Koiné – «Tempi covid moderni». Siamo chiamati a defatalizzare quanto, nel filtro del pensiero “mainstream”, appare “normale”, “destinale”, “irreversibile”. Occorre riaprire lo spazio ad una critica trasformatrice che ponga le basi per una nuova progettualità umana.

Tempi covid moderni

Giulia Angelini, Alberto Giovanni Biuso, Salvatore A. Bravo,  Michele Di Febo, Alessandro Dignös, Lorenzo Dorato,

Arianna Fermani, Alessandra Filannino Indelicato, Marco Guastavigna, Claudio Lucchini, Fernanda Mazzoli,

Giancarlo Paciello, Franco Toscani

Tempi covid moderni

indicepresentazioneautoresintesi


La pandemia ha mutato le modalità di relazione, di insegnamento, di lavoro, di consumo. Si offre in queste pagine una riflessione critica a più voci con i contributi di: Alessandro Dignös, Introduzione / Fernanda Mazzoli , La scuola ai tempi del Covid: prove generali di colonizzazione digitale / Arianna Fermani, Esperienze di didattica universitaria, tra luoghi non-luoghi, alla ricerca di una “virtuosità del virtuale” / Claudio Lucchini, La didattica della merce e le esigenze della libera individualità / Michele Di Febo, Università e lezioni a distanza: minaccia o opportunità? / Alberto Giovanni Biuso, Epidemie barbariche / Salvatore A. Bravo, Didatticismo e Covid-19. La pandemia ha soltanto accelerato un processo già in atto da anni / Alessandra Filannino Indelicato, Ermeneutica della distanza. Contributi di filosofia del tragico sull’ospitalità inquietante / Giulia Angelini, L’isola di Filottete / Franco Toscani, Un pianeta malato. Umanità e socialità nel tempo della pandemia / Marco Guastavigna, A distanza, ma dal pensiero e dalle pratiche mainstream / Lorenzo Dorato, Le lezioni economiche della pandemia Fernanda Mazzoli Giancarlo Paciello, La trappola della rete: una lettura dell’indagine di Renato Curcio sulla realtà virtuale, o meglio, sulla specificità del capitalismo attuale.


Il sistema dominante non ha creato il virus, né ha favorito la sua diffusione: esso si è “limitato” a trarre cinicamente profitto da un’epidemia di cui nessuno può dirsi artefice, proponendo come rimedio ciò che, per sua natura, è funzionale al proprio “benessere” anziché a quello dell’uomo e della comunità. Le diverse misure poste in essere nel 2020 non fanno che accelerare processi e tendenze in atto dagli ultimi decenni del Novecento, ragione per cui molti tra coloro che studiano la società e le sue strutture vedono nelle nuove modalità e nelle nuove pratiche di vita «fenomeni» tutt’altro che imprevedibili.
Il presente numero di Koinè vuole costituire un invito a ripensare il nostro tempo, ponendosi come un vero e proprio esercizio di defatalizzazione di quanto, nel filtro del pensiero mainstream, appare “normale”, “destinale”, “irreversibile”. Solo distinguendo ciò che è ontologicamente “inevitabile” da ciò che, invece, si presenta come tale, è possibile riaprire lo spazio ad una critica trasformatrice che ponga le basi per una nuova progettualità umana. In tal senso, il presente invito a ripensare l’attuale è, al contempo, un’esortazione a ripensare ciò che trascende la semplice presenza: l’uomo. È solo a partire dalla comprensione della sua essenza che è infatti possibile individuare dei nuovi modi di vivere che siano veramente conformi ai suoi bisogni e alle sue aspirazioni, mostrando, in tal modo, quale sia il modello di società a cui tendere affinché costui possa autenticamente “fiorire” e realizzarsi.

A. Dignös






M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Copertine e schede editoriali (001-010) – Maura Del Serra, Gianfranco La Grassa, Sergio Quinzio, Luca Grecchi, Costanzo Preve, Norberto Bobbio, Giancarlo Paciello, Henry Laurens, Francis Jennings, Zeev Sternhell, Norman Finkelstein, Gherson Shafir, Ain Zara Magno, Luisa Giaconi, Ilaria Rabatti.

001-010

001
Maura Del Serra, Congiunzioni. Ventiquattro poesie inedite.
ISBN 88-7588-096-4, 2004, pp. 32, formato 115×167 mm, Euro 5.
In copertina: Matrimonio dell’acqua e del fuoco, antica raffigurazione indiana.

002
Gianfranco La Grassa, Il capitalismo oggi. Dalla proprietà al conflitto strategico. Per una teoria del capitalismo.
ISBN 88-7588-099-9, 2004, pp. 192, formato 170×240 mm, Euro 15 – Collana “Divergenze” [39]
In copertina: M. Chagal, Il giocoliere.

003
Luca Grecchi, La verità umana nel pensiero religioso di Sergio Quinzio.
ISBN 88-7588-098-0, 2004, pp. 176, formato 140×210 mm, Euro 15 – Collana “Il giogo” [1].
In copertina: Sergio Quinzio.

004
Luca Grecchi, L’anima umana come fondamento della verità.
ISBN 88-87296-46-4, 2002, pp. 112, formato 140×225 mm, Euro 12 – Collana “La ziqqurat” [4].
In copertina: Juseppe de Ribera, detto lo Spagnoletto, I saltimbanchi, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid.

005
Luca Grecchi, Karl Marx nel sentiero della verità.
ISBN 88-87172-37-8, 2003, pp. 176, formato 140×225 mm, Euro 15 – Collana “La ziqqurat” [5].
In copertina: Leonardo da Vinci, Canone di proporzioni.

006
Luca Grecchi, Verità e dialettica. La dialettica di Hegel e la teoria di Marx.
ISBN 88-87172-25-4, 2003, pp. 64, formato 140×225 mm, Euro 7 – Collana “Quaderni di Koinè”.
In copertina: Cupola dell’Eremo di San Galgano, sulla collina di Montesiepi.

007
Costanzo Preve, Le contraddizioni di Norberto Bobbio. Per una critica del bobbianesimo cerimoniale.
ISBN 88-87172-20-3, 2004, pp. 160, formato 140×210 mm, Euro 12 – Collana “Divergenze” [37]. In copertina: Alchimisti al lavoro intorno ad un alambicco di distillazione; illustrazione xilografica dal De Secretis Naturae (1544) di Philip Ulstadt.

008
Giancarlo Paciello, La conquista della Palestina. Le origini della tragedia palestinese. Con testi di Henry Laurens, Francis Jennings, Zeev Sternhell, Norman Finkelstein, Gherson Shafir.
ISBN 88-87172-19-X, 2004, pp. 304, formato 170×240 mm, Euro 20 – Collana “Divergenze” [38]. In copertina: Una rifugiata palestinese separata – con il filo spinato – dalla sua casa dalla “Linea Verde”, la linea armistiziale definita dopo la guerra arabo-israeliana del 1948. Oggi si costruisce IL MURO.

009
Ain Zara Magno, Parole d’amore, a cura di Ilaria Rabatti.
ISBN 88-88172-03-3, 2001, pp. 64, formato 120×180 mm., Euro 8,00 – Collana “Filo di perle”.
In copertina: Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne seduta in fronte, 1918.

010
Luisa Giaconi, Dalla mia notte lontana, a cura di Ilaria Rabatti.
ISBN 88-88172-02-5, 2001, pp. 64, formato 120×180 mm., Euro 8,00 – Collana “Filo di perle”. In copertina: D. G. Rossetti, Sogno a occhi aperti (1878), Oxford, Asmolean Museum.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Copertine e schede editoriali (351-360) – Arianna Fermani, Daniele Guastini, Alberto Jori, Giulio A. Lucchetta, Maurizio Migliori, Angelo Tonelli, Giancarlo Paciello, Mauro Peroni, David Ciolli, Salvatore A. Bravo, Fernanda Mazzoli, Costanzo Preve, Massimo Bontempelli, Elena Bartolini, Andrea Ignazio Daddi, Alessandra Filannino Indelicato

351-360

351
Arianna Fermani, Daniele Guastini, Alberto Jori, Giulio A. Lucchetta, Maurizio Migliori, Angelo Tonelli, Il futuro dell’antico. Filosofia antica e mondo contemporaneo.
ISBN 978-88-7588-263-1, 2020, pp. 272, formato 140×210 mm., Euro 30 – Collana “Il giogo” [120]. A cura di Elena Bartolini, Andrea Ignazio Daddi, Alessandra Filannino Indelicato. Atti del Convegno di Studi «Il futuro dell’antico. Filosofia antica e mondo contemporaneo», Università degli studi di Milano Bicocca, 27-28 Marzo 2019. Moderatori: Claudia Baracchi, Luca Grecchi.

352
Giancarlo Paciello, Piccola storia dell’Irlanda.
ISBN 978-88-7588-270-9, 2020, pp. 112, formato 140×210 mm., Euro 12, Collana “Divergenze” [63].
In copertina: Arpa irlandese. Emblema della Society of United Irishmen.

353
Mauro Peroni, Felicità possibile. Esercizi filosofici su sofferenza, desiderio e tempo.
ISBN 978-88-7588-268-6, 2020, pp. 176, formato 140×210 mm., Euro 15 – Collana “Il giogo” [122].
In copertina: Osvaldo Licini, Angelo di San Domingo (1957).

354
David Ciolli, Le porte del silenzio. Il libro degli insegnamenti di Imdah.
ISBN 978-88-7588-272-3, 2020, pp. 104, formato 105×155 mm., Euro 8 – Collana “lo spazio della vita” [4].
In copertina: Giovanna Incoronata Ghini, Selon que … (particolare), 2018

355
Salvatore A. Bravo, L’animalizzazione dell’essere umano nel capitalismo.
ISBN 978-88-7588-274-7, 2020, pp. 192, formato 170×240 mm., Euro 20 – Collana “Divergenze” [66]. In copertina: Hieronymus Bosch, Giardino delle delizie, trittico a olio su tavola, 1480-1490, particolare dell’Inferno, Museo del Prado di Madrid.

356
Fernanda Mazzoli, Di argini e strade. Un racconto di pianura.
ISBN 978-88-7588-276-1, 2020, pp. 128, formato 130×200 mm., Euro 12.
In copertina: Marc Chagall, La passeggiata, olio su tela, 1917-1918, Museo di San Pietroburgo.

357
Costanzo Preve, Elementi di Politicamente Corretto. Studio preliminare su un fenomeno ideologico sempre più invasivo.
ISBN 978-88-7588-278-5, 2020, pp. 64, formato 130×200 mm., Euro 7 – Collana “Divergenze” [67].
In copertina: Un abito da non indossare.

358
Costanzo Preve, Capitalismo senza classi e società neofeudale. Ipotesi a partire da una interpretazione originale della teoria di Marx.
ISBN 978-88-7588-211-2, 2020, pp. 96, formato 130×200 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [68].
In copertina: Wassily Kandinsky, Mit und Gegen (Con e contro), 1929.

359
Costanzo Preve, Individui liberati, comunità solidali. Sulla questione della società degli individui.
ISBN 978-88-7588-257-0, 2020, pp. 96, formato 130×200 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [69].
In copertina: Wassily Kandinsky, Diversi cerchi (Several Circles, Einige Kreise), 1926, Solomon R. Guggenheim Museum, New York.

360
Massimo Bontempelli, Un esempio di pensiero nichilista contemporaneo. Lettura critica del libro di Umberto Galimberti «Psiche e techne». In Appendice: In cammino verso la realtà.
ISBN 978-88-7588-261-7, 2020, pp. 112, 130×200 mm., Euro 12 – Collana “Il giogo” [123].
In copertina: Lucio Fontana, “Concetto Spaziale”, Attese.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Giancarlo Paciello – L’elaborazione di Gianfranco La Grassa del concetto di Imperialismo

Giancarlo Paciello–Imperialismo La Grassa

Giancarlo Paciello

L’elaborazione di Gianfranco La Grassa del concetto di Imperialismo

 

Premessa
Lo studio pluriquarantennale di questo misconosciuto studioso del marxismo e del leninismo (che ha comunque pubblicato decine di libri su entrambi gli argomenti!), è approdato ad alcune formulazioni originali sia dell’uno che dell’altro. Dal momento che, nella situazione attuale, è proprio un quadro complessivo cui far riferimento che fa difetto, cercherò di illustrare dette formulazioni, a partire dalla rilettura che La Grassa fa dell’“Imperialismo, fase suprema del capitalismo” di Lenin, ivi comprese le sue ipotesi su come possa evolvere nei prossimi decenni “la formazione sociale capitalistica ri-mondializzatasi nel 1989-91”.
Cercherò, nei limiti delle mie capacità, innanzitutto di “descrivere” il nuovo quadro teorico che ne risulta, quanto alle mie “riserve”, pur dichiarandomi fin da ora complessivamente d’accordo con La Grassa (cosa del tutto evidente del resto, visto che ho scelto questo originale e rinnovato contributo alla teoria, per collocarvi le mie argomentazioni), le esprimerò in una o due paginette, a parte, che allegherò al testo. Premetto che si tratta di un lavoro, decisamente faticoso e difficile!
Ad una prima parte sostanzialmente teorica, che io credo di non difficile comprensione (anche se di non facile accettazione, visto il quadro ossificato dei teorici marxisti), ne seguirà una seconda, con la quale occorre confrontarsi se non si vuole stare soltanto alla finestra, e che sarà costituita, per solido convincimento dello stesso autore, da una serie di ipotesi pronte a smentire il più approfondito dei convincimenti, anche se fondato su di una solida teoria. Di fatto ho già cominciato, con questa affermazione, ha definire il criterio metodologico fondamentale degli studi di La Grassa, secondo il quale le più “ispirate” previsioni sono di fatto “largamente aperte a possibilità di errori anche notevoli, in molti casi di ampiezza tale da inficiare l’apparato categoriale impiegato nel formularle”, senza per questo rinunciare appunto alla teoria in quanto sistema di ipotesi (da non confon­dersi ovviamente con la realtà!). Un approccio decisamente scientifico al problema. In ogni caso, anche se le previsioni dovessero, in linea di larga massima, rivelarsi per 1’essenziale esatte, queste non potranno finire con l’affermarsi se non nel corso di decenni, non certo di anni.

 

L’Imperialismo: due opposte concezioni
Prima di seguire La Grassa nel suo “riassunto” della teoria dell’imperialismo di Lenin rispetto alla quale emergeranno sia i suoi punti di affinità con essa, sia le novità sostanziali rispetto ad essa, c’è bisogno di fare alcune precisazioni.

In primo luogo si tratta di mettere subito in evidenza un punto essenziale circa il carattere dell’imperialismo e cioè il suo essere intrinseco alla struttura dei rappor­ti del modo di produzione capitalistico, contrariamente a quanto sostenevano Hobson e Kautsky, che ritenevano invece l’imperialismo una semplice politica di settori arretrati del capitalismo (i settori finanziari, considerati parassitari, putrescenti) e che, di conseguenza, erano convinti si potesse contrastare detta politica, senza la trasformazione del capitalismo in un’altra formazione sociale.
Si tratta dunque di riaffermare il profondo convincimento di Lenin che, per l’appunto, vedeva il capitalismo intrinsecamen­te conflittuale, fortemente competitivo non soltanto a livello economico ma anche in campo politico e militare. E dunque l’imperialismo non poteva che essere inestricabilmente intrecciato con il modo di produzione tipico della formazione sociale capitalistica. Per Lenin perciò, il capitale finanziario (tipica espressione dell’imperialismo), non costituiva una degenerazione del capitalismo, dovuta alla presenza di capitalisti parassitari, puramente speculativi. Era invece simbiosi, tra capitale bancario e capitale industriale. Un capitale finanziario dunque indissolubil­mente legato a quello produttivo.
La tesi di Hobson e di Kautsky, secondo la quale è necessario combattere il primo per far meglio fiorire il secondo, considerato tutto sommato positivamente, perché avrebbe potuto essere utilizzato a vantaggio della collettività, grazie alla sua dinamicità e al veloce sviluppo delle sue capacità produtti­ve, (tesi che ancora oggi riemerge), è di fatto storicamente servita soltanto ad indebolire la lotta antimperialistica e continua a svolgere, anche oggi, la stessa funzione.
Secondo La Grassa, partendo dalla tesi leniniana dell’imperialismo strutturalmente legato al capitalismo, si può e si deve trarre una conclusione ancora più generale, e cioè che la definizione e la trattazione del primo dipendono da come viene concepi­to il modo di produzione capitalistico. Come vedremo meglio in seguito, La Grassa a questo punto si allontana dall’impostazione leniniana. Si tratta di un processo molto simile a quello che avviene, per l’autore, con Marx.
E siamo ad una seconda precisazione. La Grassa parte da Marx per definire il modo di produzione capitalistico, per poi “innovarlo” con successivi spostamenti concettuali di rilievo, e così pure parte da Lenin nel trattare il problema dell’imperialismo, per apportarvi poi modificazioni radicali. Prima di arrivare all’analisi dell’imperialismo è perciò assai opportuno seguirlo, nella sua lettura “essenziale” di Marx.

 

Marx secondo La Grassa
Il punto essenziale della concezione marxiana del modo di produzione capitalistico, è rappresentato dall’importanza capitale che Marx attribuisce al fatto che, nel capitalismo, lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’al­tro, si socializzino solo indirettamente, tramite il mercato. La produzione capitalistica è dunque produzione di merci, avviene di fatto in unità separate e autonome, ognuna delle quali porta avanti i suoi propri interessi, in conflitto con altre unità (che d’ora in poi chiameremo imprese) dello stesso genere. La forma di merce è evidentemente in stretta correlazione con quella di denaro, in definitiva con le diverse manifestazioni monetarie di quest’ultimo. Se si produ­cono merci, è ovvio che la ricchezza prodotta presenti sempre il suo aspetto monetario. La somma di merci è sempre tradotta in una somma di denaro. Il calcolo economico è di fatto effettuato in moneta. Questa acquista ogni cosa, ed ogni cosa può essere trasformata, in tempi più o meno lunghi, in moneta.
Se tra queste imprese si creano alleanze e collegamenti secondo le molte forme giuridiche esistenti per farlo, o se addirittura alcune di esse sono fagocitate da altre che le battono nella concorrenza, tutto ciò avviene per poter accrescere le capacità competitive delle imprese. Dal momento che il capitalismo è, produzione di beni e servizi in forma di merce, se ne deve necessariamente concludere che il conflitto inter-imprenditoriale è generale e permanente, mentre l’accordo, la fusione, il collegamento, l’inglobamento e l’incorporazione, tra imprese sono particolari e transitorie. Il conflitto è il fine, dice La Grassa, mentre l’accordo, l’alleanza, ecc. sono il mezzo per quel fine. Per poi precisare che non si tratta di “un conflitto fine a se stesso, ma a sua volta strumento per l’affermazione della propria temporanea predominanza”.
Quanto segue, è l’assunto sostanziale che allontana La Grassa da Marx.
L’elemento fondamentale, “essenziale”, del modo di produzione capitalistico non sarebbe, come sostiene Marx, la proprietà privata dei mezzi di produzione, cui si contrappone quella della forza o capacità lavorativa di coloro che sono pagati mediante salario e cioè il conflitto capitale-lavoro, ma il conflitto inter-imprenditoriale. E le forme proprietarie rappresentano i mezzi utilizzati dalle imprese per realizzare le condizioni migliori nelle quali collocarsi in vista del reciproco conflitto prima di tutto per la supremazia mercantile.
Secondo La Grassa, seguendo l’ottica marxiana della mera proprietà privata dei mezzi di produzione, si finisce per fissare l’attenzione sostanzialmente su di un fenomeno, la centralizzazione dei capitali, che porta alla fase monopolistica del capitalismo, come uno stadio irreversibile del suo sviluppo, che di centralizzazione in centralizzazione, dovrebbe portare al famoso ultra-imperialismo, o capitalismo pienamente organizzato, di Kautsky e Hilferding. Di fatto questa tendenza non si è mai realizzata, mentre oggi la conflittualità inter-imprenditoriale, con imprese ben più giganti di quelle dell’epoca di Lenin (e di Marx), si va progressivamente esasperando.

La struttura dell’impresa
Nel momento in cui si accetta la tesi che il conflitto tra imprese è l’elemento decisivo, e fondante, del capitalismo, è molto importante cercare di definire le strutture di dette imprese. Queste, in quanto entità produttive, sono costituite da collettivi di lavoro produttivo (salariato), a struttura piramidale, in cui, par­tendo dal basso, esistono i diversi ruoli del lavoro manuale ed esecutivo e, verso l’alto, i diversi ruoli del lavoro direttivo. Al vertice stanno i direttori dei dipar­timenti e delle divisioni, e, su tutti, il gruppo dirigente dell’impresa nel suo complesso.
L’impresa è un’organizzazione che, considerata in sé stessa, persegue finali­tà di profitto, utilizzando una razionalità produttiva (strumentale), con la ricerca di una efficienza economica fondata sulla migliore utilizzazione di una serie di risorse e di fattori produttivi (dove per migliore s’intende quella che minimizza i costi), per ottenere la massima produzione possibile (dove il massimo concerne in realtà il ricavo ottenibile dalla vendita delle merci). Ogni impresa cerca di conseguire un simile risultato in competizione con le altre, tra di esse si stabiliscono a volte rapporti di collaborazione (sostanzialmente e solo in funzione della volontà di prevalere su altri gruppi di imprese). Si tratta in realtà soltanto di semplici alleanze, poiché ogni impresa perse­gue il fine del successo, della prevalenza nella competizione, e in base a ciò regola la sua condotta che è di reciproca cooperazione (solo transitoria e locale) e di reciproca lotta (permanente e complessiva).

