Sigmund Freud (1856-1939) – Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Se un fiore fiorisce una sola notte, non per ciò la sua fioritura ci appare meno splendida.

Sigmund Freud 01
Opere, Vol VIII

Opere, Vol VIII

Caducità

«Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato. […] Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. […] Se un fiore fiorisce una sola notte, non per ciò la sua fioritura ci appare meno splendida. …».[L’intera pagina nel PDF allegato]

Sigmund Freud, Caducità, in Opere, a cura di C. L. Musatti, Boringhieri, 1982, vol. VIII, p. 174.

 

Sigmund Freud, Caducità

 

Saggi sull'arte, la letteratura e il linguaggio

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Aldous Huxley (1894-1946) – Medicus curat, natura sanat: il medico cura, la natura guarisce.

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«Medicus curat, natura sanat: il medico cura, la natura guarisce. Il vecchio aforisma riassume perfettamente lo scopo della medicina, che è quello di assicurare agli organismi le condizioni interne ed esterne più favorevoli all’azione delle forze autoregolatrici e restauratrici.
Se non vi fosse alcuna vis medicalrix nalurae, alcuna naturale forza risanatrice, la medicina sarebbe impotente e il minimo disordine porterebbe subito alla morte o si tramuterebbe in malattia cronica.
Quando le condizioni sono favorevoli, gli organismi malati tendono a riprendersi mettendo in azione le forze autorisanatrici».

Aldous Huxley, L’arte di vedere, Adelphi, 1989; The art of seeing, 1942.

 

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Risvolto di copertina

Colpito, fin da giovane, da una grave diminuzione della vista, Aldous Huxley rieducò i suoi occhi seguendo il «metodo Bates», assai discusso in quegli anni. E in questo libro vuole comunicarci quanto ha appreso nel corso di questa sua esperienza di autoguarigione. Ma, come sempre in Huxley, anche se il discorso ha un riferimento fattuale e fisiologico estremamente preciso, la sua portata va molto al di là. Per aiutare la natura a risanarci, osserva Huxley, bisogna innanzitutto arginare l’invadenza dell’io cosciente, perché «quanto più c’è io tanto meno c’è Natura, cioè il funzionamento proprio e corretto dell’organismo». Nell’atto del vedere entra dunque in gioco tutto il rapporto fra la mente e l’organo che le è più vicino. Così questo resoconto, che ci permette di addentrarci in tutti i meandri di quelle funzioni altamente complesse che compiono i nostri occhi in ogni momento, diventa un libro di esercizi per l’immaginazione, una guida sapiente a quella «vigile passività» che ci è preziosa per vedere bene in ogni possibile senso – e innanzitutto in noi stessi.

 


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Bruno Bettelheim (1903-1990) – Una lettura della fiaba «I tre porcellini». Non dobbiamo ingannare noi stessi: la lotta sarà lunga e difficile, e inciderà su tutte le nostre energie morali e spirituali, se vogliamo non un “nuovo mondo” alla Huxely, ma un’epoca dominata dalla ragione e dall’umanità.

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«Non dobbiamo ingannare noi stessi:
la lotta sarà lunga e difficile,
e inciderà su tutte le nostre energie morali e spirituali,
se vogliamo non un "nuovo mondo" alla Huxely,
ma un'epoca dominata dalla ragione e dall'umanità».


