto dalla punizione del lupo. Dato che i tre porcellini rappresentano vari stadi dello sviluppo dell’uomo, la scomparsa dei primi due non è traumatica; il bambino comprende
a livello subconscio che dobbiamo emanciparci da forme piu primitive di esistenza se vogliamo passare a forme superiori. Chi racconta a dei bambini piccoli la fiaba dei Tre porcellini trova soltanto che essi si rallegrano per la meritata punizione del lupo e la vittoria, ottenuta con l’astuzia, del porcellino piu anziano: essi non sono dispiaciuti per la sorte dei due piu piccoli. Anche un bambino piccolo sembra comprendere che tutti e tre sono in realtà uno solo e il medesimo a differenti stadi, come è suggerito dal fatto che rispondono al lupo esattamente con le stesse parole: “No, no, no, per le setole del mio groppone!” Se sopravviviamo soltanto nella forma piu elevata della nostra identità, è bene che sia cosi.
I tre porcellini indirizza i pensieri del bambino relativi al suo sviluppo senza dirgli neppure come dovrebbe essere, permettendogli di trarre le proprie conclusioni. Questo processo basta da solo per una vera maturazione, mentre dire al bambino cosa deve fare non fa che
sostituire alla schiavitù rappresentata dalla sua immaturità la subordinazione ai dettami degli adulti».

Il mondo incantato

Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicanalitici delle fiabe, Feltrinelli, 1978, pp. 44-47.

***

Immagine in evidenza:
Richard Dadd (1817-1886), The fairy feller’s master-stroke, Tate Gallery, London.


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Eugène Minkowski (1885-1972)  – La morte, mettendo fine alla vita, la inquadra interamente, in tutto il suo percorso. È la morte che trasforma il succedersi o la trama degli avvenimenti della vita in “una” vita. Non è nel nascere ma è col morire che si diventa un’unità, “un uomo”.

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Il tempo vissuto

Eugène Minkowski, Il tempo vissuto, Einaudi.

 

«È forse utile ricordare
che il primo libro d’ispirazione fenomenologica
che mi è venuto fra le mani,
quasi contemporaneamente
a L’Essai sur les données immédiates de la Conscience di Bergson,
non è un’opera di Husserl, bensì il saggio sulla Simpatia di Scheler».

E. Minkowski, Trattato di psicopatologia, Roma, 2015, p. 334

 

 

 

Mai ci capita di prendere contatto in modo così intimo con la nozione di una vita, come di fronte alla morte. Questa nozione sembra esserci data in modo originario dal fenomeno della morte.

[…] Di fronte alla morte vedo sempre tutta una vita ergersi davanti a me e questo anche quando ignoro tutto di colui al quale ha messo fine l’esistenza. […]

La morte in quanto distruzione genera un divenire e non un essere.

Così la morte, mettendo fine alla vita, la inquadra interamente, in tutto il suo percorso. È la morte che trasforma il succedersi o la trama degli avvenimenti della vita in una vita. Non è nel nascere ma è col morire che si diventa un’unità, un uomo. […]

Ogni morte è un memento mori primario per i superstiti.

[…] La morte, venendo a delimitare, nel divenire, «una» vita, ci fornisce di colpo, nello stesso momento, con lo stesso atto, la nozione della mortalità di tutte le vite, ed è solo essa a contenere un dato di quest’ordine.

La vita comune, certo, può essere dominata ora da un atteggiamento ora dall’altro, e ciò, come dicevamo, indipendentemente dall’età reale del soggetto. Inoltre anche da questo punto di vista si possono rilevare differenze da individuo a individuo – dettaglio che è interessante notare di sfuggita. Vediamo gli uni accettare senza difficoltà progetti che possono giungere a un risultato solo dopo decine di anni di sforzi, o addirittura che possono dare un pieno rendimento solo dopo un lavoro di parecchie generazioni, ma ne fanno di buon animo il contenuto della loro vita; al contrario, altri esitano quando si tratta di uno o di due anni di vita per ottenere un risultato positivo; questo sembra loro troppo lungo, essi non sanno risolversi a sottrarre un simile lasso di tempo alla vita a beneficio di un avvenire che, pur senza essere lontano, nondimeno loro sfugge; come limitati nel loro slancio, si compiacciono in piccoli progetti a resa immediata; il loro orizzonte è ridotto, la loro funzione propulsiva è scarsa; più che creare lavoricchiano; vivono più sotto gli auspici del tempo che passa e della morte che si avvicina che del tempo che avanza e che facciamo avanzare con noi. Negli ansiosi, nei depressi, nei melanconici tale predominanza dei fattori della morte si accentua ancor più. […]

È l’anima dunque che si stacca dal corpo e ad esso sopravvive? Ma no, la morte compie una vita, vi mette fine. Ammettere un’anima che sopravvive, è formarla a immagine del corpo e prolungare la sua esistenza in un tempo concepito non più come un divenire, ma come un essere… [Continua a leggere]

Eugène Minkowski, Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia, Einaudi, 2004, pp. 125-137.

Logo Adobe Acrobat  Eugène Minkowski, Che cos’è dunque la morte

 

Le temps vécu

Le temps vécu.

 

 

 


 

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