 

Le funzioni di direzione dell’impresa
L’organo dirigente dell’impresa espleta due funzioni ben differenti che, nelle imprese di maggiori dimensioni, tendono ad essere assun­te anche da soggetti concretamente distinti. E’ infatti necessario innanzitutto che:
1) si formi una gerarchia (interna) di ruoli al cui vertice si situa il gruppo, con il compito di assicurare la coesione dell’impresa, il coordinamento d’insieme, la migliore efficienza in termini di costi e ricavi. Tale gruppo gestisce i processi tecnici e amministrativi, forgia l’organizzazione e assume il comando diretto delle “truppe”.
2) venga affidata al gruppo in questione, o ad una sua sezione, anche la gestione, la promozione e l’utilizzazione delle innovazioni, siano esse di processo, (atte cioè a ridurre i costi unitari di produzione), o di prodotto, (in grado cioè di ampliare la gamma delle merci vendute) e di accrescere in tal modo la quota di mercato dell’impresa, indipendentemente da costi e prezzi.
Infatti, nel modo di produzione capitalistico, fondato sulla competizione tra imprese nei mercati, sia le innovazioni del primo tipo sia quelle del secondo, sono piegate alle esigenze di detta competizione, alla necessità cioè di battere i concorrenti e di appropriarsi di sempre mag­giori quote della ricchezza prodotta in forma monetaria. Va detto che, ai fini del conflitto inter-imprenditoriale, risultano però nettamente più decisive le innovazioni di prodotto, in particolare quando si tratti di prodotti interamente nuovi e non di nuove versioni di vecchi prodotti, che consentono di produrre, per un periodo di tempo più o meno lungo, in condizioni di quasi monopolio e di far così dirottare verso le imprese innovatrici, grosse quote di risorse (i “risparmi”) accumulate, in specie mediante il settore bancario, e finanziario in genere.
Ma vista l’organizzazione conflittuale della produzione capitalistica, non è pensabile che i gruppi dirigenti imprenditoriali possano limitarsi a svolgere soltanto funzioni di gestione tecnica, di organizzazione, di coordinamento d’insieme, di innovazione. E’ dunque necessaria una diversa funzione che:
1) abbia la visione d’insieme dell’impresa e del complesso delle sue potenzialità competitive, ivi comprese quelle attinenti alla sua flessibilità nell’adattarsi ad eventuali mutamenti delle modalità e del terreno del conflitto inter-imprenditoriale,
2) sia in grado nello stesso tempo di studiare attenta­mente queste modalità e lo specifico terreno dello scontro, di condurre un’adeguata politi­ca delle alleanze tra imprese, di scegliere i tempi più consoni all’acutizzazione del conflitto in questione, e di stringere legami con altri settori sociali non imprenditoriali, senza l’ap­poggio dei quali la “guerra tra imprese” risulterebbe non gradita a buona parte della popolazione, creando in questo modo un ambiente tendenzialmente ostile all’imprenditorialità e un indebolimen­to della sua egemonia, della sua presa ideologica.
Questa funzione, particolarmente complessa, viene assunta da un organo imprenditoriale dirigente con compiti strategici, di carattere fondamentalmente politico. Anche se tale organo spesso è in possesso dei pacchetti di controllo azionario delle imprese, non è però la proprietà ad essere decisiva, quanto piuttosto la sua funzio­ne strategico-politica, di una politica tutta intenta a favorire il succes­so di alcuni, e la loro predominanza su altri, nella competizione nell’ambito della sfera economica della società.
L’orga­no direttivo strategico, che pure ha un’attenzione prevalente ai fenomeni della sfera economica, si fa carico contemporaneamente, e necessariamente, dei compiti di coinvolgimento delle altre sfere della società capitalistica, quella più specificamente politica e quella ideologica. Solo l’adempimento di questi altri compiti, non più semplicemente economici, pur se espletati con l’utilizzazione di risorse finanziarie (sia ben chiaro!), consente alle imprese, centri in cui si produce la ricchezza nella sua forma generale di denaro, di non isolarsi dal resto della società, ma di conquistare invece in essa un’influenza che la permea nel suo insieme e di esercitare perciò un’autentica egemonia, di ottenere un consenso non disgiunto dall’uso del potere.

 

L’impresa e lo Stato
Va a questo punto sottolineato che la competizione, e il possibile successo in essa, rappresentano una forte molla per il consenso sociale, impossibile a raggiungersi, senza una regolamentazione del “gioco” competitivo e senza ideologie di mascheramento dei vari trucchi possibili per alterare queste regole a proprio vantaggio. E’ necessaria la presenza delle sfere sociali politica e ideologica, e cioè, usando le parole di La Grassa:

di complessi di rapporti sociali che si ‘rapprendono’, si ‘coagulano’, in apparati vari in cui si svolgono processi lavorativi il cui ‘prodotto’ sembra indirizzato a garantire gli interessi più generali e complessivi dell’insieme societario, dell’insieme dei suoi membri posti formalmente su un piede di parità, di eguaglianza (di possibilità)”.

Lo Stato è la denominazione del complesso degli apparati politici che sembrano svolgere compiti amministrativi per scopi pubblici, (l’interesse generale si dice correntemente) e non in funzione di particolari gruppi di potere sia esso economico e/o politico, come avviene di fatto nella realtà. Que­sti ultimi si pongono in conflitto anche nell’ambito della sfera politica (e degli apparati di Stato), ma con modalità e intenti assai diversi rispetto a quelli in vigore nella sfera economi­ca. Si tratta infatti di una competizione tra gruppi dominanti imprenditoriali di tipo strategico. Questi gruppi dominanti, sia economici che politici, sanno bene che non deve essere lesa l’unità dello Stato, perché resti salda tra la gente la credenza che tale unità serva alla prestazione di servizi per la società nel suo insieme, senza manifesto favoritismo a vantag­gio di certi gruppi sociali o di certi altri.
E così, la competizione, svolta nell’apparente saldezza dell’unità della sfera politica, e statale in particolare, porta alla formazione in detta sfera di gruppi dominanti che attuano strategie particolari, diverse da quelle svolte dai gruppi strategi­co-imprenditoriali nella sfera economica sia produttiva che finanziaria. Tra gruppi dominanti politici ed economici c’è sostanziale unità di intenti, per quanto concerne la riproduzio­ne dei decisivi rapporti capitalistici, ma anche frizioni dovute alla diversità dei compiti e delle modalità di esercizio della dominanza. E ulteriori diversità esistono con riguardo ai grup­pi dominanti e all’esercizio (e alle modalità) di tale dominanza nella sfera ideologica.
Il fulcro della sfera politica, lo Stato, è entità con competenze territoriali, che coinvolgono particolari aree geografico-culturali della formazione sociale capitalistica complessiva. In sostanza, agli Stati corrispondono dei paesi. Come si è già sottolineato, lo Stato esercita un potere che appare, e deve sempre apparire, unitario, pena la disgregazione della sua struttura, del complesso dei suoi apparati. Tuttavia, al suo interno si svolge una più o meno intensa lotta tra gruppi di agenti capitalistici dominanti.
Nella sfera economica, la competizione spezza l’unità della produzione in tante unità di carattere privato non tanto in senso giuridico, ma in quanto a separatezza e autonomia di dette unità. Infatti, La “socializzazione” di detta produzione (e cioè che essa, pur mirando al profitto, alla valorizzazione cioè dei capitali investiti nelle unità considerate, soddisfa al tempo stesso i bisogni creatisi nell’ambito di quella particolare forma storica di società), avviene indirettamente, è mediata dal mercato, dalla concorrenza mercantile. Dunque, la competizione aperta, cui è finalizzata anche ogni eventuale alleanza tra imprese, è in definitiva il collante sociale della sfera economica nel capitalismo. Del resto è proprio questo tipo di “socializzazione” mediante il conflitto che rende tale modo di produzione più dinamico e potente, in termini di creazione di ricchezza, rispetto a quelli finora conosciuti, compreso il socialismo reale, di fatto mero statalismo.
Nella sfera politica, almeno nel suo fulcro costituito dallo Stato, non è invece ammessa l’evidenziazione di una socializzazione indiretta tramite aperto conflitto fra gruppi di agenti politici dominanti. Tale conflitto è pur sempre presente, e spesso acuto. lo Stato, al di là della strutturazione (coordinata) in apparati vari, è campo sociale attraversato da una fitta rete di rapporti, a configurazione gerarchica, nel cui ambito si svolge, sordo e sotterraneo, il confronto per la supremazia tra gruppi di agenti dominanti di tipo particolare, che agiscono in collegamen­to con quelli dominanti di carattere strategico-imprenditoriale.
Ma, mentre la competizione tra questi ultimi prende la forma di concorrenza mercantile, sembra cioè risolversi nel confronto-scontro fra i prodotti delle attività gestite in reciproca lotta per prevalere nell’ambito del mercato, nella sfera politico-statale il conflitto precede sempre l’esito “produttivo” (servizi e funzioni di tipo “pubblico”) delle attività degli apparati in cui lo Stato si materializza. Quando i “prodotti” emergono – viene dunque posta in essere una certa politica avente determinati indirizzi – lo scontro tra agenti dominanti poli­tici, con “alle spalle” i loro referenti strategico-imprenditoriali, deve avere trovato il suo momento di sintesi in nome di un fondamentale interesse che riguardi l’intera collettività nazionale. O meglio: tale interesse solo in apparenza riguarda l’in­tera collettività e anche tramite le ideologie e i relativi apparati si fa di tutto per convincere quest’ultima che si tratta della realtà.
E’ in ogni caso evidente che, nel capitalismo, il potere viene gestito precipuamente mediante l’utilizzazione della forma generale secondo cui appare, in questa formazione sociale, la ricchezza prodotta: la forma di denaro. L’aspetto finanziario della ricchezza quindi – gli apparati in cui questo aspetto si concretizza, e le politiche (finanziarie, appunto) che di tali apparati sono il “prodotto” – diventa il tramite necessario tra politica (e ideologia) e produ­zione; dunque tra gli agenti dominanti politico-ideologici e quelli strategico-imprenditoria­li. La produzione (di merci a mezzo di merci) esige la presenza dell’equivalente generale delle stesse (questa è la parte più banale del problema). Ma tutta la politica delle in­novazioni sarebbe resa estremamente difficoltosa senza la “liquidità” della ricchezza. Al­trettanto difficile, forse impossibile, sarebbe la politica delle dirigenze imprenditoriali di carattere strategico con riferimento alla possibilità di incorporare le unità imprenditoriali sconfitte nella competizione (senza semplicemente distruggerle), alla utilità o esigenza di stabilire alleanze con altre unità dello stesso tipo, alla capacità di influire decisamente e di coinvolgere nel conflitto inter-imprenditoriale gli appa­rati, quindi gli agenti dominanti, della sfera politica (e statale) e di quella ideologico-cultu­rale.
Terminate le precisazioni, meglio ancora le premesse teoriche fondamentali dell’elaborazione lagrassiana, possiamo passare alla lettura dell’imperialismo secondo l’autore.

 

L’Imperialismo di Lenin secondo La Grassa

Per semplicità espositiva e anche per una migliore comprensione delle “novità” rispetto alla teoria leniniana, ricordiamo brevemente le cinque carat­teristiche dell’imperialismo individuate da Lenin:
1)  centralizzazione monopolistica dei capitali quale stadio supremo del capitalismo;
2) formazione del capitale finanziario in quanto simbiosi tra capitale bancario e  capitale industriale;
3) sviluppo relativamente maggiore dell’espor­tazione di capitali rispetto a quella di merci;
4) competizione tra grandi concentrazioni monopolistiche per la spartizione del mercato mondiale;
5) conflitto tra Stati (grandi poten­ze) per la divisione del mondo in zone di influenza.

Vale la pena sottolineare che, per Lenin, la caratteristica essenziale è sicuramente la prima. La Grassa sostiene una differente concezione, e riduce le cinque caratteristiche alle ultime due, e non solo!
In primo luogo, dopo quanto detto in precedenza, risulta chiaro che per La Grassa non esiste l’ultimo (o supremo) stadio di una progressiva centralizzazione dei capitali. Come abbiamo visto, tale idea ha come sottofondo la concezione marxiana relativa al carattere (“essenzialmente”) pro­prietario del modo di produzione capitalistico, da cui deriva che la tendenza intrinseca di quest’ultimo conduce alla formazione di un ristretto gruppo di semplici rentier, ad un polo della società, e di una gran massa di lavoratori salariati (dai massimi dirigenti ai più bassi livelli esecutivi), “il lavoratore collettivo cooperativo” all’altro polo. Nell’analizzare l’impresa è risultato evidente che i gruppi di agenti dominanti strategico-imprenditoriali non sono affatto dei sem­plici rentier.

E dal momento che:
1) non sussiste la tendenza alla progressiva, e sempre crescente centralizzazione monopolistica, ma semmai soltanto alla crescita delle dimensioni delle imprese;
2) l’elemento essenziale del capitalismo è il conflitto e non la proprietà;
3) in tale conflitto, e non in una presunta socializzazione crescente delle forze produt­tive risiede l’indubbia capacità del capitalismo di svi­luppare le forze produttive, sia pure nel caos e nell’anarchia, più di ogni altra formazione sociale finora conosciuta;
4) tale conflitto conduce solo momentaneamente (nel senso di epoca storica) alla supremazia monocentrica, mentre poi esso si riacutizza policentricamente, e non tanto con i metodi del plusvalore relativo (e cioè con le innovazioni di processo) ma piuttosto con la riclassificazione, la ristrutturazione e l’apertura di nuovi settori produttivi (e cioè le innovazioni di prodotto, assai più decisive delle prime).

Se ne conclude che:
1) i gruppi dominanti capitalistici sono quelli strategico-imprenditoriali, e il considerare questi ultimi quali puri parassiti, sin­tomi di disfacimento e putrefazione del capitalismo, è un errore fatale per la lotta anticapitalistica;
2) il relativo monopolio è tipico delle epoche monocentriche, mentre quelle policentriche (quelle in cui si afferma l’imperialismo) vedono la sua attenuazione, proprio il contrario di quanto pensava Lenin che del mono­polio faceva la caratteristica principale di tale fase capitalistica.

Lenin, che nella pratica, individua nell’im­perialismo lo scatenarsi della lotta più aspra possibile tra capitalismi ai fini della prevalen­za di alcuni di essi sugli altri, non rimette in discussione l’ortodossia marxista – anzi di questa finisce con l’accettare la versione peggiore, quella kautskiana, che riduce il “lavo­ratore collettivo cooperativo” alla sola “classe operaia” – e si trova invischiato nella presun­ta tendenza progressiva alla centralizzazione monopolistica. Sostiene che il monopolio non elimina la concorrenza, ma la “porta ad un livello più alto”, affermazione generica, contraddittoria, che fa il paio con l’accettazione, sia pure “in ultima istanza”, della tesi ul­tra-imperialistica di Kautsky, che cercherà di confutare sul piano pratico con l’appello alla rivoluzione proletaria generale.
In realtà, la fase impe­rialistica – in quanto non ultimo stadio del capitalismo, ma sua fase ricorsiva di tipologia aper­tamente policentrica, non è quella contraddistinta dalla crescente monopolizzazione, pur se in essa si affrontano per la predominanza imprese giganti.
E dunque, la prima caratteristica di Lenin può essere, tralasciata. Ma anche la seconda non resta immune dai mutamenti concet­tuali che La Grassa propone relativamente all’elemento su cui “fondare” il modo di produzione capi­talistico. Resiste certo l’idea brillante della simbiosi tra capitale bancario e industriale. Tuttavia, nella sua impostazione non vi è dubbio che la prevalenza, pur nella simbiosi tra i due, spetta al capitale bancario, e questo è logico sempre che si parta dalla già considerata accettazione della concezione marxiana del modo di produzione capitalistico (che in quest’ultimo considera decisiva la tendenza alla centralizzazione proprietaria e alla formazione dei rentier quale gruppo dominante supremo nel capitalismo).
Tutte le forme del conflitto nella sfera economico-produttiva, per essere sfruttate appieno, esigono la rapida disponibilità di somme cospicue. Una parte consistente del capitale non può dunque essere immobilizzata, ma deve poter essere facilmente tradotta in liquido. E’ ovvio che su questa parte cresca un settore “specializzato” in operazioni finanziarie, che crea ulteriori attività imprenditoriali e su di esse si concentra senza necessariamente tener conto degli altri setto­ri. E’ altrettanto ovvio che in esso si sviluppino operazioni speculative. Ma è però necessario capire da dove derivano, e perché, le “risorse finanziarie”. Queste prendono origine non dall’affermazione come gruppo domi­nante, di tipo parassitario, dei “tagliatori di cedole”, ma dalle esigenze della competizione a tutto campo, economico-produttiva, finanziaria, politico-ideologico-culturale, tra i vari gruppi strategico-imprenditoriali, autentici insiemi di agenti dominanti nel capitalismo che si scontrano per la supremazia, innanzitutto nei mercati, ma non solo in questi.
In definitiva, la finanza è certamente indissolubile dal capitalismo, in quanto produzione di merci, soggette agli scambi nelle varie forme monetarie, ma le epoche in cui la finanza si dilata, accrescendo il caos e l’anarchia tipica del capitalismo, sono quelle policentriche, quelle imperialistiche.
Per quanto riguarda la terza caratteristica, non vi è dubbio che gli investimenti all’estero assumono decisiva importanza rispet­to alla semplice esportazione di merci (chiara indicazione relativa sia alle crescenti dimensioni, e relativa ramificazione (filiali, ecc.), delle imprese, sia soprattutto alle esigenze in­trinseche al loro conflitto per la supremazia nei mercati (che attiene alla quarta caratteristica leniniana). Di conseguenza, il realismo delle considerazioni intorno alla finanziarizzazione del capitale e agli investimenti all’estero delle grandi imprese non cancella la chiara subordinazione di entrambi i processi al conflitto inter-imprenditoriale in quanto carattere cruciale (della dina­mica) del modo di produzione capitalistico. Tutto questo ha convinto La Grassa che la quarta e la quinta caratteristica dell’imperialismo secondo Lenin, sono più che sufficienti a definire questa fase ricorsiva (e non stadio) dell’evoluzione del modo di produzione capitalistico.

 

Le trasformazioni delle due caratteristiche leniniane secondo La Grassa
In realtà, nella teorizzazione lagrassiana, entrambe mutano notevolmente il loro aspetto caratteristico. Nell’elaborazione leniniana si parla di grandi concentrazioni economiche (monopolistiche) e di Stati (grandi potenze) in lotta fra loro. In questo modo, sostiene La Grassa, si finisce col concentrare l’attenzione sugli aspetti “materiali” del conflitto inter-capitalistico. E si finisce col dimenticare che, nella concezione di Marx, l’analisi decisiva deve svelare l’assetto dei rapporti sociali celati nelle loro concretizzazioni istituzionali. La Grassa preferisce indicare perciò, come caratteri specifici di una fase pienamente imperialistica:

  1. a) l’esistenza di grandi concentrazioni imprenditoriali capitalistiche di tipo oligopolistico, nell’industria come nella finanza, in acuta competizione sul piano mondiale, per l’acquisizione di sempre maggiori quote di mercato;

  2. b) l’esistenza di un conflitto altrettanto acuto, ma condotto con metodi differenti, tra Stati, o comunque tra gruppi di agenti capitalistici di tipologia politica, con estensioni nell’attività militare, per la conquista di sempre più ampie sfere di influenza cui va aggiunto il confronto tra agenti portatori di ideologie diverse per l’egemonia culturale.

In questo modo, si sottolinea l’importanza dell’organismo politico-statale che non è mero strumento nelle mani delle classi dominanti. Se dunque fissiamo l’attenzio­ne sugli agenti sociali, in linea di principio gli agenti dominanti di ogni sfera sociale vengono messi sullo stesso piano.
I dominanti nella sfera economica (gli agenti strategico-imprenditoriali) e quelli della sfera politica (e militare) o di quella ideologica hanno obiettivi e strategie differenti. I secondi, in particolare quelli politico-militari, che confliggono fra loro per le sfere di influenza, hanno spesso una visione degli interessi di interi sistemi (“nazionali”) economico-sociali più complessiva di quella dei primi, ovviamente più attenti ai problemi delle imprese o gruppi di imprese da essi controllati, fra loro in competizione più che altro per le quote di mercato. In ogni caso, l’accertamento della prevalenza nell’insieme della società degli agenti dominanti in una delle differenti sfere sociali non è una semplice questione di definizione teorica, ma soprat­tutto di congiuntura pratico-politica. Una volta definito l’imperialismo nel modo appena indicato, con tutte le conseguenze che ne derivano, anche le geniali intuizioni leniniane ne escono rafforzate e parzialmente riutilizzabili.
Scompare la tendenza alla centralizzazione ultra-imperialistica, e si evidenziano le contraddizioni tra i dominanti, da sfruttare per eventuali trasformazioni sociali, anche rivoluzionarie dei dominati. Senza però nutrire illusioni (deterministiche) sulla “vicinanza” di queste ultime, dal momento che il capitalismo non è arrivato al suo stadio “maturo” o “morente”. Si rafforza nettamente la tesi di una necessaria finanziarizzazione del capitale, pur sapendo che non si tratta di stadio irreversibile e definitivo relativo alla putrescenza del capitalismo, dato che quest’ultimo, pur nell’anarchia e nel caos, può vivere ancora fasi di forte sviluppo delle forze produttive.
Si comprende anche meglio l’affermazione leniniana circa l’Oriente socialmente arretrato ma politicamente avanzato. In realtà, non esiste una “classe universale”, oggettivamente (in sé) formata dalla dinamica di sviluppo del modo di produzione capitalistico e investita della missione salvatrice dell’intera umanità. Vi sono “nel mondo” strutturazioni sociali complesse, contraddizioni multiple che, a partire dall’esplosione aperta di quelle interne ai gruppi dominanti, possono condurre in direzioni diverse, aprendo spazi a forze alternative, “antisistema”.
Si comprende anche perché Lenin accentuasse tanto l’aspetto politico del conflitto, poiché nutriva la profonda convinzione della possi­bilità di un intervento decisivo in esso degli Stati (secondo il linguaggio lagrassiano, dei gruppi dominanti politico-militari), ma anche di “avanguardie” determinate a cogliere la congiun­tura (spazio-temporale) particolare in cui operare per il rovesciamento dell’intero insieme dei dominanti.
La definizione dell’imperialismo, in quanto fase ricorsiva tramite le due caratteristiche appena più sopra indicate, permette dunque un’indagine puntuale intorno alla strutturazione del campo capitalistico uscito dalla seconda guerra mondiale. Ne emerge la sua particolare configurazione monocentrica, alcuni tratti importanti della quale si sono andati formando a causa della presenza del campo avverso (sedicente “socialista”), mentre altri erano fondamentalmente autonomi. Emerge la struttura dei blocchi dominanti nel paese centrale (USA) e in quelli capitalisticamente sviluppati ma non centrali (europei occi­dentali e Giappone), mettendo in luce quanto offuscato dalla generale ideologia denomina­ta “keynesismo” e dal successivo riaccendersi del conflitto tra quest’ultima e la più vecchia ideologia liberista, tornata in voga negli ultimi decenni.
Permette infine di chiarire cosa si nasconde dietro le espressioni “keynesismo di guerra” (struttura degli agenti dominanti nel paese centrale) e “keynesismo sociale” (configurazione del blocco dominante nei paesi non cen­trali), e di svelare soprattutto con chiarezza le caratteristiche peculiari dei gruppi dominanti che rendono gli USA ancor oggi il paese centrale, esercitante cioè una netta supremazia; e non solo di tipo militare cui troppo spesso, e superficialmente, si fa esclusivo riferimento.
Secondo La Grassa, la centralità statunitense dipende attualmente soprat­tutto dal gruppo di agenti dominanti politico-militari (e anche ideologici), mentre in qual­che misura si è riacceso, in specie dopo la ri-mondializzazione capitalistica successiva al 1989-91, il conflitto tra gli agenti dominanti strategico-imprenditoriali centrali e non centra­li, pur se quest’ultimo è comunque ancora largamente segnato dalla supremazia statuniten­se nel campo della ricerca scientifico-tecnica e, dunque, delle innovazioni (in specie di pro­dotto), supremazia cui non è certo estranea quella schiacciante di tipo politico e soprattutto militare.
In ogni caso, la ri-mondializzazione capitalistica non ha mutato in profondità la struttura dei blocchi dominanti nella formazione capitalistica centrale e in quelle non centrali, mentre nuovi paesi emergenti insidiano le potenzialità di sviluppo e di espansione di queste ultime. Nonostante le debolezze da cui sono affetti i blocchi dominanti dei paesi non centrali – e anche quelli in formazione nei paesi emergenti – si è in misura non irrilevante riattizzato il conflitto tra dominanti strategico-imprenditoriali, mentre quello tra agenti di tipologia politico-militare vede tuttora una supremazia a senso unico, contrastata forse da “strane” vie traverse, cui potrebbe appartenere il cosiddetto “terrorismo” (non le lotte di liberazione nazionale, tipo quella palestinese, che vengono confuse, da corrotti e disonesti ideologhi occidentali, con quest’ultimo).
Per La Grassa l’epoca attuale sarebbe dunque caratterizzata da una situazione di semimperialismo, eminentemente instabile e quindi aperta a soluzioni opposte, e cioè il rinsaldarsi del monocentrismo statunitense, questa volta a livello mondiale complessivo, o l’entrata progressiva nella fase pienamente policentrica, cioè imperialistica, dando tuttavia aperta preferenza alla previsio­ne dell’attuarsi di questa seconda situazione. Questo è però esatta­mente il percorso della scienza, differente da quello delle profezie fondate su dogmi intoccabili o su confuse, indefinibili, aspirazioni moralistiche. Non inutili queste ultime, sia chiaro (a differenza dei dogmi), quando spingono comunque ad opporsi alla prepotenza dei dominanti.