B. Bettelheim, Il prezzo della vita.
La psicanalisi e i campi di concentramento nazisti, Bompiani, 1976, p. 266.
La fiaba «I tre porcellini», nella versione di Joseph Jacobs (1854–1916)
C'erano una volta tre porcellini che vivevano con i genitori. I tre porcellini crebbero così in fretta che la loro madre un giorno li chiamò e disse loro: "Siete troppo grandi per rimanere ancora qui. Andate a costruirvi la vostra casa". Prima di andarsene da casa li avvisò di non fare entrare il lupo in casa: "Vi prenderebbe per mangiarvi!" E così i tre porcellini se ne andarono. Presto la strada si divise in tre parti. Il Porcellino Grande spiegò che ognuno di loro avrebbe dovuto scegliere una direzione. Li avvisò del lupo e poi andò a sinistra. Il Porcellino Medio andò a destra e quello piccolo nella via centrale. Sulla sua strada il Porcellino Piccolo incontrò un uomo che portava della paglia. "Per piacere, dammi un po' di paglia!" disse "Voglio costruirmi una casa". In poco tempo costruì la sua casa e pensò di essere salvo dal lupo. La casa non era molto bella e nemmeno fatta bene ma a lui piaceva molto. Gli altri due porcellini se ne andarono assieme e presto incontrarono un uomo che portava della legna. "Costruirò la mia casa con il legno" disse il Porcellino Medio "Il legno è più resistente della paglia". Il Porcellino Medio lavorò duramente tutto il giorno per costruire la sua casa. "Adesso il lupo non mi prenderà e non mi mangerà" disse. Il Porcellino Grande camminò per conto suo. Presto incontrò un uomo che trasportava mattoni. "Per piacere, dammi un po' di mattoni" disse il Porcellino Grande "Voglio costruirmi una casa." Così l'uomo gli diede dei mattoni per costruire una bella casa. "Ora il lupo non potrà prendermi per mangiarmi" pensò. Il giorno dopo il lupo arrivò alla casetta di paglia: " Porcellino, porcellino, fammi entrare" gridò il lupo. Ma il Porcellino Piccolo sapeva che era il lupo e non lo lasciò entrare. Ma il Porcellino Piccolo sapeva che era il lupo e non lo lasciò entrare. Ma il lupo cominciò a sbuffare stizzito. E sbuffava e sbuffava e buttò giù la casetta del Porcellino Piccolo. Poi se lo mangiò in un baleno. Il giorno seguente il lupo andò a casa del Porcellino Medio e bussò alla sua porta. "Chi è?" chiese. "Tuo fratello" rispose il lupo. Ma il Porcellino Medio sapeva che non si trattava del fratello e non aprì al lupo. Così questi sbuffò stizzito e buttò giù la casa del Porcellino Medio. La casa di legno cadde e il lupo se lo mangiò. Il giorno dopo il lupo arrivò alla casa di mattoni e gridò: "Porcellino, Porcellino, fammi entrare!" Ma il Porcellino Grande rispose: "No, non ti farò entrare!" quando improvvisamente sentì bussare nuovamente alla porta. "Apri la porta e vedrai chi sono!" disse il lupo con una vocetta. Quindi il lupo cominciò a sbuffare e sbuffare ma non riuscì a buttare giù la casa. Il lupo era furibondo! Gridava: "Porcellino, Porcellino, scenderò per il camino e ti mangerò!" Il Porcellino era spaventato ma non rispose. Dentro casa c'era una grossa pentola sopra il fuoco del camino. L'acqua stava per bollire. Il lupo si calò dal camino. Siccome non c'era il coperchio sulla pentola il lupo vi ruzzolò dentro e finì nell'acqua bollente. E questa è la fine del lupo cattivo e la storia di tre piccoli porcellini.

Per diverse versioni dei Tre porcellini vedi Katherine M. Briggs (18981980), A Dictionary of British Folk Tales, 4 voll., Indiana University, Bloomington, 1970. La trattazione da parte di B. Bettheleim di questa fiaba si basa sulla sua più antica forma pubblicata nel libro di J. O. Halliwell (1820-1889), Nursery Rhymes ad Nursery Tales, London, 1843 circa. Soltanto in alcune delle più recenti versioni della storia i due porcellini più giovanbi sopravvivono, e questo priva la storia di gran parte del suo impatto.