Proviamo a riassumere:

Imprese, (e cioè un sistema di unità produttive (e finanziarie), fra loro “autono­me” e separate, in reciproco conflitto) e Stato (e cioè l’insieme dei gruppi di agenti dominanti che si combattono nell’ambito dell’unità politica così denominata, unità che va preservata onde mantenere l’egemonia capitalistica fondata sull’apparente perseguimento di fini “pubblici”, di interesse generale), sono gli elementi costitutivi e fondanti del capitalismo imperialistico. Quest’ultimo non è, come pensava Lenin, uno stadio (quello monopolistico, sicuramente irreversibile) del modo di produzione capitalistico. Si tratta invece di una fase (ricorsiva) dello svi­luppo di quest’ultimo, in cui sistema di imprese e Stato agiscono insieme, ma con modalità differenti e compiti parzialmente separati, pur se fra loro intrecciati, perseguendo scopi di ampliamento di quote di mercato (per quanto riguarda la competizione tra imprese) e di sfere di influenza (per quanto riguarda il conflitto tra Stati). Come si vede, si tratta della quarta e della quinta caratteristica dell’imperialismo secondo la definizione di Lenin, che diventano perciò, secondo la concezione proposta da La Grassa, le vere caratteristiche decisive dell’imperialismo.
Una simile impostazione del problema sembra non discostarsi molto dal­le tesi leniniane. In realtà, lo spostamento è piuttosto netto. Come abbiamo già detto, Lenin, una volta elencate le cinque caratteristiche dello stadio imperialistico, affermava che una definizione sintetica di quest’ultimo poteva limitarsi ad indicare come decisiva la prima caratteristica, quella relativa al carattere monopolistico del capitalismo.
In questo modo, veniva enfatizzato il lato economico di tale modo di produzione, ponendo inoltre in luce il presunto limite costituito dalla centralizzazione monopolistica dei capitali, che acuiva fino al punto di rottura la contraddizione tra rapporti fondati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e socializzazione delle forze produttive. E’ altrettanto vero che Lenin pensava ad un’acutizzazione della concorrenza talmente forte che avrebbe portato fino al coinvolgimento degli Stati nell’ambito di uno scontro che avrebbe assunto caratteri bellici di portata mondiale. Ma tali Stati venivano però considerati fondamentalmente quali semplici strumenti delle classi dominanti capitalistiche (di tipo economico) in reciproco conflitto (inter-monopolistico).
Centrando la definizione di imperialismo sulla quarta e sulla quinta caratteristica, La Grassa provoca uno spostamento non indifferente del punto di vista secondo cui osservare tale problema. Intanto, come già rilevato, si tratterebbe di una fase ricorsiva della struttura dei rapporti interni alla formazione sociale mondiale capitalistica; non di un ultimo stadio, di una fase suprema, ecc. Inoltre, pur se “in ultima istanza” la sfera economica è dominante nel capitalismo, quella politica, (in quanto campo sociale attraversato da rapporti conflittuali tra agenti dominanti di un certo tipo, pur quando esso si configuri quale entità unita­ria nello Stato) gode di una “relativa autonomia”, non è mero strumento al servizio, diretto e immediato, degli agenti dominanti di tipo economico.
Questi ultimi devono per necessità intrinseche alla riproduzione degli specifici rapporti sociali capitalistici, concentrarsi sulla competizione tra quegli organismi particolari, le imprese, che si assumono i compiti produt­tivi nell’attuale forma di società. D’altra parte, è tale competizione ad attribuire al capitali­smo le sue modalità altamente dinamiche, la sua capacità di autotrasformazione mediante la distruzione creatrice. il suo spirito propulsivo in tema di innovazioni, con particolare riguar­do a quelle di prodotto, quelle che aprono nuove direttrici di sviluppo, che ampliano spesso le frontiere della conoscenza scientifica.
E’ evidente che il concentrarsi sulla competizione di tipo economico, in presenza di una creazione di ricchezza che appare in tutto il suo sfavillio soprattutto nella forma di moneta, impedisce agli agenti dominanti della sfera produttiva (dominante a sua volta nella società) di ampliare la loro visione alla formazione sociale nel suo complesso, all’insie­me dei rapporti sociali che la costituiscono e che in certi casi potrebbero creare ostacoli all’ordinato riprodursi dei predominanti rapporti del modo di produzione capitalistico. Negli spazi aperti dalla competizione economica, dalla carenza di visione complessiva degli agenti strategico-imprenditoriali, si situano, interponendosi tra questi ultimi, gruppi di agenti che ascendono, pur sempre in reciproco conflitto, alla dominanza mediante la visione d’insieme della riproduzione sociale, visione che esige, pur nella lotta, unitarietà di indirizzo e capacità di sintesi, onde sussumere il molteplice atteggiarsi dei valori e scopi, relativi alla collocazione di diversi raggruppamenti nella struttura complessiva dei rappor­ti societari, sotto la riproduzione dei rapporti capitalistici.
Infine, va sottolineato sia la concezione leniniana relativa all’intreccio ineliminabile tra capitale produttivo e capitale finanziario, sia l’ampliarsi di quest’ultimo nelle epoche policentriche di acutizzazione del conflitto inter-capitalistico (e inter-imperialistico). Che su tale ampliamento si inseriscano le manovre speculative dei “profittatori” è caratteristica ineludibile della riproduzione capitalistica. Essa non contraddistingue però uno stadio di semplice decadenza e putrescenza del capitalismo (imperialistico), non indica la trasformazione tendenziale dei funzionari del capitale in puri rentier.
L’aspetto finanziario – legato al mantenimento della ricchezza in forma liquida o facilmente liquidabile – è essenziale per la competizione tra agenti dominanti strategico-im­prenditoriali; è necessario all’incorporazione delle imprese sconfitte, alle alleanze tra im­prese, alle innovazioni, al coinvolgimento delle sfere politica e ideologica nella competizio­ne inter-imprenditoriale. Esso è inoltre indispensabile all’attività dello Stato, al manteni­mento di quello spazio sociale unitario, di sintesi, aperto tuttavia allo scontro tra particolari agenti dominanti capitalistici cui è affidata una visione più complessiva, cioè relativa a interi sistemi capitalistici, a vaste aree geografico-socio-culturali (“nazionali” in senso lato) della formazione sociale capitalistica complessiva. Con il corollario, dunque, che gli Stati ­questi campi di rapporti conflittuali tra agenti dominanti di tipo politico – si scontrano fra loro per la supremazia di alcune di queste “aree” (paesi) su altre. In questo scontro, che si avvale di mezzi particolari fra cui sono ancor oggi decisivi quelli di tipo bellico, è pur sem­pre indispensabile il reperimento e l’utilizzo di risorse finanziarie.

Essere contro il capitalismo significa mantenere aperta una riflessione critico-rivoluzionaria sull’attuale assetto dei rapporti sociali dominanti, significa perciò non rassegnarsi, pur in presenza di una grave sconfitta storica e della necessità di ripensare radicalmente cosa sia questa società e come può essere trasformata, al dilagare della prepotenza, dell’ingiustizia, dello schiacciamento dei più deboli, dell’inciviltà e dell’incultura, ecc. che caratterizzano questi tempi bui. Essere semplicemente contro il capitale finanziario è ripetizione di un errore ripetuto infinite volte da oltre un secolo”.

 

Epoche monocentriche versus epoche policentriche
E’ ovvio che il conflitto – sia che si consideri un solo settore produttivo o il sistema nel suo complesso; sia che si guardi ad un sistema “nazionale” o al complesso della formazione sociale capitalistica – termina, ad un certo punto, con la vittoria, mai definitiva, di una data impresa o gruppo di imprese, di un dato sistema “naziona­le” o di gruppi collegati di questi, ecc. Si configura così una struttura piramidale d’in­sieme, con gruppi di imprese o di sistemi “nazionali” delle stesse (o uno solo di questi sistemi) al suo vertice. Non per questo il conflitto cessa. Esso continua nella forma della “guerra di posizione”, che sostituisce quella “di movimento” condotta fino a quel momento. Nel frattempo, altri gruppi di imprese vengono via via costituendosi e/o rafforzandosi, nelle viscere del sistema controllato dal vertice della piramide (il “centro” del sistema stesso), avvalendosi di forme giuridico-finanziarie, di varie manovre attinenti alla diversa modalità dei mezzi di controllo imprenditoriale (ponendo al centro la proprietà azionaria o invece l’assegnazione ai manager del potere supremo), ma si sviluppano soprattutto attraverso i processi di innovazione e con il coinvolgimento nel conflitto della sfera politica e della sfera ideologica. Fino a quando il precedente ordine relativamente piramidale non viene completamente sconvolto e rimesso pienamente in discussione tramite lo scatenamento di una nuova guerra di movimento che dovrà, alla fine di un lungo periodo, riassegnare la vittoria, cioè la supremazia, a “qualcuno”.
Posta così la questione, appare evidente che non ha senso immaginare una tendenza lineare alla centralizzazione monopolistica dei capitali. Non bisogna mai confondere il gigantismo imprenditoriale, che tendenzialmente appare sempre in crescita, con l’effettivo potere di monopolio di un’impresa o di un gruppo delle stesse o addirittura di un sistema “nazionale” nell’ambito della formazione sociale capitalistica mondiale. La relativa preva­lenza monopolistica si ha nelle epoche, che La Grassa denomina per questo monocentriche, con struttura grosso modo piramidale, e presenza di un conflitto sordo manifestantesi come guerra di posizione, ecc. E’ chiaro che tale conflitto, in continua evoluzione, rimette sempre in discussione la suprema­zia esercitata in quella data epoca, con lo scardinamento della situazione monopolistica e con l’esplosione della guerra di movimento, caratterizzata da innovazioni (di processo ma soprattutto di prodotto) e da un ampio coinvolgimento del potere politico-ideologico.
Nelle fasi monocentriche, è probabile che la relativa tranquillità (monopolistica) favorisca l’ascesa di gruppi manageriali – senza (o con scarsa) proprietà azionaria – alla direzione strategica delle imprese. Nelle fasi policentriche, che fanno saltare la situazione monopolistica, i vari gruppi di agenti strategi­co-imprenditoriali in reciproco conflitto hanno bisogno di proteggersi più adeguatamente dagli avversari, e dunque “blindare” la proprietà può essere a volte un buon mezzo di difesa, così come il lanciare operazioni di acquisto azionario quanto meno coadiuva l’offensiva e l’aggressività. Attività che, da sole, non sono sufficienti. Sono molto appariscenti sul davanti della scena, ma decisamente più importanti sono i processi innova­tivi e, forse ancora di più, i coinvolgimenti politici, ecc.
La conclusione di tutto questo discorso sta nell’affermare che la centralizzazione monopolistica non è uno stadio dello sviluppo capitalistico – non è né irreversibile né supremo o ultimo – ma più semplicemente una caratteristica delle situazioni monocentriche, di momentanea vittoria di una impresa o grup­po di imprese (in uno o più settori produttivi) o di interi sistemi “nazionali” nell’ambito dell’insieme della società capitalistica. Ed è proprio in questo secondo caso, che si può parlare di epoca monocentrica. Nelle situazioni (o meglio ancora nelle epoche policentriche), malgrado il gigantismo delle imprese, si verifica precisamente la rimessa in discussione della struttura monopolistica.

 

Alcune considerazioni
Le ragioni di queste righe sono praticamente due e, in un certo senso entrambe di ordine personale, e cioè il mio bisogno di misurarmi con il pensiero di Gianfranco La Grassa per poi appropriarmene e, attraverso una corretta volgarizzazione, trasformarlo in strumento di battaglia teorica, inserendomi così nel dibattito in corso sul blog di “Ripensare Marx” con alcuni elementi di propositività. Tutto questo, dopo aver contribuito a “demolire” quelle argomentazioni che vedono le posizioni di La Grassa cinicamente proiettate in uno spazio soltanto geopolitico e del tutto estranee alla “lotta di classe”, e aver fatto alcune considerazioni “critiche” su l’elaborazione di Gianfranco!
L’intento dunque è chiaro. Il desiderio di portare il mio modesto contributo alla discussione e non la giusta linea tanto meno proletaria! Visto però che, sia pure ironicamente, ho fatto riferimento ad un linguaggio assai in voga oltre una cinquantina di anni fa, farò un salto ad un anno fatidico per il movimento comunista internazionale, il 1963, anno in cui si consumò la rottura tra l’U.R.S.S. e la Cina popolare, un evento drammatico per chi, come me, si affacciava al comunismo e credo anche per i comunisti di tutto il mondo.

Riassumo per i più giovani, i tempi della rottura.
Il 30 marzo 1963 il Comitato centrale del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) scrisse una lettera al Comitato centrale del PCC (Partito Comunista Cinese). La risposta del PCC (nota successivamente come i venticinque punti) il 14 giugno 1963. Ai venticinque punti il Comitato centrale del PCUS risponderà, con una lettera aperta sulla Pravda, il 14 luglio 1963. I cinesi risponderanno a loro volta con un articolo “Le origini e lo sviluppo delle divergenze tra i dirigenti del PCUS e noi”, sul Quotidiano del popolo il 6 settembre 1963 e sarà la rottura definitiva. Anche se espressa in termini di “divergenze”. L’attenzione all’unità c’è stata sempre, anche se spesso soltanto formalmente, nel movimento comunista internazionale!
Ma le ragioni della rottura erano già tutte contenute nei venticinque punti.
Penso ai lettori, soprattutto ai più giovani, che si staranno chiedendo: ma tutto questo cosa c’entra con La Grassa e, soprattutto con l’oggi? Ebbene, la ragione di questo tuffo nel passato è legata al mio bisogno di inguaribile maoista di ricordare che il movimento comunista internazionale ha di continuo (e giustamente) inteso l’imperialismo come una teoria che interpretava la realtà capitalistica senza più ricondurla alla sola contraddizione capitale-lavoro. Il quarto dei venticinque punti rappresenta la realtà del mondo del 1963 in quattro contraddizioni fondamentali. In realtà non si tratta affatto di nostalgia, quanto piuttosto della necessità anche per noi, oggi, di fare i conti con il mondo che abbiamo di fronte e non con i nostri sogni!
Ed ecco qui di seguito, riportati per intero, i punti quattro e cinque. Mentre il punto quattro rappresenta la teoria, il punto cinque rappresenta invece i rischi che si corrono nell’allontanarsene.

4. La linea generale del movimento comunista internazionale ha per punto di partenza l’analisi di classe concreta della politica e dell’economia mondiale nel loro complesso e delle attuali condizio­ni mondiali, ossia delle fondamentali contraddizioni nel mondo contemporaneo. Se si evita l’analisi di classe concreta, ci si sofferma a caso su alcuni fenomeni superficiali, e si traggono conclusioni sog­gettive e infondate non sarà mai possibile giungere a conclusioni corrette riguardo alla linea generale del movimento comunista internazionale, ma si scivolerà inevitabilmente su una via del tutto diversa da quella del marxismo-leninismo.
Quali sono le contraddizioni fondamentali del mondo contem­poraneo? I marxisti-leninisti sostengono coerentemente che sono le seguenti:
– la contraddizione tra il campo socialista e il campo im­perialista;
– la contraddizione tra il proletariato e la borghesia nei paesi capitalisti;
– la contraddizione tra le nazioni oppresse e l’impe­rialismo;
– le contraddizioni dei paesi imperialisti tra loro e dei gruppi monopolistico-capitalistici tra loro.

La contraddizione tra il campo socialista e il campo imperiali­sta è una contraddizione tra due sistemi sociali fondamentalmente diversi: socialismo e capitalismo. Essa è senza dubbio acutissima. Ma i marxisti-leninisti non devono considerare le contraddizioni nel mondo come se si riducessero alla contraddizione pura e semplice tra il campo socialista e il campo imperialista. L’equilibrio interna­zionale delle forze è mutato e si è sempre più spostato a favore del socialismo e di tutti i popoli e le nazioni oppresse del mondo, diventando così estremamente sfavorevole per l’imperialismo e i rea­zionari di tutti i paesi. Ciononostante, le contraddizioni enumerate sopra esistono ancora oggettivamente. Queste contraddizioni, e le lotte alle quali danno adito, sono interdipendenti e si influenzano l’una con l’altra. Nessuno può dimenticare alcuna di queste contrad­dizioni fondamentali o sostituirne soggettivamente una a tutte le altre. È inevitabile che queste contraddizioni diano adito a rivolu­zioni popolari, che sono le sole a poterle risolvere.

  1. Le seguenti opinioni erronee dovrebbero essere respinte in merito alla questione delle contraddizioni fondamentali nel mondo contemporaneo:

  2. a) il cancellare il contenuto di classe nella contraddizione tra i campi socialista e imperialista e il non riuscire a vedere questa contraddizione come una contraddizione tra Stati sotto la dittatura del proletariato e Stati sotto la dittatura dei monopolisti;

  3. b) il riconoscere soltanto la contraddizione tra i campi socia­lista e imperialista, respingendo e sottovalutando invece le contrad­dizioni fra il proletariato e la borghesia nel mondo capitalistico, tra le nazioni oppresse e l’imperialismo, dei paesi imperialisti tra loro e dei gruppi monopolisti tra loro, e le lotte alle quali queste con­traddizioni danno adito;

  4. c) l’affermare riguardo al mondo capitalistico che la con­traddizione tra il proletariato e la borghesia può essere risolta senza una rivoluzione proletaria in ciascun paese e che la contraddizione tra le nazioni oppresse e l’imperialismo può essere risolta senza la rivoluzione da parte delle nazioni oppresse;

  5. d) il negare che lo sviluppo delle contraddizioni inerenti al mondo capitalistico contemporaneo conduca inevitabilmente a una nuova situazione in cui i paesi imperialisti sono impegnati in una lotta intensa e l’affermare che le contraddizioni tra i paesi imperia­listi possano essere conciliate o persino eliminate da accordi inter­nazionali tra i grossi monopoli”;

  6. e) l’affermare che la contraddizione tra i due sistemi mon­diali del socialismo e del capitalismo scomparirà automaticamente nel corso della competizione economica”, che le altre contraddi­zioni mondiali fondamentali faranno automaticamente altrettanto con la scomparsa della contraddizione tra i due sistemi e che appa­rirà un “mondo senza guerre”, un nuovo mondo di “cooperazione generale”.

È naturale che queste opinioni erronee conducano inevitabilmen­te a scelte politiche erronee e dannose e quindi a fallimenti e a per­dite di questo o quel genere per la causa dei popoli e del socialismo”.

Oggi, la situazione che abbiamo di fronte non assomiglia nemmeno lontanamente alla situazione descritta dal punto quattro e sono venute alla ribalta altre contraddizioni a caratterizzare il mondo attuale. A mio parere, l’elaborazione del concetto di Imperialismo di Gianfranco La Grassa (che non voglio assimilare alla teoria delle quattro contraddizioni), ripercorre però un’identica esigenza, più libera però in termini di ricerca e, ovviamente meno efficace in termini politici, non avendo dietro di sé, il colosso cinese.
Cosa è che rende alcuni, sospettosi rispetto alle tesi di La Grassa? Ho usato l’aggettivo “sospettosi” e non “critici” a ragion veduta, nel senso che la critica è legittima per definizione, mentre il sospetto… Quasi alla fine del penultimo paragrafo dello scritto appena presentato, ho citato una frase di La Grassa che mi trova totalmente d’accordo!

Essere contro il capitalismo significa mantenere aperta una riflessione critico-rivoluzionaria sull’attuale assetto dei rapporti sociali dominanti, significa perciò non rassegnarsi, pur in presenza di una grave sconfitta storica e della necessità di ripensare radicalmente cosa sia questa società e come può essere trasformata, al dilagare della prepotenza, dell’ingiustizia, dello schiacciamento dei più deboli, dell’inciviltà e dell’incultura, ecc. che caratterizzano questi tempi bui. Essere semplicemente contro il capitale finanziario è ripetizione di un errore ripetuto infinite volte da oltre un secolo”.

Proverò ora ad analizzarla passo passo, e strada facendo, cercherò di evidenziare quello che speravo si trovasse già bello e pronto in La Grassa e che ora penso invece debba essere il risultato di una elaborazione a più mani.

Essere contro il capitalismo significa mantenere aperta una riflessione critico-rivoluzionaria sull’attuale assetto dei rapporti sociali dominanti, …”.

Dunque, senza un’appropriata teoria, niente rivoluzione. Sostanzialmente: è assai improbabile che si riesca a cambiare qualcosa che non si conosca bene e, aggiungo io, soprattutto senza che esista il soggetto rivoluzionario, più semplicemente chi sia interessato ad una trasformazione anticapitalistica della società, non sul piano del puro desiderio. Per poi fare cosa?

… significa perciò non rassegnarsi, pur in presenza di una grave sconfitta storica e della necessità di ripensare radicalmente cosa sia questa società e come può essere trasformata, al dilagare della prepotenza, dell’ingiustizia, dello schiacciamento dei più deboli, dell’inciviltà e dell’incultura, ecc. che caratterizzano questi tempi bui”.

L’invito a non rassegnarsi è chiaramente rivolto ai dominati oltre che a tutti coloro che hanno subito una grave sconfitta storica (la fine del comunismo storico novecentesco, rappresentato emblematicamente dall’implosione dell’U.R.S.S.). Si tratta comunque di una chiara indicazione di classe! La Grassa, che nella sua elaborazione teorica pone in secondo piano il conflitto (la contraddizione, dicevano i cinesi), capitale-lavoro, sa bene che le lotte vanno fatte e che, in ogni caso, lo sfruttamento dei dominati è continuo, figuriamoci in una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo! Sa anche però, è questo è quello che gli si rimprovera, da parte dei duri a capire, che la prospettiva del sole dell’avvenire non ha alcun fondamento scientifico e dunque occorre liberarsi di idealità ossificate (prima fra tutte l’opposizione destra-sinistra) che favoriscono soltanto le vecchie oligarchie di partito e che impediscono invece alle masse una comprensione del mondo reale.
Un dato è certo però e cioè che i dominati non fanno parte di nessuno dei gruppi di dominanti variamente descritti in precedenza e la loro esperienza di lotta essi la maturano sostanzialmente nella contrapposizione tra la proprietà privata dei mezzi di produzione e la loro forza o capacità lavorativa e cioè nel conflitto capitale-lavoro, in uno spazio dominato dall’economicismo. Occorrerebbe dunque un’organizzazione (non trade-unionistica, puramente sindacale) che sapesse trasformare esigenze contingenti in esigenze strategiche, che sapesse passare “dalla fabbrica allo Stato”, come si diceva una volta. Un terreno di lotta specificamente nazionale, sostengo io. Ma in particolare, in un contesto policentrico, per misurarsi dunque in un contesto internazionale, i dominati potranno far questo, soltanto se forti di una sovranità nazionale indiscussa. Altrimenti si ridurranno ad essere tifosi di questa o quella geopolitica.
Se sono vere queste mie considerazioni, del resto mutuate da una tradizione di lotta antimperialistica di più di un secolo, bisogna rendersi conto che, sul piano pratico siamo praticamente all’anno zero. Dal momento che non esiste alcuna organizzazione dei dominati e anche questi non si sa bene come individuarli! Nel senso che non si dispone di una conoscenza dell’attuale stratificazione sociale e di una teoria più puntuale che vada oltre l’utilissima ma anche troppo generica categoria “i dominati”.

Io penso perciò che il momento storico che viviamo, un momento in cui lo spazio teorico è ancora occupato in piccola parte dalle vecchie ortodossie e per la più gran parte da teorie di comodo, di subordinazione, offra per ora, ad infime minoranze non rassegnate, soltanto la possibilità di adoperarsi a capire cosa sia questa società e non sul come possa essere trasformata. Questo voglio significare quando sostengo che si tratta di combattere una battaglia culturale e non politica tout court.
Quanto all’ultima frase della citazione di La Grassa: “Essere semplicemente contro il capitale finanziario è ripetizione di un errore ripetuto infinite volte da oltre un secolo”. Il testo presentato lo spiega ampiamente!

Mi avvio alla conclusione di queste mie considerazioni. Poche righe per mantenere la promessa circa alcuni elementi di propositività.
Il “policentrismo” che si sta facendo strada, offre maggiori possibilità rispetto al “monocentrismo”, sul piano delle prospettive, (vedi Russia versus Georgia, Obama che manda lettere a Putin per patteggiare, ecc.) visto che fino ad ora il terreno importante, ma unico, era quello della resistenza, con tutte le confusioni sull’antiamericanismo, ecc., ecc.
La rivendicazione di una reale sovranità nazionale non credo possa disturbare chi, da sempre, considera l’Italia una colonia statunitense! Mentre completo queste righe, il glabro Frattini ha ritirato l’Italia dalla conferenza di Ginevra (Durban 2) dell’ONU, per la presenza nel testo di convocazione di un attacco antisionista! Se si parla di ENI da potenziare, subito ci si scandalizza circa una politica di potenza dell’Italia? La rivendicazione del ruolo delle nazioni in quanto tali riporterebbe in auge il diritto delle nazioni, in un’epoca in cui l’ingerenza umanitaria è stata lo strumento principale dell’imperialismo statunitense per bombardare chiunque, sull’onda del rispetto dei diritti umani, ovviamente a geometria variabile!
I soggetti da coinvolgere sono a mio parere, le ultime due generazioni (da 20 a 40 anni). Io credo che oggi si sia in grado di prospettare qualcosa di ragionevole anche per coloro che vivono una vita assai diversa da quella che abbiamo vissuto noi alla loro età. Il problema non è, per me, stravincere a livello teorico, quanto piuttosto, servendosi di una teoria nuova, riuscire a dare indicazioni di ordine culturale prima ancora che politico, su come stare al mondo, oggi, e scusate se è poco!  


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Giancarlo Paciello – Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni. Da tempo ormai, il campo elettorale non è più un vero e proprio luogo di rappresentanza di interessi economici e sociali, ma è una protesi artificiale di apparente pluralismo.
Giancarlo Paciello – La rivolta o meglio, la rivincita del popolo, o meglio ancora, del demos
Giancarlo Paciello, legge il libro «I bianchi, gli ebrei e noi». L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja.
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Giancarlo Paciello – Piccola storia dell’Irlanda

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Giancarlo Paciello – Piccola storia dell’Irlanda

Giancarlo Paciello, Irlanda

Giancarlo Paciello

Piccola storia dell’Irlanda

ISBN 978-88-7588-270-9, 2020, pp. 112, Euro 12, Collana “Divergenze” [63]

indicepresentazioneautoresintesi

Chi leggerà questa introduzione, deve sapere che questo libretto si muove su di un arco di quarant’anni. La quarta di copertina è in realtà la copertina del numero 18/19 di Corrispondenza Internazionale (Gennaio-Giugno 1981) che conteneva un ampio saggio di Roger Faligot sulla resistenza irlandese.

Il primo dei due saggi è uscito sul numero di Koinè, nuova serie (Gennaio-Giugno 2000) e racconta l’epopea della resistenza irlandese che vide il sacrificio di Bobby Sands e dei suoi compagni determinati fino alla morte in difesa dei loro diritti. Il secondo dei due saggi è un inedito, ma scritto all’incirca ai tempi del primo.
Mi piace ricordare come andarono le cose, ovviamente non con la dovizia di particolari che si scopre leggendo il primo saggio. A novembre del 1980 la mia testa era volta soprattutto al terremoto che aveva colpito duramente l’Irpinia ma anche la Basilicata dove vivevano i miei genitori. La sollecitazione di Carmine Fiorillo ad affrontare di nuovo la situazione irlandese, servì a “distrarmi” non dai mei doveri di figlio ma da un comportamento “unidirezionale”. Raccogliere in un quadro unitario cose altrimenti mai collegate tra loro, mi avrebbe consentito di parlare di un mondo, quello irlandese, per troppo tempo affidato a descrizioni di comodo, di fonte prevalentemente britannica, o in ogni caso influenzate dai canoni interpretativi, vigenti nella perfida Albione.
Se dal punto di vista storico i problemi da risolvere non erano molti (sarebbe bastato chiarire l’estraneità degli irlandesi, gaelici e cattolici dai britannici invasori dell’Irlanda e, all’atto della co­lonizzazione, ormai definitivamente protestanti), non si poteva dire la stessa cosa per quanto riguardava il presente, da intendere comunque in senso lato, dal momento che in questo presente andava incluso un periodo di circa ottant’anni, quanti cioè erano trascorsi dalla divisione dell’Irlanda in due (la spartizione). Messe da parte le remore per la difficoltà del tema affrontato nella sua totalità, riconoscendo nello stesso tempo le potenzialità positive di una simile scelta, mi sono messo al lavoro.Avevo strutturato l’ipotetico articolo in quattro parti:
– un excursus storico di più di settecento anni, dall’invasione dell’Irlanda da parte degli anglo-normanni alla proclamazione della repubblica indipendente d’Irlanda del 1916 e alla successiva spartizione;
– un’analisi della spartizione, con le relative conseguenze discriminatorie, politiche e sociali, per la minoranza cattolica, nell’ultra-artificiale Irlanda del Nord;
– una descrizione degli eventi più significativi, a partire dai disordini (i troubles) del 1969, per arrivare ai giorni nostri;
– un’analisi dell’Accordo del Venerdì santo, come evoluzione del processo di pace, avviato nel 1993.

E ho lavorato sodo! Le difficoltà erano sorte immediatamente per lo spazio limitato dell’articolo che, nella sostanza, avrebbe dovuto riassumere l’intera storia dell’Irlanda. Decisi di lavorare, in un primo momento, senza pensare alle dimensioni e giunsi alla conclusione che, con il materiale raccolto, si sarebbe potuto scrivere un agile libretto sulla storia dell’Irlanda, e non mortificarla in una logica da Bignami. Ecco rivelato l’arcano! La terza e la quarta parte costituirono il primo saggio. La prima e la seconda parte vedono la luce soltanto oggi, vent’anni dopo. Giusto però intitolare il tutto Piccola storia dell’Irlanda.
Che cosa non si fa quando si è empaticamente coinvolti con le sorti di un popolo!
Quanto ad empatia, in realtà i popoli sono due: quello irlandese e quello palestinese.

 

Giancarlo Paciello


The United Irishmen
Corrispondenza Internazionale (Gennaio-Giugno 1981)

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Giancarlo Paciello – 30 Marzo. Yom el-Ard, la “Giornata della terra palestinese”.
Giancarlo Paciello – Si può essere ebrei, senza essere sionisti? Note a margine di un articolo di Moni Ovadia dal titolo “L’ANTISIONISMO NON È ANTISEMITISMO”
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Antoine Sanguinetti (1917-2004). Rileggendo «Corrispondenza internazionale»: Un mito pericoloso: la “sicurezza”.

Corrispondenza Internazionale 1982

Corrispondenza Internazionale 22

Corrispondenza Internazionale,

Periodico di documentazione culturale e politica,
Anno VII, NN. 20/22,

Luglio 1981/Febbraio 1982.

Redazione: Giancarlo Paciello, Carmine Fiorillo.


Antoine Sanguinetti

Un mito pericoloso: la “sicurezza”

“L’ammiraglio Antoine Sanguinetti, messo anticipatamente in pensione in virtù di un decreto di Valery Giscard d’Estaing per aver fatto uso del diritto di parlare, di questo diritto ne fa oggi un dovere. Con l’autore, alla sua quarta fatica, si sfoglieranno le pagine degli annuari militari che indicano il bilancio reale delle forze Est/Ovest; si scopriranno rapporti pubblicati dalla N.A.T.O., dalla Commissione Trilaterale, sconosciuti al grande pubblico, e che svelano l’origine dell’evoluzione (antidemocratica delle democrazie occidentali); con la lettura di questo libro si prenderà conoscenza di leggi dimenticate che ci ricordano i nostri diritti di cittadini. Questo libro si rivolge a tutti coloro che si interessano ai problemi politici internazionali e nazionali; Contiene informazioni ed analisi abitualmente riservate agli specialisti; espresse qui con un linguaggio volutamente semplice e chiaro …”.

 

Ecco quanto è scritto sul retro di copertina del libro di Antoine Sanguinetti, Le devoìr de parler, Editions Fernand Nathan, 1981. Presentiamo al lettore italiano la traduzione del sesto capitolo (Un mythe dangereux, la “sécurité”). Nella Prefazione (pp. 7-8), Sanguinetti scrive: “In questa fine di secolo, i paesi del mondo intero sono divenuti la posta in gioco e gli oggetti di un processo di gigantesca colonizzazione, attuata dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica; un processo che tende a stabilire un nuovo ordine mondiale, fondato su una nuova suddivisione di zone d’influenza. Ora, con il pretesto della minaccia di una forza sovietica sistematicamente sopravvalutata dai mass-media occidentali e dalla NATO per giustificare l’Alleanza, gli Stati europei si schierano per la dominazione americana. Le voci che denunciano questo fatto si perdono in un brusio di idee acquisite che ci si sforza, con tutti i mezzi, di inculcare negli europei. Per perpetuare, la rassegnata obbedienza dei popoli a questo sistema, questi ultimi sono mantenuti in uno stato che è a mezza strada tra l’ipnosi e l’ignoranza Si mette iri opera di tutto per persuadere i popoli europei. che gli affari mondiali sono loro ormai inaccessibili tanto essi sono incomprensibili ai comuni mortali, quanto appare ineluttabile e fatale il corso che essi prendono. I grandi mezzi moderni di informazione, agli ordini dei governanti e dei possidenti, si incaricano di accentuare questa anestesia, che piace a ‘coloro che sanno’, e serve ai disegni di ‘coloro che dirigono’ gli affari dell’Occidente”.

***

La nozione di sicurezza è. relativamente recente. Da sempre, in Europa, e fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si parlava in realtà di difesa, non di sicurezza. La difesa era 1’approccio tradizionale delle nazioni europee che riguardava soprattutto il loro territorio. Consisteva nel battersi quando si era attaccati, o quando si credeva di esserlo: era chiaro e senza ambiguità. Ciò avveniva soltanto quando un vicino turbolento decideva d’invadervi per strapparvi una provincia o una garanzia, o più raramente un impegno. Gli eserciti, nati o meno dal popolo, si dirigevano allora in massa contro il “nemico”, “per difendersi dall’aggressione”, per respingerlo al di là delle frontiere. Si era così in guerra per un certo tempo; ma, altrimenti, si era più spesso in pace.
Oggi tutto è cambiato perché gli Stati Uniti hanno inventato, per giustificare la loro partecipazione a due guerre mondiali, una nozione di sicurezza che apre orizzonti molto diversi e che essi hanno imposto come dottrina alle alleanze militari alle quali partecipano e che dominano in virtù della loro potenza.

***

La genesi del concetto di sicurezza

Tutto è cominciato dalla partecipazione degli Stati Uniti alle due guerre mondiali, 1914-’18 e 1939-1945. Dal punto di vista dei cittadini americani, terribilmente conformisti, c’erano state due deroghe fragranti, e che richiedevano delle spiegazioni, alla sacrosanta dottrina Monroe, di cui essi si nutrivano fin dalla nascita, come uno dei dieci comandamenti che governavano il loro Stato: in politica estera, divieto di immischiarsi nei fatti estranei al loro continente.
Come giustificazione, il pretesto di difesa, così comodo in Europa, non era sufficiente. Innanzitutto, il governo americano, almeno nel 1940, aveva fornito materiali agli Alleati, fin dall’inizio delle ostilità; poi, ci si è sempre posti la domanda di sapere se Roosevelt non fosse al corrente dell’attacco di Pearl Harbour e non lo avesse deliberatamente lasciato compiere per poter impegnare il suo paese nella guerra; infine, il territorio degli Stati Uniti (il territorio propriamente detto, non era mai stato direttamente minacciato. Evidentemente! Il suolo stesso degli Stati Uniti è in realtà inaccessibile ad ogni nemico e le sue frontiere sono fisicamente inviolabili. Al Nord e al Sud, ci sono il Canada ed il Messico, due nazioni talmente pacifiche che sarebbero incapaci di scalfire il loro grande vicino anche se lo volessero; quanto all’Est ed all’Ovest, due immensi oceani, rigorosamente insormontabili in forze, quando si pensi ai prodigi d’immaginazione, di preparazione e di esecuzione ai quali furono costretti gli Alleati nel 1944, per superare il magro fossato della Manica.
È stato detto, perciò ai più accaniti discepoli di Monroe che, dal momento che degli interessi esterni degli Stati Uniti erano stati attaccati – navi mercantili o colonia (Hawaii) era stato indispensabile battersi, per garantirsi la sicurezza. È con la stessa ottica che dovette giustificarsi nel dopoguerra Truman nel mettere in piedi l’Alleanza atlantica: la sicurezza futura degli Stati Uniti esigeva che essi non potessero essere trascinati in un terzo conflitto per difendere 1’Europa, ivi compreso il nemico di ieri, il giorno in cui gli staliniani, assimilati agli hitleriani per facilitare l’adesione popolare all’uscita dalla guerra, tenteranno di impadronirsene. Così reggeva: certo non si andava a dire al popolo che il vero obiettivo era di integrare 1’Europa in un Impero che stava nascendo.
Si tratta in realtà di un’ideologia
Era il momento in cui gli Stati Uniti, ubriacati dalla vittoria, cedevano al complesso di potenza. Nello stesso tempo, il Pentagono, impegnato in un’alleanza firmata per cinquant’anni, codificava la dottrina di sicurezza che doveva regolarla. Non bisogna perdere di vista che ciò è stato realizzato sotto la presidenza di Truman, venditore d’ombrelli del suo Stato, e nel quale dunque il politico era largamente superato dallo spirito di un commerciante molto sensibile a problemi relativi a grossi guadagni. Infine la dottrina della “sicurezza nazionale” è stata presentata al Congresso da Harry Truman il 12 marzo 1947, due anni prima della firma del trattato dell’Alleanza Nord-Atlantica. In questo trattato, molto breve, proprio la parola “sicurezza” compare nove volte; ma mai nel contesto ideologico che manifesterà apertamente sette anni più tardi, nell’articolo 30 del rapporto del Comitato dei Tre. E tuttavia, si tratta proprio di un’ideologia.
La base della dottrina è che gli interessi degli americani, che non hanno molti territori esterni come la Francia, sono sostanzialmente collegati tal concetto di “libera impresa”, fondamento del capitalismo, che ha fatto la loro potenza, consentendo loro di prendere il controllo dell’economia mondiale. Molto logicamente perciò, ogni minaccia a questo controllo, contro le multinazionali che lo esercitano, o contro l’ideologia economica sulla quale poggia, diventa una minaccia alla loro sicurezza ed esige la loro ingerenza negli affari degli altri. Anche qui, la cosa si regge, pur non essendo molto entusiasmante per noi. A partire da ciò, in modo più che semplicista, la dottrina divide il mondo contemporaneo in due campi antagonistici e due soltanto [secondo i più puri principi del manicheismo. Da una parte il Bene, l’Occidente – vocabolo rassicurante, evocatore di cultura e di storia molto più di quanto faccia il capitalismo – ed il suo succedaneo, il colonialismo. Dall’altra, il comunismo, identificato con il Male assoluto. Tra i due non può esserci nulla, perché le due ideologie antinomiche si abbandonano ad una guerra permanente che assume su tutti i piani i caratteri di un conflitto totale e non sopporta perciò alcun compromesso. Secondo questa dottrina, la sicurezza degli Stati Uniti è in gioco perciò dovunque il comunismo rischia di affermarsi, o democraticamente attraverso le elezioni, o attraverso rivolte interne di minoranze, o attraverso pressioni esterne sulle nazioni. Ogni ricerca di una terza via ideologica più sfumata è pericolosa e viene qualificata immediatamente e preventivamente come “assurdità neutralista”, perché, tutto ciò che allontana dal capitalismo ortodosso avvicina al comunismo. Del resto, a ben riflettere, anche se si tratta di soluzioni rispettose delle libertà, oltre che più conformi ai valori tradizionali dei popoli cui ci riferiamo, come il socialismo europeo, non possono risultare che manovre sovversive nelle quali si riconosce evidentemente la mano di Mosca: perché chi potrebbe, senza essere manipolato, desiderare altro che l’“american way of life” (la concezione americana della vita)? E, dicendo così, gli americani sono certamente in buona fede, tanto è forte il loro sentimento che non possa esservi nulla di meglio.
Questa dottrina della “sicurezza” presenta evidentemente dei vantaggi considerevoli quando ci si è fatti carico, come gli Stati Uniti, della protezione di un certo numero di clienti: perché il confondere la sicurezza del “mondo libero” con quella del capitalismo internazionale offre evidentemente delle facilitazioni per imporre la sua egemonia economica ai suoi partner ed integrarli così, progressivamente, al proprio Impero. l militari americani che affinavano la dottrina due anni prima della firma del trattato Nord-Atlantico sapevano quello che facevano. In quel momento, ormai, per ogni nazione che si preparava ad associare la propria sicurezza a quella degli americani nel quadro di un’alleanza ineluttabilmente dominata da questi ultimi, ciò comportava l’accettazione dei principi del sistema capitalistico e di schierarsi ipso facto sotto la bandiera yankee; l’accettazione della loro egemonia, economica innanzitutto, ma anche, di conseguenza, culturale e politica. È quello che è capitato all’Europa Occidentale, noi compresi. Ma questo pericolo di rinuncia alla propria indipendenza, già grande e che avrebbe dovuto bastare per far condannare il sistema, non era la sola cosa dell’operazione.

***

I pericoli insiti nella dottrina

Perché bisogna anche saper vedere la terribile pericolosità di questo “concetto di sicurezza” sul piano della democrazia alla quale non può fare che dei danni; alla quale ha già fatto, e realmente, dei danni. E ciò, per diverse ragioni. La prima è che, dal momento che la sicurezza è uno stato precario per natura, la nazione che si richiama ad essa si mette, ipso facto, in uno stato di guerra permanente. Ciò significa, sembra proprio di sfondare una porta aperta, che lo stato di pace. non esiste più. Bisogna trarne interamente le conseguenze: la nazione sarà dunque in stato di assedio, la qual cosa comporta sempre un allontanamento dal diritto comune; l’azione preventiva, anche all’esterno, diventa legittima; con il pretesto dell’urgenza di risposte necessarie si può finire con l’escludere ogni controllo democratico di queste risposte. Inoltre, in nome della travolgente ricerca di una sicurezza inaccessibile in assoluto, si rischia di portare indietro i limiti della legittimità d’azione del potere incaricato di questa sicurezza. E poi, chiunque esprima l’idea che il sistema economico. di libera impresa non è, obbligatoriamente, il migliore, e che potrebbe essere cambiato, diventerà per ciò stesso un pericolo, un nemico che deve essere perseguito in quanto sovversivo. C’è così, in tutto questo, un attentato diretto e specifico alle libertà d’opinione e d’espressione, che inceppa automaticamente il gioco normale della democrazia. Infine, nella misura in cui posizioni politiche divergenti – senza arrivare a parlare di opposizione – possono manifestarsi ovunque, senza riferimento alle frontiere, si aggiunge alla nozione classica di avversario dell’esterno, quella di nemico dell’interno, il famoso nemico interno. E si sopprime con l’occasione la distinzione essenziale tra l’Esercito e la Polizia. In ogni caso, per questo accumulo di restrizioni delle libertà fondamentali e di lotta eventuale contro i suoi stessi cittadini, si creano ineluttabilmente condizioni di dissidenza e di repressione, di terrorismo e di contro-terrorismo al limite della rivolta armata e della guerra civile. C’è di che diffidare, almeno. E, comunque, di che riflettere.

***

La degradazione della democrazia americana

Effettivamente sul continente americano, dopo che il Pentagono ha promosso la sua nuova dottrina al rango di una mistica che ha sostenuto gli Stati Uniti da Truman in poi e che continua ancora oggi, i risultati non si sono fatti attendere. Anche in questo paese, dove gli animi sono pure in via di principio impregnati di democrazia e di Diritti dell’Uomo, la dottrina ha immediatamente spinto alla caccia dei comunisti, sotto l’alta direzione di McCarthy, dal 1948 al 1952. Chiunque esprimeva un dubbio sull’azione del governo, o sulla giustizia del sistema sul piano internazionale, economico, sociale, razziale o altro, era tacciato di comunismo, e trascinato di fronte alla Commissione d’Inchiesta. Fu in quegli anni che si verificò l’abominevole caso dei coniugi Rosemberg, di cui recentemente, si è occupata anche la televisione. Le cose poi, si sono molto ridimensionate fortunatamente. Ma, 1’ho già detto, la nozione stessa di guerra permanente e totale esige una sottomissione assoluta di tutti allo Stato, e che questo possa reagire immediatamente ai pretesi attacchi dell’avversario. Si rischia così che, molto presto, esso non tolleri più alcun freno.
E così, com’era prevedibile,1o Stato americano ha subito progressivamente una degradazione delle sue istituzioni: potenza crescente degli uomini dell’apparato e, parallelamente, deterioramento del controllo del legislativo sull’esecutivo, controllo che è pur sempre la base di ogni democrazia; fino alla battuta d’arresto del Watergate, diretto inizialmente proprio contro gli uomini d’apparato prima di coinvolgere Nixon con loro.
Oggi, tuttavia, si vedono ancora a Washington “consiglieri personali” del Presidente, per esempio, proprio per la sicurezza, l’illustre Brzezinski: il fatto è che si sono prese delle nefaste abitudini, e la famosa democrazia americana le conserva come una ferita cronica, una piaga aperta. Detto questo, se i danni della dottrina fossero rimasti limitati agli Stati Uniti, non me ne sarei preoccupato troppo: tanto peggio per loro, bastava che non la inventassero. Ma loro l’hanno imposta, per favorire la loro potenza, ad altri popoli intrappolati in alleanze, decennio dopo decennio, senza che se ne veda la fine. E noi francesi, come gli altri europei, siamo direttamente coinvolti.