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«La fiaba I tre porcellini insegna in forma molto divertente e drammatica al bambino […] che non dobbiamo essere pigri e prendercela comoda, perché altrimenti potremmo perire. L’intelligente programmazione e la previdenza unite al duro lavoro ci permetteranno di trionfare anche sul nostro più feroce nemico: il lupo! La storia mostra anche […] che il terzo porcellino, [è] quello più saggio, [ed] è solitamente presentato come […] il più anziano.
Le case che i tre porcellini costruiscono simboleggiano il progresso dell’uomo nella storia: prima una baracca e poi una casa di legno, e per finire una solida casa di mattoni. Internamente, le azioni dei porcellini rivelano un progresso dalla personalità […]. Il porcellino piu piccolo costruisce la sua casetta nel modo più sbrigativo, con della paglia; il secondo si serve di bastoni; entrambi tirano su i loro rifugi con la massima fretta e col minimo dispendio di energie, così da poter giocare per il resto della giornata. […] Il porcellino più piccolo cerca un’immediata gratificazione, senza darsi pensiero del futuro e dei pericoli della realtà, mentre il porcellino mediano dà prova di maggiore maturità cercando di costruire una casa un po’ più solida di quella del porcellino più piccolo.
Soltanto il terzo porcellino […] ha imparato ad agire in conformità col principio di realtà: egli […] agisce invece conformemente alla sua capacità di prevedere quello che può accadere nel futuro. È perfino in grado di prevedere correttamente il comportamento del lupo: il nemico […] che cerca di sedurci e di prenderei in trappola; perciò il terzo porcellino può sconfiggere potenze piu forti […] di lui. Il selvaggio e distruttivo lupo rappresenta tutte le forze asociali, inconsce e divoranti da cui l’individuo deve imparare a difendersi, e che egli può sconfiggere […].
I tre porcellini colpisce molto di più […] che non la favola di Esopo, affine ma apertamente moralista, La cicala e la formica. In questa favola una cicala, ridotta alla fame in inverno, supplica una formica di darle un po’ del cibo da lei faticosamente raccolto e immagazzinato
durante l’intera estate. La formica chiede alla cicala cosa fece durante l’estate. La cicala risponde che cantò senza mai lavorare, e la formica respinge la sua richiesta d’aiuto dicendole: “Visto che hai cantato per tutta l’estate, adesso che è inverno balla pure”.
Questa chiusa è tipica delle favole […]. La fiaba, al contrario, lascia a noi ogni decisione […]. Sta a noi applicare la fiaba alla nostra vita […].
Un raffronto fra I tre porcellini e La cicala e la formica accentua la differenza fra una fiaba e una favola. La cicala, similmente ai porcellini e al bambino stesso, è decisa a trastullarsi, senza preoccuparsi molto del futuro. In entrambe le storie il bambino s’identifica con gli animali (anche se solo un ipocrita saputello può identificarsi con la spietata formica, e soltanto un bambino malato di mente col lupo); ma secondo la favola, una volta che il bambino si è identificato con la cicala può abbandonare ogni speranza. La cicala votata al principio di piacere non può aspettarsi che la rovina; è una situazione senza altre alternative, in cui l’aver fatto una scelta una volta sistema le cose per sempre.
Ma l’identificazione coi tre porcellini della fiaba insegna che ci sono degli sviluppi […] La storia dei tre porcellini suggerisce una trasiormazione in cui è mante nuta una notevole misura di piacere, perché ora la soddisfazione è rIcercata con autentico rispetto per le esigenze della realtà. L’astuto e gaio terzo porcellino mette nel sacco il lupo parecchie volte […]. Al bambino, che dal principio alla fine della storia è stato invitato a identificarsi con uno dei protagonisti, non solo s’infonde speranza ma viene anche detto che sviluppando la propria intelligenza potrà sconfiggere anche un avversario molto piu forte.
Dato che secondo il senso di giustizia dei primitivi […] dei bambini soltanto chi ha compiuto qualcosa di veramente cattivo viene distrutto, la favola [La cicala e la formica] sembra insegnare che è sbagliato godersi la vita quando il tempo è propizio, come d’estate. Peggio ancora, in questa favola la formica è un animale cattivo, senza la minima compassione per le sofferenze della cicala: ed è questa la figura che si chiede al bambino di prendere ad esempio.
Il lupo, al contrario, è manifestamente un animale malvagio, perché vuole distruggere. La cattiveria del lupo è qualcosa che il bambino piccolo riconosce nel proprio intimo: il suo desiderio di divorare, e la sua conseguenza: l’angoscia di poter subire anche lui una sorte del genere. […] Quale miglior dimostrazione del valore dell’agire in base al principio di realtà […] frustrando i malvagi disegni del lupo? […] I tre porcellini è una fiaba perché ha un lieto fine, e perché il lupo riceve quanto si merita.
Mentre la concezione della giustizia del bambino è offesa dal fatto che la povera cicala deve morire di fame pur non avendo fatto niente di male, il suo senso di onestà è soddisfatto dalla punizione del lupo. Dato che i tre porcellini rappresentano vari stadi dello sviluppo dell’uomo, la scomparsa dei primi due non è traumatica; il bambino comprende
a livello subconscio che dobbiamo emanciparci da forme piu primitive di esistenza se vogliamo passare a forme superiori. Chi racconta a dei bambini piccoli la fiaba dei Tre porcellini trova soltanto che essi si rallegrano per la meritata punizione del lupo e la vittoria, ottenuta con l’astuzia, del porcellino piu anziano: essi non sono dispiaciuti per la sorte dei due piu piccoli. Anche un bambino piccolo sembra comprendere che tutti e tre sono in realtà uno solo e il medesimo a differenti stadi, come è suggerito dal fatto che rispondono al lupo esattamente con le stesse parole: “No, no, no, per le setole del mio groppone!” Se sopravviviamo soltanto nella forma piu elevata della nostra identità, è bene che sia cosi.
I tre porcellini indirizza i pensieri del bambino relativi al suo sviluppo senza dirgli neppure come dovrebbe essere, permettendogli di trarre le proprie conclusioni. Questo processo basta da solo per una vera maturazione, mentre dire al bambino cosa deve fare non fa che
sostituire alla schiavitù rappresentata dalla sua immaturità la subordinazione ai dettami degli adulti».

Il mondo incantato

Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicanalitici delle fiabe, Feltrinelli, 1978, pp. 44-47.

***

Immagine in evidenza:
Richard Dadd (1817-1886), The fairy feller’s master-stroke, Tate Gallery, London.


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Eugène Minkowski (1885-1972)  – La morte, mettendo fine alla vita, la inquadra interamente, in tutto il suo percorso. È la morte che trasforma il succedersi o la trama degli avvenimenti della vita in “una” vita. Non è nel nascere ma è col morire che si diventa un’unità, “un uomo”.

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Il tempo vissuto

Eugène Minkowski, Il tempo vissuto, Einaudi.

 

«È forse utile ricordare
che il primo libro d’ispirazione fenomenologica
che mi è venuto fra le mani,
quasi contemporaneamente
a L’Essai sur les données immédiates de la Conscience di Bergson,
non è un’opera di Husserl, bensì il saggio sulla Simpatia di Scheler».

E. Minkowski, Trattato di psicopatologia, Roma, 2015, p. 334

 

 

 

Mai ci capita di prendere contatto in modo così intimo con la nozione di una vita, come di fronte alla morte. Questa nozione sembra esserci data in modo originario dal fenomeno della morte.

[…] Di fronte alla morte vedo sempre tutta una vita ergersi davanti a me e questo anche quando ignoro tutto di colui al quale ha messo fine l’esistenza. […]

La morte in quanto distruzione genera un divenire e non un essere.

Così la morte, mettendo fine alla vita, la inquadra interamente, in tutto il suo percorso. È la morte che trasforma il succedersi o la trama degli avvenimenti della vita in una vita. Non è nel nascere ma è col morire che si diventa un’unità, un uomo. […]

Ogni morte è un memento mori primario per i superstiti.

[…] La morte, venendo a delimitare, nel divenire, «una» vita, ci fornisce di colpo, nello stesso momento, con lo stesso atto, la nozione della mortalità di tutte le vite, ed è solo essa a contenere un dato di quest’ordine.

La vita comune, certo, può essere dominata ora da un atteggiamento ora dall’altro, e ciò, come dicevamo, indipendentemente dall’età reale del soggetto. Inoltre anche da questo punto di vista si possono rilevare differenze da individuo a individuo – dettaglio che è interessante notare di sfuggita. Vediamo gli uni accettare senza difficoltà progetti che possono giungere a un risultato solo dopo decine di anni di sforzi, o addirittura che possono dare un pieno rendimento solo dopo un lavoro di parecchie generazioni, ma ne fanno di buon animo il contenuto della loro vita; al contrario, altri esitano quando si tratta di uno o di due anni di vita per ottenere un risultato positivo; questo sembra loro troppo lungo, essi non sanno risolversi a sottrarre un simile lasso di tempo alla vita a beneficio di un avvenire che, pur senza essere lontano, nondimeno loro sfugge; come limitati nel loro slancio, si compiacciono in piccoli progetti a resa immediata; il loro orizzonte è ridotto, la loro funzione propulsiva è scarsa; più che creare lavoricchiano; vivono più sotto gli auspici del tempo che passa e della morte che si avvicina che del tempo che avanza e che facciamo avanzare con noi. Negli ansiosi, nei depressi, nei melanconici tale predominanza dei fattori della morte si accentua ancor più. […]

È l’anima dunque che si stacca dal corpo e ad esso sopravvive? Ma no, la morte compie una vita, vi mette fine. Ammettere un’anima che sopravvive, è formarla a immagine del corpo e prolungare la sua esistenza in un tempo concepito non più come un divenire, ma come un essere… [Continua a leggere]

Eugène Minkowski, Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia, Einaudi, 2004, pp. 125-137.