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Danni in America Latina

Ma, prima di parlare dell’Europa; voglio fermarmi un momento, rapidamente, sull’America Latina. L’insieme delle Americhe, è, da molto tempo, la principale riserva di caccia degli Stati Uniti, ed è considerata come strettamente legata alla loro sicurezza. La dottrina di difesa del sistema politico-economico nord-americano doveva perciò almeno qui cavarsela con onore, se così posso esprimermi. In queste nazioni latino-americane feudali e sottosviluppate, nelle mani di persone meno impregnate di tradizioni democratiche dei nord-americani, era evidente che avrebbe fatto dei danni, C’era da aspettarselo, ed è successo! Numerosi militari dell’America Latina, da 80 a 90mila, sono stati istruiti nelle scuole specializzate degli Stati Uniti, in particolare a Panama, dove hanno preso a grosse dosi questa dottrina militare straniera, che identifica la sicurezza della nazione con quella del sistema economico. In queste condizioni, una volta rientrati a casa loro, ogni volta che la miseria e l’ingiustizia sociale provocavano delle sommosse popolari che puntavano più che comprensibilmente a cambiare lo stato delle cose, costoro hanno applicato la lezione imparata, attribuendone la causa alla “sovversione del comunismo internazionale”, alla “mano di Mosca”, per reprimerle selvaggiamente. In questa ottica, essi hanno spesso preso il potere per dichiarare una guerra permanente ai loro concittadini, sospettati di essere complici del “nemico”. E quando la disperazione spingeva degli intellettuali ad un terrorismo incapace dopo tutto di coinvolgere le masse, questi ufficiali hanno promosso un contro-terrorismo assolutamente sproporzionato rispetto a quello cui diceva di opporsi, e rispetto ai pericoli reali della “sovversione”.
La maggior parte delle nazioni latino-americane si trovano così oggi sotto il tallone di dittature sanguinarie: né con la complicità né con l’approvazione del popolo americano, sempre annegato nei buoni sentimenti, ma con l’appoggio attivo della CIA che non si fa certo mettere in imbarazzo dagli scrupoli. E’ molto comoda, e molto pratica, questa dualità d’apparenza e d’azione che permette di conservare una buona immagine di marca e una coscienza angelica, mentre la CIA fa tranquillamente i suoi tiri mancini. Si trovano, così, “giunte” di sicurezza nazionale in Cile – che non aveva tuttavia mai ceduto alle delizie dei colpi di Stato militari – e poi in Brasile, in Argentina, in Paraguay ed in Uruguay, in Bolivia ed in El Salvador. In Nicaragua il popolo, guidato dai sandinisti, è riuscito a sbarazzarsene malgrado l’appoggio americano a Somoza.
In tutti gli altri paesi che ho appena citato, in diverso grado e con sfumature diverse, regna sempre l’orrore e l`arbitrio: in El Salvador, dove quattordici famiglie, che controllano l’esercito e posseggono le terre, rifiutano ogni riforma agraria e fanno assassinare dai 30 ai 40 contadini al giorno, quando non è la volta dell’arcivescovo Romero, per perpetuare il sistema; in Paraguay, che geme da trenta anni sotto la dittatura sanguinosa del generale Stroessner; in Uruguay, che detiene il record mondiale dei prigionieri politici in rapporto alla sua popolazione. Del resto, è proprio là che un altro generale, Liber Seregni, è stato condannato a 14 anni di reclusione dai suoi pari, ed è stato degradato, per aver presentato la sua candidatura alla presidenza come un volgare civile, invece di usare i metodi normali della sua casta. Ed è stato condannato per perversa inclinazione alla democrazia. Per il Brasile, l’Occidente è abbastanza contento e le sue relazioni internazionali sono buone. Là, i militari applicano la dottrina di sicurezza nazionale ortodossa: uccidono, ma moderatamente; praticano una selezione. E poi, sono più ricchi di altri: bisogna, perciò, tenerseli da conto. Il Cile, invece, è stato più maldestro, al punto da diventare imbarazzante. Non si può incominciare massacrando un Presidente. E anche un po’ miope, ed è necessario che il mondo condanni, compresa Washington, senza giungere tuttavia alla rottura delle relazioni diplomatiche. Perché, alla fin fine, il colpo di Stato di Pinochet ha comportato il ritorno massiccio ed il ristabilimento degli interessi americani in Cile, e non bisognava esagerare nello storcere la bocca, correndo il rischio di offendere i nuovi dirigenti di questo paese. E poi, il Pinochet – non lo si dirà mai abbastanza –, resta comunque relativamente moderato rispetto ad altri come Videla. È vero che ha imprigionato migliaia di persone, che ne ha fate uccidere centinaia, ma a costoro veniva sempre contestato qualcosa. Venivano arrestati per essere giudicati: per ragioni più o meno credibili, ma sempre per giudicarli, con un capo di accusa. Quanto al nome degli uccisi, lo si conosce di quasi tutti: ci sono relativamente pochi scomparsi. Non è come in Argentina!

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Il caso particolare, ed estremo, dell’Argentina

In Argentina, ciò, che c’è di sconvolgente, è il metodo messo a punto: non si sa chi è in carcere, non si sa chi è morto, non si sa chi sopravvive. È questo l’aspetto peculiare e che può condizionare nel terrore un’intera popolazione. E tutto ciò dura da anni. Sono scomparse, a dir poco, diciamo 15.000 persone, uomini, donne, adolescenti o bambini di pochi anni, spesso bambini di pochi mesi, colpiti evidentemente dal virus della sovversione, e tutto questo continua. Tutto è cominciato, d’altronde, con le 3A, l’Alleanza Anticomunista Argentina, un’organizzazione paramilitare fascista di cui si sostiene sia un’illustre membro l’ammiraglio Massera, capo della Marina ed uno dei quattro della giunta che prese il potere. Ora, dell’AAA, non si parla più, è superata. Siamo ora in presenza delle “bande incontrollate”, come dicono loro. Quando sono andato in Argentina, nel gennaio 1978, per indagare per conto della Federazione internazionale dei Diritti dell’Uomo, non avevano che queste parole in bocca. Sono stato ricevuto per tre quarti d’ora dal ministro degli Affari esteri, l’ammiraglio Montès; per due ore dal ministro degli Interni, il generale Harguindeguy; per una mezz’ora dall’ammiraglio Massera, già citato; tutti ammiragli o generali, ovviamente. E il discorso era sempre lo stesso: “Ci calunniano. Noi non abbiamo che 3.472 prigionieri politici; presto renderemo nota la lista dei loro nomi; tutti gli altri, non è che li neghiamo, ma si tratta dell’operato di bande incontrollate”. Solo l’ammiraglio Massera – tra colleghi ce lo si può’ permettere – mi lascerà intendere confidenzialmente che la Marina è senz’altro pura, ma che “l’Esercito è imbottito di fascisti”. Queste “bande incontrollate”, ho avuto occasione anch’io, come tutti, di vederle passare a Buenos Aires: sono membri della polizia e delle forze armate, in borghese, salvo quando non hanno avuto il tempo di cambiarsi, ma che non esitano mai a far mostra della loro identità, ostentando loro documenti ufficiali; che circolano su macchine dell’Esercito senza targa; con una dotazione molto omogenea, di armi dell’Esercito, non pistole come capita sempre per gli oppositori o per i terroristi improvvisati. E la Polizia bloccava in ogni occasione il traffico per lasciarli passare, la qual cosa dimostrava con chiarezza la volontà del governo di por fine a queste pratiche. Sembra che un certo numero di persone che scompaiono, vengano bruciate di notte. Una volta si ritrovavano dei cadaveri galleggianti sui fiumi, in mare, ma ciò si notava troppo; oggi, più niente di tutto ciò. Ma si vedono correntemente camion dell’Esercito che trasportano corpi, di notte, ai forni crematori dei cimiteri di Buenos-Aires. Il lavoro non viene fatto su grande scala tanto da giustificare le camere a gas, come sotto Hitler.

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Una internazionale del terrorismo di Stato

C’è disgraziatamente un fatto ancor più grave, ammesso che ciò sia possibile, di tutte queste situazioni particolari di ciascun paese dell’America Latina: è la nascita di una vera «internazionale del terrorismo di Stato, organizzato, sembrerebbe, sotto l’egida dell’Argentina. Questa internazionale estende ormai le sue ramificazioni senza rispetto delle frontiere, a spese dei rifugiati politici che hanno commesso l’imprudenza di restare nel loro continente, in prossimità del loro paese. Molto presto, dopo il colpo di Stato del 24 marzo 1976, i rapimenti e gli assassinii in Argentina dell’ex-presidente boliviano, il generale Juan José Torres, e dei dirigenti politici uruguayani Zelmar Michelini e Hector Gutierez Ruiz, così come di numerosi rifugiati cileni, uruguayani, paraguayani, brasiliani.
Ma, anche fuori dell’Argentina, i fatti si moltiplicano. All’inizio del 1977, a Lima, scompare l’argentino Carlos Maguid. Poi, nel novembre e del dicembre del 1977, in Uruguay, le incarcerazioni, la scomparsa o gli assassinii di diversi argentini: così, Oscar de Gregorio, trasferito illegalmente in Argentina; Jaime Dri, trasferito illegalmente alla famosa Scuola di meccanica della Marina di Buenos Aires, da dove evade nel luglio l978; il pianista Miguel Angel Estrella, che resterà incarcerato a Montevideo fino alla sua liberazione, alla metà di febbraio del 1980, sotto la pressione internazionale. In Brasile: scomparsa nell’agosto del l978 a Rio dell’argentino Norberto Habegger; poi, nel marzo 1980, di Susanna Winstock e di Horatio Domingo Campiglia, che avevo avuto personalmente occasione di incontrare a Parigi. Non era un terrorista. Nei primi giorni di luglio. del l980, scomparsa nel sud del Brasile del reverendo padre Jorge Adur, che si era spostato dall’Argentina in Brasile con la speranza di incontrarvi papa Giovanni Paolo II. Io avevo avuto ugualmente occasione di incontrarlo a Parigi, nel 1978. Non era in nessun caso un terrorista: piuttosto un giusto, preoccupato della sorte dei miseri.
A metà giugno del l980, scomparsa in Perù di cinque argentini. Si sostiene e si scrive sulla stampa di Lima, che l’operazione è stata eseguita da un commando argentino con l’appoggio degli ambienti più reazionari dell’esercito peruviano. Comunque sia, un mese più tardi, uno dei cinque scomparsi, la signora Noemi Esther Gianotti de Molfino, di 54 anni, membro del “Movimento delle madri della piazza di Maggio”, viene ritrovata assassinata a Madrid, in Europa questa volta.
Al di là delle operazioni puntuali contro alcuni individui, la stampa internazionale denuncia infine la partecipazione di consiglieri militari argentini agli sforzi sanguinosi di Somoza per restare alla testa del Nicaragua; ai massacri repressivi che colpiscono l’Honduras e El Salvador; al colpo di Stato dei militari boliviani il 7 luglio 1980, contro le-autorità legali, elette, del loro paese.
Tutti questi militari d’America Latina che hanno la fellonia – grazie alle armi fornite dal loro popolo per la sua Difesa – di arrogarsi il diritto di vita o di morte su di esso in funzione di concetti venuti dall’estero, dovranno certo un giorno render conto dei loro crimini davanti ad un tribunale internazionale. Come hanno fatto prima di loro, a Norimberga, i responsabili e gli esecutori dei massacri totalitari in Europa.
È normale che ci si indigni per il modo in cui l’URSS o la Cecoslovacchia trattano i loro oppositori. Ma, quando si conosce la storia di queste torture, di questi assassinii e di queste decine di migliaia di scomparsi, bisogna comunque constatare che esistono delle gradazioni, ai nostri giorni, anche nell’orrore. E, se non è monopolio di nessuno, è disgraziatamente in questi paesi dell’America Latina – che ci fiancheggiano nella “cristianità occidentale” – che è massimo oggi, sotto l’effetto di una dottrina che sta per contaminarci a nostra volta, noi europei.

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La posizione speciale dei francesi in Argentina

Ciò sembra in realtà impossibile agli europei, e la maggior parte rifiuterà, senza dubbio, di crederci fino a quando sarà troppo tardi. Noi ci sentiamo molto lontani da questo terrore, da queste dittature che si sono diffuse in America in questi ultimi anni. Eppure!
Ciò che in generale non si conosce sono i legami privilegiati tra alcuni francesi e il regime di Videla: la giunta militare argentina opera in realtà seguendo una variante della dottrina di sicurezza, detta “lotta contro la sovversione”. Questa variante è stata messa a punto dall’Esercito francese sotto l’egida di colonnelli-pensatori, a partire dall’ortodossia NATO, per giustificare ed organizzare i suoi metodi di “lotta” in Algeria. Essa consisteva in una combinazione del Terzo Ufficio “Operazioni militari” e del Quinto Ufficio “Azione psicologica”. In conclusione, questi co1onnelli, che rifiutavano di riconoscere il loro errore e di confessarsi vinti dalle aspirazioni di, un popolo all’indipendenza, si sono ritrovati nell’OAS. Dopo la sconfitta, una parte degli attivisti si rifugiò in Argentina dove gravitavano già, intorno all’ambasciata, alcuni sopravvissuti della collaborazione Vichy-nazisti: un certo Jean-Pierre Ingrand, presidente dell’Alleanza francese, che aiutò De Brinon nella sinistra faccenda delle “selezioni speciali” di Vichy, e fu costretto per questo ad andarsene in esilio; o, nella colonia francese, il dottor Verger, vecchio capo della milizia di Haute-Vienne; la cui donna si vantava, a torto o a ragione, di essere in possesso di un sacco di pelle di partigiano. Con l’aureola dei loro gloriosi precedenti in fatto di tortura e di ratonnádes [violenze esercitate contro un determinato gruppo etnico], alcuni si sono messi al servizio della giunta argentina e attraverso loro, per nostra grave onta, di vecchi ufficiali francesi: accaniti nel voler provare che, se avessero avuto carta bianca, avrebbero conservato l’Algeria alla Francia. Certamente, ma al prezzo di quale massacro? Si cita il generale Gardy, che fu ispettore generale della Legione e che aiuterebbe Videla come esperto anti-sovversione; mentre invece colonnelli, come Trinquier, sono andati ad insegnare in alcune caserme. I suoi libri sono in vendita in tutte le librerie di Buenos Aires: nessuno dubita che l’ultimo, La guerra, recentemente comparso nelle edizioni Albin Michél, e nel quale Roger Trinquier giustifica ancora una volta, in modo particolarmente convincente, l’uso della tortura da parte delle forze dell’ordine, risulterà un grosso successo.
La collaborazione raggiunge a volte delle vette: secondo France-Soir del 3 febbraio 1978, è un veterano dell’OAS che ha rapito, nel dicembre 1977, le due religiose francesi che non sono mai ricomparse. Questo veterano dell’OAS, di cui il giornale non cita disgraziatamente il nome, è stato riconosciuto da un testimone, da lui torturato tre mesi prima; dirigeva un gruppo di servizi speciali dell’Esercito, a La Plata. Diversi reduci dalle carceri argentine, come Cecilia Vasquez o Estella Iglesias, liberate nell’agosto del l979 per intercessione del re di Spagna, testimoniano anche loro di essere state “interrogate” da francesi. E così Jean-Píerre Lhande, presidente francese dell’Associazione dei parenti e degli amici dì scomparsi in Argentina, e sua moglie, torturati uno di fronte all’altro sotto un fiotto di parole proprie di casa nostra.

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Esistono rapporti privilegiati tra Videla e la Francia?

Va detto che, a più riprese, davanti alla Commissione dei Diritti dell’Uomo dell’ONU a Ginevra, il rappresentante francese ha espresso ufficialmente disapprovazione per il regime di Videla. Ma la parte nascosta dell’iceberg è, come si conviene, molto più importante. Già nell’ottobre 1977, è Michel Poniatowski, ricevuto ufficialmente a Buenos Aires come “ambasciatore personale” del presidente Gíscard, che pronuncia un discorso, rimasto celebre laggiù, per felicitarsi con i suoi ospiti per i loro metodi. È Raymond Barre che si intrattiene personalmente con Videla in Vaticano, il 4 settembre l978, in occasione dell’investitura di Giovanni Paolo I. È il ministro francese del Budget, Maurice Papon, che fa un viaggio ufficiale a Buenos Aires il 6 agosto 1979. È il segretario di Stato all’Agricoltura, Jacques Fournier, che fa visita a Videla all’inizio d’agosto del 1980, accompagnato dalla moglie; la qual cosa ha permesso, all’ambasciatore argentino a Parigi di affermare che “le relazioni trai due paesi sono assolutamente normali”.
Sono «anche» più che normali. Il 18 ottobre 1979, una commissione, senatoriale che si era recata in Argentina ed in Cile in settembre sotto la guida di Adolphe Chauvin dell’UDF, veniva ricevuta, al suo ritorno, dal ministro francese per gli Affari esteri. Essa si è lamentata della passività della Francia a fronte delle scomparse in Argentina e dell’ardore dimostrato invece nel vendere armi al Cile: “l6, Mirage sono stati venduti al Cile”, ha ricordato Adolphe Chauvin “io avrei preferito che la Francia non l’avesse fatto. Certamente, come avrebbe preferito anche che non avesse venduto all’Argentina, nel l979, dopo delle Alouettes-3, due aerei avviso-scorta, il Drummond e il Guerrico. Avrebbe preferito che il Quai d’Orsay (Ministero degli Affari Esteri) non avesse scelto per la Jeanne d’Arc, la nave scuola francese, un itinerario che l’ha condotta a Buenos Aires dall’1l al 17 gennaio l980, e poi in Cile, Punta Arenas e Valparaiso, dal 22 gennaio al 4 febbraio. Senza dubbio si potrebbero trovare esempi migliori da mostrare ai nostri giovani ufficiali.
A meno che, a Parigi non si condivida la valutazione dell’attaché militare francese a Buenos Aires, che additava – il 9 settembre 1979 – l’esempio esaltante dell’esercito argentino. In fondo, quel che ci interessa è che sarebbe preferibile che esistessero minori legami, minori simpatie proclamate tra il regime di Videla, i rifugiati francesi a Buenos Aires, ed un governo parigino, diversi membri del quale furono vicini all’OAS. Si sarebbe contenti che non fosse apparso che la Francia si fosse fatta carico, durante l’interim Carter negli USA, di garantire il sostegno a questa dittatura – ed anche ad altre – in attesa di un Reagan affiancato da un vice-presidente che ha diretto la CIA. Si vorrebbe soprattutto esser sicuri, nel momento in cui cresce dappertutto l’autoritarismo in Europa, che l’Argentina non serva come banco di prova, per piccolo che sia, per una eventuale normalizzazione della situazione europea.

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La contaminazione progressiva dell’Europa

Insomma, tutti gli europei non sono perciò innocenti. In ogni caso, sotto l’effetto di questo concetto di sicurezza importato dagli USA con la NATO, il nostro continente è visibilmente sul punto di “sud-americanizzarsi” a sua volta. Gli indizi sono numerosi; aumento dell’amalgama tra la difesa della nazione e quella del sistema economico – ciò che si chiama la società – anche in Francia; controffensiva generalizzata della destra per riconquistare il potere o per rimanerci, anche in Francia; aumento in parallelo di una violenza fascista riconosciuta di estrema destra, anche in Francia; tentativi di attacco ad alcune libertà fondamentali, anche in Francia, nella pratica o nella legge.
In Europa, che costituisce dopo Yalta la seconda zona privilegiata d’influenza americana, gli Stati Uniti hanno potuto realizzare subito dopo la guerra, con la NATO, una forza armata internazionale sotto il comando americano che è sempre stata rifiutata in America Latina. Ciò permetteva perciò, ancor più facilmente che laggiù, l’indottrinamento degli ufficiali sulla nozione di pericolo sovversivo. Detto questo, i militari del nostro continente non rappresentano, come in America Latina, il mezzo migliore per ancorare il loro paese all’Impero americano. Essi sono troppo solidamente tenuti in pugno dai politici. E loro stessi sono stati istruiti, da lunga data, dalla pratica democratica, a non gettarsi sul potere in funzione dei loro capricci o delle loro ambizioni.
Le strutture generali dell’Alleanza, al contrario, con il loro susseguirsi di riunioni periodiche di capi di Stato, di ministri, di parlamentari, permettono agli americani di fare a meno del tramite dei militari e di trovare direttamente, al livello degli uomini politici conquistati all’atlantismo, gli strumenti per il mantenimento delle buone scelte ideologiche. Hanno così potuto indottrinare e legare a sé il personale politico, incosciente in gran parte della manipolazione e della minaccia.
Le parole non sono neutre, ed il vocabolario usato è spesso la causa diretta del processo di ragionamento. Ora, è un. fatto che oggi la parola-chiave di “sicurezza”, caratteristica dell’approccio ideologico ai problemi di Difesa, è passata nel linguaggio corrente dei governi europei, e testimonia del loro impegno.

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La destra rialza la testa un po’ dovunque

Nella logica di questo processo, sembra che i campioni della libertà d’impresa e del capitalismo selvaggio ritengano che sia giunto il momento di ritardare i tentativi di emancipazione economica dei popoli occidentali. Le aspirazioni socialiste crescono dovunque nel mondo, e   l’emancipazione dovrà pure realizzarsi un giorno: perché non si possono sfruttare o asservire indefinitamente i popoli. Ma, più si ritarda, più costerà cara.
Oggi, in ogni caso, la destra si sente sempre più sicura di se stessa e rialza la testa in tutta l’Europa. Anche le forme più morbide di socialismo, come la socialdemocrazia, sono minacciate. Si poteva credere, tuttavia, che questa non costituisse una difficoltà ma piuttosto un alibi, per i ricchi insaziabili che dirigono il mondo. Ebbene no! Vi ricordate delle grida di gioia quando questa è stata battuta in Svezia, il 19 settembre l976, dopo 44 anni di governo, con un infimo scarto di voti, del resto? Negli altri paesi nordici (si era nel 1977, in Danimarca a febbraio, in Olanda a maggio, in Norvegia a settembre) i socialisti non sono stati battuti. Ma sono piccoli paesi, dal peso politico, limitato. ln Gran Bretagna, al contrario, è la vittoria: Margaret Thatcher, la dama di ferro, la Giovanna d’Arco dei conservatori, accede al potere il 3 maggio 1979. Anche il Portogallo, colpevole della “rivoluzione dei garofani” contro una aspra dittatura, è stato ricondotto «progressivamente, ad una maggiore ortodossia attraverso pressioni economiche ben impiegate; e le elezioni del 5 ottobre l981 lo hanno confermato. Mentre in Spagna, dove c’era stata una speranza reale di democratizzazione, le pressioni dei nostalgici del franchismo si accentuano sempre di più. Aggiungiamo, infine, a questa rubrica la vittoria inattesa della “Maggioranza” alle elezioni legislative francesi del 1978, vittoria amplificata certamente dallo scrutinio maggioritario in. esercizio, ma sempre vittoria.
La realtà profonda infine, sotto questo camuffamento di un “liberalismo” indefinito, è il riemergere dei peggiori fascismi; che si appoggiano l’un l’altro in un’internazionale neonazista. Non avendo reagito a tempo in Europa negli anni trenta, il mondo ha conosciuto 50 milioni di morti negli anni ’40. È necessario soprattutto, che non lo dimentichi, quando è ancora in tempo. Bisogna prendere coscienza che non sarà facile liberarsene. Più si aspetta, e più ci saranno sangue e lacrime.

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Primi attacchi ai diritti democratici

È evidentemente nelle grandi nazioni, Francia, Germania, Italia o Spagna, quelle che hanno fatto la storia, che si giocherà l’avvenire della nostra società ed il destino europeo. E’ questa la ragione per cui la Germania occidentale e l’Italia vivono una fase preoccupante. In questi paesi, sebbene a livelli molto diversi, è nata e cresciuta – in alcuni intellettuali usciti dalla classe privilegiata –, una tentazione di violenza totalmente inaccettabile. Che deve essere combattuta in quanto tale. Detto questo, è deplorevole che ciò avvenga; spesso con mezzi incompatibili con i valori ai quali la nostra civiltà sostiene di richiamarsi: gli stessi mezzi dell’avversario. Andiamo più lontano. Il terrorismo non ha giustificazioni. Ma che ruolo possono svolgere in esso la provocazione, o la manipolazione?
In Italia, l’Esercito al completo, compreso quello di leva, ha ricevuto, in occasione del rapimento di Aldo Moro, il compito di scendere in strada per completarvi l’azione della polizia. Ora, noi sappiamo – noi francesi –, attraverso l’esperienza dell’Algeria, che l’Esercito non deve mai immischiarsi nelle lotte all’interno, né soprattutto delle violenze all’interno: perché è orientato verso metodi di guerra che fanno astrazione dal diritto comune e generano immancabilmente degli abusi inammissibili. Si poteva perciò temere il peggio tanto più che l’apparato legale di repressione fascista non è mai stato totalmente abolito. Fortunatamente questo popolo civile, che sa cosa vuole dire il fascismo, dà testimonianza della sua maturità politica, reagendo con una moderazione e una dignità esemplari di fronte agli atti più barbarici, come l’attentato di estrema destra alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Quanto alla Germania federale, come in America Latina, la repressione si rivela sproporzionata rispetto alla minaccia: per 16 terroristi ricercati nel l977, autori di 24 attentati in otto anni, attività minore in rapporto a ciò che abbiamo conosciuto noi stessi in Francia, con il FLN o l’OAS, si sono sviluppati l’amalgama, la delazione, il delitto d’opinione, il condizionamento delle masse. Il pericolo è irrisorio in rapporto agli incidenti stradali, ad esempio. Ma i mezzi di comunicazione di massa tedeschi si sono resi disponibili a creare artificialmente una psicosi d’insicurezza. senza misura alcuna con i fatti reali. E questa è servita come pretesto e come giustificazione, ovviamente, per un’evoluzione del diritto che attacca alcune libertà fondamentali.

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Il “Berufsverbot” in Germania

Ci sono state le interdizioni dalle professioni, o Berufsverbot, che costituiscono un flagrante attacco al diritto al lavoro, perciò alla vita; sotto pretesto d’opinione. Si applicano ai membri del partito comunista e vengono rispettate con raro accanimento: non è senza interesse per un francese analizzare un caso, per prendere coscienza di cosa si tratti. Farò riferimento al caso di un professore, Klaus Lipps, 37 anni, sposato, una figlia, insegnante di francese, matematica ed educazione fisica al liceo di Bühl. Sindacalista attivo e membro del partito comunista tedesco, gli viene revocato l’incarico una prima volta nel l975 dal governo del Bade-Wurtemberg diretto da un vecchio giudice della marina hitleriana, Hans Filbinger. In seguito a proteste diverse, nazionali ed internazionali, viene tuttavia reintegrato provvisoriamente a Bühl, con una disposizione provvisoria. L’anno successivo, 1976, dopo una querela al tribunale nella quale gli si rimprovera, tra le altre cose, di aver parlato ai suoi alunni della Resistenza francese contro il nazismo, viene trasferito a Baden-Baden. Tuttavia, nel novembre del 1976, l’atto di revoca del 1975 viene annullato dal tribunale. Il governo regionale fa comunque appello, ma nel maggio 1977 l’appello viene respinto dalla più alta corte del Land, quella di Mannheim. Klaus Lipps, sostenuto dalla opinione pubblica internazionale, crede di essere stato reintegrato definitivamente. Non per molto. Nel novembre 1977, in dispregio del giudizio consolidato, lo stesso governo regionale, ostinato, pronuncia contro Klaus Lipps una seconda interdizione dalla professione. Di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica, Hans Filbinger è costretto a dimettersi, ma il suo successore, Lothar Späth, conserva l’interdizione; senza poterla per questo giustificare, se non per l’adesione di Lipps al comunismo, che ne fa un “nemico della costituzione”, nel più puro stile “dottrina di sicurezza”: “Il Rettorato riconosce di non aver notizia, per quanto riguarda l’esercizio della sua professione, di trasgressioni agli obblighi di un funzionario. Ma è certamente concepibile che tali trasgressioni abbiano potuto esserci, senza che nessuno le svelasse o le denunciasse … Perché è ben noto che i membri del partito comunista cercano, nel loro comportamento pubblico, di dare l’impressione di perseguire degli obiettivi conformi all’ordine liberale e democratico, di essere fedeli ai suoi principi, e di difenderli. Ciò fa parte della loro strategia”, Il ministro dell’Istruzione, M. Herzog, indubbiamente impressionato dall’ondata di proteste, ha dichiarato in televisione, il 24 luglio 1979, che Klaus Lipps sarebbe rimasto al suo posto fino a quando i tribunali avessero deciso la causa. Che si sarebbe tenuta nel luglio del 1980.

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Limitare la democrazia con il pretesto di difenderla

Nel 1977, il caso Klaus Croissant, nel quale la Francia ha avuto un ruolo essenziale, è cominciato in Germania sotto l’aspetto inammissibile di un attacco ai diritti della difesa. Un anno dopo la sua burrascosa estradizione dalla Francia, il l6 novembre 1977, in Germania, nel dicembre l978, c’erano circa 70 avvocati processati ed alcuni di questi sono stati interdetti dalla professione. Tre di loro vennero incarcerati allora: Klaus Croissant già nominato, Arnd Muller arrestato il 30 settembre 1977, lo stesso giorno dell’arresto di Croissant in Francia, e Armin Newerla. Tutti e tre accusati di “favoreggiamento di una organizzazione criminale”, la qual cosa ha comunque come risultato – se non è questo l’obiettivo – di isolare al massimo i terroristi della Germania federale imprigionati, e di impedire loro ogni difesa politica. Questi processi contro avvocati sono spiacevolmente simili al trattamento riservato in Argentina ai difensori dei prigionieri politici.
Per tornare a Klaus Croissant, il tribunale di Stoccarda ha dovuto contentarsi, in mancanza di prove, di infliggergli – nel febbraio 1979 – due anni e mezzo di prigione: la qual cosa è senza proporzione rispetto all’accusa di complicità nelle attività terroristiche della RAF, la celebre “banda Baader”. La corte federale di giustizia di Karsruhe, sull’appello della procura, ha rifiutato il 27 maggio 1980 di appesantire condanna, ma ha tuttavia radiato definitivamente Croissant dal foro: un altro caso di interdizione dalla professione, dalla professione di avvocato, questa volta.
Infine, il caso della fine della “banda Baader” nella prigione di Stammheim – anche se l’assassinio ufficiale non si è mai potuto provare – ha mostrato almeno delle pratiche di incarcerazione nel segreto delle prigioni-fortezze, di isolamento e di degradazione della dignità dei prigionieri, che ci riporta al Medio Evo ed alle sue “botole”. Bühl, Baden-Baden, Mannheim, Stuttgart, Karlsruhe, tutte queste città fanno parte del “Land” di Bade-Wurtemberg, dominato e governato. dai democratici cristiani. In precedenza, poi, prima dello sviluppo della “banda Baader”, una legge del l3 agosto 1968 – la Germania era ancora una volta sotto un governo democratico cristiano – aveva autorizzato la sorveglianza segreta della posta e le intercettazioni telefoniche in nome della sempiterna sicurezza. Una denuncia è stata sporta nel giugno 1971 presso la Corte europea dei Diritti dell’Uomo da cinque giuristi della Repubblica Federale Tedesca, secondo i quali questa legislazione violava la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo della quale la RFT era firmataria. Questa denuncia è stata respinta l’8 settembre 1978. Così, si può continuare a violare impunemente i principi della democrazia, con il comodo pretesto di difenderla. Tutti questi casi illuminano comunque e in maniera interessante lo scontro elettorale del 5 ottobre 1980 tra Helmut Schmidt e Franz-Josepf Strauss, per il posto di cancelliere federale. Una vittoria di Strauss avrebbe portato certamente ad un aumento delle “restrizioni auspicabili per la democrazia”, raccomandate dalla Commissione Trilaterale (Cfr., al riguardo, Corrispondenza Internazionale, Anno IV, NN. 8 /9 marzo 1978).

***

La Francia minacciata a sua volta

Detto questo, la Francia non è così innocente da permettersi, senza riserve, di scagliare la pietra contro i nostri vicini. C’è innanzitutto la macchia dell’OAS, come ho già detto prima. Ma non dimentichiamo nemmeno che se la Germania ha dato origine al nazismo, la Francia è la sola, tra tutte le nazioni occidentali, occupate militarmente, il cui governo legale sia sceso a patti con il nazismo. Ha fornito numerosi collaborazionisti, che più di 35 anni dopo non riconoscevano sempre i loro torti, ma molti rappresentanti dei quali sono oggi assai vicini al potere. Questo solo fatto le impedirebbe, se ne fosse tentata, di condannare il suo vicino. Si tratta piuttosto di aiutarlo a sventare la trappola degli eccessi dei due estremi, e a rispettare le regole democratiche.
In realtà, la Francia – che aveva saputo recuperare ad un certo momento, sola tra tutti i partner, la sua libertà di valutazione e di dottrina – è tornata poi all’ortodossia dell’ideologia occidentale. Questa è così riapparsa progressivamente in tutti i discorsi ufficiali, civili o militari. Il fatto è che era subito comparsa, fin dall’inizio del regno, sulla bocca del capo dello Stato, in particolare il 25 marzo 1975 alla televisione: “Io devo parlarvi questa sera della sicurezza, la sicurezza esterna della Francia, la sicurezza della sua economia, la “sicurezza delle persone”. Immediatamente, in una sola frase, si sviluppa come in America Latina il miscuglio caratteristico tra pericolo. interno ed esterno, economico, e militare, individuale e collettivo, tra compiti di difesa, e di polizia. E’ il processo che ha condotto d’altronde all’interdizione del pensiero “sovversivo”, cioè quello che contesta il capitalismo. Il rischio è di provocare gli stessi danni. Intendiamoci bene; in Europa non siamo in Cile né in Argentina, né lo saremo mai: è più sottile Ma la strada può essere la stessa: prendere il pretesto da fatti di terrorismo, relativamente benigni o isolati, per mettere in atto legislazioni eccezionali. Poi, quando si saranno liquidati i terroristi, si conserveranno queste deroghe esorbitanti dal diritto comune, ed il gioco sarà fatto!
Bisogna prenderne coscienza: prima che ci venga propinato, essendo cadute tutte le coperture, un modello specifico di “liberalismo autoritario’”: una sedicente democrazia, dove gli attacchi alle libertà tradizionali e fondamentali ci verrebbero presentati come una necessità provvisoria in nome della sicurezza di tutti.

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Tentazioni, intenzioni, azioni ed intimidazioni

Disgraziatamente, numerosi fatti – sopravvenuti negli ultimi sei anni –, sembrano segnare il passaggio dalle tentazioni, o dalle intenzioni nascoste, alle realizzazioni. Questi fatti si presentano perciò come altrettanti indizi di una evoluzione inquietante. Ce ne sono tanti, dopotutto, che non si potrebbe pretendere di farne un elenco esaustivo. C’è innanzitutto il “Piano di sicurezza per tutti i francesi”, presentato da Michel Poniatowski, ministro degli Interni, approvato dal Consiglio dei ministri del 7 aprile 1976, e che suscita fin dal primo giorno vive reazioni nel corpo giudiziario. Le sue prime disposizioni relative alla perquisizione dei cofani delle auto o delle abitazioni, senza ragioni né mandati, vengono votate ugualmente a dicembre dal Parlamento; ma annullate quasi immediatamente il 12 gennaio l977, dalla Corte Costituzionale perché contrarie alle libertà fondamentali. Le disposizioni contestate vengono riprese in un “Piano contro la violenza” del febbraio 1978, che trasferisce al livello dei regolamenti ciò che la legge rifiuta di prendere in considerazione. Citiamo ugualmente qui, a titolo informativo, gli appelli televisivi del guardasigilli alla delazione, nello stesso giorno, in occasione dell’enigmatico “rapimento” del barone Empain. C’è allo stesso tempo il recupero del controllo di una magistratura che ci tiene alla sua indipendenza teorica. Dopo i precedenti dei giudici Pascal e De Charette, apertura il/13 giugno 1976 di un procedimento disciplinare contro il giudice Ceccaldi di Marsiglia: trasferito a Hazebrouk il 12 maggio precedente, per essersi battuto: contro accordi di società petrolifere; rifiuta di fatto il trasferimento. Una settimana dopo, sciopero della magistratura – è il primo – per protestare contro i procedimenti giudiziari decisi contro questo giudice. Di fatto è l’inizio di un lungo percorso che sarà seguito più recentemente, a metà luglio del 1980, dalla sospensione del giudice Bidalou; ed il trasferimento d’ufficio di Jean-Pierre Michel, colpevole di aver partecipato ad una trasmissione di “Radio-Riposte”.
C’è un inizio di intimidazione degli avvocati, con il controllo a vista dell’avvocato di Jacques Mesrine, il l0 maggio 1978, e le nuove pratiche di perquisizione dei difensori all’entrata delle carceri di massima sicurezza. Per l’opinione pubblica, gli avvocati sono ormai persone sospette. Ci sono i casi di “violenze anarchiche” del maggio 1978; e soprattutto del 23 marzo 1979, dove poliziotti in borghese vengono direttamente utilizzati come provocatori; aldilà dei fatti, condanne pesantemente esemplari di poveracci, scelti a caso; o accuse senza fondamento, come quella. Di Maurice Lourdez, della CGT, che non beneficia di un non luogo a procedere se non il 21 agosto 1980; sempre in seguito a questi casi, c’è la direttiva di Valery Giscard d’Estaing (VGE) in persona, nel Consiglio dei ministri del 29 marzo 1979, di vietare le manifestazioni che non presenteranno garanzie assolute di sicurezza. Il che vuol dire vietarle tutte: di fronte all’ampiezza delle proteste la misura viene abrogata.
La Costituzione, infine, riconosce il diritto di sciopero “nel quadro delle leggi che lo regolamentano” ed alla Francia di estasiarsi sul suo liberalismo. Ma il 27 aprile l979 giunge la legge Médelin-Vivien, due deputati UDF e RPR, a limitare gli scioperi alla radio ed alla televisione, con minaccia a termine di estenderla a tutti i servizi pubblici. Ed infatti, nella primavera del 1979, c’è la proposta di legge di Robert-André Vivien, sempre lui, per limitare gli scioperi a EDF; a seguito di quella del 12 giugno 1980, c’è un’altra proposta simile di Fernand Icart, del1’UDF, che non vuole essere da meno. Il caso verrà discusso in Parlamento nell’autunno 1980. Ma in fondo questo diritto di sciopero che cos’è se non, sempre più, un falso problema, quando la pratica fa, sempre di più, della sospensione dal lavoro un motivo di licenziamento e di perdita dell’impiego?
Completiamo questa sommaria nomenclatura con le due leggi d’iniziativa del governo, “informatica e libertà” e “sicurezza e libertà”, che hanno suscitato notevoli resistenze nel paese, e non soltanto negli ambienti dell’opposizione, e sulle quali tornerò più avanti.

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Sugli spazi internazionali di sicurezza

Come altrove, alcuni europei progettano di organizzare una cooperazione internazionale per battere il terrorismo. Il 22 maggio 1975, a Obernai, Jean Lecanuet, allora guardasigilli, lancia 1’idea di una “Convenzione europea contro il terrorismo”, che viene firmata a Strasburgo, il 27 gennaio 1977, da 18 membri del Consiglio d’Europa su 21. Ma, facendosi attendere le ratifiche, i Nove decidono di metterla in opera tra di loro: è la “Convenzione di Dublino”, che obbliga gli Stati ad estradare i “terroristi”, definiti in senso lato. In realtà, nessuna di queste due Convenzioni è stata presentata al Parlamento francese per essere ratificata, come vuole la Costituzione. Il caso avrebbe sollevato senza dubbio troppe proteste da parte dei sostenitori dei Diritti dell’Uomo. Tuttavia, il governo si comporta come se ciò sia avvenuto. Attacchi diversi perciò al diritto d’asilo, inscritto anch’esso nella Costituzione: con in particolare le estradizioni di Croissant il 16 novembre 1977, di Piperno il 18 ottobre 1979, di Pace l’8 novembre 1979. Tutte estradizioni emesse su semplici sospetti, senza fondamenti giuridici: dal momento che il primo successivamente non è stato condannato che ad una pena leggera, come ho già detto e rimesso in libertà nel gennaio 1980; e gli altri due sono stati rilasciati il 30 giugno 1980 dalla giustizia italiana, per “insufficienza di prove”.
Questa presa di posizione contro queste estradizioni, in particolare quella di Klaus Croissant, non significa evidentemente che io condivida le posizioni dei terroristi: io non accetto questa violenza politica, e non saprei perciò né difenderla né scusarla.
Ma Croissant non era che un avvocato, indispensabile ad ogni giustizia, e che deve sposare moralmente la causa dei suoi clienti. Non era lui stesso accusato di nessun crimine. Noi non possiamo ammettere questa degradazione del diritto d’asilo politico, che costituisce una delle grandi tradizioni umanistiche del nostro paese. Noi dobbiamo restare sensibilizzati ai problemi dei Diritti dell’Uomo. La situazione può evolvere pericolosamente, se non stiamo attenti al facile ingranaggio del terrorismo, nel contro-terrorismo, nell’accoppiata ipocrita violenza/sicurezza, che favorisce dovunque lo smottamento progressivo delle leggi e lo sbriciolarsi delle libertà fondamentali.
E poi noi, i francesi, dovremmo anche prestare attenzione al fatto che l’iniziativa di questi accordi internazionali parte sempre da noi. Dopo Jean Lecanuet, è VGE stesso che propone, il 6 dicembre 1977, al Vertice dei Nove a Bruxelles, uno “Spazio giudiziario europeo” che organizzi la cooperazione penale, caratterizzato, per bocca del suo proponente, dalla mostruosa formula della “estradizione automatica”. Questo progetto doveva essere firmato il 19 giugno 1980 a Roma, ma gli olandesi si sono rifiutati di farlo perché vedevano in esso un grande pericolo per il diritto d’asilo, molto al di là del caso dei terroristi. E’ spiacevole che il paese. che ha inventato le libertà debba oggi ricevere delle lezioni di umanesimo dai suoi partner. Il progetto di una Europa giudiziaria è perciò in panne. In tutti i casi, perché possa essere un giorno legalmente operativo, è necessario normalizzare i diversi codici penali europei. Con questo obiettivo, la riforma del codice penale francese doveva essere presa in esame nel l979: il Presidente lo aveva annunciato nel suo discorso al rientro solenne della Corte di Cassazione, il 3 gennaio 1979. ln realtà, ci sarà bisogno di un altro anno: è la legge “sicurezza e libertà”, di cui parleremo più avanti.

***

Gli eserciti nel dispositivo di sicurezza

Insomma, per coloro che ci governano, una legislazione adeguata, appoggiata su una stampa e dei mass-media complici, può essere sufficiente per rendere un popolo sottomesso e benpensante. E non ci sarà bisogno, in principio, in questo modo, di dover arrivare a mettere in piedi una repressione. Ma, tuttavia, questo non sempre è vero. In ogni caso sarà perciò prudente prendersi delle garanzie per ogni evenienza, e di disporre dei mezzi necessari per evitare ogni contrattempo.
I funerali di Somoza, l’ex-dittatore sanguinario del Nicaragua, si sono svolti a Miami in Florida il 20 settembre 1980. Alcuni membri del Congresso ed alcune personalità americane presenti alla cerimonia, hanno criticato Jimmy Carter per non aver aiutato Somoza, costretto all’esilio nel luglio del 1979 dalle forze popolari sandiniste, a conservare il potere. È un fatto che nel loro insieme le prese di potere delle dittature militari dell’America Latina sono state favorite di nascosto, o direttamente suscitate ed appoggiate, dalla CIA, in mancanza del tacito consenso pubblico del popolo americano. E che tutti questi militari sono stati istruiti e condizionati nelle scuole dell’esercito americano.
Su un teatro completamente diverso, la stampa occidentale riferiva, nell’estate 1980, del processo e della condanna a morte, il l7 settembre; di Kim Dae-jung, capo dell’opposizione sud-coreana. La Corea del Sud è l’alleato preferenziale degli USA in Estremo Oriente dopo la guerra di Corea degli anni ’50. Condannato da chi? Dal regime militare dittatoriale del generale Chon, uomo della provvidenza, come ce ne sono tanti nel “mondo libero”. Condannato perché? In nome della sicurezza nazionale, per “complotto contro la sicurezza dello Stato”. Decisamente, da un capo all’altro del pianeta, troppi protetti degli USA presentano delle analogie.
In Europa, passiamo pure sopra i regimi portoghese e spagnolo di Salazar e di Franco. Passiamo sopra i colonnelli greci, fedelmente sostenuti dagli americani. Ma quando l’esercito turco, integrato nella NATO, fa il suo colpo di Stato “per la democrazia”, il 12 settembre 1980, nel corso di una manovra della NATO, tutti i giornali hanno evidenziato la soddisfazione ed il “sollievo” degli Stati Uniti; e tutti hanno testimoniato che erano loro, avvertiti in anticipo, che avevano annunciato il putsch.