Logo Adobe Acrobat  Eugène Minkowski, Che cos’è dunque la morte

 

Le temps vécu

Le temps vécu.

 

 

 


 

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Abraham Maslow – La malattia può consistere nel “non” accusare alcun sintomo quando invece dovrei accusarlo.

Maslow

Rammemoriamo
anche queste immagini
nel giorno della

«Memoria»

 



 

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Hiroshima

 

A few steel and concrete buildings and bridges are still intact in Hiroshima after the Japanese city was hit by an atomic bomb by the U.S., during World War II Sept. 5, 1945. (AP Photo/Max Desfor)

Hiroshima, dopo.


 


 

 

Desaparecidos

Desaparecidos

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desaparecidos

 

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desaparecidos

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Massacro di Sabra e Chatila

Massacro di Sabra e Chatila

Massacro di Sabra e Chatila 01

Massacro di Sabra e Chatila



Le macerie di Gaza

Le macerie di Gaza



«Respingo deliberatamente la nostra presente, e troppo facile, distinzione tra malattia e salute […].
Essere ammalati significa forse accusare sintomi?
Ebbene, sostengo che la malattia può consistere nel non accusare alcun sintomo quando dovrei accusarlo.
E la salute, significa esser privi di sintomi?
Lo nego.
Quale dei nazisti ad Auschwitz o a Dachau era in buona salute?
Quelli con la coscienza tormentata, o quelli la cui coscienza appariva loro chiara, limpida serena?
In quella condizione, una persona profondamente umana era possibile non avvertisse conflitto, sofferenza, depressione, furia e così via?

In una parola, se mi direte di avere un problema di personalità, prima di avervi conosciuto meglio non sarò affatto certo se dovrò dirvi ‘bene!’ oppure ‘mi dispiace».

 


 

Cfr., anche:

  • Maslow, A. H. (1957), Motivazione e personalità, Astrolabio 1973.

 

La Psicologia Umanistica

Motivazione e personalità

 


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Philip Schultz – La vita di un artista è simile a quella di un dislessico. La lettura contiua a essere per me una sfida

Philip Schultz, La mia dislessia

Quanti sono i modi in cui si può leggere …
In La mia dislessia, Philip Schultz
(premio Pulitzer per la poesia e fondatore della prestigiosa scuola di scrittura Writers Studio)
ci dice di aver imparato a leggere emotivamente,
usando il potere dell’immaginazione, dell’intuizione e della sensibilità per capire e decifrare la lingua scritta.

 

SCHULTZ

«La vita di un artista è per molti versi simile a quella di un dislessico. È nella natura di entrambi rendere il creatore una vittima, facendone un escluso e un disadattato. Se non fosse per la mia lotta con la dislessia, dubito che sarei mai diventato scrittore o che avrei mai saputo insegnare a scrivere.
Una cosa è chiara: la mente di un dislessico è diversa da quella degli altri. Ho impiegato gran parte della mia vita per capire che non era la stupidità l’origine dei miei problemi di elaborazione del linguaggio. […]
Mentre leggo nella mia mente avviene una sorta di baratto tra l’insicurezza e il desiderio di conoscenza, in cui devo riusscire a vincere un senso di ansia e di scoramento. Ho imparato a leggere come un corridore che impara ad aspettarsi di trovare la seconda e la terza curva, o come un atleta che si spinge oltre il proprio limite.
Leggo parola per parola, a volte congratulandomi con me stesso quando completo una frase, un paragrafo, un capitolo. Forse per questo trovo particolarmente difficile leggere qualcosa che non sia emozionante e ben scritto; per questo sono diventato poeta, perché la poesia è serrata e spesso emozionante e ben scritta. […]
Ogni volta che mi accorgo che la mia mente si sta allontanando da quello che sto leggendo, devo attivare questo processo e andare oltre le mie incapacità, abbandonandomi all’eccitazione della voce narrante: un modo intuitivo ed emotivo di leggere. A tutt’oggi la lettura contiua a essere per me una sfida».