 

***

Le cose succedono solo agli altri

Il capo di Stato Maggiore di questo esercito turco, nell’aprile e poi il 30 agosto 1980, auspicava che l’esercito venisse liberato dai compiti di mantenimento dell’ordine derivanti dallo stato di assedio in vigore da due anni: “Dal momento che, negli ultimi venti anni, si è accertata la necessità di dover far ricorso allo stato di assedio un anno su due, occorre trovare una soluzione”. Pensava veramente di avere trovato quella giusta? E se l’agitazione politica che turba la Turchia da venti anni esprimeva i sentimenti di una popolazione sempre più umiliata per essere mantenuta schiava di una grande potenza straniera ed irritata di non poter cercare una soluzione economica adeguata alla sua miseria?
Che cosa è che fa cadere le riserve di caccia degli Stati Uniti, una dopo l’altra, sotto i regimi militari? Io ammetto senz’altro che alcuni temano gli attacchi ai Diritti dell’Uomo che vengono evidenziati nei regimi comunisti. Ma questo li autorizza a fare altrettanto, se non peggio, a titolo preventivo? In nome di che cosa pretendono di opporsi al socialismo dell’autogestione e al sindacalismo? Si pensa che si potrà soffocare indefinitamente lo scontento popolare? E respingere le loro legittime aspirazioni con la forza, invece di soddisfare le loro speranze di giustizia sociale? Voi mi direte che, nelle nostre vecchie democrazie, non siamo in queste condizioni. Forse, ma tutto questo resta. Ed è anche presente il rischio che prestissimo ci si possa trovare anche da noi di fronte a gravi scadenze; i sostenitori del capitalismo selvaggio che la fa da padrone da anni non potranno attribuirne ad altri le responsabilità; e quando la ristrutturazione economica diventerà insopportabile per i popoli, si dovrà pure tenerli a bada. I governi al potere nel nostro paese lo sanno bene, e procedono da anni alla messa a punto dei mezzi necessari per farvi fronte all’occorrenza. Non accade soltanto tra i turchi!
Anche in Francia c’è stata, da cinque anni a questa parte, una riforma dell’Esercito destinata ad assegnargli una posizione di suddivisione a scacchiera del territorio, e delle capacità di intervento all’interno che prima non aveva. Mi occuperò di questo più avanti, in dettaglio, Bisogna mettersi in testa che la democrazia è sempre instabile, che la libertà è un bene precario e che le cose non succedono sempre e soltanto agli altri!

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Ogni ideologia di Stato apre le porte al totalitarismo

Il processo che ho appena fatto al mondo occidentale, avrei potuto farlo anche, evidentemente, al mondo sovietico, cementato da parte sua dall’ideologia comunista. Ma questo, i difensori occidentali dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà lo sanno e lo denunciano, e lo fanno a giusto titolo. Il loro solo errore è quello di attribuirlo a tale dottrina economica, il comunismo in questo caso, mentre il totalitarismo deriva semplicemente, e per forza, da ogni assunzione di un’ideologia di Stato, e del manicheismo che questa comporta.
Per l’Unione Sovietica – proprio come avvenne per la Francia rivoluzionaria –, è la conseguenza logica della sua posizione di patria del comunismo, che può portarla alla repressione interna ed alle invasioni territoriali all’esterno, per estendere o preservare l’impresa della sua dottrina. Per le nazioni dell’Europa occidentale, è viceversa il timore più o meno giustificato di una tale invasione che «le ha portate, inizialmente, a mettere loro stesse le dita nell’ingranaggio di un’altra ideologia, differente ma altrettanto espansionista ed alla fine militarista. E, se il processo è stato inverso, i risultati tendono ineluttabilmente a ricongiungersi un giorno, dal momento che le stesse cause generano gli stessi effetti.
Di fatto, la nozione di sicurezza come quella che ha corso nel campo occidentale – poiché lega l’avvenire politico ad un dogma, “libera impresa” e “libero scambio”, in questo caso – porta ineluttabilmente in questo campo nei confronti dei cittadini, a più o meno lunga scadenza, alle stesse reazioni e alle stesse negazioni dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà che esso rimprovera veementemente al campo comunista.

È tutta l’Europa occidentale che oggi, con la scusa tuttavia di non essere più sempre padrona del suo gioco, è manifestamente sulla china fatale dell’intolleranza ideologica, poggiata sul militarismo: anche se ostenta di volerlo ancora ignorare e anche se il liberalismo al quale si richiama è “avanzato”.



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Giancarlo Paciello – Elogio sì, ma di quale democrazia? La rivolta o forse la rivincita del demos.

Giancarlo Paciello–Elogio

309 ISBN

Giancarlo Paciello

Elogio sì, ma di quale democrazia?

La rivolta o forse la rivincita del demos

indicepresentazioneautoresintesi

 

I risultati delle elezioni del 4 marzo hanno completamente modificato il quadro di riferimento politico italiano. Mai, da quando si vota, si era verificato un tale rivolgimento capace di ridurre all’angolo forze che per venticinque anni si sono alternate nel saccheggio del paese. Fine dell’oligarchia? Guai soltanto al pensarlo! Certamente però un’indicazione molto forte: è possibile riscattare la dignità dei cittadini se non ci si limita a criticare la società capitalistica, ma si ha il coraggio di tentare la ricostruzione di una comunità che è stata privata, per decenni, anche del senso da attribuire alle consultazioni elettorali. L’Autore, “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”, a 81 anni, confessa di aver provato una grande gioia per quanto è avvenuto e, nella certezza di non aver mai, al pari di Cirano de Bergerac, piegato la piuma del suo cappello al volere dei potenti, intende far conoscere le effettive dimensioni del “terremoto”, sottolineando l’opportunità che si presenta alle persone di buona volontà per sostenere, nei modi possibili, chi si batte perché questa “rivincita del popolo”, meglio ancora del demos, possa trovare gambe (e testa) per non fermarsi.


Giancarlo Paciello – Ci risiamo: ancora l’infame riproposizione “Processo di pace” e “Due popoli, due Stati!”
Giancarlo Paciello – La Costituzione tradita. Intervista a cura di Luigi Tedeschi
Giancarlo Paciello – Ministoria della Rivoluzione cubana
Giancarlo Paciello – Diciamocelo: un po’ di storia non guasta. Dalle “battaglie dell’estate” del 1943 in Europa, all’avvento dell’Italia democristiana nel 1949
Giancarlo Paciello – Oggi 29 novembre! Oggi, ancora, solidarietà per il popolo palestinese.
Giancarlo Paciello – Uno scheletro nell’armadio dello Stato: la morte di Pinelli.
Giancarlo Paciello – Per il popolo palestinese. La trasformazione demografica della Palestina. Cronologia (1882-1950). Ma chi sono i rifugiati palestinesi? Hamas, un ostacolo per la pace? L’unico vero ostacolo: occupazione militare e colonie.
Giancarlo Paciello – Ascesa e caduta del nuovo secolo “americano” (Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne?)
Giancarlo Paciello – Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni. Da tempo ormai, il campo elettorale non è più un vero e proprio luogo di rappresentanza di interessi economici e sociali, ma è una protesi artificiale di apparente pluralismo.
Giancarlo Paciello – La rivolta o meglio, la rivincita del popolo, o meglio ancora, del demos
Giancarlo Paciello, legge il libro «I bianchi, gli ebrei e noi». L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja.

 


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Houria Bouteldja – Giancarlo Paciello, legge il libro «I bianchi, gli ebrei e noi». L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja.

Houria Bouteldja 001

Giancarlo Paciello

L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja

Giancarlo Paciello invita alla lettura del libro di Houria Bouteldja,

I bianchi, gli ebrei e noi

Verso una politica dell’amore rivoluzionario

Sensibili alle foglie, 2017

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Prefazione all’edizione italiana di Maria Rita Prette

Postfazione all’edizione italiana di Marilina Rachel Veca

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Giancarlo Paciello legge il libro «I bianchi, gli ebrei e noi».
L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja

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I bianchi, gli ebrei e noi

I bianchi, gli ebrei e noi

 

Les Blancs, les Juifs et nous.

Les Blancs, les Juifs et nous.

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Houria Bouteldja

Houria Bouteldja

 

 

Per mesi ho cercato di dar corpo alle sensazioni, alle forti impressioni e alle riflessioni suscitate da questo libro di Houria Bouteldja, di una potenza espressiva che non mi era mai capitato di incontrare! Poi, il sottotitolo, la dedica “Au nom de l’amour revolutionnaire” sul mio libro e la quarta di copertina mi hanno orientato.
Per me l’amore è Gesù di Nazareth e rivoluzionario (lo si usi come sostantivo o come aggettivo), è sempre Lenin. E qualche volta mi sono anche attardato a fantasticare su di un loro ipotetico incontro e a pensare a quale “discorso della montagna” ne sarebbe potuto seguire. Penso che quanto sostiene, con provocatoria determinazione, questa giovane e bella immigrata di seconda generazione, di origine algerina, vi avrebbe trovato un posto adeguato. E non ho alcuna intenzione di essere blasfemo!
Avevo pensato, in passato, di partire dal “fardello dell’uomo bianco” emblema della colonizzazione, ma non sarà così: di questo “fardello” rimarrà soltanto il colore della pelle di chi lo “porta” e un paio di ironiche vignette che lo sputtanano.

Una rappresentazione satirica del “fardello dell’uomo bianco”.

Una rappresentazione satirica del “fardello dell’uomo bianco”.

 

L’Uomo bianco ha cominciato molto presto a caricarsi del suo fardello.

L’Uomo bianco ha cominciato molto presto a caricarsi del suo fardello.

 

 

Ho già detto delle due prime ragioni che mi hanno orientato in questa decisione.
Resta la quarta di copertina:

«Perché scrivo questo libro? Perché condivido l’angoscia di Gramsci: “Il vecchio mondo è morto. Il nuovo è di là da venire ed è in questo chiaro-scuro che sorgono i mostri”. Il mostro fascista, nato dalle viscere della modernità occidentale. Da qui la mia domanda: che cosa offrire ai Bianchi in cambio del loro declino e delle guerre che questo annuncia? Una sola risposta: la pace. Un solo mezzo: l’amore rivoluzionario».

La mia non sarà una recensione.
Sarà un va’ e vieni nel primo capitolo dal titolo “Fucilate Sartre”, mostro sacro dell’anticolonialismo in Francia.
In questo capitolo, l’autrice motiva a più riprese le ragioni che l’hanno spinta a scrivere il libro e analizza allo stesso tempo le figure di Jean-Paul Sartre e di Jean Genet, entrambi sostenitori della lotta del popolo algerino, ma che partono da punti di vista assai diversi. Secondo la scrittrice, Sartre non riesce ad andare oltre quello che Wallerstein definisce universalismo occidentale contrapponendolo ad un universalismo universale, patrimonio invece di Genet.
Questa almeno la mia interpretazione, dal momento che Houria non si sogna nemmeno di nominarlo Wallerstein e si serve invece di una espressività di tale forza da poter fare a meno anche di importanti categorizzazioni.
Sostanzialmente, il giudizio negativo su Sartre è dovuto alla sua posizione nei confronti del sionismo, difeso dallo scrittore francese sempre e comunque.
Cominciamo con Sartre.
Il capitolo inizia con un:

«Fucilate Sartre! Il filosofo francese prende posizione in favore dell’indipendenza dell’Algeria. Si attira le ire di migliaia di vecchi combattenti sui Champs Élysées il 3 ottobre 1960. […] Sartre, la cui prima indignazione, confida, è stata scoprire a quattordici anni che le colonie erano “una competenza di Stato” e una “attività assolutamente disonorevole”. E aggiunge: “La libertà che mi costituisce come uomo costituisce il colonialismo come abiezione”. In materia di colonialismo e di razzismo, fedele alla sua coscienza di adolescente, egli non si smentirà quasi mai. Lo troveremo mobilitato contro il “cancro” dell’apartheid, contro il regime segregazionista degli Stati Uniti, a sostegno della rivoluzione cubana e del Vietnam. Si dichiarerà anche porteur de valises del FLN [Fronte Nazionale di Liberazione algerino].

J.-P. Sartre, Ebrei

J.-P. Sartre, Ebrei

 

L'antisemitismo

L’antisemitismo

[…] Sartre non si è mai preteso pacifista. Lo dimostra anche nel 1972 in occasione dei giochi olimpici di Monaco. […] Per lui, l’attentato di Settembre nero, che è costato la vita a undici membri dell’équipe israeliana, è “perfettamente riuscito”, stante che la questione palestinese era stata posta davanti a milioni di telespettatori in tutto il mondo “più tragicamente di quanto sia mai stato fatto all’Onu, dove i palestinesi non sono rappresentati”.
Il sangue di Sartre è sgorgato. Non faccio fatica a immaginare la sua lacerazione quando egli ha preso posizione a favore del Settembre nero. Egli si è mutilato l’anima. Ma il colpo non è stato fatale. Sartre è sopravvissuto. L’uomo della prefazione a I dannati della terra non ha concluso la sua opera: uccidere il Bianco.
[…] Al di là della sua simpatia per i colonizzati e la loro legittima violenza, per lui, niente potrà detronizzare la legittimità dell’esistenza di Israele. Nel 1948, egli prende posizione per la creazione dello Stato ebraico e difende la pace sionista, per “uno stato indipendente, libero e pacifico”. Sull’esempio di Simone De Beauvoir, è favorevole all’immigrazione degli Ebrei in Palestina.

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“Bisogna dare delle armi agli Ebrei; ecco il compito immediato delle Nazioni unite”, proclama. Non possiamo disinteressarci della causa ebraica a meno che non accettiamo di essere noi stessi degli assassini. Ed egli prosegue: “Non c’è un problema ebraico. C’è un problema internazionale. Io ritengo che il dovere degli Ariani sia aiutare gli Ebrei. Il problema interessa tutta l’umanità. Sì, è un problema umano”.
Nel 1949 dirà: “Bisogna rallegrarsi che uno Stato israeliano autonomo giunga a legittimare le speranze e le lotte degli Ebrei del mondo intero. […] la formazione dello Stato palestinese (ebraico in Palestina! Nota mia) deve essere considerata come uno degli eventi più importanti della nostra epoca, uno dei soli che permettono oggi di conservare la speranza”.
La speranza di chi?
Colui che proclamava: “È l’antisemitismo che fa gli Ebrei”, ecco che estende il progetto antisemita sotto la forma sionista e partecipa alla costruzione della più grande prigione per Ebrei. Ansioso di seppellire Auschwitz e salvare l’anima dell’uomo bianco, egli scava la tomba degli Ebrei. Il Palestinese era lì per caso. Egli lo strangola.
La buona coscienza bianca di Sartre … è quella che gli impedisce di completare la sua opera: liquidare il Bianco. […] Si risolve con la sconfitta o con la morte dell’oppressore, anche se Ebreo, [questo è] il passo che Sartre non ha saputo compiere. E lì il suo fallimento. Il Bianco resiste.
[…] La sua fedeltà al progetto sionista, benché contrariato dagli eccessi di Israele, resta intatta.

Frantz Fanon3

Frantz Fanon

Les damnés de la terre

Les damnés de la terre

I dannati della terra, it

I dannati della terra

Josie Fanon, vedova di Franz Fanon, gli rimprovera di essersi associato ai “clamori isterici della sinistra francese” e chiederà a François Maspero di togliere la prefazione di Sartre alle ulteriori edizioni de I dannati della terra.
“Non c’è più nulla in comune tra Sartre e noi, tra Sartre e Fanon. Sartre, che sognava nel 1961 di unirsi a quelli che fanno la storia dell’uomo è passato dall’altra parte, Nel campo degli assassini. Il campo di quelli che uccidono in Vietnam, in Medio-Oriente, in Africa, in America Latina”.

No, Sartre non è Genet. Josie Fanon lo sapeva.
Nel 1975 non ha forse protestato con Mitterrand, Mendès France e Malraux – ammirevole trio – contro la risoluzione dell’Onu che, giustamente, assimila il sionismo al razzismo. Sporchi Arabi! La loro ostinazione a negare l’esistenza d’Israele ritarda “l’evoluzione del Medio Oriente verso il socialismo” … e allontana le prospettive di una pace che allevierebbe l’angoscia esistenziale sartriana e la sua coscienza infelice.
Nel 1976 il suo auspicio sarà esaudito. Il presidente egiziano Sadat andrà a raccogliersi davanti al memoriale dei martiri dell’olocausto nazista. Lo stesso anno, si vedrà premiato con il titolo di dottore honoris causa dell’università di Gerusalemme all’ambasciata d’Israele.
Sartre morirà anticolonialista e sionista. Morirà Bianco.

[…] Siamo, malgrado tutto, in diritto di pensare che la sua bianchità lo abbia condizionato. Sartre non ha saputo tradire radicalmente la sua razza».

E Genet?
Sartre «non ha saputo essere Genet … che si è rallegrato della sconfitta francese nel 1940 contro i tedeschi, e in seguito a Saigon e in Algeria. Della loro disfatta a Dien Bien Phu. […] La Francia resistente non era forse anche quella che andava a diffondere il terrore a Sétif e Guelma, un certo 8 maggio 1945, poi nel Madagascar poi nel Camerun?
[…] Certo, c’è il conflitto di classe, ma c’è anche il conflitto di razza.
Ciò che mi piace di Genet è che a lui non importa di Hitler. E paradossalmente, riesce, ai miei occhi, a essere l’amico radicale delle due grandi vittime storiche dell’ordine bianco: gli ebrei e i colonizzati. Non vi è alcuna traccia di filantropia in lui. Né in favore degli ebrei, delle Pantere Nere o dei palestinesi.

 

Jean Genet a sostegno dei Black Panthers

Jean Genet a sostegno dei Black Panthers.

 

J. Genet, The Blacks

J. Genet, The Blacks.

Ma una collera sorda contro l’ingiustizia che è stata loro fatta dalla sua propria razza.

Non ha forse accolto la soppressione della pena di morte in Francia con un’indifferenza cinica quando il decoro ordinava una devota emozione e celebrava questo nuovo passo verso la civilizzazione? La posizione di Genet cade come una mannaia sulla testa dell’uomo bianco: “Finché la Francia non farà questa politica che chiamiamo Nord-Sud, fintanto che essa non si preoccuperà dei lavoratori immigrati o delle ex colonie, la politica francese non m’interesserà affatto. Che si taglino o no delle teste a degli uomini bianchi, non mi interessa un granché”.

Quattro ore a Chatila

Quattro ore a Chatila.

 

Perché “fare una democrazia nel Paese che è stato nominato Métropole, è in effetti fare ancora una democrazia contro i Paesi neri o arabi”.
C’è come un’estetica in questa indifferenza verso Hitler. Essa è una rivelazione. Bisogna essere poeti per raggiungere questa grazia? L’alacrità compulsiva delle principali forme politiche a fare del dirigente nazista un accidente della storia europea e a ridurre Vichy e tutte le forme di collaborazione a delle semplici parentesi non poteva ingannare “l’angelo di Reims”. Ho detto “indifferenza”. Non empatia, non collusione. Poteva coprire di ingiurie Hitler e risparmiare la Francia che s’era mostrata così “carogna in Indocina e in Algeria e in Madagascar”?
Egli descrive come “eccitante” il suo sentimento davanti alla sconfitta francese di fronte a Hitler. Ci si poteva bellamente rallegrare della fine del nazismo mentre si era accomodanti sulla sua genesi colonialista e sul proseguimento del progetto imperialista sotto altre forme? Si potevano isolare impunemente gli atti nazisti dal resto della storia dei crimini e genocidi occidentali? Si aveva il diritto morale di scagionare le imprese francesi, inglesi e statunitensi per accollare tutta la responsabilità all’impresa tedesca?
Le parole di Césaire tornano a galla: “Il nazismo è una forma di colonizzazione dell’uomo bianco sull’uomo bianco, uno choc di ritorno per gli europei colonizzatori: una civiltà che giustifica la colonizzazione […] chiama il suo Hitler, voglio dire il suo castigo”. In effetti, Hitler, scrive Césaire, ha “applicato all’Europa dei procedimenti colonialisti afferenti, fino a quel momento, solo agli arabi d’Algeria, ai servi dell’India e ai negri d’Africa”.
Ciò che mi piace anche di Genet è che egli non prova alcun sentimento ossequioso nei nostri confronti. Ma sa discernere la proposta invisibile fatta ai Bianchi dai militanti radicali della causa nera, della causa palestinese, della causa del Terzo mondo.
Egli sa che tutti gli indigeni che si ergono contro l’uomo bianco gli offrono, simultaneamente, l’occasione di salvarsi. Egli intuisce che dietro la resistenza radicale di Malcom X c’è la sua propria salvezza. Genet lo sa e ogni volta che un indigeno gli ha offerto questa opportunità, l’ha afferrata.
È per questo che, dall’oltretomba, Malcom X ama Genet. Tra questi due uomini la parola “pace” ha un senso; un senso irrigato dall’amore rivoluzionario. Ma Malcom X non può amare Genet senza prima di tutto amare i suoi. È il suo lascito a tutti i non-Bianchi del mondo. Grazie a lui, sono un’ereditiera. Innanzitutto, bisogna amarci […]».

***

Non posso che sentirmi empaticamente unito a tutti i colonizzati, io che da sempre mi sento empaticamente unito al popolo palestinese! E non perderò occasione di abbracciare Houria non appena se ne presenterà l’occasione.

Passiamo ora alla parte del primo capitolo in cui l’indigena chiarisce cosa l’ha spinta a scrivere questo libro. Questa parte mi ha coinvolto ancora di più sul piano emotivo.

***

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«Perché scrivo questo libro? Senza dubbio per farmi perdonare le mie prime codardie di questa odiosa condizione di indigena. La volta in cui, liceale, in cammino per un viaggio scolastico a New-York, ho chiesto ai miei genitori che mi stavano accompagnando all’aeroporto di non farsi vedere dai professori e dai miei compagni di classe perché “gli altri genitori non accompagnano i loro figli”. Una frottola bella e buona. Mi vergognavo di loro. Avevano l’aria troppo povera e troppo da immigrati, con le loro teste arabe, fieri di vedermi prendere il volo verso il paese dello zio Sam. Non protestarono. Si nascosero e io pensai ingenuamente che avessero creduto alle mie bugie. Me ne rendo conto solo oggi che essi mi accompagnarono nella menzogna. Mi sostennero senza battere ciglio per permettermi di andare più lontano di loro.
E poi, aver vergogna di sé, da noi, è come una seconda pelle. “Gli arabi, la seconda razza dopo i rospi”, diceva mio padre. Una frase che aveva senz’altro sentito su un cantiere edile e che aveva fatto sua per convinzione di colonizzato. All’aeroporto, non si era tirato indietro. Poi, è stato portato via da un cancro dovuto all’amianto. Un cancro da operaio. Sì, devo farmi perdonare da lui.