Philip Schultz, La mia dislessia, Donzelli, 2015

Lev S. Vygotskij – Diventiamo noi stessi attraverso gli altri. La cultura è il prodotto della vita sociale e dell’attività collettiva dell’uomo

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«La funzione psicologica originaria della parola è una funzione sociale, e, se desideriamo indagare come funziona la parola nel comportamento della persona, dobbiamo studiare dapprima come essa ha operato nell’ambito del comportamento sociale degli uomini. […] Potremmo dire che diventiamo noi stessi attraverso gli altri, e che tale regola ri riferisce non solo alla personalità nel suo complesso, ma anche alla storia di ogni singola funzione. In questo sta la sostanza del processo dello sviluppo culturale. La persona diventa “per sé” per il fatto che è “in sé” e attraverso il fatto che si manifesta “per gli altri”. Questo è il processo di formazione della persona. Qui si pone per la prima volta in psicologia, in tutta la sua grandiosa importanza, il problema dei rapporti tra le funzioni psichiche esterne e interne. Qui […] si fa chiaro il perché tutto ciò che era interno, in queste forme superiori, è stato prima esterno, cioé è stato per gli altri in tanto, in quanto era prima per sé. Ogni funzione psichica superiore attraversa necessariamente uno stadio esterno nel suo sviluppo, in quanto è una funzione originariamente sociale. Questo è il centro di tutto il problema del comportamento esterno e interno. […] La parola “sociale” applicata al nostro oggetto ha un significato importante. Innanzitutto, come dice il significato più ampio della parola, significa che tutto ciò che è culturale è sociale. La cultura è il prodotto della vita sociale e dell’attività collettiva dell’uomo, e perciò la stessa posizione del problema dello sviluppo culturale del comportamento ci introduce immediatamente sul piano sociale dello sviluppo. […] Potremmo ulteriormente dire che tutte le funzioni superiori non si sono venute costituendo nell’ambito della biologia, e neppure semplicemente nella storia della sola filogenesi, ma che il meccanismo che sta a loro fondamento è il calco di quello sociale. Tutte le funzioni psichiche superiori rappresentano delle relazioni sociali interiorizzate, il fondamento della struttura sociale della persona. La loro composizione, la struttura genetica, il loro funzionamento, in una parola tutta la loro natura è sociale; persino trasformandosi in processi psichici la natura ne rimane sociale […]. Modificando la nota affermazione di Marx, potremmo dire che la natura psicologica dell’uomo rappresenta l’insieme delle relazioni sociali trasportate all’interno e divenute funzioni della personalità e forme della sua struttura».

Lev S. Vygotskij
, Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori, 1960 (tr. it. 1974)

Eugène Minkowski – Il tempo vissuto – L’azione etica apre l’avvenire davanti a noi perché resiste al divenire: è la realizzazione di quanto vi è di più elevato in noi