Perché scrivo questo libro? Perché non sono innocente. Vivo in Francia. Vivo in Occidente. Sono bianca. Niente può assolvermi. Detesto la buona coscienza bianca. La maledico. Essa siede a sinistra della destra, nel cuore della socialdemocrazia. È lì che ha regnato a lungo, raggiante e risplendente. Oggi, è sciupata, logora. I suoi vecchi demoni l’afferrano e le maschere cadono. Ma respira ancora: Grazie a Dio, non è riuscita a conquistare il mio territorio. Io non cerco alcuna scappatoia. Certo, l’appuntamento con il grande Sud mi spaventa, ma mi arrendo. Non fuggo lo sguardo dei sans papíer, e non distolgo il mio dai morti di fame, dai “clandestini” che si arenano sulle nostre rive, morti o vivi.
Io preferisco sputare il rospo: sono una criminale. Ma estremamente sofisticata. Non ho sangue sulle mani. Sarebbe troppo volgare. Alcuna giustizia al mondo mi trascinerà davanti ai tribunali. Il mio crimine io lo subappalto. Tra il mio crimine e me c’è una bomba. Io sono detentrice del fuoco nucleare. La mia bomba minaccia il mondo dei meteci e protegge i miei interessi. Tra il mio crimine e me, c’è anzitutto la distanza geografica e poi la distanza geopolitica. Ma ci sono anche le grandi istanze internazionali, l’Onu, il Fmi, la Nato, le multinazionali, il sistema bancario. Tra il mio crimine e me ci sono le istanze nazionali: la democrazia, lo Stato di diritto, la Repubblica, le elezioni. Tra il mio crimine e me, ci sono delle belle idee: i diritti dell’uomo, l’universalismo, la libertà, l’umanesimo, la laicità, la memoria della Shoah, il femminismo, il marxismo, il terzomondismo. E anche i porteurs de valises [del FLN]. Essi sono in cima all’eroismo bianco. Io li rispetto, tuttavia. Mi piacerebbe rispettarli di più, ma sono già ostaggi della buona coscienza. Gli sfruttatori della sinistra bianca.
Tra il mio crimine e me c’è il rinnovamento e la metamorfosi delle grandi idee nel caso in cui l’”anima bella” dovesse scadere: il commercio equo, l’ecologia, il commercio bio. Tra il mio crimine e me, c’è il sudore e il salario di mio padre, gli assegni familiari, le ferie, i diritti sindacali, le vacanze scolastiche, le colonie estive, l’acqua calda, il riscaldamento, i trasporti, il mio passaporto… Io sono separata dalla mia vittima – e dal mio crimine – da una distanza insormontabile. Questa distanza si estende. I check point dell’Europa si sono spostati verso il sud. Cinquant’anni dopo l’indipendenza, è il Maghreb che doma i suoi cittadini e i Neri dell’Africa. Volevo dire “i miei fratelli africani”. Ma non oso più, dopo aver confessato il mio crimine. Addio Bandung.
Succede a volte che la distanza tra me e il mio crimine si accorci. Delle bombe esplodono nella metropolitana. Delle torri sono abbattute da aerei e crollano come dei castelli di carta. I giornalisti di una celebre redazione sono decimati. Ma, immediatamente, la buona coscienza fa il suo dovere. “Siamo tutti Americani”, “Siamo tutti Charlie”. È il grido di cuore dei democratici. L’unione sacra. Loro sono tutti americani. Loro sono tutti Charlie. Loro sono tutti Bianchi.
Se fossi giudicata per il mio crimine non punterei sulla virtù offesa. Ma invocherei le circostanze attenuanti. Non sono del tutto bianca. Sono blanchie (sbiancata, ma anche scagionata). Sono qui perché sono stata gettata fuori dalla Storia.

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Sono qui perché i Bianchi erano a casa mia e lì continuano a stare. Cosa sono io? Un’indigena della Repubblica.

 

Prima di tutto, sono una vittima. La mia umanità l’ho persa.

 

Nel 1492, poi di nuovo nel 1830 (anno della conquista francese dell’Algeria).

 

Victor Adam, Conquest and Civilisation, allegoria dell'invasione francese, 5 luglio 1830

Victor Adam, Conquest and Civilisation, allegoria dell’invasione francese in Algeria, 5 luglio 1830.

 

14 giugno 1830, inizia la colonizzazione dell'Algeria

14 giugno 1830, inizia la colonizzazione dell’Algeria

 


Episodio della conquista francese dell'Algeria in una stampa dell'epoca   Episodio della conquista francese dell’Algeria in una stampa dell’epoca. La scritta in basso recita:
Le Colonel Lucien de Montagnac: «Pour chasser les idées qui m’assiègent parfois, je fais couper des têtes, non pas des tete d’artichauts, mais bien des têtes d’homme» (Il Colonnello Lucien de Montagnac: «Per scacciare le idee che a volte mi assalgono, ho tagliato teste, non teste di carciofi, ma teste di uomini»).


 

E tutta la mia vita l’ho passata a riconquistarla. Non tutti i periodi sono di eguale crudeltà dal mio punto di vista, ma la mia sofferenza è infinita. Dopo aver visto la ferocia bianca abbattersi su di me, so che mai più mi ritroverò. La mia integrità è perduta per me stessa e per l’umanità, per sempre: io sono una bastarda. Non ho altro che una coscienza che risveglia i miei ricordi del 1492. Una memoria trasmessa di generazione in generazione, che resiste all’industria della menzogna. Grazie a lei, io so con la certezza della fede e una gioia intensa che gli “Indiani” erano “i buoni”.
È vero, la mia bomba protegge i miei interessi di indigena aristocratica, ma in effetti non ne sono che una beneficiaria occasionale. Non sono la principale destinataria, (a loro non importa), e i miei genitori. immigrati lo erano ancora meno. Sono nello strato più basso dei profittatori. Sopra di me, ci sono i profittatori bianchi. Il popolo bianco, proprietario. della Francia: proletari, funzionari, classe media. I miei oppressori. Essi sono i piccoli azionisti della vasta impresa di spogliazione del mondo. Al di sopra, c’è la classe dei grandi possidenti, dei capitalisti, dei grandi finanzieri che hanno saputo negoziare con le classi subalterne bianche, in cambio della loro complicità, una migliore ripartizione delle ricchezze della gigantesca rapina e la partecipazione – molto limitata – ai processi decisionali politici che definiscono fieramente “democrazia”. Hanno interesse a crederci. Per questo essa è una divinità per loro. Ma la loro coscienza è stanca. Cerca maggiori comodità.
Dormire in pace è essenziale. E svegliarsi fieri del proprio genio è ancora meglio. L’inferno sono gli altri. Bisognava inventare l’umanesimo ed è stato inventato.
E poi, il Sud, lo conosco, ne sono parte. I miei genitori lo hanno portato con sé venendo a vivere in Francia. Essi vi sono restati e io mi ci sono aggrappata e non l’ho mai lasciato. Si è installato nella mia testa e ha giurato di non uscirne mai. E anche di torturarmi. Tanto meglio. Senza di lui, non sarei che una parvenue.
Ma è lì, e mi osserva con i suoi grandi occhi.
[…]

 

Sadri Khiari

Sadri Khiari.

Da qui la mia domanda: che cosa offrire ai Bianchi in cambio del loro declino e delle guerre che questo annuncia? Una sola risposta: la pace. Un solo mezzo: l’amore rivoluzionario.
Le linee che ne conseguono non sono che un ennesimo tentativo – sicuramente disperato – di suscitare questa speranza. In realtà, solo la mia spaventosa vanità mi permette di crederci. Una vanità che condivido con Sadri Khiari, un altro mite sognatore, che ha scritto: “Poiché è il partner indispensabile degli indigeni, la sinistra è il loro primo avversario”. Deve finire.

La contre-révolution coloniale en France

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“Fucilate Sartre!” Non sono i nostalgici dell’Algeria francese a proclamarlo. Sono io, l’indigena».

 


… Ho continuato la lettura del libro di Houria insieme al mio amico Carmine …

…. voi potete farlo ugualmente ordinando il libro a Sensibili alle foglie.

Ecco il Sommario

Prefazione di Maria Rita Prette

Ringraziamenti
Avvertenza
Fucilate Sartre!
Voi, i Bianchi!
Voi, gli Ebrei!
Noi, le donne indigene
Noi, gli Indigeni
Allahu Akbar!

Postfazione di Marilina Rachel Veca

 


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Giancarlo Paciello – Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni. Da tempo ormai, il campo elettorale non è più un vero e proprio luogo di rappresentanza di interessi economici e sociali, ma è una protesi artificiale di apparente pluralismo.

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Giancarlo Paciello

Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni

Con note a completamento


Sommario

L’ingerenza vaticana

L’ingerenza statunitense

Le “astuzie” di un referendum abrogativo

 Il referendum e i partiti

Il potere di una narrazione menzognera

 Il referendum sulla preferenza unica

La mutata natura del PCI divenuto PDS

Il mattarellum

Il nuovo ciclo storico

Dal 1945 ad oggi. Tre fasi caratterizzanti la politica

La fase attuale

L’attuale problema dell’organizzazione

Rileggendo il Che fare?

Il Porcellum

Con quale legge elettorale voteremo E quando? Ah, saperlo!

L’ultimo paragrafo di questo testo ha per titolo:
Senza pudore! Note a completamento e a margine di una precedente intervista

 Il Rosatellum

 Questi fantasmi- destra e sinistra

Il secolo scorso- i partiti della politica contro il partito unico dell’economia

Appendice

20 Appendice I dati delle elezioni (febbraio 2013) e … qualche considerazione

 

 

 

Quanto stai leggendo costituisce l’insieme di due testi “Intervista sul sistema elettorale e dintorni (chiusa il 9 maggio) e pubblicata in due puntate sulla rivista Italicum) e “Senza pudore. Note a completamento e a margine dell’intervista” pubblicato il 12 gennaio, sulla stessa rivista. Si differenzia però per la presenza dei titoli dei paragrafi (non presenti nella rivista) e per un’appendice che riporta i dati relativi alle elezioni politiche del 2013, con alcune considerazioni su di essi.

 

Prima domanda: Il 18 aprile del 1948 si svolsero in Italia le prime elezioni politiche a suffragio universale con il sistema proporzionale. Tuttavia tali elezioni, in cui la D.C. si aggiudicò la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi, furono marcatamente condizionate da Washington. Nel 1948, afferma Antonio Gambino, “si radica nella mente di milioni di italiani, la convinzione della totale dipendenza del loro pane quotidiano dalla generosità o comunque dalla presenza, degli americani”. Fino al 1993, furono nei fatti precluse maggioranze governative che escludessero la D.C. L’Italia fu dunque una democrazia dimezzata?

 

Risposta: Andiamo con ordine. La tua domanda è preceduta da un’affermazione e da una citazione che la rafforza. Prima di rispondere alla domanda, vorrei fare alcune considerazioni proprio in relazione alla tua affermazione e al clima che circondava le elezioni del 1948. Le nuove generazioni alle quali ci rivolgiamo, non credo che conoscano quanto successe con le elezioni del 18 aprile. A quei tempi io, che ora ne ho 80, avevo 11 anni!

Prima di parlare del condizionamento degli Stati Uniti, vorrei però sottolineare l’esistenza di un forte condizionamento interno, quello del Vaticano. La prima campagna elettorale dopo la guerra, fu un evento che coinvolse tutti, anche coloro che avrebbero dovuto rispettare le regole “concordatarie”. La chiesa si schierò sfacciatamente e trasformò la campagna elettorale che diventò: “attenti al pericolo comunista”! […  – Leggi tutto in PDF]

 


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Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni. Con note a completamento


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Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni. Con note a completamento


 


Giancarlo Paciello – Ci risiamo: ancora l’infame riproposizione “Processo di pace” e “Due popoli, due Stati!”
Giancarlo Paciello – La Costituzione tradita. Intervista a cura di Luigi Tedeschi
Giancarlo Paciello – Ministoria della Rivoluzione cubana
Giancarlo Paciello – Diciamocelo: un po’ di storia non guasta. Dalle “battaglie dell’estate” del 1943 in Europa, all’avvento dell’Italia democristiana nel 1949
Giancarlo Paciello – Oggi 29 novembre! Oggi, ancora, solidarietà per il popolo palestinese.
Giancarlo Paciello – Uno scheletro nell’armadio dello Stato: la morte di Pinelli.
Giancarlo Paciello – Per il popolo palestinese. La trasformazione demografica della Palestina. Cronologia (1882-1950). Ma chi sono i rifugiati palestinesi? Hamas, un ostacolo per la pace? L’unico vero ostacolo: occupazione militare e colonie.
Giancarlo Paciello – Ascesa e caduta del nuovo secolo “americano” (Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne?)

 

 


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Fernanda Mazzoli – Il libro «No alla globalizzazione dell’indifferenza» di Giancarlo Paciello. Un’agguerrita strumentazione intellettuale capace di affrontare e dissolvere le nebbie ideologiche. Rivendicazione di un «universalismo universale» fondato su una comune natura umana. Rivendicazione di una «ecologia integrale». Defatalizzazione del mito del progresso.

Fernanda Mazzoli03 Paciello Giancarlo

Locandina della Presentazione

Sabato 9 dicembre 2017, alle ore 17,30

Presso la libreria Odradek, Via dei Banchi Vecchi, 57  –  Roma

Piero Pagliani

presenterà il libro di Giancarlo Paciello

Coperta 270

No alla globalizzazione dell’indifferenza

ISBN 978-88-7588-193-1, 2017, pp. 448, formato 170×240 mm., Euro 30

 

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Fernanda Mazzoli

Il libro No alla globalizzazione dell’indifferenza

di Giancarlo Paciello

Un’agguerrita strumentazione intellettuale capace di affrontare e dissolvere le nebbie ideologiche.

Vi si dispiegano la curiosità intellettuale e la visione universalistica dell’autore permettono al lettore di costruirsi un suo proprio percorso.

Rivendicazione di un «universalismo universale» fondato su una comune natura umana, pur nel riconoscimento delle diversità culturali.

Rivendicazione di una «ecologia integrale» che non può che scontrarsi con la voracità onnivora del «capitalismo assoluto» dei nostri tempi.

Defatalizzazione del mito del progresso, cui siamo tutti devoti da almeno duecento anni

Affermazione della necessità di una comune battaglia contro la «Divinità… falsa e bugiarda, l’Economia».


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Fernanda Mazzoli,
Il libro «No alla globalizzazione dell’indifferenza» di Giancarlo Paciello

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Fernanda Mazzoli

Giancarlo Paciello, con il libro No alla globalizzazione dell’indifferenza edito da Petite Plaisance, offre al lettore un testo singolare, per struttura e per respiro, coinvolgendolo in un percorso impegnativo e stimolante che spazia dalla storia all’economia, alla filosofia, al diritto, all’ecologia. Un invito a leggere il mondo contemporaneo, nelle sue diverse articolazioni e nella sua unità di fondo, con la lente critica di un pensiero forte che continua ad interrogarsi sulla storia e sulla condizione dell’uomo, un’agguerrita strumentazione intellettuale capace di affrontare e dissolvere le nebbie ideologiche che, oggi più che mai, offuscano la realtà brutale dei rapporti di produzione capitalistici e che non rinuncia ad indicare possibili vie d’uscita a chi non crede che questo sia “il migliore dei mondi possibili”.

Il libro è costruito attorno ad una ricchissima, per quantità e qualità, rete di riferimenti testuali che fanno di questo saggio non solo uno strumento prezioso per chiunque aspiri ad una comprensione profonda, attenta ai fondamenti storici e filosofici, della società attuale, ma anche una via maestra di accesso alle ricerche e alle teorie di tanti, significativi studiosi. Non solo: la varietà degli ambiti conoscitivi in cui si dispiegano la curiosità intellettuale e la visione universalistica dell’autore permettono al lettore di costruirsi un suo proprio percorso, approfondendo certe tematiche e scoprendo relazioni non scontate tra fenomeni apparentemente distanti. Operazione legittima, a patto di non rinunciare a scoprire l’unità dell’insieme che può sfuggire ad una lettura frettolosa. È l’autore stesso, nella pagina iniziale, a fornirci la bussola da utilizzare in questo viaggio: con materiale di grande valore, cucito con il filo rosso della storia e della filosofia, ha messo a punto una «coperta dell’umanità».

Afflato universalistico, dunque: e proprio qui, nell’appassionata rivendicazione di un «universalismo universale» fondato su una comune natura umana, pur nel riconoscimento delle diversità culturali, si esercita la critica dissolvente di Giancarlo Paciello che prende le distanze dall’ideologia dominante dei «diritti umani», ricondotti alla loro precisa matrice storica (la Rivoluzione americana e quella francese) e demistificati in quanto espressione di una fasulla ed ipocrita universalità dietro la quale si celano interessi molto, troppo particolari – politici, militari, economici – che coincidono con quelli dell’Occidente liberista.

La visione universalistica si sviluppa, invece, in tutta la sua grandezza, e urgenza, nell’attenzione posta nella necessità di un ritrovato, armonioso equilibrio tra l’uomo e la natura: l’ecologia occupa un posto centrale nella riflessione di Paciello, fa da collante tra le diverse parti del suo lavoro, tesse richiami tra ambiti differenti dell’attività umana, istituisce uno sguardo alternativo sull’economia e disegna una prospettiva di uscita dalle secche dall’attuale sistema socio-economico.

Una «ecologia integrale» non può che scontrarsi con la voracità onnivora del «capitalismo assoluto» dei nostri tempi: sostenuto dalle argomentazioni di pensatori di grande rilievo, (basti qui citare Aristotele, Marx, Preve) e dalle ricerche di storici, economisti e sociologi (Hobsbawm, Bontempelli, Bevilacqua, Polanyi, Wallerstein, Michéa , Nebbia, Livi Bacci, e tanti altri) l’autore fa tabula rasa di una “mitologia” capitalistica contrabbandata come incontrovertibile verità scientifica, stabilmente installata nell’immaginario contemporaneo: l’economia neoclassica, riportata alla sua natura di crematistica, accumulazione di denaro fine a se stessa, la costruzione dell’individuo «razionale», calcolatore della teoria liberale, l’idea di un progresso infinito che disconosce il limite , l’«imbroglio ecologico» che ha occultato le radici capitalistiche della violenza contro una natura rimossa dalla sua dimensione storica, l’universalismo «farlocco» a stelle e strisce delle guerre «umanitarie».

Sfatare il mito del progresso, cui siamo tutti devoti da almeno duecento anni, è operazione che richiede una buona dose di coraggio intellettuale, anche perché implica fare i conti, in modo maturo e talora doloroso, con la tradizione ideale e l’esperienza politica della sinistra. La riflessione di Paciello, alimentata dalle tesi di Larsch, Michéa e Orwell, apre, qui, un terreno ancora in gran parte, almeno nel nostro Paese, da dissodare e che potrebbe essere foriero sia di un’adeguata interpretazione in sede storica, nonché politica di diversi fenomeni, sottraendoli innanzitutto alla categoria inconsistente e fuorviante del «tradimento», sia di una progettualità alternativa che sappia prendere le distanze da quanto in quella tradizione conteneva le premesse per la sua resa al modello economico e culturale dominante.

È, questo, un libro che ha il pregio di rispondere a molte domande essenziali del nostro tempo, ma, contemporaneamente, di suscitarne sempre di nuove, di fare il punto in modo rigoroso ed appassionato su numerosi temi e di dischiuderne altri. Il ruolo della dottrina sociale della Chiesa, cui l’attuale pontefice è particolarmente attento, è sicuramente, per chi scrive, uno di questi. Pur non disconoscendo l’elemento di rottura rispetto ai suoi predecessori rappresentatato da papa Bergoglio, né la bellezza e la grande umanità dell’Enciclica Laudato si’ (ampi stralci della quale sono proposti nella parte seconda) e pur comprendendo il carattere universale, come sottolinea Giancarlo Paciello, di un messaggio rivolto alle «persone di buona volontà», interessate alla «cura della casa comune», due sono le questioni aperte dalla scelta di dare una tale centralità all’Enciclica. La prima è piuttosto scontata, ma non perciò da accantonare: il divario tra l’accorata denuncia papale dello strapotere del denaro e la decisa presa in carico della sofferenza dei poveri stridono drammaticamente con l’effettiva potenza economica dello Stato del Vaticano e dell’istituzione religiosa, sì da prestarsi a confermare, nelle nuove circostanze, la giustezza del famoso detto di Marx sull’oppio dei popoli. La seconda, pur nella consapevolezza del debito storico e culturale verso l’universalismo cristiano, si interroga sul rischio, davanti allo sfacelo culturale, politico, sociale ed antropologico della tarda modernità, di un ritorno all’indietro, nell’alveo rassicurante di una comunità che trova nelle forme della religione uno dei suoi fondamenti, nonché un baluardo da opporre allo sradicamento devastante del capitalismo assoluto. Rischio di cui è ben consapevole Giancarlo Paciello il quale, pur auspicando un dialogo tra scienza, religione e filosofia in merito e alle sorti dell’umanità e alla necessità di una comune battaglia contro una «Divinità… falsa e bugiarda, l’Economia», rivendica, nel solco di Preve, la centralità della filosofia, distanziandosi ancora una volta dal conformismo culturale – accademico che riconosce solo l’alternativa tra scienza e religione, dopo avere delegittimato la filosofia, per sua natura poco disposta a piegarsi davanti alla nuova divinità economica che non teme la scienza di cui, anzi, si serve in funzione tecnologica, né la religione che supplisce all’insensatezza sociale creata dalla produzione illimitata di merci. Un’insensatezza che si alimenta della stessa indifferenza – al saccheggio dell’ambiente, a diseguaglianze sociali insostenibili, alla mercificazione di ogni ambito dell’esistenza – che produce e contro la quale questo libro costituisce un sicuro antidoto.

Fernanda Mazzoli


Fernanda Mazzoli – Intorno alla scuola si gioca una partita decisiva che è quella della società futura che abbiamo in mente. La scuola può riservarsi un ruolo attivo, oppure scegliere la capitolazione di fronte al modello sociale neoliberista.
Fernanda Mazzoli – Alcune considerazioni intorno al libro «L’AGONIA DELLA SCUOLA ITALIANA» di Massimo Bontempelli

 

Giancarlo Paciello

Giancarlo Paciello

Giancarlo Paciello – Ci risiamo: ancora l’infame riproposizione “Processo di pace” e “Due popoli, due Stati!”
Giancarlo Paciello – La Costituzione tradita. Intervista a cura di Luigi Tedeschi
Giancarlo Paciello – Ministoria della Rivoluzione cubana
Giancarlo Paciello – Diciamocelo: un po’ di storia non guasta. Dalle “battaglie dell’estate” del 1943 in Europa, all’avvento dell’Italia democristiana nel 1949
Giancarlo Paciello – Oggi 29 novembre! Oggi, ancora, solidarietà per il popolo palestinese.
Giancarlo Paciello – Uno scheletro nell’armadio dello Stato: la morte di Pinelli.
Giancarlo Paciello – Per il popolo palestinese. La trasformazione demografica della Palestina. Cronologia (1882-1950). Ma chi sono i rifugiati palestinesi? Hamas, un ostacolo per la pace? L’unico vero ostacolo: occupazione militare e colonie.
Giancarlo Paciello – Ascesa e caduta del nuovo secolo “americano” (Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne?)

 

 

La conquista della Palestina. Le origini della tragedia palestinese. Con testi di Henry Laurens, Francis Jennings,  Zeev Sternhell, Norman Finkelstein, Gherson Shafir.
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Quale processo di pace? Cinquant’anni di espulsioni e di espropriazioni di terre ai palestinesi
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La nuova Intifada. Per il diritto alla vita del popolo palestinese.
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