Eugène Minkowski

La ricerca dell’azione etica

Ci resta da porre l’ultima pietra al nostro edificio. […] Intendo parlare del fattore etico nella nostra vita.
Quanti pensieri risveglia questa parola e quanti problemi ci pone! Fenomeni quali la responsabilità, la condanna, il dovere e soprattutto la libertà […]. E la ricchezza stessa di questi problemi sembra indicare tutta l’importanza che deve avere nella nostra vita il fattore etico […]. Qui ci limiteremo a esaminare il fenomeno etico soltanto nella misura in cui partecipa alla struttura generale del tempo e più particolarmente dell’avvenire.
[…] Costituisce il pilastro principale sul quale si basa la vita. Senza di esso non soltanto saremmo esseri amorali […], ma tutta la nostra vita risulterebbe singolarmente modificata nella sua struttura; immersi nelle tenebre, non vedremmo più l’avvenire aprirsi ampiamente davanti a noi; il nostro sguardo non saprebbe più scrutare l’orizzonte per attingervi le forze vive di tutta la nostra esistenza; a malapena potrebbe scoprire davanti a sé, urtandovi contro, qualche ombra scialba verso cui si dirigerebbero la nostra attività e i nostri desideri, ammettendo che tali desideri e tale attività possano sussistere ancora senza questo slancio verso il bene.
L’avvenire si restringerebbe così stranamente davanti a noi; esisterebbe ancora appena, spento, scialbo e privo di vita. Certo, la ragione ci parla dell’avvenire infinito e poco si preoccupa delle sorgenti cui questo avvenire attinge tutta la sua grandezza […]. Da questo punto di vista solo la tendenza all’azione etica, per quanto eccezionale nella vita quotidiana, apre ampiamente, nel modo più ampio possibile, l’avvenire davanti a noi. Ci sono dei fenomeni che si impongono per la loro grandezza e non per la loro frequenza; uno di questi è la tendenza verso l’azione etica.
“Molti vivono così e muoiono senza avere conosciuto la vera libertà”, dice Bergson. Ciò è fin troppo esatto. Ma questo non contraddice l’affermazione che l’azione etica, pur essendo del tutto eccezionale nella vita empirica, rappresenta tuttavia uno degli elementi costitutivi essenziali, se non il piu essenziale,della vita tout court. […] È, per sua stessa essenza, alla portata di tutti. Non c’è essere umano del quale oseremmo dire che mai una scintilla divina ha illuminato la sua anima; questo vorrebbe dire che in lui non c’è niente, ma proprio niente di umano.
[…] Laddove assistiamo a un’azione etica, non vediamo una manifestazione che ha radici in una qualsiasi particolarità individuale della persona in questione, ma solo una realizzazione attraverso di essa di quanto di “umano“ c’è in noi, di quanto di virtualmente comune vi è in noi, di quanto anima tutta la nostra vita: […] per quanto riguarda il lato etico dell’essere umano, in quello che ha di veramente “umano”, non ha niente a che vedere né con il numero, né con la statistica, né con l’empirismo. Base comune sulla quale la vita si svolge nelle sue manifestazioni particolari, impersonale più che personale e accessibile a tutti, sempre potente e sempre presente, si realizza qua e là solo come un lampo tramite gli esseri umani, lampo passeggero, fugace, eccezionale, se tentiamo di situarlo nella vita comune, così raro che si è tentati di negarne l’esistenza, ma che nondimeno costituisce lo scaturire di una fiamma eterna che si libra sempre al di sopra della vita e che pur ne rappresenta l’essenza stessa.
[…] Lo slancio verso il bene o la ricerca dell’azione etica non può essere cioè ricondotta alle particolarità di carattere considerate positive nella vita quotidiana, come l’onestà o la bontà. Questo slancio risiede altrove; esso, per così dire, non ha valore commerciale.
L’onestà può farsi rigida e fredda, la bontà sdolcinata; come tali forse esse varranno dal punto di vista sociale anche più dei loro contrari, ma resteranno poco attendibili; talvolta, riunite insieme, mancheranno del tutto di questa “grandezza d’animo”, appannaggio esclusivo del lato etico del nostro essere, e se ne troveranno così molto al di sotto. Fin troppo umane per le loro debolezze, non lo saranno però abbastanza per la mancanza di contenuto vivente, di grandezza, di ricerca reale, d’orizzonte, di propulsione verso l’avvenire. Le nostre pretese qualità, ancorate al presente, possono sbarrarci a volte l’orizzonte quanto le nostre cattive tendenze.
[…] In altri termini, non si tratta soltanto di fare una scelta e di andare a destra o a sinistra; sentiamo in più, e in maniera immediata, che impegnandoci in una di queste due direzioni ci eleviamo, mentre, scegliendo l’altra, non possiamo che decadere. […] Vedere davanti a sé il “diritto” cammino si accompagna a un senso di elevatezza; sapersi impegnare in esso ci porta verso il cielo. L’aspetto del bene ha sempre in sé qualcosa di sublime, il male è veramente “infernale”. […] quando entra in gioco il fattore etico non c’è scelta (tra bene e male) poiché, in fondo, la scelta è già fatta; non si sceglie assennatamente tra il bene e il male; non c’è neanche decisione, perché o soccombo e mi lascio trascinare e cadere o sento scaturire dal fondo del mio essere una forza che mi supera di molto; quanto alle conseguenze, l’azione etica in fondo non ne prevede, non ne comporta nessuna se non quella di aprire davanti a noi tutto l’avvenire e di permetterci di abbracciare, nello spazio di un istante, in un colpo d’occhio, tutta la grandezza, tutto il valore, tutta la ricchezza della vita.
[…] L’azione etica non ci conduce da nessuna parte se non al di là di noi stessi; non prevede, come dicevamo, altra conseguenza che aprire, in tutta la sua potenza, l’avvenire davanti a noi; non comporta nessuna ricompensa se non la consapevolezza di esserci potuti avvicinare al sublime nella vita.
[…] Il male conta solo a partire dal momento in cui diventa effettivo, il bene invece ha un valore tutto spirituale; esso conta a partire dal momento in cui troviamo in noi stessi la forza sufficiente per impegnarci sulla via che giudichiamo buona. Se circostanze impreviste ci fermano, indipendentemente da noi, sulla china che ci porta verso il male, ci diremo che siamo “salvi” e parleremo di un “caso felice”; per il bene, senza rimpianti, diremo che abbiamo fatto quanto abbiamo potuto e non ne guadagneremo meno nel nostro intimo, purché la nostra ricerca dell’azione etica sia stata sincera e senza “trucchi”.
Dunque l’azione etica è inafferrabile, si libra al di sopra della vita, risiede nelle sfere eteree, a volte resta ignota a tutti. […] L’azione etica persiste ed è la sola “azione” che resiste al divenire, al divenire che con i suoi grigi flutti minaccia di sommergere tutto al suo passaggio .
[…] L’attività etica si accompagna a un sentimento positivo, un sentimento di esultanza, come dicevamo. Questo sentimento è intimamente legato all’attività etica ed è proprio da esso che la riconosciamo.
[…] Questo sentimento di esultanza non è d’altra parte neanche, propriamente parlando, un senso di piacere. Esso consiste soprattutto nel fatto che nell’azione etica vediamo l’universo intero aprirsi davanti a noi in tutta la sua grandezza, mentre noi stessi partecipiamo di questa grandezza, in maniera immediata, senza impedimenti, in un’intima fusione. È come un volo possente verso l’infinito. Comunichiamo con l’universo infinito, non abbiamo niente più in noi che ce ne divida, ci sentiamo liberi.
[…] Questa libertà non comporta che, per opposizione alla tesi del determinismo, noi possiamo fare tutto quello che ci piace, cioè, in fin dei conti, qualsiasi cosa; questo sarebbe agire per capriccio, e la questione è davvero troppo seria per poterlo pensare. Questa libertà comporta soltanto che ci eleviamo liberamente verso quanto c’è di più grande e di più prezioso al mondo, che abbracciamo l’universo intero in quanto portatore dell’ideale.
[…] Solo lo slancio etico ci permette di prendere interamente, al più alto grado, coscienza di noi stessi, che esso apre ampiamente, in maniera assoluta, “fino in fondo”, l’avvenire davanti a noi, che ci fa abbracciare, in un volo senza uguali, in un sol colpo d’occhio, il senso dell’universo tutto intero, nel suo cammino in avanti. Coronamento e base dell’esistenza, chiude le nostre riflessioni sull’avvenire. Come tale, lo slancio etico è unico nel suo genere, molto al di sopra degli altri fenomeni della vita […].
Nella ricerca dell’azione etica tentiamo di sottrarci agli interessi che costituiscono la materialità della vita, penetriamo in noi stessi, fino al fondo del nostro essere, così lontano da cancellarne i limiti e da sentirci portati quasi da forze sovrumane, riflettiamo, facciamo appello al meglio del nostro essere e prendiamo così, in una “spezione” luminosa, coscienza di noi stessi. Questa coscienza è naturalmente tutt’altra cosa che un attributo che viene ad aggiungersi, in maniera più o meno contingente, ai fenomeni detti psichici, come vogliono ancora certe teorie; no, essa si lascia portar via solo a viva forza, a prezzo di uno sforzo immenso; costituisce di per sé, per così dire, un ideale che si raggiunge solo in via eccezionale; essa si fa molto di pià di quanto non sia cosa fatta, ma è anch’essa, essa soltanto, che ci rivela il senso vero della “coscienza di sé”.
Così l’azione etica è la sola che deve rimanere essenzialmente consapevole; essa non può non esserlo. A questo scopo, si crea e ricrea sempre di nuovo; resta sempre una creazione luminosa dell’uomo. Fare il bene per abitudine è una formula inaccettabile […].
Le virtù civiche, malgrado la loro importanza, non si possono confondere con la ricerca profonda e individuale dell’azione etica.

[…] L’avvenire è l’ideale, è la ricerca dell’azione etica, è la realizzazione eccezionale di quanto vi è di piu elevato in noi; come tale basta a se stesso e non abbisogna di punti d’appoggio; ha forza sufficiente per questo; e se non l’ha, un giorno l’avrà, e anche questo fa parte dell’ideale».

Eugène Minkowski, Il tempo vissuto, Einaudi, 2015, pp. 106-116.
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